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Francesco Castria In vista delle Europee, parlare all’Italia Consapevole

Čet, 20/09/2018 - 18:59

Le elezioni del 4 Marzo hanno rappresentato, più del Referendum del Dicembre 2016, uno spartiacque nella politica nazionale.

Lungi dal riprodurre il confronto tra il Centrodestra ed il Centrosinistra e, quindi, l’alternanza tra forze che,seppur con programmi differenti, si muovevano all’interno della politica tradizionale, basata sulle regole della democrazia rappresentativa e della raccolta del consenso nei propri bacini sociali e culturali (una divisione alquanto statica sia nella composizione degli elettorati, sia nella loro collocazione territoriale)l’ultimo confronto elettorale, invece, ha segnato la vittoria di forze antisistema, caratterizzate da una profonda capacità di aggregare consenso cavalcando il malessere economico e sociale diffuso nel Paese, oltre che le paure dei nostri giorni, dai migranti alla povertà.

Forze politiche troppo frettolosamente definite, dalla stampa e dagli avversari, populiste; ammantandole di una controproducente vicinanza al popolo, rivendicata dal Presidente del Consiglio, che non fa altro che accrescerne il consenso, anziché ridurlo.

Sarebbe stato più corretto qualificarle per ciò che sono: forze demagogiche, volte ad accattivarsi il favore degli elettori con promesse difficilmente realizzabili.

Che l’esito delle elezioni avrebbe portato ad un tale risultato, con oltre il 50% dei consensi a favore del M5S e della Lega, era evidente a chiunque si fosse premurato di ascoltare gli umori dell’uomo della strada, al bar come sul posto di lavoro.

Il Governo Gentiloni che, con i suoi ministri migliori, da Minniti a Calenda, pur non aveva mal figurato, intercettando un minimo di ripresa economica e promuovendo riforme perfettibili, ma orientate nella giusta direzione, e le forze politiche di riferimento, in primis il PD, non hanno colto come lo scontro elettorale,lungi dallo svolgersi lungo l’asse tradizionale Destra vs Sinistra, si fosse spostato, in termini di raccolta delconsenso, su una nuova direttrice, semplificando, Inclusi vs Esclusi (in cui tali termini assumono valenze diverse da quelle usuali. Nel 2018, ad esempio, vanno considerati tra gli inclusi i pensionati medi e gli operai di grandi aziende, mentre tra gli esclusi i lavoratori saltuari ed i giovani professionisti).

Avvisaglie di quello che ribolliva in pentola erano parse evidenti quando il sociologo De Rita, all’esito di una ricerca del Censis, aveva sentenziato come il sentimento maggiormente diffuso tra gli italiani fosse il rancore.

Lega e M5S hanno saputo cogliere tali sentimenti di impotenza collettiva, invidia sociale e di contestazione dell’ordine costituito, trasformandoli in consenso nell’immediato dello scontro elettorale, ma anche, cosa più pericolosa, nella bussola che orienta le scelte delle politiche economiche, sociali e giudiziarie, ora chesono al Governo.

A tale primo errore di analisi e di conduzione della campagna elettorale, commesso dal PD e da FI, se ne è aggiunto uno, più grave, al momento della formazione dell’Esecutivo.

Alcuni dei protagonisti, in particolare i Democratici, non hanno valutato con attenzione il cambiamento introdotto nel sistema parlamentare dalla nuova legge elettorale che, privando i “vincitori” di un premio di maggioranza tale da assicurare un risultato in termini di eletti che consentisse la nascita immediata di un Gabinetto, ampliavano e non riducevano la possibilità, per tutte le forze presenti nelle Camere, di avere un ruolo nella formazione del Governo.

In un sistema siffatto, con i risultati dati, perso il “primo tempo” della partita (le elezioni), il PD, con il contributo di FI e di altre forze “razionali”, avrebbe avuto la possibilità di giocare meglio il “secondo tempo”; vale a dire quello delle manovre parlamentari, per portare alla nascita di un Governo, presieduto da altri (un leghista ragionevole, un moderato di centrodestra), ma, in ogni caso, il meno lontano possibile dal “buon senso” istituzionale. La scelta tattica del restare a guardare ha consentito, invece, quale inevitabile conseguenza, la nascita della maggioranza giallo-verde.

Ora, a pochi mesi dall’insediamento del Governo Conte, si iniziano a vedere le conseguenze di tale scelta rinunciataria: dal caso Ilva alla Tav, dal Decreto Dignità alla politica europea, per non dire dell’approccio muscolare di Salvini al tema immigrazione; stiamo assistendo ad una serie di scelte che pagano, in termini di consenso, nel breve periodo, ma che nel medio si riveleranno per quelle che sono: illogiche da un punto di vista economico ed irrazionali da quello politico.

Siamo, infatti, spettatori dello show di due leader forti, Di Maio e soprattutto Salvini, in un Paese, l’Italia, che diventa sempre più debole in termini economici ed internazionali.

Gli italiani di buon senso osservano ammutoliti tale spettacolo; cominciando a prevedere il contosalatissimo che, tra un po’, si troveranno a pagare, come dimostra il calo di fiducia degli investitori stranieri, di cittadini ed imprese.

Uno scenario preoccupante, quanto realistico, in cui, come ha detto il Presidente della Repubblica, citando il Manzoni, “il buon senso c’è, ma se ne sta nascosto per paura del senso comune”.

Se questo è lo stato dell’arte, diventa urgente, anche in vista delle consultazioni Europee, approntare un’alternativa credibile che sappia parlare all’Italia Consapevole.

Un’Italia certamente delusa dai governanti che si sono succeduti negli ultimi anni, disillusa ed impoverita, ma comunque vitale e raziocinante.

Un’Italia che crede nella democrazia rappresentativa e nella divisione dei poteri Esecutivo, Legislativo e Giudiziario; che comprende come sia indispensabile uno sviluppo del Paese attento all’ambiente, ma possibile solamente con un sistema infrastrutturale ed industriale forte; che vuole aiutare il prossimo in difficoltà, ma riconosce l’importanza dell’impegno, delle competenze, delle professionalità; che chiedegiustizia, ma rifiuta la piazza; che riconosce l’importanza della scienza e delle sue conquiste; che auspicaun’Europa diversa, ma desidera costruirla con le forze liberali e democratiche; che capisce, soprattutto, come le decisioni più sono importanti, più vanno assunte con ponderazione.

È giunto il momento che le forze politiche, le liste civiche, le associazioni ed i singoli cittadini che condividono questi principi di fondo superino i vecchi steccati, le ormai stantie idiosincrasie ed affrontino uniti questa difficile parentesi politica e sociale che stanno vivendo l’Italia e l’Europa; con la consapevolezza che situazioni eccezionali, come quella attuale, non possano essere affrontate con risposte e schemi ordinari.

Francesco Castria

Direzione Nazionale Psi

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IN CODA ALL’EUROPA

Čet, 20/09/2018 - 18:31

boone

Mentre continua il braccio di ferro tra Tria e Di Maio sul tetto del deficit, arrivano previsioni negative per l’Italia. L’Ocse abbassa l’asticella per il Pil italiano per il 2018 portandolo dall’1,4 all’1,2 per cento. E, nell’Economic Outlook, attribuisce il rallentamento della crescita “alle incertezze legate alle scelte politiche” del governo, “agli alti tassi di interesse e al calo nella creazione di posti di lavoro che frena la spesa delle famiglie”. Insomma il Pil non sarà quello sperato e utilizzato dal governo come base su cui calcolare il rapporto del deficit, ma sarà più basso. Due problemi insieme, meno sviluppo e rapporto con il debito più alto. In sostanza si ristringe ancora il margine di manovra già esiguo e di conseguenza si restringe il sentiero sui cui la maggioranza dovrà arrampicarsi per fronteggiare la manovra. La sforbiciata sul 2018 è in linea con il taglio medio alla stima dell’Eurozona, che comunque nel complesso si muove a velocità quasi doppia rispetto a noi con una progressione del Pil stimata nell’ordine del 2 per cento (livello simile alla Germania, vista all’1,9 per cento quest’anno).

L’Italia viene indicata, insieme alla Brexit, tra i principali rischi di instabilità che potrebbero impedire all’Europa di prosperare. E al governo italiano la nuova capoeconomista dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, Laurence Boone manda una serie di avvertimenti. Rispettare le regole Ue sui conti pubblici, innanzitutto. E non toccare la legge Fornero sulle pensioni. Immediata la risposta del vicepremier, Luigi Di Maio: “L’Ocse non deve intromettersi nelle scelte di un Paese sovrano che il governo democraticamente legittimato sta portando avanti. Il superamento della legge Fornero è nel contratto e verrà realizzato. Quasi due terzi degli italiani sono con noi. I burocrati se ne facciano una ragione. Siamo stati eletti anche per questo e manterremo l’impegno preso”. Un altro appello al popolo. Una auto legittimazione celebrativa nel tentativo di rintuzzare critiche a una azione di governo ancora teorica ma che pare voler mettere, almeno nelle intenzioni dei vicepremier, al centro del proprio agire, non lo sviluppo, ma l’aumento del debito. Unico muro a questa scellerata ipotesi, il ministro Tria, che proprio per questo è già stato richiamato all’ordine dal capetto pentastellato. Irritazione arriva anche dal premier Giuseppe Conte, per il quale “le valutazioni sull’Italia non sono supportate dai dati di fatto”.

Nell’Economic Outlook dell’Ocse si attribuisce il rallentamento della crescita “alle incertezze legate alle scelte politiche” del governo, “agli alti tassi di interesse e al calo nella creazione di posti di lavoro che frena la spesa delle famiglie”. L’Ocse avverte inoltre che il debito italiano e l’aumento dello spread rappresentano un rischio per l’intera Eurozona: “La resilienza e l’architettura dell’area euro – si legge nel rapporto – sono migliorate negli ultimi anni ma restano preoccupazioni sulla stabilità fiscale e finanziaria a causa di incertezze legate a scelte politiche, compresa l’Italia, e il futuro accordo tra Gran Bretagna e il resto dell’Unione europea. Il recente aumento dello spread legato al rischio sul debito pubblico italiano – spiega l’organizzazione – insieme al conseguente calo dell’andamento dei titoli bancari stanno a dimostrare la possibilità di un ritorno della vulnerabilità dell’area euro. Ulteriori riforme sono necessarie per ridurre il rischio contagio, aumentare la resilienza e rafforzare il quadro fiscale. Uno schema di assicurazione comune sui depositi potrebbe aumentare la fiducia e aiutare la diversificazione dei rischi”. Per l’Ocse inoltre dovrebbero essere introdotte “misure che incentivino le banche a diversificare il loro portfolio di titoli di stato, limitando il collegamento tra banche nazionali e governi. L’introduzione della capacità di una stabilizzazione fiscale per l’area euro contribuirebbe anche ad assorbire forti shock economici negativi e fornirebbe un ulteriore strumento che potrebbe essere attivato in caso di crisi”.

Particolare preoccupazione arriva dalla ipotesi, più volte rilanciata da Salvini, di voler “smontare la legge Fornero” e di ideare un reddito di cittadinanza, fortemente voluto dal M5s. La capo economista dell’Organizzazione con sede a Parigi, Laurence Boone, ha spiegato che “occorre prima di tutto mantenere la fiducia delle imprese” affermando che il precedente governo ha fatto molte riforme, come il piano Industria 4.0, e aggiungendo che “è fondamentale che continuino”.

“E poi occorre mantenere la fiducia sulla sostenibilità del debito italiano. L’Italia ha fatto sforzi straordinari ed è importante che proseguano e che rispetti le regole Ue”, ha chiarito Boone.

A proposito della riforma della legge sulle pensioni Boone ha sottolineato come sia “importante non smantellarla” spiegando tra l’altro che “non è detto che una misura simile aiuterebbe i consumi”. La Lega vuole introdurre nella legge di Bilancio una revisione della legge Fornero che garantisca la pensione con quota 100 sommando età anagrafica e contributi versati, ma a partire dai 62 anni di età. Ma Boone si è espressa anche sul reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del M5s, chiarendo che è fondamentale che si rivolga alle persone più colpite dalla crisi. “Oggi mi sembra importante puntare sulle persone più colpite dalla crisi e fornire incentivi al lavoro”, ha osservato.

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L’Avanti Lombardia, la passione che si organizza

Čet, 20/09/2018 - 18:12
lombardia

Foto Luciano Buscarini

Un giorno ritrovi i quaderni con gli appunti delle riunioni studentesche, poi quelli della rete per la formazione, un network per mettere in relazione le diverse agenzie formative, infine quelli per costruire la rappresentanza delle nuove identità di lavoro e quelli per l’autorganizzazione del bisogno sociale nei quartieri popolari. Autorganizzazione che per me, nel rispetto delle regole, non è un concetto così diverso dal riscatto o dalla sussidiarietà tutti intesi come maggiore spazio di libertà per il sapere e saper fare della persona, delle comunità sociali che sperimentano modelli organizzativi simili, ma non uguali, a quelli dello Stato; a dire il vero non è nemmeno così distante dal concetto di federalismo che nella mia accezione resta, come nel 2011 ho sentito ripetere più volte a Giancarlo Giorgetti, un processo di responsabilizzazione dal basso.

L’Avanti Lombardia intende occuparsi di questo: di raccontare come sia possibile dal basso favorire un rinnovato senso di intraprendenza delle persone, anche in forma associata, per coltivare una economia glocal capace di mettere a frutto le esperienze e le relazioni di generazioni che vanno per il mondo, e da esso si lasciano sedurre senza paure di scontri di civiltà o timori di non essere all’altezza degli altri. Generazioni mobili come devono tornare ad essere i capitali privati, e che possono realizzare un LINK con la nostra terra di origine selezionando i progetti migliori da proporre a partner asiatici, sud americani o americani; ad investitori tedeschi o russi, a quel pezzo di Africa che chiede scambio con l’Europa.
È la linea del Sindaco Sala che a partire dalla sperimentazione Apple intende distribuire sulle periferie milanesi gli oneri di urbanizzazione di un processo di internazionalizzazione avviato fin dai tempi di Expo.
È la linea dell’Ex Ministro Minniti quando parla di un’Italia che non si chiude in se stessa e che riscopre a pieno il suo ruolo di Diplomazia, di tessitura instancabile di riequilibri politici, modelli organizzativi per favorire riscatto e crescita culturale.
Grazie ai nostri autori racconteremo ,anche per immagini, il piano periferie dei comuni della Lombardia e le eccellenze che sapremo scovare nei nostri lunghi viaggi, daremo conto che degli sforzi delle comunità locali per coniugare sicurezza sviluppo e coesione sociale.
Saremo al fianco dell’Italia che non ha paura e che al contrario crede nell’Europa come la migliore piattaforma di valori a cui restare ben aggrappati per coltivare pace benessere ed equità sociale.
Grazie a Riccardo Nencini, Mauro Del Bue e Lorenzo Cinquepalmi per il coraggio del fare scommettendo su una sfida che tutta la redazione ha colto con entusiasmo e convinzione!

Silvia Davite

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Infanzia di serie B, dopo la tragedia di Rebibbia

Čet, 20/09/2018 - 16:59

bambini carcere“Adesso i miei figli sono liberi, gli ho dato la libertà”, ha detto al suo avvocato dopo il gesto la donna di 33 anni, detenuta a Rebibbia che lo scorso 18 settembre ha gettato i due figli dalla tromba delle scale. La piccola di sei mesi è morta sul colpo, mentre il bambino di un anno e mezzo è morto ieri sera in ospedale. Il gesto ha riportato alla memoria il problema della situazione nelle carceri in Italia, ma soprattutto ha portato alla luce le problematiche a molti sconosciuti, di bambini che passano scontano le pene con le loro madri.
Nel XIII rapporto di Antigone al 30 giugno 2016 sono ancora 41 i bambini conviventi in istituto con la madre, 38 le madri detenute con figli in carcere e 8 quelle incinte. Inoltre, stando al dettaglio delle presenze al 31 dicembre 2016, su un totale di 33 madri detenute, presenti in Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Piemonte, Sardegna e Veneto, 23 (più di due terzi) sono cittadine straniere, mentre le cittadine italiane sono 106.
Il Governo che sta facendo battaglie per la tutela della famiglia e dei figli pare aver dimenticato questi bambini, ma non è il solo. Esiste la legge per le “Misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori”, che è stata pubblicata, simbolicamente, l’8 marzo 2001. Il testo prevede, per le madri con figli di età inferiore ai dieci anni, l’applicazione di due tipi di provvedimenti: detenzione speciale domiciliare ed assistenza esterna dei figli minori. Purtroppo i primi mesi di applicazione della nuova legge non hanno portato a risultati significativi. Sono infatti pochissime le detenute che ne hanno potuto usufruire. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che la legge in questione riguarda soltanto le donne che scontano una condanna definitiva, quindi appena la metà sul totale delle recluse.
Nel 2011 poi è stata approvata la legge 21 aprile 2011 n. 62 sulle detenute madri, un provvedimento che sarebbe dovuto servire a interrompere la barbarie dei bambini reclusi in un strutture carcerarie, inadeguate a una crescita sana. A qualche anno dall’entrata in vigore della suddetta legge, gli esperti del settore sostengono che il testo normativo presenta dei limiti, e che sinora non è stato capace di risolvere la questione.
Tornando al caso di Rebibbia, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha deciso per la ‘linea dura’ dopo quanto accaduto e ha sospeso la direttrice e la vicedirettrice della sezione femminile del carcere e inoltre il vicecomandante del reparto di Polizia Penitenziaria.
“Non so di quale errore siano responsabili. So però che non meritavano, alla luce della loro preziosa carriera, tale sospensione dall’incarico”, ha commentato Patrizio Gonnella, presidente Associazione Antigone che ha spiegato: “Di certo, da oggi le detenute del carcere romano non staranno meglio di prima. Una volta che il capro espiatorio è servito dovremo affrontare un altro tema, ossia cosa vogliamo che accada quando una madre di un bimbo piccolo finisce in carcere. Sono molti i Paesi dove i bambini sono destinati all’istituzionalizzazione”.

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Brexit, si allarga il fronte per un secondo Referendum

Čet, 20/09/2018 - 16:26

theresa-may-an103106230epa05433683Si fatica ancora a trovare un accordo per il divorzio tra Gran Bretagna e Unione europea. Ieri il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, a Salisburgo prima della cena del vertice informale dei capi di Stato e di governo del blocco comunitario, ha fatto sapere che l’accordo per la Brexit è lontano.
Theresa May però si dice “fiduciosa che con buona volontà e determinazione possiamo raggiungere un accordo che sia giusto per entrambe le parti”. La prima ministra inglese, però, ci tiene a precisare il suo rifiuto all’idea di rimettere nelle mani degli elettori la decisione sulla Brexit, tramite un nuovo referendum: “Voglio essere assolutamente chiara, questo governo non accetterà mai un secondo referendum. Ora chiedo alla leadership Labour di escludere un secondo referendum e smettere di tentare di frustrare il processo della Brexit”.
Tuttavia sembra che il fronte per un nuovo Referendum, dopo le dichiarazioni del sindaco di Londra Sadiq Khan e di altri laburisti, si stia allargando anche all’interno dei conservatori. Ma difficilmente qualcuno dei conservatori potrebbe sfidare la premier May, nel frattempo a sinistra un centinaio delegazioni regionali del partito hanno formalmente chiesto che il Labour si schieri a favore di un secondo referendum.

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Alibaba, arrivano i primi effetti della guerra dei dazi

Čet, 20/09/2018 - 15:59

alibaba

La guerra dei dazi Usa-Cina sta già producendo i primi effetti boomerang per gli Stati Uniti. Alibaba, il colosso dell’e-commerce cinese, ha rivisto i suoi piani di sviluppo e non avrebbe più in programma di creare un milione di posti di lavoro negli Stati Uniti, come il suo fondatore, Jack Ma, aveva annunciato a gennaio 2017 in un incontro col presidente americano Donald Trump. Dopo quell’incontro, avvenuto prima che Trump si insediasse alla Casa Bianca, il tycoon aveva dichiarato: “Io e Jack faremo grandi cose”.

Jack Ma, parlando ieri in un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua, ha spiegato che la sua promessa non è più realizzabile a causa della guerra dei dazi Usa-Cina: “La premessa era quella di relazioni commerciali amichevoli tra i due Paesi ma questa premessa non esiste più e la nostra promessa non può essere mantenuta. Il commercio non è un’arma e  non dovrebbe essere usato per cominciare le guerre, ma dovrebbe  essere un fattore chiave per la pace. La situazione che si è venuta a creare ha distrutto le premesse sulle quali confidavamo. Ma Alibaba comunque non smetterà di lavorare duramente per contribuire a uno sviluppo di sane  relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina”.

Dunque, per adesso, è sfumato il milione di posti di lavoro da creare in cinque anni, negli Stati Uniti, come promesso da Alibaba. A causa delle crescenti tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina.

Il fondatore e amministratore delegato di Alibaba ha poi detto che il colosso cinese, Alibaba, avrebbe creato il milione di posti di lavoro facilitando la vendita di prodotti da parte di un milione di piccoli esercenti statunitensi ai consumatori cinesi e asiatici attraverso la loro piattaforma informatica. Per Jack Ma le tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina potrebbero durare anche 20 anni.

Trump che propaganda ‘America first’, invece, rischierebbe di iniziare un pericoloso percorso per gli Stati Uniti.

Salvatore Rondello

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Lega ladrona…

Čet, 20/09/2018 - 15:45

Dicevano “Roma ladrona” e hanno guadagnato consensi. Oggi devono restituire 49 milioni di euro allo Stato perché messi in tasca indebitamente e dobbiamo cambiare il soggetto. Resta però l’aggettivo. E se per Roma si intende lo Stato da predatore indebito oggi diventa la vittima da risarcire. C’era un tempo, ma forse non giova nemmeno ricordarlo, in cui per molto meno sono stati inquisiti, arrestati, condannati dirigenti politici e sepolti partiti in nome di una questione morale che Luciano Cafagna, nel suo acuto libro intitolato “La grande slavina”, definiva questione politica. Non é che si scatenò una rivoluzione giudiziaria popolare per ripulsione al metodo delle tangenti che tutti conoscevano alla perfezione, i magistrati per primi.

Si scatenò un’ira generalizzata contro un sistema di partiti, alla luce dei grandi cambiamenti dell’89 che annullavano le giustificazioni politiche soprattutto del sistema italiano. E la Lega fu il primo frutto di quella stagione, agitando l’emergenza della questione fiscale e di un Nord che era chiamato a mantenere il resto del Paese. Roma era ladrona già prima dì Tangentopoli per i seguaci di Bossi, che nel 1990 si espansero in tutto il Nord e nel 1992 entrarono a decine in Parlamento. Il Pool Mani pulite seguì e si appropriò di una rivoluzione che era già in corso. La orientò su alcuni partiti e non su altri. La gestì a suon di carcerazioni preventive illegali usate a fini di confessione.

Così la Lega si trovò al governo, prima col Berlusconi 1, poi, dopo la crisi del 1994 e il Prodi 1, ancora con Berlusconi tra il 2001 e il 2006 e tra il 2008 e il 2011. Così da divenire partito di governo e di potere. Ben dentro una Roma che evidentemente in quanto a ladrocinio deve averla parecchio contagiata. Le vicende relative alla gestione Bossi-Belsito, con tanto di favori al Trota e di soldi spariti e alcuni investiti in diamanti, sono arcinotw. Restano due inoppugnabili verità. La prima è relativa al trattamento di favore sul dilazionamento del debito, quella paradossale diluzione in quasi ottant’anni che fa venire in mente il metodo Lotito applicato alla sua Lazio. Solo che in quest’ultimo caso il lesto presidente della società romana era andato alla ricerca di un cavillo legislativo che la permetteva, e che poi venne soppresso, i magistrati oggi applicano invece una cortese soluzione in nome di una evidente subordinazione al potere politico.

Ovvio che questo, d’ora in poi, dovrà valere per tutti, partiti, aziende, cittadini e siccome il dilazionamento pare applicato senza interessi, forse rubare molto potrebbe anche risultare parecchio conveniente. Ma c’è una seconda triste verità. I 49 milioni che la Lega deve allo Stato equivalgono quasi all’intera cosiddetta maxi tangente Enimont (parlarono di ben cento miliardi di lire) che doveva servire per alimentare le casse di tutti i partiti e di molti esponenti politici. Fu, quella, alla base dell’esplosione del vecchio sistema politico, dei processi Cusani in diretta televisiva, della chiamata a correo dei leader democratici, dell’elevazione di Di Pietro a mito purificatore. Oggi, per la stessa cifra arrivata ad un solo partito e sparita, non succede nulla. Non solo ministri, segretari, sottosegretari e parlamentari se la godono tranquilli, ma il loro partito raddoppia i consenso secondo tutti i sondaggisti Italiani moralisti? A giorni, anzi anni, alterni. Il mio pensiero va a Bettino Craxi e alla grande ingiustizia subita. E mi viene solo una parola: vergogna…

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Scrive Luigi Mainolfi:La scuola deve essere utile

Čet, 20/09/2018 - 14:18

Il Corriere della Sera, del 10.9.2018, ha dedicato un supplemento alla Formazione, con il sottotitolo: “Il futuro della Campania tra scuola e lavoro”. Ho trovato l’iniziativa interessantissima per le considerazioni, la cui lettura avrebbe potuto e dovuto provocare. Spero che faccia nascere un serio confronto, su un tema di straordinaria importanza per la società e, in particolare, per i giovani. Finora, la scuola, con i suoi “binari morti”, ha illuso molti giovani, per, poi, abbandonarli al loro destino. Ho sempre pensato, che la scuola dovesse essere in sintonia con l’ evoluzione della società, in una logica globale, per preparare le energie utili alle esigenze, che vengono create ed alimentate dalle variabili del processo economico mondiale. Inoltre, partendo dalle risorse del territorio, la scuola dovrebbe preparare anche tecnici, capaci di valorizzarle, alfine di provocare sviluppo e, quindi, occupazione. Questa fu la logica di De Sanctis, quando si adoperò per istituire l’Istituto Agrario. Purtroppo, nessun politico irpino ha dimostrato di aver assorbito il suo insegnamento. Quando la società cambiava lentamente e silenziosamente, le deficienze della politica non pesavano. Da quando il cambiamento sembra una “ formula 1”, con i vari Stati in gara, la cattiva politica provoca danni irreparabili. La volontà dei poteri forti, che vogliono una gioventù disponibile ad accettare condizioni di precariato e di sopravvivenza, non trova ostacoli. Una cattiva scuola è funzionale agli interessi dei pochi, a danno dei molti. Tutto ciò, che ha influenzato negativamente la scuola, alla lunga ha danneggiato la società, facendo aumentare le diseguaglianze e le ingiustizie sociali. La classe media è quella che paga di più e che rischia di scomparire. I populismi sono figli anche di tale processo. Finalmente, all’inizio del secolo, è stata avvertita la necessità di fare orientamento scolastico. Ovviamente, l’orientamento scolastico, che non è pubblicità degli Istituti, come Open Day, richiede conoscenza delle tendenze della società e Istituti idonei a dare ciò che è funzionale all’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. La buona politico deve essere presbite e prevenire gli eventi. Spesso paragono Benevento e Avellino, degli anni 1950-1960. A Benevento, grazie a politici lungimiranti, furono istituiti l’Istituto Tecnico Industriale e il Liceo Artistico; ad Avellino si ebbero la Scuola d’Arte e l’Istituto Professionale. Le conseguenze di tali differenze meritano un approfondimento. Se analizziamo la politica scolastica degli anni passati, scopriamo un’altra sbandata politica. Furono creati Facoltà Universitarie, come Giornalismo, Psicologia, Bene Culturali, Sociologia, senza valutare la potenziale richiesta di servizi che tali discipline offrivano. Quelli, che lo decisero, confusero il corso di Laurea con il Corso di Specializzazione. Quanti giovani laureati in quelle discipline hanno dovuto ripiegare su altri settori ? Quanti sono stati costretti ad emigrare? Un altro esempio della miopia politica è dato dal numero degli Istituti Alberghieri sul territorio irpino, che contraddice il non volere che i nostri giovani emigrino.

L’Istituto alberghiero , che è un’autostrada per i nostri emigranti, esiste ad Avellino, a Montoro, a Lioni, ad Ariano, a Marzano e a Mirabella. Non vi sembrano troppi? Mentre diminuivano gli abitanti, aumentavano le sedi dell’Alberghiero. Negli ultimi anni, sono maturate, sotto l’ombrello della Buona Scuola, altre incomprensibili decisioni: creazione di Licei Musicali e Licei dello Sport. Mi piacerebbe conoscere le ragioni di tali scelte. Ci vorrebbero manifesti con la scritta “Wanted” e la fotografia di chi ha pensato che era una cosa geniale. Vorrei domandare a questi scienziati: In quali settori e dove troveranno lavoro i poveri diplomati di questi due Licei? La scuola dovrebbe servire anche a creare gli anticorpi a difesa della Democrazia, dello Stato e delle Istituzioni. In altre parole, la scuola deve servire a formare l’uomo democratico e amante della libertà . Il mio pessimismo deriva dall’avere appreso che nelle graduatorie internazionali, il nostro Paese occupa gli ultimi posti. Cosa, che mi ha fatto riflettere anche sul tipo di assunzione del corpo insegnante, che risente del potere clientelare del sindacato. Inoltre, se paragono l’offerta scolastica della Campania a quella del Nord, mi vengono i brividi. Quanti giovani Campani si sono iscritti alle Università del Nord? E quanti vanno al Nord per conseguire un Master? Con tante Università in Campania, cediamo soldi ed energie al Nord. Nel 1982, da Presidente della Comunità Montana Partenio, coinvolgendo la Provincia e la Camera di Commercio, proposi l’istituzione di una Scuola di Management, per i giovani diplomati e laureati. Per me, un’altra delusione. Spero che le forze politiche e le Istituzioni, tolgano tempo agli inciuci per destinarlo alla riflessione sul problema Scuola, che è come le fondamenta per un edificio.

Luigi Mainolfi

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Milano, 21 settembre, presentazione ‘Il Vangelo Socialista’; Bolzano, 22 settembre proposte Psi

Čet, 20/09/2018 - 14:02

Milano, 21 settembre ore 18, Casa della Cultura di Milano (Via Borgogna 3), presentazione del Volume ‘Il Vangelo Socialista’

21-settembre-2018-il-vangelo-socialista Bolzano, sabato 22 settembre, presentazione proposte Psi. i candidati socialisti  nella lista  PD-PSE – Liste Civiche nella giornata di  sabato 22 settembre 2018 alle   ore   10.30  in  Lungotalvera S. Quirino/Ponte Talvera presentano alla cittadinanza le  proposte  della  Lista sul  tema  : Salute, prevenzione e cura al cittadino. Saranno presenti i candidati  Bertinazzo, Fonte, Tomi.

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Trieste, Mussolini e le leggi razziali

Čet, 20/09/2018 - 13:46

fascisti a triesteL’Assessore alla Cultura di Trieste ha negato agli organizzatori del Liceo cittadino “Petrarca” la sala per avviare un dibattito sulle leggi razziali proclamate da Mussolini il 18 settembre 1938 contro gli Ebrei, a seguito del “Manifesto della Razza” pubblicato sul “Giornale d’Italia”. L’invito, rivolto dagli studenti liceali, non ha ricevuto largo consenso dalla Giunta di destra, che ha “censurato il manifesto del progetto culturale”. Eppure la città di Trieste è stata un centro importante dell’ebraismo europeo, restando la “Porta di Sion” per gli esuli del Centro Europa in transito verso la Palestina o le Americhe.

Appoggiati dalla Preside, gli studenti liceali hanno espresso il desiderio di organizzare una mostra nella città dove il duce annunciò il provvedimento con solenni parole: “Triestini! …. nei riguardi della politica interna il problema di scottante attualità è quello razziale. Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie”, volte alla “conquista dell’Impero” e dettate da “una severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze ma delle superiorità nettissime”. Il provvedimento, comprensivo di un corpus di leggi antiebraiche, rimase in vigore fino al 25 luglio 1943 ed ebbe una chiara impronta razzistica biologica, costringendo le persone di “razza ebraica” ad allontanarsi dall’Italia e vietando loro di svolgere qualsiasi attività lavorativa.

A Trieste gli Ebrei si erano distinti per la loro operosità e per il loro senso di patriottismo italiano dal Risorgimento fino al successo del fascismo cittadino. Insigni storici come Tullia Catalan e da Michele Sarfatti hanno sottolineato l’efficienza organizzativa del Comitato italiano di assistenza agli emigranti ebrei, che ricevettero grande sostegno durante il regime fascista: nel periodo 1933-36 si ebbero 17-26 mila imbarchi annui. In quegli anni Mussolini, prima del suo cedimento al nazismo, non professò un acceso antisemitismo, come si può rilevare dal suo comportamento contraddittorio e da alcuni episodi riconducibili alla sua attività politica. L’8 marzo 1934 egli chiese informazioni al prefetto di Trieste per nominare senatore Edgardo Morpurgo, presidente e amministratore delegato delle Assicurazioni Generali.

Uno dei più attivi e apprezzati podestà di Trieste era stato Paolo Emilio Salem (nato nel 1884) che – come amministratore comunale dall’ottobre 1933 all’agosto 1938 – legò il suo nome al riordino urbanistico del centro storico con la demolizione di case fatiscenti e la costruzione di nuovi edifici. La destituzione di Salem come podestà era stata richiesta sin dalla sua nomina da autorevoli giornalisti come Ottavio Dinale che il 4 ottobre 1933 – sul quotidiano “Il Popolo d’Italia” – deplorò il fatto che a Trieste gli Ebrei detenessero “cariche, funzioni di comando e posti di controllo nella proporzione del cento per cento”.

Altri casi di fascisti triestini possono essere ricondotti a quelli di Piero Jacchia, uno dei fondatori dei fasci locali, che morì in combattimento il 14 gennaio 1937 contro la dittatura di Franco. Oppure quello di Enrico Rocca, anch’egli fascista della prima ora e insigne studioso di letteratura tedesca, morto suicida a causa delle leggi razziali. Il 17 giugno 1937 il presidente della Provincia di Trieste consegnò a Mussolini un lungo elenco degli ebrei triestini, identificati sulla base “della razza e non della religione professata”. Era il preludio della promulgazione delle leggi razziali, che furono invocate proprio a Trieste nel suo discorso del 18 settembre 1938, quando Mussolini definì l’ebraismo mondiale “un nemico irreconciliabile del fascismo” per il suo antifascismo, promulgando così quel corpus di leggi che confluì nell’esclusione degli Ebrei dalle cariche pubbliche e dall’esercito proprio a significare la loro identità etnica e la lontananza dalla patria italiana.

Nel caso degli Ebrei triestini fu approntato un elenco con le relative partenze e gli spostamenti da un luogo ad un altro per esercitare un controllo capillare sulle loro attività produttive. Così alla fine del 1938 le ditte ebraiche triestine furono censite e sottoposte al vaglio di specifiche commissioni nazionali. Il risultato fu quello di una loro svendita o di un passaggio fittizio a prestanome “ariani” delle ditte, molti delle quali mai restituite. Pittori e scultori furono esclusi dalle mostre e privati di ogni forma di sostentamento: nel settembre 1940 il museo comunale di Trieste rimosse dalle sale pubbliche le opere di artisti ebrei e ritirò il catalogo che ne illustrava la presenza. L’8 ottobre dell’anno successivo cominciò una sequela di atti intimidatori contro gli ebrei triestini, che quasi provocò venti giorni dopo l’incendio della sinagoga.

L’applicazione delle leggi razziali sconvolse infatti la comunità ebraica triestina, che fu privata dei suoi esponenti più autorevoli. Addirittura durante l’occupazione nazista molti ebrei furono arrestati dai tedeschi e concentrati a Trieste prima nel carcere del Coroneo e poi con la deportazione nella Risiera di San Sabba, l’unico forno crematorio esistente in Italia. Per gli Ebrei la Risiera divenne un centro di raccolta per la deportazione: almeno 1173 ebrei furono deportati da Trieste con 23 convogli o piccoli trasporti compiuti tra il 7 dicembre 1943 e il 24 febbraio 1945 (si vedano le molteplici pagine scritte da L. Picciotto Fargion, Il libro delle memoria. Gli Ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Milano 1991).

Questi episodi incresciosi, messi in rilevo dagli studenti liceali nella loro mostra, potrebbero sviluppare una benefica azione pedagogica e frenare i rigurgiti razzisti in atto in alcuni ambienti culturalmente degradati del nostro Paese. La conoscenza delle cosiddette “leggi della vergogna” dovrebbe essere meglio stimolata in molte città con mostre e attività culturali più di quanto sia stata fatta dalla Giunta di Trieste.

Nunzio Dell’Erba

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Immigrazione. Tusk: “Ora basta con la retorica”

Čet, 20/09/2018 - 13:43

tusk ue

Va in soffitta il principio delle redistribuzione obbligatoria dei migranti. Dopo mesi di battaglie, il Consiglio europeo di Salisburgo archivia d fatto un sistema che non era stato mai accettato soprattutto dai paesi del nord Europa. Ieri era stato il presidente della Commissione Jean Claude Juncker ad annunciare per primo il nuovo meccanismo per la gestione degli sbarchi e di redistribuzione che non riguarderà tutti i Paesi con le stesse modalità. “Chi non partecipa alla redistribuzione partecipa finanziariamente”, aveva ribadito ieri notte Giuseppe Conte rientrando in hotel dal vertice.

In buona sostanza il governo italiano accetta la linea della monetizzazione della solidarietà purché, questo il senso delle parole del premier, siano pochi gli Stati che non accettano quote di redistribuzione dei migranti e si impegnano, in alternativa, a un contributo finanziario. Quanti al massimo dovranno essere questi Stati affinché si possa parlare di meccanismo europeo, non si sa. Conte ha usato il termini ‘residuale”riferendosi al numero tollerabile. Grossomodo si può indicare che sceglierebbero la via “finanziaria” i quattro di Visegrad più Austria, probabilmente i tre Stati baltici, la Finlandia. Dunque, una decina su 27. Tutto dipenderà però anche dalla consistenza delle ‘quote” redistribuite. La possibilità del sostegno finanziario agli Stati più esposti alla migrazione, Italia, Grecia e Spagna, come alternativa alla ripartizione obbligatoria, era stata più volte sollevata dai paesi di Visegrad.

Insomma comincia sotto i peggiori auspici il vertice sui migranti di Salisburgo. Dopo un lungo silenzio è tornato a parlare il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk: “Basta al gioco delle colpe sull’immigrazione, non possiamo più essere divisi tra coloro che vogliono risolvere i problemi e coloro che vogliono usarli per un guadagno politico”, ha ammonito. “Bisogna affrontare il tema dell’immigrazione – ha aggiunto – senza retorica e puntare a risolverlo cooperando tra i diversi Paesi”. Un chiaro attacco ai sovranisti, e alle politiche del nostro Paese.

 

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Rugby Championship. Argentina: vincono perché sono duri

Čet, 20/09/2018 - 13:31

rugbyLa notizia della settimana è, anzi a pensarci bene quella del mese o forse del 2018, insomma gli All Blacks hanno perso con l’aggravante che la sconfitta è arrivata a Wellington, uno dei templi del rugby neozelandese, e contro i grandi rivali del Sudafrica. Non sono state sufficienti le mete dei “tutti neri” , 34 a 36 il risultato finale, contro un Sudafrica che ha giocato un match tutto orgoglio e forza fisica, alla vecchia maniera Bok, capaci di resistere gli ultimi 10 minuti ad uno tsunami nero e riaprendo di fatti il Championship.

Ci può essere qualcosa di più forte? Sì, l’Argentina che piega l’Australia a Brisbane per 19 a 23. Erano ben 35 anni che non succedeva. L’Australia è fra le grandi potenze finanziarie dove lo sport è una delle basi della società e i Governi Centrali e locali elargiscono milioni di dollari. L’Australia ha una delle nazionali di rugby più blasonate. Ma in questa Argentina è chiara l’impronta di Coach Mario Ledesma, uomo di rugby a tutto tondo con esperienze nel Top 14 francese come giocatore e in Australia come allenatore delle difese, capace di restituire i Pumas ai grandi fasti. Un gioco elementare senza troppi fronzoli con gli avanti che spingono ed i trequarti che corrono, tutto guidato da una mediana sagace. Insomma riesce ad accentuare temperamenti innati. La vittoria di Mendoza, un mese or sono, contro il Sudafrica, la bella prestazione se pur battuti di inizio mese contro gli All Blacks segnano positivamente il passo di questa squadra. Vi è stato un cambio generazionale senza grossi scompensi con giovani talenti di grande carattere che in molti ammirano e schiererebbero fra le proprie file.

E questa Argentina, sarà anche per l’innumerevole presenza di cognomi italiani, ci ha da sempre portato a raffronti con il nostro rugby e rimuginare come facciano ad essere sempre davanti, così in alto nel ranking, occupando tenacemente posizioni fra i primi dieci posti nella classifica mondiale, e a batterci sistematicamente. Una federazione, la UAR, che finanziariamente non vive nella prosperità, non potrebbe anche per i noti motivi economici che stanno tormentando lo stato argentino negli ultimi trent’anni, un campionato che da sempre vede innumerevoli poco più che adolescenti vivere con il mito della fuga nei campionati anglo-francesi. C’è stato un periodo in cui, in parecchi, si accasavano anche in Italia. Giocatori che non sempre li si poteva classificare di “prima scelta” ma da noi sfangavano la giornata con contratti economici poco più elevati di quello di un quadro direttivo nell’industria. Certo poi ci sono i Dominguez, i Parisse, i Castrogiovanni e i Neto e tanti altri che indossando la maglia Azzurra hanno portato lustro alla nostra nazionale. Ma questo non cambia e ti prende il mal di stomaco nel pensare a noi e quanto abbiamo e quella Terra così. Così agli antipodi da tutto il rugby che conta, così discosti dal giro di business. E poi arrivi ad una risposta, forse non proprio alla risposta tecnica ma con una sua logica, con un raziocinio. Sono un popolo tànghero e tanghèro, è gente dura che pare sia sortita dal pennello di un naif come Covili. A loro basta un pallone ovale e un paio di vecchie scarpe tacchettate per sgambare e azzuffarsi sulle zolle di un campo di periferia di una delle strepitanti popolose grandi città come in mezzo al nulla nel silenzio della pampas in Patagonia. Questi possono battere chiunque. Sono i figli e i nipoti di chi ha penato realmente e mordere la sofferenza è nel DNA. Sanno che, anche nel terzo millennio, spingere e correre può essere ancora il modo per fuggire dalle tante miserie che può riservare un paradiso infernale. Noi lo abbiamo dimenticato.

Rugbyingclass
di Umberto Piccinini

 

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Scrive Sonia Gradilone: Lo Stato non fa sconti neanche alla Lega

Sre, 19/09/2018 - 17:49

Le tasse, i tributi, le pretese dello Stato sono sempre indigeste, quando gli inglesi imposero denari anche sul tè, presero qualche sterlina in più ma rinunciarono ad un continente intero. Ribadisco anche, che uno dei principi cardine di un fisco meno pesante per i contribuenti è che “il pagamento sia comodo”. Comodo per i cittadini, non “ridicolo” o peggio “beffa” per chi si fa più cittadino degli altri, più rispettabile degli altri e chiede più comodo degli altri. La dilazione del dovuto allo Stato e concessa ai cittadini, va concessa a tutti, ma a nessuno è possibile che sia “straordinaria” oltre quello possibile a tutti. La Lega deve soldi allo Stato, se è vero lo decideranno i giudici, ma, se deve pagare, lo deve fare non in regime straordinario, ma in quello ordinario, altrimenti la sua libertà diventa ingiustizia per gli altri. Esistono rate annuali? NO, esiste una dilazione di 81 anni? NO. Allora la strada è: o si introduce per tutti, o non esiste per alcuno, Lega compresa. A noi socialisti non furono fatti sconti, ma furono aggiunti oneri e falsità. Ritenemmo ingiusto per noi quel che riteniamo ingiusto per gli altri, ma non abbiamo mai chiesto eccezioni per noi, mai. Abbiamo ritenuto, e riteniamo, le azioni nei nostri confronti in massima parte inique e politiche, ma non abbiamo chiesto trattamenti di favore.
Ci battiamo, e ci batteremo, perché anche la Lega abbia garanzie davanti ad attacchi politici, a magistrati “intraprendenti” “fantasiosi”, ma davanti alle condanne non possiamo tollerare nessuna altra misura che quella prevista per tutti. L’iniquità, i soprusi di poteri dello Stato, se ci sono, non si combattono con eccezioni, condizioni e trattamenti speciali, ma con la politica e le norme che, per noi socialisti sono uguali per tutti. Per noi tutti gli animali sono eguali e i maiali pure.

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IL GRANDE BLUFF

Sre, 19/09/2018 - 17:12

di maio

Alla fine anche i due vicepremier si devono arrendere all’evidenza. Per realizzare le promesse sbandierate in campagna elettorale c’è un solo sistema, sforare il tetto del deficit e quindi andare ben oltre l’1,6%, limite indicato dalla Ue e che il ministro Tria vuole assolutamente rispettare. Un punto essenziale questo sul quale si sta accendendo lo scontro interno all’esecutivo con il ministro Di Maio che ha addirittura detto di pretendere i soldi per il reddito di cittadinanza tanto caro ai pentastellati.  Al momento Tria si “limita” al ribadire che non si torna indietro su quanto deciso a Palazzo Chigi, ovvero che il deficit resti “murato” a quel’1,6% considerato l’argine giusto per non “irritare i mercati”. Reggerà? Ma c’è da chiedersi se reggerà il ministro delle finanze già al centro del malumori del vicepremier giallo-verde che in nome delle promesse elettorali è pronto a mandare all’aria il conti dello Stato.

“Ho piena fiducia nel ministro dell’Economia Giovanni Tria – si è affrettato a dire Di Maio – per quello che sta facendo e ho piena fiducia nel gioco di squadra che stiamo facendo come governo”. Dopo questa assicurazione di facciata Di Maio ha ribadito le priorità del governo: flat tax, reddito di cittadinanza e superamento della legge Fornero. “Le metteremo nella legge di Bilancio”. Sul come fare la ricetta è molto semplice: “Si attinge ad un po’ di deficit per poi far rientrare il debito l’anno dopo o tra due anni, tenendo i conti in ordine e senza alcuna manovra distruttiva dell’economia”.

In sostanza si scarica sul domani. Magari immaginando un voto che non arrivi tra cinque anni ma molto prima. Dipenderà molto dal risultato delle europee. Insomma il costo delle promesse ci allontanerà ancora di più dall’Europa pregiudicando un rapporto già compromesso dalla spregiudicatezza con cui Salvini ha affrontato il dossier immigrazione nei primi mesi dell’esecutivo.

Eppure i primi elementi di preoccupazione già ci sono. Come i dati Istat sul fatturato e ordinativi dell’industria in rallentamento e un conseguenza gap di crescita tra Italia e resto d’Europa. Anche il premier Giuseppe Conte, in un’intervista a “La Verità”, ha confermato che le misure saranno in manovra. Così come la pace fiscale (oggi i condoni si chiamano così) che, parole del presidente del Consiglio, “è imprescindibile”.  Intanto, contro l’intenzione di Tria di mantenere il deficit all’1,6% si schiera anche la sua viceministra, ovvero la pentastellata Laura Castelli, che ovviamente si schiera con il suo capo partito: “Vorrebbe dire non fare quasi niente, a meno che non si facciano solo tagli”, ha detto su Radio Capital. Parole che involontariamente smascherano senza appello il grande bluff di chi sta al governo mettendo in risalto la verità, ossia la non realizzabilità delle promesse fatte in campagna elettorale.

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Servizio Civile, pronto il bando. Bonus bus e metro, novità in arrivo

Sre, 19/09/2018 - 17:01

Civ Inps
APPROVATO ASSESTAMENTO DEL BILANCIO PREVENTIVO 2018

Il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps ha approvato l’Assestamento del Bilancio Preventivo 2018. Ne ha dato notizia una nota che ricorda come “gli organi dell’Inps hanno aggiornato il Bilancio Preventivo 2018 dell’Istituto sulla base della situazione finanziaria al primo semestre di questo anno”. “I riscontri al 30 giugno hanno permesso di registrare un contenimento del ‘rosso di bilancio’ (disavanzo) prevedibile al 31/12/2018 in 1,841 miliardi di euro con un dimezzamento in confronto alle previsioni di inizio anno. Questo risultato riflette la moderata ma positiva crescita delle ore lavorate, che hanno comportato un incremento dello 0,6% dei contributi da imprese e lavoratori del settore privato”, prosegue la nota del Civ.
I contributi Inps ammontano complessivamente a 228,794 miliardi di euro, per far fronte alle prestazioni previdenziali (pensioni al netto delle componenti assistenziali) e a quelle di protezione sociale (cassa integrazione, naspi) che necessitano di 229,461 miliardi di euro a carico del sistema solidale tra imprese e lavoratori. Il Civ sottolinea che queste attività (“cuore dei compiti dell’Istituto”), presentano quindi una previsione di disavanzo di 667 milioni di euro che potrà essere coperto da un positivo andamento della ripresa economica.
“Le prestazioni a carico del Bilancio dello Stato di carattere assistenziale o di protezione sociale fanno registrare una riduzione dello 0,9% relativa alla contrazione delle prestazioni per invalidità civile ed accompagnamento. Nonostante questi contenimenti di spesa i trasferimenti dallo Stato a questo titolo pesano sul disavanzo Inps per 621 milioni di euro”, evidenzia la nota.
Il Civ dell’Inps, nel quale sono rappresentati lavoratori e imprese, cioè i maggiori contribuenti, ha rimarcato, nell’approvare l’assestamento al Bilancio 2018, come “il disavanzo sia conseguenza, anche, di un prelievo ‘forzoso’ di 798 milioni di euro dai contributi Inps, prefigurato dalle norme della cosiddetta spending review e, quindi, destinato alle Casse dello Stato”. Un prelievo che porta alla diminuzione degli investimenti in tecnologia e innovazione e risorse umane e che alimenta, inevitabilmente, criticità organizzative e funzionali.
Grava, inoltre, negativamente la politica di cartolarizzazione del patrimonio istituzionale dell’Inps costretto, oltre un decennio fa, alla cessione delle più importanti sedi con l’obbligo, fino al 2022, di sottoscrizione di onerosi canoni di affitto. Risulta importante sottolineare, altresì, che i pensionati Inps concorrono, con il prelievo sulle pensioni, al fabbisogno del Bilancio dello Stato con un versamento annuo di oltre 56,377 miliardi di euro.
Il Civ Inps ha anche messo in rilievo che nella prossima Legge di Bilancio per il 2019 risulterà opportuno prevedere il rifinanziamento dei provvedimenti adottati negli scorsi anni per sostenere l’occupazione e gli ammortizzatori sociali. È poi urgente che le diverse amministrazioni pubbliche mettano a disposizione dell’Inps i dati dei contributi dovuti per i dipendenti pubblici affinché essi abbiano piena consapevolezza della propria storia contributiva.
Guglielmo Loy, presidente del Civ Inps, proponendo l’approvazione in via definitiva dell’Assestamento del Bilancio Preventivo 2018 ha precisato che “la situazione Inps mette in mostra la possibilità di mantenere un importante ruolo dell’Istituto come soggetto di garanzia del nostro welfare. Occorre, però, una forte iniziativa del legislatore che liberi l’Inps da prelievi economici gravosi e dai vincoli che ne riducono l’efficienza e rallentano il miglioramento dei servizi verso l’utenza anche per prevenire l’eccesso di contenzioso”. Continua la nota del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps.
“Il Civ Inps è impegnato a costruire un rapporto positivo con i cittadini, le parti sociali e gli intermediari istituzionali, anche per mezzo di un forte impulso agli ‘open data’, affinché tutti possano essere partecipi delle scelte strategiche di carattere previdenziale e di protezione sociale”, afferma la nota.
“Questi dati fanno pure maggiore chiarezza, non solo sullo stato economico dell’Istituto, ma anche sulla più netta distinzione tra le uscite di carattere previdenziale rispetto a quelle, orientate dalle leggi e da scelte politiche, più strettamente assistenziali e di incoraggiamento alla crescita economica. Maggiore comprensibilità andrebbe riportata anche nel Bilancio generale dello Stato per permettere all’opinione pubblica ed ai cittadini di avere il massimo della trasparenza su un tema, quello della sostenibilità della protezione sociale, che coinvolge 40 milioni di cittadini”, conclude la nota del Civ dell’Inps.

Servizio civile
BANDO PER 50MILA VOLONTARI

Sono 53.363 i posti disponibili per i giovani tra i 18 e 28 anni che vogliono diventare volontari di Servizio Civile. Fino al 28 settembre 2018, infatti, riferisce il Dipartimento della Gioventù e del Servizio civile nazionale della Presidenza del Consiglio dei ministri, è possibile presentare domanda di partecipazione a uno dei 5.408 progetti che si realizzeranno tra il 2018 e il 2019 su tutto il territorio nazionale e all’estero.
Nel bando nazionale sono inseriti anche i 94 progetti all’estero, che vedranno impegnati 805 volontari, e i 151 progetti ‘sperimentali’ che consentiranno a 1.236 giovani di ‘collaudare’ alcune novità introdotte dalla recente riforma del servizio civile universale. Si tratta, nello specifico, della flessibilità della durata del progetto e dell’orario di servizio; di un periodo di tutoraggio, fino a tre mesi, finalizzato a facilitare l’accesso al mercato del lavoro dei volontari o, in alternativa, di un periodo di servizio in un altro Paese dell’Unione europea; di misure che favoriscono la partecipazione dei giovani con minori opportunità.
Quest’anno, per facilitare la partecipazione dei giovani al Bando volontari e, più in generale, per avvicinarli al mondo del servizio civile, è stato realizzato il sito dedicato www.scelgoilserviziocivile.gov.it che, spiega il dipartimento, “grazie al linguaggio più semplice, diretto proprio ai ragazzi, potrà meglio orientarli tra le tante informazioni e aiutarli a compiere la scelta migliore”.
Per consultare l’elenco dei progetti di Servizio Civile disponibili in Italia e all’Estero basta utilizzare i motori di ricerca ‘Scegli il tuo progetto in Italia’ e ‘Scegli il tuo progetto all’Estero’ collocati nella sezione ‘Progetti’ del sito ufficiale. La domanda di partecipazione e la relativa documentazione vanno presentati a mano, via pec o con raccomandata direttamente all’ente che realizza il progetto scelto entro il 28 settembre 2018 .

Economia
ARRIVA IL BONUS PER BUS E METRO

Bonus bus e metro, novità in arrivo. Le spese sostenute quest’anno per l’abbonamento a metropolitana e trasporto pubblico locale, regionale e interregionale possono essere detratte con la dichiarazione dei redditi 2019. È quanto ricorda l’Agenzia delle Entrate, via Twitter, specificando che “la legge di Bilancio 2018 ha introdotto una detrazione Irpef del 19% per le spese sostenute per l’acquisto degli abbonamenti ai servizi di trasporto pubblico locale, regionale e interregionale, su un costo annuo massimo di 250 euro”.
“L’agevolazione – si legge sul sito dell’Agenzia – riguarda sia le spese sostenute direttamente dal contribuente per l’acquisto di un abbonamento del trasporto pubblico, sia quelle affrontate per conto dei familiari fiscalmente a carico. Per le detrazioni relative all’acquisto dell’abbonamento da parte dei cittadini e dei familiari a carico dovranno essere conservati il titolo di viaggio e la documentazione relativa al pagamento”.
Inoltre, “non concorrono a formare reddito di lavoro le somme erogate o rimborsate ai dipendenti dal datore di lavoro o le spese sostenute direttamente da quest’ultimo per l’acquisto degli abbonamenti per il trasporto pubblico del dipendente e dei suoi familiari”.

Carlo Pareto

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Vertice sui Migranti. Europa ancora divisa

Sre, 19/09/2018 - 16:48

Italian Prime Minister Giuseppe Conte talks with Foreign Minister Enzo Moavero Milanesi during his first session at the Lower House of the Parliament in RomeL’Italia, con il pressing del premier Giuseppe Conte e del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, insiste nel chiedere una risposta europea alla gestione dei flussi migratori del Mediterraneo. Ma perché questa risposta arrivi, se arriverà, bisogna aspettare ancora. Di certo non c’è nulla di decisivo, né sulla questione dei porti di sbarco delle missioni europee, né sulla riforma del regolamento di Dublino sull’asilo. Dal vertice informale dei leader dell’Ue in programma oggi e domani a Salisburgo potrebbe arrivare qualche risposta. All’appuntamento, gli Stati del Vecchio Continente si presentano ancora una volta divisi.

Delle questioni poste in discussione, nel recente incontro a Roma, Conte ne ha parlato con il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, il cui Paese ha fino a dicembre la presidenza di turno dell’Unione. Kurz, dopo avere incontrato Merkel e Macron, a Roma ha fatto l’ultima tappa del suo tour organizzato per tastare il polso dei diversi Paesi in vista del vertice. Conte lo ha incalzato: “Se non vogliamo un altro caso Diciotti abbiamo bisogno di una risposta europea”. Conte ha anche ribadito al premier austriaco la posizione fortemente contraria dell’Italia su un’altra questione: quella dei doppi passaporti che Vienna vorrebbe per i cittadini altoatesini di lingua tedesca e ladina. Sulle migrazioni, il premier italiano ha ribadito la richiesta di più investimenti in Nord Africa e di rivedere le missioni europee, per far sì che anche i porti di altri Paesi rivieraschi siano coinvolti negli sbarchi. Kurz ha sottolineato ancora una volta la necessità di rafforzare quanto prima Frontex, l’agenzia Ue per il controllo delle frontiere, come propone la Commissione europea, anche se l’idea ha già suscitato perplessità in vari Stati membri. Nel blocco dei Paesi Visegrad, ad esempio, nel mirino delle critiche c’è sia il rafforzamento del mandato dell’agenzia perché svolga compiti all’interno dei Paesi, sia il fatto di destinarle più finanziamenti. La Repubblica Ceca ha già dichiarato: “Meglio dare i fondi direttamente agli Stati”.

I capi di Stato e di governo dell’Ue parleranno del punto specifico di Frontex in una discussione ad hoc prevista per domani durante il vertice in Austria. Gli altri dossier relativi al nodo delle migrazioni saranno invece affrontati già stasera a cena. Ma secondo fonti europee non c’è da attendersi alcuna svolta o passo in avanti. L’unica speranza potrebbe essere quella di recuperare un clima costruttivo, come ha chiesto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, il quale ha ammonito: “La crisi rimarrà irrisolvibile finché ci sarà qualcuno che non vuole risolverla e che di fatto la usa per i propri tornaconti di consenso”. Nei palazzi delle istituzioni europee è palpabile il fastidio nei confronti di certe prese di posizioni muscolari contro l’Ue. Anche il ministro degli Esteri, Moavero, volato a Bruxelle per una riunione del Consiglio Affari Generali, ammettendo che il clima non sia dei migliori per una soluzione condivisa, sui migranti ha detto: “Siamo molto divisi, anche aspramente. Ma si tratta di una questione reale, politica e concreta, con un’incidenza sui flussi elettorali”. Un tema, insomma, su cui potrebbe giocarsi una buona fetta di campagna elettorale per le europee in calendario la prossima primavera.

In concomitanza dell’incontro di Salisburgo, l’Unione Africana ha espresso ‘sconcerto’ per le frasi del vice premier e ministro dell’Interno Matteo Salvini. L’Organizzazione Africana, in un comunicato ha scritto: “Nella recente conferenza a Vienna ha paragonato gli immigrati africani agli schiavi. L’Unione Africana chiede al vice premier italiano di ritirare la sua sprezzante affermazione sui migranti africani”. Già nei giorni scorsi il ministro aveva tuttavia precisato il senso della sua frase spiegando di non aver mai definito schiavi i migranti.

L’ufficio stampa del ministro Salvini aveva scritto: “E’ necessario smentire seccamente alcune ricostruzioni della stampa internazionale, secondo le quali il ministro Salvini avrebbe definito ‘schiavi’ gli immigrati africani. Come è facilmente verificabile dai numerosi video e dalle dichiarazioni del ministro, Salvini non ha mai insultato gli africani, ma anzi ha censurato l’idea di farli arrivare in Europa per costringerli a lavorare e/o a vivere in condizioni così degradate da ricordare, appunto, la schiavitù. Esattamente il contrario di quanto riportato da alcuni organi di informazione stranieri”.

Criticando la posizione del vice premier e ministro dell’Interno Matteo Salvini sulla questione dei migranti, nel comunicato dell’Organizzazione Africana si legge anche: “L’Unione Africana invita l’Italia a seguire l’esempio e sostenere altri Paesi membri dell’Unione europea, come la Spagna, che hanno dato sostegno e protezione ai migranti in difficoltà, indipendentemente dalla loro origine e status legale, prima che il loro status per l’ammissione venisse determinato. L’emigrazione dall’Italia, negli ultimi due secoli, è stata il più importante caso di migrazione di massa nella Storia moderna dell’Europa, poiché dal 1861 al 1976 oltre 26 milioni di persone hanno lasciato il Paese e l’Italia ha beneficiato grandemente di questa gigantesca diaspora attraverso le rimesse e il commercio”.

Domani sapremo come si concluderà il summit europeo a Salisburgo. Ma sembrerebbe che non ci saranno passi avanti nella UE per regolamentare un fenomeno che è sempre esistito tra i diversi popoli della terra e che l’Italia aveva ottimamente risolto con la legge ‘Martelli’.

Salvatore Rondello

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Europa: nessun cenno a prossimi restyling

Sre, 19/09/2018 - 16:45

L’ultima riunione del Parlamento europeo ha messo sotto accusa l’Ungheria, aggirando il regolamento che prevede che qualsiasi intervento sia fatto contro un Paese membro avvenga per decisione della maggioranza dei due terzi del parlamento. In quell’occasione, il Presidente Jean-Claude Junker ha tenuto il suo discorso prima delle prossime elezioni continentali.

Che il clima in Europa sia surriscaldato e non a causa di effetti climatici mi pare di tutta evidenza, così come è di tutta evidenza che l’unica cosa concreta che è stata realizzata è la moneta unica. Per il resto di particolarmente significativo non è stato fatto nulla, o poco di più.

La solfa che in Europa sono ottanta anni che non ci sono più guerre, dopo secoli e secoli di cannoneggiamenti, non regge più: i ragazzi di oggi non sanno neanche dei milioni di morti e feriti delle due guerre mondiale, oltre a non avere più anziani in casa che raccontano gli stenti e la fame che l’ultimo devastante conflitto ha generato. Quello che però avvertono è la guerra quotidiana strisciante fatta dai signori dell’Euro e della Troika, da chi impone il ricatto: “o lo spread o il rispetto dei parametri deciso nei Trattati”, da chi ha una visione della democrazia subalterna alle oligarchie finanziarie e bancarie.

I ragazzi, oggi, sono nati in Europa e si sentono europei, per questo la politica, a parte l’Erasmus, avrebbe potuto e dovuto fare molto di più. Molto di più del dire “Prima la stabilità economica, poi i diritti sociali, il lavoro, la democrazia”.
Invece, sembra che la demenza senile degli Juncker sia stata più attenta all’apparato burocratico che a ringiovanire un continente vecchio e stanco. Quando parlo di ringiovanire non necessariamente mi riferisco ad un fatto anagrafico, alla “rottamazione”… perché si può essere cretini a venti anni e capaci a settanta, come il contrario. Macron è giovanissimo, eppure è più “vecchio” di un Corbyn ad esempio.

Dall’avvento della moneta unica si parla solo di banche e finanza, ma non si è mai parlato di un fisco comune, di un welfare comune, di una scuola e lingua comune, oltre ad una giustizia comune, insomma di tutto ciò che unisce un popolo sotto un’unica bandiera e sotto le medesime istituzioni. La pace, come dicevo, è importantissima, così come sono importanti l’Euro e la NATO, ma è poco, troppo poco come risposta a quei cittadini impoveriti che mordono il freno del cambiamento.

Ho citato Juncker, solo perché il suo intervento non doveva essere l’elenco di una serie di banalità, ma avrebbe dovuto infiammare il Parlamento spalancando le porte ad un futuro che ridimensionasse i divieti e aprisse a nuovi mercati così come al rilancio dell’intervento pubblico in settori chiave come quello della ricerca e della cultura; insomma, parole di speranza per famiglie in difficoltà che non vogliono elemosine, ma opportunità.

Aver ridotto l’Europa ad una discussione continua sui migranti, aver affossato Paesi Membri come la Grecia e messo sotto accusa uno Stato sovrano come l’Ungheria in nome di regolamenti che, guarda caso, favoriscono sempre i più ricchi del Reame non mi sembrano segnali che fanno sperare in una rimonta elettorale europea a favore dell’Unione. Mai come oggi, invece, l’Unione avrebbe bisogno di un plastico di restyling a cominciare da tutto ciò che favorirebbe l’unione dei cittadini: lavoro e sviluppo, welfare, unione fiscale che consenta un’equa redistribuzione della ricchezza e una diminuzione delle diseguaglianze, investimenti in settori strategici e una Costituzione politica. Una strada che sembra oggi lontanissima, soprattutto per la mancanza di volontà di intraprenderla da parte di eurocrati come Juncker

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Legittima Difesa. Bonafede, competenza non è di Salvini

Sre, 19/09/2018 - 16:42

legittima difesaIl governo punta a modificare la legge sulla legittima Difesa e Salvini punta a farne uno dei fiori all’occhiello del suo Esecutivo, dopo aver puntato sul tema dell’immigrazione, il leader leghista passa ora anche all’ampliamento dei diritti nell’uso delle armi di fronte, in particolare, all’irruzione notturna di ladri in casa. Ma il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede all’Aria che tira precisa: “La competenza non è di Salvini”, precisando che è materia del Guardasigilli.
Bonafede ha poi risposto al presidente dell’Anm, Francesco Minisci, secondo cui con la riforma della legittima difesa “si rischia di legittimare l’omicidio” e di “fondare una giustizia fai da te”. “Una frase sbagliata e molto generica”, ha commentato Bonafede. “Il presidente dell’Associazione nazionale magistrati ha tutto il diritto di esprimere perplessità, ci mancherebbe – ha proseguito – ma la frase è generica e non dice nulla del testo”. Minisci si era dichiarato poi, preoccupato “per un eventuale liberalizzazione” della vendita d’armi. “Siamo contrari – ha detto – alla vendita nei supermercati”, scatenando subito la reazione del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che aveva denunciato “un’invasione di campo”.
Ma nonostante i moniti del Guardasigilli al Ministro degli Interni sulle ‘varie competenze’, sulla materia interviene anche il Ministro della Pubblica Amministrazione, Giulia Bongiorno, per la quale “chiunque entri in casa altrui per rubare o per uccidere ne accetta le conseguenze”.

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Vita, Famiglia e Libertà. Intergruppo ‘ultracattolico’

Sre, 19/09/2018 - 16:01

gandolfiniL’Italia continua a mettere le lancette indietro, dopo la discussione del famigerato ddl Pillon che porterebbe alla cancellazione dell’assegno di mantenimento rendendo più difficile il divorzio per donne meno abbienti, adesso lo stesso senatore leghista, Simone Pillon, prende parte a un nuovo progetto politico. L’intergruppo, presentato ieri sera a Palazzo Madama, si chiama Vita, Famiglia e Libertà, è composto da 150 parlamentari, e ha come obiettivo contrastare i cambiamenti che ha avuto il nostro Paese con l’approvazione delle leggi sulle unioni civili e sul fine vita. Ma non solo. Ad essere promossi sono natalità, obiezione di coscienza sul testamento biologico, genitorialità e “scoraggiare il ricorso all’aborto”.
Il promotore dell’iniziativa è stato Massimo Gandolfini, neurochirurgo di Brescia e organizzatore dei Family Day del 2015 e 2016, oltre a Simone Pillon c’erano Maurizio Gasparri, Gaetano Quagliarello e il leghista Alessandro Pagano. Tra loro poi anche i cinquestelle, come la grillina Tiziana Drago, che tempo fa aveva organizzato una “veglia” delle Sentinelle in piedi a Catania.

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Luca Pellegri Comunità, identità. Unità?

Sre, 19/09/2018 - 15:28

Ci sia consentita una breve riflessione ed un auspicio fondato sulla bella Festa dell’“Avanti!” a Caserta lo scorso fine settimana.

Grazie all’ostinazione ed all’impegno dei compagni Casertani, di Mauro Del Bue e del PSI abbiamo vissuto tre giorni certamente pieni di dibattiti politici, ma soprattutto un momento di incontro reale, direi fisico, della comunità socialista, dal Piemonte alla Sicilia, senza mediazioni telefoniche, virtuali, “Social media”.

Ora, è proverbiale la litigiosità intrinseca del socialista medio, tanto da farsi maniera e caricatura, che pur essendo una deformazione, nasce sempre da un principio di verità. Ne siamo perfettamente consapevoli. Eppure la festa è stata davvero Festa; senza ipocrisia ma in maniera spontanea, nelle coscienze delle compagne e compagni ha prevalso lo spirito di fratellanza.

Questo clima che tutti ha avvolto si è basato, molto probabilmente su due evidenze immediate ed inconfutabili: siamo una Comunità reale fondata su un’Identità molto forte, storica, culturale, politica.

Questa evidenza è rafforzata, per contrasto, nell’osservare lo smarrimento, e di questa osservazione nessuno ce ne voglia, degli amici e compagni del PD, palesemente afflitti da una profonda e forse irreversibile crisi di identità tanto da apparire come una foto completamente sfuocata e “mossa”. Questa crisi identitaria inevitabilmente pesa e rende più laschi i vincoli di Comunità.

Da aggiungere che in molte parti d’Italia, compagni che si richiamano con forza all’identità socialista lavorano e si sacrificano come matti per creare occasioni di incontro reale, spinti soprattutto da una necessità interiore a mantenere solida, e lo riscriviamo per sottolineare il concetto, la propria identità socialista.

Chi scrive queste righe ritiene, con molta umiltà, di aver compreso questo meccanismo virtuoso: il mio ritorno alla militanza attiva dopo tanti anni è certamente legato alla necessità interiore di ristrutturare la mia identità socialista e quindi di farlo in mezzo ai socialisti.

Nel titolo di questo articoletto, dopo la parola unità c’è un punto interrogativo. Archiviando per sempre la questione della “diaspora socialista” ripartiamo da questi due mattoni: identità, comunità.

10, 100, 1000 Caserta, se son rose (anzi garofani) fioriranno

Grazie Caserta

Grazie Avanti! Grazie a tutte le Socialiste e Socialisti d’Italia

Luca Pellegri

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