Italija

Giacomo Brodolini: tutto per i lavoratori

Avanti! - 7 ur 50 min ago

Se Recanati è per i letterati il “natio borgo” di Giacomo Leopardi, per i politici è il paese natale di Giacomo Brodolini, uno dei socialisti più noti e dei più fedeli rappresentanti dei lavoratori. Brodolini vi nacque il 19 luglio del 1920. Completati nel 1939 gli studi secondari, potè solo iniziare la fase successiva degli studi nell‘Ateneo di Bologna perché chiamato alle armi. Quale militare, il suo impegno maggiore si ebbe nelle dure campagne di Grecia e di Albania, alle quali partecipò col grado di sottotenente di complemento.

Successivamente passò in Sardegna, dove conobbe alcuni antifascisti di chiaro orientamento liberal-socialista. Il passaggio a posizioni più nette fu rapido. Entrò infatti nel Partito d’Azione, formazione politica ufficialmente costituita nel  luglio del 1942, e al quale facevano inizialmente capo figure prestigiose della politica e della cultura come Emilio Lussu, Ferruccio Parri, Pasquale Schiano, Francesco De Martino, Adolfo Omodeo, Guido Calogero, Riccardo Lombardi. Il partito credeva fermamente nel legame indissolubile di Giustizia e Libertà e aveva un programma che prevedeva tra l’altro il decentramento amministrativo, la nazionalizzazione dei gruppi finanziari, la divisione della terra ai contadini uniti in cooperative, la federazione europea.

Gli Azionisti parteciparono alla lotta partigiana, e svolsero una intensa propaganda anche attraverso un loro foglio, “L’Italia libera”. Nel 1946 Brodolini conseguì la laurea in Lettere, discutendo una tesi su Gustavo Modena. Da tempo appassionato di storia del teatro e al tempo stesso interessato al legame di questo con le vicende del nostro Risorgimento, aveva scelto il notissimo attore e anche protagonista del nostro Risorgimento, che concepiva il teatro come strumento per risvegliare le menti e  “far pensare”. Nel giugno di quello stesso anno fu coi compagni di fede attivissimo nella campagna per il Referendum e la Costituente, che però fruttò al partito appena l’1,5 % e 7 seggi, a dimostrazione della sua scarsa penetrazione negli strati di elettorato popolare. Quando nel 1947 il Partito d’Azione si sciolse, egli assieme a Lombardi e altri della tendenza socialista aderì al PSI. Lavorò allora con passione nella CGIL: nel 1950  venne chiamato a reggere la segreteria della Federazione Lavoratori Edili e tosto fece parte del Comitato Direttivo della CGIL Nel 1953 venne eletto deputato alla Camera.

Due anni dopo, in riconoscimento della sue capacità e della sua conoscenza dei problemi del paese, raggiunse la carica di vice-segretario nazionale della grande organizzazione sindacale per la componente socialista. Lasciò poi l’attività nel sindacato per passare a quella politica nel partito, e nel ’64 entrò nella segreteria De Martino in qualità di vice- segretario, carica che gli venne confermata anche nel 1968 durante la fusione tra PSI e PSDI. In quello stesso anno venne eletto al Senato. Nominato Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale, promosse una serie di leggi che riguardavano il superamento delle gabbie salariali e la riforma del sistema previdenziale. In quel periodo si fece sostenitore appassionato dello Statuto dei lavoratori, al quale lavorò con grande passione assieme al noto giuslavorista Gino Giugni.

Vissuto tra i lavoratori, volle rimanere sempre al loro fianco: simboli di questo attaccamento furono la notte di capodanno del 1969, che volle trascorrere assieme ai lavoratori della fabbrica Apollon in lotta per difendere il proprio posto di lavoro, e la presenza commossa tra i lavoratori di Avola che avevano perduto due loro compagni, caduti sotto il fuoco della polizia. Colpito da una grave forma di tumore, impegnò le forze residue perché giungesse a compimento l’iter dello Statuto dei diritti dei Lavoratori, al quale poi rimase giustamente legato il suo nome. Il 24 giugno del ’69 presentò in Parlamento il disegno di legge, ma non ebbe la gioia di vederlo approvato.

L’11 luglio del ’70 si spense in una clinica di Zurigo. Il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, gli conferì la Medaglia d’Oro al Valor Civile, motivandola con parole che del efunto sintetizzavano le eccezionali qualità di politico, di parlamentare e di sindacalista: “Esempio altissimo di tenace impegno politico, dedicava, con instancabile ed appassionata opera, ogni energia al conseguimento di una più alta giustizia sociale, dando prima come sindacalista, successivamente come parlamentare e, infine, come ministro per il lavoro e la previdenza sociale, notevolissimo apporto alla soluzione di gravi e complessi problemi interessanti il mondo del lavoro. Colpito da inesorabile male e pur conscio della imminenza della sua fine, offriva prove di somma virtù civica, continuando a svolgere, sino all’ultimo, con ferma determinazione e con immutato fervore, le funzioni del suo incarico ministeriale, in una suprema riaffermazione degli ideali che avevano costantemente ispirato la sua azione”. Per questo il suo ricordo è sempre vivo e resterà incancellabile nel cuore dei socialisti e dei lavoratori.

Giuseppe Miccichè

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Ilary Blasy verso l’addio a Le Iene: al suo posto Melissa Satta. E con lei lascia anche Teo Mammucari

Il Fatto Quotidiano - 7 ur 50 min ago

A poco meno di un mese dal ritorno in onda, Le Iene potrebbe perdere due conduttori simbolo del programma di Italia 1. Secondo Dagospia infatti, nei corridoi di Mediaset ci sarebbero voci sempre più insistenti sull’addio di Ilary Blasi e Teo Mammucari. La moglie di Francesco Totti è tutta assorbita dal Grande Fratello Vip, in partenza il prossimo 24 settembre, mentre Mammucari si prepara a diventare giurato a Tu si que vales. Nelle scorse settimane, in un’intervista al settimanale Chi, aveva lasciato intendere che la sua presenza non fosse certa: “Al momento è tutto in divenire, sarà un settembre molto caldo“.

La signora Totti aveva debuttato al timone dello show di Davide Parenti il 10 gennaio 2007 al fianco di Luca e Paolo, mentre Mammucari aveva iniziato a collaborare con la trasmissione come inviato già nel 1999 per approdare poi alla conduzione. E per quanto riguarda la conduttrice, si fa già il nome di Melissa Satta come possibile sostituta alla guida del programma. La showgirl ha già ufficializzato il suo addio a Tiki Taka, dicendo di essere pronta per nuove sfide. Chissà che tra queste ci siano anche Le Iene. Confermata, invece, Nadia Toffa, che qualche giorno fa ha scritto su Instagram: “Ci vediamo a settembre con le dirette delle Iene, ora inizio le vacanze”.

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Firenze, al presidio dei lavoratori dell’ex Pirelli Bekaert di Figline Valdarno arriva anche Sting e canta con gli operai

Il Fatto Quotidiano - 7 ur 51 min ago

Visita eccellente questa mattina davanti ai cancelli della Bekaert a Figline Valdarno (Firenze) dove gli operai sono in presidio permanente dopo l’annuncio della chiusura dello stabilimento e il conseguente licenziamento dei 318 lavoratori: intorno alle 11, chitarra in spalla, è arrivato Sting, figlinese d’adozione perché da anni possiede in zona una tenuta. Il cantante inglese ha ascoltato le storie degli operai e si è intrattenuto con loro cantando alcune delle sue hit più famose, insieme alla moglie Trudie. Quest’ultima e Sting, infine, hanno indossato la maglietta ‘Io sto con i lavoratori Bekaert’, realizzata per raccogliere fondi per le iniziative di lotta degli operai.

Il video dell’esibizione è stato postato sulla pagina facebook di Potere al Popolo: “Il cantante si è messo a disposizione della lotta degli operai che da giorni presidiano la fabbrica per impedirne la chiusura e le centinaia di licenziamenti, ha cantato per loro e con loro, portando il suo contributo e la sua solidarietà. Insomma, una brava persona che usa i doni che ha per fare un po’ di bene. Una cosa che dovrebbe essere normale ma che nell’Italia della retorica “anti-ideologica” e de “la politica fa schifo” sembra un miracolo. Speriamo faccia riflettere la musica italiana che vive il suo momento più cupo, divisa fra “grandi” artisti pavidi e conformisti e giovani emergenti che parlano di stronzate e vogliono solo denaro”.

 

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Pensioni, la quota 41: come funziona e quali sono i costi

Avanti! - 7 ur 59 min ago

Pensioni

COS’E’ QUOTA 41

Il tema pensioni è caldo in questi giorni. Il governo sta cercando, infatti, una soluzione per attuare la riforma delle pensioni, indicata nel contratto, senza mettere a rischio i conti dell’Inps. Per questo motivo tra le ipotesi possibili c’è quella di un passo indietro in merito alla quota 41, ovvero lo strumento che consente di andare in pensione, indipendentemente dall’età anagrafica, una volta maturati 41 anni di contributi.

Secondo Boeri la quota 41 aggiunta alla quota 100 (con cui invece si può andare in pensione, una volta compiuti 64 anni, se la somma dell’età anagrafica e dei contributi maturati dà come risultato 100) costerà 11 miliardi di euro nell’immediato, 18 miliardi a regime; una spesa ingente per lo Stato ed è per questo che si sta anche valutando l’idea di portare la quota 41 a quota 42, innalzando di un anno il requisito contributivo previsto. Al momento però si tratta solamente di indiscrezioni, poiché la quota 41 per tutti non fa ancora parte del nostro ordinamento e, stando alle ultime notizie sulle pensioni, non lo farà prima del 2020.

In molti non sanno, però, che la quota 41 può essere già richiesta da alcune categorie di lavoratori. Si tratta dei lavoratori precoci, ossia di coloro che prima di compiere il 19esimo anno di età hanno maturato almeno 12 mesi di contributi. Per poter accedere a questo strumento non è necessario che i 12 mesi siano continuativi. La quota 41, però, subirà una modifica dal primo gennaio 2019, complice l’adeguamento con le aspettative di vita che riguarderà da vicino anche la pensione di vecchiaia e quella anticipata; nel dettaglio, i lavoratori precoci dovranno maturare 41 anni e 5 mesi di contributi se vorranno smettere di lavorare in anticipo rispetto agli altri lavoratori.

Lavoro

FESTIVITA’ SOPPRESSE IN BUSTA PAGA

Le giornate di ex festività per il 2018 sono quattro. Lunedì 19 marzo (San Giuseppe); Giovedì 10 maggio (ex Ascensione 39° giorno dopo Pasqua ); Mercoledì 31maggio (ex Corpus Domini 60° giorno dopo Pasqua); Venerdì 29 giugno (San Pietro e Paolo).

Da ricordare che vengono riconosciute tali se le festività soppresse (sopraelencate) sono cadenti in un giorno lavorativo dal Lunedì al Venerdì. Nel 2018 non viene pertanto riconosciuto il quattro novembre (Festa dell’unità nazionale e delle forze armate) in quanto cade di domenica. Mentre, sempre nel corso di quest’anno, nessuna delle festività (25 aprile, 1° maggio e 2 giugno) coincide con la domenica per cui non si ha diritto ad ulteriori giornate di recupero.

Al lavoratore spetta annualmente un numero di permessi giornalieri retribuiti corrispondente a quello delle giornate, già indicate come festive e poi non riconosciute come tali da provvedimenti di legge.

Attenzione, per fruire interamente delle festività soppresse, occorre nei giorni summenzionati avere diritto all’intero trattamento economico. Pertanto nei giorni anzidetti per mantenere il diritto non bisogna chiedere la fruizione di aspettative, permessi non retribuiti ed anche giornate di Solidarietà. Come poi previsto dalla maggior parte dei contratti collettivi di lavoro, tutto il personale di ogni ordine e grado, dovrà tassativamente fruire dei permessi sostitutivi delle festività soppresse entro l’anno. Il godimento di tali permessi dovrà essere in ogni caso programmato da ciascun dipendente prima delle ferie annuali di spettanza in modo da essere effettivamente goduti improrogabilmente entro il 14 dicembre dell’anno di riferimento. Resta fermo che in caso di mancata fruizione parziale o totale delle giornate queste non verranno ne compensate ne monetizzate.

Saper quindi leggere la propria busta paga, anche per quanto attiene i riposi in questione, è molto importante, così da rendersi conto per tempo di eventuali errori commessi al riguardo dal datore di lavoro. Tuttavia non tutti sanno come fare; ad esempio, se si chiedesse cosa sono le festività soppresse molti lavoratori magari non saprebbero nemmeno di cosa parliamo.

Molti di loro probabilmente non conoscerebbero neppure la risposta ed è per questo che su un tema come questo è sempre opportuno fare chiarezza.

Nel dettaglio alla voce “festività soppresse”, che in busta paga si trova vicino agli spazi dedicati a ferie e permessi, si segnalano quei giorni che una volta il nostro ordinamento riconosceva come festività nazionali ma che oggi non lo sono più.

Più in particolare, ci sono delle festività che una volta erano riconosciute anche sul piano civile dalla legge 269/1949 e che di conseguenza permettevano al dipendente di assentarsi dal lavoro senza perdere il diritto alla retribuzione. Questi giorni, però, sono stati eliminati da successive disposizioni venendo così definiti come “festività soppresse”.

Anche se eliminate, però, le ex festività hanno comunque delle conseguenze retributive per il lavoratore e previdenziali in relazione ai suoi riflessi collegati alla contribuzione Inps. Nel caso in cui cadano in un giorno infrasettimanale e lavorativo, infatti, il dipendente può essere autorizzato ad assentarsi dal lavoro con un permesso di cui può beneficiare in qualsiasi momento. Quindi, per ogni festività soppressa al lavoratore viene riconosciuto un permesso extra compensativo della ricorrenza abolita. Tuttavia c’è la possibilità che alcune di queste tornino ad essere riconosciute a tutti gli effetti come festività nazionali e ad essere segnate in rosso sul calendario; al Senato, infatti, risulta presentato un disegno di legge che punta a reintrodurre le festività soppresse nel nostro ordinamento. L’intenzione sottesa nella proposta legislativa è quella di tornare al pre-1977, quando a studenti e lavoratori venivano garantiti più giorni di vacanza rispetto ad oggi. In questo modo, secondo i proponenti, si farebbe un omaggio non solo ai cristiani praticanti che potrebbero così “celebrare le festività riconosciute dalla loro religione”, ma anche ai lavoratori non credenti che beneficerebbero di un po’ di tempo libero da dedicare alle attività ricreative.

Consulenti del lavoro

SALE IL LAVORO STRANIERO IN ITALIA

Negli ultimi 10 anni, gli stranieri residenti in Italia sono aumentati di 1,825 milioni (+57,5%, arrivando a sfiorare la quota di 5 milioni), mentre gli italiani sono diminuiti di 325 mila unità (passando da 55.568 a 55.243 milioni, con un calo dello 0,6%). L’invecchiamento della popolazione italiana e la bassa natalità sono stati, quindi, compensati a livello numerico dagli immigrati stranieri di prima e di seconda generazione. I 5 milioni di residenti stranieri in Italia hanno un’età media di 34 anni, inferiore di 11 anni all’età media degli italiani. Pertanto, anche dal punto di vista del mercato del lavoro, quasi 4 stranieri su 5 (79,1%) sono in età lavorativa (15-64 anni), a fronte del 63% della popolazione italiana che è molto più anziana.

Rielaborando i dati della ‘Rilevazione continua sulle forze lavoro (Rcfl)’ dell’Istat, l’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro inquadra e descrive un target complesso e eterogeneo, quello degli stranieri comunitari ed extracomunitari presenti in Italia, rispetto alla loro condizione nel mercato del lavoro. Analizzandone le caratteristiche, sia individuali che lavorative, è possibile fornire una descrizione sintetica di questa platea, confrontarla con quella italiana ed esaminare il suo andamento negli ultimi 10 anni.

Dieci occupati su 100 sono di origine straniera, con un tasso di occupazione del 60,6%, superiore di 3 punti percentuali al tasso di occupazione dei soli italiani (57,7%). Sono le regioni del Nord Italia ad attirare maggiormente gli stranieri e, in particolare, circa 6 su 10 si collocano fra Nord-Est e Nord-Ovest, più di un quarto nel Centro del Paese e il restante 15% nel Mezzogiorno. La loro quota è massima nel Lazio (14,6%) e minima nel Molise (4,1%). Fra le regioni con una quota di occupati sopra la media nazionale troviamo l’Emilia Romagna (13,2%), la Lombardia (12,9%), l’Umbria (12,7%) e la Toscana (12,2%).

Uno straniero su tre è occupato in professioni non qualificate, contro l’8% degli italiani. Inoltre, lo stipendio netto medio di un dipendente full time straniero è inferiore di oltre un quinto a quello di un italiano. Questo gap è dovuto essenzialmente alla concentrazione degli occupati stranieri in lavori meno qualificati e con un minore livello di retribuzione.

Se analizziamo le principali professioni, spiegano i consulenti del lavoro, vediamo che, per i maschi, il primo mestiere è legato all’edilizia (113 mila, pari ad un terzo degli occupati), mentre al secondo posto troviamo gli addetti allo spostamento delle merci, con 91 mila addetti stranieri. La metà dei venditori ambulanti (51 mila) sono di origine straniera. Osservando le professioni delle donne straniere, si nota invece una forte presenza nelle attività dei servizi domestici (246 mila occupate), seguite da 113 mila badanti, 83 mila cameriere e 42 addette ai servizi di pulizia presso imprese private. In queste 4 professioni si concentra il 66% dell’occupazione femminile straniera.

“L’analisi dell’osservatorio statistico dei consulenti del lavoro -spiega Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi consulenti del lavoro- certifica l’evoluzione e la trasformazione del mercato del lavoro negli ultimi anni e la graduale sostituzione dei lavoratori stranieri agli italiani in alcuni lavori. È un trend entrato a far parte della nostra economia che, inevitabilmente, si riflette a cascata su tutti gli altri indicatori economico-sociali: dal pagamento delle imposte -conclude- fino ai servizi sociali e assistenziali passando per il delicato nodo della partecipazione alla spesa previdenziale. Gli stranieri regolari in Italia sono, infatti, concentrati nell’età da lavoro 15-64 anni”.

Carlo Pareto

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Chievo-Juve, il film della partita: 2-3 

La Stampa - 8 ur 1 min ago
IN ALLEGATO IL CALENDARIO CON TUTTE LE GIORNATE DI CAMPIONATO E LE RELATIVE PARTITE CHE SARANNO TRASMESSE SU DAZN...
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Il giorno del dolore

Avanti! - 8 ur 4 min ago

Oggi é il giorno del dolore e della solidarietà alle famiglie che hanno perso i loro cari nella tragedia provocata dal crollo del ponte Morandi a Genova. Per questo sospendiamo tutte le polemiche. Non é il giorno delle parole. Troppa gente é morta per un incidente non dovuto al caso, come ha sottolineato il procuratore di Genova che ha avviato le indagini sulle responsabilità. Avremo modo di tornare più volte sulla politica delle opere pubbliche di ieri, di oggi e di domani. Avremo modo di tornare sulle questioni legate alla manutenzione, sulla bontà o meno delle privatizzazioni in Italia inaugurate nel 1992.

Ma oggi il pensiero va a quel bambino di otto anni che sognava il mare e magari aveva, come molti suoi coetanei, la maglietta di Ronaldo, va alla famiglia che doveva imbarcarsi a Genova e che invece non vedrà mai più il traghetto prenotato, al giocatore di 22 anni che non andrà in ritiro, al giovane che non raggiungerà mai più il posto di lavoro. A tutti coloro che attraversando un ponte non hanno potuto raggiungere la sua estremità sprofondando nel vuoto sommersi da pietre e lamiere e detriti. Il pensiero va ai dispersi che ancora non sono stati trovati. Hanno un nome ma non ancora un corpo. E va agli sfollati che vivevano tranquilli in prossimità di un’infrastruttura inaugurata nel lontano 1967 e che aveva accompagnato i loro giorni e anche le loro notti coi suoi rumori oggi trasformati in tombale silenzio.

Anche il governo non trasformi questa giornata in uno show. Abbiamo bisogno di responsabilità, di sicurezza, ma anche di tranquillità. Non può diffondersi ovunque la fobia dei ponti. In Italia ne esistono centinaia di migliaia. Ovunque sindaci, assessori, semplici cittadini, si stanno preoccupando della loro tenuta. A Benevento il sindaco Mastella ha chiuso un ponte progettato dallo stesso Morandi, in Molise é allarme su un viadotto dell’autostrada dei parchi. Una verifica é doverosa, l’allarmismo produce tensioni sociali terribili e difficilmente governabili. Oggi, nel giorno del dolore, un richiamo a tutti, affinché ognuno contribuisca, nel ruolo che gli compete, a dare il proprio contributo, tecnico, scientifico, politico, umano, mi pare doveroso.

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Di Maio: «Mai più gestione a Autostrade» Ma chi era responsabile dei controlli?

Corriere.it - 8 ur 8 min ago

 «Mai più gestione a Autostrade» Ma chi era responsabile dei controlli?

Il ministro del Lavoro ha risposto così ad uno dei familiari delle vittime che chiedeva un intervento severo nei confronti della società

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I furbetti del cartellino e lo Stato di rovescio

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 14 min ago

Dopo una settimana trascorsa, purtroppo, a passare in rassegna norme e cavilli, regole e eccezioni, il rispetto e l’oltraggio, la fine e il principio dello Stato di diritto, abbiamo finalmente la possibilità di occuparci dello Stato di rovescio. I fatti sono imparagonabili con la tragedia di Genova ma utili ugualmente a capire di che pasta è fatta l’Italia e, per proprietà transitiva, chi la abita.

Da aprile a maggio del 2011 i finanzieri indagano l’enorme emorragia di funzionari del comune di Reggio Calabria a metà mattinata. Un fuggi fuggi verso bar e boutique, strade e edicole, parchi e casali della bellissima città calabrese. Per un mese scattano foto, filmano, descrivono, accertano e infine denunciano gli impiegati facenti parte di quella classe di sfruttati che prende il nome di “furbetti del cartellino”. Diciassette in manette, settantotto a piede libero. Praticamente tutto il Municipio!

I fatti accertati e all’apparenza incontestabili devono però essere validati ed eventualmente sanzionati da un tribunale, perché siamo un Paese civile. Anzi: uno Stato di diritto.

Sicché due anni dopo, anno 2013, il Pubblico ministero chiede il rinvio a giudizio. Il tempo è danaro, ma anche la fatica è immensa, cosicché solo l’anno successivo, 4 dicembre 2014, si celebra l’udienza preliminare davanti al Gup e agli albori del quarto anno (marzo 2015) si firma il decreto che fissa il giudizio per i fatti e le indagini compiute nel 2011.

Il tempo è denaro, e l’abbiamo capito, ma purtroppo i tribunali sono intasati, la fatica resta immensa e un rinvio dopo l’altro sposta il giudizio al 2016, poi al 2017, infine a quest’anno.

In tempo forse per giungere, incrociando le dita, alla prescrizione. Cioè all’assoluzione.

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Dichiarazioni contraddittorie che non fanno onore al governo

Avanti! - 8 ur 16 min ago

Genova, nel giorno dei funerali, con il religioso rispetto che si deve alle famiglie sconfitte dalla morte, e alla città ferita. Oriana Fallaci, da par suo, sosteneva che l’oggettività non esiste. Aveva ragione. E però i fatti sono fatti. Duri come pietra. Ho fatto parte del governo sconfitto alle elezioni senza mai occuparmi della delega autostrade, ma conservo memoria di alcuni provvedimenti. E la memoria confligge talvolta con il racconto dei due consoli: Salvini e Di Maio. Partiamo da qui: ad oggi la procura non ha individuato responsabili del crollo del ponte Morandi. Possiamo solo immaginare ma non basta. I fatti.
1. Salvini: le ambulanze pagano il pedaggio. Non è così. Proprio io sottoscrissi un accordo per evitare che le ambulanze di soccorso pagassero il pedaggio autostradale. Basta iscriversi alla piattaforma.
2. Conte: non possiamo aspettare i tempi della giustizia. Detto dal capo del governo, un giurista addirittura, fa un certo effetto. Meglio i processi in piazza, la gogna medievale, la giustizia un tanto al chilo.
3. Di Maio: i governi precedenti hanno favorito i Benetton. È così? Il governo Berlusconi – la Lega ne faceva parte, eccome – non inverte la rotta del governo D’Alema (è quel governo che conclude la privatizzazione delle autostrade). Anzi. Nel 2014 il ministro Lupi inserisce un emendamento nello Sblocca Italia che proroga le concessioni. Due anni dopo – lo ricordo bene perché seguivo per il governo il Codice Appalti – proponiamo, d’accordo con i grillini, l’abolizione della norma. C’è di più: mandiamo a gara l’80% dei lavori di manutenzione riservando all’ in house – impresa figlia di Autostrade – il restante 20%. Una rivoluzione che scatena l’ira dei sindacati e della società. Minaccia di scioperi e di licenziamenti. Sconfitti: si torna al 60/40.
4. Toninelli: la Gronda non è tra le priorità. Lo ha dichiarato il 31 luglio scorso in 8° commissione Senato. Fino a qualche giorno fa potevi leggere sul sito grillino genovese frasi di gaudio sulla magnificenza del ponte Morandi. Cancellate.
Il progetto Gronda è stato oggetto, tra i primi in Italia, di dibattito pubblico, lo strumento inserito da chi scrive nel nuovo codice appalti. L’accordo raggiunto con Bruxelles per realizzare l’opera non è stato reso operativo dall’attuale governo.
5. Di Maio, a poche ore dalla tragedia: revocare le concessioni a società autostrade. Operazione fattibile, la convenzione lo consente, ma mi domando: era opportuno dichiararlo prima di aver accertato le colpe, prima di ogni verifica giuridica, prima di aver trattato l’eventuale ricostruzione del ponte, tanto da innestare un balletto di dichiarazioni contraddittorie che non fa onore al governo?
6. L’urgenza sono le famiglie delle abitazioni a rischio e il sistema Genova, mettere in sicurezza e non provocare ulteriore disagio all’economia della città, dunque problemi per l’occupazione. Urge un piano. Di cui ancora non si parla.
7. Cosa si aspetta a convocare i vertici di Società Autostrade? Sono loro i concessionari. O ci si parla tramite TV?
8. Ma la priorità sono le famiglie che hanno perso i loro cari. Devono sapere, presto, dove si nascondono le responsabilità. Chi risarcirà le vittime, intanto. Sono stupito della scarsa sensibilità dimostrata da Autostrade di fronte alla tragedia. In questi casi è il capo che deve metterci la faccia non un alto dirigente. E la puntualizzazione sui denari da rimborsare in caso di revoca delle concessioni proprio non ci stava. Al dolore non si contrappone una manciata di quattrini. Resta il fatto che chi sbaglia paga. Resta il fatto che le istituzioni non possono comportarsi come gli avventori del bar sport. Resta il fatto, l’ho scritto due giorni fa, che sarebbe meglio che il governo venisse in parlamento a riferire. Ora!”.

Riccardo Nencini

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Gino Paoli organizza un concerto per Genova: “Raccogliere soldi serve sempre. Più fatti, meno parole”

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 16 min ago

Le polemiche non servono a nulla“, dopo “tutta la passione che si è scatenata, ci si dimenticherà di tutto” e “per questo sto pensando che bisognerà fare qualcosa”. Il cantautore Gino Paoli, genovese, intervistato dal Messaggero, vuole organizzare un concerto, “come quello che feci dopo l’alluvione di quattro anni fa. Vennero tutti, Renato Zero, Renzo Arbore, Ornella Vanoni. Se chiamassi di nuovo, penso che succederebbe la stessa cosa. Raccogliere soldi, in questi casi, serve sempre: penso agli sfollati. Ma non lo farei subito. Meglio fra sei mesi, così servirà a risvegliare le coscienze quando si saranno addormentate, dimenticando tutto”.

Più fatti, meno parole – dice -. Da noi comanda sempre il concetto del piove, governo ladro. Qualcuno deve avere la colpa con cui prendersela e si cerca il capro espiatorio. Bisognerà, invece, ripensare rapidamente all’idea della Gronda, la città così resta spezzata in due e per la circolazione è un vero casino, perché c’è solo una strada alternativa”. Paoli non esclude “che all’origine del disastro ci possa essere stato un fulmine. Gira su internet un filmato di una persona che stava riprendendo il temporale, al momento del crollo si vedono distintamente due lampi. Potrebbero aver colpito le parti in metallo, aggravando la situazione”, ma “tutti sappiano che ogni opera ha un tempo oltre il quale non regge più. E che la manutenzione non si può affidare ai privati”.

Paoli è intervistato anche da La Stampa: “Vedo i miei concittadini molto solidali. Davanti a una sciagura, la genovesità fa miracoli“, “credo che il crollo del Morandi darà una spinta definitiva”, “non sono del mio segno politico, ma sindaco e presidente della Regione stanno facendo bene”.

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Ponte Morandi, i vigili del fuoco del nucleo Saf lavorano alla messa in sicurezza del viadotto. Il video dal drone

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 18 min ago

Sono terribili e spettacolari le immagini diffuse dai vigili del fuoco dal luogo della tragedia. Gli uomini del nucleo Saf sono sulla parte del viadotto rimasta in piedi per cercare di mettere in sicurezza l’area per evitare la caduta di calcinacci e oggetti. Le riprese sono state effettuate da un drone

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Raid dei Rom nel negozio, assalto in venti: furti, minacce e botte

Il Gazzettino.it - 8 ur 18 min ago
JESOLO - Assaltano in venti il mini market, picchiano il titolare, la moglie e un cliente che era accorso in aiuto, e alla fine minacciano di bruciare il locale. È stata una notte di terrore...
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Autostrade, ora il governo rinazionalizzi l’intera rete

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 22 min ago

*con la collaborazione di Giuseppe Palma

Stamattina a Genova ci sono stati i funerali di Stato per le vittime causate dal crollo del Ponte Morandi sulla A10. È il momento del lutto, di un nuovo grande lutto per Genova e per tutto il Paese. Le responsabilità sono molteplici: austerità legata ai vincoli europei, inattività del governo Renzi al cospetto delle interrogazioni parlamentari del senatore Maurizio Rossi e un concessionario privato negligente. Autostrade per l’Italia SpA, che insieme alle sue società controllate ha in concessione circa l’80% della rete autostradale italiana, è una società del Gruppo Atlantia, famiglia Benetton. Tanto profitto e scarsa o inadeguata manutenzione causano insicurezza e morte, ma allo stesso tempo riempiono le tasche del gestore privato.

La tragedia di Genova ha dimostrato dunque che non è vera la vulgata che più privato equivale a più efficienza. Oggi stesso dovrebbe tenersi proprio a Genova un consiglio dei ministri straordinario. Che fare ? Il vicepremier e ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio è stato chiaro: “La nostra intenzione è revocare le concessioni ad Autostrade per l’Italia. Ci sono 40 morti. C’è una volontà politica chiara del governo di revocare le concessioni. Stiamo parlando di gravi inadempienze”. Gli ha fatto eco l’altro vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini: “In Consiglio dei ministri è stato approvato l’avvio dell’iter per il ritiro della concessione”, confermando – per la verità dopo qualche iniziale tentennamento – la condivisione di questa scelta.

Giusta la linea indicata sin dall’inizio da Di Maio. La procedura di revoca della concessione richiede certo i suoi tempi, anche perché il governo deve prima acquisire i pareri di alcuni dei soggetti coinvolti. Ma la “revoca” è legittima perché fondata su uno dei principi cardine del codice civile, vale a dire la risoluzione unilaterale del contratto per grave inadempimento dell’altra parte, senza che venga applicata alcuna penale a carico dello Stato in quanto il recesso risulta giustificato da gravi motivi attinenti al mancato rispetto da parte di Autostrade per l’Italia SpA di un obbligo contrattuale cosiddetto “di fare”, nel caso di specie la manutenzione e la messa in sicurezza delle strutture di viabilità. Chi oggi invoca la penale da 20 miliardi non sa di cosa parla. In Tribunale o davanti a qualsiasi organismo arbitrale lo Stato avrebbe tutte le carte in regola per dimostrare il grave inadempimento di Autostrade per l’Italia SpA.

Chiarito questo aspetto, occorrerà a mio avviso prendere una decisione politica “sovrana” di forte impatto, che faccia capire che questo è veramente il “governo del cambiamento”. Ri-nazionalizzare l’intera rete autostradale quale servizio pubblico strategico per gli interessi generali e l’economia nazionale. Lo Stato deve tornare a fare lo Stato in tutti quei settori che sono strategici per l’interesse nazionale.

Per giungere a questo bisogna però comprendere prima come siamo arrivati alle privatizzazioni selvagge. Agli inizi degli anni Novanta il nostro rapporto debito pubblico/Pil era intorno al 120%, causa non le politiche clientelistiche degli anni Ottanta (come vi raccontano i giornaloni) bensì lo scellerato divorzio Tesoro-Bankitalia avvenuto nel 1981 deciso da Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi, rispettivamente all’epoca ministro del Tesoro e governatore di Bankitalia. In dieci anni il debito pubblico schizzò alle stelle causa gli interessi ma per poter entrare a far parte dell’eurozona occorreva abbattere il rapporto debito pubblico/Pil. Ed ecco la trovata delle privatizzazioni, avviate dal primo governo Prodi (1996-1998) e – per quanto riguarda le autostrade – completate nel 1999 dal governo D’Alema (1998-2000). Il rapporto debito pubblico/Pil scese intorno al 100% e così avevamo fatto bene i compiti per entrare nell’euro. All’inizio tutti felici e contenti. Poi nei decenni ci siamo accorti che la moneta comune era una truffa e talvolta piangendo i morti come in questi giorni, che non esiste privato che faccia gli interessi generali, anche perché i prezzi delle tariffe sono aumentati (e di molto) mentre la sicurezza e la manutenzione non sono state garantite.

Rispetto agli anni Novanta la storia d’Italia e del mondo intero è però cambiata. La globalizzazione sfrenata ha avuto una forte battuta d’arresto e i popoli hanno deciso di “ritornare” a difendere gli Stati nazionali. “Corsi e ricorsi” storici avrebbe detto Giambattista Vico e allora si abbia il coraggio di “ritornare” alle autostrade pubbliche. La Costituzione lo consente all’articolo 43: “Ai fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.

Nel “contratto di governo” M5s-Lega c’è l’obiettivo specifico di ripristinare la prevalenza della nostra Costituzione sul diritto dell’Unione europea. Si porti quindi in esecuzione il “contratto” e si riaffermi la preminenza della Costituzione sulle speculazioni dei privati e sulle regole della Ue in materia di concorrenza e privatizzazioni. Nel caso di specie l’utilità e l’interesse generale sono evidenti. Resterebbe il problema dei gestori privati diversi da Autostrade per l’Italia SpA, nei confronti dei quali sarebbe quantomeno arbitrario revocare la concessione in assenza di gravi inadempimenti, con conseguenze risarcitorie da non sottovalutare.

Stiamo parlando di appena un 20% circa dell’intera rete autostradale, gestita per lo più da consorzi regionali o società private che hanno uno stretto collegamento con la realtà territoriale. Ma una volta revocata la concessione ai Benetton non sarà un problema sedersi al tavolo con gli altri e trovare una soluzione condivisa. Se al termine di questa imponente operazione di ri-nazionalizzazione i “vincoli europei” non consentissero allo Stato di spendere per mettere in sicurezza strade e ponti, la soluzione non potrebbe che essere una soltanto: “prima gli italiani”!

L'articolo Autostrade, ora il governo rinazionalizzi l’intera rete proviene da Il Fatto Quotidiano.

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