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Quotidiano Socialista dal 1896
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Covid, il disagio fotografato in audizione in Parlamento

1 ura 15 min ago

La realtà che viviamo è stata fotografata in diversi momenti e da diversi osservatori. In questi giorni le immagini dell’Italia colpita dal Covid arrivano in audizione in Parlamento alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato.
Il presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, ha affermato: “Il 2020 è stato un anno che ha accentuato una debolezza preesistente. Abbiamo avuto un’impennata di morti, che sono stati 746.000, con un valore che andiamo a ritrovare nella storia d’Italia solo nel 1942, 1943 e 1944, cioè gli anni della seconda guerra mondiale. Nel 2020 il saldo migratorio è risultato negativo. Nel complesso la popolazione ha perso 384.000 residenti. Un valore di quel livello lo si ritrova nella storia d’Italia solo nel 1918. Nell’anno della pandemia, inoltre, la povertà ha raggiunto nel nostro Paese i livelli più elevati da quando è disponibile la serie storica, cioè dal 2005”.
Però il Prof. Blangiardo non ha detto che la popolazione in Italia di ottanta anni fa era di circa 40 milioni rispetto ai 60 milioni circa di adesso, e non ha nemmeno quantificato l’incremento percentuale della mortalità derivante dal Covid.
Il presidente dell’Istat ha poi aggiunto: “La previsione sulla crescita del Pil, contenuta nel Def, che stimano per il 2021 un aumento del 4,1% è in linea con il valore previsto dall’Istat a dicembre. Lo scorso anno il prodotto interno lordo è stato di 153 miliardi inferiore al 2019, mentre nel 2022 il Pil sarebbe ancora inferiore di 18 miliardi, rispetto al 2019. Tra febbraio 2020 e febbraio 2021 il numero di occupati si è ridotto di 945.000 unità”.
Secondo l’Istat: “All’interno del Def il quadro programmatico riflette gli effetti del decreto legge sostegni e la revisione al rialzo pari a 30 miliardi dei fondi disponibili per le azioni programmate dal Pnre. La somma degli interventi dovrebbe avere sul 2021 e 2022 un impatto aggiuntivo del Pil pari a 0,4 punti percentuali. E’ opportuno sottolineare che l’effetto addizionale dovrebbe tradursi in circa 6,3 miliardi di Pil aggiuntivo della media 2021”.
Un altro dato significativo segnalato dall’Istat riguarda i matrimoni: “Nel 2020 i matrimoni in Italia sono diminuiti del 47,5% e in particolare quelli religiosi del 68%”.
Tiziano Treu, presidente del Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, all’audizione sul Def davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato, ha esordito: “È necessaria una strategia di uscita dalla crisi di medio periodo orientata alla riallocazione ottimale dei fattori produttivi, alla creazione occupazionale e agli investimenti pubblici e privati e alla domanda, in particolare, delle famiglie e dei soggetti più colpiti”.
Ponendo maggior attenzione alla crescita e ad una dettagliata strategia di medio-lungo periodo per uscire dalla crisi da Covid-19, Treu ha aggiunto: “Occorre un sostegno più forte alla crescita dell’occupazione, e chiediamo un’attenzione particolare, per far sì che questa crescita sia in grado di portare i livelli di occupazione ai livelli europei”.
Secondo Treu: “L’occupazione è il motore dello sviluppo soprattutto in un’economia sostenibile e basata sulla conoscenza e le competenze. Servono,dunque, anche misure più incisive per contrastare la povertà e il rafforzamento del reddito di cittadinanza”.
Il Cnel, inoltre, si è detto d’accordo con la scelta di proseguire, anche nei prossimi mesi, nel perseguimento di politiche espansive sia di sostegno alle imprese ed ai lavoratori colpiti dalla crisi, e sia per aumentare il volume degli investimenti.
Il presidente Treu ha ribadito: “Il bilancio pubblico, come affermato dal Ministro dell’Economia e Finanze, opera alla stregua di un grande ammortizzatore sociale e, contemporaneamente, di uno strumento per evitare la perdita di potenzialità produttive in settori chiave del Paese. I rischi dell’emersione di una nuova classe sociale di poveri e la gravità della situazione occupazionale. Entrambe queste problematiche, sono di drammatica rilevanza sociale e devono essere oggetto di specifica e maggiore attenzione nella impostazione del Def e del Pnrr. Le due condizioni fondamentali affinché ci si possa mettere sulla strada della ripresa sono il pieno successo della campagna vaccinale entro l’autunno e che ci sia una piena e rapida approvazione del Def insieme al Pnrr e la predisposizione di progetti dettagliati con tempi precisi”.
Treu ha sottolineato: “Le riforme richieste dall’Europa come necessarie a complemento degli investimenti sono ancora indicate troppo genericamente nel documento. Quella della P.A. è la riforma delle riforme per far calare gli investimenti nel territorio, la riforma del fisco deve essere più organica e comprendere una equilibrata distribuzione dei carichi. Ci auguriamo vengano affrettati i tempi”.
Poi, il Presidente del Cnel ha aggiunto: “In generale, nel Def si rileva un insufficiente raccordo degli obiettivi e delle misure indicate con quanto contenuto nel Pnrr. Il rischio di una perdurante bassa occupazione va scongiurato non solo per motivi di giustizia sociale, ma anche perché essa è un fattore che ostacola una efficace ripresa economica. Inoltre, servono impegni precisi e coraggiosi mirati all’l’innalzamento del tasso di occupazione verso i livelli dei Paesi dell’Ue che deve assumere una decisa centralità per i prossimi anni, con particolare riguardo ai giovani e alle donne. Il Cnel condivide le analisi generali e gli elementi positivi del Def sia con riferimento alla economia nazionale, con un buon andamento dell’industria manifatturiera e delle costruzioni, grazie alle agevolazioni per la riconversione energetica, sia al buon andamento dell’export, che può aumentare con la ripresa globale, oltre che ad un deficit inferiore alle attese per minori spese e maggiori entrate, anche per un aumento della tax compliance. L’assunzione di fondo del Def è che sia sufficiente la ripresa delle attività economiche e della domanda aggregata, che presumibilmente si manifesterà nei prossimi mesi a seguito dell’allentamento delle misure restrittive, per riassorbire il sottoutilizzo di ore lavorate e le perdite occupazionali sin qui accumulate. Vi è, tuttavia, ragione di dubitare che ciò basti per ripristinare la crescita e recuperare il terreno perso”.
Secondo Treu: “I motivi sono semplici. In primo luogo, l’evidenza delle passate crisi mostra come, in ciascun periodo di recessione prolungata, l’economia italiana sia uscita in ritardo, con un gap di produzione e occupazione associato ad un minor tasso di crescita. In secondo luogo, senza una profonda semplificazione della normativa sulle opere pubbliche, gli effetti degli investimenti pubblici saranno fortemente depotenziati dai vincoli burocratici”.
Infine, Tiziano Treu ha aggiunto: “Per quanto riguarda la riforma fiscale, ne occorre una organica da avviare subito, e una più decisa lotta alla evasione che è essenziale anche per restituire risorse alla collettività e per compensare almeno in parte gli oneri delle riforme stesse. Attraverso la istituzione di una Commissione di esperti, ha proseguito Treu, il Cnel sta elaborando una proposta complessiva, in parte già sottoposta al Parlamento, che verrà finalizzata in tempi brevi. Come ultimo aspetto, il Def 2021 sottolinea opportunamente che non va dimenticato l’equilibrio dei conti pubblici, a fronte della inevitabile crescita del deficit e del debito. Si ritiene peraltro che tale equilibrio sia raggiungibile nei prossimi anni via via che la economia recupererà terreno, in ciò facilitato dai bassi tassi di interesse e dall’andamento dell’avanzo primario. Tali affermazioni andrebbero avvalorate da elementi più precisi, tanto più che il nostro Paese intende ricorrere ampiamente ai prestiti del Ngeu, a differenza di altri paesi che non li utilizzano affatto. Anche la stessa conclusione risente di non pochi elementi di incertezza, legati all’andamento delle diverse variabili economiche in gioco e alla stessa capacità di effettiva implementazione delle misure previste dal Def e dal Pnrr nei prossimi anni. Per questo, in una ottica di strategia di medio periodo, il Def dovrebbe indicare misure fatte non di sostegni o incentivi, come il rinnovo degli esoneri contributivi per il sud e le donne, ma di politiche attive per il lavoro, per la ricollocazione dei lavoratori, per la riqualificazione delle competenze a sostegno della mobilità dei lavoratori per favorire e supportare la transizione verde, e in questa direzione sono da considerare il fondo nuove competenze, che pur sostenendo indirettamente le imprese che investono in formazione, tuttavia non risolve il problema della riqualificazione dei lavoratori, dell’incrocio tra domanda e offerta di competenze e della transizione formazione-lavoro. Anche le risorse a valere sul fondo ReactE e destinate alle politiche attive, seppur modeste, sono un altro passo nella giusta direzione, la cui efficacia tuttavia dipenderà dalla riorganizzazione dell’Anpal e dalla collaborazione Stato-Regioni”.
Secondo gli ultimi dati dell’Istat, le donne, che già lavorano nei settori più sensibili e che guadagnano molto meno degli uomini, sono state più colpite dal Covid-19 e dalla crisi economica che ne è seguita. Rispetto all’anno scorso sono stati bruciati circa 274 mila posti di lavoro occupati da donne. Per gli uomini invece questo calcolo si ferma a -151mila.
Dall’altra parte, le donne hanno dovuto incrementare il tempo dedicato alla cura della famiglia. In particolare, si sono spesso fatte carico di compiti aggiuntivi durante il lockdown e la chiusura delle scuole, sostituendosi in tanti casi agli insegnanti, o facendosi carico di parenti bisognosi di cura.
La dottoressa Elisa Ercoli, presidente di ‘Differenza Donna Ong’, ha rilasciato un’intervista all’Agenzia Sputnik, per spiegare gli effetti collaterali e le questioni di genere derivanti dal lockdown.
Secondo la dott.ssa Ercoli: “L’impatto, più che psicologico, è stato reale. Le donne che stavano vivendo un maltrattamento in famiglia hanno avuto nel lockdown una situazione di ancora più controllo e limitazione della propria libertà. Rimanendo tutti a casa sono scomparsi quei tempi di vita che lasciavano tempo non controllato dal maltrattante, almeno nel tragitto per accompagnare a scuola i figli, oppure per fare la spesa, oppure in casa ma senza il maltrattante che andava a lavorare. Quindi le donne stanno vivendo maggiore controllo, meno libertà ed anche maggiore dipendenza economica, infatti la crisi pandemica ha comportato una crisi economica che è stata massimamente pagata dalle donne perchè più precarie. In questa situazione generale il sentimento diffuso tra le donne maltrattate è di ancora più difficoltà ad uscire dalla violenza, ancora più difficoltà ad essere nelle condizioni di poter scegliere liberamente di lasciare il partner violento”.
Per quanto riguarda lo smart working ha spiegato: “Il gap di genere esistente ha incrementato, talvolta, il carico di lavoro per le donne dentro le mura domestiche. Non è un’opinione è una evidenza scientifica di dati che leggono una realtà. A dicembre 2020 l’Italia ha avuto 101.000 nuovi disoccupati di cui 99.000 sono state donne ed inoltre lo smart working per le donne ha significato lavoro, cura della casa, cura dei familiari, supporto per la DAD richiedendo un carico di lavoro e lavori di casa ancora maggiore rispetto al periodo precedente, periodo in cui i lavori di cura in Italia sono comunque sproporzionatamente svolti dalle donne in una percentuale pari all’80%”.
Il 55,9% dei posti di lavoro persi per gli effetti della crisi sanitaria in corso riguarda le donne.
In merito la presidente della Ong ha detto: “Se noi donne fossimo davvero considerate risorsa per l’intera tenuta del Paese non staremo in questa condizione. Diciamo che noi donne siamo risorsa per tutto il Paese, ma ci sono le discriminazioni di genere e l’organizzazione. La pandemia ha svelato le discriminazioni già attive da millenni. La violenza maschile è possibile in maniera così diffusa e senza controllo sociale proprio perché strutturale, collegata a tutte le altre forme di discriminazioni contro le donne: ghettizzazione nei lavori precari, Gender pay gap, tetto di cristallo, responsabilità sproporzionata nei lavori di cura secondo i ruoli tradizionali di genere. All’interno di queste discriminazioni contro le donne così diffuse in ogni ambito pubblico è unito queste alla organizzazione sociale ideata sui ruoli tradizionali, le donne hanno ostacoli continui alla affermazione della loro autonomia e sono spinte a continuare ad essere dipendenti dagli uomini anche economicamente. Oggi abbiamo la grande occasione del Ngeu che può darci l’opportunità di rivedere la nostra organizzazione sociale e le nostre infrastrutture perché le donne non siano più la cura non pagata, la sostituzione non pagata del welfare. Abbiamo bisogno di asili nido, oggi abbiamo una copertura nazionale del 12% e dobbiamo arrivare al 60%. Solo questa misura libererebbe forza lavoro delle donne e otterremo una crescita di Pil automatica. In più poiché molta occupazione sarà su digital e new green, settori tradizionalmente maschili, dobbiamo avviare una forte assunzione delle donne nel sociale che ci permetta di ribilanciare la sproporzione che provocherebbe non attuare misure di correzione. Insomma la valutazione dell’impatto di genere per ogni decisione e politica deve diventare una regola altrimenti non ne usciamo e ci riproveremo tutte e tutti oltre al fatto che le donne pretendono una piena cittadinanza che tarda a realizzarsi”.
Rispondendo al presidente dell’Istituto di statistica, Gian Carlo Blangiardo, secondo il quale la crisi sanitaria ed economica potrebbe influire negativamente, oltre che sul numero di decessi, anche sulla natalità, la dottoressa Ercoli ha detto: “La denatalità è un problema che l’Italia ha molto prima della pandemia e dipende dalla non occupazione delle donne. Più le donne avranno lavoro e diritti più potranno liberamente scegliere anche rispetto alla maternità”.
Infine ha affermato: “Le donne non sono vulnerabili in quanto Donne ma sono il più grande gruppo discriminato al mondo. Una vera democrazia si occupa di non lasciare indietro nessuno, tantomeno chi ha vulnerabilità”.
Basterebbe dare piena attuazione ai principi della nostra Costituzione, per creare quella giustizia sociale ed economica non pienamente raggiunta sia dai lavoratori che dalle donne. Ma è bene che il Psi anche in questo elabori proprie proposte politiche rispondenti alle esigenze della società attuale per difendere i più deboli.

Salvatore Rondello

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Confapi: sbloccare le grandi opere non basta

1 ura 30 min ago

Concorrenza, meritocrazia, semplificazioni. Commissariare le grandi opere non basta: per
rilanciare in modo reale e duraturo il sistema economico servono interventi strutturali e
certezze temporali.
“Prendiamo atto della conclusione dell’iter di commissariamento di 29 grandi opere per un
valore complessivo di oltre 82 miliardi di euro. La firma dei Decreti del Presidente del
Consiglio consente di attivare finalmente la realizzazione di infrastrutture attese da tempo
e che avranno un impatto positivo anche sul nostro territorio, basti pensare al
collegamento ferroviario Roma-Pescara, alla linea C della Metropolitana di Roma, agli
interventi sull’anello ferroviario della Capitale, ed alla Cisterna-Valmontone. Ma il
commissariamento è un’ipotesi residuale, eccezionale, che testimonia il fallimento della
gestione ordinaria, della capacità di garantire concorrenza, efficacia ed economicità degli
interventi salvaguardando l’equilibrio tra interessi pubblici e privati” sostengono Massimo
Tabacchiera, Presidente Confapi Lazio e Matteo D’Onofrio, Presidente Confapi
Aniem Lazio. “Le imprese hanno bisogno di una riforma radicale che, da una parte,
semplifichi e acceleri i processi decisionali e, dall’altra, garantisca concorrenza e
trasparenza negli affidamenti”.

 

In particolare, ecco le nostre priorità:

Garantire trasparenza, concorrenza e meritocrazia negli appalti: il settore dei
contratti pubblici (lavori, servizi e forniture) è coinvolto in un processo di sostanziale
commissariamento: annullamento delle gare ordinarie con costante ricorso alle procedure
ristrette, discrezionalità illimitata delle stazioni appaltanti nella determinazione dei criteri di
aggiudicazione e nei parametri di valutazione, frammentarietà e disomogeneità nelle
informazioni.
Spiega Massimo Tabacchiera, Presidente Confapi Lazio: “Chiediamo che le stazioni
appaltanti tornino ad affidare i contratti pubblici attraverso procedure aperte, con criteri e
parametri oggettivi e con un sistema di accesso trasparente ed esaustivo alle informazioni.
Come richiesto anche dall’Anac, sollecitiamo l’attivazione del Portale Unico della
Trasparenza, nel quale pubblicizzare tutte le fasi dell’appalto, e della Banca dati unica,
nella quale riportare i dati dell’impresa senza che la stessa debba riprodurli un ogni gara
d’appalto”.

Certezze e semplificazioni per il Superbonus 110%: oneri procedurali ed incertezze

temporali stanno compromettendo un’opportunità potenzialmente significativa per l’edilizia
e per i comparti dell’indotto. Come evidenzia anche il recente studio dell’Enea, i lavori
avviati ammontano solo a 670 milioni, cifra di gran lunga inferiore agli oltre 18 miliardi
stanziati dallo Stato.
“L’incertezza sulla durata del superbonus e sulla conferma delle attuali aliquote determina
una precarietà che frena soprattutto i condomini dall’avvio di un iter comunque articolato e
complesso. Occorre determinare uno snellimento drastico delle procedure ed un contesto
stabile sul quale cittadini e operatori economici possano programmare le loro scelte”
dichiara Matteo D’Onofrio, Presidente Confapi Aniem Lazio.

Adottare strumenti urbanistici idonei alle attività produttive:

in queste ore la Regione Lazio si appresta a procedere alla riapprovazione del piano territoriale
paesaggistico regionale (PTPR).
“Come abbiamo già segnalato più volte, si tratta di un atto devastante per il sistema
produttivo territoriale: un piano caratterizzato da vincoli, appesantimenti, oneri burocratici
tali da neutralizzare qualunque tipo di investimento e di progettualità, compresi quelli che
potrebbero arrivare dal Recovery Plan. Gli strumenti urbanistici coinvolgono esigenze ed
interessi diversificati, richiedono, quindi, una compartecipazione al processo decisionale e
scelte ponderate che agevolino e non ostacolino tutte le attività produttive”, concludono
Tabacchiera e D’Onofrio.

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Sulla pelle di una ragazza

2 uri 10 sek ago

Care Sardine, il vostro comunicato è imbarazzante. Non coglie completamente il punto, e a Beppe Grillo dà una solidarietà umana che non si merita.
Nel suo video c’è tutto il marcio che un uomo pubblico può mettere in mostra. Maschilismo, cultura dello stupro, ipocrisia, paternalismo violento. NO non lo si può capire umanamente neanche “come padre”. Sarebbe questo il ruolo di un padre? Minacciare e ridicolizzare una presunta vittima di stupro per difendere il figlio a spada tratta? Mettere in mostra il proprio familismo amorale e trovare chi “umanamente” lo capisce.
Avete solo timidamente tirato le orecchie al “caro Beppe” ricordandogli che bisogna essere garantisti, ma la cosa più grave del video è proprio un’altra: la gogna mediatica nei confronti di una ragazza colpevole di aver denunciato “solo” dopo otto giorni. Dietro questa accusa sta un retro-pensiero ripugnante e inaccettabile. Una retorica che normalizza lo stupro, certo non celebrando chi lo compie, ma mettendo sotto i riflettori esclusivamente la vittima: da una parte una condotta mai perfetta di chi subisce, dall’altra la “ragazzata” di chi aggredisce. Ricordiamo che per la legge italiana si hanno ben dodici mesi per poter denunciare, e sono pure pochi.
Un personaggio pubblico ha abusato del suo potere mediatico per sminuire l’accaduto e per sostituirsi alla vittima: lo può fare e sa che troverà alleati che solidarizzeranno con lui. A partire da alcuni esponenti del M5S, ben pronti a garantire il loro Garante. Interessante trovare voi tra quelle fila, e con la stessa retorica. Nessuno ha invece speso una parola di umana solidarietà per la ragazza che ha denunciato, pensando che in Italia ci sono migliaia e migliaia di vittime che il coraggio di denunciare lo devono trovare, e che invece da questa vicenda trovano solo una verità desolante: attenzione a chi ti metti contro, perché “nessuno ti crederà”.
Care Sardine, quel video è ripugnante proprio dal punto di vista umano. Oggi noi ci sentiamo umanamente e politicamente distanti da Grillo, ma anche da voi.

Enrico Maria Pedrelli
Federazione Giovani Socialisti

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Un libro sul PSU, l’avversario più temuto dal fascismo

2 uri 42 min ago

Appena quattro anni di vita, ma un’impronta indelebile nella storia d’Italia. Il Partito socialista unitario, nato il 4 ottobre del 1922 su iniziativa della corrente riformista di Turati, appena espulsa dal Psi, è stato il movimento più avversato e temuto dal fascismo: alle elezioni del 1924 il Pnf scriveva che il Psu era il partito da combattere “con il massimo rigore” e infatti, nel novembre del 1925, fu il primo ad essere sciolto da Mussolini. Rinascerà, poco dopo, con il nome di Partito socialista dei lavoratori italiani, ma verrà sciolto assieme agli altri partiti l’anno seguente. La parabola del partito creato dai riformisti è al centro dell’ultimo libro della della Fondazione Pietro Nenni, “La missione impossibile. Il Psu e la lotta al fascismo” (Arcadia Edizioni), scritto da Fabio Florindi, giornalista dell’Agenzia Italia.
Con un titolo fortemente evocativo il libro ricostruisce la vicenda di un partito che ha trovato poco spazio nella storiografia e che ha tentato di rilanciare, in una fase drammatica per il nostro Paese, la tradizione riformista delle origini socialiste. Il cammino del Psu, guidato da personalità del calibro di Turati e Matteotti, è tortuoso sin dagli inizi, schiacciato a destra dal fascismo − che lo ritiene il nemico più temibile − e a sinistra dal bolscevismo dei socialisti massimalisti e dei comunisti che lo ritengono un “partito socialfascista”.
Le ragioni per cui il fascismo mise nel mirino il Psu sono semplici. Al riformismo socialista si doveva la creazione delle cooperative, dei sindacati, di tutte le opere concrete realizzate a sostegno del proletariato. Comunisti e massimalisti predicavano la rivoluzione che avrebbe dovuto cancellare il capitalismo e azzerare le differenze, ma la concretezza non era il loro forte; mentre l’obiettivo dei riformisti era lavorare quotidianamente per un graduale miglioramento delle classi lavoratrici. Niente retorica o grandi proclami, dunque, ma realizzazioni concrete. Ecco perché i fascisti li temevano più di ogni altro avversario.
A distanza di quasi un secolo, fa impressione leggere i nomi degli aderenti al Psu. In soli quattro anni hanno militato in quel partito i più grandi personaggi dei primi 70 anni del socialismo italiano: Giacomo Matteotti (che ne fu il segretario fino al suo assassinio per mano fascista), FIlippo Turati, Claudio Treves, Giuseppe Emanuele Modigliani, Camillo Prampolini, Bruno Buozzi, Carlo Rosselli, Sandro Pertini e Giuseppe Saragat. L’unico dei grandi del socialismo dell’epoca a non essere iscritto al Psu era Pietro Nenni, che però dal Psi voleva l’unità dei due partiti. Alle elezioni del 1924, seppur falsate dalle violenze e dai brogli fascisti, il Psu raccolse ‘solo’ il 5,9% dei voti (al Psi e ai comunisti andò ancora peggio). Un risultato modesto, a cui però corrisponde un bagaglio di valori lasciato ai posteri che forse nessun partito italiano ha mai potuto vantare.
Per il sacrificio del suo segretario Matteotti, il Partito socialista unitario fu al centro della protesta aventiniana: i deputati dell’opposizione abbandonarono la Camera per le ombre di complicità che si allungarono su Mussolini e sul suo governo. Dopo il suo assassinio, Matteotti diventerà il simbolo della lotta contro il fascismo e per la riconquista della libertà, e il riformismo di Turati e della sua corrente sarà recuperato dopo il crollo del regime e diventerà uno dei pilastri della rinascita italiana nel dopoguerra.

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‘Mondoperaio’ la rivista disponibile online sul sito del Senato

3 ure 4 min ago

Il direttore Luigi Covatta ha fatto in tempo a saperlo prima di morire. La Biblioteca del Senato ‘Giovanni Spadolini’ ha messo in rete la collezione digitalizzata di ‘Mondo Operaio’ (attualmente ‘Mondoperaio’) a partire dal suo primo numero, uscito il 4 dicembre del 1948. In base agli accordi intervenuti, Covatta concesse la liberatoria per la pubblicazione online dei contenuti, garantendo il costante aggiornamento dell’archivio con i fascicoli pubblicati nel corso del tempo. La banca dati è pubblicata sul sito web della Biblioteca all’indirizzo https://mondoperaio. Senato.it/. La ricerca può avvenire per anno, scorrendo la lista nel paragrafo “Sfoglia la testata”, o tramite parola chiave con l’inserimento di filtri cronologici e, se conosciuto, del numero del fascicolo. “È una splendida notizia – afferma Ugo Intini, storico direttore dell’Avanti! – ne ho parlato con Covatta il giorno prima della sua morte. Era molto felice. La raccolta di ‘Mondoperaio’ potrà essere consultata on line da chi ama la storia e la politica in ogni angolo del mondo”. Il sito del Senato ha già pubblicato on line tutta la raccolta dell’Avanti! dal primo numero del giorno di Natale del 1896 agli anni novanta.
L’archivio digitalizzato di ‘Mondo Operaio’ (ora ‘Mondoperaio’) fa parte dei progetti di digitalizzazione delle risorse della Biblioteca del Senato, a partire dalle sue collezioni cartacee, in questo caso integrate per i pochi fascicoli mancanti grazie al contributo della Biblioteca della Camera dei deputati e della Biblioteca della Fondazione Lelio e Lisli Basso. Restano lacune limitatamente agli anni 1993 e 2008 che si intendono colmare a breve. La realizzazione del progetto è stata resa possibile dalla disponibilità della Rivista e del suo attuale direttore, Luigi Covatta, che in quanto detentore legale dei diritti ha concesso la liberatoria per la pubblicazione online e ha messo inoltre a disposizione i fascicoli pubblicati dal 2009 fino all’anno precedente a quello in corso. La rivista – si legge nel sito del Senato – una tra le più significative all’interno del panorama politico e intellettuale italiano dal secondo dopoguerra ad oggi, fu fondata da Pietro Nenni e uscì per la prima volta il 4 dicembre 1948. La finalità era duplice: analizzare e approfondire i vari temi della politica internazionale in modo da “dare alla classe lavoratrice italiana e agli studiosi di politica estera una rivista seria nella documentazione, agguerrita nella lotta per la pace, ispirata alle [nostre]idealità e agli interessi del proletariato” (lettera di Pietro Nenni, “Avanti!”, edizione di Milano, 16 ottobre 1948); fornire una tribuna dalla quale la corrente di sinistra del PSI, posta in minoranza nel Congresso di Genova del 1948, avesse la possibilità di argomentare liberamente le proprie posizioni all’interno e al di fuori del partito.
Diventata organo ufficiale del PSI, la rivista assunse ben presto un ruolo fondamentale nel dibattito su temi essenziali di politica interna, della ricostruzione economica nell’Italia del dopoguerra, della questione staliniana e in seguito, della grande stagione delle riforme politico-sociali. Alla direzione e alla condirezione si alternano Rodolfo Morandi, Francesco De Martino, Antonio Giolitti, Gaetano Arfe’, Raniero Panzieri. Nel 1972 ne assume la direzione Federico Coen, che ne cambia la testata (da “Mondo Operaio” a “Mondoperaio”) ed apre la rivista alla collaborazione di esponenti di spicco della cultura italiana. Norberto Bobbio, Massimo L. Salvadori, Ernesto Galli della Loggia, Gianfranco Pasquino, Franco Momigliano, Paolo Flores D’Arcais, Giampiero Mughini sono soltanto alcune tra le firme più prestigiose che avviarono il processo di revisione dei fondamenti teorici del socialismo, affiancandosi a Giuliano Amato, Gino Giugni, Giorgio Ruffolo, Francesco Forte, Luciano Cafagna. Nel 1984 Luciano Pellicani subentra a Coen promovuendo il rinnovamento del partito. Coscienza critica del socialismo italiano, ‘Mondoperaio’ sospese temporaneamente le sue pubblicazioni allo scioglimento del PSI nel 1994 per riprenderle l’anno dopo sotto la direzione di Alberto La Volpe, e poi ancora di Luciano Pellicani. Dal 2009 a sabato scorso la rivista è stata diretta da Luigi Covatta. Esce in formato cartaceo ed elettronico e ha un suo sito: https://www.mondoperaio.net/.

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Super Lega. Nencini, UEFA adotti misure per accorciare gap

3 ure 21 min ago

“Super Lega. Effetti immediati: totale disinteresse nelle competizioni nazionali salvo che per la testa della classifica e per la retrocessione, disinteresse per la Champions League e per la UEFA Europa League, cancellazione del merito e ripristino del diritto di nascita come avviene nelle monarchie. Insomma, la rivoluzione alla rovescia.
L’Uefa, oltre che contestare, dovrebbe invece prevedere misure concrete per accorciare il gap economico tra club di diverse dimensioni poiche’ il fair play finanziario si è rivelato insufficiente. Il calcio sarebbe più competitivo, più spettacolare, più entusiasmante.
Il 5 maggio il sottosegretario con delega allo sport Valentina Vezzali verrà audita in Commissione VII senato. Di sicuro si discuterà anche di questo”. È quanto ha dichiarato il Presidente della Commissione Istruzione, cultura, spettacolo e sport del Senato, Riccardo Nencini.

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La Lega dei super-ricchi

4 ure 15 min ago
Non é che scopriamo oggi che il calcio é diventato un’industria. Dall’avvento del business televisivo le squadre non giocano più partendo dagli stessi diritti. Alla Juventus vengono messi e disposizione più del doppio dei milioni l’anno di quelli che vengono destinati al Benevento o al Crotone.

Ma per arrivare a questo si é dovuto stabilire l’esistenza di una quota perequativa, il 50% del totale, che viene distribuita in parti uguali tra le diverse società. Altrimenti la differenza sarebbe ben più elevata. Sappiamo benissimo che le squadre che scendono dalla A in serie B, grazie al cosiddetto paracadute, hanno a disposizione dai 20 ai 25 milioni di euro e devono confrontarsi con le squadre che, provenendo dalla C, possono contare solo su 4-5 milioni. Difficile partire alla pari e soprattutto arrivare alla pari. Il fatto é che soprattutto le grandi società si sono indebitate a dismisura con ingaggi faraonici, spendendo fior di milioni per assicurarsi  campioni, o presunti tali, per poter competere tra loro, vincere un Campionato o una Champions. Soprattutto in tempo di pandemia rinunciando ad abbonamenti, a incassi, spesso anche a sponsor e proventi pubblicitari. E cosi l’egoismo di salvare loro stessi sprofondando gli altri si é fatta strada. Esisteva già un precedente in Italia, nel basket, con una sorta di Superlega riservata ai grandi club a prescindere dalle posizioni di ciascuno in campionato e la scelta non ha suscitato polemiche. In Italia vi partecipa solo l’Olimpia Milano. Ma con tutto il rispetto del basket il calcio é altra cosa. E’ lo sport nazionale, quello che muove sentimenti e passioni, che entusiasma e deprime buona parte della popolazione. Il calcio unisce e divide gli italiani, oggi molto più della politica, Cosi la Superlega calcistica sta facendo chiasso. Tanto. Sono convinto che indietro non si tornerà. I 3,5 miliardi messi a disposizione dalla JP.Morgan non saranno certo rifiutati. E i club coinvolti, per ora dodici (tre spagnoli, Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid, tre italiani, Juventus, Milan, Inter, sei inglesi, Manchester City, United, Chelsey, Tottenham, Arsenal e Liverpool), non torneranno indietro. Per ora da questo club dei grandi restano fuori il Psg e il Bayern oltre al Dortmund. Vedremo in seguito. Fa specie che tutti i governi, e non solo quelli del calcio, si siano detti contrari a questa decisione. Sgomenta il comportamento di taluni dirigenti, in primis Agnelli, vice presidente dell’Uefa, che fino a due giorni fa avrebbe rassicurato il suo presidente Ceferin negando una decisione già presa. Cosa accadrà adesso? La mia sensazione é che alle minacce di estromettere i club della Superlega dai campionati nazionali e i loro giocatori dalle competizioni internazionali tutto sarà mediato ancora una volta dal Dio denaro. Forse una quota della Superlega verrà girata alla Uefa e le squadre potranno disputare i rispettivi campionati nazionali, anche perché, penso all’Italia, un campionato senza Juventus, Inter e Milan produrrebbe ingenti danni economici alle altre società sia in termini di introiti televisivi, sia in termini di abbonamenti, incassi e pubblicità. Resterà la Champions, ridotta a europeo di serie B, e forse anche l’Europa league o forse no. E non credo che un campionato mondiale si possa disputare senza Messi e Cristiano Ronaldo. Vincerà ancora una volta la logica del più forte e perderà lo sport. Che aveva già perso da tempo, però. Lo scudetto sarà sempre appetito, assai di meno la lotta per entrare in Champions. Avvertite da subito Pioli e Pirlo, anche se la Superlega avrà inizio nel 2022. E non mi si venga a dire che tutto questo c’entra con le emozioni che provavo da bambino quando, con la mano di mio padre stretta nella sua, entravo nello stadiolo della mia città e provavo un brivido alla schiena quando il magrissimo Pistacchi infilava il portiere del Parma Bandoni. Quello era un altro sport. Era un altro calcio. Quello fatto in casa con dirigenti che si trovavano di tanto in tanto a cena per ripianare i debiti. Ma com’era bello. Com’era vero. Com’é lontano…

 

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DIRITTO DI (FINE) VITA

4 ure 34 min ago

“I socialisti sosterranno la battaglia sulla legalizzazione della eutanasia. Oggi abbiamo depositato, insieme a Marco Cappato e agli amici dell’Associazione Luca Coscioni, il quesito referendario presso la corte di Cassazione per richiedere la parziale abrogazione dell’art. 579 del Codice penale. È necessario intervenire su una materia che regola il diritto all’autodeterminazione. I socialisti saranno sempre dalla parte dei diritti, a difesa delle libertà individuali”. Così su Facebook il segretario del Psi, Enzo Maraio.

“Dopo 15 anni di silenzio del Parlamento italiano abbiamo deciso che sull’eutanasia è tempo di dare la parola ai cittadini. Depositiamo un referendum per la legalizzazione, raccoglieremo le firme a luglio, agosto e settembre per dare finalmente l’opportunità ai cittadini italiani di decidere laddove il Parlamento italiano ha fallito nell’assumersi le proprie responsabilità”, ha detto Marco Cappato.

Questa mattina Enzo Maraio in Cassazione assieme ai leader dell Associazione Luca Coscioni, tra cui Marco Cappato, Filomena Gallo, Mina Welby, Marco Perduca e Rocco Berardo, e ai rappresentanti del Comitato Promotore e ai familiari di chi ha vissuto il dramma delle scelte di fine vita.

L’eutanasia attiva è, infatti, vietata sia nella versione diretta, in cui è il medico a somministrare il farmaco eutanasico alla persona che ne faccia richiesta (art. 579 c.p. omicidio del consenziente), sia nella versione indiretta, in cui il soggetto agente prepara il farmaco che viene assunto in modo autonomo dalla persona (art. 580 c.p. istigazione e aiuto al suicidio), fatte salve le discriminanti introdotte dalla Consulta con la ‘sentenza Cappato’. Con il referendum parzialmente abrogativo dell’art. 579 c.p. (omicidio del consenziente), dunque si andrebbe da un lato a distinguere l’aiuto al suicidio, e dall’altro a depenalizzare l’eutanasia, attualmente vietata dalla fattispecie di omicidio del consenziente.

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Scrive Mattia Carramusa:Una stagione di scompaginamento della politica

6 ur 13 min ago

Carissimo direttore Del Bue,

stiamo vivendo una stagione di scompaginamento totale della politica. I “vecchi schemi” di prima e seconda repubblica sono assolutamente saltati e, politicamente, sembra di essere in zona Cesarini, in cui la squadra che deve recuperare butta dalla finestra i piani di gioco e si lancia in attacco alla disperata ricerca del gol. Oggi, ma non solo oggi, quella squadra è la politica. Parafrasando Rino Formica in una intervista di un paio d’anni fa, ancora non facciamo i conti col fatto che ormai la funzione dei partiti è mutata irrimediabilmente, e con essa lo è la struttura della politica, il modo di fare politica e il ruolo dell’ideologia.

No, non strutturerò questa “lettera al direttore” sulla necessità di prendere coscienza del fatto che viviamo in una società liquida post-ideologica: sono troppo ancorato al pensiero turatiano per fuggire l’ideologia. Ma, esattamente come Turati, tengo fede a due perni: la pragmaticità dell’ideologia socialista e la sua posizione di alternativa non incompatibile. Mi spiego meglio: Turati scrisse all’amico Achille Loira – due lustri prima del glorioso agosto 1892 – che “il socialismo è tendenza e moto più che sistema, essenzialmente pratico, storico e graduale. […] Il socialismo non è un sistema chiuso e prefisso, ma semplicemente un grande indirizzo movente da intuizioni e osservazione inconcusse, suscettivo di ampliamenti e adattamenti continui alle esigenze dell’ambiente storico – e questa indeterminatezza o piuttosto virtualità che gli avversari gli rimproverano è appunto la sua forza e la sua garanzia”. Aveva poco più di vent’anni quando scrisse queste parole e riassunse in poche righe quello che è il socialismo.

Il socialismo non nasce come con Marx, e malgrado Marx sopravvive. Il socialismo non è scienza: il socialismo è una lotta laica per il raggiungimento di libertà e giustizia sociale, per dirla col nostro compagno Pertini. Perciò esso è alternativo al liberalismo e si pone imprescindibilmente in contrasto al sistema capitalistico che è, non dimentichiamolo, un costrutto che garantisce forse la libertà di pochi, ma che annienta la giustizia sociale e azzera la libertà. Il capitalismo è il nuovo “ancien regime”: è ormai antistorico e ha dimostrato, con questa crisi pandemica globale, tutti i suoi limiti. Ma proprio in questo periodo di crisi, questo sistema capitalistico cerca di consolidarsi e salvaguardarsi, nascondendo dietro le garanzie per l’oggi un restringimento delle garanzie di giustizia sociale per il domani.

Andando poi nello specifico al profilo italiano, che l’Italia non sia uno stato capitalista tout court e che non esista il libero mercato è il segreto di Pulcinella. L’Italia è un paese che da un secolo a questa parte – se non di più – ha un sistema socioeconomico di tipo corporativo/neocorporativo e fortemente consociativo: i corpi intermedi cioè non sono spontanei ma sono ormai istituzionalizzati e agiscono a tutela dei propri egoistici interessi esercitando una pressione diretta sulle istituzioni e indiretta sulla società. Persino i sindacati, sempre citando Formica nel 2019 dalle colonne del Manifesto, agiscono da corporazione: vanno da chiunque consenta loro di ottenere un vantaggio politico-istituzionale e legislativo. È completamente saltato il banco, ed è necessario oggi più che mai uno studio e una proposta che miri al superamento di questo sistema dannoso. Non tuttavia in danno al tessuto sociale composto da lavoratori, disoccupati, pmi, artigiani e popolo delle partite Iva – tra cui moltissime nuove professionalità che l’ordinamento e i contratti collettivi già non tutelano sufficientemente.

Un’offerta volta al superamento di questo sistema è necessaria e non può non pervenire dai socialisti. Ma questo può essere vero a patto di non snaturare il socialismo in sé, di non abbandonare il “vessillo” socialista a forze che socialiste non sono e a patto di recuperare credibilità superando le ambiguità che ancora oggi ci portiamo dietro. La corsa al centro che emerge dalle colonne di molti quotidiani e dalle battute di molti giornali online, mi sia concesso, è una forma di ambiguità: non recuperiamo e facciamo nostri, cioè, i temi storici tipici del socialismo, ma sembra quasi che la linea politica sia quella per cui Parigi val bene una messa.

Se siamo socialisti non siamo liberali. E benché noi siamo laici e compatibili, sotto alcuni profili, con le forze laiche progressiste, abbiamo anche il dovere di essere alternativa. Alternativa, beninteso, che non sia orbitale o sottomessa a taluno o talaltro, ma che sia credibile, concreta e concretamente percorribile. Per farlo, a parer mio, è opportuno superare non tanto le differenze strutturali sul piano dell’argomentazione e della ragionevolezza dell’offerta politica derivante dalla nostra natura, quanto più le differenze personalistiche. Chiunque sia di buonsenso sa che Craxi non era Lucifero e Berlinguer non era l’arcangelo Michele ma erano, reciprocamente e contestualmente, uomini politici con una determinata caratura politica che hanno svolto ed esaurito la loro funzione politica nel loro tempo storico. E se persino Terracini ebbe a dire nell’83 che nel 21 Turati aveva ragione, allora è opportuno forse valutare l’opzione per cui il passato è non da dimenticare o riscrivere, ma da tenere negli almanacchi.

Nel 1998 con D’Alema ci fu la possibilità di un nuovo progetto politico che fu, successivamente, affossato. Da lì in poi i socialisti hanno avuto sempre meno voce e hanno continuato sempre più a dividersi. Dopo l’uscita dal parlamento nel 2008, abbiamo avviato il progetto “Sinistra e Libertà”, poi sfilandoci perché non c’era l’intenzione di un serio radicamento territoriale. Nel 2013 e nel 2018 siamo rientrati in parlamento con l’accordo col PD, riuscendo a eleggere all’ultima tornata solo un deputato (Fausto Longo) e un senatore (Riccardo Nencini). Proprio dal discorso di Nencini alla fiducia del Conte I in Senato dobbiamo ripartire: un discorso serio e autocritico interno alla sinistra – perché, ricordiamolo, noi siamo la sinistra – per ritrovare gli equilibri, dialogare e porre in essere una progettualità seria per il nostro paese che sia di piena alternativa.

Superare i personalismi e la diatriba “cinico-stoica” tra craxiani e berlingueriani è il primo passo concreto per infrangere questa parete di ghiaccio artico. Noi siamo Socialisti. E pur riconoscendo i meriti politici del gigante Craxi, non possiamo rimanere ancorati alla politica degli anni ottanta come vedovi in lutto innanzi alla tomba. I turiferari di Craxi sono ingiustificabili, nel 2020, esattamente come i turiferari di Berlinguer presenti in altre forze. Si tratta di due storie di narrazioni e interpretazioni diverse della realtà storico-politica degli anni 70-80, ma non possiamo permetterci a distanza di trenta e quarant’anni dalla fine di quelle stagioni di continuare a dividerci come contrade senesi o borgate fiorentine.

La questione morale è stata una bolla di sapone, la questione dell’egemonia culturale una barzelletta, l’eurocomunismo una forma di socialdemocrazia filoamericana non dichiarata, il compromesso storico è stata l’anticipazione del Partito Democratico. Queste cose le sanno e le ammettono nelle sedi politiche anche le forze che non rifuggono queste forme di retorica a livello mediatico. E non lo sa solo chi non vuol saperlo.

Tornando al focus principale di questa mia, possono i socialisti oggi proporre un’alternativa al capitalismo globalista sul piano internazionale e allo pseudo-capitalismo, che è in realtà un neocorporativismo, in Italia? Badi bene, direttore: non dico che i socialisti non siano anti-capitalisti – sarebbe voler negare la natura stessa persino del socialismo turatiano che noi propugniamo e da cui discendiamo – ma che è opportuna la creazione di una rete che guardi alla cosiddetta sinistra del PD, ponendosi come alternativa a chi propugna una politica diversa dalla nostra dal punto di vista naturale ideologico, ma senza porre in essere barriere preconcette. Questo perché, quand’anche sia corretto sostenere che alcune forze liberali non sbaglino nell’analisi della realtà storica e politica, non possiamo sostenere con la stessa serenità che sia pacifica la sintesi che queste forze propongono. Per lo meno, non nell’ottica di una politica che voglia coniugare contestualmente libertà e giustizia sociale.

Siamo noi socialisti? Vogliamo coniugare libertà e giustizia sociale, e cioè proporre un’alternativa al sistema neocorporativo e pseudo-capitalista? Vogliamo – o per lo meno possiamo – riappropriarci dei nostri temi, dei nostri argomenti, delle nostre battaglie politiche? Persino Nenni, che diede prima vita al frontismo e poi al centrosinistra, e Craxi, che riportò i socialisti ad avere una dignità politica-istituzionale in uno dei periodi più bui della prima repubblica, parlavano di lotta al capitalismo e al sistema corporativo e consociativo. Per far ciò oggi è indispensabile la corsa al centro? Per quale motivo non possiamo guardare alla sinistra non comunista? Perché dobbiamo porci pregiudizialmente contro e dare ad altri alibi per non dialogare con noi? Se siamo socialisti possiamo cercare di non morire liberali? Turati morì esule, non liberale e non democristiano. Matteotti morì socialista. Pertini, Lombardi, Nenni, Basso morirono socialisti. Se dobbiamo guardare ai grandi esempi, cerchiamo di imparare qualcosa da loro.

Dopotutto, se tra di noi c’è chi ancora oggi guarda alla nostra storia e a chi abbiamo avuto, sa bene che non essere marxisti non significa andar dietro a chi parteggia per industrie e grandi capitali.

 

Mattia Carramusa

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Il mondo distrutto da un virus in una nuova serie Sky Original

6 ur 29 min ago
Dal 23 aprile la nuova serie firmata Sky Original per la regia di Niccolò Ammaniti. La storia nasce da un contesto realistico ed attuale: il mondo è stato distrutto da un virus pandemico

 

“Quando ero piccolo ed andavo a scuola mi chiedevo perché ero costretto a fare quella vita, perché non si può essere liberi come gli animali e così adoravo raccontarmi delle storie, inventare un mondo altro nel quale rifugiarsi” ha dichiarato Niccolò Ammaniti, alla sua seconda prova di regia con Anna ( su Sky e NOW dal 23 aprile a partire dalle 21,15), nel corso della conferenza stampa organizzata da Sky Italia. ANNA è una serie Sky Original, tratta dal romanzo omonimo pubblicato da Einaudi nel 2015, prodotta da Mario Gianani e Lorenzo Mieli con Lorenzo Gangarossa per Wildside, società del gruppo Fremantle, in coproduzione con ARTE France, The New Life Company e Kwaï.

La storia di Anna (interpretata dalla piccola Viviana Mocciaro e dalla adolescente Giulia Dragotto) nasce da un contesto complicato ma realistico, sia per il richiamo ad una pandemia virale (la rossa) che uccide gli adulti, sia per la mancanza di misericordia e rispetto nei confronti del mondo infantile (i genitori sono sordi di fronte al dolore dei figli) e così la piccola protagonista sprofonda in un sogno, una sorta di allucinazione in cui si mescolano vari piani ed avventure (protagonisti Anna bambina e Anna adolescente con la presenza del fratellino Astor (Alessandro Pecorella) che dovrà salvare, Pietro (Giovanni Mavilla) , l’amico adolescente, il suo alter ego maschile e un amico a 4 zampe, un pastore maremmano, Coccolone. Angela Tramontano è la perfida Angelica. (vedi link)

Protagonista un mondo fiabesco che affonda bene le sue radici nella realtà e che, come nelle buone fiabe, trasforma i personaggi in salvifici ed infernali trascinandoli in un susseguirsi di eventi verso una conquistata e sofferta “salvezza”. Un mondo violento, nel quale Dio tutto ha devastato e dove anche i simboli religiosi sono residui inanimati, non è un caso se nella prima puntata, ad inizio serie, l’ambientazione è abbaziale e vediamo anche i resti devastati di una biblioteca . Il sogno parte da un vissuto doloroso, l’essere prelevata dalla casa del padre e trascinata, contro la sua volontà, dalla madre nella abitazione dove vive con il nuovo compagno e il fratellino minore. La mamma ha capito che il virus pandemico porterà alla devastazione totale, contrariamente all’ex marito. Anna dalla sua cameretta inizia così un viaggio immaginifico, una sorta di iniziazione, dalla foresta, una foresta insidiosa ma che imparerà a gestire per la sua sopravvivenza e quella di Astor, si ritroverà (dopo la fuga del fratello dalla loro “tana”) catapultata nel mondo, dunque per amore si trasformerà in una sorta di piccola madre. Fuori la devastazione, anche i bambini sono riuniti in squadroni allo sbando, violenti e con un destino segnato, perché “la rossa” salva i bambini ma li uccide, quando diventano adulti.

 

Un mondo che cerca la liberazione e la presa di consapevolezza non è altro che il mondo presente e se pur Ammaniti ha dichiarato che l’idea di una pandemia nasce in tempi pre – covid la realtà che rappresenta è assolutamente attuale. E da bravo scrittore non può che indicarci una via, quella di ripescare i valori attraverso la parola. Le nuove regole che potranno salvarci trovano i loro semi in un diario, un libro che Maria Grazia, la mamma di Anna (Elena Lieti – i genitori moriranno entrambi affetti dalla rossa) lascia a sua figlia, un vademecum che dà utili indicazioni sia pratiche, che spirituali e di comportamento, suggerendo una via di misericordia verso chi è più debole.

Anna è un viaggio diverso, una grande opportunità di distrarsi con un viaggio forte, difficile, che coinvolge il sé bambino che è in tutti noi e lo risveglia, accompagnandoci in un viaggio senza adulti, ma pieno di di speranza.

Un racconto dal taglio innovativo che libera una tasso di immaginazione e fantasia straordinari, una sfida di genere, un genere poco trattato in Italia, in grado di rispondere ai nuovi obiettivi Sky e cioè lavorare oltre gli algoritmi, con forza narrativa e rompendo gli schemi.

Anna affronta un tema di grande attualità, l’unica memoria, in un mondo scevro di adulti, è un libro che una madre (indipendente, autonoma, fedele a se stessa) lascerà a sua figlia, perché non esiste un futuro se non c’è un passato, del quale si sente ora la necessità di riappropriarsi, attraverso una figura femminile. Ed allora la centralità della parola si fa immagine e parla attraverso un nuovo linguaggio e soprattutto la metafora.

 

“Avevo concentrato la storia di Anna lavorando su una malattia, la rossa, un retrovirus, ancora in tempi non di covid, la sua esplosione ci ha colpito durante le riprese in Sicilia e mi ha lasciato davvero perplesso – ha raccontato Ammaniti – in realtà da sempre ho difficoltà nel vedere insieme bambini ed adulti (orchi, dai quali tentano di salvarsi inventando appunto storie). Nei precedenti romanzi ho immaginato bambini isolati in un loro mondo perfetto, ora ho voluto sperimentare i loro comportamenti quando si escludono gli adulti, “la rossa” è stata strumentale alla loro eliminazione”.

 

“Il nesso di casualità con il Covid 19 è importante, come il Covid questa malattia salva i bambini, in fondo sono gli adulti ad aver ridotto il mondo in questa terribile condizione. Nella serie l’unica eredità sopravvissuta agli adulti è la possibilità di salvezza che offre la parola, veicolata però attraverso la figura femminile; sarà sempre la mamma, con la sua forza e i suoi valori, a guidare Anna alla ricerca del fratellino scomparso e di una società migliore”, ha spiegato il regista.

Una storia ricca anche di effetti speciali come nella serialità americana, che non ignora le dinamiche psicologiche attraverso una buona sceneggiatura e dialoghi di Ammaniti con Francesca Manieri e accompagnata da una colonna sonora di spessore.

Il motto che esce fuori è quello raccontato nel brano musicale di Cristina Donà, le sue parole sono perfette: è tempo di imparare a guardare, ripulire il pensiero, ascoltare davvero e dominare il fuoco.

 

Maria Grazia Di Mario

 

(Photocredits-Greta-De-Lazzaris-Sky-Italia)

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Amstel Gold Race. Wout Van Aert vince al fotofinish

7 ur 38 min ago
Due millimetri, forse meno.

Nel grigio pomeriggio di Valkenburg solo un paio di millimetri hanno separato il vincitore Wout Van Aert dal talentuoso ragazzino inglese Thomas Pidcock.
I due avversari sono piombati sulla linea bianca del traguardo contemporaneamente e come uccelli in picchiata, cercando il giusto tempismo per il colpo di reni definitivo e vincente.
Quando i due hanno sollevato i glutei, piegato la schiena in avanti e raccolto le ultime forze per spingere con le braccia e con le gambe la biciletta più avanti possibile rispetto al corpo, la bicicletta gialla di Wout Van Aert si è leggermente impennata ma è riuscita a sopravanzare di neppure due millimetri la bicicletta nera di Thomas Pidcock.
I giudici ci hanno messo più di otto minuti a decifrare l’immagine del fotofinish e proclamare Wout Van Aert vincitore della cinquantacinquesima edizione della Amstel Gold Race, la corsa della birra che dal 1966 si disputa pedalando su e giù per le Ardenne, lungo insidiose strade strette e ripide cotes da scalare.

 

Il Trittico delle Ardenne

La corsa olandese ha aperto il Trittico delle Ardenne, la settimana che proseguirà con la Freccia Vallone e con la Liegi-Bastogne-Liegi.
Quella di quest’anno è stata una edizione con un percorso inedito, studiato per evitare la presenza del pubblico in questi tempi di covid19.
I corridori hanno ripetuto per tredici volte un circuito di quasi diciassette chilometri, con sole tre cotes: il Geulhemmerweg, il mitico Cauberg ed il Bemelerberg.
L’azione decisiva a 12 chilometri dal traguardo, quando Pidcock è scattato e solo Van Aert ed il tedesco Schachmann sono riusciti ad unirsi a lui.
I tre battistrada si sono presentati sul lungo rettilineo finale con una quindicina di secondi di vantaggio sui trentuno inseguitori, quanto basta per concentrarsi sullo sprint finale.
Quando Van Aert si è alzato sui pedali ed ha lanciato la volata Schachmann è apparso subito battuto.
Pidcock no, Pidcock ha lottato fino all’ultimo metro per metro, centimetro per centimetro, millimetro per millimetro.

Arrivo al fotofinish

Il fotofinish è stato crudele e per tanti stavolta sarebbe stato più giusto proclamare una vittoria “ex aequo, et bono, in quantum aequius melius”: secondo ciò che è giusto ed equo perché è meglio che sia più giusto.
Invece no, a Thomas Pidcock sono mancati due piccoli, piccolissimi millimetri.
Forse meno.

 

55° AMSTEL GOLD RACE
1- Wout VAN AERT in 5 ore, 3 minuti, 29 secondi
2- Thomas PIDCOCK – s.t.
3- Maximilian SCHACHMANN – s.t.
4- Michael MATTHEWS a 3 secondi
5- Alejandro VALVERDE – s.t.

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La scelta di Gigi, coscienza critica e costruttiva

8 ur 32 min ago

Ho conosciuto Gigi Covatta fin dai primi anni dell’Università quando egli svolgeva con grande intelligenza e passione il ruolo di Segretario Nazionale dell’Intesa Universitaria, l’organizzazione degli studenti cattolici, un’associazione viva e impegnata per la riforma dell’università e per la partecipazione degli studenti stessi alla vita del paese. Non so se ipso facto lo avevano iscritto alla Dc, ma lasciata l’Intesa Luigi divenne responsabile scuola delle Acli di Livio Labor che stavano iniziando il distacco dalla Dc e preparando così il superamento dell’unità politica dei cattolici. Con gli aclisti di Labor noi lombardiani partecipammo all’Acpol, l’Associazione culturale e politica che voleva provocare un rimescolamento delle carte nella sinistra politica e sindacale dopo i movimenti del ’68. Dal progetto originario, che non assunse le dimensioni sperate, scaturì l’MPL, movimento dei soli aclisti, che non riuscì ad eleggere nelle elezioni politiche del 1972 e confluì nel Psi al congresso di Genova. Gli esponenti principali, oltre Labor, erano Gennaro Acquaviva, Luciano Benadusi e appunto Luigi Covatta.

La scelta di Gigi e dei suoi amici era veramente apprezzabile. Si trattava di una scelta controcorrente, sia rispetto al collateralismo con la Dc che fruttava alle Acli molti parlamentari, sia all’incipiente strategia del compromesso storico lanciata dal Pci di Berlinguer. Il gruppo dell’Acpol venne a collocarsi nel Psi nell’ambito della sinistra socialista di Riccardo Lombardi di cui Covatta diventò naturalmente uno dei dirigenti.
Al Psi Luigi Covatta ha dato veramente tutto se stesso in vari incarichi, in particolare alla direzione del Centro Studi che tanto contribuì all’elaborazione ideale e programmatica del nuovo corso socialista. In quel Partito Socialista Luigi Covatta rappresentò una coscienza al tempo stesso critica e costruttiva. Arricchiva e stimolava con questa sua presenza tutti noi. Quando fui eletto, nel 1981 alla vicesegreteria del Psi in rappresentanza della sinistra, Gigi collaborò pienamente e intelligentemente al lavoro di quel felice triennio di segreteria unitaria del partito che vide, con le elezioni del 1983 , il segretario del Psi Bettino Craxi arrivare alla presidenza del Consiglio. Gigi, che era stato eletto deputato nel 1979 e poi senatore dal 1983, rivestì anche incarichi istituzionali importanti come quello di sottosegretario ai Beni Culturali.
Dopo la crisi del Psi e il suo successivo scioglimento aveva partecipato, nella sua fase iniziale, alla costituzione dei Democratici di Sinistra (Ds), per poi distaccarsene, deluso dalle modalità di svolgimento di quella vicenda.

Nella crisi generale del movimento socialista aveva fatto una scelta precisa: assumere la direzione di “Mondoperaio” per proseguire l’azione politica e culturale di questa grande e prestigiosa testata socialista. Una funzione che gli era congeniale e che svolse con l’intelligenza, la coerenza e la testardaggine che gli erano proprie. Lui, che veniva dal mondo cattolico, si caratterizzò come difensore del patrimonio di valori e di battaglie ideali e politiche che il Psi aveva rappresentato nella società e nella politica italiana e che veniva obnubilato dalle vicende di tangentopoli. Ma proprio in questi ultimi anni si dimostrava, se non altro, che il ruolo di sollecitazione critica e di ricerca coraggiosa della cultura politica socialista non era facilmente surrogabile e di fatto non è stata surrogata. E ‘questa è l’eredità che una personalità come la sua lascia, la necessità dell’elaborazione di un nuovo corso riformatore, un’eredità che non verrà dimenticata.
Per questo invece che col cristiano saluto, “Gigi addio”, preferisco salutarlo con il “ciao Gigi” con il quale ci siamo salutati per più di cinquant’anni.

 

Valdo Spini

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Reddito di cittadinanza per un milione di famiglie. Covid, l’Inps risparmia 11,9 miliardi di euro

8 ur 48 min ago
Inps
ESONERO ASSUNZIONI DONNE LAVORATRICI: CHIARIMENTI

La legge di bilancio 2021 riconosce l’esonero dei contributi alle aziende che assumono donne nel biennio 2021-2022 nella misura del 100 per cento dei complessivi contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro, nel limite massimo di 6mila euro annui.
Dopo aver fornito, con la circolare Inps del 22 febbraio 2021, n. 32, le prime indicazioni per la gestione degli adempimenti previdenziali connessi all’esonero, l’Istituto integra le precedenti istruzioni con il messaggio del 6 aprile scorso, n. 1421.
Nel messaggio l’Ente assicuratore specifica che il beneficio è applicato anche nel caso di trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti a termine non agevolati e che, in questi casi, l’incentivo compete per 18 mesi a partire dalla data di trasformazione. Per ogni profilo in materia assicurativa, inoltre, occorre fare riferimento alle comunicazioni di competenza dell’Inail.
Possono accedere all’agevolazione tutti i datori di lavoro privati, anche non imprenditori, compresi quelli del settore agricolo che procedono con l’assunzione nel biennio 2021-2022 di donne disoccupate di lungo corso, lavoratrici svantaggiate, autonome o precarie a basso reddito.
Per poter essere ammessi al bonus donne, sono fondamentali le caratteristiche specifiche della lavoratrice assunta e la tipologia di contratto previsto. L’Inps ha chiarito proprio questi punti con il succitato messaggio numero 1421 del 6 aprile 2021.

 

I contratti di lavoro incentivati

L’incentivo spetta per: le assunzioni a tempo determinato; le assunzioni a tempo indeterminato; le trasformazioni a tempo indeterminato di un precedente rapporto agevolato.

 

I requisiti

Il requisito di svantaggio della lavoratrice (stato di disoccupazione da oltre 12 mesi o rispetto, in combinato con ulteriori previsioni, del requisito di “priva di impiego”) deve sussistere alla data dell’evento per il quale si intende richiedere il beneficio, ovvero alla data di assunzione e non a quella della eventuale proroga o trasformazione del rapporto a tempo indeterminato.
Se, invece, si intende accedere all’agevolazione in questione per una trasformazione a tempo indeterminato, senza avere richiesto lo stesso per la precedente assunzione a termine, il rispetto del requisito è prescritto alla data della trasformazione.
L’Inps chiarisce inoltre che si ha diritto al beneficio anche:
nelle ipotesi di trasformazioni a tempo indeterminato di rapporti a termine non agevolati dalla legge di Bilancio 2021, e che, in tali fattispecie, l’incentivo compete per 18 mesi a decorrere dalla data di trasformazione;
oppure in caso di proroga del rapporto, effettuata in conformità alla disciplina del rapporto a tempo determinato, fino al limite complessivo di 12 mesi.

 

Customer Experience 2021
PARTITO IL QUESTIONARIO DELL’INPS

Ha preso il via il 6 aprile scorso la rilevazione di Customer Experience dell’Inps, predisposta in collaborazione con il Dipartimento della Funzione Pubblica e FormezPA.
Il Dipartimento della Funzione Pubblica ha elaborato le linee guida sulla valutazione partecipativa per fornire alle amministrazioni pubbliche gli indirizzi metodologici che favoriscano la partecipazione degli utenti alla valutazione della performance organizzativa e ha istituito dei laboratori di sperimentazione supportati da FormezPA.
L’Inps, come indicato nel messaggio del 2 aprile 2021, n. 1405, aderisce all’iniziativa e partecipa con una campagna di rilevazione dedicata al servizio di accesso alle prestazioni pensionistiche rivolta a 300.000 utenti, relativa ai seguenti trattamenti: pensione di vecchiaia; pensione anticipata; pensione Quota 100; pensione in regime di cumulo; pensione in regime di totalizzazione
A tutti gli utenti percettori di prestazioni nel 2020 verrà inviata una email contenente il link per accedere e compilare il questionario.
I risultati saranno resi noti con successivo messaggio e, oltre a fornire indicazioni sul grado di soddisfazione di questa tipologia di utenti durante il periodo emergenziale, costituiranno le evidenze per il proseguimento dei laboratori sulla valutazione partecipativa.

 

Pensioni e morti Covid
INPS RISPARMIA 11,9 MILIARDI

Fin dall’inizio dell’epidemia di Covid-19, la popolazione anziana è stata quella più esposta al rischio dello sviluppo della malattia grave e di conseguenza ad eventuali esiti fatali. Esiti che a un anno di distanza dall’inizio dell’epidemia, inevitabilmente, cambiano il quadro dei conti pubblici soprattutto relativamente all’Inps, l’istituto previdenziale.
L’eccesso di mortalità nella popolazione anziana, si calcola, produrrà un bilancio positivo sui conti dell’Inps per circa 12 miliardi di euro nei prossimi dieci anni.

 

I numeri

A calcolare gli effetti del Covid sulle casse dell’Istituto nazionale della previdenza sociale è stato il Corriere della Sera su dati Istat e Istituto Superiore di Sanità, prendendo in considerazione il record di decessi nel 2020 rispetto alla media dei cinque anni precedenti, e la conseguente quantificazione della minor spesa dovuta alla riduzione della platea dei beneficiari (al netto delle reversibilità).
Si considerano circa centomila decessi in più nel 2020 in confronto ai cinque anni precedenti (+15,6% rispetto alla media). Di questi, circa ventimila avevano tra 65 e 79 anni, il resto (76.708) oltre gli 80 anni.
A ognuno dei due gruppi viene attribuito il reddito pensionistico medio. Quindi la proiezione attuariale che registra l’aspettativa di vita dei due gruppi nei prossimi dieci anni. 13 anni fino a 79 anni, 7 sopra gli 80.
Il risparmio annuale dell’Inps è stato di 1,11 miliardo di euro. Ma, appunto, calcolando quanto avrebbe dovuto prendere di pensione nei prossimi dieci anni il gruppo sfortunato dei deceduti Covid 2020, si arriva alla cifra di quasi 12 miliardi di euro di risparmi.

 

Reddito di cittadinanza
A FEBBRAIO EROGATO A PIU’ DI UN MILIONE DI FAMIGLIE

Oltre un milione di famiglie hanno percepito il Reddito di cittadinanza a febbraio, 2,3 milioni di persone coinvolte e 564 euro medi a nucleo. I dati arrivano dall’Osservatorio dell’Inps su Reddito e Pensione di cittadinanza. La diminuzione del numero dei nuclei rispetto al mese precedente risente dell’aggiornamento della dichiarazione sostitutiva unica (Dsu), indispensabile per poter proseguire con l’erogazione del beneficio, che può essere stata presentata in ritardo o aver provocato la decadenza del beneficio.
I dati Inps
Da aprile 2019 a febbraio 2021, rende noto l’Osservatorio, sono stati spesi per il Reddito e la Pensione di cittadinanza 12,28 miliardi. In totale sono state pagate dall’introduzione della misura più di 23 milioni di mensilità. Il mese nel quale si è speso di più è stato gennaio 2021 con oltre 691 milioni erogati.
Per quanto attiene la distribuzione geografica, su un milione di famiglie, 673.343 sono residenti al Sud, oltre i due terzi del totale.
Al Nord percepiscono il sussidio 192.880 famiglie, al Centro 143,735. La sola Campania con 229.024 famiglie con il reddito supera largamente i nuclei percettori dell’intero Nord del Paese con quasi un quarto dei sussidi totali e un importo medio di 628,89 euro.
Dl Sostegno, come cambia il Reddito di cittadinanza
Il ministro del lavoro Orlando ha recentemente dichiarato di voler rifinanziare il Reddito di cittadinanza con 1 miliardo di euro ma anche di consentire a chi percepisce il sussidio di lavorare senza perdere il diritto all’assegno e nemmeno la sua consistenza.  È infatti “allo studio una disposizione per permettere ai percettori di Reddito di cittadinanza di lavorare temporaneamente sospendendo il beneficio del Rdc senza subire la perdita o la riduzione dell’assegno. In tali casi l’assegno riprenderà a decorrere in via automatica al termine dell’attività lavorativa”.
Orlando ha anche spiegato che “cruciale è la piena attuazione del Piano straordinario di rafforzamento dei centri per l’impiego, già finanziato dal decreto legge istitutivo del Reddito di cittadinanza: dobbiamo accelerarne i processi ed essere più ambiziosi, ad esempio perseguendo l’obiettivo di fissare standard di prossimità e di migliorare l’integrazione con la rete dei servizi territoriali, in particolare servizi sociali e anche sanitari per i beneficiari con bisogni complessi, prevedendo anche specifiche azioni formative per gli operatori, la creazione della Rete nazionale degli Osservatori regionali del mercato del lavoro e il completamento dell’interoperabilità dei sistemi informativi con il sistema nazionale. In parte tali azioni sono collocate nel Pnrr, seppur già finanziate, per coerenza con la riforma complessiva”.
Sul Reddito di cittadinanza, il ministro del Lavoro ha annunciato che vanno rivisti i meccanismi burocratici. “Ho istituito un comitato, come era prefigurato nella legge, in cui sono stati messi dentro, oltre a esperti anche referenti di Inps, Anpal e Inap, ma intendo proporre una modifica che preveda di inserire anche un rappresentante dei Comuni. Perché ritengo importante vedere la cosiddetta messa a terra” delle misure.

 

Carlo Pareto

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Primo Maggio, Cgil Cisl Uil: “L’Italia Si Cura con il lavoro”

9 ur 4 min ago

Cgil Cisl Uil hanno scelto di celebrare il Primo Maggio organizzando, unitariamente, tre distinti eventi sindacali che si svolgeranno presso alcuni luoghi simbolici del mondo del lavoro del nostro Paese. Il Segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, sarà all’acciaieria AST di Terni; il Segretario generale della CISL, Luigi Sbarra, sarà all’Ospedale dei Castelli in località Fontana di Papa in provincia di Roma; il Segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, sarà davanti alla sede Amazon di Passo Corese, in provincia di Rieti.

Il tutto si svolgerà nel pieno rispetto delle regole anti covid e con una presenza limitata di delegate e delegati.

Lo slogan della giornata del Primo Maggio sarà: “L’Italia Si Cura con il lavoro”. In una fase difficile della vita del Paese, in cui c’è bisogno di ripartire nel segno dell’unità, della responsabilità e della coesione sociale, Cgil, Cisl, Uil vogliono ribadire unitariamente il valore della centralità del lavoro, per ricostruire su basi nuove il nostro Paese ed affrontare con equità e solidarietà le gravi conseguenze economiche e sociali della pandemia.

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Biden annuncia uscita dall’Afghanistan. Quale futuro

9 ur 21 min ago

Quale futuro si prepara per l’Afghanistan? Dopo l’annuncio di Joe Biden che entro l’undici settembre quello che resta del contingente militare americano farà ritorno in Patria (ritiro che dovrebbe essere anticipato da parte dei migliaio di soldati italiani, in missione per salvaguardare la pace, presenti) numerosi interrogativi rimangono aperti.

 

Una difficile intesa

 

La trattativa tra Usa, il Governo di Kabul e i talebani ha portato a una difficile intesa tra le parti che, oltre all’impegno americano di smobilitate le truppe inviate ormai da una ventina d’anni, prevede un ingresso degli integralisti islamici nel Governo afgano. E già qui sorgono i primi dubbi sulla reale possibile convivenza nell’Esecutivo degli attuali rappresentanti con i guerriglieri che li hanno sempre considerati traditori della causa islamica al soldo degli Usa. Il sospetto è che si tratti di una concessione momentanea e di comodo degli stessi talebani per raggiungere il risultato dell’abbandono americano e dei soldati della coalizione (compresi gli italiani) per poi all’interno del nuovo Governo istituire un nuovo Emirato islamico ortodosso e totalizzante. E c’è chi vede la mano della Turchia in quello che sta accadendo. Ankara, nel recente vertice di Istanbul delle forze Nato, ha spinto per questa soluzione.

 

Il problema degli afgani

 

Vi è poi da considerare il problema degli afgani che in questi anni, per convinzione o convenienza, hanno collaborato con le forze di occupazione a vario livello. Il ritiro Usa da Kabul non è come quello attuato in Vietnam con la costituzione di due Stati. Si teme che le vendette dei talebani sui collaborazionisti non vengano fermare dagli accordi di pace e che gli estremisti abbiano il controllo del Paese. Vi sono poi alcune questioni come la parità di genere, che non paiono compatibili con possibili compromessi. L’attuale condizione della donna che, pur con tutti i limiti e le eccezioni ancora presenti nel Governo attuale, garantiva un ruolo paritario alle donne afgane non sarà certamente perseguibile in un Esecutivo in cui i talebani, come probabile, tracciassero le linee fondamentali.

 

I diritti umani

Ma la condizione della donna è solo uno degli esempi di quello che potrebbe accadere sul piano della difesa dei diritti umani e civili in un Afghanistan consegnato agli estremisti islamici. Del resto non sarebbe la prima volta che gli Usa, sotto la spinta degli umori del cittadini elettori, hanno annunciato un ritiro dopo che nel 2001 decisero di inviare un contingente Nato a Kabul. Sperare che i talebani, dopo la decisione di Biden, che ha fatto seguito a quella già presa da Trump, cambino la loro natura estremista sembra illusorio. Finora la presenza Nato ha, se non altro, permesso di contenere l’avanzata dei talebani in molte regioni del Paese. Molti dei negoziatori talebani sono ex collaboratori o discepoli del Mullah Mohammed Omar, padre spirituale e capo di quell’Emirato di afgano che è nelle loro intenzioni cercare di restaurare. Non dimentichiamoci inoltre che in almeno dodici delle trentacinque province dell’Afghanistan sono presenti combattenti di al Qaida che spesso sono attivi in operazioni terroristiche a fianco dei talebani che non paiono intenzionati a isolarli e a fare a meno del loro sostegno. A questi interrogativi potrebbe rispondete la conferenza che si terrà il 24 aprile a Istanbul su iniziativa della Turchia. Ma pare che i talebani, irritati per il rinvio da maggio a settembre del ritiro Usa, nonostante le pressioni pachistane, non vogliano partecipare.

 

Alessandro Perelli

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Covatta. Tra Labor e Lombardi. Quando la politica era tutto

9 ur 42 min ago

Ho conosciuto Luigi Covatta non ieri ma proprio l’altro ieri cioè tanti anni fa nel vivo degli anni Sessanta. Luigi Covatta quando andava all’Università… (continua a leggere)

 

Fabrizio Cicchitto da  il Riformista

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Nasce la Superlega, terremoto nel mondo del calcio

Pon, 19/04/2021 - 21:11

E’ ufficialmente nata una lega privata che racchiude per ora 12 grandi società (tra cui Juventus, Inter e Milan), destinate però a diventare 20. L’obiettivo è aumentare i ricavi economici e partecipare di diritto a quello che può essere paragonato ad un vero e proprio campionato europeo tra club. Uefa e Fifa minacciano sanzioni durissime, sdegno anche dalla politica. E gli stessi tifosi sono perplessi

 

 

Svolta storica nel mondo del calcio. E’ ufficialmente nata la Superlega, un’associazione privata fondata da 12 grandi club (Juventus, Inter, Milan, Real Madrid, Barcellona, Atletico Madrid, Arsenal, Chelsea, Liverpool, Manchester City, Manchester United e Tottenham) a cui presto aderiranno altre società per arrivare al numero di 20. Un gesto che dichiara di fatto guerra alle istituzioni sportive, Fifa e Uefa su tutte, e che ha fatto subito discutere anche in campo politico. La volontà delle squadre che hanno aderito è quella di giocare ogni anno un torneo tra le formazioni più rappresentative d’Europa (anche se non tutte hanno accettato, vedi Bayern Monaco e Psg) con l’obiettivo di aumentare lo spettacolo e ovviamente i ricavi economici. Una sorta di Champions League (a cui la Uefa sta studiando una robusta modifica) ma ancora più elitaria. I club in questione fanno sul serio: è stato già scelto il presidente, Florentino Perez (numero uno del Real Madrid), con i vice Andrea Agnelli e Joel Glazer (dirigente dello United).

 

La formula

Definita anche la formula: le 20 squadre saranno divise in due gironi da 10 con nove match di andata e ritorno per un totale di 18. Le prime tre di ogni gruppo, più altre due attraverso gli spareggi tra quarte e quinte, passeranno ai quarti, fino alla finalissima da disputare in campo neutro. La formula è affascinante, vedere le migliori squadre del mondo affrontarsi tra loro frequentemente sullo stile della Nba non può che catturare l’attenzione degli appassionati e degli sponsor. Tuttavia, da più parti (quasi all’unanimità) sono arrivate reazioni di sdegno. In primis da Fifa e Uefa, che rischiano di vedere miliardi di euro in fumo da questa scissione. I rispettivi presidenti, Infantino e Ceferin, hanno minacciato l’esclusione da qualsiasi competizione per le società della Superlega, compresi i campionati nazionali, oltre a multe salatissime.

 

Il mondo della politica

Il mondo della politica non è rimasto a guardare: Enrico Letta, Matteo Salvini, ma anche Boris Johnson ed Emmanuel Macron hanno espresso la loro contrarietà. E poi c’è la voce dei tifosi: sui social è scoppiata l’indignazione per una competizione che, di fatto, toglie qualsiasi effetto ai risultati ottenuti sul campo, danneggiando quelle realtà che spesso sono in grado di giocarsela contro i colossi economici pur avendo un budget nettamente inferiore (vedi l’impresa del Leicester o la crescita dell’Atalanta nel nostro Paese). A proposito di Italia, perché snobbare quei club come Lazio, Napoli o Roma che nelle ultime stagioni hanno fatto decisamente meglio per esempio delle due milanesi? Nell’ultimo decennio la squadra che ha vinto più coppe dopo la Juventus è la Lazio. Il Napoli ha la casacca che ha indossato il più grande di tutti, Diego Armando Maradona. E la Roma attualmente è l’unica superstite nelle coppe europee. Ma l’elenco potrebbe allungarsi con Siviglia, Ajax, Benfica, Porto ecc… tutte snobbate o escluse dai grandi “Paperoni” del calcio. In barba a risultati o meritocrazia. La bomba è esplosa…

 

Francesco Carci

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Eutanasia: Psi nel comitato promotore referendum

Pon, 19/04/2021 - 20:20

Il Psi ha aderito al comitato promotore del referendum abrogativo di parte dell’articolo 579 del codice penale sul fine vita promosso dall’Associazione “Luca Coscioni. I socialisti saranno presenti domani al deposito dei quesiti referendari presso la Corte di Cassazione con il Segretario Enzo Maraio, e impegnati nei prossimi mesi, insieme ad altri partiti e movimenti aderenti all’iniziativa, nella raccolta firme per indire il referendum abrogativo. Si rende necessario intervenire su tale materia, dopo le pronunce della Corte Costituzionale per regolare il diritto all’autodeterminazione.

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Draghi, i Borboni e i becchini di Gramsci

Pon, 19/04/2021 - 20:08

Con la decisione di riaprire gran parte di quel che la pandemia virale aveva costretto a chiudere e con l’assumere in maniera replicata e plateale non solo la difesa, ma la promozione come ministro eccellente di un politico come Roberto Speranza, si evidenziano le contraddizioni del governo di Mario Draghi.

Messe da parte le qualifiche iniziali di salvatore della patria e il lenocinio sulla ricerca della misura del suo rapporto di continuità\discontinuità col suo predecessore Giuseppe Conte, resta in piedi ben solido il suo legame con la tradizione politica della mera sopravvivenza. Il potere senza onestà, come diceva Gramsci in riferimento all’onore connesso alla rappresentanza.

Soprattutto in una fase di emergenza, quando cioè un regime politico è in dissoluzione, esplodono i conflitti tra la ragion di Stato e il costume popolare.

Draghi nel sostegno dato a Speranza e nel piegarsi, in assenza di dati positivi su contagi e decessi, alla legittima domanda di ripresa delle attività lavorative della maggioranza dei partiti che lo sostengono, ha scelto di disattendere i sentimenti più intimi e profondi di equità e di giustizia delle masse popolari.

La gente gli chiedeva, e gli chiede, di procedere sulla via della vaccinazione di massa per ridurre la riformazione dei contagi e sulla base di essa di avviare una politica mirata di ritorno alla produzione e al lavoro ormai ridotti al lumicino.

La vaccinazione di massa, ad onta delle favole consolatorie che raccontava il super-commissario Arcuri e riecheggia il suo sostituto generale Figliuolo, resta per ora un obiettivo assai remoto. Mancano le dosi sufficienti (per la politica irresponsabile della Commissione europea e la subalternità ad essa del nostro ministero della salute e dei governi Conte) e manca una seria catena distributiva rispettosa di principi di equità e giustizia.

A disattenderli e violarli platealmente è stato il ministero della salute, di concerto con i governi Conte.

Fin dal primo momento è mancato, e manca tuttora, un piano sanitario diverso da quello antiinfluenzale. Sono mancate assistenza domiciliare, incrementi del personale sanitario, dei posti letto per terapie intensive, di mascherine, aghi, tamponi di massa, messa in sicurezza di scuola e trasporti, oppure sono stati forniti a prezzi tra i più elevati del mercato internazionale.

L’inefficienza e l’inettitudine del Ministero della Salute, combinandosi con l’insipienza di molte Regioni, hanno esposto a morte sicura migliaia di medici e infermieri, e un numero grandissimo di cittadini, soprattutto in età avanzata, assistiti spesso da personale infetto.

A Lei, premier Draghi, questi poveri morti chiedono semplicemente che venga accertata e punita l’indolenza, l’ignoranza, i ritardi del Ministro e del Comitato tecnico-scientifico. E, se le è possibile, le saranno grati se la smetterà di distribuire patenti di affidabilità, competenza, professionalità a chi non ne aveva, e continua a non averne, nessuna.

Ha mai letto il libro di autocelebrazione che Speranza ha scritto per Feltrinelli e poi a rotta di collo ha dovuto far ritirare dalle librerie perchè c’è un limite alle vanterie, al racconto di balle, all’indecenza ?

Un canale televisivo come quello privato di Tv7 diretto da un giornalista come Massimo Gilletti ha documentato, a viso aperto, senza cedere a remore e paure, tutti i traffici, gli imbrogli, gli interessi, le oscurità che si sono annodati in questa vicenda. E la Procura della Repubblica di Bergamo ha aperto un’inchiesta che coinvolge anche lo stesso ministro Speranza.

La solidarietà espressa a lui ripetutamente da Draghi è da prendere sul serio

Gramsci quando nel pieno della crisi dello stato liberale e alle origini del fascismo esaminava il cinismo degli uomini di governo lo paragonava alla “stessa indifferenza professionale che ha il becchino nel manipolare la putre dine. Il metodo di governo di simili periodi storici è stato incisivamente qualificato da Guglielmo Gladstone: negazione di Dio”.

La situazione dell’Italia odierna non è quella esistente nel Regno borbonico delle Due Sicilie prima della formazione dello Stato unitario. Ma comincia a preoccupare un governo che di fronte a un numero di contagi e di morti che sono superiori a quelli dell’anno scorso e degli stessi lockdown, invece di prolungare le chiusure e le restrizioni dà il disco verde ad allentamenti e concessioni che saranno interpretate come un “liberi tutti”.

Sarebbe stato molto meglio e più efficace fin da un anno fa limitarsi a provvedimenti correttivi come per esempio.

-stabilire il principio che si può consumare il caffè e i pasti nei locali muniti ( e munibili) di dehors e in generale situati all’aria aperta, nel rispetto ovviamente di tutte le restrizioni in auge,

-si può circolare nei musei, nelle biblioteche, negli archivi facendo la fila, aspettando il proprio turno ed evitando rigorosamente ogni assembramento,

-redistribuire l’afflusso ai mezzi pubblici (metrò, tram, pullmann, treni ecc.) e rivedere gli orari di percorrenza

– si può prescindere dalla mascherina nei parchi, nei giardini e nelle stesse vie quando non sono affollate,

-si può avere un governo decente rinunciando alla presenza replicata e quindi invasiva di ministri come Luigi Di Maio, Dario Franceschini e Roberto Speranza.

 

Salvatore Sechi

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Bosnia Erzegovina, manca un quadro sul futuro di un territorio

Pon, 19/04/2021 - 17:59

Ormai sono rimasti in pochi a difendere gli accordi di Dayton che nel 1995 resero possibile, con il determinare intervento dell’ONU, la costruzione della forma istituzionale della Bosnia Erzegovina dilaniata da una sanguinosa guerra. La costituzione di uno Stato che comprendesse la Federazione bosniaco croata ( 51% ) e la Repubblica Srpska (49% ) con una Presidenza a rotazione tra le tre etnie era parsa l’unica soluzione al momento accettabile per tentare la strada della pacifica convivenza.

 

Le due realtà inoltre avrebbero mantenuto molte competenze attuando di fatto un decentramento di funzioni atto a garantire le rispettive specificità. A più di venticinque anni dalla firma di quegli accordi, sono quasi quotidiane le dichiarazioni all’interno dell’ex Jugoslavia ma anche a livello internazionale della necessità di mettere mano a una revisione di quanto fu deciso a Dayton e il mese successivo firmato a Parigi. Nel territorio della Bosnia Erzegovina i più accesi sostenitori del cambiamento dell’attuale situazione sono i rappresentanti della parte serba: Milorad Dodik, capi del Governo di Banja Luka, ha più volte chiesto un referendum per staccarsi da Sarajevo minacciando la secessione. Senza parlare delle sue posizioni negazioniste del massacro di Srebrenica a suo giudizio ingigantito nei numeri dimenticando le numerose vittime civili serbe da parte musulmana. Ma anche il membro croato della Presidenza tripartita Zeliko Komsic si è dichiarato convinto della inevitabilità di una revisione di Dayton anche se questo potrebbe significare la ripresa della guerra civile. Nel suo ultimo congresso il Partito di azione democratica (Sda) del musulmana Alija Izetbegovic ha chiesto l’annullamento degli accordi del 1995 che hanno, a suo dire, favorito serbi e croati. La disastrosa situazione economica della Bosnia Erzegovina, aggravata dal diffondersi della pandemia da coronavirus, ha fatto il resto rafforzando le incomprensioni tra le etnie e i movimenti separatisti . Anche la gestione del problema delle migrazioni con la disastrosa situazione venutasi a creare a Bihac, dove sono ammassati in condizioni indegne di un Paese civile migliaia di migranti della rotta balcanica, recentemente pubblicizzata sui media di tutto il mondo, ha contribuito a scambi di accuse tra la Federazione bosniaco croata e la Repubblica Srpska. In questo contesto vi è poi da registrare la posizione della Serbia che potrebbe vedere nel riavvicinamento di Banja Luka un possibile risarcimento per l’indipendenza del Kosovo. Ma proprio negli ultimi giorni si è aggiunta a queste prese di posizione la voce della Slovenia in cui, sia da parte del Premier Jansa che da parte del Presidente della Repubblica Pahor ,pur in contesti diversi, si è preso in esame l’ipotesi di uno sfaldamento della Bosnia. E non dimentichiamoci che ,dal primo luglio 2021, la Slovenia assumerà la Presidenza del Consiglio d’ Europa. Il vero problema è però che aldilà delle parole o delle dichiarazioni di principio nessuno fornisce un quadro preciso di quello che dovrebbe essere il futuro di un territorio che ha già sopportato, per l’odio etnico e religioso, troppe tragedie e distruzioni con migliaia di vittime civili. E tutto quindi rischia di rimanere cristallizzato mentre la tensione etnica e le incomprensioni aumentano l’instabilità di questo territorio dei Balcani occidentali.

 

Alessandro Perelli

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