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Terremoto vicino Firenze, 5 scosse nella notte: la più forte di magnitudo 2.3

Ilmessaggero.it - 8 ur 33 min ago
Lievi scosse di terremoto sono state registrate dall'Ingv, nella notte, in provincia di Firenze. La prima, delle ore 2.45, ha avuto una magnitudo 2.1 e i comuni più vicini...
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Coronavirus, l’Austria riapre all’Italia da metà giugno “se i contagi lo permetteranno”. L’Ue: “Valga il principio di non discriminazione”

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 35 min ago

“Se l’andamento epidemiologico lo consentirà”, da metà giugno l’Austria riaprirà il confine con l’Italia. Ma nel caso in cui la curva non lo consentisse, Vienna valuterà la ripresa degli spostamenti con le Regioni italiane che possono dimostrare dati positivi. Nei giorni scorsi l’Austria aveva annunciato per il 15 giugno l’apertura definitiva dei confini con Germania, Liechtenstein e Svizzera. La scorsa settimana aveva poi prospettato un’apertura anche verso altri Stati limitrofi per consentire agli austriaci il rientro senza i 14 giorni di quarantena. “La situazione in Italia è quella più difficile. Cerchiamo comunque a breve una soluzione”, aveva detto il cancelliere Sebastian Kurz e solo il 28 maggio il ministro della Salute aveva frenato, definendo l’Italia “ancora un focolaio”. Intanto la Commissione europea ha presentato le linee guida agli Stati sulla riapertura delle frontiere. Proprio rispondendo a una domanda sul confine tra Italia e Austria, un portavoce dell’Esecutivo Ue spiega ai giornalisti che nelle “intense discussioni con tutti i Paesi” la Commissione “ha insistito sul principio di non discriminazione, nel senso che se uno Stato apre le sue frontiere ad una regione, deve fare altrettanto con le altre regioni che hanno la stessa situazione epidemiologica”.

La scelta di temporeggiare sull’apertura con l’Italia è stata fatta anche dalla Svizzera, che riteneva prematura una riapertura il 3 giugno e i viaggi, se pure possibili ai cittadini svizzeri, erano vivamente sconsigliati. La decisione sulle date però è fluida e dipende dall’andamento dell’epidemia nei vari Paesi. La Grecia, ad esempio, in un primo momento aveva deciso di far entrare in territorio nazionale dal 15 giugno tutti i turisti provenienti da 29 Paesi, tra cui Australia, Danimarca, Giappone, Nuova Zelanda, Norvegia, Corea del Sud. Poi ha aperto anche all’Italia, ma con regole precisa dal 15 al 30 giugno per chi proviene da Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto. Per loro scatta comunque la quarantena in albergo dopo il tampone: 7 giorni per i negativi, 14 per chi è positivo. Dal 1 luglio invece tutti gli aeroporti greci apriranno ai voli internazionali, con test casuali per i passeggeri all’arrivo.

La commissaria europea agli Affari interni, Ylva Johannson intanto invita ad adottare “prudenza e coordinamento” in tutti gli Stati: “Abbiamo una settimana importante di fronte per ulteriori aperture con gli Stati membri – scrive su Twitter – La più stretta disciplina è necessaria quando una folla raggiunge l’uscita. La Commissione Ue può continuare ad essere un buon amministratore, ma occorre che tutti camminino e non corrano”.

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"L'attimo fuggente", 31 anni dopo. Ecco che fine hanno fatto i protagonisti

Corriere.it - 8 ur 37 min ago

Il 2 giugno del 1989 arriva nei cinema Usa il film di Peter Weir con uno straordinario Robin Williams. Scene cult e trionfo al botteghino

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Coronavirus, arriva fino a Taranto l’inchiesta della Procura di Roma sulle mascherine fantasma pagate e mai arrivate

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 39 min ago

Cinque intermediari, quattro città e almeno 11 milioni di euro da recuperare. Dopo Roma, Lugano e Londra, ora sbarca anche a Taranto l’inchiesta della Procura di Roma sulle mascherine fantasma nel Lazio, oltre 7,5 milioni di dispositivi Ffp2 e Ffp3 acquistati a marzo dall’Agenzia regionale della Protezione civile per 35,8 milioni di euro e mai arrivati a destinazione.

Nella città portuale pugliese, l’ennesimo anello di una catena lunghissima di società riconducibili alla commessa. Si tratta della Internazionale Biolife srl, altra azienda – come tante in questa vicenda – con appena 10.000 euro di capitale sociale, specializzata in prodotti omeopatici. La Biolife ha attirato su di sé i riflettori della guardia di finanza e dei pm tarantini, che stanno collaborando con i magistrati romani, risultando uno degli intermediari pur essendo, allo stesso tempo, un fornitore diretto della Regione Lazio in un altro contratto di approvvigionamento dei dpi.

Tutto ciò mentre il 31 maggio è scaduto il piano di rientro attraverso il quale la romana Ecotech srl, destinataria diretta della commessa regionale, avrebbe dovuto restituire l’anticipo di quasi 14 milioni ricevuto fra il 17 e il 20 marzo. Ma la Regione Lazio – che risulta “parte lesa” – fin qui ha visto tornare indietro solo 1 milione e 746mila euro, avviando il 21 maggio l’iter per il decreto ingiuntivo.

“Follow the money”: la filiera infinita degli intermediari – La vicenda è complessa. A quanto ricostruito fin qui dagli atti in possesso del Gico della Gdf di Roma e dai pm Elena Neri e Paolo Ielo, la Regione Lazio fra il 16 e il 20 marzo ha assegnato tre commesse alla Ecotech che, forte della presenza di un socio minoritario operativo in Cina, Pan Hongyi, riteneva di poter consegnare i pochi giorni la maxi-fornitura. Quando le cose si sono messe male e Pan si è tirato indietro, il 27 marzo la piccola società di Frascati, per non perdere la commessa, si è rivolta a due diverse aziende: la Exor Sa, con sede a Lugano ma diretta dal milanese Paolo Balossi, e la Giosar Ltd, con sede a Londra ma guidata dall’italiana Stefania Cazzaro.

Quello che è emerso solo nei giorni scorsi, però, è che intorno al 3 aprile la Exor a sua volta ha contattato un’alta società italiana, la Internazionale Biolife, appunto, per reperire i dispositivi dalla Cina. È per questo motivo che ora si indaga anche a Taranto. Nei giorni scorsi la società svizzera ha denunciato quella pugliese e i magistrati locali hanno allertato subito i colleghi romani. Questo dopo che a Lugano le autorità ticinesi avevano sentito i vertici della Exor, raccogliendo le deposizioni sulle inadempienze del loro fornitore. In mezzo, c’è una certificazione Sgs non valida presentata l’8 aprile alla Regione Lazio, che tutti i protagonisti disconoscono e che avrebbe dovuto provare l’esistenza del carico di mascherine: grazie a questo documento, la Ecotech ha ottenuto la novazione del contratto, inizialmente revocato dalla Protezione civile.

Il mistero del prezzo e il cerino in mano al fornitore – Quello che stupisce è che Internazionale Biolife era già un fornitore diretto della Regione Lazio. La società guidata da Giacomo De Bellis e Antonio Formaro aveva in essere due contratti con la Protezione civile locale: uno da 17 milioni di euro per 1 milione di camici e 1 milione di tute stipulato il primo aprile; e soprattutto, uno da 13 milioni di euro per 3 milioni di mascherine Ffp2 e 3 milioni di chirurgiche stipulato il 27 marzo, lo stesso giorno in cui Ecotech si rivolgeva a Exor per “riparare” alle proprie difficoltà. Ma allora perché non rivolgersi direttamente a Biolife? “Ce lo chiediamo anche noi”, fanno sapere dalla società tarantina, contattata da Ilfattoquotidiano.it, che si dice “a disposizione dei magistrati per chiarire tutto” e afferma che “abbiamo saputo intorno al 20 aprile che i nostri dispositivi erano diretti alla Regione Lazio”.

Anche perché la presenza di 3 intermediari ha fatto lievitare inevitabilmente il prezzo. Di quanto? I finanzieri sono al lavoro. Il contratto fra Ecotech e la Regione Lazio parla di un costo di 3,60 euro a mascherina Ffp2; le stesse sarebbero state cedute da Exor a Ecotech a 2,50 euro “escluse spese di trasporto e commissioni”, mentre Biolife avrebbe venduto a Exor le stesse mascherine ad appena 0,40 euro l’una (8,50 euro per scatola da 20). Si tratta, va precisato, di dichiarazioni e documenti frammentari sui quali sta lavorando la Guardia di Finanza.

L’anticipo mai restituito. E i dpi finiscono sul mercato – Fatto sta che alla Regione Lazio manca la restituzione di 3.530.000 euro che la Ecotech pretende da Exor che a sua volta pretende alla Internazionale Biolife; di 4.740.000 euro che la Ecotech ha chiesto indietro alla Giosar; e di altri 3.504.000 euro “frutto della vendita di dispositivi di protezione individuali” sul mercato libero, come affermato in una nota del 12 maggio della Regione Lazio. È anche su questo aspetto che si concentrano le attenzioni dei magistrati romani. Alcune segnalazioni giunte a Piazzale Clodio parlano di dispositivi “simili a quelli ordinati dalla Protezione civile regionale”, forniti “da una delle società interessate”, giunti in alcune farmacie della Capitale a prezzi superiori da quelli descritti nelle determine. Se fosse confermato, qualcuno avrebbe acquistato le mascherine grazie all’anticipo pagato dalla Regione Lazio e ora le starebbe vendendo a prezzi superiori, per di più con un margine di guadagno cospicuo.

A Repubblica, nei giorni scorsi, l’ufficio stampa regionale ha annunciato che “il 21 maggio è stato avviato l’iter per un decreto ingiuntivo nei confronti di Ecotech e a cascata verso i suoi fornitori”. A Ilfattoquotidiano.it parla l’avvocato civilista della società romana, Giorgio Quadri: “Giosar Ltd ci ha scritto diverse volte affermando che ci avrebbe pagato. Noi abbiamo depositato tutto ai pm. Restiamo fiduciosi, anche se fin qui da loro non abbiamo visto un euro”. Diverso il discorso relativo a Exor: “Siamo in continuo contatto – dice Quadri – Ci hanno pagato 1 milione di euro subito, quello che resta lo attendevamo entro il 22 maggio ma sappiamo che si stanno rivalendo sul loro fornitore. Sabato scorso abbiamo ricevuto comunicazione che i soldi erano stati caricati sul loro conto corrente, dunque ci aspettiamo in settimana almeno la conclusione del contenzioso con loro”. Internazionale Biolife, invece, ribadisce: “Restituiremo i soldi, non abbiamo nulla da nascondere”.

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Centrodestra in piazza, il corteo di Salvini e Meloni tra assembramenti e selfie è senza regole. E dalla folla insulti a Conte: “Dimissioni”

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 40 min ago

Dovevano essere due manifestazioni separate quelle del centrodestra e quella di no vax, estremisti di destra e gilet arancioni. Stessa piazza a Roma, ma in momenti della giornata diversi. Quella indetta da Salvini, Meloni e Tajani la mattina, l’altra nel pomeriggio. Ma così non è stato. E dunque, mentre il centrodestra partendo da Piazza del Popolo si apprestava a srotolare lo striscione lungo via del Corso, persone appartenenti ad Azione Libera Italia, gruppo nato dalla scissione con Forza Nuova, erano già in piazza a manifestare. Le forze dell’ordine hanno lavorato affinché le due manifestazioni restassero separate. Il corteo di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, che doveva prevedere la presenza limitata a 300 persone, ‘nel rispetto delle norme sul distanziamento’ come promesso dai tre leader, non è stata mantenuta. Gli assembramenti e gli immancabili selfie a cui Salvini non si sottrae lo testimoniano (così come il comportamento di parte della stampa, che non ha rispettato il distanziamento fisico tutt’ora raccomandato dalle autorità sanitarie). Al corteo dei partiti d’opposizione non sono mancati corti d’insulti rivolti al presidente Giuseppe Conte.

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Lavorare in giacca e intimo. Arriva da Helsinki la “fashion smartworking”

Corriere.it - 8 ur 41 min ago

Lavorare in giacca e intimo. Arriva da Helsinki la “fashion smartworking”

Si chiama Telcollection e l’ha lanciata la catena low price Prisma. Risponde alle cambiate esigenze legate al lockdown e parte della filosofia dello kalsarikännit

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Papa Francesco mi ispira fiducia: ormai è diventato il nostro personal coach

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 50 min ago

Mentre ero in cucina, intenta a preparare il pranzo, di là in salotto era accesa la tv. Il Papa stava recitando l’omelia della Messa domenicale e a un certo punto del suo discorso sono stata attratta da quello che diceva e così, pur continuando a tagliuzzare, mescolare, spadellare, ho cominciato ad ascoltare con attenzione le sue parole.

Premetto che non alberga in me nessuno spirito religioso o meglio, considero tale la mia etica e tutto quello che ruota intorno a un continuo upgrade della stessa. Delle religioni in generale, ad esempio, non riesco a capire perché non risparmino gli animali, comunque non è in questo o altri mai sopiti dilemmi che voglio addentrarmi.

Papa Francesco mi ispira fiducia a prescindere. Quando parla in genere lo ascolto e in genere mi piace quello che dice. E insomma, ecco che nell’omelia a un certo punto introduce i tre nemici del nostro donarci: il narcisismo, il vittimismo e il pessimismo.

Il Papa afferma quanto faccia male ripiegarsi su se stessi e sui propri bisogni, rimanendo indifferenti a quelli degli altri, soprattutto in questo momento storico. Allo stesso modo è negativo chi si comporta eternamente da vittima e per ogni situazione si sente incompreso, lamentandosi ogni giorno del prossimo. Infine il pessimismo. Per il pessimista tutto è nero e se la prende con il mondo: lo Stato, la Chiesa, la società, non va bene nulla. In questa situazione, con il dio-specchio, il dio-lamentela e il dio-negatività a far da padroni, non si riesce ad apprezzare il dono della vita, il dono che ciascuno di noi è.

E a questo punto mi blocco pensando a quanto siano importanti e vere queste frasi. Realizzo quindi che introducendo questi concetti il Papa in un attimo… paff!! Si sta trasformando nel nostro personal coach. E’ pazzesco questo Papa. Mi sento improvvisamente serena, mi pervade un senso di fiducia e nello stesso tempo comincio a sorridere divertita dicendo a me stessa: incredibile.

Durante il lockdown, siamo stati tempestati, invasi, inondati su ogni piattaforma digitale possibile, sconosciuta fino ad allora, da webinar di predicatori, più o meno blasonati che, in situazioni di normalità, per questa o quella cifra, si occupano di prendere in mano le redini dei nostri fallimenti insegnandoci la positività e l’ottimismo, rivoltandoci come un calzino per farci diventare dei vincenti e che, in occasione della pandemia, ci hanno donato briciole delle loro tecniche persuasive attraverso qualche video-predica gratuita per attirarci alle loro scuole, prevedendo quanta incertezza, paura, bisogni ci sarebbero stati all’indomani della riapertura.

E invece ecco che abbiamo un personal coach gratuito, un Papa più rivoluzionario di tutti loro messi insieme. Non credo infatti che frequenti corsi di formazione all’americana per allenarsi e allenarci al pensiero positivo eppure, con parole misurate, pacate, pronunciate con voce gentile, instilla in noi principi evidentemente universali e veri a tutte le latitudini, senza ricorrere a manipolazioni, senza volerci fare il lavaggio del cervello, senza chiederci niente in cambio e, cosa più importante, con la finalità soltanto del nostro arricchimento spirituale, non di personali profitti materiali legati all’applicazione degli stessi.

Fiducia nel prossimo, speranza per il futuro e accoglienza verso il mondo, per poter guardare alla vita con un senso di pienezza del proprio essere, solidi e ‘causativi’, per usare un termine tanto vero quanto caro ai nuovi filosofi del vivere, formatori di imprenditori di successo.

Il Papa nel frattempo, siamo sempre in cucina qui da me che lo ascolto, sul finire dell’omelia invoca lo Spirito Santo affinché rinnovi in noi il ricordo del dono ricevuto. E chiude dicendo che peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi.

Teniamoci strette queste parole e ad esse ricorriamo ogni qualvolta ci sentiamo travolti dalle incertezze. Formiamo un bel cordone tendendo la mano gli uni agli altri perché ora di questo c’è proprio bisogno. Ah, scusate, le mani no, siamo ancora in fase distanza di sicurezza.

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Università, per molti il futuro è nell’e-learning ma c’è scetticismo

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 50 min ago

Morte e Resurrezione delle Università è un saggio pubblicato solo 15 mesi fa in italiano e 9 mesi fa in inglese. E spiega parecchie cose che stanno accadendo oggi nel mondo dell’alta formazione, al di là di ogni ragionevole congettura che si poteva fare sei mesi fa. In quel libretto racconto che tre sono i principali fattori di crisi dell’università moderna: la chimera del lavoro, la sfida della tecnologia e la stupidità della burocrazia.

L’università “moderna” è un colosso basato sul modello utilitaristico regolato dalle leggi del mercato. Negli ultimi trent’anni ha sepolto un archetipo più che millenario e rinnovato con successo 200 anni fa. La crisi si manifesterà in modo graduale o catastrofico? Nessuno poteva prevederlo sei mesi fa, nessuno tuttora può prevederlo.

Per le “moderne” università, la pandemia del Covid-19 è un fenomeno catastrofico o soltanto un incidente di percorso? Come insegna la teoria di René Thom, la catastrofe è un punto critico che può condurre a una biforcazione radicale del sistema: tornare indietro, quando anche sia concepibile e possibile, è mostruosamente difficile. E per molti, il punto critico è il massiccio ricorso alla didattica a distanza, con cui parecchi colleghi battezzano, in modo un po’ riduttivo, l’e-learning.

Secondo alcuni studiosi, la pandemia sarà usata come pretesto per la diffusione sempre più pervasiva delle tecnologie digitali, cancellando l’esperienza secolare dell’ascolto, dell’incontro e dello scambio tra docente e studente e tra gli stessi scholarii. E c’è chi, come Giorgio Agamben, è anche “certo che le nostre università sono giunte a tal punto di corruzione e di ignoranza specialistica che non è possibile rimpiangerle e che la forma di vita degli studenti si è conseguentemente altrettanto immiserita”. Invero, il fenomeno dell’e-learning è assai più ampio e radicale.

Due terzi dei rettori di 200 importanti università, interpellati in un sondaggio di THE World University Rankings nel 2018, prevedevano che le università più prestigiose avrebbero offerto lauree online entro il 2030. Solo un quarto di loro pensava, però, che la versione telematica di un corso di studi sarebbe stata più popolare del percorso tradizionale. Nel complesso, l’ampio ventaglio degli intervistati – 45 paesi di 6 continenti – si mostrava generalmente scettico che l’istruzione digitale avrebbe potuto presto soppiantare quella ex visu. E, secondo molti studiosi, incontrare le persone, interagire con i colleghi e con gli studenti – in breve, vivere in un ambiente universitario reale – è la chiave del sapere.

Tra pensiero accademico e azione di governo universitario c’è però un ampio braccio di mare. Da parecchi anni, i Massive Open Online Courses (Mooc) si sono moltiplicati, sia negli atenei americani sia in quelli europei. Chiunque sia collegato a Internet può seguire le lezioni di professori eccellenti, grandi star di ciascuna disciplina, senza doversi spostare da casa.

Lo studente internauta diventerà sempre più il protagonista del mercato dell’alta formazione, un cliente sempre più mobile, giacché l’offerta dei Mooc è ormai vasta e le diverse iniziative, anche quelle nate in ambito puramente accademico, si sono sviluppate come vere e proprie aziende. Coursera, fondata da due docenti di Stanford, è tuttora la più diffusa e offre più di 2.000 corsi a 24 milioni di utenti registrati.

Coursera non è l’unica iniziativa. Ce ne sono altre con profilo simile, come edX, creata dal Massachusetts Institute of Technology e dalla Harvard University. Con attitudini diverse, ci sono anche Iversity e Udemy, mentre la Kahn Academy ha una impostazione meno conformista, poiché si allontana da un approccio mercatistico: condivisione anziché competizione per il sapere.

Restando in ambito formale, tra gli atenei di maggior prestigio internazionale era già in corso una guerra di posizionamento per guadagnare le fette più succose di questo mercato, anche con iniziative settoriali mirate a specifici clienti. La pandemia non fa che accelerare un processo già in atto.

Non sappiamo ancora se la pandemia potrà condurre alla morte l’università “moderna” o, al contrario, consoliderà e concentrerà un potere già quasi assoluto nelle mani delle governance burocratiche. La sfida tecnologica tende a non lasciare spazio al laudator temporis acti: non sempre cambiare equivale a migliorare, ma per migliorare bisogna cambiare.

Sulle conseguenze dell’e-learning avremo modo di riflettere più avanti e non solo sui pericoli fulminati dalle saette di Agamben, con argomenti affatto condivisibili ma lo sguardo al passato. E, forse, non sono tutte negative.

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Uk, nel Paese con più morti da Covid in Europa mancava solo l’irresponsabilità dei suoi politici

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 50 min ago

Dominic Cummings, il principale consigliere del primo ministro e tra i più importanti “strateghi” della Brexit, ha viaggiato per centinaia di chilometri in Gran Bretagna durante il lockdown, pur avendo gravi sintomi riconducibili al coronavirus. Ci sono molti punti interrogativi sui dettagli del viaggio: se ha utilizzato la macchina o il treno, i giorni e l’ora esatta dei tragitti, etc., ma diversi spostamenti con il figlio e la moglie sono stati confermati dallo stesso Cummings e dal governo.

Era il 27 di marzo quando un giornalista della Bbc riprese il consigliere del primo ministro scappare dal n. 10 di Downing Street, dopo che Boris Johnson e Matt Hancock (segretario alla sanità) avevano presentato sintomi di coronavirus. Cummings ha dichiarato che stava correndo per raggiungere a casa la moglie malata. Il consigliere ha infatti detto ai giornalisti che la consorte poteva essere affetta da Covid-19, nonostante presentasse sintomi differenti dalla classica tosse continua e febbre. Quando le condizioni della moglie migliorarono nel pomeriggio, Cummings tornò al n. 10 di Downing Street per continuare a lavorare.

Tra il 27 e il 28 marzo, il consigliere si diresse verso Durham con la moglie e il figlio (località a Nord del paese a circa 260 miglia di distanza da Londra) per raggiungere altri membri della famiglia. Il governo ha dichiarato che Cummings ha iniziato a presentare sintomi dopo il viaggio nel week end tra il 28 e il 29 marzo.

Il 31 marzo e 5 aprile la famiglia è stata vista a Durham, mentre è stato confermato da un’inchiesta del Guardian che il 12 aprile il nucleo familiare del consigliere era in visita al castello di Barnard, a circa 30 miglia di distanza da Durham. Due giorni dopo Cummings è stato fotografato a Londra per strada, mentre il 19 aprile è stato di nuovo visto vicino Durham nelle foreste di Houghall. In fine, il 20 aprile Cummings è stato di nuovo visto per le aree pubbliche della capitale.

Da questi spostamenti si può notare un atteggiamento di totale irresponsabilità di Dominic Cummings nei confronti delle istituzioni e dei cittadini britannici; uno spregio per il rispetto delle regole richieste proprio dal governo per la tutela della salute pubblica. Un modo di fare coerente con l’atteggiamento d’irresponsabile minimizzazione dei rischi della pandemia del suo stesso partito, soprattutto nella prima fase di diffusione.

Boris Johnson ha difeso la condotta del proprio consigliere, nonostante siano state chieste a gran voce le dimissioni di Cummings da gran parte dell’opinione pubblica, dall’opposizione e persino da alcuni membri del governo e dello stesso partito conservatore.

Lo stesso Cummings, pur confermando la propria condotta, ha dichiarato di non aver in alcun momento pensato di dimettersi. Douglas Ross, politico conservatore e sottosegretario di Stato in Parlamento per gli affari scozzesi, proprio a causa di tali fatti ha ritenuto di doversi dimettere. La piattaforma britannica di analisi di dati YouGov ha fatto notare che la difesa da parte di Johnson del consigliere stia influenzando negativamente la popolarità nei sondaggi dello stesso leader conservatore, in un momento storico molto complicato per l’Inghilterra, che dovrà a breve fronteggiare gli effetti combinati della Brexit e della pandemia sull’economia nazionale.

Mentre l’Inghilterra conta il più alto numero di morti in Europa (il terzo paese con più decessi dietro a Stati Uniti e Brasile), Cummings ha violato il lockdown contribuendo alla diffusione del virus in giro per il paese. Mentre l’Inghilterra dovrà affrontare gli effetti collaterali del lockdown, Dominic Cummings non si interessava delle conseguenze che i suoi spostamenti avrebbero potuto causare sulle persone in contatto con lui. Mentre il governo mandava messaggi e lettere inducendo le persone a rimanere a casa, Cummings si recava a Durham e tornava a Londra più volte senza alcuno scrupolo.

Questi eventi, combinati con le dichiarazioni di Johnson in difesa di Cummings, sono dei messaggi molto pericolosi per il paese: c’è chi si sentirà legittimato a violare le regole e sottovaluterà le gravi conseguenze della violazione della quarantena obbligatoria in presenza di sintomi.

Questo scandalo può essere riassunto parafrasando un famoso passaggio della Fattoria degli Animali di George Orwell: “La legge è uguale per tutti, ma i membri del governo conservatore britannico sono più uguali degli altri”. Un nuovo motto da consigliare per la prossima campagna elettorale del Conservative party a guida Johnson.

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Il coronavirus ha mostrato le falle della giustizia: a Roma e Madrid serve un po’ di buona volontà

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 50 min ago

“Denegata Giustizia” o “Giustizia sospesa”, due formule che esprimono lo stato dei tribunali in Italia. La consuetudine dei tempi normali è spesso contrassegnata dalla negazione della funzione – talvolta anche il ritardo nella risposta giudiziaria produce effetti nefasti -, con perniciose conseguenze per i cittadini, per l’economia nazionale e per le casse dello Stato chiamato a pagare ogni anno centinaia di milioni per gli indennizzi da equa riparazione.

Oggi, in giorni dominati dall’emergenza sanitaria, è “sospensione” il sostantivo più in voga per fotografare lo stato dell’arte. Lo usano gli avvocati per protestare all’ingresso dei tribunali con striscioni, flash mob, costituzione di comitati, vecchi codici di procedura cestinati come segnale di sdegno per una paralisi che mantiene bloccata da mesi la macchina della giustizia. Rarissime le udienze “da remoto”, molto enfatizzate nei primi decreti dell’esecutivo, lunghissimi i rinvii, impossibilità di accesso alle cancellerie, difficile dialogo con gli uffici attraverso gli strumenti telematici.

Tutto lascia presagire che i prossimi rapporti del Consiglio d’Europa sull’efficienza e sulla qualità dei sistemi giudiziari europei disegnino un quadro ancora più impietoso dell’Italia. Con i tempi della giustizia civile che segneranno ulteriormente il passo rispetto ai dati riportati nell’ultimo dossier – risalente al 2018 – dell’organizzazione internazionale, otto anni di media per chiudere i tre gradi di giudizio a fronte dei due anni dei paesi europei. Desolatamente penultimi nelle classifiche dei paesi dell’Unione europea, solo la Grecia è più indietro di noi.

Non vanno meglio le cose in Spagna, dove il Covid 19 ha provocato el parón, la stasi del sistema giustizia iberico. Dalla sospensione dei termini processuali – necessaria in una fase di grave crisi epidemiologica – si è passati all’assoluta incertezza sui tempi di ripresa delle attività: è come se la pandemia avesse messo a nudo le contraddizioni di un sistema che presenta falle vistose, con il lavoro agile poco praticato, il miraggio delle udienze “da remoto” e una informatizzazione ancora non adeguata ai tempi.

E poi strutture non all’altezza: il centralissimo tribunale del lavoro di Madrid è ubicato in spazi angusti, la mancata ventilazione, la carenza di appropriati ascensori e la scarsità delle aule hanno spinto i vertici degli uffici alla riduzione degli accessi, passati dai 3500 giornalieri di media agli attuali 680. Altri uffici giudiziari hanno di fatto sospeso ogni attività fino al prossimo 31 luglio, una disorganizzazione che è denunciata dalla classe forense e dalle stesse associazioni di magistrati.

In un documento congiunto dello scorso 7 maggio, le principali organizzazioni di giudici e inquirenti (tra le altre le influenti Asociación profesional de la Magistratura – Apm – e la Asociación Jueces por la Democracia), hanno manifestato il proprio malessere per lo scarso ascolto del ministro della Giustizia, Juán Carlos Campo (un ex giudice), nell’adozione delle misure straordinarie. I giudici denunciano il mancato potenziamento degli strumenti tecnologici, la carenza di un quadro normativo chiaro per la tutela delle garanzie processuali nell’ambito di un giudizio telematico, con una riforma in materia appena accennata in un intervento legislativo del 2011 rimasta solo sulla carta.

Sembra che l’emergenza abbia abbattuto il muro che separava il sistema spagnolo, normalmente virtuoso con una durata media dei processi civili in primo grado di 282 giorni, da quello italiano, affetto da disfunzioni croniche che ne appesantiscono i tempi, tanto da portare a 514 i giorni necessari per vedere definita una causa dal primo giudice.

Non è però questo il tempo per rimorsi o rimpianti, è piuttosto l’occasione per i due paesi di dotarsi di misure dirette a migliorare la qualità dei rispettivi sistemi: con più estesa abilitazione del personale amministrativo ai registri informatici, col potenziamento dei front office telematici per la ricezione delle richieste dell’utenza, con l’utilizzo di firma digitale da parte dei funzionari addetti al rilascio, da remoto, di copie e certificazioni. E magari con termini processuali perentori, anche per i magistrati.

Serve un po’ di buona volontà. A Madrid come a Roma.

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George Floyd, il razzismo negli Usa esiste ed è violento. Ora è il momento della solidarietà

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 51 min ago

Jean-Paul Sartre ha fornito una delle definizioni più precise e vigorose del razzismo moderno, come ebbe a riconoscere perfino Pierre Bourdieu, nonostante la distanza teorica tra i due. Vale la pena ricordare questa definizione ora che i commenti sulle rivolte antirazziste negli Stati Uniti stanno generando una densa cortina di fumo, impedendo anche la vista degli osservatori più attenti.

Se nel senso comune, nei media e in diverse riflessioni teoriche il razzismo è solitamente concepito come ideologia (seppur al servizio di un determinato sistema socio-economico), per Sartre, invece, è altra cosa. Egli si è sempre rifiutato di collocare il razzismo contemporaneo nel grande alveo delle ideologie, poiché per lui – che senza paura si poneva alla testa dei cortei antirazzisti – il razzismo non può essere separato dalla pratica, in quanto “non è un risveglio contemplativo dei significati incisi nelle cose; è in sé una violenza che si dà la propria giustificazione: una violenza che si presenta come violenza indotta, contro-violenza e legittima difesa”.

Se si accetta la definizione sartriana, ogni forma di razzismo va pensata come “razzismo-operazione” e, di conseguenza, finiscono per perdere senso tutte le categorizzazioni dei vari tipi di razzismo individuati da alcune scuole teoriche – “culturale”, “biologico”, “sociale” – essendo queste, nella loro essenza, manifestazioni (graduate) della violenza. Ciò che subiscono dunque le vittime del razzismo (individui o gruppi sociali) è sempre violenza, anche quando questa appare nella mera forma simbolica.

Se è facile collocare l’uccisione di George Floyd dentro la definizione di Sartre, dato che la violenza esercitata contro di lui dalla polizia di Minneapolis è palese, non risulta altrettanto facile e immediato qualificare come violenza il fatto che la popolazione nera sia sostanzialmente esclusa dai diritti, dal welfare, dal servizio sanitario, dal sistema di istruzione, dalle abitazioni dignitose, da certi tipi di lavoro, etc.

A determinare questa situazione non è il “razzismo-ideologia”, ma il “razzismo-operazione”, di cui parla Sartre, perché la collocazione dei neri nei gradini più bassi della gerarchia sociale è una realtà, un fatto sociale evidente, realizzata con azioni concrete e sistemiche. Non è l’esito infausto di una mera dottrina. Questa, semmai, arriva dopo, per circondare o “illuminare” la praxis.

Da questo angolo di osservazione non appare difficile comprendere come le odierne proteste dei neri negli Stati Uniti siano una reazione (anche violenta) alla violenza generalizzata e multilevel che questi subiscono da secoli, sin dai tempi in cui i loro avi furono catturati e venduti come schiavi dagli schiavisti bianchi. E non si può pretendere, non senza apparire ridicoli almeno, di imporre alle vittime le modalità di reazione alla violenza, che – appare utile qui rammentare ai sostenitori della legalità a tutti i costi – è, tra le altre cose, anche illegale.

Sì, perché la violenza quotidiana che i neri subiscono in ogni ambito della loro vita è illegale, dal momento che non esistono tribunali, leggi o articoli che garantiscano alla polizia la licenza d’uccidere, di picchiare e di insultare i neri oppure che considerino legittima la loro discriminazione sociale ed economica. Eppure è esattamente ciò che accade, ogni giorno.

L’attuale momento storico, caratterizzato da grandi crisi sanitarie ed economiche, ha reso più che mai evidenti le disuguaglianze e gerarchie sociali, mostrando in bassorilievo anche la violenza (razzista) che le tiene in piedi. È esattamente questo che spinge ora negli Stati Uniti diversi segmenti sociali, compresi quelli composti da bianchi, a riconoscere nella protesta del movimento #blacklivesmatter qualcosa che rappresenta anche le loro istanze.

Non è un caso, infatti, che in questi giorni molti sindacati statunitensi abbiano espresso solidarietà incondizionata al movimento #blacklivesmatter. Così, il sindacato che rappresenta i lavoratori di alberghi, ristoranti e aeroporti della città di Minneapolis, Unite Here Local 17, ha manifestato pubblicamente la propria solidarietà al movimento. Hanno fatto altrettanto gli infermieri di Nnu (National Nurses United), i metalmeccanici di United Steel Workers (Usw), così come gli assistenti di volo di Association Flight Attendants (Afa-Cwa), rivendicando giustizia per l’uccisione di George Floyd.

In un recente comunicato, gli autisti del sindacato Atu 1005 (Minneapolis Amalgamated Transit Union) hanno espresso il bisogno di un nuovo movimento per i diritti civili, in grado di coniugare le lotte dei neri con quelle dei lavoratori: “La brutalità della polizia è inaccettabile! Questo sistema ha abbandonato tutti noi lavoratori, come dimostra la crisi economica e il Coronavirus che stiamo affrontando. Ma questo sistema ha soprattutto abbandonato la gente di colore, i neri americani e la gioventù nera. Abbiamo più che mai bisogno di un nuovo movimento per i diritti civili. Un movimento che sappia unirsi a quello dei lavoratori e che sia indipendente dalle imprese e dai partiti politici…”.

pic.twitter.com/ppJDnjED5m

— ATU Local 1005 (@ATULocal1005) May 28, 2020

Dai comunicati si è velocemente passati agli atti concreti di solidarietà: gli autisti (di ogni colore) degli autobus di Minneapolis e di New York si sono ripetutamente rifiutati di collaborare con la polizia, quando questa li ha chiamati per portare in carcere gli arrestati nelle manifestazioni.

Di fronte a uno scenario così complesso ed esplosivo, fanno riflettere alcuni commenti o titoli di giornali, anche italiani, che si affrettano a spiegarci le odierne rivolte negli Stati Uniti con la presenza delle gang mafiose e dei black bloc (rieccoli!) o, addirittura, con la discesa in campo (a fianco dei neri?) dei suprematisti bianchi. Rifiutare di riconoscere o di rappresentare la violenza strutturale del razzismo oggi non salverà però i razzisti dall’onda d’urto del movimento #blacklivesmatter.

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2 giugno, i sovranisti in piazza oggi piegano la festa ai propri interessi. Ma sbagliano data

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 51 min ago

Che c’entrano le destre sovraniste con la solennità laica e repubblicana del 2 giugno? Da un lato gli eredi della tradizione post-missina di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che hanno ripudiato la fu svolta liberale e moderata di Gianfranco Fini a Fiuggi. Dall’altro il finto nazionalismo opportunista del leghista Matteo Salvini, che appena sette anni fa, nel 2013, strafottente rivendicava: “Il 2 giugno non c’è un cazzo da festeggiare”. Testuale.

Per non dimenticare la lunga campagna di Umberto Bossi contro il tricolore, il cui uso raccomandato non andava oltre quello di sostituire la carta igienica. Entrambi, poi, Meloni e Salvini, forse repubblicani ma certamente non antifascisti, vista la loro atavica allergia a un’altra festa laica della Repubblica, quella del 25 aprile.

Ecco perché la repentina riscoperta sovranista del 2 giugno non è solo sgrammaticata – la gaffe di voler deporre una corona all’Altare della Patria – e mero pretesto occasionale per dare addosso a Conte e alla sua maggioranza, ma è per certi versi decisamente anti-storica. Nel senso che non rispecchia l’approccio delle attuali destre sovraniste alla storia della repubblica.

Basta porre in epigrafe a questo ragionamento il famoso e sofferto discorso di Alcide De Gasperi alla conferenza di pace di Parigi, il 10 agosto del 1946: “Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico che mi fa ritenere un imputato”. A distanza di 74 anni da allora, quanto spirito degasperiano, diciamo così, c’è nella volontà pugnace di Meloni di festeggiare il 2 giugno, data simbolo che spezza in maniera irrimediabile la continuità storica della prima metà del Novecento italiano?

C’è da aggiungere che il centrodestra sarà nella sua veste completa quanto a rappresentanti anti-governativi in piazza. Non mancherà, cioè, Forza Italia che pur vantandosi da sempre della sua matrice liberale, non ha mai dimenticato di ammiccare nel corso di questi lustri, da Berlusconi e Dell’Utri fino a Tajani, al regime fascista di Benito Mussolini. Questione di pancia, cioè di accarezzare quella parte di elettori nostalgici che prima allignava finanche nel corpaccione democristiano. Ecco una miscellanea d’antan. Berlusconi: “Mussolini fece anche cose buone, non era proprio un dittatore, non ammazzò nessuno. Il regime non era così feroce”. Dell’Utri: “Mussolini era un uomo straordinario e di grande cultura, alla Montanelli. Non fu un dittatore spietato alla Stalin”. Tajani, infine: “Fino a quando non ha seguito Hitler, ha fatto cose positive come realizzare le infrastrutture e fare le bonifiche.

Ovviamente c’è Salvini, poi. L’adesione del leader leghista appare prevalentemente tattica, oltre che anti-storica per i motivi accennati all’inizio. L’immane tragedia del Coronavirus ha segnato un’inarrestabile discesa nei sondaggi della Lega e il Capitano non vuole lasciare all’arrembante Meloni, ormai in ampia doppia cifra, il monopolio della protesta.

Diciamo pure che Salvini non ha ancora compreso come poter recuperare consensi, nel frattempo tenta di andare a rimorchio della Giovanna d’Arco made in Garbatella che ambisce sempre più a un ruolo di prima fila. Da notare che entrambi, con le piazze di domani, mettono un’ipoteca sulla presunta rabbia sociale che da molti è prevista in autunno. Una scommessa decisamente anti-patriottica e che va contro lo spirito unitario al centro dei recenti discorsi del capo dello Stato Sergio Mattarella.

Al contrario le destre sovraniste, con la piccola aggiunta simil-liberale di Forza Italia, piegano questa festa ai loro interessi di parte. In pratica si ritorce contro di loro l’accusa che gli stessi Meloni e Salvini fanno alla sinistra in occasione dell’anniversario della Liberazione. Il paradosso è che mancano anche alcuni tratti polemici tipici del ventennio breve della Seconda Repubblica, dalla teoria della fatidica memoria condivisa all’uso militante della storia.

Qui siamo solo dinnanzi a una strumentale iniziativa contingente di due leader che non sentono neanche il bisogno di nascondersi dietro un preambolo repubblicano. Il loro intento esclusivo è quello di denunciare “il disastro giallorosso di Conte”. Hanno però sbagliato data, in maniera penosa.

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Coronavirus, a Milano i tamponi sono (ancora) un miraggio. La Regione a Sono le Venti (Nove): “Non sappiamo quanto ci voglia, forse 15 giorni”

Il Fatto Quotidiano - 8 ur 51 min ago

Nonostante l’emergenza sanitaria sia conclusa e sia ormai prossima la fase 3, a Milano farsi fare il tampone è ancora un miraggio. La redazione di Sono le Venti – il programma condotto da Peter Gomez in onda sul Nove dal lunedì al venerdì dalle 19.53 – ha raccolto le segnalazioni di cittadini che non riescono a ottenerlo e, soprattutto, ha chiamato il numero verde della Regione Lombardia. La risposta è stata: “Non sappiamo quanto ci voglia, forse uno, due, dieci o quindici giorni. Non sappiamo cosa stia facendo l’Ats”.

SONO LE VENTI, il nuovo programma di Peter Gomez, è prodotto da Loft Produzioni per Discovery Italia e sarà disponibile anche su Dplay (sul sito www.it.dplay.com – o scarica l’app su App Store o Google Play) e su sito www.iloft.it e app di Loft. Nove è visibile al canale 9 del Digitale Terrestre, su Sky Canale 149 e Tivùsat Canale 9.

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Arrivati i primi richiedenti asilo a Loreo, monta la protesta dei residenti in zona

Il Gazzettino.it - 8 ur 53 min ago
LOREO - Alcuni dei 50 richiedenti asilo destinati al residence Piccola Venezia sono giunti a destinazione nella tarda mattinata di ieri e nei prossimi giorni saranno raggiunti dalle altre...
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Codogno (da dove iniziò tutto) in festa aspetta Mattarella: «La fine di un incubo»

Ilmessaggero.it - 8 ur 53 min ago
Finalmente Codogno è in festa. Dopo tre mesi di «incubo» - come il sindaco Francesco Passerini ha definito l'emergenza coronavirus -, ora si prepara ad accogliere il presidente...
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2 giugno 2020, Mattarella all'Altare della Patria, sventola enorme tricolore: la diretta

Ilmessaggero.it - 8 ur 53 min ago
Un enorme tricolore sventola su Piazza Venezia. Via alla cerimonia all'Altare della Patria durante la quale, in occasione della Festa della Repubblica, il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha...
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Piscine, il leader italiano Sport Management non riapre gli impianti

Corriere.it - 8 ur 57 min ago

Piscine, il leader italiano Sport Management non riapre gli impianti

Il caso della Sport Management: restano chiusi 45 centri fino a data da destinarsi. Ogni anno 10 milioni di passaggi in quelle piscine. Le trattative con i Comuni sui canoni di locazione

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Vino: 2019 annata record. E ora? Così le più grandi cantine possono crescere (anche dopo il virus)

Corriere.it - 8 ur 57 min ago

 2019 annata record. E ora? Così le più grandi cantine possono crescere (anche dopo il virus)

Le aziende vinicole italiane che fatturano più di cento milioni di euro archiviano un 2019 molto positivo: insieme valgono 3,8 miliardi. Sul podio Cantine Riunite, Caviro e Antinori

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