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In nome del popolo italiano. L’arresto di Tortora

Ned, 17/06/2018 - 18:17

tortora arrestoI gendarmi aspettarono l’alba e i fotografi per poterlo arrestare: l’uomo più popolare e amato dell’Italia degli anni ’80 era in manette. 35 anni fa Enzo Tortora veniva consegnato alla gogna mediatica pronto per essere dato in pasto ai media e ai giustizialisti con la bava alla bocca. E ancora peggio fu che quell’uomo era innocente.
Ma l’Italia sembra non solo aver dimenticato quegli anni e quelle vicende che portarono alla distruzione della vita del conduttore di Portobello, ma tutt’ora mille persone finiscono ogni anno in carcere ingiustamente e per questo vengono risarcite dallo Stato.
Proprio per questo il Partito Radicale ha voluto ricordare il giorno di quell’arresto mettendo in evidenza gli attuali punti critici di una giustizia che spesso finisce per condannare con ‘leggerezza’ non solo persone note che hanno quindi la possibilità di proclamare la propria innocenza, ma uomini e donne comuni a cui viene sottratta una parte delle loro vita. Maurizio Turco ha ricordato che dopo il referendum nel 1988 quella volontà popolare che si era pronunciata a favore della responsabilità civile dei magistrati venne in realtà tradita. E riferendosi all’attuale governo ha precisato: “Se ci saranno riforme giustizialiste pretendiamo un dibattito pubblico al riguardo”.
Francesca Scopelliti, Presidente della Fondazione Internazionale per la Giustizia Enzo Tortora, ha ricordato quei giorni di dolore del giornalista Rai, ma soprattutto ha messo in risalto l’involuzione culturale sul tema delle carceri. “Far capire al popolo che non sempre chi va in galera è colpevole”. I cittadini spesso sono manettari perché si ritrovano di fronte persone libere dopo una sentenza di colpevolezza non sapendo che  l’imputato ha già scontato la condanna con il carcere preventivo.
E riprendendo il tema della responsabilità della magistratura ha innanzitutto precisato che non si dovrebbe mettere alla berlina la categoria, ma che “almeno i magistrati che sbagliano non facciano carriera”. Com’è invece avvenuto con quelli che condannarono Tortora e dei quali, al contrario di come avviene con i condannati, non si parla mai e non si “fanno mai i loro nomi”. Non è lo stesso per i presunti colpevoli, le cui facce e nomi si ‘guadagnano’ le pagine dei giornali.
E’ il caso di Ilaria Capua, ricercatrice e già deputata di Scelta Civica, che si è ‘guadagnata’ la prima pagina dell’Espresso con accuse infamanti di aver venduto e ‘trafficato virus’. Una storia che la stessa virologa ha raccontato in prima persona. Ma esistono altre le vittime di ingiusta detenzione di cui nessuno parla, alcuni dei quali presenti alla Conferenza: Gerardo De Sapio, Vittorio Gallo, Bruno Lago, Antonio Lattanzi, Anna Maria Manna, Angelo Massaro, Diego Olivieri, Antonio Perruggini.
Di questi casi e di altri e soprattutto per rendere note le vittime della malagiustizia in Italia, si occupa il sito errorigiudiziari.com creato da Valentino Maimone e Benedetto Lattanzi. Un sito nato dal caso di Schillaci, padre ingiustamente accusato di pedofilia e altri clamorosi errori giudiziari. Ma soprattutto Maimone ha reso noto qualcosa che conoscono in pochi, la facoltà di non rispondere “spesso dovuta a timore nei confronti del Giudice” è inserita tra quei punti che portano a non risarcire la vittima di ingiusta detenzione.

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Onestà, onestà…

Sob, 16/06/2018 - 16:56

Se fossi il presidente Pallotta manderei tutto all’aria e me ne tornerei in America convinto che a Roma non solo non sia possibile svolgere un’Olimpiade, ma neppure costruire uno stadio pagato dai privati. Se fossi il sindaco Raggi svanirei nel nulla come un fantasma che qualche follia elettorale ha voluto incarnare. Questa povera ragazza, che si trova per quei misteri umani che alla lunga diventano inspiegabili, alla guida della capitale d’Italia è un pesce fuor d’acqua. Non si accorge di nulla. Non si era accorta ieri delle irregolarità commesse dal suo Marra, fedelissimo, uno del raggio magico, capo del personale al Campidoglio, accusato di aver intascato una tangente. La dichiarazione della candida Virginia dopo l’arresto, é stata: “Lui fuori noi avanti”. Il che stonava anche con la situazione di fatto, essendo Marra dentro.

Poco prima il magistrato in pensione De Dominicis, appena nominato assessore, era stato costretto a rinunciare perché indagato, e se n’erano andati Carla Ranieri, il capo di gabinetto che aveva sostituito un altro del raggio magico, quel Frongia spostato poi alla guida dell’assessorato allo sport. Era stata costretta alle dimissioni ed era scattata una curiosa catena di solidali dimissioni che avevano coinvolto l’assessore Marcello Minenna e il vertice dell’Atac. Poi la dichiarazione della Raggi, quel “Noi non ci fermiamo” che era apparsa più una minaccia di una assicurazione. E ancora, le dimissioni di Paola Muraro dall’assessorato all’Ambiente dopo aver ricevuto un avviso di garanzia per reati ambientali. E non ricordo cos’altro in questo turbine di tensioni, arresti, sostituzioni, minacce, rese dei conti, proclami, rifiuti, indecisioni. Con la Lombardi contro la Raggi e Di Battista a mediare. Con Grillo dalla barba sempre più ispida e dagli occhi felini.

Non credo che sia tutto e non voglio continuare negli elenchi. Anche perché non vorrei dimenticare la figuraccia di Virginia sulle Olimpiadi gentilmente cedute all’esterefatta Parigi. E quel suo mancato appuntamento con Malagò che l’attendeva in comune mentre lei era a pranzo coi suoi. E arriviamo allo stadio. E prima alla farsa Almirante. C’è di tutto nelle vie italiane, figurarsi se mi devo scandalizzare per Almirante. Certo è che rifiutare via Craxi, leader del Psi, vice presidente dell’Internazionale socialista e presidente del Consiglio italiano, fa rizzare tutti i peli di tutte le parti dei corpo. Meglio un dirigente della Republica di Salo del figlio del vice prefetto della Liberazione di Milano? Quando hanno comunicato alla Raggi la decisione del Consiglio comunale, Virginia ha confessato di non saperne nulla. Come, quasi, sempre. Poi ha fatto marcia indietro.

E adesso? Adesso esplode la triste vicenda di questo Lanzalone, uno dei massimi dirigenti della municipalità pentastellata, la figura di più alta esposizione sulla vicenda stadio (ma non é Frongia l’assessore allo sport, perché coinvolgere o addirittura delegare siffatta competenza a un non assessore?), nonché presidente dell’Acea. Costui conterebbe un passato nelle giovanili socialiste, figurarsi se i giornali se lo lasciavano scappare, e una collocazione in una non meglio definita “area Cicchitto”, aggiunge il Corriere, e non si capisce quale visto che Cicchitto non ne aveva alcuna e che Lanzalone ha ben 28 anni in meno di Cicchitto col quale non poteva certo far comunella nella Fgsi. Luca Lanzalone é stato arrestato con l’accusa di corruzione, dopo le telefonate che lo hanno visto coinvolto col costruttore Parnasi. Sapete come ha reagito Virginia? Cosi: “L’avvocato Luca Lanzalone era diretta espressione dei vertici del M5S e mi fu suggerito dagli attuali ministri Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro dopo l’arresto dell’ex dirigente e mio collaboratore Raffaele Marra». Una chiamata in correo bella e buona. L’avrà capito il sindaco dell’unica città dove il Pd vince? Ma perché il vecchio Previti non ha insegnato a lei e ai suoi come si fanno certe cose? Come diceva il vecchio sir John Falstaff: “Rubar con garbo e a tempo. Siete dei rozzi artisti”. Altro che “Onestà, onestà”….

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Il Psi a Caserta

Sob, 16/06/2018 - 12:28

Ultimata la tre giorni casertana. Socialisti da prendere ad esempio. Sezioni aperte nei comuni, tre consiglieri comunali e due assessori a Caserta città. Molti giovani. Sindaci del Pd che si stanno avvicinando a noi. A settembre propongono di allestire una festa nazionale dell’Avanti nella magnifica cornice del Belvedere, sopra la Reggia. Qui non parlano di Nencini e Bobo, di me o di Biscardini. Agiscono sul territorio e aggregano gente. Instancabile il contributo del mio amico Francesco Brancaccio. Ringrazio tutte le compagne e i compagni che mi hanno accolto con un senso dell’ospitalità commovente. Ringrazio la sezione di Cesa con il vice sindaco socialista Esposito in prima fila, Giggino di Sant’Arpino per lo striscione davvero eccessivo che mi ha voluto dedicare, ringrazio il sindaco di Cesa, quello di Maddaloni, quello di Sant’Arpino, la consigliera comunale socialista Rosanna Boerio che ha battuto ogni record di preferenze. Ringrazio il consigliere comunale di Caserta Jannucci che mi ha traghettato alla stazione, e ringrazio l’avvocato per le riflessioni anche critiche, e tutti per le meravigliose mozzarelle.

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AFFAIRE DI STADIO

Pet, 15/06/2018 - 19:22

stadio romaL’affaire-stadio cresce. Così come si allunga la lista degli indagati. Anche Giovanni Malagò finisce sul taccuino della Procura di Roma. Il presidente del Coni avrebbe favorito la costruzione dell’impianto sportivo di Tor di Valle in cambio di “utilità” destinate al genero. A mettere nei guai il numero uno dello sport italiano è stata un’intercettazione. Nella conversazione con Luca Parnasi – l’imprenditore accusato di corruzione e finanziamento illecito – si evincerebbe la richiesta di Malagò di migliorare la situazione professionale del fidanzato della figlia Ludovica. Secondo gli inquirenti, la dimostrazione dell’accordo tra il costruttore e Malagò è rappresentata nel cambio di opinione del Coni, inizialmente scettico, sul progetto dello stadio. All’improvviso la struttura fu giudicata “conforme”. Nonostante i dubbi precedenti. Il presidente del Coni ha comunque smentito ogni coinvolgimento nella vicenda.

La caccia della pm Barbara Zuin e dell’aggiunto Paolo Ielo si allarga, dunque. E si fa sempre più grossa. Membri del Governo, come il sottosegretario Giorgetti, possono vantare una solida amicizia con Parnasi. Amicizia che sarebbe sfociata in finanziamenti alla fondazione vicina alla Lega. Circa 200 mila euro per la campagna elettorale delle politiche. Anche i rapporti con il Movimento 5 Stelle sarebbero strutturati. Soprattutto con Luca Lanzalone, il presidente grillino di Acea finito in manette. A leghisti e pentastellati Parnasi avrebbe garantito anche i biglietti per accedere alle partite della Roma. “I grillini sono miei sodali – si legge in un’intercettazione di Parnasi – qui il Governo lo sto facendo io. Se vincono loro è fatta”.

La posizione peggiore, per ora, è quella del Movimento 5 Stelle. Da sempre cavalieri senza macchia, da un paio di giorni l’esercito che fa capo a Di Maio ha scoperto il garantismo. Meglio tardi che mai. In compenso indagini, arresti e rinvii a giudizio andranno spiegati agli elettori, che hanno già iniziato a storcere il naso. In cima alla lista c’è naturalmente Virginia Raggi. La sindaca, che dovrà presentarsi davanti a un giudice la settimana prossima per rispondere alle accuse di falso, oggi si è recata in Procura. A piazzale Clodio è stata ascoltata dai magistrati come persona informata dei fatti. Raggi ieri sera ha voluto precisare di sentirsi “parte lesa” e di non essere coinvolta nella storia dello stadio. A essere messa in discussione dall’opinione pubblica, tuttavia, non è mai stata la sua onestà, ma la sua capacità amministrativa.

Sulla questione è intervento il segretario del Psi Riccardo Nencini riferendosi alla proposta di legge presentata al Senato nella passata legislatura e all’inizio di quella attuale e all’agenda pubblica dei portatori di interessi particolari, che Nencini ha istituito, in assenza di una legge, al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti da vice ministro del Governo Renzi e Gentiloni. “Non dico – ha affermato – che una legge sulle lobby, quale quella che ho immediatamente ripresentato a inizio legislatura, avrebbe risolto il problema, ma almeno avrebbe messo in imbarazzo quei parlamentari protagonisti di cene e incontri segreti con quei portatori di interessi noti alle cronache di questi giorni”. “Domando, e sarà oggetto di interrogazione parlamentare: l’On. Di Maio ha rispettato o no il regolamento in materia di lobby che lui stesso ha discusso e approvato nel febbraio 2017 in veste di Vice Presidente della Camera dei Deputati? L’On. Giancarlo Giorgetti, a sua volta, quel regolamento lo ha rispettato oppure no? Ancora: i portatori di interessi oggetto di inchiesta da parte della magistratura si erano o meno registrati presso Montecitorio?”. “Il presidente Fico è il garante del rispetto di quel regolamento. Sarebbe opportuno facesse conoscere la sua opinione” ha detto ancora Nencini che ha poi definito il premier Conte e il sindaco Raggi “due capi senza testa benché rappresentino i grillini ai vertici delle istituzioni più importanti. Il sindaco non sa chi sia Lanzalone, sostiene che le sia stato imposto; il secondo zoppica dietro i due vice delegando loro i dossier più significativi”. E su Lanzalone, in un tweet, ha aggiunto: “Il presidente di Acea, Lanzalone, pochi giorni fa incontra Casaleggio in un testa a testa. I grillini della capitale giurano che Lanzalone è arrivato nella capitale su indicazione del gruppo enti locali (Di Maio etc…). Vale anche in questo caso il criterio che ‘il capo non poteva non sapere’?”.

Anche Enrico Buemi, responsabile Giustizia del Psi e senatore nella XVII Legislatura ha commentato la vicenda entrando nel merito di quanto detto da Di Maio. “Il premio ammesso da Di Maio nei confronti di Lanzalone – ha detto Buemi – al di là della vicenda giudiziaria riguardante la costruzione del nuovo stadio della Roma, sulla quale manteniamo un atteggiamento garantista di presunzione di non colpevolezza fino al passato in giudicato, mette in risalto un aspetto che non ha bisogno di conferme giudiziarie”. “Il fatto che Di Maio riconosca che l’incarico di Presidente dell’Acea sia stato un regalo fatto a un dirigente del M5s – ha continuato – pone una domanda a cui si deve dare risposta non solo da parte del M5s ma anche da parte della Procura di Roma”, ha aggiunto Buemi. “ È lecito che il sindaco di una città ammetta che la nomina le sia stata imposta da altri che non hanno responsabilità pubblica alcuna nella gestione della città di Roma?”, ha continuato Buemi. “Qui non si tratta di non riconoscere il tempo per il cambiamento ai nuovi governanti. Il cambiamento che c’è stato è nella sfrontatezza di assumere atteggiamenti di illegalità diffusa”, ha concluso Buemi.

F.G.

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Pd, pronte le cartelle per 60 morosi. C’è anche Grasso

Pet, 15/06/2018 - 17:18

francesco bonifaziIl partito democratico ha appena approvato il bilancio per l’anno 2017 con un utile stimato di circa 500mila euro, ma 180 dipendenti sono stati mandati in Cassa Integrazione.
Le casse del partito erano in profondo rosso, anche per i mancati pagamenti del contributo mensile da 1.500 euro che ogni parlamentare è tenuto a versare al partito, morosi che hanno fatto salire il debito fino a 1,6 milioni. Versamenti che il tesoriere Francesco Bonifazi è deciso a recuperare. Bonifazi ha inoltre smentito la ventilata ipotesi di un’abbandono della costosissima sede a Largo del Nazareno. Bonifazi è andato a caccia di questi ‘morosi’ stanando anche deputati e senatori che non avevano pagato i conto negli ultimi 5 anni. Tra questi, in cima alla lista per il debito più alto, c’è l’ex presidente del Senato Pietro Grasso, che pur essendo stato eletto con il Pd nel 2013 non aveva mai pagato i 1.500 euro mensili, arrivando a 83.250 euro di debito. “Abbiamo provato a risolvere questa spiacevole situazione in maniera amichevole, con più tentativi — spiegano dal Nazareno — ma non avendo ottenuto alcun effetto siamo stati costretti a rivolgerci al tribunale”.
Il Pd ha dunque deciso di rivolgersi alla magistratura con la procedura delle ingiunzioni di pagamento e ha così fatto partire ben 60 decreti ingiuntivi. Di fatto ci sono già dieci casi in cui è stata data esecuzione come il caso dell’ex deputato Marco Meloni (10mila euro), Simone Valiante (50mila euro), Guglielmo Vaccaro (43mila euro) e Giovanna Palma (19mila euro), Vincenzo Cuomo (40 mila), Giovanni Falcone (38 mila). Nella lista ci sono anche i bersaniani Giovanni Greco e Luigi Lacquaniti, ex dem poi confluiti in Articolo 1 – Mdp.

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Neet, un triste primato per i giovani italiani

Pet, 15/06/2018 - 17:05

neet

Un altro triste primato per i giovani italiani. Purtroppo non siamo solamente il Paese con la più alta percentuale di giovani disoccupati, ma anche la quello in cui è più alto il numero di giovani che non studiano, non lavorano e neppure cercano il lavoro. I cosiddetti Neet: “not (engaged) in education, employment or training”.

Lo sentenzia Eurostat. Il termine è stato usato per la prima volta nel luglio 1999 in un report della Social Exclusion Unit del governo della Gran Bretagna, per classificare una determinata fascia di popolazione, in quel caso tra 16 e i 24 anni. Ed è proprio questo range che varia a seconda dei contesti nazionali. In Italia, ad esempio, l’indicatore statistico si riferisce alla fascia tra i 15 e i 29 anni, anche se in alcuni usi si amplia fino a 35 anni, se i giovani vivono ancora con i genitori.

I dati diffusi oggi da Eurostat si riferiscono al 2017 e prendono in esame la fascia tra i 18 e i 24 anni. Nel nostro Paese lo scorso anno, in questo ‘range’, i Neet erano il 25,7%, più di uno su quattro, contro una media europea pari al 14,3%. Il dato è in crescita rispetto al 2016 e non lontano dal massimo registrato nel 2014 (26,2%)

Una percentuale simile si registra a Cipro, dove (22,7%), seguono poi Grecia (21,4%), Croazia (20,2%), Romania (19,3%) e Bulgaria (18,6%). Un tasso Neet superiore al 15% è stato registrato anche in Spagna (17,1%), seguito da Francia (15,6%) e Slovacchia (15,3%). Il dato più basso è stata invece registrato nei Paesi Bassi (5,3%), davanti a Slovenia (8%), Austria (8,1%), Lussemburgo e Svezia (entrambi a 8,2%), Repubblica Ceca (8,3 %), Malta (8,5%), Germania (8,6%) e Danimarca (9,2%). A livello Ue, nel 2017 circa 5,5 milioni di giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni (pari al 14,3%) non erano né occupati né in istruzione o formazione.

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Via Almirante. Quando il M5S si mosse contro via Craxi

Pet, 15/06/2018 - 16:03

bettino-craxiUn Movimento a targhe alterne, i cinquestelle ignorano completamente il passato e la storia d’Italia. A Roma la mozione per intitolare una via a Giorgio Almirante, già repubblichino, fascista ed esponente missino, ha ottenuto i voti favorevoli di gran parte del gruppo consiliare M5s con la sola astensione dei consiglieri Valentina Vivarelli e Pietro Calabrese e il voto contrario della consigliera Maria Agnese Catini. “La decisione del Consiglio Comunale di votare una mozione per intitolare una via a Almirante è una vergogna per la storia di questa città. Chi ha ricoperto il ruolo di segretario di redazione del Manifesto per la Difesa della Razza, senza mai pentirsene, non merita una via come riconoscimento”, fa sapere subito in una nota la comunità ebraica di Roma. Insomma non viene rispettata non solo la memoria, ma anche un’intera comunità di cittadini. Eppure per i pentastellati non è stato un problema. Tuttavia proprio in nome del ‘popolo e dei cittadini’ il M5S si è battuto con foga contro la decisione di intitolare una via al leader socialista, Bettino Craxi, nella sua città, Milano. “Intitolare una via a una persona serve per preservarne la memoria, valorizzarne le gesta”, scriveva sul blog delle stelle Stefano Buffagni, ex capo dei 5Stelle nel consiglio lombardo e neo deputato, legato al giro Casaleggio Associati e in buoni rapporti con la Lega. Quindi valorizzare le gesta di Almirante che in passato ha propugnato la ‘difesa della Razza’ e offeso gli ebrei per i cinquestelle va bene…
Ad ogni modo per Buffagni intitolare una via di Milano a Craxi era “un insulto ai milanesi, alla città e al suo futuro”.
Buffagni però non è solo il plenipotenziario di Luigi Di Maio, ma è anche l’uomo che commentò così l’arresto per corruzione di un famoso medico: “Questa gente deve essere linciata ed esposta in pubblica piazza affinchè casi di questo genere non succedano mai più”.
La via a Bettino Craxi è arrivata a Sesto San Giovanni, anche se recentemente c’è stato un nuovo atto vandalico contro la targa che richiama il nome del leader socialista. Tornando ai cinquestelle un altro caso in cui si sono battuti i militanti del Movimento è quello relativo a Viale Craxi ad Albano laziale, dove hanno persino raccolto delle firme per rimuovere la targa. Dalla primavera del 2010 i 5S di Albano hanno segnalato quella che loro definiscono “anomalia nella toponomastica stradale”.

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Francia-Italia. Si cerca accordo sugli hot spot

Pet, 15/06/2018 - 15:49

CANADA-G7-SUMMIT

Forse è necessario avvisare Di Maio prima che torni a pretendere le scusa francesi, ma tra Francia e Italia sta tornado il sereno. Dopo lo scontro diplomatico innescato dal caso Aquiarius che ha rischiato di far saltare l’incontro, il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron, ha ricevuto con una calorosa stretta di mano il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel cortile d’onore dell’Eliseo. Le parole ignobile del portavoce del governo francese e la piccata risposta italiana sono al momento derubricate. Il lavoro delle diplomazie ha riportato il sereno. Più per necessità che per convinzione. Al termine del pranzo di lavoro, che vedrà al centro del confronto le recenti tensioni sul tema migranti e la possibile riforma del regolamento di Dublino sull’accoglienza dei richiedenti asilo, è prevista una conferenza stampa congiunta.

Una delle proposte che Conte farà a Macron sarà quella di istituire hotspot nei Paesi africani d’origine per chiudere la rotta verso il Mediterraneo tutelando, al tempo stesso, le vite dei migranti. I centri di prima accoglienza dovrebbero sorgere non solo in Libia ma anche negli Stati sahariani, come il Niger. La proposta, spiegano le stesse fonti, è per un’attuazione nel breve periodo in vista di una riforma del regolamento di Dublino, fortemente voluta dal governo italiano.

Tra le proproste, che non sono nuove, l’istituzione di hotspot nei Paesi africani d’origine – non solo la Libia ma anche quelli sahariani, come il Niger – per chiudere la rotta verso il Mediterraneo tutelando, al tempo stesso, le vite dei migranti. La proposta di Conte, è pensata per un’attuazione nel breve periodo in vista di una riforma che l’Italia vuole radicale, del regolamento di Dublino.

Dopo la vicenda della chiusura dei porti italiani all’Aquarius, Conte arriva forte del mandato del governo giallo-verde per chiedere – questo è l’obiettivo – una maggiore “collaborazione e solidarietà a livello europeo” perché la parola d’ordine è ancora la stessa: l’Europa non può lasciare sola il nostro paese. In quest’ottica, tornerà a insistere sulla richiesta di modifica dei regolamenti di Dublino. Ma il faccia a faccia tra i due potrebbe non essere facile considerando le ‘asprezze’ dei giorni che hanno preceduto il vertice e che hanno rischiato di farlo saltare fino all’ultimo. Le parole durissime arrivate dall’Eliseo – “Italia cinica” e comportamento “vomitevole” per la decisione di chiudere i porti alla nave Aquarius con 629 migranti a bordo – riecheggiano ancora e potrebbero incidere nella relazione tra i due. Macron, in realtà va ricordato, fu il primo dei partner europei a chiamare il 26 maggio scorso Conte al suo primo incarico (al quale poi rinunciò a causa dello stop del Quirinale sul nome di Paolo Savona al ministero dell’economia); poi Conte e Macron si sono visti al G7 in Canada. E ieri, quando il presidente del Consiglio ha definito il “caso chiuso” dopo l’incidente diplomatico e la telefonata di disgelo del presidente francese, ha detto sicuro: “Con Macron parliamo di tutto, come abbiamo fatto già al G7 del Canada”. Sul tavolo, oltre al nodo della gestione dei flussi migratori e al regolamento di Dublino, ci saranno anche gli altri punti del prossimo Consiglio europeo di Bruxelles fissato per il 28 e 29 giugno. In primis, la riforma della governance dell’Eurozona.

Sul tema immigrazione è interventuo anche l’ex premier Paolo Gentiloni parlando alla presentazione del volume del Cespi “La questione orientale. I Balcani tra integrazione e sicurezza”. “Si possono fare molte cose – ha detto – per governare meglio i flussi migratori; si possono fare meglio i rimpatri; però è importante il dialogo con l’Unione Europea e con la Germania. Noi ci siamo trovati meglio e abbiamo ottenuto risultati grazie a Bruxells e al ‘diavolo’ Merkel che non grazie ad altri governi europei oggi osannati”.

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Giorgio Galli e Mario Caligiuri. 50 società che governano il mondo

Pet, 15/06/2018 - 15:02

giorgio galli, mario caligiuoriCon l’avvento della globalizzazione, la struttura capitalistica del mondo ha subito una radicale trasformazione, caratterizzata soprattutto da un processo di concentrazione in termini di potere che non ha eguali rispetto al passato; si tratta di un potere in grado di condizionare a tal punto la politica degli Stati integrati nell’economia mondiale, che è legittimo chiedersi, con Giorgio Galli e Mario Caligiuri (“Come si comanda il mondo. Teorie, volti, intrecci”), “se ci siano Stati, entità o persone che, in modo palese o occulto, siano in grado di condizionare gli equilibri presenti e futuri dell’ordine mondiale”.
A parere degli autori, l’argomento è diventato oggetto di molte inchieste giornalistiche, sebbene sinora non siano state effettuate ricerche scientificamente fondate sulla supposta esistenza delle relazioni e degli intrecci che consentirebbero al potere economico di condizionare quello politico; relazioni ed intrecci normalmente visibili senza eccessivi sforzi ed approfondite indagini.
La necessità di una sistemazione scientifica dell’argomento s’impone, soprattutto per dare una risposta ai molti interrogativi sollevati con la diffusione nell’immaginario collettivo, dopo gli attentati dell’11 settembre del 2001 alle “Torri gemelle” di New York, delle tesi insite nella “teoria del complotto, secondo la quale pochi attori politici ed economici tutelano i propri interessi ai danni delle moltitudini”; secondo gli autori, queste tesi, lungi dall’essere il risultato dell’agire di poteri più o meno reali, sono “probabilmente un alibi delle classi politiche contemporanee per mascherare le inefficienze e l’impossibilità ad agire nel contesto della democrazia rappresentativa del nostro tempo”.
Con il loro libro, gli autori, considerando che le “decisioni non sono mai impersonali ma hanno nomi e cognomi, volti e storie”: al fine di porre un limite alle affermazioni generiche della teoria del complotto, hanno cercato di dare una risposta all’interrogativo “se a decidere le sorti del pianeta siano effettivamente quelli che appaiono sistematicamente sugli schermi televisivi e di cui scrivono i giornali”. Essi, gli autori, hanno verificato che spesso le cose non stanno come dicono i mass-media.
Il lavoro di Galli e Caligiuri è articolato in due parti: nella prima è affrontato principalmente il tema dell’evoluzione del concetto e del ruolo delle élite, con particolare riferimento a quelle nordamericane; nella seconda, è ampliato uno studio del Politecnico di Zurigo, per individuare “persone e relazioni” che potrebbero rappresentare la base di comprensione del modo in cui è “governata” l’economia mondiale, “identificando un possibile nocciolo duro del sistema finanziario globale”. Ciò ha consentito agli autori di sostenere che la protesta dell’opinione pubblica contro il disagio provocato dall’instabilità economica e dall’inefficacia dell’azione politica sia erroneamente indirizzata. Oggi, infatti, la protesta è “indirizzata verso le classi politiche che non sono quelle che detengono effettivamente il potere, che, invece, al di là del giudizio che si può dare, viene gestito prevalentemente delle élite economiche, all’interno delle quali hanno un ruolo determinante le dinastie nordamericane”.
Con la dislocazione del potere decisionale, volto a “governare” l’economia mondiale dalla politica al nocciolo duro del sistema finanziario globale, ha perso di significato ogni discussione riguardo alla scomparsa dei problemi alla cui soluzione era tradizionalmente votata la politica (come quello, ad esempio, dell’individuazione delle pratiche più convenienti per contrastare la disuguaglianza distributiva); la politica è divenuta quasi incontrollabile in tutte le economie integrate nell’economia mondiale. Ciò è accaduto perché essa “è stata neutralizzata dall’economia attraverso un potere che non è anonimo […], bensì è rappresentato dai manager che controllano determinate multinazionali economiche e finanziarie”. Si tratta di un’élite che, benché ignota all’opinione pubblica mondiale, ha – affermano Galli e Caligiuri – “nomi e cognomi ben individuabili” e il “controllo del loro operato è il problema della democrazia nel XXI secolo”.
Riguardo al concetto di élite e della sua evoluzione, gli autori, partendo dalla definizione che ne ha dato originariamente la “scuola élitista italiana” di Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Roberto Michels, con riferimento alla classe politica (intesa quest’ultima come gruppo sociale che, per ricchezza e qualità culturale, aveva consentito che “pochi” si imponessero ai “molti”), hanno considerato il mutamento intervenuto nella sua composizione, verificatosi con l’evoluzione del capitalismo dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Seguendo i lavori di ampio respiro delle ricerche socio-politiche nordamericane (di Charles Wright Mills, Kevin Phillips e David Rothkopf), gli autori illustrano come ai componenti dell’élite politica, cui avevano fatto riferimento Mosca, Pareto e Michels, si siano aggiunti anche i grandi dirigenti delle imprese multinazionali.
L’avvento della nuova élite, secondo Wright Mills, ha avuto nel mondo nordamericano conseguenze politiche radicali, nel senso che ha causato la trasformazione dell’America di oggi “in una democrazia politica formale e burocratica”, della quale ha inceppato i meccanismi tradizionali, declassando l’insieme delle istituzioni su cui era basato il corretto funzionamento del regime. Gli uomini che ora decidono per l’intero sistema sociale non sono più uomini rappresentativi, e il successo riscosso non ha alcuna relazione con i loro meriti, in particolare con quelli culturali: “non si tratta – afferma Mills – di uomini selezionati e formati da una burocrazia legata al mondo della cultura; non si tratta di persone legate da partiti nazionali responsabili […], non si tratta di uomini che […] stabiliscano un contatto tra il pubblico esercitato alla discussione e coloro che prendono le decisioni più importanti”; si tratta, invece, di uomini che “hanno fatto le loro carriere nell’ambito del sistema americano dell’irresponsabilità organizzata”.
Coloro che comandano nelle imprese multinazionali – affermano Galli e Caligiuri- costituiscono un’”élite cooptata”, selezionata autonomamente dai cittadini, ai quali invece dovrebbe essere restituito il potere di scelta di coloro che prendono le decisioni nell’interesse di tutti, essendo questo potere “l’essenza della democrazia rappresentativa”. Accade, invece, che “gli uomini potenti”, che costituiscono la nuova élite, selezionati da altri che come loro controllano le fonti della ricchezza, si legittimino sulla base della “teologia del mercato”, che ha loro consentito di relegare in secondo pian la politica
Per quanto riguarda l’individuazione del “nocciolo duro” costituito da un piccolo numero di persone e istituzioni che controllano una parte rilevante del mercato globale, gli autori si sono avvalsi, come già si è detto, di una ricerca di un gruppo di docenti dell’Università di Zurigo, dal titolo eloquente: “The Network of Global Corporate Control; sulla base di questa ricerca, è stato individuato un groppo di multinazionali che, attraverso un sistema di partecipazioni azionarie incrociate, esprimerebbe un centro decisionale che orienterebbe “le sorti dell’economia mondiale”.
Per la conduzione della loro indagine, i ricercatori si sono avvalsi del database “Orbis 2007”, contenente informazioni confrontabili su aziende, banche e società di tutto il mondo; essi hanno individuato una lista di 43.060 multinazionali, selezionate in un campione estratto da circa 37 milioni di operatori economici, appurando che 1.318 società del campione sono situate al centro del mercato globale e rappresentano circa il 50% degli utili di tutte le multinazionali.
Inoltre, la ricerca ha accertato che 147 società formano un gruppo ancora più ristretto cui va ricondotto il controllo del 40% delle multinazionali, che può essere ulteriormente circoscritto allo studio di 50 società globali, appartenenti al ramo delle attività bancarie e assicurative. In cima alla classifica di tali attività sta la banca inglese Barclays, seguita da altre società tutte operanti nel campo finanziario, tra le quali, al 43° posto, risulta il gruppo italiano UniCredit.
Le 50 società costituiscono il punto di partenza dell’analisi di Galli e Caligiuri, volta ad appurare l’esistenza, a livello mondiale, dei “reali rapporti di potere”, fondati sull’accertamento delle relazioni correnti tra appartenenti ai consigli di amministrazione delle 50 società, da un lato, e governi, editoria, università e superclub planetari, dall’altro. Poiché, con la globalizzazione, le istituzioni finanziarie sono divenute dominanti, esse hanno preso sulla politica un tale sopravvento da giustificare l’assunto che esista oggettivamente “una élite costituita da presidenti e amministratori delegati di poche società finanziarie mosse soltanto dal profitto”.
L’influenza che possono esercitare le società finanziarie gestite da tali presidenti e amministratori va ben oltre, a parere di Galli e Caligiuri, la sfera economica, in quanto “attraverso il loro peso finanziario, sono in grado di determinare indirettamente anche la politica degli Stati”. E’ il caso, ad esempio, del Fondo d’investimento Black Rock, il quale, oltre a possedere “un forte potere di mercato, può anche incidere a livello politico”, mentre i nomi di Larry Fink e Rob Kapito, rispettivamente amministratore delegato e presidente del Fondo, “sono sconosciuti ai più, ma il benessere e i destini di centinaia di milioni di persone nel mondo sono influenzati dalle loro scelte”.
Ai vertici delle 50 società considerate, Galli e Caligiuri hanno individuato un ristretto gruppo di 65 persone che fanno parte di diversi consigli di amministrazione di altre società multinazionali, università e fondazioni; l’insieme dei rapporti che si sono consolidati tra i vertici di tali società hanno concorso a definire quello che Galli e Caligiuri chiamano “capitalismo di relazione”, i cui gestori sono dotati del potere di “dominare il sistema politico di vari Paesi e l’economia mondiale nel suo complesso”.
Dall’analisi dei curricula dei 65 top manager, Galli e Caligiuri hanno anche accertato che molti di essi hanno incarichi di insegnamento presso istituzioni universitarie; incarichi, questi, che concorrono a realizzare la “saldatura tra élite e mondo accademico”, da un lato, e a rivelare come “attraverso l’influenza sul sistema della formazione[…], si possa influenzare l’opinione pubblica proponendo modelli sociali e culturali dominanti”, dall’altro.
Pur non esistendo una “cupola globale” – osservano Galli e Caligiuri – che condizioni i destini del mondo, si deve tuttavia riconoscere che le multinazionali “esprimono un forte potere di indirizzo sui destini del pianeta”. Attraverso il potere da esse assicurato, i loro dirigenti tendono all’arricchimento, prescindendo, non solo “da qualunque interesse nazionale, ma, a volte, anche societario”, come dimostrano i diversi scandali societari che costantemente si succedono.
In un contesto di post-democrazia, quale è quello creato dalla pervasiva presenza delle multinazionali, viene spontaneo chiedersi, concludono Galli e Caligiuri, quali potranno essere gli sviluppi futuri della loro crescente capacità di sostituirsi alla politica e, in particolare, se quest’ultima riuscirà a riprendere il suo ruolo e se la democrazia potrà “dimostrare la sua vitalità”, evitando d’essere “sostituita da un governo diretto dall’economia”.
La situazione attuale non consente facili previsioni, anche perché gli strumenti per comprendere quello che sta accadendo davvero sono molto pochi; a parere degli autori, per ricuperare la democrazia e per realizzare un mondo con minori disuguaglianze, l’unica chance a disposizione dei singoli sistemi sociali sta nella soluzione della “questione pedagogica”. Ciò comporta che “l’investimento nell’istruzione” debba rappresentare la priorità di ogni governo, allo scopo di “formare cittadini consapevoli ed élite responsabili”, per una “convivenza civile che non porti al disastro e arrivare ad un effettivo controllo di chi comanda.
Con l’auspicio di Galli e Caligiuri non si può non concordare; esso, però, lascia il dubbio che, considerati i tempi lunghi necessari per la formazione di cittadini dotati dei valori utili per dare concretezza alla democrazia, l’istruzione non basti; se l’azione pedagogica, suggerita dagli autori, mancasse d’essere sorretta da preventive riforme strutturali idonee a consentire la correzione e il contenimento degli effetti negativi del “capitalismo relazionale” del quale essi parlano, diventa sempre più difficile evitare che il futuro riservi alla democrazia e all’equità distributiva il disastro preannunciato dal continuo aumento dello strapotere di chi controlla le multinazionali.

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Trump ci ripensa, Dazi anche per la Cina

Pet, 15/06/2018 - 13:55

trump dazi

All’ultima riunione sulla politica monetaria, la Federal Reserve ha manifestato preoccupazione per gli effetti dei dazi. Donald Trump non ha ascoltato gli economisti dell’Istituto Centrale degli Stati Uniti ed ha riaperto il fronte bellico dei dazi con la Cina. Nel quadro del suo braccio di ferro commerciale con Pechino, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha approvato nella notte l’applicazione dei dazi su una lunga lista di prodotti provenienti dalla Cina per un valore di circa 50 miliardi di dollari. Lo ha riferito oggi il Wall Street Journal, precisando che restano al momento poco chiari i tempi di effettiva attuazione di queste misure.

La decisione di Trump, presa per punire la Cina accusata di rubare tecnologie alle aziende Usa e di violare i diritti sulla proprietà intellettuale, è arrivata al termine di una riunione che il presidente ha tenuto alla Casa Bianca con i suoi consiglieri commerciali.

Trump aveva annunciato a marzo che gli Stati Uniti avrebbero imposto dazi del 25% su circa 50 miliardi di dollari di importazioni cinesi. Il presidente aveva poi minacciato di gonfiare la lista dei prodotti colpiti fino a 100 miliardi di dollari, ma finora non aveva intrapreso alcuna azione concreta.

Un elenco preliminare di circa 1.300 prodotti cinesi esportati era stato reso pubblico ad aprile dal rappresentante al Commercio, Robert Lighthizer.

A fine maggio, la Casa Bianca aveva reso noto che avrebbe pubblicato il 15 giugno una lista di prodotti cinesi sui quali aveva intenzione di applicare dazi del 25%. Un annuncio accolto con durezza a Pechino, dove si chiariva che la Cina non teme una guerra commerciale. E ora Pechino promette rappresaglie: poche ore fa, infatti, è arrivato un avvertimento agli Stati Uniti. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, ha detto ai giornalisti: “Se la parte statunitense adotta misure unilaterali di protezionismo e danneggia gli interessi della Cina, allora risponderemo immediatamente e prenderemo le misure necessarie per salvaguardare risolutamente i nostri legittimi diritti e interessi. Tutte le operazioni commerciali negoziate dalle due parti non avranno effetto se gli Stati Uniti adotteranno le tariffe”.

Stando a quanto riporta la Cnn, che parla di annuncio ufficiale e cita una fonte bene informata, la luce verde è stata data da Trump dopo l’incontro alla Casa Bianca con il segretario al Tesoro Steven Mnuchin, quello al Commercio Wilbur Ross e il rappresentante per il Commercio Robert Lighthizer.

Pechino aveva precedentemente annunciato l’intenzione di rispondere ad eventuali dazi su beni per un valore di 50 miliardi con misure protettive di rappresaglia su beni americani.

Dopo gli incontri di Donald Trump con Xi Jinping sembrava che tra Usa e Cina fosse stata raggiunta una tregua sui dazi. Ma così non è stato e Donald Trump porta avanti come un ‘bulldozer’ la sua politica di Usa ‘First’ a prescindere da qualsiasi accordo diplomatico con gli altri paesi. L’atteggiamento ondivago dell’attuale presidente degli Stati Uniti desta non poche preoccupazioni per la pace nel mondo. Anche se non si arriverà al conflitto militare, la guerra commerciale dei dazi influirà notevolmente sugli equilibri economici nello scenario mondiale.

Salvatore Rondello

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Pediatri, no a smartphone e tablet prima dei 2 anni

Pet, 15/06/2018 - 13:24

bambini-smatphoneLa Società italiana pediatria ha pubblicato per la prima volta un report sull’uso dei device da parte dei bimbi da 0 a 8 anni: sconsigliati per calmare o distrarre i piccoli. Se l’uso di applicazioni educative promuove l’apprendimento nei bambini in età prescolare e nei primi anni delle elementari, i medici osservano però che un’elevata quantità di tempo speso davanti allo schermo è correlata a scarso profitto in matematica, a bassi livelli di attenzione e anche a minori relazioni sociali con i coetanei. Inoltre, l’utilizzo dei touchscreen potrebbe interferire con lo sviluppo cognitivo dei bambini, perché questi hanno bisogno di un’esperienza diretta e concreta con gli oggetti in modo da affinare il pensiero e la capacità di risolvere i problemi.
No a smartphone e tablet prima dei due anni, durante i pasti e prima di andare a dormire. Limitare l’uso a massimo un’ora al giorno nei bambini di età compresa tra i 2 e i 5 anni e al massimo 2 ore al giorno per quelli i 5 e gli 8 anni. Sono queste alcune delle raccomandazioni contenute nel primo documento ufficiale sull’uso dei media device da parte dei bimbi da 0 a 8 anni di età redatto dalla Società italiana di pediatria e pubblicato sulla rivista Italian Journal of Pediatrics. Nel Position Statement dei pediatri italiani vengono illustrati gli effetti negativi e positivi dell’uso dei device tecnologici sulla salute fisica e mentale dei bambini, ma anche sulle capacità di apprendimento e sul rendimento scolastico.
In Italia otto bambini su dieci tra i 3 e i 5 anni sanno usare il cellulare dei genitori. E mamma e papà sono troppo spesso permissivi: il 30% dei genitori utilizza infatti lo smartphone per distrarli o calmarli già durante il primo anno di vita, mentre il 70% al secondo anno. Il documento sconsiglia, inoltre, programmi con contenuti violenti e soprattutto ribadisce il “no” al cellulare “pacificatore”.

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Il Parlamento Ue l’istituzione europea più affidabile

Čet, 14/06/2018 - 17:43

parlamento-europeo

Secondo un sondaggio diffuso oggi dalla Commissione europea, il Parlamento europeo consolida la sua posizione come istituzione europea più affidabile. I risultati pubblicati oggi dalla Commissione europea, estratti dal sondaggio Eurobarometro della primavera 2018 sul livello di conoscenza del pubblico delle istituzioni dell’Ue, rivelano che il 50% degli intervistati ha dichiarato di fidarsi del Parlamento europeo. Si tratta di un aumento sostanziale di 5 punti rispetto all’autunno 2017, mentre il livello di sfiducia è diminuito del 3% rispetto allo stesso periodo.

Durante la legislatura, la fiducia nel Parlamento europeo, sempre secondo i risultati dell’Eurobarometro, è passata dal 34% di maggio 2014 al livello record attuale del 50%.

Il sondaggio indica inoltre che il 93% degli intervistati conosce il Parlamento europeo: è molto più di quello che si registra per le altre istituzioni e rappresenta un piccolo aumento rispetto all’ultimo Eurobarometro.

L’Unione europea, nel suo insieme, rimane anche più affidabile (42%) rispetto agli organi nazionali di governo (34%).

“Questo Parlamento – ha commentato il Presidente Antonio Tajani – sta lavorando per ridurre la distanza tra istituzioni europee e cittadini e sta facendo bene il suo lavoro. Ce lo dicono i cittadini stessi attraverso i risultati dell’Eurobarometro. Negli ultimi sei mesi la fiducia nel Parlamento europeo è passata dal 45% al 50%. Il Parlamento è in assoluto l’istituzione Ue più apprezzata.” “Voglio ringraziare i 751 parlamentari che compongono l’assemblea. Abbiamo dimostrato di saper essere protagonisti mettendo il Parlamento al centro del dibattito per cambiare l’Europa e renderla più efficace.”

“In particolare, sull’immigrazione che, come conferma l’Eurobarometro, è in cima alle preoccupazioni dei nostri cittadini, abbiamo contribuito a dare riposte europee. Già a novembre abbiamo adottato un testo di riforma del sistema dell’asilo, compreso il regolamento di Dublino, che concilia fermezza e solidarietà. Abbiamo anche proposto una strategia di breve, medio e lungo termine per fermare le partenze dall’Africa. Il Consiglio non può più rimandare la riforma dell’asilo e deve prendere coscienza che sul governo dell’immigrazione è in gioco il futuro stesso della nostra Unione.”

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Appello ai Socialisti, primo incontro tra i firmatari

Čet, 14/06/2018 - 17:12

incontro socialisti

Primo incontro tra i firmatari dell’Appello ai Socialisti nella sede della direzione nazionale PSI a Roma. Numerosi hanno risposto all’appello rivolto dal segretario del Psi Riccardo Nencini: ex parlamentari, intellettuali, dirigenti regionali.

Un confronto aperto per chiamare a raccolta il mondo socialista dopo la pesante sconfitta elettorale del 4 marzo “Per un impegno comune sul futuro”. Un appello alle forze socialiste intenzionate a “far pesare il proprio patrimonio politico-culturale per “proporre ai cittadini una visione del futuro del nostro paese che sappia coniugare i valori del socialismo democratico e le emergenze storiche in cui ci troviamo”.

Durante la riunione si è deciso di tenere un incontro pubblico, previsto per il giorno 7 luglio a Roma; si tratterà di un convegno aperto alle tante culture democratiche e riformiste per gettare le fondamenta di un fronte largo, repubblicano, da contrapporre a leghisti e grillini.

L’appello, che ha raccolto, tra le altre, le adesioni di Claudio Martelli, Fabrizio Cicchitto, Luigi Covatta, Gennaro Acquaviva e Sergio Pizzolante, guarda oltre i confini nazionali rivolgendosi al PSE affinchè apra “un’approfondita riflessione, anche attraverso un congresso straordinario, che porti a interventi sempre più incisivi per superare la finanziarizzazione dell’economia, modificare il Trattato di Maastricht per riformare l’Unione Europea, ridurre le diseguaglianze”.

Secondo l’analisi dei firmatari, infatti, “quello europeo è l’unico contesto possibile per operare efficacemente in questa direzione”.

Analizzando la crisi italiana, i firmatari dell’appello riconoscono la necessità di riprendere “il confronto sulla riforma istituzionale, evitando che si determini ancora una volta la confusione fra maggioranze costituenti e maggioranze di indirizzo che nella passata legislatura ha affossato le riforme”.

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La Federal alza i tassi. Draghi: Qe verso la fine

Čet, 14/06/2018 - 16:50

BCE-Draghi-anticrisiIl Federal Open Market Committee, cioè il braccio della politica monetaria della Federal Reserve, come previsto ha alzato i tassi di interesse per la seconda volta nel corso del 2018. Dopo la stretta di marzo, quella decisa ieri di altri 25 punti base, ha innalzato i tassi dall’1,75% al 2%.

Si tratta del settimo rialzo del costo del denaro da dicembre 2015. Lo ha comunicato la Banca Centrale Usa alla fine della quarta riunione dell’anno in corso. La terza presieduta da Jerome Powell. All’inizio di febbraio scorso c’è stato il cambio di guardia con Janet Yellen. Powell, già dal 2012, stava nel board della Fed.

Nel 2018, la Fed ha previsto quattro aumenti dei tassi di interesse, anziché tre come inizialmente previsto. Questo cambiamento è emerso dai ‘dot plot’ che accompagnano il comunicato finale sulle decisioni di politica monetaria diffuso al termine della riunione durata due giorni.

Quest’anno, la Federal Reserve, ha fatto già due rialzi dei tassi. Sono state viste in rialzo anche le stime di crescita nella misura del 2,8% per gli Stati Uniti. L’inflazione è stata stimata al 2,1%, pure in rialzo rispetto alle precedenti previsioni. Molto probabilmente, proprio l’aumento dell’inflazione stimata avrebbe spinto la Fed a programmare un rialzo aggiuntivo sui tassi di interessi che a fine anno potrebbero arrivare al 2,5%.

Jerome Powell, presidente della Fed, nella conferenza stampa fatta alla fine della riunione, ha detto: “L’economia Usa sta facendo molto bene. Le decisioni sui tassi non sono prese con il ‘pilota automatico. A partire da gennaio 2019, la Fed terrà una conferenza stampa dopo ogni riunione per migliorare la comunicazione. Finora la Fed ha tenuto una conferenza stampa ogni due mesi dopo le riunioni. Per ora i dazi sul commercio sono solo un rischio. Gli effetti delle politiche commerciali e dei dazi ancora non si vedono sui numeri: sul commercio per ora sono solo un rischio”.

Di fronte alla decisione della Fed, Wall Street è schizzata in alto. I mercati azionari  statunitensi hanno aperto in rialzo mercoledì, poiché gli investitori hanno atteso un aumento dei tassi d’interesse ampiamente previsto dalla Federal Reserve e le sue linee guida sulla politica monetaria.

Un rialzo dei tassi di un quarto di punto percentuale è stato valutato positivamente dai partecipanti al mercato, che hanno analizzato la dichiarazione della Fed. Willie Delwiche, stratega degli investimenti presso Robert W. Baird a Milwaukee, precedentemente ha detto: “L’incertezza è se la Fed parla o meno di alcune questioni politiche in corso a Washington e delle preoccupazioni per il commercio. Se si trattasse solo di ciò che sta accadendo nell’economia, allora si parlerebbe di un quarto rialzo dei tassi, quindi il mercato è preparato per questo”.

Anche secondo lo strumento ‘Fedwatch’ di CME Group, i trader sono equamente divisi su un quarto rialzo dei tassi a dicembre. Un rapporto del Dipartimento del Lavoro ha mostrato che i prezzi dei produttori statunitensi, a maggio, sono aumentati più del previsto portando al miglior incremento annuale dagli ultimi sei anni e mezzo anche se l’inflazione sottostante è rimasta moderata.

Tuttavia, in una intervista a Fox News, dopo lo storico summit con Kim Jong Un, Donald Trump ha affermato: “Stiamo preparando una stretta molto forte sulle importazioni della Cina. Vedrete nel giro di un paio di settimane”.

Anche se Donald Trump vanta un’amicizia personale con Xi Jinping, per gli affari di stato si regola diversamente. Oggi, dopo la Fed, si è riunito a Riga la Bce che non ha modificato i tassi, ma ha deciso un  addio al quantitative easing a fine dicembre, con una tabella di marcia che prevede un breve ‘tapering’ nell’ultimo trimestre 2018. I tassi d’interesse resteranno fermi ai minimi record almeno fino alla prossima estate del 2019.

La decisione è arrivata in anticipo per molti osservatori: alcuni si aspettavano un’indicazione di massima dalla riunione di oggi, e una tabella di marcia vera e propria il mese prossimo.

Una nota dell’Eurotower, riunita oggi a Riga nell’appuntamento che ogni anno si svolge ‘fuori sede’, ha spiegato: “Dopo settembre 2018, e in subordine al fatto che i dati in arrivo confermino le stime di medio termine d’inflazione, il tasso mensile degli acquisti netti di titoli sarà ridotto a 15 miliardi fino a fine dicembre 2018, e che a quel punto gli acquisti netti termineranno”.

Tuttavia, la Bce ha promesso di proseguire con il reinvestimento  (ossia l’utilizzo del capitale rimborsato dei bond che ha in portafoglio e che arrivano a scadenza per comprare nuovi titoli di pari durata) ancora a lungo e per tutto il tempo necessario ad assicurare l’accomodamento monetario necessario. I tassi rimangono fermi ai minimi record almeno per tutta l’estate 2019 e in ogni caso finché sarà necessario.

La Banca centrale europea ha indicato, quindi, già da oggi la tabella di marcia verso la fine del Qe dopo un’attenta valutazione dei progressi fatti la cui conclusione è che l’aggiustamento dell’inflazione verso l’obiettivo è sostanziale. Il presidente della Bce, Mario Draghi ha sottolineato:  “La Bce è pronta a rivedere i propri strumenti di politica monetaria se fosse necessario per assicurare il necessario livello di stimolo monetario. Gli acquisti di titoli del Qe non stanno sparendo, restano parte degli strumenti di politica monetaria che potranno essere usati in particolari frangenti. Per una ripresa sostenuta dell’inflazione  serve ancora un significativo stimolo monetario  e la decisione presa oggi sulla riduzione del Qe mantiene un ampio grado di accomodamento nella politica monetaria”.

La Banca centrale europea  ha rivisto al ribasso le stime di crescita per l’Eurozona al 2,1% dal 2,4% per il 2018, mantenendo l’1,9% atteso per il 2019 e l’1,7% per il 2020.  La Bce ha mantenuto stabile all’1,7% la stima dell’inflazione per il 2020.

Inevitabilmente si farà sentire anche il quadro di tensioni che si sono addensate sull’Italia, terzo maggior paese dell’area euro, con la nascita del governo M5S-Lega che è stata accompagnata da una accentuata volatilità dei mercati. Il fatto che la Bce stia continuando a comprare titoli pubblici dell’area euro al ritmo di 30 miliardi al mese ha certamente evitato che le spinte rialziste sui rendimenti dei Btp, così come il loro differenziale sui Bund della Germania, il famoso spread, salissero ancora più su. Un onere imprevisto che comunque grava sulle tasche degli onesti contribuenti italiani.

Finora la Bce ha portato avanti il Qe per affiancare e potenziare la sua politica monetaria ultra espansiva, con tassi di interesse praticamente a zero da anni per stimolare l’economia e favorire un ritorno dell’inflazione ai valori auspicati. L’abbandono del Qe non è stato fatto dalla Bce ‘a caduta libera’, anzi, la scelta del reinvestimento consente di poter continuare una politica monetaria espansiva.

Salvatore Rondello

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AMICI COME PRIMA

Čet, 14/06/2018 - 16:34

macron-conte

Dopo che la tensione tra Francia e Italia era salita alle stelle, oggi si apre una tregua tra i due paesi con le cancellerie impegnate a far tornare i rapporti a un livello di normalità. Nella notte tra il presidente Conte e il presidente francese Emmanuel Macron vi è stata una lunga e cordiale telefonata. Confermata la visita di Conte che sarà domani a Parigi. Il presidente francese – si legge in una nota diffusa dall’Eliseo – nel corso del colloquio telefonico ha “sottolineato di non aver mai fatto alcuna dichiarazione con l’obiettivo di offendere l’Italia e il popolo italiano”. “Il Presidente francese – si legge in una nota – e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte hanno confermato l’impegno della Francia e dell’Italia a prestare i soccorsi nel quadro delle regole di protezione umanitaria delle persone in pericolo”.

Il presidente francese nel colloquio ha detto di “aver sempre difeso la necessità di una maggiore solidarietà europea con il popolo italiano”: lo si legge in una nota dell’Eliseo. “L’Italia e la Francia – prosegue la nota – devono approfondire la loro cooperazione bilaterale ed europea per condurre una politica migratoria efficace con i Paesi d’origine e di transito, attraverso una migliore gestione europea delle frontiere e attraverso un meccanismo europeo di solidarietà e di assistenza dei rifugiati”.

Con Macron, ha detto Conte, “siamo tutti e due consapevoli che Italia e Francia lavorino fianco a fianco, anche con gli altri partner Ue”. Conte è tornato sulla chiamata con il presidente francese: “c’è stato un chiarimento in cui ha precisato che le espressioni ingiuriose rivolte all’Italia e al popolo italiano” non erano state da lui pronunciate. Conte ha ribadito che i toni con Macron erano “molto cordiali”.

Il premier italiano ha anche ricordato che nell’incontro con Macron si parlerà anche della modifica “del Regolamento di Dublino, come pure dell’unione bancaria e monetaria”. “Quel che pensiamo – ha detto la ministra per gli Affari europei Nathalie Loiseau – è che l’Europa non sia stata abbastanza vicina all’Italia nella crisi migratoria. Il peso dell’accoglienza e dell’esame delle domande di asilo ha poggiato troppo sull’Italia, ci sarebbe voluta una presenza europea molto più forte. Bisogna mettere a punto un meccanismo europeo per aiutare l’Italia, un’idea che la Francia ha sempre difeso, e per fare questo dobbiamo lavorare insieme”.

Ma Di Maio continua a puntare i piedi e a fare i capricci: “Finché non arriveranno le scuse” dal Presidente francese Macron, “noi non indietreggiamo” aveva detto questa mattina il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, a Rtl, spiegando che “questo deve essere chiaro per questa vicenda e per il futuro” circa i prossimi tavoli che ci saranno in Europa. “È finita l’epoca in cui si pensava che l’Italia la puoi sempre abbindolare”, ha sottolineato. “Scuse o non scuse – ha detto il Ministro degli Interni Salvini – bado alla sostanza non alla forma. Bene il chiarimento con la Francia”. Mentre da Moavero, ministro degli etseri, i toni sono più pacati: “Tocca alla Francia vedere di riportare a toni più urbani le sue dichiarazioni sulla questione migranti”. “Per quanto riguarda invece le questioni di fondo – ha aggiunto Moavero – dobbiamo discuterne nelle sedi europee”.

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Dopo il ‘tradimento’ Lega, Berlusconi rilancia FI

Čet, 14/06/2018 - 15:57

Berlusconi-campagnaSilvio Berlusconi ha creduto fino all’ultimo nel suo alleato Salvini. L’ex Cavaliere aveva chiesto ed era stato anche rassicurato da Giancarlo Giorgetti sull’assegnazione della delega alle Telecomunicazioni, ma nonostante le promesse nella distribuzione tra i vari ministeri dei vice e del sottosegretari: la delega delle Tlc è finita nelle mani del capo politico del M5S e oggi ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio. Una decisione che porta grattacapi al leader di Forza Italia che teme per le sue industrie televisive e che secondo indiscrezioni è andato su tutte le furie con Salvini. Anche se di fatto il centrodestra non è più unito da tempo, la Lega ha comunque rassicurato che “Di Maio avrà la delega ma poi tutto verrà affidato ai tecnici del ministero”. Ma i rapporti tra i pentastellati e Berlusconi non sono mai stati rosei e il leader forzista sa bene che il vicepremier grillino dovrà dar prova del “cambiamento” anche nell’ambito delle telecomunicazioni.
Inoltre sul fronte delle Alleanze, Berlusconi vede crescere il centrodestra, ma a trazione leghista, con i voti degli Azzurri a vantaggio del Carroccio. A maggior ragione il l’ex Cavaliere ha deciso di rilanciare Forza Italia. L’intenzione è quella di tornare a rendere il partito azzurro il luogo della proposta e dello sviluppo, raccogliendo i frutti della semina alle prossime elezioni europee. E Berlusconi è intenzionato a farlo rivedendo tutto l’asset organizzativo del suo Partito.
Il primo segnale del cambiamento, a quanto si apprende, è la nomina di un ‘vicepresidente’, del ‘comitato esecutivo’ e di un coordinatore nazionale più una nuova ‘consulta del presidente’ aperta anche a personalità non iscritte a Fi con le ‘comunità azzurre’ come braccio operativo sui social.

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Il “Petit tour del Mugello” con Riccardo Nencini

Čet, 14/06/2018 - 15:47

bellezza“Un viaggio dell’anima in una terra dalla bellezza inquieta, ‘ballerina’, doppia, toscana e romagnola com’è”. Così lo storico e saggista Franco Cardini ha definito l’ultimo libro di Riccardo Nencini, La Bellezza, Petit Tour del Mugello mediceo (pubblicato dalla casa editrice toscana Polistampa, pp. 312, euro 22), è stato presentato oggi in anteprima al Centro Studi Americani di Roma.

Alla presentazione dell’ultima opera di Nencini, interamente dedicata alla sua terra d’origine, oltre all’autore sono intervenuti Paolo Messa, direttore del Centro Studi Americani e Massimo Miglio, presidente dell’Istituto Storico Italiano per il Medioevo. L’incontro è stato moderato da Pierfrancesco De Robertis, editorialista del QN-La Nazione.”Una ricerca storica, scritta con il taglio e la passione dello storico e del giornalista” ha detto De Robertis introducendo il dibattito. Per Miglio “Nencini è riuscito a tessere un racconto che opera un rimando continuo tra storia e leggenda che solo chi è in grado di maneggiare le fonti storiche è capace di fare: i percorsi indicati da Nencini si attraversano nella convinzione che non esista teatro più vero della storia”

Nencini ha ricordato Oriana Fallaci che, staffetta partigiana a 14 anni, percorreva il tratto di strada tra Monte Giovi e Pontevecchio nascondendo bombe ad ananas nella cesta dell’insalata destinate ai partigiani.

la bellezza 1Riccardo Nencini, senatore e già viceministro dei Trasporti, è un autore prolifico; la sua produzione include due importanti bestseller proprio su Oriana Fallaci, amica e ‘madrina letteraria’. Da sempre uno storico attento alle vicende toscane del Medioevo e del Rinascimento, lo scorso anno ha pubblicato il saggio “Il Magnifico Ribelle”, dedicato alla figura di Giotto. Con “La Bellezza” dai luoghi giotteschi l’obiettivo si allarga all’intero Mugello, che Nencini percorre con lo spirito del viaggiatore, osserva con l’acutezza dello storico e ci ripropone con la penna del narratore navigato.

Nencini parla del Mugello descrivendo i comuni arrampicati agli Appennini o distesi lungo il corso della Sieve, tra montagne viola d’inverno e prati gialli di ginestre d’estate. La terra dei Medici, la terra attraversata dai  viaggiatori del Grand Tour, inglesi soprattutto, innamorati persi di Firenze.
Firenze, dall’alto di una bellezza spaventevole, ha tramortito tutti i suoi vicini, nascondendo ai turisti la possibilità di scoprire il bello oltre i suoi confini. Eppure, finalmente, qualcosa comincia a muoversi. Agriturismi, trekking, enogastronomia di qualità, desiderio di avventura in una natura incontaminata punteggiata di opere d’arte superlative fanno del Mugello una calamita naturale. Il libro di Riccardo Nencini non è soltanto una guida. È una dichiarazione d’amore. Un ‘petit tour’ nel Mugello Mediceo che rivela storie inedite, sorprendenti, scopre l’arte dove meno te l’aspetti, ti mette a tavola con prodotti tipici, bio, si dimena lungo strade scolpite dagli etruschi e dai romani, giù dai passi – cinque per la precisione: Futa, Giogo, Colla, Muraglione, Consuma – a rotta di collo. Attraversando le pagine del libro ci si può imbattere in Garibaldi, poi negli arcigni Ubaldini, quindi in una gentildonna che crebbe due papi, infine in briganti e contrabbandieri e nella migliore schiacciata che divori con gli occhi. Nessuno ne aveva mai parlato. Lontano dai torpedoni che scaricano i turisti di fronte agli outlet, lontano dalle rotte tradizionali, in bicicletta.

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Psi L’Aquila Pescara, serve una pausa di riflessione

Čet, 14/06/2018 - 15:37

Si continua a parlare da giorni di semplice necessità di riorganizzazione e di regolare prosecuzione delle attività gestionali e di voler preservare la piena funzionalità della struttura senza rallentarne il funzionamento quando ci si riferisce alla possibile intenzione di trasferire le direzioni degli uffici regionali dalla sede di L’Aquila a quella di Pescara.

Insomma ci ritroviamo nuovamente difronte all’ennesima volontà da parte del Governatore D’Alfonso di sottrarre sotto gli occhi di tutti- ma allo stesso tempo con maestria riuscire a nasconderlo- una possibilità di ritorno alla normalità e alla rinascita del capoluogo d’Abruzzo. Non molto sembra voler chiarire il Presidente D’ Alfonso che cerca di gettare fumo negli occhi indignandosi e meravigliandosi di fronte alle richieste di chiarimento dei Sindacati e di chi, come noi, ha manifestato il proprio scontento e le proprie perplessità”.

Da quanto riportato nella deliberazione n.349 della Giunta regionale dello scorso 24 maggio – proseguono gli esponenti socialisti – si evince chiaramente che gli spostamenti sono già iniziati, nel caso specifico si ravvede la necessità di stabilire, la sede dell’ Agenzia Regionale per l’Informatica e la Committenza (A.R.I.C.), per le funzioni di Centrale Unica di Committenza regionale, a Pescara. Lascia sconcertati leggere sulla Delibera come sia necessario l’adeguamento organizzativo dell’ A.R.I.C., in ragione del rilevantissimo aumento progressivo di carichi di lavoro per le Regioni interessate dalla RICOSTRUZIONE, per poi però decidere di stabilire la sede provvisoria (in Italia non c’è nulla di più definitivo del provvisorio) della struttura presso la Presidenza della Giunta regionale di Pescara, spostando funzioni inizialmente affidate al servizio di Genio Civile dell’’Aquila, ed il potere decisionale dall’aquilano al pescarese al fine di fornire criteri per l’adempimento dell’articolazione dell’ A.R.I.C stesso.

A che pro consegnare alla città di Pescara un lavoro ed una competenza che è da attribuirsi, in ragione anche della ricostruzione fisica della città, al Capoluogo? Torniamo forse a fare i conti con la volontà politica ed affettiva di voler preservare gli interessi della città di appartenenza di D’Alfonso anche solo per mantenere viva una certa popolarità nella stessa?
Leggiamo inoltre che nella delibera n.349 si parla esplicitamente di possibile ricorso, per quanto riguarda gli Enti Pubblici, ad un distaccamento provvisorio del personale presso la costituenda azienda ai fini dello svolgimento delle operazione richieste e non da ultimo si palesa la possibilità di selezionare il personale anche mediante trasferimento e mobilità tenendo conto delle attuali norme vigenti.
Riconosco che non si faccia mai riferimento ad un immediato trasferimento del personale, ma non posso fare a meno di concordare con chi in questi giorni ha parlato di vero e proprio “scippo” degli uffici regionali in favore della città di Pescara cercando di espropriare, tramite un semplice cambio di denominazione dell’ufficio, della guida e del controllo di settori quali Lavori Pubblici e Genio Civile andando a concentrare i poteri decisionali presso il Dipartimento dei trasporti ed infrastrutture con sede a Pescara”.

A nostro avviso è il caso di fermarsi a riflettere su quanto il momentaneo passaggio del potere decisionale dagli uffici aquilani a quelli pescaresi vada a scatenare una reazione a catena che, solo nel tempo, andrà a palesare le difficoltà di gestione del lavoro a distanza portando inevitabilmente a ritenere più che giustificato un successivo trasferimento degli uffici e del personale addetto al fine di snellire le procedure e lo svolgimento del lavoro stesso.

Gianni Padovani Segretario Prov.le PSI L’Aquila

Tiziana Iemmolo Componente Segreteria Comunale PSI L’Aquila.

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Caporalato, migranti a pane e acqua nel trapanese

Čet, 14/06/2018 - 14:18

caporalatoMigranti trattati peggio delle bestie. Li prelevavano all’alba da un capannone nelle campagne di Marsala, dove vivevano in pessime condizioni igienico sanitarie, oppure erano reclutati direttamente nei centri di accoglienza per migranti. Lavoravano per 3 euro all’ora nelle campagne di Marsala e di Mazara del Vallo, ricevevano pane duro a pranzo e a cena, venivano sfruttati anche per 12 ore al giorno. È quanto sono stati costretti a subire diversi lavoratori immigrati, clandestini e regolari, reclutati da due agricoltori di Marsala (Trapani), padre e figlio, rispettivamente di 68 e 35 anni, arrestati oggi dalla Polizia di Trapani. Sono state le intercettazioni e le telecamere installate dagli investigatori a inchiodare i due responsabili. Dalle indagini della Polizia di Stato è emerso che gli arrestati sfruttavano la manodopera almeno da tre anni, facendo fare turni di lavoro massacranti che iniziavano alle 5 del mattino.
Una vera e propria forma di schiavitù, anche nei piccoli ‘dettagli’. L’inchiesta, durata sei mesi, ha anche evidenziato i lavoratori si rivolgevano ai due uomini chiamandoli ‘padrone’ mentre, questi, a loro volta li chiamavano con i nomi della settimana: ‘giovedì’, raccontano gli inquirenti, era per esempio uno degli uomini sfruttati.
Ora i due ‘padroni’ sono finiti ai domiciliari su ordine del GIP di Marsala con l’accusa di sfruttamento della manodopera aggravato e in concorso e il Giudice ha disposto anche il sequestro preventivo di due vigneti e di un vasto oliveto, di proprietà degli arrestati, dove venivano fatti lavorare gli immigrati.

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Raggi. Secca bocciatura dal mini test elettorale

Čet, 14/06/2018 - 14:16

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L’effetto Raggi è arrivato. È una sconfitta pesante per la sindaca di Roma. Ha perso le elezioni nel III municipio (Nomentano) e nell’VIII (Garbatella), una popolazione complessiva di quasi 300 mila persone. I due candidati del M5S alla presidenza del municipio della Garbatella e del Nomentano sono andati addirittura fuori pista: non ci saranno nemmeno nel ballottaggio del 24 giugno.

Enrico Lupardini e Roberta Capaccioni domenica 10 giugno hanno raccolto appena il 13% e il 20% dei voti. Le opposizioni sono in rimonta. Alla Garbatella è diventato presidente al primo turno col 54% dei voti Amedeo Ciaccheri, centro-sinistra. Al Nomentano, invece, la sfida al secondo turno del 24 giugno sarà tra Giovanni Caudo, centro-sinistra, 41,52% dei voti, e Francesco Maria Bova, centro-destra, 34%.

I fasti di due anni fa sono solo un ricordo. Il 19 giugno 2016 andò alle urne il 50% dei romani e Virginia Raggi, candidata del M5S, espugnò il Campidoglio in modo trionfale: ben 770.564 voti, il 67,15% dei consensi. Roberto Giachetti, Pd, alfiere del centro-sinistra, si fermò appena al 32,85%, 376.935 voti. Così la Raggi divenne sindaca di Roma, sottraendo ai democratici la capitale d’Italia.

Adesso arriva una brutta doccia fredda, la prima in assoluto. I romani dei due municipi hanno protestato contro Virginia Raggi in due modi: o disertando le urne (non si è recato ai seggi oltre il 70% degli elettori) o votando per le opposizioni di centro-sinistra e di centro-destra.

Il mini test elettorale è una secca bocciatura per la sindaca, è affondato il M5S in due vaste aree della metropoli. La prima cittadina della capitale, a due anni della sua elezione, ha deluso le attese di rinnovamento. Non solo non è stato varato nessun grande progetto per fermare il degrado e rilanciare la città eterna, ma perfino i servizi pubblici essenziali sono a pezzi: gli autobus passano con forti ritardi e alcune volte vanno addirittura a fuoco, i rifiuti traboccano dai cassonetti puzzolenti, ogni tanto cade un albero nelle strade causando danni e feriti, le vie sono impercorribili dalle auto per le pericolose buche e diventano piscine quando piove, per la scarsa manutenzione dei tombini delle fogne.

La sindaca di Roma ha riconosciuto la sconfitta e tenta di correre ai ripari. Su Twitter ha annunciato: «I cittadini vanno sempre ascoltati. Seguiremo le loro indicazioni: ci impegneremo di più su decoro, lavori pubblici e trasporti». Effetto Raggi: rischiano il posto diversi assessori chiave della giunta capitolina grillina.

Virginia Raggi bussa anche alla porta di Palazzo Chigi. Dopo aver battuto cassa con il governo Gentiloni, è tornata alla carica con il nuovo esecutivo M5S-Lega presieduto da Giuseppe Conte. Punta ad ottenere più poteri e due miliardi di euro: «Se io ho bisogno di soldi per l’Atac, voglio parlare direttamente con lo Stato, non voglio passare dalla regione che me li dà se e quanti ne vuole».

Certo domenica 10 giugno non è stata una brutta giornata solo per la Raggi. Nello stesso giorno hanno votato quasi 7 milioni di italiani per rinnovare i sindaci di 761 comuni, l’affluenza è calata al 61% dal 67% di cinque anni fa, e i cinquestelle di Luigi Di Maio sono andati male. Una analisi dell’Istituto Carlo Cattaneo ha indicato una flessione rilevante: nei comuni capoluogo sono scesi dal 32,7% delle politiche del 4 marzo al 12,1% delle amministrative del 10 giugno mentre il centro-destra a trazione leghista è salito al 38% dal 33,4% di tre mesi fa. Il Pd è, invece, in lieve recupero rispetto alla disfatta delle politiche. Il nuovo governo giallo-verde sembra portare buoni frutti solo alla Lega di Matteo Salvini, mentre gli elettori pentastellati in parte si sono astenuti o hanno votato per altri.

Di Maio, Grillo e Davide Casaleggio (il M5S ha perso sonoramente anche ad Ivrea, la città cara al figlio di Gianroberto) dovranno riflettere sull’intesa con Salvini e come procedere nel programma del “governo del cambiamento” per non deludere i propri elettori ed evitare altre brutte sorprese. L’egemonia di Salvini sull’esecutivo populista si sta affermando e le elezioni europee della prossima primavera sono dietro l’angolo.

Leo Sansone
(Sfogliaroma)

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