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Contro Matteo Renzi la gara delle “spallate”

1 ura 15 min ago

renzi bersani

Giù, sempre più giù. Matteo Renzi va sempre più giù nei sondaggi elettorali. Il Pd perde voti verso sinistra, verso destra e verso l’astensione: adesso è dato dalle ultime rilevazioni sul 24% dei voti, sotto il 25% dell’era Bersani, ben lontano dal 30% di un anno fa. Sommando il 4% dei consensi dei possibili alleati minori (Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin), il centro-sinistra arriverebbe al 28%.

Il M5S, invece, sarebbe nettamente il primo partito italiano con il 27% mentre il centro-destra potrebbe vincere le elezioni politiche del 4 marzo con il 36%. La sinistra di Pietro Grasso, in netta contrapposizione con il segretario democratico, otterrebbe il 6%.

Avversari esterni ed interni, alleati, ex alleati ed ex compagni picchiano duro su Renzi. Il Pd, fino a poco tempo fa il partito egemone del sistema politico italiano, s’indebolisce sempre di più. Lo spartiacque della crisi è stata la disfatta subita da Renzi nel referendum sulla riforma costituzionale, bocciata il 4 dicembre 2016 da quasi il 60% degli italiani.

Da allora sono cominciati i guai: Renzi ha perso la presidenza del Consiglio; ha subito da sinistra la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza; è contestato sia sul piano politico (le scelte “subalterne” al centro-destra di Silvio Berlusconi) sia sul piano personale (la gestione “autocratica” del partito).

L’ex presidente del Consiglio continua a difendere “le riforme strutturali” del suo governo (lavoro, scuola, pubblica amministrazione, fisco) che hanno fatto “ripartire l’Italia”, ma ha perso il magnetismo e la carica innovativa di quattro anni fa. Il segretario del Pd è sotto un fuoco incrociato. Micidiali spallate arrivano dagli ex compagni di partito, ora sostenitori di Liberi e Uguali di Grasso. Massimo D’Alema parla dell’esistenza di «un gruppo di potere» formatosi nel Pd e «il capo è Matteo Renzi». Roberto Speranza nega di nutrire “odio” ma lo accusa di «aver tradito il suo popolo» perché «ha inseguito la destra».

Spallate pericolose partono dai cinquestelle. Luigi Di Maio, il traghettatore del M5S dall’opposizione anti sistema al dialogo con gli imprenditori italiani ed europei, cerca di assestare un colpo mortale distinguendo tra Renzi e il Pd. Il candidato premier cinquestelle avverte: se il M5S non avrà i numeri per governare da solo «la sera del voto faremo un appello. Chi risponderà si siederà con noi per mettere in piedi le priorità di governo». Secondo delle indiscrezioni Di Maio vorrebbe «aprire ai dem senza Renzi» perché il segretario verrebbe fatto fuori dai critici interni dopo l’eventuale sconfitta nelle elezioni politiche del 4 marzo.

Per Renzi sono brutti momenti. È scattata la gara delle “spallate” contro di lui. Oltre agli attacchi di avversari e di ex compagni di partito si vede piovere addosso anche le critiche di Sergio Marchionne, un tempo suo strenuo sostenitore. L’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles lo vede in declino: «Renzi mi è sempre piaciuto come persona. Quello che è successo a Renzi non lo capisco. Quel Renzi che appoggiavo non l’ho visto da un po’ di tempo». Carlo De Benedetti invece, anche se tra molti dubbi, non volta le spalle a Renzi. L’ex dominus dell’ Olivetti, della Sorgenia e del gruppo Espresso-Repubblica, avverte: «Sono deluso, ma alla fine, vista l’offerta politica, voterò Pd».

Certo il segretario democratico ha commesso degli errori, si è isolato e adesso paga il prezzo delle sconfitte patite nel referendum e nelle elezioni amministrative degli ultimi anni; sono lontani i tempi di quando ottenne il 40,8% dei voti nelle europee del 2014. Renzi prende atto della realtà e cerca di recuperare: «È vero, il consenso è in calo» ma il Pd «sarà il primo partito, anche se non siamo più ai livelli del 2014». Sembra anche mettere da parte il progetto di tornare ad essere presidente del Consiglio dopo le elezioni: «Non è importante qual è il nome che va a Palazzo Chigi ma che sia del Pd».

Inaspettatamente Carlo Calenda, dopo le dure critiche degli ultimi mesi, torna al suo fianco. Il ministro dello Sviluppo economico prende a prestito il linguaggio del calcio: «Renzi è il nostro centravanti di sfondamento». Subito dopo, però, assegna la stessa maglietta di «centravanti di sfondamento» anche a Paolo Gentiloni, amico di Renzi, attuale ed apprezzato presidente del Consiglio.

(Sfogliaroma.it)

Rodolfo Ruocco

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Istat. Diminuiscono i pensionati ma aumenta il reddito

Sre, 17/01/2018 - 17:12

Addio all’Asdi

AMMORTIZZATORI SOCIALI INPS 2018: COSA CAMBIA

Dall’addio definitivo all’Asdi alle nuove regole della cassa integrazione. Dall’1 gennaio 2018 sono scattate diverse novità sul fronte degli ammortizzatori sociali, alcune delle quali introdotte con la legge di Bilancio. Altre erano già in programma, dato che il sistema è ancora oggetto di una significativa trasformazione per effetto di norme approvate negli ultimi anni. Le principali novità riguardano soprattutto la cassa integrazione guadagni straordinaria per le imprese di rilevanza economica e strategica con più di 100 dipendenti e per quelle delle 12 aree di crisi complessa. Significativo, al riguardo, il dato contenuto nel recente rapporto della Uil: da gennaio a ottobre 2017 sono state autorizzate oltre 302 milioni di ore di cassa integrazione (in flessione del 39,9% rispetto allo stesso periodo del 2016), di cui la gestione straordinaria ha assorbito il 62,4% del montante complessivo (189 milioni di ore). Ma se nei primi 10 mesi di quest’anno sono diminuite le ore di cassa integrazione straordinaria, rispetto al 2007 – l’inizio della crisi – sono quasi triplicate. Erano 71 milioni dieci anni fa a fronte delle 189 milioni del 2017. Più lieve l’aumento dell’ordinaria (da 59 milioni di ore del 2007 rispetto agli 87 milioni di ore del 2017).

L’assegno di ricollocazione – Un prolungamento di 12 mesi per Cassa integrazione straordinaria e mobilità è prospettato per le imprese delle 12 aree di crisi complessa, per le quali si utilizzeranno le risorse non spese. Nel 2016 sono stati stanziati 216 milioni di euro per l’anno di riferimento (con richieste per 167 milioni) e 117 milioni di euro per il 2017. Un’altra novità, introdotta con l’obiettivo di evitare i licenziamenti collettivi, riguarda sia le aziende strategiche sia quelle nelle aree di crisi complessa. Sarà possibile per il personale in Cigs accedere all’assegno di ricollocazione prima del licenziamento (prima bisognava essere disoccupati da almeno 4 mesi) per poi iniziare un percorso che porti a un nuovo lavoro entro 12 mesi. L’assegno va dai 250 euro (al Sud, sotto i tre mesi di assunzione) ai 5mila euro (per un contratto di almeno un anno) e viene pagato al centro per l’impiego o all’agenzia privata accreditata a ricollocazione effettuata. Lo strumento della conciliazione protegge l’impresa da possibili contenzioni, mentre l’indennità è defiscalizzata per i primi nove mesi. Il lavoratore, invece, intasca la Cigs e partecipa attivamente alla ricerca del nuovo posto di lavoro. Una volta trovato, oltre al nuovo stipendio, potrà intascare il 50% della Cigs residua. Per questa operazione sono disponibili 200 milioni per il 2018.

Naspi anche a chi lascia l’Italia – Una recente novità riguarda la nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego (Naspi) che ha preso il posto di Aspi e mini-Aspi dal 1° maggio 2015. L’indennità  di disoccupazione è rivolta a tutti i lavoratori dipendenti che hanno perso involontariamente il lavoro, a cui vanno aggiunti gli apprendisti, i soci di cooperative che hanno stipulato un rapporto di lavoro in forma subordinata e il personale artistico inquadrato con rapporto di lavoro subordinato. Sono escluse dalla tutela le risoluzioni consensuali e le dimissioni, fatta eccezione per quelle per giusta causa e quelle rassegnate durante il periodo di tutela della maternità. Il lavoratore disoccupato viene convocato dal centro per l’impiego, entro 2 mesi dalla data di licenziamento, per effettuare il primo colloquio conoscitivo e viene iscritto all’Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro). Il lavoratore stipula un patto di servizio che prevede la disponibilità a incontri di orientamento e formazione e l’accettazione di congrue proposte di lavoro. In seguito al parere fornito dal Ministero del lavoro, l’Inps ha modificato parzialmente il suo orientamento in caso di espatrio del lavoratore: la Naspi potrà essere percepita per tre mesi anche dai disoccupati che escono dall’Italia per soggiornare all’estero con momentanea sospensione degli obblighi previsti dalla legge. Invariati i requisiti: nei 4 anni precedenti alla disoccupazione involontaria bisogna aver maturato almeno 13 settimane di contribuzione e negli ultimi 12 mesi almeno 30 giornate di lavoro effettivo, con alcune eccezioni. La durata della Naspi 2018, varia a seconda di quanti contributi si sono stati versati negli ultimi 4 anni prima del licenziamento involontario, ma la durata massima è di 24 mesi. Diverse le polemiche su quest’indennità, soprattutto su durata e modalità di calcolo che, secondo i sindacati, penalizzano alcune categorie di lavoratori, tra cui gli stagionali.

Fine dell’Asdi – Tra le altre novità che attendono i lavoratori nel 2018 c’è l’addio all’Asdi, l’assegno sociale di disoccupazione che aveva preso il via a gennaio 2016 ed era destinato ai soggetti che avevano fruito già della Naspi per la durata massima. Prorogata per tutto il 2017, dal 1° gennaio 2018 non è più in vigore e le risorse che prima erano destinate a questo assegno ora andranno a finanziare il Reddito di inclusione (Rei). Resta invariata anche l’indennità di disoccupazione agricola, che spetta ai lavoratori agricoli, con almeno due anni almeno 2 anni di contributo Naspi versato e che abbiano almeno 102 contributi giornalieri versati nei 24 mesi precedenti la domanda. Nessuna novità anche per la Dis-coll, la disoccupazione per i collaboratori coordinati e continuativi (con o senza progetto) rimasti senza lavoro. Per ottenerla bisogna essere disoccupati, iscritti in via esclusiva alla Gestione separata Inps, non avere partita Iva e avere versato almeno tre mensilità di contribuzione dal 1 gennaio dell’anno precedente.

Istat

MENO PENSIONATI MA AUMENTA REDDITO

Nel 2016 i pensionati sono circa 16,1 milioni e percepiscono in media 17.580 euro lordi, 257 euro in più rispetto all’anno precedente. Lo rileva l’Istat specificando che tra il 2015 e il 2016 il numero di pensionati scende di 115mila unità e che per 3,2 milioni di famiglie la pensione é l’unica fonte monetaria di reddito. Le donne sono il 52,7% dei pensionati e ricevono in media importi annuali di circa 6mila euro inferiori a quelli degli uomini.

Le diminuzioni più rilevanti si riscontrano tra i pensionati di vecchiaia (quasi 94mila in meno), tra quelli di invalidità previdenziale (circa 57mila in meno) e tra i superstiti (quasi 29mila in meno). Sono invece in aumento i pensionati sociali (+5mila circa) e quelli d’invalidità civile (+52mila). Il reddito pensionistico sembra proteggere da situazioni di forte disagio economico. Nel 2015 l’incidenza delle famiglie a rischio di povertà tra quelle con pensionati (16,5%) è sensibilmente inferiore a quello delle altre famiglie (24,2%).

Professionisti

CONSULENTI DEL LAVORO ATTESTANO STATO DI DISOCCUPAZIONE

Stop alle incertezze sullo stato di disoccupazione dei lavoratori assunti tramite i Consulenti del lavoro. Lo prevede la Legge Finanziaria 2018 che assegna alla Fondazione Consulenti per il Lavoro la possibilità di ricevere dall’Anpal i dati relativi ai soggetti in stato di disoccupazione o a rischio di disoccupazione. Ciò permetterà alle agenzie per il lavoro, nonché agli iscritti all’albo nazionale dei soggetti accreditati ai servizi per il lavoro (ex art. 12 Dlgs. 150/2015, fra cui la Fondazione Consulenti per il Lavoro) di avere precisa contezza sullo stato dei lavoratori e sui loro precedenti occupazionali. I consulenti del lavoro, tramite della Fondazione Consulenti per il Lavoro, potranno dunque accedere legittimamente alla banca dati informativa dell’Anpal per confermare lo status occupazionale dei lavoratori in via di assunzione e la presenza di eventuali precedenti contratti a tempo indeterminato nella pregressa carriera degli stessi.

Tale informazione si rivelerà fondamentale per confermare definitivamente la legittimità della fruizione del nuovo incentivo occupazionale triennale per i giovani, varato nella stessa legge di stabilità 2018. “Scelta del legislatore assolutamente coerente e in linea con quanto deciso negli anni scorsi in materia di mercato del lavoro – ha commentato Marina Calderone, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro – scelte che confermano la centralità dei consulenti del lavoro rispetto alla gestione del rapporto di lavoro, anche per il ruolo di grande impulso dato alle politiche attive con la gestione di 8milioni di lavoratori”.

“Così – ha sottolineato – i datori di lavoro avranno la possibilità di avere la certezza dei presupposti dei rapporti di lavoro da instaurare e quindi la garanzia della legittimità della decontribuzione applicata in base alle nuove assunzioni agevolate, previste dalla Finanziaria 2018”.

Lavoro

GLI AUMENTI DEGLI STATALI

Un aumento lineare, che fa crescere di circa il 4,5% lo stipendio fisso (il «tabellare») e offre aumenti effettivi fra i 45 e i 60 euro netti al mese, a seconda della posizione economica di ogni dipendente, attestandosi intorno ai 50 euro per i livelli di inquadramento dove si concentra la maggioranza del personale; un bonus temporaneo da 21-25 euro per dieci mesi, pensato con l’obiettivo di sterilizzare l’effetto degli aumenti sul bonus da 80 euro (che da 26.600 euro lordi in su scende al crescere del reddito); e un ricco elenco di materie lasciate alla contrattazione integrativa, a cui dovrebbe toccare il solito compito di differenziare gli stipendi singoli in base alla “produttività” dopo che dal testo dell’intesa nazionale sono usciti anche i meccanismi che avrebbero dovuto azzerare i premi individuali negli uffici in cui le valutazioni sono prodighe con tutti.

Aumenti lineari

Sono questi i tre risultati pratici dell’accordo sul contratto nazionale per le oltre 240mila persone che lavorano in ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici «non economici» come l’Enac, l’Inps o il Cnel. L’intesa, siglata nella notte dell’antivigilia di Natale, fissa la linea che sarà seguita anche per gli altri comparti, dalla sanità alla scuola passando per gli enti territoriali. E mostra il compito principale dei nuovi contratti: recuperare almeno in parte il tempo perduto negli otto anni di blocco, rimandando al futuro le sfide più complicate come l’allineamento degli stipendi fra i vecchi comparti ora confluiti sotto un’unica etichetta. O, appunto, la questione eterna delle buste paga differenziate in base alle solite parole d’ordine del «merito» e della «produttività».

L’effetto netto

Meglio, allora, partire dal pratico. L’aumento del 4,5%, con qualche piccolo aggiustamento fra categoria e categoria, non si spiega con l’inflazione del periodo contrattuale. Nel 2016-2018, infatti, l’indice cumulato dei prezzi al consumo (Ipca, al netto dei beni energetici importati) che dovrebbe guidare i ritocchi degli stipendi pubblici si ferma al 2,5%. Il rinnovo, allora, guarda più indietro, e punta nei fatti a sanare almeno un pezzo del passato, anche prima che dal 30 luglio 2015 la sentenza 178 della Consulta imponesse di scongelare la macchina dei contratti. Calcolatrice alla mano, con i soldi messi a disposizione dalla manovra, e necessari a tradurre in pratica gli 85 euro medi di aumento previsti come «prezzo politico» dall’intesa del 30 novembre 2016, il recupero si spinge indietro fino al 2013.

Gli arretrati

Questo slancio determina anche la misura degli arretrati, l’una tantum che arriverà nella prima busta paga utile dopo che il pre-accordo appena raggiunto avrà passato l’esame del ministero dell’Economia e della Corte dei conti e otterrà quindi la firma definitiva. L’una tantum recupera gli effetti del rinnovo solo sul 2016 e 2017, ma le cifre dipendono dallo stanziamento complessivo. Se lo stipendio interessato, come probabile, sarà quello di marzo 2018, per un ministeriale medio (area seconda, posizione economica F4) l’una tantum sarà di 570 euro lordi. Per calcolarla, bisogna considerare l’andamento progressivo degli aumenti, che nel caso degli statali valgono 300 milioni per il 2016, 900 milioni per il 2017 prima di raggiungere il livello a regime da 2,85 miliardi dal 2018. La stessa dinamica si incontra nei tabellari di ogni categoria, che rispetto ai livelli di partenza crescono dello 0,46% nel 2016 e dell’1,4% nel 2017 prima di arrivare al +4,5% del prossimo anno. L’una tantum di ognuno, quindi, sarà la somma degli aumenti relativi alle 13 mensilità del 2016, alle altrettante di quest’anno e ai primi due mesi del prossimo, nel caso di avvio effettivo dei nuovi contratti a marzo. Da aprile, poi, sarà incorporata nel tabellare anche l’indennità di vacanza contrattuale (154 euro lordi per il ministeriale citato poche righe sopra).

La questione 80 euro

A completare i calcoli c’è infine il “bonus” per le fasce più basse, che oscilla dai 21,10 ai 25,80 euro lordi al mese a seconda della posizione economica ed è previsto solo per dieci mesi: da marzo, quando gli aumenti contrattuali dovrebbero appunto arrivare nei cedolini, a dicembre, quando scadrà il triennio. La sua funzione è quella di evitare che gli aumenti contrattuali facciano perdere ai diretti interessati una parte del bonus Renzi, completando il lavoro della manovra che ha modificato le soglie di reddito di riferimento del bonus: dal 2018 gli 80 euro cominceranno ad alleggerirsi dai 24.600 euro di reddito lordo in su (e non più da 24mila), e spariranno a partire da 26.600 euro lordi (e non più da 26mila). L’effetto reale sulle singole buste paga, però, dipende da un incrocio di variabili, perché il bonus Renzi si calcola sul reddito complessivo (non solo quello da lavoro). E soprattutto il puntello è temporaneo: e la prossima manovra dovrà riaffrontare il problema.

Carlo Pareto

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Pendolaria 2017: cresce la voglia di treno

Sre, 17/01/2018 - 16:22

treno

La mobilità su ferro vede muoversi ogni giorno 5,51 milioni di persone In Italia, con una crescita del numero complessivo dei pendolari, ma aumentano anche le differenze tra le varie regioni e quelle sulla rete ferroviaria, segnata da una parte dai continui successi dell’alta velocità e dall’altra dai tagli agli intercity e da treni regionali spesso troppo vecchi e lenti. Nel 2017 il numero dei pendolari del treno, che usano il servizio ferroviario regionale, è aumentato con una crescita di 11mila passeggeri al giorno (+0,4% rispetto al 2016), mentre il numero di persone che ogni giorno prende le metropolitane nelle sette città in cui è presente il servizio (Milano, Roma, Napoli, Torino, Genova, Brescia e Catania) ha visto un aumento di 22mila viaggiatori giornalieri (+0,6% rispetto al 2016, stesso trend in positivo come tra 2016 e 2015). In particolare sono 2milioni e 841mila i passeggeri che usufruiscono del servizio ferroviario regionale, e oltre 2milioni e 672mila quelli che ogni giorno prendono le metropolitane. Per completare il numero di coloro che ogni giorno prendono il treno sui collegamenti nazionali, vanno aggiunte 40mila persone che viaggiano sugli intercity e 170mila tra Frecce ed Italo.

A fotografare la situazione del trasporto ferroviario in Italia è Pendolaria, il Rapporto annuale di Legambiente presentato oggi a Roma che analizza nel dettaglio numeri e storie di un’Italia a due velocità e le varie disuguaglianze che ci sono nel Paese. Ai grandi successi dell’Alta Velocità maturati in questi anni – ampia offerta di treni tra Salerno, Roma, Firenze, Bologna, Milano, Torino e Venezia e un aumento dell’offerta in meno di 11 anni pari al 435% -, si affianca una situazione del trasporto regionale che rimane difficile, anche per via della riduzione dei treni Intercity e dei collegamenti a lunga percorrenza (-15,5 dal 2010 al 2016) con un calo del 40% dei passeggeri e la diminuzione dei collegamenti regionali (-6,5% dal 2010 al 2016), a seguito dei tagli realizzati nel 2009 dal Governo Berlusconi. E poi in alcuni casi c’è il peggioramento del servizio con disagi e disservizi come accade sulla Roma-Lido di Ostia, linea suburbana gestita da Atac, dove si è registrata una riduzione del 45% dei passeggeri passati da quasi 100.000 tra studenti e lavoratori negli scorsi anni a 55.000. Oppure sulla Circumvesuviana: sulle tre storiche linee suburbane di Napoli dal 2010 al 2016 si è registrato un calo dell’offerta di treni del 30%. In questi anni c’è da segnalare inoltre la chiusura di 1.323,2 chilometri di linee ferroviarie. Ad esempio in Molise non esiste più un collegamento ferroviario con il mare: sono scomparsi i treni che dal 1882 collegavano Campobasso con l’Adriatico e con Termoli. Ai chilometri di ferrovia chiusa, vanno poi aggiunti oltre 321 km di rete ordinaria che risulta “sospesa” per inagibilità dell’infrastruttura, come nel caso della Trapani-Palermo.

Eppure, come emerge dal dossier Pendolaria, dove si investe nella cura del ferro il numero dei pendolari cresce e aumenta la voglia di spostarsi in treno, come è accaduto in Lombardia, dove nonostante le difficoltà su alcune linee, si è raggiunta quota 735.000 passeggeri ogni giorno sui treni regionali (con un +3,1% nel 2017 e +24% dal 2009 ad oggi, quando erano 559mila) o in Friuli Venezia Giulia dove si è passati da 13mila a 21.500 i viaggiatori con un aumento del +38%. Tornano a crescere i pendolari anche in Abruzzo (+5,3%), grazie al recupero di alcune corse nel 20117 e l’introduzione del cadenzamento dei treni sulla linea costiera Adriatica. Bene anche l’Emilia Romagna che tocca quota 205.000 (erano 106.500 nel 2010), in Trentino si è passati da 13.000 a 26.400, in Alto Adige da 19.900 a 31.400, in Puglia da 80.000 a 150.000.

Risultati positivi li troviamo anche nelle 38 esperienze di successo e buone pratiche del trasporto su ferro segnalate nel report di Pendolaria: al Nord come le linee in Val Venosta e Val Pusteria in Alto Adige, ma anche al Sud (come per la Metropolitana di Napoli, nella linea tra Bari e l’aeroporto, del collegamento diretto Palermo-Catania dopo la chiusura dell’autostrada nel 2015), o i tratti minori come fra Ascoli e Porto d’Ascoli dopo l’elettrificazione. Buone notizie arrivano anche da alcune linee sospese da tempo e che ora vedono la luce: come la Cecina-Saline di Volterra in Toscana chiusa e la Gemona-Salice, in Friuli che sono state riaperte, la Priverno-Terracina con lo stanziamento dei fondi da parte della Regione Lazio, la Bosco Redole-Benevento riaperta per fini turistici.

Alla presentazione di Pendolaria, oltre ad Edoardo Zanchini vicepresidente di Legambiente che ha moderato l’incontro, sono intervenuti tra gli altri anche: Maria Elena Perretti, CDP, Giuseppe Catalano, Ministero delle infrastrutture, Coordinatore Struttura tecnica di Missione, Vincenzo Ceccarelli, Regione Toscana, Assessore ai trasporti, Orazio Iacono, Trenitalia, Amministratore delegato, Matteo Ricci, Sindaco di Pesaro e vicepresidente Anci, Alberto Fiorillo, Responsabile aree urbane di Legambiente, Portavoce rete Mobilità Nuova, e Andrea Buonomini, Ratp Dev Italia.

“Cambiare e migliorare la situazione che vivono ogni giorno milioni di pendolari – ha dichiarato Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – è una sfida possibile e deve diventare una priorità, non solo per ridurre differenze e recuperare ritardi, ma perché è un grande investimento per il futuro del Paese. Occorre porsi l’obiettivo al 2030 di raddoppiare il numero di persone che ogni giorno in Italia prende treni regionali e metropolitane, per farle passare da 5,5 a 10 milioni. Si tratta di una sfida alla portata di un Paese come l’Italia, che produce vantaggi in termini ambientali e positive ricadute occupazionali, legate sia alla costruzione e manutenzione del parco rotabile che alla gestione della mobilità”.

Le ragioni di questa situazione sono nei tagli avvenuti nelle risorse per il trasporto ferroviario ma anche nel gap infrastrutturale delle città italiane nelle dotazioni di linee metropolitane, tram, ferrovie suburbane rispetto agli altri Paesi europei. Differenze e disuguaglianze nel Paese sono da individuare, secondo Legambiente, in alcuni errori compiuti in questi anni nelle politiche dei trasporti (riduzioni treni e aumento delle tariffe) e nel modo diverso con cui le diverse Regioni hanno gestito il servizio dopo il trasferimento delle competenze nel 2001, con tagli ai servizi ferroviari e aumento del costo dei biglietti in quasi tutte le Regioni.

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Il gruppo Ferrero continua lo shopping negli Usa

Sre, 17/01/2018 - 16:05

ferreroContinua lo shopping negli Usa per il gruppo Ferrero. Oggi ha annunciato l’accordo definitivo per acquisire da Nestlé il suo business dolciario statunitense. Costo dell’operazione  2,8 miliardi di dollari in contanti. Nel 2016 l’attività dolciaria di Nestlè, negli Stati Uniti, ha generato un fatturato di circa 900 milioni di dollari.

L’accordo permetterà a Ferrero di acquisire più di 20 storici brand americani estremamente conosciuti, tra cui marchi di cioccolato come Butterfinger, BabyRuth, 100Grand, Raisinets, Wonka e il diritto esclusivo sul marchio Crunch negli Stati Uniti per il confectionery e per determinate altre categorie, così come i brand di caramelle SweeTarts, LaffyTaffy e Nerds.

In una nota del gruppo Ferrero si spiega: “Con questa operazione, Ferrero diventerà  la terza più grande azienda dolciaria nel mercato statunitense dove è meglio conosciuta per i Tic Tac, le praline Ferrero Rocher, Nutella, nonché i marchi di cioccolato Fannie May e Harry London e per Ferrara Candy Company, acquisita recentemente da una società affiliata, con un portafoglio di marchi che comprende le caramelle Trolli, Brach’s e Black Forest”.

In dettaglio Ferrero acquisirà gli stabilimenti produttivi statunitensi di Nestlé a Bloomington, Franklin Park e Itasca, in Illinois, con i dipendenti collegati alla divisione confectionery, continuando a operare attraverso gli uffici di Glendale, in California, e le altre sedi proprie in Illinois ed in New Jersey.

Giovanni Ferrero, Presidente Esecutivo del Gruppo Ferrero, ha commentato l’operazione dichiarando: “Siamo entusiasti di aver acquisito  il business dolciario di Nestlé  negli Stati Uniti d’America, che porta con sé un portafoglio eccezionale di marchi iconici ricchi di storia e di grande riconoscibilità. Ciò, combinato con l’attuale offerta Ferrero sul mercato americano, incluse le aziende recentemente acquisite Fannie May e Ferrara Candy Company, garantirà una gamma sostanzialmente più ampia, un’offerta più vasta di prodotti di alta qualità per i consumatori di snack al cioccolato, caramelle, dolciumi e prodotti stagionali da ricorrenza, oltre a nuove entusiasmanti opportunità di crescita nel più grande mercato dolciario del mondo. Non vediamo l’ora di accogliere il talentuoso team di Nestlé in Ferrero e di continuare a investire e far crescere tutti i nostri prodotti e marchi in questo mercato strategico e attraente”.

Il CEO del Gruppo Ferrero, Lapo Civiletti, ha dichiarato: “Il nostro impegno nel trasferire valore ai consumatori e ai clienti nordamericani sarà ulteriormente rafforzato dall’arrivo nel nostro portafoglio di brand così potenti del confectionery e del mercato del cioccolato”.

La transazione è soggetta alle consuete condizioni di chiusura e approvazioni regolamentari, che dovrebbero compiersi intorno alla fine del primo trimestre 2018.

Ferrero è presente negli Stati Uniti dal 1969 con le caramelle Tic Tac, che sono diventate un’icona nel mercato delle mentine, e successivamente ha introdotto le praline Ferrero Rocher e Nutella nel mercato statunitense.

Recentemente Ferrero ha acquisito la società di cioccolato statunitense Fannie May Confections Brands, che attraverso i suoi marchi Fannie May e Harry London offre opportunità in categorie chiave tra cui barrette di cioccolato, praline e altri snack, nonché Ferrara Candy Company, leader nelle caramelle gommose e prodotti stagionali da ricorrenza, con marchi come Trolli, Brach’s e Black Forest.

Il prossimo anno, l’industria dolciaria piemontese festeggerà il cinquantesimo anniversario della sua presenza nel mercato statunitense.

Salvatore Rondello

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Romanzo famigliare, il nuovo family drama di Francesca Archibugi

Sre, 17/01/2018 - 15:59

Romanzo-famigliare-1000x600La nuova serie tv “Romanzo famigliare”, scritto da Francesca Archibugi (insieme con Elena Bucaccio), ha avuto un successo di pubblico, anche sui social, sorprendente: complessivamente pari a un totale di circa 5.637.000 spettatori con il 22.2% di share. Dopo “Romanzo criminale”, arriva “Romanzo famigliare”, ma spicca per originalità. Innanzitutto per la struttura in capitoli, tipica di un romanzo letterario, come quelli francesi ottocenteschi: di Zola (e dei suoi “Rougon-Macquart, storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero”, in venti romanzi scritti dal 1871 al 1893, opera che segna la nascita del romanzo realista del naturalismo) o di Honoré de Balzac (si pensi ad esempio a “La comédie humaine”, “La commedia umana”, in cui descrisse la società francese dell’epoca attraverso innumerevoli opere), o di Gustave Flaubert (la sua Madame Bovary, scritto dal 1837 al 1856, ha qualche cosa che ricorda la protagonista Emma di “Romanzo Famigliare”); ma anche del ceppo germanico, stilato dal tedesco Thomas Mann a partire dai suoi “Buddenbrook: decadenza di una famiglia”; o inglesi come quelli di Dickens (“Hard times” -1854- da una parte e “Great Expectations” -1860- dall’altra, in primis). Superata per poco negli ascolti al primo appuntamento da “Quo vado” di Checco Zalone (che ottiene sei milioni 259mila spettatori, con uno share quasi del 25% -24,98%-, contro i 5 milioni e 637mila dell’opera della Archibugi e il ‘suo’ 22,2% di share) batte, invece -alla successiva puntata-, “Andiamo a quel paese” di Ficarra e Picone (5.434.000 spettatori e 21,8% di share per “Romanzo famigliare”, contro 3.887.000 spettatori e 15,9% di share per il film di Ficarra e Picone). Poi c’è la novità della voce narrante di Marco Messeri (che è Vanni, autista da quasi 40 anni, ben 39, della famiglia Liegi da cui proviene Emma). Con un cast d’eccezione guidato da Vittoria Puccini (nei panni di Emma) e Giancarlo Giannini (nelle vesti del padre Gian Pietro Liegi), l’aspetto più inedito (piuttosto che Milano o Torino o altri posti più classici) è la location di Livorno (con il lungomare, la terrazza Mascagni, il porto e l’Accademia Navale). E poi la presenza della Marina militare con il suo rigore, rappresentata in maniera diametralmente opposta a quella mostrata dalla fiction con Claudio Amendola e Carolina Crescentini: “Lampedusa-dall’orizzonte in poi”, miniserie TV per la regia di Marco Pontecorvo (del 2016); qui la Marina soccorreva i rifugiati che sbarcavano sulle coste italiane del Mediterraneo, salvando molte vite umane. In “Romanzo famigliare”, invece, vediamo che anche all’interno di essa vi sono dei problemi, nonostante le rigide gerarchie e gli obblighi e i dettami che vigono, le ferree regole che vanno rispettate come doveri inviolabili. Non mancano, infatti -oltre agli aspetti positivi-, quelli negativi di angherie, molestie, offese, quasi una sorta di nonnismo, ottemperato ai danni di un militare della marina però donna, semplicemente perché è una femmina e non un maschio a vestire quella divisa: si tratta di Nicoletta detta ‘Nicola’ (alias Barbara Venturato); ma non sarà la sola, intanto la Marina militare diventa simbolo di identità nazional-patriottica. “Capitano, che faccio di sbagliato perché mi odiano tutti?” -chiede alla fine esausta- al suo capitano che è il marito di Emma e padre di Micol, ovvero l’ex allievo dell’Accademia Navale e ora Tenente di Vascello, Agostino Pagnotta (Guido Caprino). L’attore già aveva recitato in molte fiction (Il Commissario Manara, In Treatment, I Medici) e anche per quelle per Sky (1992 e 1993, su Tangentopoli e Mani pulite, dove era il veterano della Marina Militare Pietro Bosco, schieratosi in politica con la Lega Nord dopo essere tornato reduce dalla Guerra del Golfo).
Con il suo ordine la Marina militare contrasta con il caos che regna nella vita della protagonista Emma (Vittoria Puccini). Il nome richiama (come un po’ lo stile della serie) quella omonima e similare Emma interpretata da Vanessa Incontrada in “Un’altra vita”. Anche lei vorrebbe un’altra vita per sé e per la figlia Micol (la convincente esordiente Fotinì Peluso), proprio come quella dell’altra serie. Si ritrova a vivere un’esperienza catartica, che le fa prendere coscienza di sé; quasi un’epifania (per dirla con Virginia Woolf o meglio James Joyce, per rimanere in ambito letterario): una Livorno che diventa come Dublino, un personaggio stesso dell’opera, un personaggio che scatena nei protagonisti una sorta di flusso di coscienza e di monologo interiore (a tratti silenzioso, muto, ma ben visibile, riconoscibile e intuibile in maniera fragorosa -quasi a stravolgere ogni ordine tradizionale classico e cronologico-). Un po’ come rievocano la memoria le madelaines con il loro profumo nel protagonista in “À la recherche du temps perdu” di Marcel Proust (romanzo scritto tra il 1909 e il 1922 e pubblicato nell’arco di 14 anni -tra il 1913 e il 1927-, di cui gli ultimi tre volumi sono postumi). Ogni dimensione temporale viene annullata, proprio simbolicamente dal fatto che lei fa parte di una nobile famiglia ebrea livornese (ma senza che vi sia stato nessun mutamento apparente nel tempo delle sue condizioni socio-economico-esistenziali); e anche quelle di spazio, poiché ci si trasferisce da Roma a Livorno, ma è come se poi nulla cambi in fondo. Flusso di coscienza perché i personaggi fanno i conti con la propria coscienza. Eppure è come se si dicesse che c’è sempre un momento nella vita in cui essa ti dà l’occasione di crescere, l’opportunità per cambiare ed evolvere; e non conta il ceto sociale o il luogo: tutti abbiamo dei demoni con cui combattere (nella Marina, nelle classi più abbienti e ricche, nei giovani e negli adulti). Non c’è solo il rapporto madre-figlia, padre-figlia, genitori-figli, la ricerca della propria identità e un racconto di formazione per i singoli protagonisti, ma “Romanzo famigliare” è la storia “allargata” di tanti legami che si vengono a creare (amicizie e non solo), di fiducia, di affetto, di rispetto, di stima, di riscatto. Soprattutto al femminile, mostrando anche quanto la figura della donna sia evoluta nel tempo. Un confronto tra passato e presente per guardare al futuro in modo diverso. “Fai incontrare ciò che eri con ciò che sei, ma il passato -si sa- ti cambia”, si dice nella serie. Micol scoprirà che Agostino potrebbe non essere il suo vero padre, ma forse lo è un ex fidanzato della madre (che lei rincontra): Giorgio Valpredi (Andrea Bosca). Giorgio stesso le dirà se ha mai pensato a come sarebbero andate le cose se fossero rimasti insieme e se Micol fosse davvero sua figlia. Lei è più matura dei suoi sedici anni, aveva sempre badato alla madre, quasi più immatura e irresponsabile, incapace di badare a sé e alla figlia, di darle un punto di riferimento e stabilità, soprattutto emotiva, di occuparsene e di preoccuparsi per lei: più due sorelle che una madre e una figlia, eppure si assomigliano più di quanto loro stesse non pensino. Micol rimarrà incinta del suo insegnante di clarinetto Federico (Francesco Di Raimondo), proprio come la madre l’aveva avuta a 17. Lei dirà di avere “un gatto nero nella pancia”, che ricorda un po’ il film di animazione francese di Alain Gagnol: “Un gatto a Parigi” (del 2010). Qui il protagonista è Dino, un gatto dalla doppia vita: di giorno vive con Zoe, una ragazzina la cui mamma Jeanne è agente di polizia; di notte lavora con Nico, un ladro dal cuore grande. Zoe si è chiusa nel silenzio dopo la morte del padre, avvenuta per mano del gangster Costa. Un giorno il gatto Dino porta a Zoe un bracciale preziosissimo. Metaforicamente Zoe potrebbe essere Micol e il bracciale preziosissimo la gravidanza (una fortuna e una sciagura al contempo), il gatto -invece- la musica e il clarinetto che suona con Federico. Inoltre anche la sigla di “Romanzo famigliare” ricorda la grafica dello stesso genere del film d’animazione francese. E, a proposito di metafore, pure Gian Pietro Liegi viene visto come estensione del serpente che tiene in casa (e che si ciba di topolini), ma “il serpente è un po’ acciaccato” -confessa lui stesso, ammalato e stanco-.
Non appena si scopre la verità, il nonno vuole farla abortire, mentre una dottoressa (Tullia Zampi, interpretata in modo molto misurato da Anna Galiena) la consiglierà e sosterrà nel modo giusto. Dicendo una verità su cui si fonda “Romanzo famigliare”: “il patrimonio genetico è più importante di quello immobiliare”; non contano i beni e le ricchezze possedute, perché nessuna vale tanto a paragone di una vita e dei sentimenti -soprattutto d’amore-. Ma ecco che tale episodio fa crescere non solo Micol, ma Emma stessa. Lei diventerà più giudiziosa e responsabile, più saggia e più equilibrata. Supporterà la figlia, condividendo con lei le sue paure, ma soprattutto infondendole un sano insegnamento: “sta a te decidere se vuoi sapere quale è la verità delle cose”, cioè ricercarla sempre con consapevolezza e un’acuta capacità di discernimento. Imparerà quasi a fare la mamma (di cui lei è rimasta orfana e di cui cerca di seguire l’esempio e ricostruirne il ricordo). A chiedersi che cos’è il tempo, a ricercare di riappropriarsi del suo passato (scoprendo di non sapere poi molto) parlando con il padre, che le dirà: “non si può comandare solo, bisogna sapersi prendere delle responsabilità, prendendo delle decisioni nel tempo”. Conoscerà qualcosa di più su suo nonno, il padre di Gian Pietro Liegi, che “era triste perché era diventato povero come tutti gli altri” -le racconta lui-. E quando le chiede se ci abbia mai pensato lei dice: “no, ho fatto sempre una vita semplice”, risponde Emma e il padre la rimprovera: “Emma la vita è sempre complicata”. E allora si apre il bivio tra chi crede, come Vanni, che “l’amore è cambiamento” e che “i soldi complicano tutto” e chi -invece- che i soldi siano tutto. Del resto si è consapevoli che si può scegliere: o di sfuggire la verità, o di rincorrerla e andarle incontro oppure di ricordare semplicemente com’era.
E se c’è quasi una ditta di famiglia da gestire (un po’ sullo stile di “Una grande famiglia”), lei se ne troverà a capo (da legittima e diretta erede), e si dedicherà anima e copro ad un progetto, da “patrocinare”, per creare e fondare una struttura d’accoglienza per i minori con problemi giudiziari (anche finendo lei stessa per mettersi in guai seri); come Ivan (Renato Raimondi), l’amico sordomuto di Micol -che, con tutto il suo handicap fisico, sarà l’unico in grado di capirla nel momento di sua maggiore disperazione e di cui lei si innamorerà, ma di cui si approfittano la madre e la nonna-. Dunque ci si può capire anche con un linguaggio del corpo diverso da quello del dialogo orale, anche senza bisogno di parole. Ma Emma deve ritornare a Livorno, alle origini, a ritrovare se stessa, a ricordare chi era, a fronteggiare (e superare) il suo passato, per essere migliore e una donna adulta in grado di contribuire al cambiamento e al miglioramento del benessere della sua famiglia e degli altri. Per questo Livorno è un personaggio a tutti gli effetti così importante. E il bimbo che aspetta in grembo Micol raffigura proprio questo: un futuro ‘nuovo’ per tutti i Liegi e non solo; un domani diverso. Tra l’altro sarà una femmina, in questo ‘romanzo rosa in versione film’ -come potremmo definirlo-, in cui le figure femminili sono così centrali: quasi una nuova Emma, riuscirà a costruire una nuova immagine dei Liegi e un nuovo ‘impero’ diciamo della sua famiglia? A scrivere un nuovo romanzo famigliare, con un finale diverso di pace e non di astio? E proprio Micol è portavoce di una teoria ‘esistenziale ed umana’ interessante: “penso che si nasce pazzi e poi, pian piano, si guarisce”. Se ogni personaggio ha un segreto, ad aumentare la complessità dell’opera della Archibugi sono le gelosie che ne nascono successivamente, gli intrighi amorosi -tra tradimenti e complicità-, che sorgono quasi spontanei. Pensiamo, innanzitutto, a quelli tra Emma e Agostino: lei lo tradisce con Giorgio, lui con ‘Nicola’-Nicoletta, e poi con Denise (Barbara Ronchi) -moglie del fidato di Gian Pietro (Mariuz, alias Marius Bizau); ma sarà poi così fidato? E poi la reputazione di Liegi è minata anche da chi ha interesse solo per i soldi come Jacopo (Iacopo Crovella). Ma ad essere minacciata è anche l’amicizia tra Micol e la sua migliore amica Valeria (Annalisa Arena): quest’ultima si allontanerà da lei e litigherà con Micol per gelosia. Tradimenti, dunque, non ne mancano; ma vi sono anche tanti rapporti sinceri, autentici, di fiducia e complicità appunto: come quello di Vanni per Liegi (che promette di andare in pensione quando dovesse smettere di lavorare per lui); ma anche quello tra Emma e Natalia (Anita Kavros), sua ex babysitter ed ora la nuova compagna di suo padre, che si riavvicinano: Natalia le confesserà tutta la sua infelicità, che la costringe a prendere antidepressivi da dieci anni. I rapporti così maturano e si fanno più complessi. In primis quello tra Emma ed Agostino. La prima viene vista come una figlia di papà immatura e viziata, il secondo un arrogante e superficiale. Entrambi giudicati inadeguati da Gian Pietro, che ha più simpatia per Giorgio. Eppure è sorprendente come si vedono loro due reciprocamente. Lei senza di lui si sente sola, lui la vede “così vulnerabile” e l’ha sempre idealizzata, così bella eppure sempre così lontana, quasi la figlia di Liegi (un nobile) irraggiungibile, che poi finalmente l’ha degnato di uno sguardo e la cosa gli sembrava pressoché impossibile. Eppure, invece, -al contrario- lei crede che lui non abbia fiducia in lei, che pensi che non sappia fare nulla, e cerca qualcuno che -piuttosto- invece l’ascolti (come ritiene faccia Giorgio). La complessità dei rapporti umani e della vita umana, della commedia umana -per dirla con Balzac-.
Dunque un’opera corale, molto sofisticata e -soprattutto- che sa di classico e antico pur nella freschezza e attualità della sua totale modernità. Il tono più ‘elevato’ e ‘nobiliare’ è dato non solo dal titolo (dalla presenza dell’aggettivo ‘famigliare’), ma anche dall’accento toscano, che ricorda il nobile fiorentino della lingua di Dante, Petrarca e Boccaccio.

Barbara Conti

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Missioni internazionali. Locatelli: “Prosegue l’impegno”

Sre, 17/01/2018 - 15:57

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Sì dell’Aula della Camera alla prosecuzione per il 2018 delle missioni internazionali, tra cui quella nel Niger. L’Assemblea di Montecitorio ha approvato la risoluzione di maggioranza in tal senso, che ha incassato anche il voto a favore di Forza Italia. La Lega si è astenuta. Contro le premesse di parti della risoluzione, relative a singole missioni, hanno votato i deputati di M5S e di Leu.

Si votava per la missione in Niger e per la proroga di altre 44. Modificata solo la premessa della risoluzione che, su proposta del Psi, ha chiesto al Governo di riportare, in vista della prossima relazione annuale, scheda per scheda, il dato sulla presenza delle donne. Tra le  missioni votate quella bilaterale di assistenza e supporto in Libia; la missione Nato di supporto in Tunisia; United Nations Mission for the Referendum in Western Sahara; European Union Training Mission nella Repubblica Centrafricana; potenziamento del dispositivo Nato per la sorveglianza dello spazio aereo europeo.

Oltre alle nuove missioni, vengono prorogate quelle già in corso per il 2017: in tutto il piano per il 2018 prevede il dispiegamento all’estero di 5816 unità di personale militare, per una previsione di spesa totale di 684 milioni di euro.

Per il Psi è intervenuta in dichiarazione di voto Pia Locatelli, presidente del gruppo alla Camera: “La premessa che è opportuno fare – ha detto – è che queste missioni vanno inquadrate negli sforzi che l’Italia va facendo, e non da ieri, per contrastare il traffico di uomini e donne, i traffici criminali di ogni genere e il terrorismo internazionale. Che se ne debba occupare il Parlamento è fuori discussione come è indiscutibile che questa assemblea sia in carica nel pieno dei suoi poteri, come recita l’art.61 della Carta. D’altra parte il voto che ci accingiamo a esprimere, non riguarda soltanto il Niger e la Libia, ma anche il prosieguo delle 44 missioni internazionali. Nessuno può immaginare che all’improvviso vi sia un totale capovolgimento delle linee fin qui seguite a salvaguardia dell’interesse nazionale né tantomeno del quadro di alleanze che l’Italia dal dopoguerra a oggi ha mantenuto. Per quanto riguarda il nuovo impegno in Niger e la parziale modifica di quello in Libia, essi rientrano nell’opera di contrasto al traffico di esseri umani e al terrorismo internazionale e pur accettando in via di principio l’idea che possano essere stati commessi errori nell’opera di contrasto, è indiscutibile che è solo grazie a essa che oggi vi sia una maggiore e più efficace presenza degli organismi internazionali sul posto.
Il voto favorevole che ci accingiamo a dare poggia infine sulla consapevolezza che l’Italia abbia sempre mantenuto fede alle decisioni assunte in sede Onu, di coniugare la sicurezza con il rispetto dei diritti umani e l’impegno militare con quello civile e inoltre il rispetto della Risoluzione 1325 sul coinvolgimento e la partecipazione delle donne al processo di pace e sicurezza.

Sono particolarmente soddisfatta – ha concluso Pia Locatelli – per l’accoglimento nella premessa della risoluzione della proposta del Psi di riportare, in vista della prossima relazione annuale, scheda per scheda, il dato sulla presenza delle donne”.

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Tobagi. Buemi, l’Avanti! lanciò la campagna di verità

Sre, 17/01/2018 - 15:25

tobagiÈ di questi giorni l’indiscrezione secondo la quale Walter Tobagi, il giornalista ucciso dalle Br, in realtà poteva salvarsi.
“Prima dell’omicidio, i carabinieri avevano avuto segnali precisi del fatto che fosse diventato di nuovo un obiettivo» del gruppo terroristico che da qualche mese si faceva chiamare ‘Brigata XXVIII marzo’, un gruppo che voleva fare “il salto di qualità e entrare a pieno titolo nelle Brigate Rosse”. Fa sapere il giudice Guido Salvini, inoltre “i vertici della Procura e dei carabinieri sapevano che Tobagi era tornato nel mirino dei terroristi, ma sottovalutarono le informazioni ricevute”.
Ma dopo la morte del giornalista “quelle informative – ha detto Salvini – sono state fatte sparire per coprire un errore”. A tal proposito è intervenuto il senatore socialista, Enrico Buemi, per chiarire alcune questioni sulla caso Tobagi.
“Per quanti sostengono l’inutilità della Commissione bicamerale sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, oggi compaiono sul Corriere della Sera e su altri giornali articoli in cui si spiega, per una tragica vicenda da molti ritenuta connessa, che Walter Tobagi si poteva salvare e che ciò si ricava da una informativa ‘recuperata dal giudice Salvini’.” Così il Senatore socialista Enrico Buemi, membro della Commissione Moro, ha commentato le notizie sull’uccisione di Tobagi apparse oggi su organi di stampa, a margine dell’Ufficio di Presidenza della Commissione stessa. “Il giudice Salvini, oggi consulente della Commissione Moro, finalmente riconosce che si sono commessi gravi errori e che si è poi cercato di nasconderli, fornendo su questo molti e gravissimi particolari. L’informativa, in verità, fu l’oggetto di una campagna lanciata dall’Avanti! durante il processo contro Barbone e gli assassini di Walter Tobagi e fu scoperta non dal giudice Salvini ma da Craxi che la diede a Ugo Intini, suo portavoce e direttore dell’Avanti!, che la pubblicò dopo che l’allora ministro dell’interno Scalfaro ne accertò l’autenticità”, ha spiegato Buemi. “L’informativa di cui diede notizia l’Avanti!, all’epoca del processo contro gli assassini, fu trascurata inspiegabilmente dai magistrati che non la tennero in alcun conto e dai cui nacque uno scontro senza precedenti tra magistratura e socialisti”, ha ricordato il senatore socialista. “Per questa campagna di verità, il CSM tentò di fare una seduta straordinaria con l’obiettivo di condannare la presunta ingerenza di Craxi e dei socialisti sull’attività della magistratura ma l’allora presidente della Repubblica Cossiga vietò tale seduta, provocando un grave conflitto istituzionale”, ha continuato Buemi. “Contro questa campagna di verità, i giornalisti e direttore dell’Avanti! furono condannati per diffamazione con pesanti pene pecuniarie e quelli che erano parlamentari furono condannati dopo che il Parlamento diede nei loro confronti l’autorizzazione a procedere, usando il solito metodo di due pesi e due misure, vizio atavico delle Giunte per le Autorizzazioni a procedere”, ha commentato Buemi. “L’autorizzazione a procedere, come è evidente, era per un reato di opinione coperto dalle guarentigie di cui all’articolo 68 della Costituzione”, ha concluso il senatore socialista.

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Astensionismo, segnale di democrazia malata

Sre, 17/01/2018 - 15:02

mattarella“La responsabilità verso la nostra comunità nazionale, la Repubblica, ricade in misura prevalente, su chi ha chiesto e ottenuto di assumere compiti istituzionali ma si pone anche su ciascuno di noi cittadini, chiamati a far la nostra parte per il bene comune. Chi avverte autenticamente il proprio status di cittadino non si sente un creditore che esige soltanto ma avverte che siamo tutti creditori e debitori nei nostri comportamenti. Nessuno deve chiamarsi fuori o limitarsi a guardare”. Lo dice il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un’intervista a “Famiglia cristiana” parlando del rischio astensionismo. “Non ho mai condiviso l’osservazione che, in fondo, va bene così perché molte democrazie sono caratterizzate da basse affluenze al voto, ha sottolineato il Presidente. L’Italia ha una tradizione di ampia partecipazione. Una sua forte diminuzione costituirebbe il sintomo di un indebolimento della fiducia nelle istituzioni comuni e quindi uno stato di salute meno florido della democrazia”. Afferma ancora il Capo dello Stato Sergio Mattarella

Parole condivise da Angelo Bonelli coordinatore dei Verdi e promotore della lista ‘Insieme’ che in uno afferma che “l’astensionismo può essere sintomatico di uno stato di cattiva salute della nostra democrazia. Sono anche convinto però che per riportare la gente alle urne in questa campagna elettorale si debba puntare sui temi concreti che tocchino la vita quotidiana delle persone, evitando sparate con proposte irrealizzabili per accaparrarsi facili consensi”. “Le proposte concrete sono quelle che devono mettere al centro i giovani ed il lavoro, noi vogliamo realizzarlo promuovendo i Green Jobs. I lavori verdi sono il mezzo per uscire da questa gravissima crisi occupazionale: dagli ultimi rapporti è emerso che siamo a quota 2 milioni 972mila persone occupate con i Green jobs, con un aumento di 380.000 posti di lavoro solo nel 2017. Senza considerare che il tasso medio di assunzioni a tempo indeterminato è pari al 46% contro il 30% degli altri tipi di impiego”. “Questa è solo una delle idee che – conclude Bonelli – la coalizione di centrosinistra deve fare proprie per rispondere alle esigenze concrete di questa Italia che vuole cambiare e offrire una opportunità alle giovani generazioni”.

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INSIEME ALLE ELEZIONI

Sre, 17/01/2018 - 14:25

insieme presentazione

“Lo mettiamo subito in chiaro: la lista ‘Insieme’ sarà presente alle prossime elezioni politiche e alle elezioni regionali in Lombardia e Lazio. Se poi le veline dovessero trasformarsi in ragionamenti da parte di qualcuna tra le forze politiche della coalizione, ci sarebbero altri modi per avere quel simbolo sulla scheda elettorale. ‘Insieme’ nasce dalla convinzione che è necessaria la costruzione di un’alleanza ampia del centrosinistra per sconfiggere la destra e il populismo. Resta il fatto che da settimane chiediamo di discutere con gli alleati le linee programmatiche da presentare agli italiani. Noi abbiamo le nostre idee con una serie di proposte concrete. Vorremmo confrontarle con quelle degli altri.”

Così in una nota i promotori della Lista ‘Insieme’ Riccardo Nencini, Giulio Santagata e Angelo Bonelli. Una nota per smentire con forza e indiscrezioni di stampa secondo le quali potrebbe non essere presente la lista Insieme alle prossime elezioni. Intanto proseguono gli incontri tra la lista + Europa di Emma Bonino e Bruno Tabacci e il Pd.

Nencini-GoriIeri sera a Milano è stata ufficialmente la lista XGori Insieme, che sostiene Giorgio Gori alla corsa per le Regionali in Lombardia e raggruppa le formazioni territoriali del Partito Socialista, Area Civica e Verdi. “Un pezzo per volta si compone una coalizione molto ampia. Nei prossimi giorni sarà presentata anche la lista di Campo progressista. C’è una rosa di formazioni progressiste a cui si aggiungono le liste civiche, ci rendono aperti e accomunati dallo stesso programma” ha commentato con i giornalisti il candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione Lombardia arrivando all’evento. Giorgio Gori però non ha mancato di sottolineare che “a maggior ragione risulterà l’assenza di Liberi e Uguali”. Tuttavia “non mancherà certamente il supporto dei loro elettori. Ne sono sicuro” ha affermato. Soddisfatto anche Riccardo Nencini, leader del Psi: “Il nostro impegno al fianco di Gori è una conferma, con una differenza rispetto al passato: la candidatura di Fontana è abbordabile” ha auspicato a margine dell’evento.

“La prima di Fontana, come si dice nel cinema, non è stata proprio buona” ha sottolineato, riferendosi all’uscita del candidato del centrodestra in Lombardia, che ha parlato di “razza bianca in pericolo”. “Ho il timore che la Lega alzi il tiro a Milano e in Lombardia perché i dati che abbiamo sui migranti cominciano a essere buoni” ha puntualizzato Nencini. “Da 180 mila sbarchi nel 2016 si è scesi a 120 mila nel 2017, quindi ci sarà il tentativo ‘razza bianca’ e dintorni che potrebbe imperversare durante la campagna elettorale. Brutta cosa” ha chiosato.

All’unità e alla vittoria puntano anche i Verdi: “Sarà una campagna elettorale impegnativa” ha fatto presente l’ex parlamentare e presidente della federazione dei Verdi, Angelo Bonelli. Si tratta però di un impegno “importante alla luce del fatto che non solo gli elettorali lombardi sanno quale sia l’alternativa, ossia questo Fontana che usa la Costituzione e nemmeno la conosce”.

“Ricompattare un fronte democratico in Lombardia” l’obiettivo. Invece, spiace “che la sinistra non abbia capito l’emergenza che sta vivendo la Lombardia, che sarà la punta d’ariete per uno sfondamento nel paese per rompere quel fronte”. “Avere presidente della Regione chi parla di razza in maniera discriminatoria o avere Matteo Salvini Ministro degli Interni penso che sia una deriva politica che il Paese deve impedire” è l’appello di Bonelli.

Redazione Avanti!

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Dj Fabo, assolto Cappato. Pm: “Mi rifiuto di accusare”

Sre, 17/01/2018 - 14:14

cappato 2La procura di Milano ha chiesto l’assoluzione di Marco Cappato “perché il fatto non sussiste”. Cappato, nel processo iniziato il giorno 8 novembre, è imputato per aver rafforzato il proposito suicidario di Dj Fabo e per averlo aiutato a raggiungere la Svizzera con l’obiettivo di ricorrere al suicidio assistito. Il pm Tiziana Siciliano insieme alla collega Sara Arduini hanno chiesto in subordine alla corte d’assise di eccepire l’illegittimità costituzionale dell’articolo 580 del codice penale quello sull’aiuto al suicidio.
I due pm originariamente avevano chiesto l’archiviazione della indagine a carico del rappresentante dell’associazione Luca Coscioni ma poi il gip Luigi Gargiulo aveva imposto l’imputazione coatta e l’esercizio dell’azione penale sostenendo che Cappato andasse accusato di aiuto al suicidio per avere addirittura rafforzato la volontà del proposito di togliersi la vita. La pm Siciliano ha motivato la sua posizione così: “Mi rifiuto di essere la parte dell’accusa. Io rappresento lo Stato. E lo Stato è anche Marco Cappato”
“Noi pubblici ministeri rappresentiamo lo Stato, non siamo gli avvocati dell’accusa come in altri ordinamenti. E lo Stato è anche l’imputato Cappato – ha detto poi il procuratore aggiunto di Milano Tiziana Siciliano – . È nostro dovere cercare prove anche a favore dell’imputato – ha aggiunto -, e anche alla luce del dibattimento che è stato svolto, è nostro dovere sollecitare la formula assolutoria per Cappato”. E anche se la Costituzione italiana non parla espressamente di diritto alla dignità “la carta fondamentale dei diritti della Ue all’articolo 1 parla proprio di dignità umana e recita ‘la dignità umana è inviolabile e deve essere tutelata” ha proseguito l’aggiunto ricordando che “l’autodetermonazione è un principio cardine” della normativa europea e i giudici, nel valutare se assolvere o condannare il leader radicale per aiuto al suicidio per aver accompagnato Fabiano Antoniani in Svizzera, devono tenere conto di quanto “la Cedu ha previsto espressamente in casi analoghi a questo e che non possiamo assolutamente ignorare“.
il Pm Sara Arduini dopo avere ripetuto più volte come fosse “forte e granitica la volontà di Fabiano di morire” in quanto dopo l’incidente stradale era rimasto cieco, paralizzato e senza la speranza di un lieve miglioramento, ha sottolineato più volte che Cappato “non ha in alcun modo rafforzato il proposito suicidiario di Fabo ma lo ha solo rispettato. Anzi lo ha addirittura ritardato cercando di coinvolgerlo nella sua lotta politica per tentare di dargli una nuova prospettiva di vita”.

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Signori, qui si vendono elisir…

Sre, 17/01/2018 - 14:14

Le trovate paraculate. Primo premio a Salvini per Abolizione della legge Fornero (140 miliardi in cinque anni). Secondo premio a Berlusconi per Pensioni minime senza tasse per tutti a mille euro (costo 7 miliardi all’anno). Terzo premio a Di Maio che propone il Reddito di cittadinanza (il costo dipende dall’applicazione. Il calcolo minimo parla di 17 miliardi l’anno). Quarto premio a Renzi per Abolizione del canone televisivo. Non so il costo, ma uno si chiede: “Perché non l’hanno fatto anziché inserirlo in bolletta?”. Quinto premio a Grasso per Abolizione tasse universitarie. Ora che il nipote di Ferrero, l’uomo nutellato più ricco d’Itala, sia a carico mio lo trovo davvero poco di sinistra. Spero che gli elettori capiscano di essere presi in giro… Ieri sera Monti, che sosteneva che l’Europa ci sta ridendo dietro, sembrava Churchill, di fronte alla sfilata dei nani. La falange di Dulcamara tra i quali eccelle Berlusconi, che offre elisir di lunga vita, é veramente sconsolante. Ma ancor più deludente é la reazione di un elettorato che, sondaggi alla mano, ci crede ancora. Sarebbe come se, nell’opera di Donizetti, il buon venditore di Bordeaux scambiato per magico elisir si fosse presentato con gli stessi prodotti per tre volte di seguito. Quante volte devono sperimentarlo gli italiani per capire che possono essere stati ingannati? D’altronde oggi il teatrino della politica pare assai peggio di quello di Arlecchino…

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Baby gang. Corteo a Napoli ‘è colpa dello Stato’

Sre, 17/01/2018 - 13:48

baby gang“Non è colpa di Gomorra, è colpa dello Stato”, si legge su uno degli striscioni del corteo a Napoli per manifestare solidarietà alle vittime dei raid delle baby gang e per dire “basta” alla violenza. Sono quasi duemila i napoletani, soprattutto giovani, che hanno raggiunto la stazione della metropolitana di Scampia per partecipare alla manifestazione organizzata dal Collettivo Galileo Ferraris che, prendendo spunto dall’aggressione al giovane Gaetano, il 15enne picchiato da un gruppo di almeno 10 ragazzini all’esterno della metro di Chiaiano lo scorso 12 gennaio, è diventata una “grande marcia di solidarietà” anche per Arturo, il 17enne accoltellato in via Foria, e per “tutte le vittime di violenza”.
Il corteo di oggi raggiungerà la stazione della metropolitana di Chiaiano, dove è avvenuta l’aggressione ai danni di Gaetano. Gli organizzatori hanno espressamente chiesto di “non portare bandiere o striscioni di qualsiasi tipo, se non cartelli di solidarietà senza alcuna sigla”. Alla testa del corteo un semplice striscione con la scritta: “Basta violenze! Gaetano siamo con te”.
Al corteo partecipano il sottosegretario alla Giustizia, Gennaro Migliore, il vicesindaco di Napoli, Raffaele Del Giudice, e il presidente della Municipalità Apostolos Paipais.
Numerosi cittadini partenopei hanno raccontato dell’esasperazione quotidiana a cui devono far fronte ogni sera, la bellissima Galleria Umberto I è diventata campo di calcio o pista per gare in motorino da bande di minorenni che inoltre usano le saracinesche di bar e negozi come tirassegno per le pallonate; si arrampicano sulle impalcature dei lavori in corso, per staccare bulloni dai ponteggi e farne proiettili per vandalismi assortiti; si esibiscono in acrobazie sui motorini davanti a un pubblico di ragazzine plaudenti. Senza dimenticare la paura dei cittadini che nulla possono intimoriti dalle ritorsioni o dei poveri homeless su cui questi giovani scaricano la loro rabbia. Per questo il ministro degli Interni ha rassicurato che ci saranno misure di sicurezza per fra fronte a questa nuova ‘emergenza’ di ordine pubblico.
“È chiaro che ci troviamo di fronte a un fenomeno che non può essere affrontato solo come un problema di ordine pubblico, abbiamo a che fare con una violenza nichilista che testimonia di non aver rispetto per il valore della vita, si colpisce a caso. Queste sono metodiche di carattere terroristico”. Così esordisce il ministro dell’Interno Marco Minniti alla riunione del Comitato Provinciale Ordine e Sicurezza pubblica alla presenza del sindaco di Napoli Luigi de Magistris. “Arriveranno a Napoli reparti speciali per incrementare il controllo del territorio nell’ambito del programma ‘Sicurezza giovani’, presidiando le zone più frequentate dai giovanissimi. Non possiamo consentire alle baby gang di far cambiare le abitudini alla stragrande maggioranza della città”. E tra le altre misure anche l’introduzione più capillare della figura dell’”educatore di strada” e l’avvio di un protocollo per sottrarre la patria potestà ai genitori coinvolti in organizzazioni di stampo camorristico. “Tolleranza zero” conclude il ministro.

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Milano, di lavoro si muore. Nencini: “Più sicurezza”

Sre, 17/01/2018 - 13:06

lamina spaDrammatico incidente sul lavoro nella “Lamina spa”, azienda che produce lamine in acciaio e titanio. È accaduto ieri a Milano portando alla morte di tre operai e un quarto gravissimo, mentre dalle ultime ricostruzioni gli altri due operai sarebbero fuori pericolo. Le vittime sono Marco Santamaria, quarantadue anni, Giuseppe Setzu, quarantotto anni, e Arrigo Barbieri, cinquantasette anni. Suo fratello Giancarlo, di quattro anni più grandi, è l’uomo ricoverato in condizioni critiche al San Raffaele.
Dagli accertamenti fatti dalla Polizia a turno finito da mezz’ora i due operai (Barbieri e Santamaria) sono scesi nella zona dove ci sono i forni di riscaldamento a circa due metri di profondità, per riparare un guasto o per effettuare una normale manutenzione, motivo per cui hanno disattivato l’allarme. Ma la fuoriuscita dell’azoto che scorre nei tubi di colore giallo ha fatto perdere i sensi agli operai che però hanno chiesto aiuto. Il primo a tentare di soccorrerli è proprio il fratello maggiore di Barbieri che ora è in condizioni gravissime, il quale a sua volta si sente male ma viene soccorso dagli operai Alfonso Giocondo e Giampiero Costantino che però non ci riescono. A quel punto interviene Giuseppe Setzu, ma il tentativo di soccorrere i colleghi in pericolo gli è costato la vita.
“Il gravissimo incidente avvenuto alla Lamina di Milano ci lascia sgomenti. Voglio inviare alle famiglie delle vittime la mia più profonda vicinanza. Di lavoro si continua a morire e questa è una piaga che non può farci rimanere in silenzio. La tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori deve essere una priorità. Per tutti”. Così il vice ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, Riccardo Nencini, in visita proprio in queste ore a Milano, commentando l’incidente alla Lamina dove hanno perso la vita due lavoratori metalmeccanici.
L’azienda è stata sequestrata dai carabinieri su disposizione dei pm Tiziana Siciliano e Gaetano Ruta. I magistrati stanno cercando di capire perché i dispositivi di allarme, che hanno dei sensori per segnalare le fuoriuscita di monossido di carbonio e azoto, non abbiano funzionato. Ieri i pm hanno svolto un sopralluogo e sentito alcuni responsabili dell’azienda e poi disposto il sequestro della ditta per tutti gli accertamenti. Nel registro degli indagati verrà iscritto, com’è prassi in questi casi, il responsabile legale dell’azienda. Già nella tarda serata di ieri l’azienda era stata sottoposta a sequestro.
Il sindaco di Milano Beppe Sala ha annunciato il lutto cittadino: “Intendo fare tre cose – ha spiegato -. La prima è proclamare il lutto cittadino, poi ho chiesto all’assessore alla Sicurezza, Carmela Rozza, di incontrare le famiglie. Infine contatterò il prefetto perché credo che sia utile convocare un tavolo molto operativo e non retorico, con tutti gli enti che possono dare il loro contributo, come ad esempio i sindacati, l’Inail, per rafforzare i controlli preventivi. Me lo hanno chiesto anche i sindacati che ho sentito questa mattina, questa dovrà essere un’altra leva da attivare”.

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Bettino Craxi, uso di pesi e misure diverse nella giustizia

Sre, 17/01/2018 - 13:05

Voltaire, parlando di un processo che si concluse con la condanna di una persona per un solo voto, racconta come l’avvocato spiegasse che sarebbe stato assolto in un’altra camera di giustizia. “E’ davvero comico – rispose il malcapitato – quindi una camera, una legge”. “Sì – disse l’avvocato – ci sono venticinque commenti diversi sulla ‘consuetudine’ di Parigi… e se ci fossero 25 camere di giudici, ci sarebbero 25 giurisprudenze diverse”. Questa vicenda era stata riproposta dall’ ex magistrato Ferdinando Imposimato, scrivendo un articolo sull’ “Avanti della domenica” del 3 maggio 1998 intitolato “Giustizia, la riforma non decolla” col quale ammetteva drammaticamente che “le cose non sono affatto mutate da allora”.

Imposimato – lo citiamo anche per riconoscere al magistrato da poco scomparso questo suo filone d’impegno, che si sovrappone a molti altri e d’altro segno –  continuava il suo ragionamento citando l’illuminato giurista Cesare Beccaria: “Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o di una cattiva logica del giudice, di una facile o malsana digestione, dipenderebbe dalla violenza delle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice con l’offeso, e da tutte quelle minute forze che cangiano le apparenze di ogni oggetto nell’animo fluttuante dell’uomo. Quindi veggiamo la sorte di un cittadino cangiarsi diverse volte nel passaggio che fa a diversi tribunali, e le vite dei miserabili essere vittime dei falsi raziocini, o dell’attuale fermento degli umori di un giudice”.

Queste terribili parole sembrerebbero confinate in altro tempo. Purtroppo così non è – lo rilevava Imposimato – e le cronache giudiziarie continuano a confermarlo, usando pesi e misure diverse, pronte a ribaltare verdetti precedenti fino alla sentenza definitiva, salvo poi ricorsi in alte sedi sovranazionali.  E’ che da sempre, fin dai tempi di Socrate, “in tribunale come in teatro non conta tanto la realtà ma come essa viene rappresentata” e quindi come tale rappresentazione può influenzare il giudizio.

Ma il problema è che eternamente la giustizia risente oltre che degli umori degli apparati giudiziari anche e soprattutto dello spirito del tempo: le leggi sono costruzioni umane, non hanno una impronta divina e una validità assoluta per sempre: “le leggi sono correnti di pensiero” sintetizzava mirabilmente un padre costituente come Piero Calamandrei e spesso la loro applicazione si confonde con la morale.

Ecco il punto: la morale. Il sociologo Francesco Alberoni vi ha scritto sopra un libro intitolato ‘Valori’. La morale dovrebbe collegarsi a ciò che è generoso e altruista. Ma per l’opinione prevalente, invece, la morale non significa virtù e bontà. Significa sdegno, rimprovero, punizione. Ecco – scrive – li vedete tutti costoro sfilare nel corso della storia cupi, collerici, intransigenti che urlano, che esigono punizioni esemplari per i malvagi, per i corrotti! Ciascuno prende un sasso per lapidare l’adultera, ciascuno si getta sul reo per linciarlo. Così si tagliano le mani ai ladri, si torturano, si martoriano, si crocifiggono i criminali, si bruciano gli eretici, si spezzano le ossa e si squartano i banditi. Quanta giustizia è stata fatta in questo modo! La storia è stata un succedersi ininterrotto di atti di ‘giustizia’.

Così nel passato e così in epoca recente nella lotta politica, aggiunge senza sorpresa Alberoni. Perché tutti vivono il loro avversario come un essere repellente, crudele. Mentre vivono se stessi come virtuosi e giusti, costretti a difendersi. La lotta politica è praticamente tutta combattuta con accuse di immoralità. Ma perché confondere la morale con la lotta politica? E’ incredibile – aggiunge Alberoni – che non si capisca, non si voglia capire che quando in un movimento, in un partito politico, il capo, il demagogo urla: “Facciamo giustizia”, di solito non ha nemmeno lontanamente in mente la giustizia morale. Il suo vero scopo è minare la legittimità di chi è al potere per rovesciarlo e prendere il suo posto. Il linciaggio morale è stato ed è strumento abituale di conquista del potere. Si guarda sempre il male degli altri e non si vede il proprio. Perché in realtà non c’è un sentimento morale, ma una manifestazione di aggressività.

Ricorre in questi giorni – il 19 gennaio – l’anniversario della morte di Craxi da rifugiato in Tunisia. Parlo di lui con un riferimento generale, citando lo storico Angelo Panebianco. Questi commentando nell’ ottobre 2016 sul Corriere della Sera il libro di Paolo Mieli ‘In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia’, scriveva: «Non si è mai estinto il vizio di mettere in piedi processi per corruzione o sottrazione di denaro pubblico contro gli avversari politici». Cita un caso antico ma efficacemente emblematico: «Il processo contro Verre, ex propretore il Sicilia, che diede tanto lustro al suo inflessibile accusatore Cicerone, non sarebbe stato imbastito se Verre non fosse stato legato alla fazione politica perdente, quella di Silla». E conclude: «Nelle cronache degli ultimi decenni, qui in Italia, anche se non solo, possiamo trovare diversi casi che hanno affinità con quella vicenda storica». Dall’antichità all’età contemporanea è detto parecchio in queste poche parole, svelando un meccanismo che regola spesso la cattiva contesa pubblica.

Nicola Zoller
direzione nazionale Psi

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L’allusione di Santagata, la tentazione di Renzi

Tor, 16/01/2018 - 20:07

In un’intervista pubblicata su Repubblica Giulio Santagata, uno dei tre leader della lista Insieme, risponde non si capisce se a un invito o a un desiderio del Pd affinchè non venga presentata la nostra lista in cambio di un’offerta, forse più appetitosa, di collegi uninominali per i suoi candidati. Non si comprende se questa idea sia stata lanciata anche agli altri due partner del centro-sinistra, e cioè a quella dei centristi e di Bonino-Tabacci, qualora la tempestosa e altalenante Emma e l’ex democristiano Bruno decidessero di collocarsi nella coalizione. Se insomma il Pd, forse per frenare la caduta dei consensi che pare progressiva secondo i sondaggi, intende non più concorrere con la sua lista, ma con una lista di coalizione, comprendente anche le due o tre alleate.

Vorremmo capire. E se Santagata conosce le cose magari potrebbe spiegarle meglio. Nella sua intervista il leader prodiano é molto netto. Egli assicura che la lista Insieme deve essere presentata e che il Pd da solo non rappresenta tutta l’area del centro-sinistra. E pare convinto di quel che dice quando sostiene che la lista Insieme può raggiungere il tre per cento. Facciamo due conti. E’ ben noto anche ai sassi che in Italia più liste portano più voti. Ed é altrettanto ben noto che le unificazioni, anche quando sono il frutto di convergenze ideali, penso a quella socialista del 1966, sono destinate al fallimento.

Non é solo una questione di numeri, e sarebbe miope che il Pd si accontentasse, travestendosi in un altro soggetto politico, di raggranellare uno o due punti in più, annullando una coalizione che potrebbe conquistare maggiori consensi. Certo il Pd é oggi alle prese con mille problemi, non da ultimo quello delle candidature. Basti pensare che alla Camera, senza premio di maggioranza, i suoi eletti rischiano di risultare la metà. Esiste anche, io credo, un problema politico. Davvero l’apporto dei socialisti, dei verdi, dei prodiani, potrebbe essere annullato e pagato solo con qualche collegio? No dai. Credo proprio che Santagata abbia capito male…

Eppure oggi quasi tutti i giornali tornano sull’argomento. E attribuiscono l’intenzione allo stesso Renzi, che non ha mai fatto mistero di tenere “in gran dispitto” le alleanze. Un conto sono le alleanze come scelta politica, altro conto sono gli alleati. Se Renzi ritiene di sbarazzarsi della lista Insieme per poter far lievitare la percentuale della sua é fuori di testa. Davvero pensa che gli elettori socialisti, verdi e prodiani, in mancanza dela lista, sarebbero pronti, insieme, a votare Pd dopo tale sgarbo? No. Penso proprio che i giornalisti abbiano capito male…

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L’Unione europea dichiara guerra alla plastica

Tor, 16/01/2018 - 18:20

plastica

Riciclo totale degli imballaggi in plastica entro il 2030, bando delle microplastiche nei cosmetici e misure per ridurre oggetti in plastica mono-uso come le stoviglie. La Commissione europea dichiara guerra alla plastica con una strategia che comprende un’etichettatura più chiara per distinguere polimeri compostabili e biodegradabili e regole per la raccolta differenziata sulle imbarcazioni e il trattamento dei rifiuti nei porti. Attese entro gennaio misure per ridurre l’impatto delle bottiglie d’acqua in plastica.

La strategia, che comprende due comunicazioni, una nuova direttiva sulle strutture portuali, e uno strumento per monitorare gli avanzamenti nell’economia circolare, ha lo scopo di ridurre i 25 milioni di tonnellate l’anno di rifiuti da plastica prodotti in Europa, aumentando il ricorso al riciclo e al riuso, che oggi è solo al 30% del totale. Una quota significativa di questa percentuale finisce per essere trattata in mercati terzi, come la Cina, che ha annunciato un giro di vite sull’importazione di rifiuti in plastica.

L’obiettivo più ambizioso della strategia Ue prevede che entro il 2030 tutti gli imballaggi in plastica immessi sul mercato Ue siano progettati per essere riutilizzabili e riciclabili. Per raggiungere il target la Commissione intende rivedere i requisiti legislativi per l’immissione degli imballaggi sul mercato. Nuovi finanziamenti a sostegno della strategia saranno soprattutto su ricerca e sviluppo, con 100 milioni di euro fino al 2020. Le microplastiche utilizzate intenzionalmente vanno verso il divieto totale, mentre sono ancora allo studio misure per ridurre quelle involontarie, come le particelle di gomma da usura dei pneumatici o i residui di poliestere e nylon rilasciati nelle acque di lavaggio.

La Commissione presenterà anche proposte per ridurre l’uso di stoviglie monouso, su cui una consultazione pubblica e’ in corso, con un approccio che dovrebbe ricalcare quelle usate per i sacchetti della spesa. Secondo fonti Ue, dati preliminari dai paesi membri mostrano un drastico calo dell’impiego dei sacchetti di plastica dopo l’approvazione della direttiva del 2016.

Come anticipato della strategia non fa parte la tassa europea sulla plastica annunciata la scorsa settimana dal commissario Ue al budget Gunther Oettinger. Fonti Ue hanno spiegato che l’idea è parte della riflessione sulla proposta di futuro bilancio pluriennale dell’Ue, attesa per maggio.

Sulle strategie da adottare il vicepresidente della Commissione europea Jirky Katainen ha detto di dubitare “che troveremo un meccanismo che possa funzionare a livello europeo” per tassare la plastica. La Commissione europea “sta esplorando misure fiscali per ridurre l’uso di plastiche ma è troppo presto per promettere qualcosa”. La Commissione europea “è pronta a esplorare incentivi fiscali per aumentare il riciclo o ridurre l’uso di plastiche ma è troppo presto per promettere qualcosa”, ha proseguito Katainen. “Alcuni paesi membri – ha concluso Katainen – hanno mostrato che misure fiscali a livello nazionale sui sacchetti di plastica possono funzionare. È in questo spirito che guarderemo alle opportunità che si presentano, ma ho i miei dubbi che riusciremo a trovare un meccanismo che possa funzionare a livello europeo”.

Una buona notizia per Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici della Camera dei Deputati per il quale “la Strategia europea sul contenimento della plastica va nella giusta direzione. L’Italia è avanti perché ha già vietato, con il mio emendamento alla legge di Bilancio, i cotton-fioc non biodegradabili dal 2019 e le microplastiche nei cosmetici dal 2020. Adesso impegno di tutta l’Europa nella difesa dell’ambiente e nello stimolo per una nuova economia più sostenibile, competitiva e a misura d’uomo”.

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16 gennaio 1994, finisce la I Repubblica

Tor, 16/01/2018 - 18:14

scalfaroIl 16 gennaio 1994, il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro sciolse le camere: fu la fine della Prima Repubblica. Un capitolo della storia italiana durato 46 anni, spesso ricordato per la sua chiusura decisamente poco onorevole, e per i problemi che hanno assillato la democrazia bloccata del nostro paese, che sembra rimanere sempre indietro.

Se è vero però che i problemi moderni hanno sempre radici nel passato, è sbagliato ugualmente proiettare nella nostra storia l’atmosfera di sfiducia in cui stiamo vivendo in questi anni. Dire che la prima repubblica è stata quella del “Mangi come un democristiano”, delle monetine del Raphael, della politica sporca, del debito pubblico, sarebbe il voler guardare solo le ombre di un periodo lungo e complesso, sul quale oltretutto, proprio per la sua durata, non è prudente generalizzare troppo.

La Prima Repubblica ha visto l’Italia risorgere dalle ceneri della guerra. Ha visto l’Italia svolgere un ruolo di primo piano nel processo di integrazione europea. Riconquistare diplomaticamente Trieste. In un decennio, l’economia italiana ha realizzato il “miracolo economico” e poi il “sorpasso”, diventando la quarta potenza economica del mondo.

Da paese prevalentemente agricolo e di emigrazione, l’Italia è diventata un paese pienamente industriale e meta di immigrazione. Gli indici di alfabetizzazione sono diventati quelli di un paese sviluppato, mentre dopo la guerra eravamo un paese fortemente analfabeta. Abbiamo conosciuto pessimi politici, di scarsa moralità, ma non ci furono solo loro.

Bisogna ricordare che i primi anni della nostra repubblica sono stati quelli degli eroi della politica, dei padri costituenti, di grandi intellettuali (basterebbe leggere l’elenco di coloro che parteciparono all’elaborazione e all’approvazione della Carta, rileggere i loro curricula e avremmo l’esatta dimensione della distanza che corre tra l’attuale qualità degli eletti e quella degli eletti di allora, com l’aggiunta, poi, della passione civile all’epoca veramente sincera), di coloro che avevano conosciuto la repressione del fascismo e la sofferenza della guerra, in patria e in esilio, e che si sono battuti per far tornare libero il nostro paese.

Se la Prima Repubblica ha visto la violenza delle manifestazioni degli anni ’70, ha visto anche l’attivismo e l’entusiasmo di giovani cittadini che, figli del benessere, potevano permettersi di combattere le battaglie della modernità, così come le classi più svantaggiate economicamente chiedevano migliori condizioni di vita e le donne lottavano per la parità dei sessi.

Dopo l’entusiasmo però, per molti è arrivata la chiusura in se stessi. Gli anni ’80, sono stati gli anni del ritorno all’individualismo, del distacco dalla politica che oggi conosciamo fin troppo bene, il riflusso, il “grande freddo” o “l’edonismo reaganiano”. Il compromesso storico era fallito, e la guida democristiana non riusciva più a rispondere alle esigenze di una società ormai troppo moderna e perciò in buona parte sconosciuta a una forza per molti aspetti anti-moderna. La soluzione data attraverso il governo del “Pentapartito”, che vide l’ascesa del leader socialista Bettino Craxi, fu l’ultimo respiro di un sistema in crisi.

Non sorprende che alla fine di questo decennio sia scoppiato lo scandalo che ha incrinato profondamente il rapporto tra l’elettorato e il sistema dei partiti, declassato la politica a sistema di convenienze e non più a scuola di virtù civiche.

Il tutto inserito in un mondo che perdeva i vecchi riferimenti attraverso la caduta dell’Unione Sovietica, la fine della guerra fredda e l’illusione del trionfo di un capitalismo democratico e dal volto umano che, al contrario, attraverso la globalizzazione selvaggia e senza regole ha progressivamente mostrato i tratti feroci di una oligarchia sovranazionale, finanziaria al potere, costruendo le premesse per nuove guerre e nuova instabilità. Da un lato, il Partito Comunista aveva perso la sua ragione d’essere, ed iniziò una transizione (incompiuta o compiuta molto male attraverso spesso la liquidazione del bambino insieme all’acqua sporca) verso una concetto di sinistra occidentale fatto più di mutamento di nomi che della sostanza. Dall’altro, la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista vennero “frullati” e cancellati attraverso “processi di piazza” in cui la condanna si basava più sul generale sentire che sui fatti reati con la conseguenza che un’intera classe politica scomparve dal giorno alla notte, in alcuni casi pagando politicamente colpe che non aveva.

L’inchiesta di “Mani Pulite”, che nella narrazione dell’attuale presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, all’epoca esponente di primo piano del Pool milanese, avrebbe dovuto rivoltare il Paese come un calzino, in realtà si esaltò in una serie di roghi pubblici, impedendo una transizione più serena e proficua verso la modernità visto che nessuno della precedente classe politica venne salvato; dato che la storia non conosce salti, non si poteva certo immaginare che dalla “tabula rasa” potesse nascere qualcosa di concreto. E, in effetti, non è nato: le seconde e terze linee hanno sostituito le prime senza essere dotate di un progetto chiaro (oltre che del talento dei “capi” a cui normalmente portavano la borsa) e concreto di “rifondazione” del Sistema Democratico Italiano. I mali che “Mani Pulite” riteneva di poter guarire a colpi di “processi in piazza” sono ancora lì tanto da indurre oggi lo stesso Davigo ad ammettere che le cose sono cambiate ma in peggio.

Il passaggio tra Prima e Seconda Repubblica non è avvenuto. Anzi, si può dire che al momento l’unica Repubblica con una sua compiutezza è stata la prima; la Seconda è rimasta più che altro uno slogan. E la distinzione lessicale più che in un cambio si senso e di passo, trova una sua giustificazione nello stravolgimento del sistema partitico repentino dopo anni di stabilità e questo ha dato la percezione di qualcosa di nuovo, di “rivoluzionario”. In realtà non c’è nessuna Seconda Repubblica, poiché non c’è stato nessun cambiamento istituzionale.

Ricordiamo oggi la fine di qualcosa che non è mai finito e lo facciamo prendendo esempio dai grandi uomini che pure abbiamo avuto, quelli che, a prescindere dalla loro bandiera politica, hanno provato onestamente a mandare avanti l’Italia, a riscattarla da una condizione di arretratezza e subalternità. Pensiamo alla lunga strada percorsa e ai traguardi che ci hanno reso un paese sviluppato. Solo con un atteggiamento costruttivo si può poi riflettere su quello che non è andato come sarebbe dovuto andare, sulle questioni irrisolte che ancora ci affliggono: la corruzione, la criminalità organizzata, la questione meridionale, la cattiva gestione delle risorse…

Giulia Clarizia
Blog Fondazione Nenni

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Giallo sulla morte di Oscar Perez che sfidò Maduro

Tor, 16/01/2018 - 17:51

oscar perezOscar Perez, il pilota, attore ed ex ufficiale venezuelano, noto per aver attaccato alcuni edifici pubblici da un elicottero lo scorso anno come segno di protesta contro il presidente Nicolas Maduro e la Corte Suprema, è stato ucciso nel corso di un blitz delle forze di sicurezza ieri. Lo hanno riferito alla Cnn fonti del governo di Caracas.
Sette mesi fa era diventato famoso per aver sorvolato Caracas in elicottero per chiamare alla rivolta contro il presidente venezuelano Nicolas Maduro. In precedenza il ministero dell’Interno aveva riferito dell’uccisione di “membri di una cellula terroristica che ha opposto resistenza”, mentre cinque componenti sono stati arrestati. Ma a parlarne è stato proprio il presidente Maduro ha detto che l’operazione era destinata a catturare “il gruppo terroristico che ha attaccato la Corte Suprema” e che stava preparando un’autobomba per colpire una non meglio precisata ambasciata straniera.
“Abbiamo scoperto che avevano preparato un’autobomba da far esplodere dinanzi a un’ambasciata di un paese amato e prestigioso che ha la sede qui”, ha detto Maduro senza specificare di quale nazione fosse la rappresentanza diplomatica. Come in altre occasioni, il capo di stato ha ricondotto parte della responsabilità della presunta trama criminale ai vicini colombiani: agli autori dell’attentato sarebbe stata promessa “protezione del governo colombiano”.
Resta, però, il mistero sulla morte di Perez. Cnn, infatti, sottolinea di non aver potuto confermare direttamente la morte del pilota che ieri era apparso in un video diffuso su internet, con il viso insanguinato. “Ci hanno sparato con lanciagranate. Non volevano che ci arrendessimo, volevano ucciderci”, aveva detto nel video. “Non stiamo sparando e continuano ad attaccarci. Stiamo tentando di negoziare perché ci sono persone innocenti qui, ci sono civili…ci vogliono letteralmente uccidere”. I familiari dell’ex poliziotto ribelle Oscar Perez hanno chiesto alle autorità una prova di vita
dell’uomo, la prima a chiederne notizia è la madre, quasi convinta che il figlio sia vivo. Mentre la moglie di Perez e madre dei suoi tre figli, Dana Vivas, (rifugiati all’estero), ha chiesto ugualmente notizie del marito: “Che cosa avete fatto a Oscar Pérez? Dov’è ? (…) La sua famiglia ha diritto di ricevere una risposta”, ha continuato la moglie, convinta che le immagini dei cadaveri al termine dell’operazione siano solo una “montatura”.

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The Pink Floyd Exhibition, a Roma Roger Waters e Nick Mason

Tor, 16/01/2018 - 17:50

06_previewRetrospettiva epocale a 50 anni dalla nascita di uno dei gruppi musicali più innovativi e influenti della storia, arriva a Roma, acclamata dalla critica e in esclusiva per l’Italia, la mostra The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains.

Hanno presentato la mostra, in conferenza stampa oggi al Museo Macro di Roma, i due membri fondatori della band Roger Waters e Nick Mason, insieme alla Sindaca Virginia Raggi, il Vicesindaco con delega alla cultura Luca Bergamo e il Commissario per la gestione provvisoria di Palaexpo Innocenzo Cipolletta.  L’esposizione – promossa da Roma Capitale Assessorato alla Crescita Culturale – al MACRO Museo d’Arte Contemporanea di Roma di via Nizza dal 19 gennaio al 1 luglio 2018, sarà la prima ospitata dal museo con la nuova gestione dell’Azienda Speciale Palaexpo. Dopo l’enorme successo del debutto di qualche mese fa al Victoria and Albert Museum di Londra, che ha visto la partecipazione di più di 400.000 persone, la mostra, prodotta e promossa a livello globale da Michael Cohl, della Concert Productions International B.V., si sposta a Roma per la prima tappa internazionale e sarà visitata per la prima volta in assoluto da Roger Waters.

Ideata da Storm Thorgerson e sviluppata da Aubrey ‘Po’ Powell di Hipgnosis, che ha lavorato in stretta collaborazione con Nick Mason (consulente della mostra per conto dei Pink Floyd) The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains è un viaggio audiovisivo nei 50 anni di carriera di uno dei più leggendari gruppi rock di sempre e offre una visione inedita ed esclusiva del mondo dei Pink Floyd. Esposti in mostra oltre 350 oggetti, mai visti prima, che rappresentano i diversi momenti della storia del gruppo, a partire dalla gigantesca ricostruzione del furgone Bedford che usavano per i tour a metà degli anni sessanta.

Il colossale allestimento del Victoria and Albert Museum di Londra, descritto dai quotidiani inglesi come “impressionante”, “un’autentica festa per i sensi” e “quasi altrettanto emozionante che ascoltare i Pink Floyd dal vivo”, è stato il più visitato di sempre nel suo genere. In esclusiva per l’Italia il MACRO ospiterà l’esposizione e lo stesso Mason ricorda che – a meno di 1 km di distanza – proprio al Piper ebbe luogo uno dei primi concerti dei Pink Floyd in Italia nell’aprile del 1968.

La mostra racconta quale fu il ruolo della band nel cruciale passaggio culturale dagli anni sessanta in poi. Grazie al suo approccio sperimentale – che rese il gruppo inglese esponente di spicco del movimento psichedelico che cambiò per sempre l’idea della musica in quegli anni – la band venne riconosciuta come uno dei fenomeni più importanti della scena musicale contemporanea.

I Pink Floyd hanno prodotto alcune delle immagini più leggendarie della cultura pop: dalle mucche al prisma di The Dark Side of the Moon, fino al maiale rosa sopra la Battersea Power Station e ai “Marching Hammers”. La loro personale visione del mondo si è realizzata grazie a creativi come il moderno surrealista e collaboratore di lunga data Storm Thorgerson, l’illustratore satirico Gerald Scarfe e il pioniere dell’illuminazione psichedelica Peter Wynne-Wilson.

Il percorso espositivo che guida il visitatore seguendo un ordine cronologico, è sempre accompagnato dalla musica e dalle voci dei membri passati e presenti dei Pink Floyd, tra cui Syd Barrett, Roger Waters, Richard Wright, Nick Mason e David Gilmour. Il momento culminante è la Performance Zone, in cui i visitatori entrano in uno spazio audiovisivo immersivo, che comprende la ricreazione dell’ultimo concerto dei quattro membri della band al Live 8 del 2005 con Comfortably Numb, appositamente mixata con l’avanguardistica tecnologia audio AMBEO 3D della Sennheiser, oltre al video, in esclusiva per Roma, di One Of These Days, tratto dalla storica esibizione del gruppo a Pompei.

“La reazione dei fan alla mostra è stata persino più calorosa del previsto. Sono due ore di musica, energia ed emozione in puro stile Pink Floyd” commenta Michael Cohl della Concert Productions International B.V.

The Pink Floyd Exhibition è prodotta e organizzata dalla Concert Productions International B.V. di Michael Cohl, da Azienda Speciale Palaexpo, Mondo Mostre e da Live Nation. È curata dal direttore creativo dei Pink Floyd, Aubrey ‘Po’ Powell (dello studio grafico Hipgnosis) e da Paula Webb Stainton, che ha lavorato a stretto contatto con membri del gruppo tra cui Nick Mason (consulente per i Pink Floyd), con il contributo di Victoria Broackes del Victoria and Albert Museum. La mostra è in collaborazione con lo studio Stufish, uno dei maggiori studi di architetti d’intrattenimento e progettisti di lunga data dei palchi della band, e con gli interpretativi exhibition designer di Real Studios.

Il libro ufficiale per i 50 anni della band è edito da Skira ed è disponibile nelle librerie.

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Sanità. I medici di Roma a convegno

Tor, 16/01/2018 - 17:37

Sanità-riforma-Monti

“Come da preciso impegno preso nel nostro programma elettorale, iniziamo da subito a portare in modo capillare l’Ordine sul territorio di nostra competenza, per essere a contatto diretto non solo coi medici che vi operano, ma anche con cittadini e istituzioni locali”. Cosi’ Antonio Magi, neo presidente dell’Ordine provinciale di Roma dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri (OMCeO), eletto il 4 dicembre scorso con la lista ‘Medici Uniti.

In quest’ ottica s’e’ svolto l’incontro preliminare tra il sindaco di Cerveteri, Alessio Pascucci, e il consigliere e responsabile dell’area Comunicazione e Affari esteri dell’Ordine di Roma, Foad Aodi, che è anche presidente di Amsi (Associazione Medici d’origine Straniera in Italia) e del Movimento internazionale “Uniti per Unire”, e membro del “Focal Point” per l’ integrazione in Italia per l’ Alleanza delle Civilta’ (Unaoc), organismo ONU. Incontro vòlto a programmare, possibilmente per la fine di gennaio, un convegno sulla Sanita’ e definire le linee di intervento sul territorio, coinvolgendo tutti gli altri amministratori locali nell’ambito della Asl Roma 4.

“Ringrazio il presidente Magi per avermi dato mandato di incontrare il Sindaco di Cerveteri, col quale gia’ esiste da anni un rapporto personale di proficua collaborazione nel campo della cooperazione internazionale”, commenta Aodi. “Intendiamo ascoltare i residenti, i sindaci e gli amministratori locali del territorio per programmare insieme le attivita’ dell’Ordine, intensificando la prevenzione e la collaborazione tra i medici di famiglia e quelli ospedalieri”, precisa l’esponente del nuovo Consiglio direttivo dell’OMCeO capitolino. “Per questo alla fine di gennaio organizzeremo insieme un convegno sulle tematiche della Sanità: che si terrà a Cerveteri, grazie alla disponibilità del suo sindaco”.

“Da parte nostra siamo soddisfatti per aver trovato interlocutori credibili e affidabili per affrontare le tematiche della sanità nel nostro territorio, e siamo orgogliosi di poter ospitare questa iniziativa dell’Ordine dei Medici di Roma”, dichiara Pascucci.
“Finalmente anche sul nostro territorio, il difficile percorso dell’integrazione diviene realtà “, ha dichiarato a tal proposito il dg della Asl Roma 4, Giuseppe Quintavalle. “Il convegno voluto dal sindaco di Cerveteri in collaborazione col prof. Aodi, rappresenta un significativo passo avanti per una Sanità che affronta seriamente le tematiche più attuali d’una società in evoluzione”.

Fabrizio Federici

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