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PRESSING EUROPEO

Čet, 13/12/2018 - 19:12

juncker_conte apreIl deficit scende al 2,04%. La retromarcia dal 2,4% del balcone è consistente, ma Giuseppe Conte la annuncia con il tono di chi si è levato un gran peso dallo stomaco. Dopo settimane di trattative e ripetuti incontri con la Commissione, Conte ieri è volato a Bruxelles insieme al ministro Giovanni Tria per portare a Jean Claude Juncker e ai commissari Moscovici e Dombrovsky, le tabelle che correggono i saldi dell’ultimo documento di finanza pubblica.

Una correzione di Bilancio che per la coalizione significa dover trovare altri soldi e tanti. Fanno ridere a questo punto le immagini di soli poche settimane fa dei festeggiamenti dal balcone quando un raggiante Di Maio affermava solennemente di aver sconfitto la povertà per decreto. E fanno sorridere anche le innumerevoli volte in cui Salvini con decisione dichiarava che il governo non avrebbe mai fatto nessun passo indietro. “Non ci sposteremo di un millimetro” diceva. Invece si sono spostati. E di molto. Una retromarcia resa necessaria dalla insostenibilità dei numeri scritti in manovra. Il dato ora è che a pochi giorni dalla scadenza per la presentazione del piano di bilancio, ancora non esiste nulla. I pilastri portanti, il reddito di cittadinanza e la riforma della legge Fornero con l’introduzione della quota 100, sono stati demoliti dalla Commissione. Non eliminati, ma svuotati. I fondi previsti infatti dovranno essere drasticamente ridotti per rientrare nei nuovi parametri. In sostanza il temi sbandierati dal governo per mesi vanno a infrangersi sul muro del realismo, quello dei numeri. Quelli sul tavolo.

La manovra, approvata dalla Camera e ora in stand by al Senato, dovrà essere cambiata nel profondo. Se l’ultimo miglio del negoziato in corso a Bruxelles avrà buon esito, nascerà una nuova legge di Bilancio. Sarà necessario probabilmente un “addendum” alla nota di aggiornamento al Def per variare i saldi di bilancio (dal 2,4 al 2,04 di deficit-Pil) e arriverà un maxiemendamento. L’obiettivo è ridimensionare quota 100 e reddito di cittadinanza. Ma non basta, servono altri soldi. Tagli oppure nuove entrate, che vuol dire altre tasse, per gli altri 2,2 miliardi. Tutto ciò che il governo aveva detto di non voler fare.

Intanto dura la guerra a distanza. Il commissario Pierre Moscovici incalza Roma sul deficit. Va bene la riduzione, ma non basta. “L’Italia dovrebbe compiere ulteriori sforzi per il Bilancio 2019, dice commentando l’annuncio del governo italiano di un deficit al 2,04% per il prossimo anno. “È un passo nella giusta direzione – afferma nella mattina intervenendo presso la commissione affari economici del Senato, – ma ancora non ci siamo, ci sono ancora dei passi da fare, forse da entrambe le parti”. Il ministro Tria, che sa far di conto, a settembre aveva posto l’asticella all’1,6%. E venne sbeffeggiato dai due vicepremier. Gli venne imposto di cancellare e riscrivere quel numero. E a quel numero piano piano ci si sta avvicinando.

Moscovici, torna a dire che la Francia di Emmmanuel Macron può sforare il tetto del 3% per finanziare le misure volte a sedare la crisi dei gilet gialli, ma ha auspicato che questa violazione dei patti assunti con Bruxelles per il 2019 sia “più limitata possibile” e “temporanea”.

Il commissario Ue interviene successivamente sull’Italia e fa alcune precisazioni: riconosce che la distanza con l’Ue si è ridotta perché “lo sforzo fatto dall’Italia è consistente e apprezzabile”. Al termine delle riunioni con i rappresentanti italiani, ha detto che il dialogo prosegue in modo “costruttivo” e c’è “l’intenzione condivisa di arrivare ad un accordo. Non vogliamo arrivare alla procedura”, e “quando ho detto che non ci siamo ancora intendevo che non abbiamo ancora concluso la discussione”. Nessun commento alle parole di Moscovici da parte di Palazzo Chigi. Il presidente è concentrato sul negoziato. Da Palazzo Chigi filtra ottimismo. Il tentativo che si cerca di far passare lasciando deficit Pil invariati, il reddito di cittadinanza e quota 100, coerentemente con quanto sempre promesso. Questa è la strada intrapresa e che si continuerà a percorrere, sottolineano fonti di Palazzo Chigi.

Ed intervengono anche i due vicepremier, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. “Continuiamo a sostenere con convinzione la nostra proposta – affermano in una nota -. Piena fiducia nel lavoro di Conte. Siamo persone di buon senso e soprattutto teniamo fede a ciò che avevamo promesso ai cittadini, mantenendo reddito di cittadinanza e quota 100 invariati. Manterremo tutti gli impegni presi”.

Ma la matematica non è di parte e non conosce flessibilità. Se il deficit sarà ridotto le risorse dovranno essere prese da altre parti, il rialzo dell’Iva per esempio, oppure con tagli sostanziosi alla spesa, o sulle promesse.

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L’Auto elettrica inquina comunque

Čet, 13/12/2018 - 18:50

auto elettricaL’auto elettrica sarà il veicolo del futuro? Lo è stato del passato: la prima auto elettrica fu realizzata nel 1835, precedendo di circa 65 anni l’invenzione del motore a scoppio. Il miglioramento delle batterie permise una sua reale diffusione negli anni successivi: nel 1899 le auto a trazione elettrica riuscirono a stabilire anche un importante record di velocità, quando il pilota belga Camille Jenatzy, a bordo della sua vettura speciale Jamais Contente, riuscì a toccare una media di oltre 100Km/h (105,88 per l’esattezza) nella gara di velocità sul Km lanciato, nel 1900 il 34% delle vetture circolanti a New York, Boston e Chicago erano a trazione elettrica. Un medico francese in un libro pubblicato nel 1900 intitolato “Fra 100 anni” aveva previsto che nel secolo successivo sarebbero circolate solo auto elettriche. La storia ha dimostrato che la previsione era errata, come peraltro tutte le altre riportate: Il cielo non è continuamente solcato da dirigibili e la gloria dell’auto elettrica non durò a lungo. La scarsa capacità di immagazzinamento dell’energia da parte delle batterie e il progresso tecnologico dei motori a combustione interna la relegarono ad un ruolo di nicchia. È arrivato ora, dopo circa 180 anni dalla sua invenzione, il momento della riscossa? A considerare per ovvio un futuro più o meno prossimo in cui l’auto elettrica soppianterà i veicoli con motore a scoppio si rischia di prendere la stessa cantonata del medico francese improvvisatosi veggente, genere in cui si sono dimostrati più bravi i romanzieri alla Giulio Verne con la loro fantasia e gli indovini alla Nostradamus con la loro furba vaghezza. A favore dell’auto elettrica si è schierato un certo ambientalismo che la considera non inquinante. Bisogna però considerare che esistono diverse forme di inquinamento.

Uno è rappresentato dall’anidrite carbonica, coinvolta nell’innalzamento della temperatura globale: è vero che l’auto elettrica non ne produce, ma l’estrazione del litio con cui sono costruite le sue batterie si e in quantità rilevanti. Se si tiene conto del riscaldamento globale non cambia nulla se la CO2 arriva dal traffico caotico delle città o dagli altipiani desertici della Bolivia ricchi di litio. Bisogna poi considerare in che modo viene prodotta l’energia elettrica: attualmente bruciando prevalentemente combustibili fossili. È possibile sostituirli con altre fonti di energia proprio mentre la ricarica di milioni di motori elettrici richiederebbe un notevole aumento di energia elettrica? Allo stato attuale no, se non ricorrendo ad un impiego massiccio di centrali nucleari. Il che creerebbe altri problemi.

Non è stato risolto, anzi neanche affrontato, lo smaltimento di milioni di batterie esauste contenenti vari inquinanti chimici. Per evitare di trovarcele sepolte nel terreno o buttate a mare sarebbe opportuno programmare un preciso piano che va dalla costruzione a cosa farne a fine ciclo, attualmente di circa 4 anni.

Le auto elettriche generano inquinamento elettromagnetico in quantità enorme, con schermature necessariamente inadeguate per evitare un eccessivo aumento del peso delle vetture, già penalizzato dai circa 500 kg delle batterie. Certo, gli effetti delle radiazioni elettromagnetiche non sono paragonali a quelli delle radiazioni ionizzanti, ma non stati però ancora effettuati studi adeguati e approfonditi. Viaggiare per ore tutti i giorni in quella che è a tutti gli effetti una capsula elettromagnetica vuol diventare cavie di un fenomeno di cui non conosciamo gli effetti, soprattutto nei tempi lunghi.

Sono questi problemi e altri ancora da approfondire e affrontare con animo scientifico e non con spirito da tifoso, tanto meno con un emendamento ad una legge finanziaria.

Leo Alati

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Clinton e Varoufakis: due ricette per l’immigrazione

Čet, 13/12/2018 - 17:52

varoufakis_clinton“Credo che l’Europa debba trovare un modo di gestire l’immigrazione, perché è quello che ha acceso la miccia”. Con queste parole in un’intervista al giornale britannico The Guardian, Hillary Clinton ha spiegato l’ascesa del populismo che ha causato la perdita di consensi elettorali alla sinistra in Europa ma anche in America. La Clinton ha continuato spiegando che ammira la generosità e accoglienza dimostrate ai migranti da Angela Merkel ma non si può continuare su quella strada perché scombussolerà il sistema politico.

La Clinton ha ragione che la destra ha usato la paura degli stranieri per ascendere al potere. Ce lo confermano il voto in Gran Bretagna con la Brexit e i successi elettorali di regimi di destra in Europa dell’Est, in particolar modo quelli della Polonia e dell’Ungheria. Ma anche nell’Europa Occidentale la destra ha ampliato il suo potere conquistando maggioranze in Austria e erodendo il partito della Merkel in Germania con l’uscita di scena della Cancelliera dal vertice della Cdu (e al prossimo giro anche dal governo). Anche in Italia la Lega è riuscita a raddoppiare i suoi consensi, divenendo, secondo i più recenti sondaggi, il principale partito del Paese. Il più recente successo della destra si è manifestato in Spagna dove il Partito Vox ha vinto parecchi seggi nel parlamento dell’Andalusia, roccaforte della sinistra.

L’elettorato, preoccupato dalla presenza sempre crescente di migranti, si è rivolto ai partiti che hanno promesso soluzioni facili per affrontare i timori causati dai nuovi arrivati che aumentano l’incertezza economica ma anche sociale. I dati scientifici ci dicono che la paura non è basata su fatti reali poiché i reati stanno diminuendo. Inoltre i reati commessi dai migranti rappresentano cifre inferiori a quelli commessi dai nativi. Ciononostante un reato commesso da uno straniero viene spesso ampliato dai media e strumentalizzato da leader della destra per aumentare il clima di paura. C’è poi l’impatto culturale, che aggiunto alla paura dei migranti, amplia l’insicurezza generando l’impressione che i migranti vogliano imporre la loro religione e cultura.

I nuovi arrivati però non intendono imporre la loro cultura poiché non hanno nessuna intenzione di ricreare il sistema politico e economico che ha fallito nel loro Paese e li ha costretti ad andare via, spesso rischiando la vita. Ciononostante la loro presenza e la probabilità di nuovi arrivi causa allarme e costernazione.

Le soluzioni semplicistiche che i populisti offrono volentieri con muri e la chiusura delle frontiere vengono ricompensati con voti. Non ci sono però soluzioni facili. La sinistra ha potuto fare poc’altro che offrire la lodevole empatia per esseri umani che sfuggono da guerre e miseria. La strada politica meno pericolosa per limitare le sconfitte elettorali è stata quella di parlare poco di migranti e concentrarsi su altri temi. Lo hanno fatto con successo i democratici in America alle recenti elezioni di metà mandato, sottolineando l’importanza della sanità e l’antipatia verso Trump, i cui sondaggi lo danno al 38 percento di popolarità.

L’inquilino della Casa Bianca ha però insistito sulla questione dell’immigrazione intuendo, forse giustamente, la debolezza dei democratici sulla questione di nuovi arrivati. Trump ha etichettato la cosiddetta carovana di migranti dell’America Centrale come un’invasione, inviando 5mila soldati al confine per impedire loro l’ingresso. Il 45esimo presidente ha inoltre minacciato di togliere i contributi americani ai Paesi centroamericani, peggiorando la situazione, e alla fine generando più profughi.

I democratici però non hanno abboccato l’esca di Trump e hanno condotto una campagna politica sottolineando la questione della sanità nella quale hanno vantaggi sui repubblicani che avevano cercato negli ultimi due anni di ridurla, causando insicurezza. In particolar modo, i candidati democratici hanno usato la copertura delle condizioni preesistenti come elemento basico mentre i repubblicani volevano che le compagnie decidessero su chi assicurare o no prendendo in considerazione anche malattie preesistenti. La campagna dei democratici ha funzionato come ci conferma la loro conquista della maggioranza alla Camera, aiutati anche dalla tossica personalità di Trump.

Al di là dei risultati elettorali, la questione dei migranti non si risolverà facilmente. Matteo Salvini ha intuito la soluzione condensata nel suo slogan di “aiutarli a casa loro”. Ciò richiede tempo e cooperazione internazionale invece degli scontri verbali causati dal ministro dell’interno. Salvini però non ha fatto nulla per stabilire legami con altri Paesi europei e africani per gestire meglio la situazione. Mantenere l’insicurezza gli frutta più voti e gli dà l’opportunità di continuare la sua campagna elettorale. Gli elettori, assetati di risposte immediate, continuano a incrementare il loro sostegno per Salvini e compagnia mentre la sinistra rimane senza idee. Il suggerimento di Hillary Clinton sarebbe di copiare la destra divenendo in effetti una sinistra light, remando a destra.

Yanis Varoufakis, però, la vede in modo diverso. L’ex ministro delle finanze nel Governo Tsipras in Grecia, in un’intervista al programma americano Democracy Now, ha dichiarato che la sinistra deve in primo luogo appellarsi “all’umanità degli esseri umani” ma allo stesso tempo usare la logica. Varoufakis ha continuato spiegando che la sinistra deve fare di tutto per migliorare la situazione economica al livello globale, affrontando le insicurezze degli occidentali, ma migliorando allo stesso tempo l’economia e la stabilità nei Paesi da dove fuggono i migranti. Una soluzione seria ma molto più lungimirante che non rappresenta le immediate soluzioni richieste dagli elettori.

Domenico Maceri
professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

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Brexit, stallo dentro e fuori la Gran Bretagna

Čet, 13/12/2018 - 17:49

theresa-mayCompleto stallo Oltremanica, il Regno Unito non riesce a risolvere il problema del divorzio con l’Unione europea, provocando un vero e proprio terremoto interno. Nonostante tutti i pronostici però Theresa May è ancora in sella, ma non riesce a manovrare per la direzione della strada da intraprendere. Dopo il voto passato ieri chi vuole una Brexit più “dura” ha capito di non avere i numeri per sostituire la Primo ministro, tuttavia i conservatori puri sono abbastanza forti da bloccare l’approvazione dell’accordo in Parlamento. Il voto era previsto per l’11 dicembre ma è stato sospeso in attesa che la May riesca a trovare tutti i voti necessari (all’accordo si oppongono anche il Partito Laburista, i Liberal-Democratici e il partito unionista nordirlandese).
Al riguardo gli unionisti nordirlandesi del Dup, alleati vitali del governo Tory, hanno ribadito di essere disposti a continuare a garantire sostegno alla premier e a votare contro un’eventuale mozione di sfiducia all’esecutivo solo a patto che l’accordo sulla Brexit – nel suo testo attuale e in mancanza di correzioni concrete – non sia sottoposto a ratifica. Il governo britannico ha fatto sapere che intende far votare l’accordo entro il 21 gennaio: probabilmente utilizzerà queste settimane per cercare di convincere più parlamentari Conservatori possibili ad appoggiare l’accordo, per poi provare a perdere “bene” la prima votazione e riprovarci nei primi mesi del 2019.
Da parte dell’Unione europea sembra invece chiusa ogni porta ai continui rinvii dell’UK, e in vista dell’incontro odierno, l’Ue — si legge in una nota di cui l’Ansa ha preso visione — «è pronta ad esaminare se qualsiasi altra rassicurazione possa essere data» a May, ma «tale rassicurazione non cambierà o entrerà in contraddizione con l’accordo» sulla Brexit.

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Scrive Luciano Masolini: La breve primavera di Praga

Čet, 13/12/2018 - 17:40

Almeno una parte del mio socialismo, al quale sono legato fin da quando ero ragazzo e che con molta fierezza continuo a tenermelo tuttora ben caro, scaturisce sicuramente da quei numerosi dissidenti sovietici che davvero tanto dovettero pagare per quel loro tribolato disaccordo. Nell’anno che ormai sta per concludersi si è celebrato (analizzandolo da più angolature) il Sessantotto. Fortunatamente in mezzo alle molteplici celebrazioni non sono mancati anche vari ricordi di quella brevissima ma rilevante stagione che fu denominata la “Primavera di Praga”. Sulla sofferta questione la Federazione Giovanile Socialista Italiana di allora assunse una netta e chiara presa di posizione.

Arrivarono infatti a stampare un piacente manifesto dall’inequivocabile contenuto pieno di sincera solidarietà – tutto così ben coerentemente radicato nei principi socialisti. Per quanto è ormai tanto il tempo trascorso da quei doloroso periodo, ciò che venne fatto da quella vecchia Federazione rimane pur tuttavia una bella e sentita testimonianza. Vivida partecipazione che ci fa veramente ben comprendere di che cosa è fatto il socialismo e quale ne è la sua essenza: “Un anno fa, il 21 agosto 1968 – scrissero i giovani socialisti -, truppe militari dell’Unione Sovietica, della Bulgaria, della Repubblica Democratica Tedesca, della Polonia e dell’Ungheria, hanno invaso ed occupato il territorio della Repubblica Socialista Cecoslovacca contro la volontà del Governo, del Partito Comunista e del popolo della Cecoslovacchia, per impedire con la repressione armata lo sviluppo del nuovo corso democratico e socialista.

Il gruppo dirigente dell’Unione Sovietica, con la complicità di quattro Paesi del Patto di Varsavia, ha calpestato con l’aggressione alla Cecoslovacchia i fondamentali valori dell’Internazionalismo, della democrazia e del socialismo ed ha violato i più elementari principi dell’Indipendenza, dell’autodeterminazione e della pace tra i popoli. Le truppe sovietiche ed alleate occupano ancora il territorio nazionale cecoslovacco, perché il nuovo corso continua silenziosamente nelle fabbriche e nelle scuole, nelle campagne e nella città, con l’ostilità civile e la resistenza passiva verso gli aggressori da parte di tutto i popolo cecoslovacco. I giovani socialisti esprimono la loro piena solidarietà al popolo e alla gioventù cecoslovacca per la continuazione del nuovo corso, per cacciare dal territorio nazionale cecoslovacco gli occupanti e per isolare politicamente e moralmente il gruppo dirigente sovietico, lottando contro l’imperialismo e la politica di potenza sovietica per il superamento dei blocchi militari e per l’affermazione della democrazia socialista”. Questo l’emblematico e solidale appoggio della gioventù socialista a quella breve “Primavera”, che davvero tanto anelava a rifiorire di libertà.

Luciano Masolini

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Psi Vibo Valentia: “Salute cittadini messa a repentaglio per incapacità”

Čet, 13/12/2018 - 17:32

“I mesi passano e della postazione di 118 per la zona sud della provincia di Vibo Valentia ancora nulla”. Lo afferma in una nota Gian Maria Lebrino  Segretario provinciale Psi Membro consiglio nazionale Psi. “Da tempo portiamo avanti l’istanza per ottenere una postazione fissa di 118 che serva una popolazione di circa 20 mila abitanti in una zona sprovvista e che presenta diverse criticità per raggiungere i nosocomi di Vibo (attraversamento del monte Poro ) e Tropea (sp 23 chiusa da molto tempo).  Ad oggi rimangono inascoltati i nostri numerosi e insistenti appelli al management provinciale dell’azienda sanitaria .nessuna risposta ,nessuna soluzione .
Tale comportamento, tenuto da chi dovrebbe tutelare la salute dei cittadini, è vergognoso ed inaccettabile”.

“La salute dei cittadini – continua la nota – che risiedono nei comuni di Nicotera, joppolo, limbadi, Rombiolo, San Calogero è messa a repentaglio per l’incapacità, nel 2018, di alcuni “manager” di rimediare del personale e un mezzo sufficientemente attrezzato per prestare in tempi ragionevoli i primi e vitali soccorsi. Chiediamo, ancora una volta , le dimissioni di chi sta alla guida dell‘Asp vibonese e invieremo nei prossimi giorni una missiva al ministro competente”.

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L’Italia e l’Europa di fronte al baratro più profondo

Čet, 13/12/2018 - 17:21

Mancano meno di sei mesi alle elezioni europee, spartiacque mai così decisivo sul futuro politico d’Italia e d’Europa, e in Italia, tuttavia, quello che dovrebbe essere il costituendo fronte europeista, anziché puntare, come sarebbe saggio, a trovare una quadra e ad aggregarsi, continua a viaggiare più che mai frazionato, distinto in decine di frammenti che, purtroppo, è quasi matematico, contribuiranno a una sconfitta elettorale già abbondantemente annunciata.

Contemporaneamente al manifesto che abbiamo diffuso anche da queste colonne con un certo entusiasmo sul rilancio del progetto di una lista radicale e socialista della Rosa nel Pugno per gli Stati Uniti d’Europa, dalle file del Pd sono nati ben due comitati civici: Piazza Grande del candidato segretario Nicola Zingaretti (che in verità sa un po’ di correntone old style) mentre il gruppo renziano, ufficialmente sparpagliato nel dibattito delle Primarie, origine del ritiro dalla corsa congressuale di Marco Minniti, sentitosi tradito proprio dal suo ex premier, ne dovrebbe costituire un altro, forse alla base dell’ormai decotto progetto di un partito liberaldemocratico neocentrista che dovrebbe vedere tra i protagonisti, oltre all’ex segretario dem, anche altri fuoriusciti da Forza Italia per la quale al progetto pare stia pensando Paolo Romani.

E siccome poi non può esserci due senza tre: a Napoli il sindaco De Magistris punterà a rendere il suo gruppo cittadino dal nome (un po’ autoreferenziale, un po’ allusivo) DeMa in un movimento nazionale tutto nuovo, da ribattezzare prima di Natale e pronto ad armarsi e a partire per le Europee. Per andare dove? Chi lo sa.

Ma tanto – obietterà qualcuno – si vota con il proporzionale, poi i gruppi sono precostituiti all’Europarlamento di Strasburgo. Una palese verità che però, stavolta, proprio e più che mai per il duplice valore che avranno le elezioni europee per il nostro Paese, rischia di essere politicamente devastante.

E psicologicamente devastato, in questo senso, deve essere, sul fronte europeista popolare, il movimento berlusconiano con una Forza Italia ridotta elettoralmente all’osso, ben al di sotto del 10% per il quale l’ultima carta della vita potrebbe essere la candidatura a tutto campo di Silvio Berlusconi capolista ovunque.

Misteriosa per ora la posizione dei radicali di Emma Bonino confluiti in + Europa già dalle scorse Politiche che, tuttavia, a meno che non vogliano proporre a qualcuno di trasformare il loro listino in un listone aggregante, da soli non potranno coltivare troppi sogni di gloria.

Soprattutto se in mezzo all’agone c’è il Movimento 5 Stelle, come al solito indefinibile, dato in calo ma con uno zoccolo duro forte e numeroso che resiste e ad oggi negli ultimi cinque anni, neppure alle famose elezioni europee 2014, quelle del Maalox, è sceso al di sotto del 20%.

Dall’altra parte c’è il fronte dei cosiddetti “sovranisti”, nazionalisti moderni che di fatto – anche se non possono ancora dirlo con chiarezza – in prospettiva fungeranno da demolitori dell’idea di Europa unita su cui il Vecchio Continente si è riunito dal secondo dopoguerra.

A dire il vero – ma la consolazione è magra – viaggiano anche loro in ordine sparso. Basti pensare che il premier ungherese Orban si posiziona – inspiegabilmente – nel Partito Popolare Europeo. Lui che è il migliore amico di Salvini, almeno a parole. I fatti – se identifichiamo Salvini (ahinoi) con l’Italia – dicono esattamente il contrario.

Poco gliene importa al leader leghista, ormai praticamente una popstar che, forte del suo rasoio semplicizzante (anche a costo di sparare fake news e numeri imbarazzanti e irrealizzabili sui social, vedi il taglio delle accise sulla benzina dal 5 marzo scorso o il rimpatrio di 600mila immigrati) ammassa consensi che hanno più a che fare con l’irrazionalità e l’ignoranza di un popolo disinformato che con effettivi ragionamenti politici e che tuttavia legittimano lui, rivelatosi animale politico al di sopra di ogni previsione, a fare il praticamente il bello e il cattivo tempo.

A questo si aggiunga che all’indomani della manifestazione di Piazza del Popolo a Roma, fondata sull’esaltazione del #primaglitaliani, persino commentatori solitamente moderati, sebbene a destra, come il giovane editore Francesco Giubilei, dalle colonne de Il Giornale parlava di Salvini come del leader di un neonato “partito della nazione”, progetto nel quale avevano fallito prima Berlusconi con il Pdl, poi Renzi con il Pd al 40.

C’è da dire che se questa è l’idea di nazione su cui la maggioranza si riunirà: chiusa in se stessa, impaurita da ogni diversità, egoista, contraria all’accoglienza e alla solidarietà, fino a giustificare violenza e razzismo, mal ne incorrerà all’Europa di domani. Un male che l’Italia sta già sperimentando e potrebbe peggiorare ulteriormente, specie se le opposizioni non si daranno una sveglia che non suoni quando ormai sarà davvero troppo tardi. Il confine è stretto e il burrone è profondo. Caderci equivarrebbe ad essere senza scampo.

Daniele Priori

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Perché contro gli estremismi serve una politica mite

Čet, 13/12/2018 - 17:14

Sul “Corriere della Sera” del 12 dicembre 2018 c’è una bella recensione di Fabio Rugge ai libri di Paolo Gentiloni, “La sfida impopulista” e di Roberto Maroni, “Il rito ambrosiano”. Bella, soprattutto perché fin dal titolo dell’articolo viene richiamato un invito alla “responsabilità” e alla “prudenza” come antidoti all’estremismo. Doti purtroppo che nel recente passato sono mancate soprattutto alle parti politiche di riferimento degli autori dei due libri, quando il primo faceva riferimento al sindaco di Roma Rutelli – denigratore feroce della Prima repubblica – e il secondo era uno dei capi della Lega, che della prudenza rappresentava l’esatto opposto. Risulta dunque insincera o del tutto tardiva l’invocazione a una politica mite e responsabile quando da tempo “i buoi sono stati fatti scappare dalla stalla”.

L’estremismo insano che alligna nell’attuale politica italiana risale infatti almeno a 25 anni fa, quando a detta del prof. Angelo Panebianco – che lo scrive sul “Corriere della Sera” del 7 febbraio 2018 – è con ‘Mani pulite’ che “arriva il diluvio” e che “il prestigio dei politici crolla ai minimi termini e non risalirà più; è allora – continua Panebianco – che si diffonde quella che considero la madre di tutte le fake news, la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo». Gli è che su quella “fake news” è stata costruita tutta la politica gridata o meglio la falsa antipolitica di chi predicava quest’ultima per meglio insediarsi nelle istituzioni e nel potere. Volevano e vogliono rappresentare la rivoluzione morale degli italiani, quando questa indignazione – questa volta secondo un altro studioso, Galli della Loggia, che in modo preveggente lo scrive sul “Corriere della Sera” risalente al 22 aprile 1993 – non rappresentava altro che una “bugia”.

Occorreva allora come oggi quella politica mite che continuasse e continui a spiegare che in ogni società, prosperità e progresso sono possibili solo dove la contesa politica e sociale resta sul piano civile; mentre le esasperazioni – che conducono al «diluvio» evocato da Panebianco – possono essere dannose per la stabilità democratica ed economica del Paese. Lo ha spiegato – ancora e sempre sul “Corriere della Sera” del 6 aprile 2017 il professor Fadi Hassan, docente di macroeconomia internazionale presso il Trinity College Dublin, secondo il quale il reddito odierno degli italiani “è tornato allo stesso livello che avevamo nel 1961”. Mentre fino ai primi anni Novanta c’era stata crescita, “nell’ultimo ventennio siamo tornati indietro di 55 anni”.

Purtroppo sono mancate persone e istituzioni che si opponessero agli estremismi pseudo-moralisti del nostro tempo: o quelle che potevano esserci, sono state ridotte ai margini o alla dimenticanza, quando non denigrate o defenestrate.

Nicola Zoller

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Paolo Cristoni Pensare in grande

Čet, 13/12/2018 - 16:56

Mi sembra che il passaggio-chiave dell’articolo sia “…serve una Bad Godesberg del socialismo europeo…”, anche se oggi non si tratta di superare l’ideologia marxista e la (tragica) illusione di una rivoluzione proletaria.

Ha senso comunque ricordare quell’evento che portò la socialdemocrazia tedesca anche a trainare i partiti socialisti europei verso politiche riformiste che hanno dato luogo (ove più ove meno) all’ampliamento dei diritti civili, a sistemi di protezione dei più deboli, a quello “Stato sociale” in cui modello è oggi in piena crisi (economico-finanziaria e di consenso, quindi anche sotto il profilo culturale).

Di passaggio: mi piacerebbe che fosse ricordato Olof Palme, che a mio avviso è stato un grande statista socialdemocratico, e una delle prime vittime di quell’intolleranza che oggi sembra normale e legittima.

Se la memoria non mi tradisce, lui diceva che “il capitalismo non è una tigre da uccidere, ma una pecora da tosasre”.

Ecco: ripartirei da qui, chiedendomi se questo sia ancora vero e possibile. C’è un’alternativa al sistema capitalistico? Direi di no.

C’è un’alternativa ragionevole all’attuale sistema, ossia all’assetto che ha preso negli ultimi decenni il capitalismo? Direi di sì, e aggiungerei che è necessaria per la stessa sopravvivenza del sistema stesso (a meno che non si pensi alla possibilità di un “mondo amoroso” alla Fourier: bella utopia, ma appunto utopia).

Vent’anni e passa di globalizzazione e neoliberismo, obiettivamente, hanno da un lato fatto uscire dalla povertà centinaia di milioni di persona, e dall’altro aumentato le disuguaglianze, concentrando le ricchezze (ed anche il potere, di fatto) nelle mani di una sempre più ristretta minoranza.

Questo mentre Internet ha scardinato i tradizionali rapporti tra le persone e generato forme di relazione, dipendenza e controllo mai viste prima (solo Facebook gestisce più di 2,5 miliardi di contatti quotidiani, e i dati che ne ricava sono di sua proprietà).

Contemporaneamente (ma il fenomeno ha origini precedenti), sono cresciuti -ed ora si mostrano in tutta evidenza- i problemi di sostenibilità del nostro modo di produrre e consumare.

Problemi che certo non possono essere affrontati né tantomeno risolti da un singolo Stato (per quanto forte possa essere la determinazione di un singolo Governo, democratico o meno che sia).

Il riscaldamento dell’ambiente, la crescente carenza di risorse naturali (a cominciare dall’acqua), i conflitti per il loro controllo, le migrazioni di massa, la gestione dei dati ecc. sono questioni all’ordine del giorno, che non potranno essere risolte da muri né da “decreti sicurezza”.

Quindi bene una visione che vada oltre le angustissime questioni di qualunque partito (e del PD in particolare, che deve ancora decidere cos’è, se c’è o ci fa).

Bene anche la proiezione internazionale (che penso dovrebbe innanzitutto insistere sull’Europa ed i suoi valori fondanti, puntando ad una seria riforma dell’attuale assetto).

Nel frattempo non dovremmo dimenticare che al pensionato che sta al freddo perché non riesce a pagare la bolletta del gas (e sono molti in queste condizioni, secondo una recente indagine) non serve sapere che più si scalda più aumentano i problemi ambientali: magari lui vorrebbe poter contare sul fatto che qualcuno gli consente di non patire freddo.

A chi ritiene di essere in pericolo non basta dire che le statistiche dimostrano un calo dei reati (né, men che meno, suggerire di difendersi da solo, privatizzando così anche la Giustizia).

Al giovane che non trova lavoro non serve un tutor o un “navigator”: serve un lavoro.E il lavoro (a parte le Amministrazioni Pubbliche) lo danno le imprese. Imprese che hanno bisogno di meno burocrazia, meno tasse.

Nel nostro Paese il 90% delle imporese ha meno di 10 dipendenti, ma ognuna è soggetta ad obbligi e adempimenti in quantità.

È strano se il lavoro nero (secondo l’ISTAT) rappresenta ancora almeno un quarto del PIL?

E’ strano se, pur avendo un apparato normativo estremamente rigoroso, muoiono ancora sul lavoro circa 300 persone all’anno?

E dove sono, che fanno gli Ispettori del Lavoro in Calabria, Campania, Sicilia, ma anche in Veneto, Friuli, e dalle parti nostre?

In breve: io penso che sia giusto e doveroso “pensare in grande”, ossia pensare ai problemi che si presentano su scala internazionale e mondiale, ma temo che questo non basti (anzi: che non serva affatto, ora) ad arginare o contrastare l’ondata populista che ci sta sommergendo.

La “Bad Godesberg” (o “la mossa del cavallo”), è a mio avviso innanzitutto l’abbandono di un modo di concepire e fare politica, quello (per intenderci) che ha portato all’annullamento del PSI ed all’esaurimento del PD (per inciso: non vedo come l’esito del Congresso PD possa avere qualche significato in questa ottica: sarà la solita resa dei conti in un Partito inventato malamente e malamente gestito).

Penso che una nuova sinistra democratica e moderna potrà nascere solo se riprenderà i propri fondamentali valori, senza ripetere schemi che per un ventenne di oggi sarebbero incomprensibili (se non decisamente risibili: chi diavolo sa cos’è Bad Godesberg?).

Ma ci sono sempre più persone in difficoltà, spaventate, deluse, che si sentono abbandonate, quindi diventano rancorose, incattivite, e trovano chi -senza risolvere i loro problemi- dà però un senso, voce e forma alla loro rabbia, indirizzandola contro i più deboli (le vittime da sempre facilmente desigante).

Oppure la manifestano in forma di ribellione, come nel caso recente dei “Gilet gialli” in Francia (dove l’aumento del costo dei carburanti è stato solo una concausa scatenante).

La sfida è questa: siamo in grado di dare non solo una risposta ragionevole e sostenibile a queste persone, e una prospettiva diversa?

Perché non credo che oggi ‘sta gente sia recuperabilie alla causa socialdemocratica solo sulla base di appelli ai sacrosanti valori.

Per concludere, penso che una vera “Bad Godesberg” non possa partire che da una serie di domande, ossia da una seria riflessione su quello che è diventata la socialdemocrazia europea (e quella italiana, se mai c’è stata), e sul perché abbia perso consensi anche nelle sua tradizionali roccaforti (Svezia, Andalusia, Austria, acc.).

Poi ovviamente le risposte dipendono dalle domande: se continuiamo a chiederci perché gli altri vincono malgrado la nostra bella storia e le nostre belle facce, be’, rassegnamoci a fare le riunioni di combattenti e reduci

Paolo Cristoni

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Manovra. Il governo al punto di partenza

Čet, 13/12/2018 - 16:39

conte salvini dimaio

Si sono incontrati ieri sera Conte e Juncker per parlare della manovra italiana modificata. Un portavoce della Commissione Ue ha fatto sapere: “Buoni progressi nell’incontro Juncker-Conte: la Commissione ora valuterà la proposta ricevuta questo pomeriggio dall’Italia. Il lavoro proseguirà nei prossimi giorni”.

Il premier Giuseppe Conte, al termine dell’incontro con Juncker, ha detto: “Abbiamo anticipato la nostra proposta a Bruxelles. Abbiamo illustrato la nostra proposta che mi consente di dire che non tradiamo affatto la fiducia degli italiani, rispettiamo gli impegni presi in particolare sulle riforme che hanno maggiore impatto sociale. Da 2,4 scesi a 2,04. Reddito e quota 100 restano. Confidiamo di portare a casa una soluzione positiva con l’Ue. Reddito di cittadinanza e quota 100 partiranno nei tempi previsti. Calerà il deficit strutturale e la crescita sarà superiore alle nostre attese. La nostra proposta ci consente di dire che non tradiamo la fiducia degli italiani e che rispettiamo gli impegni presi con le misure che hanno maggiore impatto come quota 100 e reddito di cittadinanza”.

Soddisfatto dell’incontro Conte-Juncker è stato il ministro del Tesoro, Giovanni Tria. Intanto, dal vertice avvenuto successivamente, tra il premier Giuseppe Conte e i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, a quanto si apprende, nella riunione il premier avrebbe aggiornato i leader di Lega e M5S sulle novità della trattativa con l’Ue per la manovra dopo l’incontro con Jean Claude Juncker.

Dopo l’incontro a Bruxelles, fonti Ue hanno spiegato che serviranno alcuni giorni di lavoro tecnico per arrivare ad una conclusione della trattativa con l’Italia sulla base della proposta portata dal premier Giuseppe Conte a Jean Claude Juncker.

Fonti della maggioranza governativa hanno comunicato che la proposta di Conte, stata inviata solo poche ore prima dell’arrivo del premier a Bruxelles e sarà ora vagliata attentamente dai tecnici europei.

Il ministro dell’economia Giovanni Tria sarà  a Bruxelles anche domani per proseguire il negoziato con la Ue a livello tecnico.

Però, già a luglio il governo conosceva i limiti entro cui avrebbe potuto muoversi per rispettare le regole europee di bilancio. Invece, ha fatto strumentalmente una manovra provocatoria all’Ue con lo scopo di mantenere viva la propaganda elettorale di Lega e M5S. Adesso Di Maio e Salvini cosa diranno agli italiani? Certamente non diranno mai il prezzo che gli italiani hanno complessivamente pagato per questo loro grave atto di irresponsabilità governativa verso il Paese.

Salvatore Rondello

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“Dramma di caccia”. Chekhov musicato da un italiano

Čet, 13/12/2018 - 16:10

Opera

Dramma di caccia, l’opera giovanile di Anton Chekhov è diventata un’opera lirica musicata dal maestro Pietro Cangiano. Quando aveva soltanto venitre anni, Anton Chekhov scrisse il romanzo che rimase dimenticato in un cassetto. L’opera fu pubblicata postuma. Grazie alla librettista Laura Felice ed al musicista Pietro Cangiano oggi, ‘Dramma di caccia’ è diventata un’opera lirica: un raro esempio dei nostri giorni in cui la letteratura russa si intreccia con la musica italiana. Straordinaria la trama del grande scrittore russo che mostra i drammi delle passioni interiori che agitano l’animo umano soggiogato dal destino. Straordinaria anche la capacità del maestro Pietro Cangiano che ha colto l’attualità della tematica dell’opera, la potenzialità letteraria e le caratteristiche adatte per farne un’opera lirica. Pietro Cangiano, pianista, maestro di sala al Teatro dell’Opera di Roma, compositore, ha scritto la musica con pregevole talento, arricchendo il patrimonio musicale della lirica italiana che negli ultimi tempi si stava fossilizzando su una produzione risalente a molti anni orsono. Il maestro Cangiano ha riproposto l’attualità artistica dell’opera lirica contribuendo a valorizzare l’universalità della cultura che abbatte le frontiere nazionali. In questo caso, sono protagoniste la letteratura russa e la musica italiana senza limiti temporali. L’opera non ha ancora visto la luce di una prima. Ieri sera è stata presentata per la prima volta una sintesi dell’opera di fronte ad un numeroso pubblico con molti intenditori. L’evento ha riscosso un grande successo. La manifestazione organizzata dal Centro Russo di Scienza e Cultura e si è svolta nella sede romana, nel salone del primo piano di Piazza Cairoli, 6. La presentazione dell’opera è stata illustrata dall’autore della musica, il maestro Pietro Cangiano. La librettista, Laura Felice, ha curato le note introduttive. Al pianoforte si è esibito lo stesso autore. Per i brani vocali si sono esibiti brillantemente: Maria Tomassi (soprano), Massimo Simeoli (baritono), Francesco Giannelli (tenore), Isabella Palermo (mezzosoprano), Andrea De Gregorio (tenore) e Federico Faildini (tenore). L’evento ha anche contribuito a rafforzare i legami culturali e le relazioni tra Italia e Russia. Auspichiamo che presto l’opera possa vedere la luce di una prima al completo, dimostrando al grande pubblico ed al mondo intero che l’opera lirica italiana è fatta ancora di grande vitalità creativa.

Saro

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Il manifesto di Carlo Calenda

Čet, 13/12/2018 - 16:08

Pubblicato con enfasi su Il Foglio il manifesto di Carlo Calenda sviluppa analisi e proposte degne del massimo interesse. Si rivolge a tutti gli europeisti, ai progressisti, agli antisovranisti e antipopulisti con l’idea di creare quel fronte repubblicano del quale l’ex ministro e neo iscritto al Pd ha parlato più volte. La sua analisi non è originale. Tutto parte da una consapevolezza sbagliata. E cioè che dopo l’89 l’Europa e l’occidente avessero vinto una battaglia definitiva e imboccato una strada “senza inciampi grazie al mercato e multiculturalismo, secolarizzazione, multilateralismo, abbandono dello stato nazionale, generale aumento della prosperità e mobilità sociale”.

Invece “l’occidente é a pezzi, le nostre società sono divise in modo netto tra vincitori e vinti, la classe media si è impoverita, la distribuzione della ricchezza ha raggiunto il livello degli anni Venti, l’analfabetismo funzionale aumenta insieme a fenomeni di esclusione sociale sempre più radicali”. La globalizzazione ha arricchito, anche se in modi contradditori, i paesi poveri, ma ha fortemente indebolito le classi medie in particolare del nostro continente. Poi una previsione negativa, ma realistica. I prossimi quindici anni saranno i più difficili, caratterizzati dall’invecchiamento della popolazione, dall’insostenibilità dei sistemi pensionistici e dalla bassa crescita che porterà, abbinata al processo tecnologico che sta annullando molti mestieri, alla diminuzione del tasso di occupazione. Nuovi lavori si stanno creando e “le nuove professioni che si svilupperanno con l’innovazione saranno in grado di coprire i posti di lavoro perduti solo se politiche pubbliche adeguate verranno messe immediatamente in campo”. Per questo é necessario rilanciare una nuova e attiva funzione dello stato e della politica.

L’idea del manifesto Calenda é quella di uno stato forte, ma non invasivo, che non butti soldi per Alitalia o Ilva, che garantisca i più deboli, quelli che chiama “i perdenti”, ma contemporaneamente allargando la base dei “vincenti”. Mi sovviene la nostra vecchia intuizione dell’alleanza tra merito e bisogno. Gli sconfitti vanno protetti col Rei, con nuovi ammortizzatori sociali, con politiche attive contro le delocalizzazioni all’estero, col salario minimo. I vincenti vanno supportati con infrastrutture materiali (viarie, industriali come Piano impresa 4.0) e immateriali (cultura, università, scuola). Per farlo occorre tenere in sicurezza il paese, dal punto di vista economico e finanziario, perché il nostro debito va comprato e anche, proseguendo il piano Minniti, bloccando l’immigrazione alla fonte grazie a patti coi paesi d’origine.

Infine una nuova idea di sovranità all’interno della Ue, unico nostro contenitore di vita, di sviluppo, di futuro. Interessante anche quell’idea di rilanciare la conoscenza in un mondo sempre più specializzato e tecnologizzato, proprio nel momento in cui prevale una sorta di “nuovo analfabetismo” e la necessità di rispondere “alla paura” che si fortifica e si allarga sempre più nella società contemporanea. Un manifesto che Calenda definisce dei progressisti e personalmente preferirei chiamarlo dei riformisti, che intende rilanciare un fronte (preferirei, per analogia di un evento storico assai negativo, chiamarla alleanza) repubblicana. E che si rivolge all’insieme della forze dell’opposizione al governo cinico del “fai da te”. Dunque a un raggio che va da Forza Italia fino alla sinistra. E che ben si inquadra in una futura e necessaria alleanza europea tra socialisti, popolari e liberaldemocratici, unico argine al pericolo sovranista e populista.

Non è chiaro se Calenda intenda procedere anche senza il Pd, impegnato in un congresso (parliamo del Paese e non del “Piddì o del Piddò, ha ammonito lo stesso Renzi) che appare potenzialmente deflagrante. Credo che i socialisti debbano essere della partita, coi radicali e i nuovi compagni di viaggio di provenienza laica, ambientalista, riformista. Le elezioni europee saranno il banco di prova più importante di quello che potrebbe annunciarsi come nuovo sistema politico italiano. Una grande trasformazione che si annuncia, soprattutto per le forze riformiste, non dissimile da quella avvenuta appunto a seguito del 1989.

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Roberto Sajeva Bacioni socialisti

Čet, 13/12/2018 - 16:02

Cari compagni,

premetto che la lettera è luuuuunga. Consiglio a chi ha voglia solo delle parti succose di saltare i paragrafi “Unità socialista” e “Politica nazionale”. I giornalisti possono anche saltare “Questione giovanile” e leggere solo “Congresso” e “Ancora su di noi”.
Bacioni socialisti.

Questione giovanile

Deh, per tua vita
ama sempre un amico di te degno.
Sì ti farai nella città buon nome.

Teocrito, Idillio XXIX

I giovani, i giovani. Parea “toglie il disturbo”. Ma Federico non è assolutamente capace di disturbare, sa invece PORRE il disturbo. Ovvero sa far sorgere le contraddizioni, sa problematizzare. Solo chi PONE disturbo può TOGLIERE il disturbo, chi invece disturba può solo togliere sé dai piedi. Negli ultimi anni però, quando in molti ci saremmo aspettati una sua egemonizzazione delle federazioni del Nord (considerata l’evidente, e attiva, stima di Nencini), avrebbe dovuto forse porre meno e disturbare di più. C’est la vie.

Sintetizzando brutalmente ma esplicitando ulteriormente le sue motivazioni, Parea non crede più che il PSI possa crescere nei numeri. Non crede che si possano formare rapporti umani sereni o almeno seri. Non crede che il congresso possa servire al rinnovamento. Finalmente, dico io, Federico la pensa come me. Ma perché io resto e lui se ne va?

Alla crescita elettorale del PSI non ci credo più dal 2008. Oh, de’ verd’anni miei/sogni e bugiarde larve,/se troppo vi credei,/l’incanto ora disparve (dall’Ernani). Eppure sono rimasto autonomista e identitario. Da quelle terribili elezioni fu chiaro che leggi elettorali antidemocratiche e occupazione mediatica e istituzionale del bipolarismo-coatto/monopartitismo-imperfetto ci avrebbero lasciato sempre meno spazio tradizionale. Ero ancora ventitreenne quindi, da bravo gattopardo siciliano, ho potuto farmene una ragione. Poi questi successivi 10 anni per me sono stati un regalo miracoloso. Permesso da Nencini, da Pastorelli, da Vizzini e ovviamente dai dirigenti locali che hanno fatto la massa critica.

Per quanto riguarda i rapporti umani, è vero che (soprattutto tra giovani) c’è tanta invidia, sciocchissimo sgomitamento e via cantando. Ma vi faccio l’esempio tra me e Luigi Iorio. Ci conosciamo dal 2004. Diversissimi. Fino al 2008 non ci eravamo mai considerati poi, alla fine di una pazzissima direzione nazionale FGS ci scambiammo il primo sguardo di intesa (e poi il numero). Anni di lunghissime telefonate e agende a volte convergenti altre divergenti ma sempre in dialogo, senza mai nasconderci granché. Solo un certo pudore, da parte sua, perché so che non è che abbia proprio un altissimo giudizio di me. Ma non mi dispiaccio, perché sono uomo di mondo e so che (metaforicamente parlando!) sono la ragazza con cui lui può fare le cose zozze che la fidanzata non gli fa fare. Lui è convinto poi che non lo stimi ma non è vero. Siamo alleati? Mai, di norma su fronti opposti (ancor ora, su questo congresso, prospettive tattiche diverse); quando nello stesso fronte forse un po’ in competizione anche. Ma è un bel rapporto umano per gli standard politici. Forse un patto generazionale, ognuno con la sua agenda ma sempre avendo un occhio di riguardo ai giovani del fronte opposto.

Nella FGS sono riuscito a far vincere il cameratismo trasversale su correnti ridicole e rapporti esclusivi. La FGS adesso, nella questione generazionale, rappresenta sempre più una realtà di sano esempio. Anche se spesso sprezzata e sottovalutata come riserva indiana o gioco di ruolo. In realtà grande scuola di formazione e incubatrice di rapporti solidi che, quando sbarcheranno nel partito, costituiranno un collante formidabile.

Non ho mai reputato i congressi, dal Midas in poi, momenti di svolta ma solo tappe di un percorso. Il rinnovamento, diciamoci la verità, si fa prima dei congressi non ai congressi. Con quali tessere i giovani possono compiere il rinnovamento? Per gentile concessione dei baroni delle tessere? Se i giovani vogliono il rinnovamento devono innanzitutto farsi congiurati o pretoriani e rovesciare o confermare gli equilibri prima dell’agone congressuale, che deve confermare quel che si è già costruito al vertice. Mutatis mutandis e si parva licet componere magnis, Craxi non aveva forza congressuale ma al Comitato Centrale riuscì.

Congresso

Per un barista la parte più difficile è distinguere
chi è ubriaco da chi è semplicemente stupido.

Richard Braunstein

Il congresso, si dice, andrebbe dunque celebrato per rinnovare i quadri e per affrontare le mutate condizioni politiche, ma anche per entusiasmare la base.
Ammesso (ma non concesso) che questo stramaledetto entusiasmo sia buona cosa, non è affatto vero che i congressi entusiasmino. I congressi stancano, sfibrano la nostra comunità. Una campagna di tesseramento congressuale è sempre angosciata, agonistica, pericolosamente miope.
Se poi il congresso prevede una vasta rivoluzione delle cariche, con l’aggravante di trattative e sottotrattrative elettorali, ne vengono castrate la qualità del dibattito, l’effettività del rinnovamento e l’efficacia della proposta.

Parlando di proposta e dibattito, tra gli argomenti dei rampanti c’è la solita minestra dei territori…come se negli ultimi dieci anni la segreteria fosse stata tenuta dalla Troika. Nencini nel 2008 era Presidente del Consiglio Regionale della Toscana, Pastorelli era vicepresidente della Provincia di Rieti e non mi pare che i territori meglio forniti di amministratori locali siano stati esclusi.
Con ciò non voglio certo dire che adesso ci si debba arroccare a Roma, né che la tradizione municipalista socialista sia da accantonare (gloria a Bacchetta), né che i Compagni-coi-voti debbano essere ridimensionati. Assolutamente. Ma sono proprio le grandi mutazioni sociali, culturali e politiche in atto ad averli ridimensionati, insieme al fisiologico ridimensionamento di chi deve lavorare sui territori con le unghie mentre gli altri hanno motozappe e trattori.

Un equivoco però c’è. La politica dei “consensi” sta morendo sotto quella DEL Consenso. E non voglio mettermi a discutere se fosse meglio ai bei tempi del porta a porta. Per le amministrative ancora ha senso, almeno per noi, almeno da qualche parte, la vecchia formula della penetrazione del voto familiare (fosse persino clientelare, non voglio porre questioni morali ma è giusto chiamare le cose col loro nome ed essere realisti): non ha però senso pensare che l’operatore dei consensi territoriali sia indiscutibilmente da proiettare nella strategia nazionale di creazione del consenso. Vero è che i nostri ancora formidabili Leader Territoriali, i Compagni-coi-voti, alle nazionali rendono meglio delle realtà più fragili. Bene fanno a rivendicare voce in capitolo. Ma bisogna anche avere l’umiltà di ammettere come lo “spread” tra i consensi personali alle amministrative e il consenso che portano al partito alle nazionali sia il vero dato su cui riflettere.

Se questo partito può avere qualche speranza di sopravvivere (in qualsiasi forma) non può prescindere da una dimensione e visione nazionale se non internazionale. E mi fa piacere che molti si siano accorti di ciò, mi dispiace però che i Compagni-coi-voti debbano liquidare sbrigativamente quei compagni critici come delle Cose-Inutili. Vedere un paio di Compagni-coi-voti agitarsi così tanto per il congresso nazionale, e per le Europee (miraggio per senza senno), invece che per i 4000 comuni al voto allora mi fa preoccupare. In tutto questo, crudamente, dobbiamo anche dirci che purtroppo la maggior parte di questi territori dove ancora contiamo sono assolutamente periferici nel contesto nazionale. Un 10% in Valle d’Aosta vale meno di un 1% a Milano, non parlo di semplici numeri assoluti, di bacino elettorale ma anche di significato. Perché ci sono realtà geopoliticamente più significative di altre. Viva la nostra presenza nelle periferie geopolitiche d’Italia, dobbiamo lottare per renderle geopoliticamente meno dispersive ma l’investimento di attenzione e di risorse va portato nei nodi cruciali del Paese. Parlo ovviamente di Roma, Milano, Torino ma anche di ogni hinterland industrializzato, di ogni piazzaforte commerciale e così via.

Alcuni Compagni-coi-voti se ne rendono conto, ma la sempre maggior difficoltà di mantenere lo standard minimo di consensi forse gli fa sentire l’acqua alla gola e cercano altri spazi, che però in buona sostanza non esistono e se parzialmente esistono (e questa è una delle tragedie della politica contemporanea) quegli spazi purtroppo servono meno di prima. Certi ruoli, partitici e persino istituzionali, non sono più nutrienti come un tempo, anzi contribuiscono a impoverire il proprio terreno. Bisogna cambiare obbiettivi oltre che ritrovare la missione, non ci si può illudere più dell’utilità dei sottogoverni territoriali. Il prezzo per ottenerli e mantenerli non è più ragionevole. Se poi la questione è il gettone, che posso dirvi…i soldi servono al convento più che ai frati.

Oltre ai Compagni-coi-voti saggi (cito solo Oddo perché mio segretario regionale), che andrebbero aiutati seriamente a salvare il salvabile, abbiamo anche una serie di fegati rancorosi e pazzi megalomani (ce ne sono tanti, anche di più ridicoli, fra i compagni-senza-voti, ça va sans dire). Questi sono pericolosissimi e se questo congresso potrà servire a qualcosa dovrà servire ad accompagnarli fuori dalla porta.
Basta con la retorica della “scissione dell’atomo”: ma come (si dice in buona fede) siamo già pochissimi e dobbiamo pure buttarne fuori altri? Certo. Perché quando si è tanti si può in certa misura tollerare (digerire) cretini, megalomani e persino criminali ma quando si è pochi bisogna invece stare molto più attenti a come questi possano maggiormente condizionare la comunità, spesso tenendola in ostaggio di buffonate e ipocrisie pelosissime.

Unità socialista e Rosa nel Pugno

e sono qui solo come un animale
senza nome
(…)
E cerco alleanze che non hanno altra ragione
d’essere, come rivalsa, o contropartita,
che diversità, mitezza e impotente violenza:
gli Ebrei… i Negri… ogni umanità bandita…
Pier Paolo Pasolini, La Realtà

È l’Unità Socialista? Bisogna fare una distinzione che spesso non è tanto chiara. Una cosa sono le forze politiche altra cosa è il ceto politico. E neanche metto in conto i coriandoli. Il ceto politico sono gli apparati sterili che uccidono i partiti, i capi tribù che nei territori spostano pacchetti di voti, le torbe di giovani secchioni o vitelloni che cercano il posto (o l’ospitata televisiva, chagrin). Detto questo, l’Unità Socialista significa recuperare le briciole per rifare la vecchia pagnotta? No. Significa recuperare sicuramente quei gruppi e quei soggetti che hanno un valore politico, che servono a rafforzare la nostra prospettiva ma Unità Socialista, e su questo Nencini è stato sempre chiaro, deve anche fare spazio e catalizzare novità.

La questione Rosa nel Pugno altro non è che questo. Cercare di aggregare una realtà con noi da sempre in dialogo, che sta vivendo uno scisma drammatico e debilitante (meno male per noi), per convergere in una comune missione. E qui vengono le giuste osservazioni che io stesso, in un’intervista sull’Avanti, sollevai prima delle nazionali quando si parlava del fronte laico-socialista-ambientalista che poi diventerà la lista Insieme. La Rosa nel Pugno fu grandioso momento che troppo presto si spense. Ma dimentichiamo sempre che quel progetto, certamente più liberale che socialista, venne composto prima della Crisi. Avevamo sicuramente le ricette per contenere quella deriva proprio in senso liberalsocialista ed europeo (mobilità sociale, integrazione assennata e via cantando) ma non ci fu modo ed eccoci ora da oltre dieci anni nel bitume e nel veleno che ha dato vita al degeneratissimo panorama socio-culturale e, di conseguenza, politico, che viviamo.

Ecco che la Rosa nel Pugno, se rifatta come era, chiaramente appare una risposta sbagliatissima non solo per creare il famoso consenso ma proprio sul piano dell’onestà intellettuale. Varrà la pena (grande per me e temo anche per voi pazienti lettori) di scrivere un articolo in merito, ma intanto sono ottimista perché dobbiamo ricordarci tutti che Nencini già allora poneva questi problemi. Nencini, che non può essere certo accusato di sovranismo e massimalismo, ai tempi della prima RnP questi problemi li sollevava, vedeva già che quel progetto era arrivato tardi, a un passo dal disastro. E allora bene che sia lui stavolta a guidare almeno questa prima fase di ricomposizione, insieme a Pastorelli che (benedetta sia la terra su cui cammina) si occupa dell’altro lato importante dell’operazione col PR: quella strutturale e infrastrutturale.

Non solo radicali però. Craxi, che sempre deve brillare nei nostri cuori, aveva sì una gamba liberalsocialista ed europeista, ma anche una gamba (diciamo per semplicità) populista e tricolore. Negli anni in cui ho guidato la FGS ho aperto al dialogo, lo scambio e la collaborazione con molte realtà di frangia del magma populista, trovando interlocutori giovani, preparatissimi, interessantissimi che possono essere incanalati in una Unità Socialista intesa anche come nuova Evangelizzazione, o almeno di nuovo Ecumenismo Socialista. La segreteria Pedrelli oggi, pure con sane e fisiologiche differenze, si sta muovendo in attivissima continuità e credo che per questa ragione la FGS debba tornare ad essere soggetto attivo nella ricomposizione della RnP. Come il socialismo libertario di Quadrana fu l’anima della vecchia Rosa così la nuova deve passare dai contributi dei giovanissimi militanti della FGS.

Ecco allora, sull’Unità Socialista, visto che piacciono le metafore, bisogna dire che gli atomi vanno scissi con elementi anche alieni per liberarne (e canalizzarne, ovviamente) l’energia. Non si può pensare di comporre un oggetto incollando un atomo alla volta, non ha senso.
Quel che va proposto, dopo il fortunato ossimoro socialismo-liberale, è un nuovo ossimoro che permetta (metodologicamente e fuggendo l’ideologia) di trascendere le baruffe e guardare oltre.

Politica nazionale

Accanto ad ogni pianeta, c’è un Astro nero dove si raccolgono
gli elementi di un nuovo mondo, destinato a sostituire quello che
si sarà dissolto. Tutte le particelle di materia, partendo da un punto,
si dirigono verso un’altra regione dell’unvierso dove si trova un astro oscuro.


Papus – Trattato metodico di Magia pratica

E ovviamente c’è la scadenza delle europee.

Lega e Grillini surfano in una vena viva della Storia del mondo, noi (i sistemici psi, PD, Forza Italia, LEU, +Europa e via cantando) languiamo in una vena secca.

Non ha senso l’appello alle identità meramente culturali di destra e sinistra. Destra non ha mai voluto dire “destra” ma emancipazione così come sinistra sta per regolamentazione. L’idea di emancipazione della destra liberale (pur con le impurità italiane) non convince più chi ha qualcosa da difendere (la fabbrica che possiede o per cui lavora); vuole il farwestismo leghista per autodifendersi e tentare (questa la speranza) una ridistribuzione organica. Così la sinistra, diciamo socialdemocratica, non ha più alcuna credibilità sul piano della regolamentazione e chi ha bisogno di Stato opta per i grillini.

Noi (non noi Italia ma noi noi, i socialisti) dovremmo avere il coraggio di ammettere che non c’è vita in questo settore sistemico che coltiviamo da dopo Tangentopoli. È morto. Senza appello. Non facciamoci illusioni. Eppure noialtri noi incardinati nella vaga ricerca d’una via reale in equilibrio fra la colonna dell’Emancipazione e quella della Regolamentazione, potremmo ancora aver molto di assennato da dire.
Il PD? La sua strategia era sin dall’inizio quella di un morto vivente, incapace di occupare stabilmente lo spazio avversario succhiava il sangue di noi alleati, contribuendo alla frustrazione elettorale che ha rimpolpato i grillini. I suoi satrapi del Meridione sono mostri orrendi, gretti. I suoi condottieri del Nord sono impotenti e sterili.

Ha ragione Calenda quando dice che bisognerebbe sciogliere il PD, ma per questo (forse) dovremo aspettare dopo le Europee. Sciogliere il PD significa liquefare l’apparato burocratico che tiene in ostaggio il riferimento culturale (per quel che vale) e una certa forza economica attualmente unica a sinistra, sebbene ridimensionata.

Calenda. Calenda è competentissimo ed onesto ma rappresenta quel mondo confindustriale che è stata la vera conservazione sociale in Italia. Non va comunque visto con diffidenza per motivi scioccamente ideologici (razza pradrona e simili fole). Il mondo confindustriale va analizzato avalutativamente per quel che è: la principale corporazione del capitalismo clientelare italiano (crony capitalism). Ovvero altro che liberismo. Questo capitalismo clientelare ha fatto grandi cose, noi socialisti lo sappiamo, pur non essendo proprio proprio autosufficiente né efficientissimo (ha fatto anche schifo). Però ha permesso pace e crescita sociale, persino lo sviluppo di quel ceto medio da noi coltivato che rappresentò la grande avanguardia sociocratica nel Mondo. Dopo Tangentopoli il vecchio tacito accordo Confindustria-CGIL (per sintetizzare brutalmente) ha dato vita al PD ma era ormai un mondo morente (gli Agnelli sono anni e anni che stanno scappando via mentre il sindacato si riempiva di pensionati) e il PD è stata la forza conservatrice di quel mondo industriale, culturale e finanziario che non stava più al passo col tempo e che ora è a un passo dalla morte. Calenda viene certamente da questo mondo ma sembra essere uno che voglia fare veramente lo sforzo di mantenere una forza industriale e finanziaria in Italia. Per questo mi sembra un alleato possibilmente strategico almeno contro Lega e Grillini che fan di tutto per annichilirci, manco fossero francesi.
Perché è così che funziona, bisogna capire quali sono gli interlocutori più utili alla nostra Missione di rifar grande l’Italia. Le piccole e medie imprese che tanto amiamo, figlie nostre benedette, stanno lottando da anni contro la Grande Industria morente e noi fummo loro alleati, e lo siamo ancora, contro certe prepotenze confindustriali. Ma quel che serve non è scegliere uno dei due segmenti e portarlo alla vittoria contro l’altro. Sarebbe assurdo. Il conflitto non è tra due sistemi ma interno a uno stesso sistema. Ecco il dramma. Questo conflitto va disinnescato. Le PMI esistono proprio perché c’è stato il Capitalismo Clientelare che ha creato committenze e induzioni, giro e ridistribuzione di capitali insomma. Le grosse industrie sono sopravvissute lungamente alla competizione internazionale proprio grazie al grande contributo logistico, produttivo e innovativo delle tetragone PMI.
Noi volevamo rendere esplicita, più solida e più giusta questa sinergia. Successe quel che successe.

Oggi le PMI votano per i mostri, sono miopi e allora spetta creare una forza (anche solo federale ma da soli non possiamo) che incanali i segnali positivi di Calenda in un modello sociale però ben più sostenibile e giusto di quel che propone ora. Convincere imprenditori e lavoratori delle PMI che i Giganti gli servono e lavorando affinché i Giganti, presi da isteria e fame, non finiscano di rompere tutto, continuando le politiche scellerate dal ’93 a oggi.

Ancora su di noi

State insieme, amici.
Non disperdetevi né dormite.
La nostra amicizia è fatta
del restare svegli.

Jelaluddin-Rumi, Il Mulino ad Acqua

Questo è il livello della sfida. E vi pare che il dibattito congressuale che stiamo per affrontare sia all’altezza? Guardiamoci in faccia fra noi, compagni. Ma di che stiamo parlando. Basta illusioni e superbia.

L’evidenza è che questo congresso non andava proprio convocato. Ormai è fatta? E allora va detto che non ha senso che l’unico senatore che abbiamo non sia anche il segretario.
Lo dico, lo dico. E mi spiace per Nencini ma lui è maledetto a tenersela ancora un po’ questa segreteria.

Tutte quelle grandi analisi che vorrebbero delegittimarne la condotta politica.? Io due cose gli rimprovero, molto marginali: dovrebbe fare molto più salotto in capitale (e a Milano) e non doveva candidare Lello Di Gioia nel 2013.

Per il resto, compagni, non sarà una faccia “nuova” a cambiare la nostra condizione. È una pia illusione. Anzi sarà il contrario.

Ovviamente non penso che Nencini debba accollarsi da solo la sua maledizione. La croce la dobbiamo portare tutti insieme e ciò che mi rende più perplesso di tutte le pulci che si fanno al segretario è che, omissione rivelatrice, nessuno si sofferma seriamente sul problema di responsabilità che Nencini ha posto. Questa comunità sta morendo perché manca un Regime di Responsabilità. Perché i famosi territori vivono in buona parte nella totale deresponsabilizzazione (a cominciare dal duepermille). L’irresponsabilità di molti dirigenti nazionali è sintomatica della loro inadeguatezza.

Forse la riforma organizzativa in discussione potrà essere un buon modo per responsabilizzare ma la verità è che il chiagnifottismo e lo scaricabarile ed il “furbismo” italioti (insieme a faciloneria e superbia gli ingredienti psichici del fascismo ieri e del populismo oggi) regnano sovrani nei corridoi di questo partito. Ed il rinnovamento che serve passa da un nuovo Regime di Responsabilità. Se questo mio auspicio resterà lettera morta, mi auguro che intanto il processo di Unità che sta portando avanti recuperi energie e visioni tali da lanciare nuove piattaforme, e nomi in grado di compensare.

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Lavare i cervelli è un’arte. Ecco la “bibbia”

Čet, 13/12/2018 - 15:49

Attuale, anzi, attualissimo: pare scritto ieri e invece sono passati ben 90 anni, un anno-luce al nostro tempo virale in cui se stiamo lontani dalla rete un giorno ci pare di essere invecchiati un anno.

E’ segno che le intuizioni d38-Propagandaei grandi non hanno tempo, anzi, lo sfidano apertamente. Poi, l’uso che se ne fa, l’etica usata nell’attuarle è tutt’altra cosa.

“Propaganda” (L’arte di manipolare l’opinione pubblica), di Edward Bernays, pp. 160, euro 11.50 (collana “La mala parte”) è un classico del suo genere e vi servirà per vendere di tutto, a cominciare da voi stessi.

Si tratta di piccoli saggi molto sostanziosi e di struttura polisemica che spiegano in modo “scientifico”, e nelle moderne democrazie, come far fumare le donne “sebbene dovessero essere piacenti, non dovevano avere l’aspetto di modelle” e che chi non se l’accende è retrò.

Ma anche come vendere una merce qualsiasi, convincere la gente dell’importanza dell’istruzione, come si imposta una campagna pubblicitaria e piazzare un brand appena uscito, ecc.

Forse quelli che ci lavano il cervello, che ci riempiono la mail di fake-news che diventano virali con i like e le condivisioni, le leggende metropolitane spacciate per certezze cartesiane, gli stregoni che stroncano i vaccini, l’antimodernità che pulsa viscida intorno a noi, la scienza relativizzata, i ciarlatani che ci imboniscono, gli hacker e gli influencer manco sanno dell’esistenza di Bernays.

O forse lo tengono sul comodino e ogni tanto ci danno una sbirciatina.

Fatto sta che queste teorie oggi sono applicate nella maniera più perversa possibile e l’uomo è diventato esso stesso una merce, nelle mani di pr astuti, psicologi diabolici, pubblicitari mefistofelici, stilisti che si ammantano di arte posticcia (sfruttando i bambini a un dollaro al giorno), guru che ci vendono l’effetto placebo.

E siamo ostaggi di creativi la cui stessa parola contiene un suono sinistro. E tutto questo canagliume che usa così bene le nuove tecnologie ci ha fatto smarrire il libero arbitrio, per cui più vogliamo esaltare la nostra unicità e più siamo massa ebete di consumatori di spazzatura, come il ragno che più si dimena nella ragnatela e più si intrappola e si intruppa nella massa.

Mentre i decisori politici tengono bordone o stanno a guardare.

E. Louis Bernays (“padre delle pubbliche relazioni”) a un certo punto parla di bonificare l’etimologia del termine propaganda, a cui vorrebbe restituire “un’aura di rispettabilità”, avvertendone tutta la minacciosa ambiguità.

Oggi bisognerebbe ridare semantica e dignità al termine “comunicazione”, con cui si intendono un certo numero di furbastri che ci propinano rubbish d’ogni genere, politico incluso. Ma delle menzogne non rende conto nessuno.

Francesco Greco

 

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Strasburgo: prosegue la caccia all’attentatore

Čet, 13/12/2018 - 15:36

attentatore

La polizia francese ha diramato una foto segnaletica di Cherif Chekatt, il sospetto attentatore di Strasburgo, e lanciato, la sera stessa di mercoledì 12 dicembre, un appello a chiunque l’ abbia visto ad entrare “immediatamente” in contatto con la centrale operativa. La foto segnaletica diffusa sul profilo Twitter della Police Nationale è accompagnata dalla descrizione fisica dell’assalitore: “29 anni, 1 metro e 80, corporatura normale, capelli corti, eventuale barba, pelle scura, segno sulla fronte”. “Individuo pericoloso, non intervenite da soli. Contattate il 197”, si legge nel messaggio.

Ed è caccia all’uomo in tutta l’ Europa: Cherif, nella nota di allerta  diramata anche in Italia, viene descritto come una “persona armata e pericolosa suscettibile di viaggiare a bordo di Ford Fiesta targata CX168FD”.

Il procuratore di Parigi, Remi Heitz, ha precisato che due persone sono morte, e la terza è in stato di morte cerebrale. Il giovane giornalista italiano rimasto ferito (da un proiettile penetrato alla base del collo, vicino al midollo spinale), Antonio Megalizzi, sta lottando contro la morte in un ospedale (la ministra della Salute francese, Agnes Buzyn, a una domanda sulle condizioni dell’italiano ferito, ha detto di non poter fare precisazioni sulla nazionalità delle persone coinvolte).

L’aggressore – è stato riferito – ha gridato ‘Allah Akbar’. Quattro persone a lui vicine – tra cui il padre e due fratelli – sono attualmente in stato di fermo:  lo riferiscono fonti di polizia citate dall’ emittente francese “Bfm-Tv”, che aggiunge che alcuni membri della famiglia sono noti per essere radicalizzati. Il terrorista potrebbe essere fuggito in Germania subito dopo l’attentato: è quanto trapela da fonti di sicurezza franco-tedesche citate da “Bild”. Fonti investigative tedesche ritengono plausibile che Cherif Chekatt abbia dei riferimenti cui appoggiarsi in Germania ( dove da tempo esiste una rete di organizzazioni terroristiche di stampo islamico, legate a loro volta, secondo gli inquirenti tedeschi e la stessa Scotland Yard britannica, alla rinata “Thule Gesellschaft”, la famigerata società esoterica tedesca degli anni ’20 incubatrice, a suo tempo, dell’ elite dirigente nazista).

“Il cuore della democrazia europea colpito dalla follia omicida”, ha commentato a caldo il commissario europeo agli Affari economici, il francese Pierre Moscovici, anche lui a Strasburgo. Peraltro già due anni fa, sempre sotto Natale, la polizia francese aveva sventato un possibile attacco terrorista ai mercatini, smantellando una cellula a Marsiglia. Stavolta qualcuno si è riuscito a infilare tra le maglie della sicurezza, e a colpire la città dell’ Alsazia, sin dal ‘700 al centro delle contese territoriali franco-tedesche, e ora simbolo della democrazia europeista.
Piena solidarietà ai francesi e ai familiari delle vittime e dei feriti, insieme alla condanna, con fermezza e senza ambiguità, del feroce attentato di Strasburgo, vengono espresse dalle Comunità del Mondo Arabo in Italia ( Co-Mai) e dalla Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa (Cili-Italia), “Cristiani in moschea”: che commentano la strage di Strasburgo, continuando la loro  politica dei “due binari”. “Da una parte condannare, prevenire e combattere il terrorismo, garantendo la sicurezza di tutti senza distinzioni tra italiani e cittadini di origini straniera,  laici quanto appartenenti alle varie religioni. Dall’altra,  promuovere politiche adeguate per l’integrazione, facendo proposte concrete alle istituzioni”, dichiara il prof. Foad Aodi , fondatore di Co-mai e di Cili-italia.
“ In questi ultimi anni, molto difficili per i tanti attentati terroristici, e con noi soggetti a strumentalizzazioni politiche contro l’ immigrazione, i musulmani e il mondo arabo, non abbiamo mai perso, però,  la speranza di arrivare a una proficua convivenza tra le religioni e le civiltà, condannando tutti gli attentati senza ambiguità e senza paura”, continua Aodi. Che si appella a tutte le comunità musulmane, arabe e di origine straniera in Francia, in Italia e in  tutta Europa: alle quali chiede di non esitare a denunciare qualsiasi elemento sospetto, senza allarmismi.  Augurandosi, al tempo stesso,  che prima possibile venga arrestato l’attentatore in fuga e si ritorni, in tempi brevi, alla serenità per tutti, senza mai abbassare la guardia contro ogni tentativo o provocazione che cerca di scatenare una guerra tra religioni.

Fabrizio Federici

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Aumentano i laureati che vanno all’estero

Čet, 13/12/2018 - 12:25

aurostat-laureatiIn aumento i laureati italiani che si trasferiscono all’estero, nel 2017 sono quasi 28 mila (+4% sul 2016). In forte aumento tra 2013 e 2017 il numero di emigrati diplomati (+32,9%) e laureati (41,8%). È quanto emerge dal rapporto Istat ‘Mobilita’ interna e migrazioni internazionali della popolazione residente – Anno 2017′, in cui viene sottolineato che “in cinque anni l’Italia perde oltre 156 mila laureati e diplomati”.

Nel 2017, più della metà dei cittadini italiani che si trasferiscono all’estero (52,6%) è in possesso di un titolo di studio medio-alto: si tratta di circa 33 mila diplomati e 28 mila laureati. Rispetto all’anno precedente il numero di diplomati emigrati è sostanzialmente stabile mentre quello dei laureati mostra un lieve aumento (+3,9%).

Tuttavia l’aumento è molto più consistente se si amplia lo spettro temporale: rispetto al 2013, gli emigrati diplomati aumentano del 32,9% e i laureati del 41,8%. Guardando l’età, gli espatriati di 25 anni e più sono 82 mila e 31 mila quelli rimpatriati nella stessa fascia di età: il loro saldo migratorio con l’estero è negativo per oltre 51 mila unità, di cui 13 mila laureati (26,2%) e 19 mila diplomati (36,7%).

I saldi migratori cumulati dal 2013 al 2017, calcolati per gli emigrati ultra 24enni, evidenziano una perdita netta di popolazione italiana di quella fascia di età di circa 244 mila unità, di cui il 64% possiede un titolo di studio medio-alto.

Le motivazioni che spingono i giovani migranti a lasciare l’Italia sono da attribuire in parte all’andamento negativo del mercato del lavoro italiano e, in parte, alla nuova ottica di globalizzazione, che induce i giovani più qualificati a investire il proprio talento nei Paesi esteri in cui sono maggiori le opportunità di carriera e di retribuzione.

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Il Parlamento Ue chiede verità per Giulio Regeni

Čet, 13/12/2018 - 08:27

Verita Giulio RegeniIl Parlamento europeo, in una risoluzione adottata oggi, condanna la situazione dei diritti umani in Egitto e chiede lo stop delle esportazioni di tecnologie di sorveglianza.

Verità per Giulio Regeni

I deputati dichiarano che il Parlamento continuerà a esercitare pressioni sulle autorità dell’UE affinché si impegnino con le loro controparti egiziane a accertare la verità sulla morte di Giulio Regeni. I deputati ricordano anche che l’Egitto ha nuovamente respinto la richiesta della procura italiana di identificare gli agenti coinvolti nella scomparsa e morte del giovane ricercatore.

Libertà dei media

Il Parlamento chiede agli Stati membri di porre fine all’export verso l’Egitto di tecnologie di sorveglianza che possono facilitare gli attacchi informatici contro i difensori dei diritti umani e gli attivisti, anche tramite i social media.

Secondo Reporter Senza Frontiere, attualmente sono almeno 38 gli operatori dei media detenuti in Egitto. La situazione si è ulteriormente aggravata nel luglio 2018, quando il governo egiziano ha approvato una legge che amplia la definizione di stampa per includere qualsiasi account social con più di 5000 follower, rendendo tali account perseguibili per la pubblicazione di fake news o di qualsiasi notizia ritenuta un incitamento a violare la legge.

L’UE compatta al prossimo Consiglio di Associazione UE-Egitto

Il Parlamento esorta l’Alto rappresentante Federica Mogherini e gli Stati membri a mantenere una posizione unitaria in materia di diritti umani in occasione della riunione del Consiglio di Associazione UE-Egitto prevista per il 20 dicembre 2018 e ad esprimere con fermezza le conseguenze, anche sanzionatorie, che il governo egiziano dovrà affrontare se non invertirà la sua tendenza all’abuso dei diritti fondamentali.

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Gillet gialli e cervelli bacati

Sre, 12/12/2018 - 19:53

L’attentato di Strasburgo ha colpito anche l’Italia. Oltre ai tre morti c’é anche un italiano, ferito molto gravemente, con una pallottola conficcata alla base del cranio e vicina al midollo spinale. E’ il ventottenne Antonio Megalizzi, di Rovereto, giornalista che seguiva i lavori dell’Europarlamento. Un giovane esemplare, con due lauree, colpevole solo di trovarsi in un mercatino natalizio assieme agli amici. Lotta tra la vita e la morte. Il nuovo barbaro eccidio di matrice islamista che ha nuovamente colpito la Francia é stato opera di Chérif Chekatt, 29 anni, nato a Strasburgo, passaporto francese, con origini nordafricane, già schedato dalle autorità per radicalizzazione e condannato a due anni di carcere nel 2011 per aver aggredito un ragazzo durante una rissa.

Il terrorista é riuscito a fuggire poi, individuato dalla polizia, è stato ferito, é nuovamente fuggito con un taxi sequestrato e al momento é latitante. Si tratta dunque di un francese, sia pur di origini arabe o mediorientali. Un francese di seconda generazione, come molti altri terroristi, arruolati all’odio e alla jihad da foschi maestri di morte. Ancora una volta è la Francia il paese colpito e suscita ancora una forte commozione quel canto spontaneo dell’inno nazionale che oggi rimbalzava su tutte le radio e le tivù. Quasi a ribadire che la Francia, quella della rivoluzione liberale e della Marsigliese, non rinuncia a difendere i suoi valori e la sua storia. Logico chiedersi se dopo un evento analogo anche gli italiani avrebbero reagito così.

Per questo non può che suscitare sdegno la posizione assunta attraverso comunicati da alcuni jillet jaune che in base al purtroppo abusato “cui prodest” accusano il presidente Macron di avere organizzato l’eccidio per sviare l’attenzione dei francesi dal movimento che stava avanzando per chiedere, nonostante le proposte del presidente, la sua rimozione. Anche in Italia abbiamo conosciuto la filosofia del “cui prodest” e attribuito allo stato le stragi, gli omicidi, perfino i suicidi. Per poi essere clamorosamente smentiti da un beffardo destino. Pensiamo al caso Calabresi-Pinelli, pensiamo alle “cosiddette” brigate rosse. Potremmo aggiungere che siccome l’immigrazione giova a Salvini é lui che la promuove e che la Fornero é stata una sua inviata segreta al governo o che la disoccupazione l’hanno creata i Cinque stelle per poter decidere il reddito di cittadinanza. Follie di menti distorte. Avranno i gillet gialli. Ma la testa bacata.

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10+10. Frank Zappa a Roma, in mostra foto e vinili del grande genio

Sre, 12/12/2018 - 19:28

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Dieci fotografie inedite scattate dal fotografo Mimmo Chianura ( AGF ) in un arco di tempo che va dal 1974 al 1982 e dieci vinili originali di Frank Zappa verranno esposti dal 15 Dicembre al 6 Gennaio alla VINYL ROOM di Federico e Marco De Gregori, a Roma in via della Frezza 53.

Mimmo Chianura in quarant’anni di lavoro ha raccontato attraverso le sue immagini la società italiana ed i suoi protagonisti, da Giovanni Falcone a Papa Wojtyla, ed è anche autore di scatti che ritraggono famose icone rock come Bruce Springsteen o Jimi Hendrix.
“Zappa era uno di quelli da non perdere – dichiara Chianura a proposito delle foto scattate a Frank Zappa ed esposte nella Vinyl Room – per poterlo ascoltare e fotografare a modo mio pagavo sempre il biglietto rinunciando all’accredito ufficiale. E quando ho fatto questi scatti non credevo nemmeno che li avrei mai pubblicati“.

Dopo il successo della precedente esposizione “Shooting Stars” la VINYL ROOM in questa mostra curata da Gerardo Martorelli prosegue nel progetto di presentare insieme dischi e fotografia d’autore e di mettere in comunicazione due forme artistiche che hanno contribuito in modo sostanziale a formare il gusto e la sensibilità contemporanea.

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Nenni agli Esteri. Convegno sul leader socialista

Sre, 12/12/2018 - 19:03

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Un convegno della Fondazione a lui dedicata ricorda i 50 anni all’esperienza del leader socialista al ministero degli Esteri. L’amicizia con Altiero Spinelli.

Pietro Nenni che chiese ad Altiero Spinelli di diventare suo consigliere. Pietro Nenni apripista nei rapporti con la Cina di Mao. Pietro Nenni che guarda a un mondo bilanciato dal multilateralismo e non dai due blocchi. A ricordare i segni lasciati dalla politica internazionale del leader socialista, sono stati storici ed esperti, 50 anni dopo il suo incarico da ministro degli Affari esteri nel primo governo Rumor. Un convegno organizzato dalla Fondazione Nenni in collaborazione con la Farnesina, aperto dal presidente Giorgio Benvenuto che ha ripercorso l’esperienza di un leader dallo sguardo lungo, pioniere di relazioni internazionali per nulla agevoli in epoca di guerra fredda e, più indietro negli anni del post conflitto mondiale.

Dunque Nenni segretario del Psi ma soprattutto uomo di stato, vicepresidente del Consiglio nella prima esperienza di centro-sinistra e ministro degli Esteri. Un salto nel passato grazie alla ricostruzione dello storico Piero Craveri che ha disegnato il percorso riformista, “come arrivare al socialismo”, quella strada che, nonostante un rapporto stretto, lo divideva dai comunisti. Strada tuttavia accidentata, anche per l’interminabile serie di rotture che ha attraversato il partito nella sua storia più che centenaria.

L’Europa chiama l’Italia nel secondo dopo guerra e così Nenni spostò il partito da una posizione critica fino a quella favorevole. Non amava la Francia gollista e temeva per l’asse con la Germania, tanto che dopo i trattati di Roma il suo impegno per l’ingresso della Gran Bretagna fu particolarmente insistente. “Per la verità la vocazione europeista dei socialisti italiani è molto più antica”, ha notato Ugo Intini, citando Turati che già nel 1986 nel primo discorso alla Camera dei Deputati teorizzava gli Stati uniti d’Europa. In ogni caso la scelta si consolidò e fu definitiva quando in quel 12 dicembre del 1968, Nenni tornò alla Farnesina (dopo la breve esperienza tra il ‘46/’47) e chiamò come consigliere l’amico Altiero Spinelli. Un sodalizio significativo e quando uno dei padri ispiratori dell’Europa fu nominato commissario a Bruxelles nel 1970, il suo appoggio pesò in maniera notevole.

Nel biennio ‘55/56 e in seguito ai fatti d’Ungheria, Nenni chiuse definitivamente i canali con Mosca, rafforzando la propensione al multilateralismo e individuando i forti limiti della politica dei due blocchi che sfociò poi nella guerra fredda. Una posizione che non gli fece guadagnare le simpatie degli Usa con cui il leader socialista ha sempre avuto un rapporto contrastato. Sempre in favore del dialogo, la ragione che lo portarono nel 1971 nuovamente a Pechino e Shangai, dopo la prima visita nel 1955.

Pietro Nenni fu pioniere delle relazioni tra Italia e Cina, costruì un’amicizia particolare con Mao Zedong e soprattutto con Zhou Enlai. Perciò si spese molto in occidente per il riconoscimento diplomatico e affinché per la Repubblica Popolare, si aprissero le porte dell’Onu. “Ancora oggi – ha detto l’ambasciatore a Pechino Ettore Sequi – è uno dei politici italiani più rispettati dalla generazione della rivoluzione del ‘49”. Senza quella semina “non sarebbe possibile raccogliere i frutti di oggi”, gli ha fatto eco l’ambasciatore cinese a Roma LI Ruiyu. Amicizia e collaborazione che oggi valgono 50 miliardi di dollari d’interscambio tra i due paesi, un rapporto molto stretto, non più solo commerciale, con centinaia d’imprese in partnership italo-cinese. Se “Nenni tornasse nella Cina di oggi, quale sarebbe il suo giudizio sull’evoluzione del socialismo che conobbe allora? Come spiegherebbe un’economia di mercato con la politica del partito unico?” La domanda che sfida e stimola gli ospiti la pone Luigi Troiani, coordinatore degli studi della Fondazione.

Al salto temporale notevole non si sottrae Yu Xuefeng, professore dell’università di studi internazionali a Pechino, citando in tempi più recenti Deng Xiaoping: “Mercato e pianificazione sono entrambi strumenti per sviluppare l’economia e ottenere il benessere dei popoli”. Se la Cina oggi sfama 1 miliardo e 400 milioni di persone, le democrazie in crisi, non ultime quelle dell’Europa, soffrono oggi di una crisi pesante, gravate dall’aumento delle diseguaglianze. Modelli a confronto, giudizi differenti nel dibattito anche se gli scenari futuri del mondo globalizzato non possono fare a meno di Paesi come la Cina, non più solo una potenza economica.

Quell’equilibrio multipolare a cui aveva sempre teso Pietro Nenni, precursore e artefice delle relazioni diplomatiche con il paese asiatico.

Nicola Corda Eunews

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