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Uk, nel Paese con più morti da Covid in Europa mancava solo l’irresponsabilità dei suoi politici

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 22 min ago

Dominic Cummings, il principale consigliere del primo ministro e tra i più importanti “strateghi” della Brexit, ha viaggiato per centinaia di chilometri in Gran Bretagna durante il lockdown, pur avendo gravi sintomi riconducibili al coronavirus. Ci sono molti punti interrogativi sui dettagli del viaggio: se ha utilizzato la macchina o il treno, i giorni e l’ora esatta dei tragitti, etc., ma diversi spostamenti con il figlio e la moglie sono stati confermati dallo stesso Cummings e dal governo.

Era il 27 di marzo quando un giornalista della Bbc riprese il consigliere del primo ministro scappare dal n. 10 di Downing Street, dopo che Boris Johnson e Matt Hancock (segretario alla sanità) avevano presentato sintomi di coronavirus. Cummings ha dichiarato che stava correndo per raggiungere a casa la moglie malata. Il consigliere ha infatti detto ai giornalisti che la consorte poteva essere affetta da Covid-19, nonostante presentasse sintomi differenti dalla classica tosse continua e febbre. Quando le condizioni della moglie migliorarono nel pomeriggio, Cummings tornò al n. 10 di Downing Street per continuare a lavorare.

Tra il 27 e il 28 marzo, il consigliere si diresse verso Durham con la moglie e il figlio (località a Nord del paese a circa 260 miglia di distanza da Londra) per raggiungere altri membri della famiglia. Il governo ha dichiarato che Cummings ha iniziato a presentare sintomi dopo il viaggio nel week end tra il 28 e il 29 marzo.

Il 31 marzo e 5 aprile la famiglia è stata vista a Durham, mentre è stato confermato da un’inchiesta del Guardian che il 12 aprile il nucleo familiare del consigliere era in visita al castello di Barnard, a circa 30 miglia di distanza da Durham. Due giorni dopo Cummings è stato fotografato a Londra per strada, mentre il 19 aprile è stato di nuovo visto vicino Durham nelle foreste di Houghall. In fine, il 20 aprile Cummings è stato di nuovo visto per le aree pubbliche della capitale.

Da questi spostamenti si può notare un atteggiamento di totale irresponsabilità di Dominic Cummings nei confronti delle istituzioni e dei cittadini britannici; uno spregio per il rispetto delle regole richieste proprio dal governo per la tutela della salute pubblica. Un modo di fare coerente con l’atteggiamento d’irresponsabile minimizzazione dei rischi della pandemia del suo stesso partito, soprattutto nella prima fase di diffusione.

Boris Johnson ha difeso la condotta del proprio consigliere, nonostante siano state chieste a gran voce le dimissioni di Cummings da gran parte dell’opinione pubblica, dall’opposizione e persino da alcuni membri del governo e dello stesso partito conservatore.

Lo stesso Cummings, pur confermando la propria condotta, ha dichiarato di non aver in alcun momento pensato di dimettersi. Douglas Ross, politico conservatore e sottosegretario di Stato in Parlamento per gli affari scozzesi, proprio a causa di tali fatti ha ritenuto di doversi dimettere. La piattaforma britannica di analisi di dati YouGov ha fatto notare che la difesa da parte di Johnson del consigliere stia influenzando negativamente la popolarità nei sondaggi dello stesso leader conservatore, in un momento storico molto complicato per l’Inghilterra, che dovrà a breve fronteggiare gli effetti combinati della Brexit e della pandemia sull’economia nazionale.

Mentre l’Inghilterra conta il più alto numero di morti in Europa (il terzo paese con più decessi dietro a Stati Uniti e Brasile), Cummings ha violato il lockdown contribuendo alla diffusione del virus in giro per il paese. Mentre l’Inghilterra dovrà affrontare gli effetti collaterali del lockdown, Dominic Cummings non si interessava delle conseguenze che i suoi spostamenti avrebbero potuto causare sulle persone in contatto con lui. Mentre il governo mandava messaggi e lettere inducendo le persone a rimanere a casa, Cummings si recava a Durham e tornava a Londra più volte senza alcuno scrupolo.

Questi eventi, combinati con le dichiarazioni di Johnson in difesa di Cummings, sono dei messaggi molto pericolosi per il paese: c’è chi si sentirà legittimato a violare le regole e sottovaluterà le gravi conseguenze della violazione della quarantena obbligatoria in presenza di sintomi.

Questo scandalo può essere riassunto parafrasando un famoso passaggio della Fattoria degli Animali di George Orwell: “La legge è uguale per tutti, ma i membri del governo conservatore britannico sono più uguali degli altri”. Un nuovo motto da consigliare per la prossima campagna elettorale del Conservative party a guida Johnson.

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Il coronavirus ha mostrato le falle della giustizia: a Roma e Madrid serve un po’ di buona volontà

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 22 min ago

“Denegata Giustizia” o “Giustizia sospesa”, due formule che esprimono lo stato dei tribunali in Italia. La consuetudine dei tempi normali è spesso contrassegnata dalla negazione della funzione – talvolta anche il ritardo nella risposta giudiziaria produce effetti nefasti -, con perniciose conseguenze per i cittadini, per l’economia nazionale e per le casse dello Stato chiamato a pagare ogni anno centinaia di milioni per gli indennizzi da equa riparazione.

Oggi, in giorni dominati dall’emergenza sanitaria, è “sospensione” il sostantivo più in voga per fotografare lo stato dell’arte. Lo usano gli avvocati per protestare all’ingresso dei tribunali con striscioni, flash mob, costituzione di comitati, vecchi codici di procedura cestinati come segnale di sdegno per una paralisi che mantiene bloccata da mesi la macchina della giustizia. Rarissime le udienze “da remoto”, molto enfatizzate nei primi decreti dell’esecutivo, lunghissimi i rinvii, impossibilità di accesso alle cancellerie, difficile dialogo con gli uffici attraverso gli strumenti telematici.

Tutto lascia presagire che i prossimi rapporti del Consiglio d’Europa sull’efficienza e sulla qualità dei sistemi giudiziari europei disegnino un quadro ancora più impietoso dell’Italia. Con i tempi della giustizia civile che segneranno ulteriormente il passo rispetto ai dati riportati nell’ultimo dossier – risalente al 2018 – dell’organizzazione internazionale, otto anni di media per chiudere i tre gradi di giudizio a fronte dei due anni dei paesi europei. Desolatamente penultimi nelle classifiche dei paesi dell’Unione europea, solo la Grecia è più indietro di noi.

Non vanno meglio le cose in Spagna, dove il Covid 19 ha provocato el parón, la stasi del sistema giustizia iberico. Dalla sospensione dei termini processuali – necessaria in una fase di grave crisi epidemiologica – si è passati all’assoluta incertezza sui tempi di ripresa delle attività: è come se la pandemia avesse messo a nudo le contraddizioni di un sistema che presenta falle vistose, con il lavoro agile poco praticato, il miraggio delle udienze “da remoto” e una informatizzazione ancora non adeguata ai tempi.

E poi strutture non all’altezza: il centralissimo tribunale del lavoro di Madrid è ubicato in spazi angusti, la mancata ventilazione, la carenza di appropriati ascensori e la scarsità delle aule hanno spinto i vertici degli uffici alla riduzione degli accessi, passati dai 3500 giornalieri di media agli attuali 680. Altri uffici giudiziari hanno di fatto sospeso ogni attività fino al prossimo 31 luglio, una disorganizzazione che è denunciata dalla classe forense e dalle stesse associazioni di magistrati.

In un documento congiunto dello scorso 7 maggio, le principali organizzazioni di giudici e inquirenti (tra le altre le influenti Asociación profesional de la Magistratura – Apm – e la Asociación Jueces por la Democracia), hanno manifestato il proprio malessere per lo scarso ascolto del ministro della Giustizia, Juán Carlos Campo (un ex giudice), nell’adozione delle misure straordinarie. I giudici denunciano il mancato potenziamento degli strumenti tecnologici, la carenza di un quadro normativo chiaro per la tutela delle garanzie processuali nell’ambito di un giudizio telematico, con una riforma in materia appena accennata in un intervento legislativo del 2011 rimasta solo sulla carta.

Sembra che l’emergenza abbia abbattuto il muro che separava il sistema spagnolo, normalmente virtuoso con una durata media dei processi civili in primo grado di 282 giorni, da quello italiano, affetto da disfunzioni croniche che ne appesantiscono i tempi, tanto da portare a 514 i giorni necessari per vedere definita una causa dal primo giudice.

Non è però questo il tempo per rimorsi o rimpianti, è piuttosto l’occasione per i due paesi di dotarsi di misure dirette a migliorare la qualità dei rispettivi sistemi: con più estesa abilitazione del personale amministrativo ai registri informatici, col potenziamento dei front office telematici per la ricezione delle richieste dell’utenza, con l’utilizzo di firma digitale da parte dei funzionari addetti al rilascio, da remoto, di copie e certificazioni. E magari con termini processuali perentori, anche per i magistrati.

Serve un po’ di buona volontà. A Madrid come a Roma.

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George Floyd, il razzismo negli Usa esiste ed è violento. Ora è il momento della solidarietà

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 23 min ago

Jean-Paul Sartre ha fornito una delle definizioni più precise e vigorose del razzismo moderno, come ebbe a riconoscere perfino Pierre Bourdieu, nonostante la distanza teorica tra i due. Vale la pena ricordare questa definizione ora che i commenti sulle rivolte antirazziste negli Stati Uniti stanno generando una densa cortina di fumo, impedendo anche la vista degli osservatori più attenti.

Se nel senso comune, nei media e in diverse riflessioni teoriche il razzismo è solitamente concepito come ideologia (seppur al servizio di un determinato sistema socio-economico), per Sartre, invece, è altra cosa. Egli si è sempre rifiutato di collocare il razzismo contemporaneo nel grande alveo delle ideologie, poiché per lui – che senza paura si poneva alla testa dei cortei antirazzisti – il razzismo non può essere separato dalla pratica, in quanto “non è un risveglio contemplativo dei significati incisi nelle cose; è in sé una violenza che si dà la propria giustificazione: una violenza che si presenta come violenza indotta, contro-violenza e legittima difesa”.

Se si accetta la definizione sartriana, ogni forma di razzismo va pensata come “razzismo-operazione” e, di conseguenza, finiscono per perdere senso tutte le categorizzazioni dei vari tipi di razzismo individuati da alcune scuole teoriche – “culturale”, “biologico”, “sociale” – essendo queste, nella loro essenza, manifestazioni (graduate) della violenza. Ciò che subiscono dunque le vittime del razzismo (individui o gruppi sociali) è sempre violenza, anche quando questa appare nella mera forma simbolica.

Se è facile collocare l’uccisione di George Floyd dentro la definizione di Sartre, dato che la violenza esercitata contro di lui dalla polizia di Minneapolis è palese, non risulta altrettanto facile e immediato qualificare come violenza il fatto che la popolazione nera sia sostanzialmente esclusa dai diritti, dal welfare, dal servizio sanitario, dal sistema di istruzione, dalle abitazioni dignitose, da certi tipi di lavoro, etc.

A determinare questa situazione non è il “razzismo-ideologia”, ma il “razzismo-operazione”, di cui parla Sartre, perché la collocazione dei neri nei gradini più bassi della gerarchia sociale è una realtà, un fatto sociale evidente, realizzata con azioni concrete e sistemiche. Non è l’esito infausto di una mera dottrina. Questa, semmai, arriva dopo, per circondare o “illuminare” la praxis.

Da questo angolo di osservazione non appare difficile comprendere come le odierne proteste dei neri negli Stati Uniti siano una reazione (anche violenta) alla violenza generalizzata e multilevel che questi subiscono da secoli, sin dai tempi in cui i loro avi furono catturati e venduti come schiavi dagli schiavisti bianchi. E non si può pretendere, non senza apparire ridicoli almeno, di imporre alle vittime le modalità di reazione alla violenza, che – appare utile qui rammentare ai sostenitori della legalità a tutti i costi – è, tra le altre cose, anche illegale.

Sì, perché la violenza quotidiana che i neri subiscono in ogni ambito della loro vita è illegale, dal momento che non esistono tribunali, leggi o articoli che garantiscano alla polizia la licenza d’uccidere, di picchiare e di insultare i neri oppure che considerino legittima la loro discriminazione sociale ed economica. Eppure è esattamente ciò che accade, ogni giorno.

L’attuale momento storico, caratterizzato da grandi crisi sanitarie ed economiche, ha reso più che mai evidenti le disuguaglianze e gerarchie sociali, mostrando in bassorilievo anche la violenza (razzista) che le tiene in piedi. È esattamente questo che spinge ora negli Stati Uniti diversi segmenti sociali, compresi quelli composti da bianchi, a riconoscere nella protesta del movimento #blacklivesmatter qualcosa che rappresenta anche le loro istanze.

Non è un caso, infatti, che in questi giorni molti sindacati statunitensi abbiano espresso solidarietà incondizionata al movimento #blacklivesmatter. Così, il sindacato che rappresenta i lavoratori di alberghi, ristoranti e aeroporti della città di Minneapolis, Unite Here Local 17, ha manifestato pubblicamente la propria solidarietà al movimento. Hanno fatto altrettanto gli infermieri di Nnu (National Nurses United), i metalmeccanici di United Steel Workers (Usw), così come gli assistenti di volo di Association Flight Attendants (Afa-Cwa), rivendicando giustizia per l’uccisione di George Floyd.

In un recente comunicato, gli autisti del sindacato Atu 1005 (Minneapolis Amalgamated Transit Union) hanno espresso il bisogno di un nuovo movimento per i diritti civili, in grado di coniugare le lotte dei neri con quelle dei lavoratori: “La brutalità della polizia è inaccettabile! Questo sistema ha abbandonato tutti noi lavoratori, come dimostra la crisi economica e il Coronavirus che stiamo affrontando. Ma questo sistema ha soprattutto abbandonato la gente di colore, i neri americani e la gioventù nera. Abbiamo più che mai bisogno di un nuovo movimento per i diritti civili. Un movimento che sappia unirsi a quello dei lavoratori e che sia indipendente dalle imprese e dai partiti politici…”.

pic.twitter.com/ppJDnjED5m

— ATU Local 1005 (@ATULocal1005) May 28, 2020

Dai comunicati si è velocemente passati agli atti concreti di solidarietà: gli autisti (di ogni colore) degli autobus di Minneapolis e di New York si sono ripetutamente rifiutati di collaborare con la polizia, quando questa li ha chiamati per portare in carcere gli arrestati nelle manifestazioni.

Di fronte a uno scenario così complesso ed esplosivo, fanno riflettere alcuni commenti o titoli di giornali, anche italiani, che si affrettano a spiegarci le odierne rivolte negli Stati Uniti con la presenza delle gang mafiose e dei black bloc (rieccoli!) o, addirittura, con la discesa in campo (a fianco dei neri?) dei suprematisti bianchi. Rifiutare di riconoscere o di rappresentare la violenza strutturale del razzismo oggi non salverà però i razzisti dall’onda d’urto del movimento #blacklivesmatter.

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2 giugno, i sovranisti in piazza oggi piegano la festa ai propri interessi. Ma sbagliano data

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 23 min ago

Che c’entrano le destre sovraniste con la solennità laica e repubblicana del 2 giugno? Da un lato gli eredi della tradizione post-missina di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che hanno ripudiato la fu svolta liberale e moderata di Gianfranco Fini a Fiuggi. Dall’altro il finto nazionalismo opportunista del leghista Matteo Salvini, che appena sette anni fa, nel 2013, strafottente rivendicava: “Il 2 giugno non c’è un cazzo da festeggiare”. Testuale.

Per non dimenticare la lunga campagna di Umberto Bossi contro il tricolore, il cui uso raccomandato non andava oltre quello di sostituire la carta igienica. Entrambi, poi, Meloni e Salvini, forse repubblicani ma certamente non antifascisti, vista la loro atavica allergia a un’altra festa laica della Repubblica, quella del 25 aprile.

Ecco perché la repentina riscoperta sovranista del 2 giugno non è solo sgrammaticata – la gaffe di voler deporre una corona all’Altare della Patria – e mero pretesto occasionale per dare addosso a Conte e alla sua maggioranza, ma è per certi versi decisamente anti-storica. Nel senso che non rispecchia l’approccio delle attuali destre sovraniste alla storia della repubblica.

Basta porre in epigrafe a questo ragionamento il famoso e sofferto discorso di Alcide De Gasperi alla conferenza di pace di Parigi, il 10 agosto del 1946: “Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico che mi fa ritenere un imputato”. A distanza di 74 anni da allora, quanto spirito degasperiano, diciamo così, c’è nella volontà pugnace di Meloni di festeggiare il 2 giugno, data simbolo che spezza in maniera irrimediabile la continuità storica della prima metà del Novecento italiano?

C’è da aggiungere che il centrodestra sarà nella sua veste completa quanto a rappresentanti anti-governativi in piazza. Non mancherà, cioè, Forza Italia che pur vantandosi da sempre della sua matrice liberale, non ha mai dimenticato di ammiccare nel corso di questi lustri, da Berlusconi e Dell’Utri fino a Tajani, al regime fascista di Benito Mussolini. Questione di pancia, cioè di accarezzare quella parte di elettori nostalgici che prima allignava finanche nel corpaccione democristiano. Ecco una miscellanea d’antan. Berlusconi: “Mussolini fece anche cose buone, non era proprio un dittatore, non ammazzò nessuno. Il regime non era così feroce”. Dell’Utri: “Mussolini era un uomo straordinario e di grande cultura, alla Montanelli. Non fu un dittatore spietato alla Stalin”. Tajani, infine: “Fino a quando non ha seguito Hitler, ha fatto cose positive come realizzare le infrastrutture e fare le bonifiche.

Ovviamente c’è Salvini, poi. L’adesione del leader leghista appare prevalentemente tattica, oltre che anti-storica per i motivi accennati all’inizio. L’immane tragedia del Coronavirus ha segnato un’inarrestabile discesa nei sondaggi della Lega e il Capitano non vuole lasciare all’arrembante Meloni, ormai in ampia doppia cifra, il monopolio della protesta.

Diciamo pure che Salvini non ha ancora compreso come poter recuperare consensi, nel frattempo tenta di andare a rimorchio della Giovanna d’Arco made in Garbatella che ambisce sempre più a un ruolo di prima fila. Da notare che entrambi, con le piazze di domani, mettono un’ipoteca sulla presunta rabbia sociale che da molti è prevista in autunno. Una scommessa decisamente anti-patriottica e che va contro lo spirito unitario al centro dei recenti discorsi del capo dello Stato Sergio Mattarella.

Al contrario le destre sovraniste, con la piccola aggiunta simil-liberale di Forza Italia, piegano questa festa ai loro interessi di parte. In pratica si ritorce contro di loro l’accusa che gli stessi Meloni e Salvini fanno alla sinistra in occasione dell’anniversario della Liberazione. Il paradosso è che mancano anche alcuni tratti polemici tipici del ventennio breve della Seconda Repubblica, dalla teoria della fatidica memoria condivisa all’uso militante della storia.

Qui siamo solo dinnanzi a una strumentale iniziativa contingente di due leader che non sentono neanche il bisogno di nascondersi dietro un preambolo repubblicano. Il loro intento esclusivo è quello di denunciare “il disastro giallorosso di Conte”. Hanno però sbagliato data, in maniera penosa.

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Coronavirus, a Milano i tamponi sono (ancora) un miraggio. La Regione a Sono le Venti (Nove): “Non sappiamo quanto ci voglia, forse 15 giorni”

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 23 min ago

Nonostante l’emergenza sanitaria sia conclusa e sia ormai prossima la fase 3, a Milano farsi fare il tampone è ancora un miraggio. La redazione di Sono le Venti – il programma condotto da Peter Gomez in onda sul Nove dal lunedì al venerdì dalle 19.53 – ha raccolto le segnalazioni di cittadini che non riescono a ottenerlo e, soprattutto, ha chiamato il numero verde della Regione Lombardia. La risposta è stata: “Non sappiamo quanto ci voglia, forse uno, due, dieci o quindici giorni. Non sappiamo cosa stia facendo l’Ats”.

SONO LE VENTI, il nuovo programma di Peter Gomez, è prodotto da Loft Produzioni per Discovery Italia e sarà disponibile anche su Dplay (sul sito www.it.dplay.com – o scarica l’app su App Store o Google Play) e su sito www.iloft.it e app di Loft. Nove è visibile al canale 9 del Digitale Terrestre, su Sky Canale 149 e Tivùsat Canale 9.

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Arrivati i primi richiedenti asilo a Loreo, monta la protesta dei residenti in zona

Il Gazzettino.it - 8 ur 24 min ago
LOREO - Alcuni dei 50 richiedenti asilo destinati al residence Piccola Venezia sono giunti a destinazione nella tarda mattinata di ieri e nei prossimi giorni saranno raggiunti dalle altre...
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Codogno (da dove iniziò tutto) in festa aspetta Mattarella: «La fine di un incubo»

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Finalmente Codogno è in festa. Dopo tre mesi di «incubo» - come il sindaco Francesco Passerini ha definito l'emergenza coronavirus -, ora si prepara ad accogliere il presidente...
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2 giugno 2020, Mattarella all'Altare della Patria, sventola enorme tricolore: la diretta

Ilmessaggero.it - 8 ur 25 min ago
Un enorme tricolore sventola su Piazza Venezia. Via alla cerimonia all'Altare della Patria durante la quale, in occasione della Festa della Repubblica, il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha...
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Piscine, il leader italiano Sport Management non riapre gli impianti

Corriere.it - 8 ur 29 min ago

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Il caso della Sport Management: restano chiusi 45 centri fino a data da destinarsi. Ogni anno 10 milioni di passaggi in quelle piscine. Le trattative con i Comuni sui canoni di locazione

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Vino: 2019 annata record. E ora? Così le più grandi cantine possono crescere (anche dopo il virus)

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Le aziende vinicole italiane che fatturano più di cento milioni di euro archiviano un 2019 molto positivo: insieme valgono 3,8 miliardi. Sul podio Cantine Riunite, Caviro e Antinori

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Sono le Venti (Nove), dall’intervista a Tridico (Inps) ai tamponi introvabili a Milano: rivedi la puntata del programma di Peter Gomez

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 36 min ago

Rivedi l’ultima puntata di Sono le Venti, la nuova trasmissione di informazione condotta da Peter Gomez sul Nove.

SONO LE VENTI, il nuovo programma di Peter Gomez, è prodotto da Loft Produzioni per Discovery Italia e sarà disponibile anche su Dplay (sul sito www.it.dplay.com – o scarica l’app su App Store o Google Play) e su sito www.iloft.it e app di Loft. Nove è visibile al canale 9 del Digitale Terrestre, su Sky Canale 149 e Tivùsat Canale 9.

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A Cuorgnè la festa del 2 giugno è dalle finestre del municipio

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CUORGNE’. A Cuorgnè festa del 2 giugno... dalle finestre del municipio. In ottemperanza alle disposizioni anti covid, la Filarmonica dei Concordi di Cuorgnè in accordo con l’Ammi ... [Continua a leggere sul sito.]

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“San Giovanni al Cubo”: la festa patronale sarà in streaming e coinvolgerà tre città in contemporanea

La Stampa - 8 ur 38 min ago

TORINO. Uno spettacolo in streaming assieme a Firenze e Genova, città con lo stesso patrono di Torino: San Giovanni Battista. Il nome, provvisorio, per la festa patronale del 24 gi ... [Continua a leggere sul sito.]

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Maturità 2020: noi maturandi e la paura che il maxi colloquio sia un esame di serie B

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I risultati dello studio su quasi 300 giovani promosso dalla Be Media Lattanzio Gimme Like: il timore che le Università non considerino i voti di questo esame

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Più soldi all’università. Ma il CUN: «Abbiamo le mani legate. Non possiamo spenderli»

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Il Parlamento universitario apprezza gli stanziamenti nel Decreto rilancio ma chiede al governo Conte 2 di sbloccare i vincoli finanziari imposti dalla penultima legge di Bilancio licenziata dal Conte 1

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Scuole, in Campania test a docenti e collaboratori: «Si parte a giugno»

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In vista della maturità, il governatore annuncia già 10 mila test e tamponi per svolgere in sicurezza gli esami. Ma può farlo?

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2 giugno, le Frecce Tricolori sorvolano il cielo di Roma: il passaggio sopra l’Altare della Patria

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 42 min ago

Le Frecce Tricolori hanno sorvolato Roma per cerimonia all’Altare della Patriacon il presidente della Repubblica per le celebrazioni del 2 giugno. Si chiude oggi, con il tricolore sul cielo della Capitale, il ‘Giro il Giro d’Italia delle Frecce Tricolori’, organizzato nell’ambito delle celebrazioni per la Festa della Repubblica anche in considerazione del fatto che, a causa dell’emergenza coronavirus, non si è svolta la tradizionale parata ai Fori Imperiali.

Durante un tour di 5 giorni la Pattuglia Acrobatica Nazionale ha sorvolato 21 città per stendere il tricolore più lungo del mondo in segno di unità, solidarietà e ripresa. Sono stati sorvolati tutti i capoluoghi di regione e, inoltre, Codogno, prima zona rossa dell’emergenza sanitaria che ha colpito il Paese, e Loreto, dove ha sede l’omonimo santuario della Madonna protettrice dell’Arma Azzurra.

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L'ultimo guarito di Vo'. «Positivo per 74 giorni Mascherina? Io la tengo»

Il Gazzettino.it - 8 ur 44 min ago
Ormai da un mese il doppio bollettino quotidiano di Azienda Zero riporta un solo caso di perdurante positività a Vo', la località-simbolo dell'emergenza Coronavirus a Nordest,...
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