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Incendio Roma, la Procura indaga per disastro colposo

Tor, 11/12/2018 - 10:36

ama incendiio 2

Allarme a Roma per il rogo divampato nella notte nell’impianto dell’Ama Tmb Salario per la gestione dei rifiuti. Una densa e alta colonna di fumo si è sollevata sulla zona di via Salaria e l’odore acre del fumo è stato avvertito anche in centro città. I vigili del fuoco hanno lavorato ore con diverse squadre per spegnere le fiamme all’interno di un capannone di duemila metri quadrati adibito a deposito rifiuti. La Procura di Roma indaga per disastro colposo in relazione all’incendio che ha interessato il Tmb Salario. I magistrati di piazzale Clodio attendono le informative delle forze dell’ordine

Per il momento non si può infatti sapere con certezza se si sia trattato di autocombustione. Non sarebbe la prima volta, perché i rifiuti fermentano molto a lungo nel deposito. Secondo le prime informazioni, l’incendio interessa un capannone di 2 mila metri quadrati. Sul posto 12 squadre di vigili del fuoco, per un totale di circa 40 uomini. L’odore acre ha raggiunto tutte le aree abitate della zona, a partire dalla borgata Fidene, mentre il fumo che si leva dal centro di trattamento dei rifiuti è visibile anche a grande distanza.

“È stata attivata una cabina di regia permanente con la Regione per valutare le azioni da mettere in campo ed eventuali rischi per la popolazione”, spiega l’assessore all’Ambiente di Roma Capitale, Pinuccia Montanari, in un’intervista a RaiNews24. Montanari, che si è recata presso la struttura per seguire di persona le operazioni di spegnimento dell’incendio, ha spiegato di attendere “la valutazione da parte degli esperti competenti” per possibili provvedimenti a tutela della salute dei residenti della zona.

“L’impianto è compromesso ma al momento i Vigili del Fuoco ci dicono che non c’è una nube tossica e che il vento non dovrebbe spingere il fumo prodotto dal rogo in direzione delle case”, ha spiegato Giovanni Caudo, presidente del Municipio III di Roma. “Siamo nell’impianto da poco dopo le 7 di questa mattina per monitorare le conseguenze immediate del rogo e soprattutto per rassicurare la popolazione”, ha aggiunto Caudo, “per quanto riguarda le scuole vicine e sulle case, abbiamo fatto chiudere per precauzione un asilo.

“Sappiamo che alle 4.20 il metronotte ha dato l’allarme, ha sentito un’esplosione”, a parlare è Alessandro Russo, sindacalista Ama della Cgil, contattato telefonicamente da TPI.it. A quell’ora il Tmb Salario era chiuso, conferma il sindacalista, quindi nessun lavoratore si trovava nell’impianto. “Non conosciamo la ragione dell’esplosione, ma possiamo immaginarla”, aggiunge Russo. “Non è neanche la prima volta che succede in quell’impianto: nel 2015 c’è stato un altro incendio”.

“È affrettato dire perché è successo, ma certo quella quantità di rifiuti dentro le fosse non aiuta”, sostiene il sindacalista Cgil. “Non possiamo sapere con certezza se si sia trattato di autocombustione. Non sarebbe la prima volta, perché i rifiuti fermentano così a lungo. Ma evidentemente se un impianto prende fuoco a fermo c’è qualcosa che non va”, spiega Russo.

“La quantità di rifiuto stoccata in quel Tmb arriva a 4 o 5 tonnellate. Solitamente durante una crisi dei rifiuti l’impianto è sovraccarico. I rifiuti vanno in putrescenza e fermentano. Teoricamente quell’impianto dovrebbe essere svuotato ogni giorno, finita la lavorazione della giornata. Invece si ammassano rifiuti, quindi è evidente che i margini di rischio aumentano”.

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Medici, più collaborazione con la Palestina

Pon, 10/12/2018 - 18:58

Sanità-riforma-ricette

Si è tenuto, presso la sede di via De Rossi, l’incontro tra il presidente dell’Ordine provinciale di Roma dei Medici-Chirurghi e Odontoiatri (OMCeO), Antonio Magi, e l’Ambasciatrice della Palestina Mai Alkaila. Con loro il consigliere dell’Ordine Foad Aodi, coordinatore dell’area Rapporti con i Comuni e Affari Esteri, e l’addetto culturale dell’ambasciata a Roma, Odeh Amarneh.

L’incontro ha sottolineato i rapporti di solidarietà e vicinanza da sempre molto forti con la Palestina, e inteso gettare le basi per un ulteriore rafforzamento di questi sul piano sanitario. Quale medico e ginecologa, la diplomatica ha parlato dell’Italia come di “una guida” per i Paesi dell’Unione Europea: “Ci sono tanti dottori palestinesi laureatisi qui che sono poi tornati in Palestina per assistere la nostra popolazione, e ora sono diventati dei veri ambasciatori della sanità e della cultura italiane.”

Sono stati discussi i punti preliminari d’ un protocollo d’ intesa per un cammino comune, che sarà sottoscritto, a gennaio 2019, presso la sede dell’Ambasciata a Roma. A centro della collaborazione con l’Ordine della Capitale, soprattutto la richiesta d’invio di equipe di alta specializzazione, con priorità alla cardiochirurgia pediatrica.

“Ci attiveremo come Ordine per mandare delegazioni di nostri iscritti laddove ci sono necessità e priorità, per effettuare interventi in loco, attingendo dai molti centri di eccellenza presenti a Roma. L’ambasciatrice Mai Alkaila, da collega, ci ha descritto quella che è, nel suo Paese, la carenza di attività sanitarie di nicchia, di super-specializzazione, in particolare per l’età pediatrica e la cardiochirurgia. Coi nostri medici, collaboreremo per permettere ai piccoli pazienti di essere operati e curati nel loro Paese e di rimanere vicini alle loro famiglie, evitando di dover venire qui in Italia”, ha dichiarato il presidente dei camici bianchi capitolini.

L’addetto culturale dell’ambasciata, Amarneh, ha poi anticipato che la firma del protocollo sarà seguita dall’invito al presidente Magi e una delegazione dell’Ordine di Roma di visitare la Palestina, le realtà sanitarie locali e le istituzioni rappresentative dei medici e degli odontoiatri.

“L’iniziativa di oggi fa seguito all’incontro già avuto nei giorni scorsi con una delegazione dell’ambasciata dell’Arabia Saudita”, ha ricordato a sua volta Foad Aodi: “E in programma ci sono altri appuntamenti, poiché intendiamo dare massima disponibilità ad ambasciate e delegazioni professionali che intendono proporci collaborazioni”.

Fabrizio Federici

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May nel caos. Salta il voto Parlamentare sulla Brexit

Pon, 10/12/2018 - 18:37

brexit

Governo britannico nel pallone. La premier Theresa May ha annunciato all’ultmo momento il rinvio del voto parlamentare sull’accordo sulla Brexit stretto dal suo governo con la Ue. Il vto era previsto per domani. Nel suo discorso davanti ai Comuni ha sottolineato “se il voto fosse andato avanti, sarebbe stato bocciato con un ampio margine. Quindi il voto sarà rinviato”, ha detto per giustificare la sua decisione. May ha sottolineato di aver “rinviato il voto per andare a Bruxelles e ottenere maggiori garanzie”, rifiutandosi di dare nuove scadenze, e lasciando intendere che può essere a gennaio. Il limite fissato dall’Ue per l’accordo è il 21 gennaio. La premier ha detto che intende recarsi a Bruxelles prima del vertice Ue di giovedì prossimo, 13 dicembre, per discutere con i leader europei e la commissione alcuni cambiamenti all’intesa. Theresa May punta a ridefinire le condizioni per l’attuazione anche solo teorica del meccanismo del backstop sul confine irlandese, attribuendo un ruolo al parlamento britannico in modo da dare a questo strumento “legittimità democratica”, ha detto alla Camera dei Comuni illustrando le ragioni del rinvio del voto di ratifica del suo contestato accordo sulla Brexit e i chiarimenti che spera di ottenere in nuovi colloqui con Bruxelles.

“Se la premier britannica, Theresa May, non è in grado di rinegoziare l’intesa su Brexit con l’Ue, lasci il suo posto”. A chiederlo, alla Camera dei Comuni, è il leader dei laburisti, Jeremy Corbyn, secondo cui “il governo ha perso il controllo degli eventi ed è in presa allo scompiglio”. La reazione sui mercati è immediata e porta la Sterlina a toccare un nuovo minimo nei confronti del dollaro. Il valore più basso, sottolinea la stampa britannica, degli ultimi 20 mesi, perdendo due centesimi e fermandosi a 1,2524 sulla valuta statunitense. Scivolone anche rispetto all’euro con il pound che ha perso l’1,4% sulla moneta unica rispetto a venerdì scorso attestandosi a quota 1,1018.

Il negoziatore tecnico del Regno Unito per la Brexit, Olly Robbins, è stato visto arrivare alla Commissione europea. Fonti comunitarie non smentiscono la sua presenza, ma non aggiungono elementi. Da parte sua l’Unione europea è chiara nel mantenere la propria posizione: “Il nostro assunto di lavoro resta che la Gran Bretagna lascerà l’Ue il 29 marzo 2019” e che l’accordo di divorzio sul tavolo sia “l’unico possibile”, “non rinegoziabile. La nostra posizione non cambia”. Ha detto una portavoce della Commissione Ue. La fonte aveva ribadito che l’Ue “si sta preparando a tutti gli scenari” e che comunque, anche dopo la sentenza di oggi della Corte Ue, al momento mancano le condizioni per la revoca dell’articolo 50 sul divorzio.

Anche Il premier irlandese, Leo Varadkar, aveva escluso oggi categoricamente la possibilità di rinegoziare l’intesa su Brexit raggiunta tra l’Ue e la premier britannica Theresa May. “Non è possibile rivedere il backstop”, ha dichiarato ai giornalista a margine di un evento a Dublino. “Se siamo a questo punto è perché la Gran Bretagna ha voluto lasciare l’Ue e nella lunga contrattazioni ci sono state diverse concessioni da parte nostra e tante linee rosse stabilite da Londra”, ha aggiunto

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COMANDO IO

Pon, 10/12/2018 - 18:17

Salvini-Di_MaioPiù che un’alleanza di Governo, quello che si profila è un Esecutivo a dirigenza Lega, con Salvini che rappresenta non solo la parte pratica e decisionista, ma soprattutto il vero Premier.
“Tutti i ministri hanno il dovere di incontrare sempre le imprese. Come ha detto il presidente Boccia ora ci aspettiamo i fatti e i fatti si fanno al Mise, perché è il Mise che si occupa delle imprese”, è la risposta di Di Maio ha risposto ai cronisti che gli chiedevano se non si sentisse ‘scavalcato’ dal ministro dell’interno Matteo Salvini, che ieri ha incontrato gli imprenditori. “Il nostro obiettivo è creare un tavolo permanente (con le impose, ndr) che segua tutta la legge di bilancio per gli imprenditori e i professionisti per dargli la possibilità di migliorarla”, ha poi annunciato Di Maio, che domani incontrerà circa 30 sigle imprenditoriali, contro “le poco più di 10 viste ieri da Salvini”. Alle imprese Di Maio assicura novità sul cuneo fiscale, la sburocratizzazione e i debiti della pubblica amministrazione.
Ma non solo, il Vicepremier e Capo politico dei Cinquestelle prova a risalire la china dell’ascendete perso a discapito degli alleati del Nord con nuove promesse. “Il Movimento 5 stelle è per tagliare quelle pensioni che non meritano di essere così alte perché le persone non hanno versato i contributi. Sono sicuro che raggiungeremo una soluzione perché nessuno è così suicida in Italia da voler bloccare il taglio delle pensioni d’oro, in un momento in cui gli italiani sono arrabbiati”, dice Luigi Di Maio, per il quale gli italiani “confidano in un governo che tagli tutti gli abusi, le ingiustizie e gli sprechi, in altri Paesi scendono in piazza contro i governi”.
Di Maio prova poi a rimettere in discussione l’Ecotassa, bocciata proprio da Salvini: “Dobbiamo incentivare le auto elettriche, ibride, quelle a metano, se dobbiamo trovare delle soluzioni per la parte malus della norma sono pronto al dialogo per evitare nuove tasse sulle auto degli italiani ma il problema dell’inquinamento va affrontato”.
Per una volta sembra che la palla tocchi al Vicepremier della parte pentastellata del Governo Giallo-verde, ma Matteo Salvini ancora una volta ci tiene a far capire chi comanda e risponde agli alleati. “A me interessa la sostanza, io incontro, ascolto, trasferisco, propongo, miglioro poi a me interessa che il governo nel suo complesso aiuti gli italiani. Ognuno fa il suo”. Lo dice il ministro dell’Interno e vicepremier, Matteo Salvini, ad Assolombarda, replicando alle parole dell’altro vicepremier e ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, che in merito all’incontro di ieri al Viminale con le sigle imprenditoriali ha sottolineato che “i fatti si fanno al Mise”.

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Per un congresso di unità e di rinnovamento

Pon, 10/12/2018 - 18:11

Entro il 31 dicembre la nostra comunità dovrà completare i suoi quadri. E prepararsi a un congresso che mi auguro di unità, pur senza retorici unanimismi, e di rinnovamento, ma non di rottamazione delle sue migliori energie. Dovremo insieme definire le norme congressuali da sottoporre a un Consiglio nazionale da tenere a fine gennaio. Poi tra febbraio e marzo potremo celebrare i congressi provinciali, regionali e nazionale, che forse si potrebbe anche anticipare di qualche giorno rispetto alla data fissata.

Oggi parlo solo di unità e di rinnovamento. L’unità, non la retorica della unità, si fonda sulla sintesi politica possibile e io penso che non dovrebbe essere difficile individuare un percorso comune che fuoriesca dall’incomprensibile contrapposizione tra Rosa nel pugno e unità socialista, essendo a mio parere la seconda, peraltro assai limitata nelle sue proporzioni, assolutamente compatibile con la prima e quest’ultima solo un primo tentativo, peraltro insufficiente, di espansione della nostra piccola comunità. Niente é già deciso, la programmata manifestazione coi radicali di Milano é stata rinviata. Possiamo fissare tutti insieme le tappe del percorso che ci attende.

Quelle che vedo sono le seguenti. L’appello a tutti i socialisti disponibili a rientrare nel Psi darà i frutti che potrà dare. Nencini ha elaborato un documento con talune firme, anche prestigiose, ed é giusto aprire le porte a tutti. Il problema é che molte sono state chiuse a chiave. D’altronde la politica ha le sue regole. Immaginare una riunificazione di tutti i socialisti sopravvissuti che un quarto di secolo fa erano nel Psi é illusione da nostalgici e romantici, peraltro piuttosto incomprensibile. Ho trovato vecchi compagni seminati ovunque e non si comprende perché mai, con convinzioni opposte, gli stessi dovrebbero ritrovarsi oggi nello stesso partito. Occorrerebbe un sortilegio, non un congresso.

Vengano dunque tutti i disponibili, vengano a darci una mano. Il Psi è l’unico partito della prima Repubblica ancora presente in Parlamento, nelle regioni e ancor più nelle province e nei comuni. Non è vero che é l’unico esistente. Esistono ancora, lo testimoniano sui social, partiti comunisti, democristiani, repubblicani, messi assai peggio di noi. Ma noi abbiamo un dovere in più di resistere. E ciò dipende dal fatto che il nostro vecchio Psi è l’unico partito della prima repubblica che non ha avuto un erede nella seconda. Contrariamente ai comunisti, ai democristiani, perfino ai missini, i socialisti, demonizzati dal clan mistificatorio Mani pulite, sono stati cancellati dalla politica e dalla storia.

Se dunque un motivo forte di esistere e di resistere ce l’abbiamo, nel contempo sappiamo che soli siamo destinati presto a sparire. Il sistema italiano non è più identitario dal 1994 e oggi è stato sconvolto da una nuova rivoluzione che ha distrutto il ventennale bipolarismo, magari per crearne uno nuovo, quello, nefasto, tra Lega e Cinque stelle. La nostra deve essere dunque una missione per rafforzarci contaminando, non chiudendoci a riccio. Vedremo quali saranno gli sviluppi in casa Pd, dove non é esclusa da un lato una regressione post comunista e dall’altro una fuga neo centrista. Vedremo se Renzi saprà sfidare quanti anelano a una sinistra pentastellata, assai peggio di quella massimalista, confusa, populista, e un po’ idiota.

Noi, dopo l’unita possibile e il primo attracco coi radicali, dovremo aprirci a nuove compagnie europeiste, ambientaliste, laiche e riformiste, ovunque si celino e puntare per le elezioni europee o sull’identità socialista e dunque sull’accordo col Pd, partito del Pes, o su un accordo riformista con altri soggetti in grado di superare l’alto sbarramento elettorale. E dovremo individuare il nuovo gruppo dirigente e in particolare il nuovo segretario. Credo dovremmo farlo tutti insieme e prima del congresso. Non siamo un partito che può permettersi nuove rotture dopo la celebrazione dell’unità. Tutte le tensioni sulla data del congresso nascondono altro. Ma non credo che parlando di politica e di nuovo gruppo dirigente con chiarezza e apertura non possano essere superate. Penso che questo non sia solo possibile, ma necessario.

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Nel 2019 la manovra porterà maggiori tasse per le aziende per 6,2 miliardi

Pon, 10/12/2018 - 17:43

Invalidità civile

ACCESSO SEMPLIFICATO ALL’ACCOMPAGNAMENTO

Dal 1° gennaio 2019 entra a regime l’accesso semplificato all’indennità di accompagnamento per i cittadini ultrasessantacinquenni, introdotto in via sperimentale nel maggio 2018. È quanto ha recentemente comunicato l’Inps con il messaggio del 28 novembre 2018, n. 4463.

La semplificazione consiste nella possibilità per il cittadino di anticipare al momento della presentazione della domanda di invalidità civile le informazioni di natura socio-economica contenute nel modello AP70, di norma comunicate solo al termine dell’esito positivo della fase sanitaria.

Grazie all’acquisizione anticipata di tali notizie, è possibile, una volta definito positivamente l’iter dell’accertamento sanitario, liquidare in tempi brevi la prestazione economica riconosciuta.

L’indennità di accompagnamento è un trattamento economico assistenziale, erogato a richiesta, a favore degli invalidi civili totali a causa di minorazioni fisiche o psichiche per i quali è stata accertata l’impossibilità di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore oppure l’incapacità di compiere gli atti quotidiani della vita.

E’ concessa, in particolare, ai soggetti per i quali è stata accertata la totale inabilità (100%) residenti in forma stabile in Italia, a prescindere dalla condizione reddituale personale annua e dall’età.

Ai fini dell’ammissione alla prestazione numeraria, il cittadino deve chiedere il riconoscimento dei requisiti sanitari inoltrando la prescritta istanza mediante il servizio denominato “Invalidità civile – Invio domanda di riconoscimento dei requisiti sanitari”.

Accertato il possesso dei requisiti sanitari e amministrativi previsti, il conseguente trattamento economico viene corrisposto per 12 mensilità, a partire dal primo giorno del mese successivo all’inoltro della richiesta o, eccezionalmente, dalla data indicata dalle commissioni sanitarie nel verbale di riconoscimento dell’invalidità civile inviato dall’Inps. Attenzione, il pagamento dell’indennità viene sospeso in caso di ricovero in istituzioni sanitarie o case di cura e assistenza a totale carico dello Stato per un periodo superiore a 29 giorni.

Per quest’anno l’importo dell’assegno di accompagnamento è di 516,35 euro. L’indennità di accompagnamento è incompatibile con le prestazioni simili corrisposte per cause di servizio, lavoro o guerra, salvo il diritto di opzione per il trattamento più favorevole.

L’indennità di accompagnamento è compatibile invece con lo svolgimento di attività lavorativa, dipendente o autonoma, e con la titolarità di una patente speciale.

L’indennità di accompagnamento è altresì compatibile e cumulabile anche con la pensione di inabilità, con le pensioni e le indennità di accompagnamento per i ciechi totali o parziali (soggetti pluriminorati). Importante, ai minori titolari di assegno di accompagnamento, al compimento della maggiore età, viene automaticamente riconosciuta senza necessità di inoltrare l’apposita domanda amministrativa e senza necessità inoltre di ulteriori accertamenti sanitari. la pensione di inabilità riservata ai maggiorenni totalmente inabili. Per i neo diciottenni rimane tuttavia confermato l’obbligo di trasmettere il modello AP70.

Per la domanda, Una volta ottenuto il certificato medico introduttivo dal proprio medico curante e il codice allegato, l’istanza si invia online all’Inps attraverso il servizio dedicato. In alternativa si può fare domanda tramite gli enti di patronato o le associazioni di categoria dei disabili (Anmic, Ens, Uic, Anfass), usufruendo dei servizi telematici offerti dagli stessi.

Importante, con l’eccezione delle domande di aggravamento presentate dai malati oncologici, non è possibile inoltrare una nuova istanza per la stessa prestazione fino a quando non sia completamente esaurito l’iter di quella in corso o, in caso di ricorso giudiziario, finché non sia intervenuta una sentenza passata in giudicato.

Chiarimenti in caso di trasferimento all’estero

INDENNITÀ DI MALATTIA: PRECISAZIONI INPS

La libera circolazione delle persone all’interno dei Paesi dell’unione Europea si è nel tempo rafforzata con l’introduzione del concetto di cittadinanza europea, la creazione dello “spazio Schengen” e la direttiva generale del Parlamento Europeo e del Consiglio elaborata per incoraggiare i cittadini dell’Unione a circolare e soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri.

Alla luce di questi principi l’Inps ha previsto che, in caso di trasferimento del lavoratore nei Paesi dell’Unione e in paesi extraeuropei, durante l’assenza dal lavoro per malattia, il riconoscimento della prevista indennità è subordinato al possesso di un’autorizzazione al trasferimento rilasciata dalla Asl o dall’Istituto stesso.

A tale proposito, il messaggio Inps n.4271 fornisce chiarimenti in ordine ai numerosi quesiti, recentemente pervenuti dalle Strutture territoriali dell’Istituto, sulla perdurante validità, pur nel mutato quadro normativo europeo, delle indicazioni formulate con la circolare 192 del 1996, in merito alla necessità dell’autorizzazione al trasferimento in paesi Ue.

Il provvedimento di autorizzazione va inteso come una valutazione medico-legale volta a escludere eventuali rischi di aggravamento del paziente, derivanti dal trasferimento, in ragione dei maggiori costi per indennità di malattia che una tale circostanza comporterebbe a carico dell’Istituto. Qualora il paziente proceda comunque al trasferimento nonostante il parere negativo dell’Inps, il diritto all’indennità economica verrà sospeso nell’ipotesi in cui il lavoratore compia atti che possano pregiudicare il decorso della malattia.

Pensioni

CON QUOTA 100 PIÙ FACILE IL RISCATTO LAUREA

La possibilità di pensionamento anticipato con Quota 100 potrebbe implicare anche il rilancio dell’operazione di riscatto degli anni di laurea per consentire a un maggior numero di dipendenti di perfezionare i 38 anni di contributi necessari a raggiungere, con i 62 anni, la fatidica quota 100.

Il riscatto degli anni di studio all’università consente di sommare diversi anni di contribuzione a seconda della durata legale del corso di studi praticato, utile ai fini del computo dell’età pensionabile. Con quota 100 tale operazione diventa ancora più appetibile: in tal modo i lavoratori riuscirebbero a maturare più facilmente i 38 anni richiesti per l’accesso alla quota 100, nel rispetto del requisito anagrafico di almeno 62 anni di età.

Non solo, ma l’utilità del riscatto laurea tornerebbe sotto forma di incentivo vantaggiosa anche per i datori di lavoro che intendono finanziare l’uscita dei dipendenti più prossimi alla quiescenza facendo ricorso ai fondi bilaterali. La novità potrebbe riprendere l’impostazione che nel 2017 era stata costruita per agevolare gli esodi dei bancari in esubero ovvero, come di recente riportato dal Sole 24Ore, attingendo al Fondo di solidarietà del credito ordinario e cooperativo.

Grazie a questa misura, il numero di domande per il riscatto ai fini pensionistici degli anni di università è notevolmente lievitato negli ultimi anni, accompagnato anche dai risvolti favorevoli del riscatto per perfezionare i requisiti per la pensione anticipata con il cumulo dei contributi. La stessa formula potrebbe essere impiegata per altri settori e fondi di solidarietà, permettendo quindi ai datori di lavoro di incentivare l’uscita anticipata con quota 100 dei lavoratori senior.

Dal 2016 al 31 agosto scorso l’Inps ha ricevuto 62.282 domande di riscatto laurea e ne ha accolte 28.389 tra gestione pubblica e privata. Nel settore privato, delle 43.686 domande presentate, 12.920 sono pervenute nei primi otto mesi di quest’anno, ovvero da quando è in vigore la circolare Inps (n.188 del 22 dicembre) che ha dato attuazione a questo strumento che consente alle banche la facoltà di riscatto e ricongiunzione di periodi utili al conseguimento del diritto alla pensione anticipata o di vecchiaia dei propri dipendenti.

Da quando è entrato in vigore il cumulo gratuito a gennaio 2017, in molti hanno riscoperto la convenienza del riscatto laurea per soddisfare prima le condizioni richieste per accedere alla pensione anticipata (42 anni e 10 mesi fino a fine anno) e di vecchiaia (67 anni dal gennaio prossimo).

Passare a una gestione che prefigura redditi più bassi ha consentito a molti di unire anche gli anni della laurea al cumulo, reso gratuito, dei versamenti in gestioni diverse. Tra le 18.062 domande del settore privato e le 6.553 del settore pubblico ce ne sono parecchie (8.447) fatte da over 56enni: il motivo è proprio nella gratuità del cumulo.

Da segnalare infine che possono essere riscattati soltanto i periodi corrispondenti alla durata legale del corso di laurea (o una sua parte), compresi i dottorati di ricerca, i diplomi di specializzazione post laurea ed i titoli di studio equiparati a seguito dei quali sia stata conseguita la laurea o i diplomi previsti dall’articolo 1, della legge 341/1990. Ma possono essere inoltre riscattati anche i titoli conseguiti all’estero, se però hanno valore legale in Italia.

Non possono invece essere riscattati: i periodi di iscrizione fuori corso; i periodi già coperti da contribuzione o riscatto; le borse di studio universitarie per la frequenza del dottorato di ricerca; gli assegni concessi da alcune scuole di specializzazione.

Cgia

IN 2019 A IMPRESE +6,2 MLD DI TASSE

Nel 2019 la manovra di bilancio comporterà alle aziende italiane un aggravio di gettito di 6,2 miliardi: di cui 4,5 miliardi circa in capo alle imprese non finanziarie e quasi 1,8 miliardi a carico di banche e assicurazioni. A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia che è giunto a questi risultati dopo aver misurato gli effetti fiscali sulle imprese di ogni singolo articolo presente nel disegno di legge di bilancio. La cifra tiene conto delle nuove misure che appesantiranno la tassazione, della rimozione o del differimento di altre che avrebbero dovuto essere applicate e dell’introduzione di novità che invece alleggeriranno il prelievo. Le cose, invece, andranno meglio nel 2020, quando la crescita del prelievo si ridurrà a soli 374 milioni di euro, per cambiare completamente segno nel 2021, quando il sistema delle imprese, le banche e le assicurazioni beneficeranno di una diminuzione del prelievo fiscale per un importo di circa 1 miliardo di euro.

Carlo Pareto

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Agli uomini di buona volontà… democratica

Pon, 10/12/2018 - 17:37

Dalla stampa apprendiamo che finalmente qualcosa di nuovo si muove nel mondo cattolico per un’assunzione di responsabilità verso i pericoli a cui è soggetto il Paese per la rottura della solidarietà europea sotto l’attacco dei risorgenti nazionalismi, sovranismi e populismi. Nel ripiegamento su se stesso di ogni Paese si ricade nella tentazione autarchica strettamente connessa con tentazioni autoritarie che minano dall’interno a demolire le istituzioni democratiche. Finalmente si sente riemergere il richiamo all’insegnamento sturziano ed” all’appello ai liberi forti” con una spinta dal basso che nacque dalla partecipazione agli enti locali, scuola unica oggi rimasta di democrazia dopo i fallimenti delle batterie d’indottrinamento ideologico di stampo novecentesco.

Ebbene il rinnovato appello” ai liberi e forti” va riattualizzato nel contesto d’oggi altrimenti rischia il naufragio prima ancora di provarci sul serio. Gli accorati appelli del Presidente della CEI alla partecipazione dei cattolici alla vita pubblica anche a quella politica ha raggiunto un livello di intensità tale corrispondente all’altissima posta in gioco a cui abbiamo accennato: la partita Italia-Europa a cui è strettamente legata la sorte della democrazia rappresentativa. Non si tratta solo dei conati autoritari verso un uomo solo al comando ma della convergenza verso lo stesso esito dei teorici da strapazzo della maggiore forza di governo. Anche se in calo, il Mstelle attraverso il suo garante(?)Grillo auspica il sorteggio per la nomina dei deputati nel più assoluto disprezzo della democrazia liberale rappresentativa o con Casaleggio profetizza a breve il superamento del Parlamento, in aperto dispregio del suo stesso rappresentante istituzionale, il Presidente del Parlamento Fico, che all’atto dell’insediamento si impegnò a restituire centralità al Parlamento rispetto agli straripamenti del governo a partire dall’abuso dei voti di fiducia.

A mantenere stimolare e sostenere questo solenne impegno di Fico non c’è stata una presenza attiva e dialogante della maggiore opposizione, di quel PD che nei suoi candidati alla segreteria, nessuno escluso,si compiace di ribadire l’incomunicabilità con i grillini invece di farne esplodere le contraddizioni che stanno procurando dissociazioni e permanenti mal di pancia verso la sudditanza sempre più evidente verso l’azionista, ormai di maggioranza nei sondaggi, quel Salvini che sogna un ruolo da leader europeo che dall’interno sfascia l’Unione alleandosi con i regimi autoritari più ostili agli interessi italiani che pretende di tutelare e difendere. Su fa questa scelta è legittimo pensare che per lui è prevalente l’affinità sovranista nazionalista autoritaria e che per arrivarci il più grosso ostacolo è l’Unione da disintegrare. La posta in gioco è così alta e drammatica che giustamente i cattolici si sentano spronati ad impegnarsi prima che la situazione precipiti. Ma il come riveste un ruolo decisivo. Sintetizzo al massimo il mio parere in proposito. Quel “liberi” va coniugato oggi come libertà di fare le proprie scelte, compresa quella di un movimento di ispirazione cristiana che sollecita una doppia adesione come processo di maturazione senza distacchi traumatici ed alternativi mentre il “forti” fa riferimento a valori condivisi e irrinunciabili, questi sì da testimoniare e promuovere in qualunque sede.

Uno di questi è certamente la difesa della democrazia rappresentativa nelle diverse forme e per quanto ci riguarda com’è strutturata nelle sue linee essenziali (a partire dallo Stato delle autonomie) nella Costituzione, rivendicata come patrimonio comune da sviluppare e non disintegrare come si tenta di fare in modo strisciante. Bisogna avere l’ambizione di parlare a tutti e richiamarli alle proprie responsabilità immunizzati dai pifferai magici con le loro pulsioni autodistruttive.

Roca

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La gara disperata nel moribondo Pd

Pon, 10/12/2018 - 17:24

congresso pd

Ha perso tutto, tutto quello che poteva perdere l’ha perso. Pd la gara disperata. Negli ultimi tre anni il Pd ha perso il referendum costituzionale e le elezioni comunali, regionali e politiche. Nel voto politico del 4 marzo, in particolare, è precipitato ad appena il 18% dei consensi (dal 33% del 2008, il 25% del 2013 e il 40,8% del 2014). Da forza egemone del centro-sinistra e del governo è stato messo all’opposizione dalla Lega e dal M5S, gli avversari populisti.

Adesso il partito, a nove mesi dal disastro delle elezioni politiche, appena ha provato a rialzare la testa convocando il congresso nazionale è rimpiombato nel caos: Marco Minniti, uno dei sette candidati a segretario, molto quotato a vincere la sfida, si è fatto da parte. L’ex ministro dell’Interno si è improvvisamente ritirato dalla corsa lasciando campo libero a Nicola Zingaretti, ora super favorito.

Minniti ha gettato la spugna perché, a sorpresa, si è trovato in una contraddizione insanabile: era il candidato renziano in gara mentre Matteo Renzi era entrato nel possibile tunnel della scissione del Pd. Così ha lasciato il campo  per “salvare” il partito dalla distruzione.

 Pd la gara disperata. Il partito fondato nel 2007 da Walter Veltroni con l’impostazione della “vocazione maggioritaria” è diventato una piccola forza senza alleati che non riesce neppure a realizzare un’opposizione minima nel Parlamento e nel paese al “governo del cambiamento”.

Il Pd guidato, via via, da Veltroni, Franceschini, Bersani, Epifani, Orfini, Renzi e Martina ha accusato una crisi sempre più drammatica: il suo elettorato di sinistra e di centro-sinistra si è sentito tradito. È considerato succube delle èlite, dei grandi imprenditori e banchieri (da Carlo De Benetti a Giovanni Bazoli) che hanno fatto il tifo per la sua nascita. Per questo gli elettori gli hanno voltato le spalle in massa astenendosi dalle urne o votando per i populisti, in particolare per i grillini. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, in competizione politica ed elettorale tra loro in vista delle europee di maggio, non gli fanno toccare palla: svolgono sia i ruoli del governo sia quelli dell’opposizione. Sia per il capo politico del M5S sia per il segretario della Lega “l’opposizione non esiste”.

Pd la gara disperata. Il Pd, il maggiore partito della sinistra, già nel marasma, ora è catatonico, è in coma profondo. Prima si è dimesso da segretario Matteo Renzi, poi il successore Maurizio Martina, adesso ha lasciato Minniti mentre era appena cominciata la corsa verso le elezioni primarie del 3 marzo.

C’è chi, come Carlo Calenda, considera talmente compromessa la situazione che vuole perfino chiudere bottega e cambiare nome al Pd. Tra i 6 candidati alla segreteria adesso spiccano due nomi: Nicola Zingaretti e Maurizio Martina, che si è ricandidato. Tutti e due vengono dalla storia del Pci-Pds-Ds e sono riformisti. Puntano il dito contro l’errore di aver trascurato il problema delle crescenti “disuguaglianze sociali”. Il primo è più attento al principio di “uguaglianza”, il secondo fa più attenzione al valore della “sicurezza” (sociale ed economica). Sia il presidente della regione Lazio sia l’ex ministro dell’Agricoltura, però, partono dal presupposto di dare una risposta alla “paura”, di soddisfare le richieste di “protezione” degli italiani per recuperare il rapporto perduto con l’elettorato e la base di sinistra e di centro-sinistra. Entrambi sono contrari ad un accordo con il M5S, ma il no di Zingaretti è meno netto. Sfumature.

Tutti e due vogliono una totale rottura con il passato e un rinnovamento profondo del Pd. Anche Martina, che in passato è stato più vicino di Zingaretti a Renzi, sta facendo una campagna congressuale molto distante dall’ex segretario ed ex presidente del Consiglio un tempo potentissimo. I due antagonisti cercano perfino di evitare di nominare Renzi, passato in breve tempo da riverito protagonista ad appestato della politica italiana. L’ex segretario ed ex presidente del Consiglio si fa sentire il meno possibile ma conta ancora molto. Ha polemizzato con Minniti: «Chiedetemi tutto ma non di fare il piccolo burattinaio al congresso». Entro gennaio, secondo il tam-tam di Montecitorio, potrebbe fondare un suo partito liberaldemocratico sul modello francese di Emmanuel Macron ma lui ha smentito: una scissione «non è all’ordine del giorno, e non ci sto lavorando». Le voci impazzano. Secondo qualcuno Renzi potrebbe addirittura ricandidarsi alla segreteria.

Pd la gara disperata. Zingaretti, Martina e gli altri quattro candidati alla guida del patito si sono lanciati in un lavoro difficilissimo. Ci potrebbe essere anche un nuovo giocatore. I renziani, in maggioranza assoluta nei gruppi parlamentari, sono rimasti senza un candidato alla segreteria: potrebbero decidere di far scendere un loro nome in pista, l’ultima data utile è il 12 dicembre. Per adesso non c’è una alternativa credibile al populismo e nemmeno si intravede all’orizzonte. Per ora non ci sono parole e programmi che possano risvegliare l’interesse e l’entusiasmo dell’elettorato frammentato e deluso di sinistra. Chiunque vincerà per prima cosa avrà davanti il problema di ricostruire un Pd sommerso dalle macerie.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

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Ronaldo invita l’eterno rivale Messi: “Fai come me, vieni in Italia”

Pon, 10/12/2018 - 17:16

CR7 non sente la mancanza dell’acerrimo rivale: “Magari manco io a lui, potrebbe accettare la mia stessa sfida”. Sui primi mesi alla Juventus: “Una grande famiglia, la Champions non dev’essere un’ossessione”.

ronaldomessiROMA – Messi, c’è posta per te. Il mittente è Cristiano Ronaldo: “Fai come me, accetta la sfida e vieni a giocare in Italia”. Dopo anni e anni di sfide (a suon di gol), il campionato spagnolo ha perso la grande rivalità tra l’argentino e il portoghese, dopo la decisione di quest’ultimo di lasciare il Real Madrid per trasferirsi alla Juventus. E se la Serie A fosse in futuro il teatro di questa storica rivalità?

“MAGARI GLI MANCO” – All’asso lusitano gli viene chiesto se ha nostalgia di Messi, ma Cristiano risponde ironicamente (nemmeno troppo): “Magari manco io a lui. Mi piacerebbe che venisse in Italia un giorno. Però, se è felice lì, lo rispetto. È un fantastico giocatore, un bravo ragazzo, ma qui non mi manca niente. Questa è la mia nuova vita e sono felice”. Per 10 anni si sono divisi equamente il Pallone d’oro – cinque a testa -, adesso Luka Modric ha posto fine a questo dualismo. Ronaldo non nasconde di esserci rimasto male: “Io penso di meritarlo tutti gli anni, lavoro per quello, però se non vinco non è la fine del mondo. Certo che sono deluso, ma la vita continua e io lavorerò ancora duro. Quindi congratulazioni a Modric, lui merita, ma il prossimo anno ci vedremo di nuovo e io farò tutto per essere ancora lì”.

“JUVE GRANDE FAMIGLIA” – Il suo adattamento al calcio italiano è stato perfetto: la Juventus vola in campionato (e non è una novità), ma ora spero di vincere quella Champions League che manca dal 1996. “Io dico sempre che non può essere una ossessione, bisogna pensarci con tranquillità – dice CR7 che di Champions ne vinte ben 5 -. Tutti la vogliamo, ma dobbiamo arrivarci passo per passo. Guardate la partita con lo United, se fosse stato un quarto di finale saremmo usciti. Servono un po’ di fortuna, il momento giusto, i dettagli”. Sulla sua nuova vita a Torino: “Qui siamo una squadra, altrove qualcuno si sente più grande degli altri, invece qui sono tutti sulla stessa linea, sono umili e vogliono vincere. È molto diverso da Madrid, questa è più una famiglia. Ora sono sicuro al 100% che era la migliore opzione”.

Francesco Carci

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Roma (Psi): “Salvini ci ha sempre descritti come parassiti”

Pon, 10/12/2018 - 17:13

“La partecipazione di una pattuglia di calabresi alla manifestazione di Salvini a Roma è un insulto per i tanti meridionali costretti in questi anni a subire insulti e sfottó, in nome di una questione settentrionale oggi ben camuffata solo per esigenze elettoralistiche”.

Così Scipione Roma, membro della Direzione del Psi, commentando la manifestazione di Salvini a Roma.

“Se a questo aggiungiamo che hanno persino usato lo stemma della Regione Calabria sul proprio striscione, l’insulto lascia il posto alla vergogna”- ha aggiunto. “Mi rivolgo ai tanti calabresi liberi: costruiamo un fronte comune contro una forza politica anti meridionalista, che ci ha sempre descritti come parassiti e nullafacenti, dimostrando che non abbiamo bisogno di mancette elettorali, di finti leader o pacche sulle spalle” ha attaccato. “Rimettiamo al centro del l’agenda politica nazionale, la questione meridionale”

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XVI Edizione di “Roma videoclip – il cinema incontra la musica”

Pon, 10/12/2018 - 17:01

logo Roma videoclip nuovoUna serata speciale con grandi artisti del cinema e della musica. Torna il Premio Roma videoclip giunto alla sedicesima edizione, tra le più importanti kermesse di incontri ravvicinati tra cinema e musica, ideata e diretta da Francesca Piggianelli, una rassegna che omaggia artisti, registi, videoclip, musiche e compositori, live film concerto, produzioni ed etichette discografiche, un appuntamento dove si incontrano e sono premiati i più importanti protagonisti del settore cinematografico e musicale ma anche un grande risalto ai videoclip indipendenti e sociali. “L’obiettivo di Roma Videoclip – sottolinea Francesca Piggianelli – è da sempre quello di rendere omaggio al connubio tra cinema e musica e di valorizzare il genere del videoclip, che rappresenta una forma di arte espressiva, a tutti gli effetti un micro film”.Michele-Placido-750x420

La rassegna è realizzata in collaborazione con Luce Cinecittà, con il Patrocinio di Regione Lazio e Mibac – Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con il supporto di Roma Lazio Film Commission, Cinecittà Panalight, Sagevan ed Equilibra.

IL PROGRAMMA

ERMAL META e FABRIZIO MORO “Non mi avete fatto niente” regia di Michele Placido e Arnaldo Catinari

FABRIZIO MORO feat ULTIMO “L’eternità” (il mio quartiere) regia di Trilathera

TIROMANCINO feat ALESSANDRA AMOROSO “Due destini” con la partecipazione di Marco Giallini regia di Antonio Usbergo e Niccolò Celaia

TIROMANCINO “Noi casomai” regia di Federico Zampaglione con la partecipazione di Giglia Marra, Francesco Montanari, Riccardo De Filippis, Virgilio Olivari

LUCA BARBAROSSA “La dieta” con la partecipazione di Anna Foglietta e Marco Giallini regia di Paolo Genovese

RON “Almeno pensami” regia di Gianluca Calu Montesano (omaggio Lucio Dalla)

LUNA VINCENTI “Mille anni luce” con la partecipazione di Giulio Berruti regia di Luisa Carcavale

MARCONDIRO “Ammore vero” regia di Marcondiro con la partecipazione di Stefano Fresi

LA SCELTA “Argilla” con la partecipazione di Mirko Frezza e Milena Mancini regia di Matteo Casilli e Giorgio Varano

PIOTTA “Solo per noi” regia di Glauco Citati

LE VIBRAZIONI “Così sbagliato” tratto dal film Drive me Home con Vinicio Marchioni e Marco D’Amore regia di Simone Catania

ANTONIO DIODATO e ROY PACI “Adesso” tratto dal cortometraggio “La notte prima” di Annamaria Liguori con la partecipazione di Giorgio Colangeli, Antonia Liskova e Francesco Montanari

PREMIAZIONE 11/12/18 ore 19:00 Sala Fellini – Studi di Cinecittà (Roma) conduce Claudio Guerrini

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Pierino e il Lupo, una favola politica con storie dentro le storie

Pon, 10/12/2018 - 16:55

michaEra il 1936 quando Sergej Prokofiev, dopo il suo ritorno in Unione Sovietica. scrisse un’opera su commissione del Teatro Centrale dei Bambini di Mosca per avvicinare i bambini alla musica. Protagonisti Pierino, il lupo, un uccellino, un’anatra, un gatto, il nonno e un gruppo di cacciatori, dove ogni personaggio è rappresentato da uno strumento musicale. Una favola semplice e allo stesso tempo sofisticata che, nonostante lo scarso successo iniziale, valicò i confini dell’URSS e divenne un classico apprezzatissimo, anche dagli adulti.

Poi arrivò Maurice Béjart e il Ballet du XX Siècle e dopo qualche anno il regista e coreografo russo Micha van Hoecke ripropose per il suo Ensemble “Pierino e il lupo, riveduto e corretto” (“Chez Pierre et le loup”). Oggi, dopo l’esordio del 4 novembre a Grosseto, van Hoecke riporta a Roma, fino al 16 dicembre, al teatro Ghione “Da Pierino e il lupo qualche anno dopo … variazione sul tema”, con un cast di ballerini straordinari da Luciana Savignano a Denis Ganio, passando per Manuel Paruccini, Miki Matsuse, Yoko Wakabayashi, Viola Cecchini, Karen Fantasia, fino alle giovanissime Floriana Caroli e Martina Paruccini.

L’opera, completamente smontata e rimontata, alterna recitazione, musica e danza, dando vita a storie dentro le storie. C’è la musica di Prokofiev, accanto alle canzoni di Charles Trenet, di Sinatra, di Aznavour, degli Eagles e di Annie Lennox, e c’è la contrapposizione tra Pierino che rappresenta la libertà, la natura, il coraggio e l’incoscienza e il lupo che incarna l’umanità odierna degradata, intollerante, tetra e distruttiva. Messaggio attualissimo e così quando il lupo entra in scena cantando “Les loups sont entrés dans Paris”, allegoria dell’occupazione nazista e ode alla resistenza, il pensiero va immediatamente al presente politico, italiano e non, che vede nuovi lupi avanzare e riscuotere consensi. “Oggi più che mai – ha affermato van Hoecke in una recente intervista – ognuno di noi, come Pierino, dovrebbe avere il coraggio di combattere le forze del male. Per un futuro diverso, migliore”. Sarà dunque l’arte, con la sua funzione redentrice, ad indicare la strada per uscire dalle tenebre? Al momento, come hanno testimoniato i cinque minuti di applausi a Mattarella durante la prima della Scala, sembra l’unica forma di opposizione credibile.

Cecilia Sanmarco

Locandina-da-Pierino-e-il-Lupo-GHIONE

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Napoli. Un progetto riformista per l’altrenativa

Pon, 10/12/2018 - 16:25

palazzo zapata

E’ tutto pronto per l’incontro del 14 dicembre a Napoli in Piazza Trieste e Trento n.48 a Palazzo Zapata per le ore 17. Il titolo della manifestazione riassume perfettamente in senso dell’iniziativa. Un incontro innanzitutto interlocutorio e pragmatico dal carattere tipicamente riformista. Con questa manifestazione , che vede intorno allo stesso tavolo illustri professionisti esperti come i docenti universitari Ennio Forte (che interverrà sull’ormai insostenibile problema dei trasporti), Ugo Marani (economista di fama internazionale) che si soffermerà sullo “stato attuale di grande difficoltà finanziaria del Comune di Napoli e sulla incapacità di questa, e delle precedenti amministrazioni, di riuscire a rendere efficiente la gestione amministrativa in un quadro nazionale di forti tagli agli enti locali…”, Felice Laudadio, e il Notaio Diomeide Falconio si soffermeranno sulle emergenze sicurezza e trasparenza senza risolvere le quali è impossibile immaginare un avvio verso una fase nuova che implementi lo sviluppo di una città ferita a morte da una burocrazia kafkiana.

Alla tavola rotonda saranno presenti anche Maria Rosaria Cuocolo , esponente della segreteria nazionale del Psi, Roberto De Masi, ex consigliere comunale, ex assessore e esponente della direzione del Partito che afferma “ questa è innanzitutto una prima fase di ascolto, un percorso che ci vedrà impegnati per dare delle fondamenta solide a un progetto che ci veda protagonisti di un richiamo a tutte le forze, gruppi civici e comitati che chiedono e segnalano risposte chiare ai problemi dei nostri territori. Come socialisti non possiamo che accogliere e rilanciare quest’urgenza coinvolgendo chiunque abbia a cuore la soluzione di problemi che interessino innanzitutto chi in questa città ci vive e è costretto a combattere spesso da solo contro gli effetti di una cattiva gestione amministrativa.

Riformismo significa risolvere pragmaticamente i singoli problemi, con impegno, gradualismo e con l’umiltà di chi non strilla rivoluzioni impossibili ma al contrario si impegna per un cambiamento reale e concreto. Impegno che ci vedrà , auspichiamo, coinvolti insieme a un’area grande, vasta che includa soggettività e forze politiche per un nuovo riformismo”.

maraioPresente all’incontro anche il consigliere regionale e responsabile organizzazione nazionale del Psi Enzo Maraio che sottolinea “Napoli è stata storicamente, e dovrà tornare a essere di nuovo, la capitale del mezzogiorno, riferimento e avanguardia per l’intero Sud. Non vi è dubbio che negli ultimi anni l’amministrazione comunale a guida De Magistris ha cancellato la politica, portando indietro la città e determinando un declino e un arretramento quanto a vivibilità e servizi garantiti al cittadino. È giunta l’ora che le forze riformiste si confrontino e delineino insieme il perimetro di un’alternativa politica e di governo (scandisce Maraio) credibile per rilanciare la città di Napoli. I Socialisti proveranno sin da quest’incontro (che sarà solo una prima tappa di un percorso non facile) a dare il proprio contributo per un nuovo progetto riformista per Napoli”.

L’apertura dell’incontro vede il saluto del commissario provinciale del Psi Luigi Di Dato che scandisce “…con questa nostra piccola riflessione sulla città di Napoli e sul suo stato di salute intendiamo porci in ascolto e recepire tutti i suggerimenti possibili per poter affrontare insieme i problemi di una città che è un ponte tra l’Europa e il Mediterraneo., una città che è una porta sul resto del mondo. Intendiamo lanciare un segnale, a tutte le forze politiche, le associazioni e quanti si muovono sui territori, per dire loro che noi ci siamo! E che insieme possiamo camminare lungo gli stessi binari… ribadisco anche io, come tutti, che non crediamo ai miracoli ma all’impegno concreto. Percorriamola insieme, questa strada. Incominciare subito è un dovere. Ringrazio di cuore chi ha raccolto il nostro invito e siamo pronti a aprirci a chiunque voglia dare un contributo concreto e di idee. Ribadisco ancora che noi ci siamo e faremo la nostra parte fino in fondo. Siamo qui per questo!”

Ai saluti si associa il segretario regionale del Psi Campania Marco Riccio :”…non posso che condividere le parole di Luigi. Siamo qui perché siamo consci che il tempo davvero non consente di attendere neanche un minuto. Noi mettiamo a disposizione la nostra storia al servizio di un grande progetto che parta innanzitutto dal territorio. Come segretario regionale so bene i picchi e gli abissi che caratterizzano la nostra regione. Ma so anche la validità dei nostri amministratori e rappresentanti che con impegno costante e quotidiano si battono ogni giorno per la “buona amministrazione”. Conosco la qualità del lavoro di chi è impegnato nel governo di questa grande regione. Regione fantastica che è pronta a scommettere sul futuro. Riflettere è non solo un bene ma un dovere per chi come noi crede in un riformismo autentico e non parolaio. Napoli è in campo. Oggi ha lo sguardo ben puntato sul futuro! Buon lavoro a tutti noi!”.

Un forte ringraziamento alla segreteria cittadina e al coordinatore cittadino Carmine Serena impegnati nello sforzo di garantire una presenza stabile in tutte le aree e municipalità di Napoli e le risorse umane che si sono messe a disposizione per affrontare ciascuno le tematiche che avverte più urgenti e più prossime alle proprie sensibilità. Coordina i lavori Procolo Mirabella caporedattore Tgr Rai Campania

Auguri e in bocca al lupo a tutti.

Massimo Ricciuti
(delegato Informazione – Segreteria PSI-Napoli)

locandina campania

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Salvini incontra gli imprenditori, Di Maio risponde

Pon, 10/12/2018 - 16:24

di maio occhiataPiù che un’alleanza di Governo, quello che si profila è un Esecutivo a dirigenza Lega, con Salvini che rappresenta non solo la parte pratica e decisionista, ma soprattutto il vero Premier.
“Tutti i ministri hanno il dovere di incontrare sempre le imprese. Come ha detto il presidente Boccia ora ci aspettiamo i fatti e i fatti si fanno al Mise, perché è il Mise che si occupa delle imprese”, è la risposta di Di Maio ha risposto ai cronisti che gli chiedevano se non si sentisse ‘scavalcato’ dal ministro dell’interno Matteo Salvini, che ieri ha incontrato gli imprenditori. “Il nostro obiettivo è creare un tavolo permanente (con le impose, ndr) che segua tutta la legge di bilancio per gli imprenditori e i professionisti per dargli la possibilità di migliorarla”, ha poi annunciato Di Maio, che domani incontrerà circa 30 sigle imprenditoriali, contro “le poco più di 10 viste ieri da Salvini”. Alle imprese Di Maio assicura novità sul cuneo fiscale, la sburocratizzazione e i debiti della pubblica amministrazione.
Ma non solo, il Vicepremier e Capo politico dei Cinquestelle prova a risalire la china dell’ascendete perso a discapito degli alleati del Nord con nuove promesse. “Il Movimento 5 stelle è per tagliare quelle pensioni che non meritano di essere così alte perché le persone non hanno versato i contributi. Sono sicuro che raggiungeremo una soluzione perché nessuno è così suicida in Italia da voler bloccare il taglio delle pensioni d’oro, in un momento in cui gli italiani sono arrabbiati”, dice Luigi Di Maio, per il quale gli italiani “confidano in un governo che tagli tutti gli abusi, le ingiustizie e gli sprechi, in altri Paesi scendono in piazza contro i governi”.
Di Maio prova poi a rimettere in discussione l’Ecotassa, bocciata proprio da Salvini: “Dobbiamo incentivare le auto elettriche, ibride, quelle a metano, se dobbiamo trovare delle soluzioni per la parte malus della norma sono pronto al dialogo per evitare nuove tasse sulle auto degli italiani ma il problema dell’inquinamento va affrontato”.

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Tav, quando l’idiosincrasia batte la ragione

Pon, 10/12/2018 - 16:04

tav

Piazza gremita A Torino, i ‘No Tav’ hanno riempito la piazza e gridato lo slogan “siamo tanti, convinti e resistenti”. Arrivato il sostegno da Grillo e Appendino per il pressing allo stop dell’opera. I ministri sono rimasti imbarazzati e silenziosi.

Il messaggio della piazza torinese recapitato al Movimento 5 Stelle è stato chiaro ed è arrivato direttamente dal leader dei ‘No Tav’, Alberto Perino, dal palco di Piazza Castello: “Tirate fuori le palle. Chiediamo con forza che tutto questo abbia fine, invitiamo il M5S a resistere e portare a casa quello che in passato hanno scritto e detto chiaramente”. Sotto di lui una marea di manifestanti: secondo gli organizzatori sono stati 70 mila, di certo il corteo partito da Piazza Statuto, due chilometri scarsi nel cuore del capoluogo piemontese, è stato affollatissimo.

Il No Tav Lele Rizzo, facendo il confronto con la piazza del Si di un mese fa, ha gridato: “Abbiamo vinto”. Ma la vera vittoria della Valsusa ci sarà soltanto se il governo dovesse fermare definitivamente l’Alta Velocità italo-francese.

La piazza di Torino non sancisce lo strappo tra No Tav e Movimento 5 Stelle ma l’ultimatum di Perino certifica che la sintonia non sia più quella di un tempo. Nelle stesse ore in cui Beppe Grillo, da Roma, viene contestato da un attivista e prova a rassicurarlo dicendo che l’Alta Velocità in Valsusa non si farà, il vicesindaco di Torino Guido Montanari, contestato anche lui in piazza da alcuni manifestanti, ha rimandato, a dopo la fine dell’analisi costi-benefici, ogni discorso sul prezzo che i grillini potrebbero pagare in termini di voti ed ha affermato: “Non credo che il Movimento sia in affanno rispetto alla Lega. Spaccatura con l’elettorato? Oggi il problema non c’è, vedremo”. A rappresentare la città, con indosso la fascia tricolore, c’è stato il vice sindaco e non la prima cittadina Chiara Appendino che invece si è limitata a scrivere un post su Facebook in cui ha ribadito: “La contrarietà all’opera e la vicinanza a chi condivide queste istanze”. Parole a cui corrispondono gli imbarazzi e i silenzi dei 5 Stelle di Governo, con Danilo Toninelli che ha rimandato nuovamente all’analisi costi/benefici, ma si è limitato a sottolineare la considerazione per la piazza con una affermazione: “Idea alternativa e sostenibile di futuro, di progresso”. A sentirsi coloro che le portano avanti, queste istanze, sono però i valsusini. La manifestante Luisa Avetta ha spegato: “Il Movimento 5 Stelle è una cosa, quello No Tav un’altra”. Ai pentastellati viene riconosciuto il merito di aver spinto per una nuova valutazione dell’opera, ma ora serve lo stop definitivo. Un obiettivo che non sarà facile vista la differenza di vedute con il partner di governo, la Lega.

Per le strade di Torino hanno marciato i giovani No Tav che ‘lottano contro una spesa inutile mentre le scuole sono fatiscenti’, le ‘donne montagnine’ in contrasto alle ‘madamin’ che avevano organizzato la manifestazione del 10 novembre, e anche qualche gilet giallo arrivato direttamente dalla Francia. Claude Mader, una signora di 70 anni arrivata con il marito e qualche altra decina di connazionali per spiegare il loro no, ha detto: “Abito in un paesino dell’Isère che sarà attraversato dalla linea, non voglio che i miei figli debbano pagare i debiti di quest’opera. L’opera non serve a niente perché già oggi si possono mettere le merci e i tir sui treni”. Poi c’è stata la nutrita schiera di amministratori No Tav, compresi alcuni sindaci dei paesi del versante francese come il cinquantenne Gilles Margueron di Villarodin Bourget, a due passi da Modane dove ci sarà l’ultima discenderia del tunnel e dove per ora è accatastato lo smarino degli scavi geognostici.

Come annunciato alla vigilia, il corteo è stato pacifico e i manifestanti hanno sfilato senza problemi di ordine pubblico, a parte un unico momento di tensione quando un paio di ragazzi hanno contestato il vicesindaco Montanari apostrofandolo come ‘assassino’ e ‘complice di Salvini’ e accusandolo di non opporsi all’opera con l’accusa: “Questa non è lotta, la lotta l’abbiamo fatta noi tutti i giorni al cantiere”. Proprio dove lo stesso Perino ha promesso di tornare se, alla fine, il Tav dovesse ripartire ed ha affermato: “Se proverete a farlo ci troverete tutti quanti davanti alle ruspe e contro di voi”.

L’Idiosincrasia alla Tav sembrerebbe talmente forte da voler battere la forza della ragione. La storia economica insegna che lo sviluppo economico ed il miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità sono avvenute costruendo vie di comunicazione più veloci per il trasporto delle merci. Qualsiasi altra motivazione è frutto di pura idiosincrasia, essendo difficile pensare ad una valida ragione del pensiero ‘No Tav’. In questi ultimi tempi, strane congiunzioni politiche si stanno verificando in Europa: si tratterebbe di forze demolitrici che vanno contro ogni principio costruttivo di benessere economico e sociale.

Salvatore Rondello

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Diritti universali, i 70 anni della dichiarazione Onu

Pon, 10/12/2018 - 15:40

HUMANRIGHT

Settanta anni fa l’ONU proclamava la “Dichiarazione universale dei diritti umani”. Oggi, l’Università Giustino Fortunato e la Lega italiana per i Diritti dell’Uomo (Lidu), hanno celebrato a Benevento il 70° anniversario (1948 – 10 dicembre – 2018) dell’importante proclamazione dell’Onu all’umanità, organizzando un convegno che ha visto, tra gli altri, la partecipazione straordinaria dell’On. Valdo Spini, presidente dell’Associazione delle Istituzioni Culturali italiane.

Il convegno, che si è svolto nell’Aula Magna dell’Ateneo telematico, è iniziato alle ore 10.30. Aperto a tutti, è stata un’occasione importante per riflettere in modo particolare sul riconoscimento della dignità di tutti gli esseri umani.

Su questa premessa, infatti, si è articolato l’intervento di Valdo Spini che, in una nota diffusa da UniFortunato, ha affermato: «Mi piace ricordare il profondo significato del primo paragrafo della “Dichiarazione”, dove si afferma che “il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti eguali e inalienabili costituisce il fondamento della libertà, della pace e della giustizia nel mondo. Questa dignità oggi la vediamo calpestata in mille modi, sia nei confronti degli uomini che, ancor più, delle donne. In paesi avanzati come il nostro la violenza contro le donne costituisce una piaga inaccettabile. Assistiamo a molteplici violazioni dei diritti umani e questo avviene in nome di intolleranze religiose, di intolleranze etniche, per l’affermazione di supremazie, di smania di dominio e di potere all’interno delle singole nazioni. Costruzioni che sembravano indiscutibili, come l’Unione Europea, l’istituzione che ha assicurato la pace in Europa, che ha affermato un modello sociale molto avanzato, vengono invece messe in discussione. È estremamente importante ricordare i contenuti della Dichiarazione universale dei diritti umani, farla parlare anche oggi in termini di libertà, di uguaglianza di diritti, di dignità delle persone».

Nel convegno sono intervenuti anche Luigi Diego Perifano, presidente del Comitato L.I.D.U. di Benevento ed il Magnifico Rettore dell’UniFortunato, Alessandro Scala.

Il senso della manifestazione è stato, dunque, che i Diritti universali dell’uomo non possono essere soltanto belle enunciazioni sulla carta, ma debbono essere sempre vivi nell’azione quotidiana. La pace è la condizione essenziale di primaria importanza, perché dove c’è una guerra non ci sono diritti umani, ma solo terrore, distruzione e morte.

S. R.

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Cento anni fa finiva la Grande Guerra. La strada verso un nuovo conflitto

Pon, 10/12/2018 - 15:06

guerra 1

Ho chiesto a Carlo Felici, di cui riconosco la preparazione storica, di scrivere in modo libero e a puntate una storia del primo dopoguerra, che parta dal 1918 ed arrivi fino al delitto Matteotti. Una storia di sei anni di guerra civile, come Nenni intitolò il suo libro pubblicato, tradotto dal francese all’italiano, nel 1945 e oggi quasi introvabile. Sei anni raccontati spesso senza il necessario distacco e con parziali negazioni. Ho chiesto a Felici di non avere paura a scrivere tutto. Tutto quel che è accaduto e non solo le violenze sanguinarie delle brigate nere ma anche quelle di segno opposto e di non tacere sugli errori grossolani di un Psi divenuto bolscevico e filosovietico nonostante l’opposizione di Filippo Turati. Ne è uscito un quadro molto interessante dove bolscevismo e fascismo appaiono i due corni di una ferale illusione e dove Mussolini si staglia come un personaggio disponibile a sposare qualsiasi tendenza e alleanza pur di arrivare al potere. Resta sullo sfondo la ragione di chi allora aveva torto: i riformisti, che volevano salvare l’Italia dal pericolo nero e che però si trovarono in esigua minoranza in un Psi attratto dalle tesi della rivoluzione e per di più cacciati dal partito a pochi giorni dalla marcia su Roma.

Pubblichiamo la prima delle varie parti del lavoro di Felici al quale l’Avanti! rivolge il più vivo ringraziamento.

Mauro Del Bue

Parte prima

Cento anni fa finiva la Grande Guerra ma l’entusiasmo generale ben presto degenerò in un altro conflitto rovinosissimo: una guerra civile, i cui strascichi andarono ben oltre il primo dopoguerra e l’ultima fase della seconda guerra mondiale, fin quasi ai giorni nostri e Dio solo lo sa se è davvero finita.

Prima di riflettere sul senso e sulle contraddizioni da cui nacque e che generò, ricordiamo gli eventi storici che avvennero in seguito ad una pace e ad una vittoria tanto agognata ma non da tutti.

I morti di quella immane tragedia furono circa 650.000, i mutilati, feriti e dispersi più di un milione. Ma proprio nel nome di tutti loro, sarebbe ingeneroso definirla soltanto una “inutile strage” anche se purtroppo strage ci fu.

Il quattro novembre è da vari storici riconosciuto come la fine del nostro Risorgimento, con l’acquisizione di terre la cui italianità fino ad allora era acclarata e in cui erano in atto vari movimenti irredentisti. Socialisti garibaldini e repubblicani entrarono in guerra anche prima del 1915, come volontari in Francia e con tanto di camicia rossa, lottavano contro gli imperi centrali per un nuovo modello di Europa democratica e repubblicana. Su quel fronte morirono anche dei nipoti di Garibaldi. I socialisti italiani erano notoriamente neutralisti, tranne alcuni, tra cui Battisti, che erano appunto irredentisti e interventisti, ma ricordiamo anche della sinistra interventista: Salvemini, De Ambris, Corridoni, Bissolati e lo stesso Rosselli che appartennero al fronte dell’interventismo democratico il quale era appunto il filone risorgimentale della sinistra di allora, ci mettiamo anche persino Togliatti (allora ancora socialista), Ugo Guido e Rodolfo Mondolfo, e lo stesso Nenni che dichiarò appunto le sue ragioni interventiste facendo esplicito riferimento al Risorgimento e distaccandosi in questo da Mussolini. Le ricordiamo perché le consideriamo tra le più significative che possono onorare tuttora la memoria di tanti giovani scomparsi in quella guerra.

«Fui d’accordo con Mussolini nella battaglia interventista, anche se mosso da premesse diverse: per me, di formazione popolaresca, garibaldina e mazziniana, quella era l’ultima guerra del Risorgimento per completare l’unità d’Italia. Per Mussolini era invece una guerra rivoluzionaria e un’operazione di politica interna per il potere»

Ma le ricordiamo anche perché fu lo stesso Nenni a scrivere un libro sugli anni immediatamente successivi alla Grande Guerra che uscì in Francia quando lui era in esilio ed in Italia solo dopo la caduta del Fascismo alla fine della seconda guerra mondiale, intitolato “Sei anni di guerra civile”, molto tempo prima, dunque, dei libri di Pansa e di quello famoso di Claudio Pavone che, così, solo apparentemente “sdoganò” l’espressione “guerra civile” fino ad allora aborrita dagli apologeti della Resistenza, la quale per altro ci fu, insieme alla Lotta di Liberazione, ma sui cui lati “oscuri” è tuttora politicamente scorretto indagare a fondo.

Eppure tali lati oscuri iniziarono molti anni prima, già subito dopo una guerra che aveva visto come fieri oppositori i cattolici, i socialisti neutralisti e ovviamente i nascituri comunisti italiani che, già da socialisti, fiutavano il vento di Mosca e l’eco del richiamo di Lenin. Il quale però non li amava molto, se la prese infatti con loro quando non appoggiarono per motivi ideologici gli Arditi del Popolo ed aveva capito che l’unico rivoluzionario vero che c’era in Italia era un grande interventista, patriota il quale, se l’esercito non fosse stato di stretta fede monarchica e comunque costituito da contadini impazienti di tornare alla loro terra, la rivoluzione l’avrebbe fatta prima a Fiume e poi nel resto d’Italia: Gabriele D’Annunzio.

Ci vorrebbe un libro per analizzare a fondo queste vicende, riassumerle in alcuni capitoli di storia non è semplice anche perché, per documentarsi, bisogna essere molto esenti da pregiudizi ed andare a scartabellare non solo nelle fonti tradizionali, ma anche tra quelle filofasciste o almeno, in ogni caso, nei giornali dell’epoca, se non altro per risalire a fatti incontrovertibili.

I nostri legionari, in ogni caso, tornando a casa, non trovarono vie trionfali e petali di rose ad accoglierli, e non solo campi deserti e fabbriche da riconvertire, ma anche il livore di chi quella guerra non l’aveva mai voluta ed aveva sempre cercato di sabotarla fino alla disastrosa vicenda di Caporetto. Dopo quella ritirata, il conflitto non fu più infatti questione di interventismo o neutralismo, ma di mera sopravvivenza, se gli austriaci avessero sfondato sul Piave (e gli alleati temendo ciò, avevano allestito una seconda linea più arretrata di difesa) essi sarebbero arrivati a Milano e il nostro 8 settembre lo avremmo avuto al contrario e più di trenta anni prima, vanificando più di mezzo secolo di lotte risorgimentali.

La situazione subito dopo la fine della Grande Guerra la descrive bene Nenni nel suo libro da me già citato, sono due pagine che vale la pena di citare per intero:

“Come dappertutto, la guerra aveva lasciato da noi un immenso corteo di vittime, di miserie, di sofferenze e di indignazione, aggravate dai ricordi delle battaglie sostenute tra interventisti e neutralisti.

Le medaglie, i discorsi, le promesse, le commemorazioni erano delle gran belle cose, ma mancava il pane. L’esaltazione della vittoria, le commemorazioni delle battaglie, le onoranze agli eroi della guerra: questo contava pur qualche cosa. Ma di questo non si vive.

Ed ecco per giunta, che i nazionalisti si mettono a proclamare che il sacrificio della guerra era stato vano, che un mezzo milione di soldati erano morti senza nessun risultato, e che a Versaglia l’Italia era stata vittima degli imperialismi francese e inglese.

L’operaio che ritornava al focolare domestico dopo i duri anni della guerra, trovava i migliori posti occupati ed aveva sotto gli occhi lo spettacolo di una società in piena disgregazione morale. Mentre egli versava il suo sangue e soffriva nelle trincee, si era formata una nuova borghesia. Con impudenza scandalosa, essa aveva ammassato in pochi anni patrimoni colossali. Caio, che era un piccolo commerciante all’inizio della guerra, era adesso un milionario; Tizio, che possedeva una modestissima bottega di fabbro, ora era proprietario di vasti stabilimenti. Come se ciò non bastasse, le ricchezze ammassate nel sangue dei soldati, si esibivano con l’impudenza del vizio, e i nuovi ricchi insultavano la miseria con l’ostentazione del denaro mal guadagnato.

Crepi chi ha fame! Il mondo apparteneva ai furbi che avevano saputo trasformare in denaro il dolore e la sofferenza di tutto un popolo.

La condizione dei contadini era anch’essa cattiva. Era stato loro detto: “la terra che contendi al nemico sarà tua”, e i contadini l’avevano creduto. Durante le lunghe notti insonni del fronte, il bracciante, mentre stringeva il fucile e le granate attendendo il momento terribile di gettarsi all’attacco sotto il fuoco delle artiglierie, nell’inferno dei bombardamenti, aveva sperato di uscir vivo da quella fornace e di tornare al suo paese, dove la moglie ed i bambini, i genitori e le sorelle lo aspettavano con la buona notizia che ormai la terra dove egli e i suoi padri avevano lavorato al servizio di un usuraio, era stata assegnata a lui che aveva combattuto.

Il risveglio era stato crudele, aveva trovato la sua famiglia in una miseria ancora più grande. La terra aveva mutato di padrone, ma il nuovo proprietario non era lui. Molto spesso era un uomo che nulla sapeva di agricoltura, che parlava di borsa e di speculazioni, che chiedeva aspramente un maggiore reddito.

Allora il lavoratore dei campi aveva gridato come l’operaio di città: “Viva Lenin!”

Incollerito, tenendo il pugno chiuso, aveva minacciato le eleganti automobili che passavano davanti al suo casolare, recanti a bordo coloro che non avevano fatto la guerra, ma che veramente l’avevano vinta”

Questo era il clima dell’immediato dopoguerra descritto da un volontario che era partito dopo essere stato segnalato come sovversivo perché da repubblicano aveva rifiutato di giurare per il re, e, sebbene avesse superato con ottimo profitto il corso ufficiali, venne costretto ad arruolarsi come soldato semplice, divenendo poi, per meriti di guerra, prima caporale poi sergente.

La situazione era molto critica, soprattutto la riconversione industriale assai complessa. In questa situazione il patriottismo avrebbe dovuto spingere tutti ad una coesione nazionale interclassista in nome della stessa pace e prosperità sociale, colpendo gli eccessivi privilegi e invitando alla responsabilità i più facinorosi

Invece il 13 dicembre 1918 l’Avanti titolò che, sull’esempio russo, obiettivo del partito avrebbe dovuto essere la “Istituzione della Repubblica Socialista” in quattro punti

1) La socializzazione immediata dei mezzi di produzione e di scambio: terre, industrie, miniere ferrovie, piroscafi, con gestione diretta dei contadini, operai, minatori, ferrovieri, marinai

2) Distribuzione dei prodotti fatta esclusivamente alla collettività a mezzo degli enti cooperativi e comunali

3) Abolizione della coscrizione militare e disarmo universale in seguito alla unione di tutte le repubbliche proletarie e internazionali socialiste

4) Municipalizzazione delle abitazioni civili e del servizio ospedaliero. Trasformazione della burocrazia, affidando i servizi alla gestione diretta degli impiegati”

Non ci vuole molto a capire che un programma del genere in Italia in quel periodo era del tutto velleitario e impossibile da realizzare sebbene D’Annunzio a Fiume vedremo che qualcosa di simile cercherà di farlo, avendo anche le armi per poterlo imporre. Ma, non avendo abbastanza uomini per usarle, farà appello proprio a Serrati il capo dell’allora filosovietico Partito Socialista, il quale si guarderà bene dal muoversi portando volontari a chi era tanto ammirato dal suo stesso Lenin.

Senza un esercito dalla propria parte ogni rivoluzione, da Cromwell, a quella inglese e a quella francese, ed oltre, è destinata a fallire, e allora il grosso dell’esercito o era fatto di contadini desiderosi solo di tornare alla loro terra, oppure da quadri fedeli alla monarchia, perché selezionati a tal fine, come abbiamo visto nel caso di Nenni che venne rifiutato, che mai avrebbero aderito ad un programma repubblicano.

Eppure, nonostante ciò, l’astrazione dei principi restava ben al di sopra della realtà concreta; per i socialisti che ancora non erano paghi di dimostrare la piena inutilità della guerra, quello che contava di più era soprattutto dimostrare che le fondamenta stesse su cui la guerra era stata tenuta in piedi erano da annientare e da distruggere. Slogan come “Abbasso la Patria” e “Abbasso la guerra” li spingevano a sputare su chi ancora indossava una divisa, addossando sui combattenti che vi avevano creduto e si erano sacrificati, tutta la colpa delle immani miserie che si stavano vivendo.

C’erano ancora le questioni dolorose ed aperte della Dalmazia e dell’Istria, ma i socialisti non ritennero di doversi battere per “territori che non ci appartenevano”

Tutto ciò alimentò un clima rovente, anche per la estrema debolezza dei governi liberali, incapaci su tutti i fronti, sia quello internazionale che quello interno.

E i combattenti frustrati inevitabilmente finirono nelle file di Mussolini.

Non è del tutto vero che il Fascismo si affermò con i soldi del grande capitale italiano, anche se in buona parte con il passare del tempo questo avvenne sempre di più.

Gli stessi soldi che Mussolini ebbe per fondare il suo giornale “il Popolo” vennero non tanto dalla Massoneria o dagli industriali italiani, ma in particolare dai socialisti francesi, mediante Marcel Cachin, che divenne poi persino comunista nel secondo dopoguerra. Questo ci fa ben capire come il socialismo in Francia sia spesso andato a braccetto con lo sciovinismo.

Di questo finanziamento non hanno mai parlato i socialisti italiani ma in compenso ne parlò lo stesso Cachin, ovviamente allora faceva più comodo parlare del grande capitale guerrafondaio. Eppure il giornale di Mussolini si finanziò anche con le sottoscrizioni, tra il luglio del 1916 e l’agosto 1918 il Popolo riuscì a raccogliere una cifra da capogiro che l’Avanti allora si poteva solo sognare. Solo per la morte di Nazario Sauro, per aiutare la famiglia restata in miseria, tale testata raccolse 66.189,75 lire, poco meno di un milione di euro attuali. Segno questo che molti soldi venivano da gente qualunque e persino da vecchi compagni socialisti

Quando Il Popolo mutò il suo sottotitolo da Quotidiano socialista in Quotidiano dei combattenti e dei produttori, il 1 agosto 1918, gli stessi “produttori del capitale” non la presero molto bene.

Lo stesso Corriere che ne era il più fedele interprete, ne stigmatizzò i malumori perché gli imprenditori allora non tolleravano molto i toni rivoluzionari di Mussolini e la sua palese irruenza verbale

Mussolini però aveva ben capito ormai a chi e come rivolgersi e anche le parole giuste per farlo.

Scrisse allora: “D’ora innanzi questo giornale sarà il giornale dei combattenti e dei produttori. Nessuna di queste categorie, mi ha dato, né poteva darmi, incarichi ufficiali di sorta: questo giornale continua ad essere l’organo di chi scrive….Questa Internazionale che sorge dalla guerra è un capitolo della disfatta del socialismo che è stato avverso alla guerra….La guerra ha anticipato. Ha introdotto l’eguaglianza negli individui e nei popoli…Nella società che la guerra ha formato non ci sono inferiori e superiori, come c’erano nell’internazionale socialista Vi sono rappresentati allo stesso titolo, cogli stessi diritti tutti i popoli. Anche quelli che non sono uno Stato anche le Colonie. Nella recente riunione di Versailles, c’erano i delegati dei domini e delle colonie dell’Impero Inglese….

Davanti a questa creazione gigantesca, che oggi è già quasi compiuta, l’internazionale dei socialisti, l’internazionale della tessera, del marco e della marchetta, appare come una deformità odiosa, come uno sgorbio imbecille sulla pagina di un poema nuovo e divino.”..l’articolo si conclude con un appello al sindacalismo operaio come strumento di lotta e di conciliazione: “Nel sindacalismo operaio, quando sia rimasto immune dall’infezione del socialismo politico, nel sindacalismo che combatte e lavora, c’è un elemento e una ragione profonda di vita”

Sostanzialmente in queste parole c’è già tutto il programma che Mussolini adottò per contrastare la diffusione del marxismo in Italia e anche il collante unitario per contrastare le violenze che cominciarono a dilagare quasi subito dopo al fine della guerra con altrettante violenze di mantrice opposta ma ben più mirate ed efficaci.

La fine del 1918 e gli inizi del 1919 furono contrassegnati da continue manifestazioni e dall’organizzarsi delle prime squadre di Arditi, i quali l’11 gennaio del ‘19 intervennero in gran numero durante un discorso del socialista Bissolati a la Scala di Milano che si dichiarava favorevole alla rinuncia della Dalmazia. Il comizio vide la sua conclusione con uno scontro tra Socialisti ed Arditi a cui partecipò anche la polizia.

La risposta arrivò poco dopo, il 19 febbraio con circa 5000 persone che sfilarono a Milano al grido di “Viva Lenin!”, stracciando bandiere tricolori e facendo sventolare quelle rosse, lanciando slogan contro la guerra e contro la Patria, prendendo a sputi e malmenando chiunque fosse visto in divisa.

Il 21 febbraio il governo Orlando decretò l’amnistia per i disertori per sedare i tumulti dei socialisti, ma fece pertanto crescere l’ira e l’indignazione degli ex combattenti.

A Dalmine vi era un grande centro industriale i cui operai erano iscritti alla Unione Italiana del Lavoro di ispirazione corridoniana e per questo boicottata dai sindacati socialisti e dalla Confederazione generale del lavoro, ciò impediva a quegli operai il riconoscimento di miglioramenti che altri invece ottenevano

Il 17 marzo del 1919 gli operai di Dalmine entrarono in sciopero, ma in maniera del tutto singolare: occuparono la fabbrica, si chiusero dentro, alzarono sul pennone più alto il tricolore, e si misero a lavorare, volendo con ciò dimostrare che non avevano affatto intenzione di sabotare né la fabbrica né la produzione, invitarono poi Mussolini che non se lo fece ripetere due volte e pronunciò lì uno dei suoi discorsi…ne citiamo un pezzetto emblematico.. “Ancora un rilievo: sul pennone dello stabilimento voi avete issato il tricolore, ed attorno ad essa al suo garrito avete combattuto la vostra battaglia. Bene avete fatto. La bandiera nazionale non è uno straccio anche se per avventura fosse stata trascinata nel fango dalla borghesia o dai suoi rappresentanti politici: essa è il simbolo del sacrificio di migliaia e migliaia di uomini.

Per essa dal 1821 al 1918 schiere di uomini hanno sofferto privazioni, prigionia e patiboli. Attorno ad essa, quando è venuto il segnale di adunata, è stato versato nel corso di questi quattro anni di guerra, il fiore del sangue dei nostri figli, dei nostri e vostri fratelli.

guerra 2

Mi pare di avere detto abbastanza

Per i vostri diritti che sono equi e sacrosanti, sono con voi. Distinguerò sempre la massa che lavora, dal partito che si arroga, non si sa perché, il diritto di volerla rappresentare. Ho simpatizzato con tutti gli organismi operai, non esclusa la Confederazione generale del lavoro…..Ma dichiaro che non cesserà la guerra contro il partito che è stato durante la guerra lo strumento del Kaiser, parlo del partito socialista ufficiale. Esso vuol tentare sulla vostra pelle un esperimento scimmiesco. Perché non è che una contraffazione russa…”

Ormai Mussolini ha capito che lo scontro è inevitabile ed è necessaria una organizzazione politica, anche perché le nuove elezioni sono alle porte.

Il 23 marzo fonda così i Fasci di Combattimento.

Il mese successivo il 10 aprile venne convocata una manifestazione a Roma per commemorare la settimana rossa di Berlino, e il compleanno di Lenin, la questura spaventata dai precedenti la proibì, allora i socialisti risposero con lo sciopero generale. La città si andò così riempiendo di gente che protestava contro lo sciopero con gruppi di ex militari ed arditi. Ci furono i primi scontri ed un comizio, ma la polizia intervenne caricando.

I nazionalisti pensarono tuttavia di organizzare nel pomeriggio una contromanifestazione che da piazza Colonna attraversò il centro con molte bandiere tricolori e molti reduci arrivando fino al Quirinale. Gli scontri furono pertanto inevitabili, mentre le sinistre sputavano sulle divise, gli altri rispondevano a bastonate e raccoglievano anche il plauso della folla.

Bisogna dire che fino ad allora, fino ai fatti di Roma e Milano tra il 10 e il 15 aprile del 1919, il fascismo era pressoché inesistente come forza organizzata ed antagonista. Ma proprio l’imponenza delle manifestazioni dichiaratamente bolsceviche favorì un rapido cambiamento di prospettiva.

Se leggiamo i giornali dell’epoca, ci rendiamo pienamente conto di come la reazione al bolscevismo adottato dai socialisti allora a stragrande maggioranza fino ad inserire nel loro simbolo la falce e il martello, alimentò in maniera sempre più irruenta la reazione fascista e la nutrì a poco a poco di sempre maggiori sostegni sia nell’opinione pubblica specialmente delle grandi città, che nell’Esercito.

Tra i primi ad aderire ai Fasci di Combattimento, vi era anche il volontario di guerra repubblicano Pietro Nenni

Prossimamente analizzeremo gli scontri

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Carlo Felici

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Amnesty, con Salvini gestione repressiva dei migranti

Pon, 10/12/2018 - 12:51

migranti-polizia

Il governo Conte, insediatosi a giugno, “si è subito distinto per una gestione repressiva del fenomeno migratorio”: l’attacco al governo è di Amnesty International, che nel suo ultimo rapporto – “La situazione dei diritti umani nel mondo. Il 2018 e le prospettive per il 2019”- non risparmia anche altre critiche al governo italiano, in particolare su razzismo, vendita di armi e sgomberi forzati.

Pubblicato in occasione del 70 anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, il documento denuncia che “le autorità hanno ostacolato e continuano a ostacolare lo sbarco in Italia di centinaia di persone salvate in mare, infliggendo loro ulteriori sofferenze e minando il funzionamento complessivo del sistema di ricerca e salvataggio marittimo”.

Il 2018, in Europa e in Asia centrale, “è stato caratterizzato dall’aumento dell’intolleranza, dell’odio e della discriminazione, in un contesto di progressivo restringimento degli spazi di libertà per la società civile”, con “i richiedenti asilo, rifugiati e migranti respinti o abbandonati nello squallore mentre gli atti di solidarietà sono stati vieppiù criminalizzati”. È quanto denuncia Amnesty International nel suo rapporto “La situazione dei diritti umani nel mondo. Il 2018 e le prospettive per il 2019”.

“A guidare questa tendenza sono stati, in un modo o nell’altro, Ungheria, Polonia e Russia mentre nel più ampio contesto regionale in Stati come Bielorussia, Azerbaigian e Tagikistan vi sono stati nuovi giri di vite nei confronti della liberta’ d’espressione”, si legge nel documento. “In Turchia – prosegue Amnesty – ha proseguito a espandersi un clima di paura”.

Tuttavia, “l’ottimismo è rimasto invariato e sono cresciuti attivismo e proteste: un coro di persone ordinarie dotate di una passione straordinaria chiede giustizia e uguaglianza”.

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L’Italia, Attila e Mattarella

Sob, 08/12/2018 - 13:46

Gli applausi divenuti scroscianti e prolungati al presidente della Repubblica, assieme all’entusiasmo col quale é stata accolta un’opera di Verdi ritenuta minore, appartenente ai suoi cosiddetti anni di galera, segnalano un minimo comun denominatore: il desiderio di unità nazionale, oggi smarrito. E’ vero, alla Scala c’erano le jaquettes noires e non i gillet jaune (qualcuno stazionava all’esterno in omaggio al neo sessantottismo francese), e i ceti rappresentati non erano, se non forse nelle logge, quelli più popolari. Tra cappe che sostituivano vecchie pellicce, abiti di verde smeraldo e parure di zaffiri briolé con fermagli di rari opali di fuoco, madame e madamine svettavano come al solito. Forse più prudenti del solito. Eppure non mi era mai capitato di assistere a una prima scaligera, quella con “tutta Milano in gran soireé”, come recita il celebre motivo di Kramer, caratterizzata da così intenso e duplice trionfo. Per il simbolo della Repubblica e per il padre della patria. Usciti come eroi greci, come profeti e oracoli in un’Italia che ha bisogno di essere rassicurata, di essere amata e di amare.

Il genio del regista Davide Livermore e la scenografia di Giò Forma hanno scolpito nell’opera i caratteri del kolossal. I video che dominavano la scena non sono una novità. Basti pensare al Guglielmo Tel di Ronconi che inaugurò la stagione scaligera del 1988 e a quegli specchi che proiettavano scene di monti, vallate e fiumi, cascate e torrenti a mò di sfondo naturale di una Svizzera evocata, ma nell’Attila di Livermore-Forma la parte filmata diventa ricordo ed essa stessa trama, complemento di narrazione. Splendido e crudele lo strazio di Odabella bambina che grida il suo dolore dopo il martirio del padre per mano di Attila. Forse sopra le righe sono parse le fucilazioni scoppiettanti d’inizio opera di uomini, donne e perfino preti.

Trovo però che l’eccellenza della ripresa di Attila non sia il kolossal, ma il suo contrario. Non il maxi, ma il mini. Il particolare più del gigantesco, quegli occhi, le espressioni, i gesti di ognuno dei tanti personaggi, e sono centinaia, posti in scena. Quei coristi e figuranti ognuno con il suo dolore, terrore, ma individualizzato, parcellizzato, meravigliosamente studiato. E scattati a mo’ di foto, con un ferma immagine che diventa dipinto, come nel caso del sogno di Leone, che riprende Raffaello. Qui la regia assume il grado dell’insuperabile, e si staglia meravigliosamente unica. Chailly ha diretto una grande orchestra togliendo quegli accenti guerreschi e quelle sonorità grintose che le opere del giovane Verdi, da Giovanna d’Arco ad Attila, per non parlare della Battaglia di Legnano e di Alzira, generalmente propongono e ci ha regalato accenti più pastosi e misurati.

Ottimo il cast dei cantanti, con Ildar Abdrazakov su tutti. Il suo Attila ben dipinge la complessità del personaggio che trasuda arroganza e violenza, ma ripiega in un’introspezione psicologica turbata. Non concordo con chi ha sottolineato un primo momento di incertezza di Odabella interpretata da Saoia Hernandez. Il suo carattere, una sorta di Abigaille, donna guerriera, che intende anche sacrificarsi per la sua patria, impone, con gli accenti di soprano drammatico, quell’irruenza che le é stata rimproverata. Bene l’enorme Sartori, un Foresto dalla voce limpida come limpido é il suo personaggio e l’Ezio del baritono rumeno George Petean (l’uomo del baratto mancato: l’universo a te e Roma a me) intonato e convincente.

Chi é Attila oggi? Visto che la regia ce lo ha proposto come simbolo di guerra e di ferocia, ma anche di ravvedimento, in chiave universale e con costumi del novecento? Potremmo sbizzarrirci. Un invasore, Hitler, ma non fu certo convinto dal papa a smetterla, l’Isis che però risponde a ben altra religione, Saddam che invase impietosamente il Kuwait ma che oggi viene perfino rimpianto al pari di Gheddafi? Certo i romani che abbracciano la bandiera tricolore, anche insanguinata, siamo noi, gli italiani che hanno bisogno oggi di ritrovarsi e di riunirsi. Per questo si torna inevitabilmente agli applausi a Mattarella, perché forse c’é bisogno di un Attila per scoprire il meglio di noi. Davvero.

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California, l’irrilevanza del Partito Repubblicano

Pet, 07/12/2018 - 17:59

Paul Ryan

L’elezione in California è stata “bizzarra”. Parla Paul Ryan, l’attuale speaker della Camera, cercando di giustificare le perdite di seggi repubblicani nel Golden State nell’elezione di metà mandato il mese scorso. Ryan ha insistito che il giorno dopo l’elezione la sconfitta non sembrava così schiacciante ma dopo tre settimane “tutti i candidati repubblicani avevano perso”.

Ryan criticava il fatto che lo spoglio in California ha preso troppo tempo contrastando il sistema del Wisconsin, il suo Stato, dove, secondo lui, i risultati si sanno immediatamente. L’asserzione di Ryan è lontana dalla realtà per tante ragioni. Tuti i voti devono essere contati e la California, con 40 milioni di cittadini, richiede tempo, specialmente quando alcuni competitori sono vicinissimi e una manciata di voti può essere decisiva.

I repubblicani però non hanno perso tutte le elezioni in California ma per quanto riguarda i seggi alla Camera hanno subito una forte batosta. Nella scorsa legislatura 14 dei 53 seggi californiani alla Camera erano in mani repubblicane comparati a solo 7 in quella che inizia nel mese di gennaio 2019. Una forte perdita, ovviamente. Per il fatto della tempestività a ottenere i risultati, Ryan dà l’impressione di ignorare il sistema elettorale californiano che fa di tutto per avvicinarsi alla democrazia vera. Le leggi sulle elezioni in California offrono tante possibilità di esercitare il voto. Come in tanti altri Stati americani, l’elezione in California non si svolge solo il giorno stabilito dal governo federale. I californiani possono votare anche per corrispondenza, un metodo che continua ad essere favorito poiché 2 terzi dei californiani lo ha usato. Inoltre ci sono 29 giorni per votare anticipatamente nei municipi locali. Per coloro che non si sono iscritti alle liste elettorali c’è anche la possibilità di richiedere una scheda provvisoria il giorno dell’elezione, soggetta a controlli, e votare subito dopo.

In sostanza, la California cerca di offrire più opportunità possibili ai suoi cittadini per votare. Ryan, da repubblicano, preferisce quegli Stati che invece limitano le possibilità dell’esercizio del voto, perché storicamente, quando poca gente vota il suo partito tende ad essere favorito.

Ryan però ha buone ragioni per la delusione che va al di là dei risultati nazionali con la conquista democratica della maggioranza alla Camera. La sconfitta repubblicana è stata schiacciante poiché anche nell’Orange County, al sud di Los Angeles, tutti i 7 seggi alla Camera sono andati ai democratici. Orange County, come si ricorda, denominata Reagan Country, è stata la roccaforte repubblicana per molti anni. Il fatto che la maggioranza dei 3,2 milioni di abitanti abbia abbandonato il Partito Repubblicano è stato un colpo per Ryan e compagnia.

La sconfitta repubblicana nel Golden State è stata rimarcata anche dall’esito su scala statale che ha riassegnato le cariche principali alle mani dei democratici. Inoltre ambedue le Camere Statali hanno mantenuto la super maggioranza democratica la quale permetterà loro di governare con minima opposizione repubblicana. Si calcola che dei 40 milioni di cittadini in California 30 milioni sono rappresentati da democratici e 10 milioni da repubblicani. I democratici risiedono principalmente nella costa e nelle grosse città della parte centrale mentre gli elettori tendenti a destra si trovano nelle zone rurali e in quelle desertiche.

Gli analisti hanno spiegato la vittoria democratica in parte con l’antipatia riversata verso Donald Trump e l’aumento dell’affluenza al voto dei giovani. Bisogna però aggiungere la favorevole situazione demografica per i democratici che vede gli ispanici al primo posto con 39% del totale, i bianchi al 37%, gli asiatici al 15% e gli afro-americani al 6,5%. La forte presenza degli ispanici e quella degli altri gruppi minoritari è stata e continuerà ad essere terreno fertile per i democratici. Alcuni hanno già parlato della California come Stato con un solo partito. Oltre alle cariche Statali e la forte maggioranza alla Camera le due senatrici che rappresentano la California a Washington sono anche loro democratiche.

La sorpresa di Ryan sugli esiti delle recenti elezioni di metà mandato è stata echeggiata da Donald Trump. Il 45esimo presidente ha spiegato la sconfitta appellandosi al fatto che in California votano anche i clandestini senza però offrire alcuna prova eccetto il suo istinto. Trump aveva usato la stessa spiegazione per la sua perdita del voto popolare nell’elezione presidenziale del 2016 vinto da Hillary Clinton con un margine di 3 milioni di voti, molti dei quali provenienti dalla California. Il segretario di Stato del Golden State Alex Padilla smentisce queste voci che sono anche smentite dagli analisti.

Il problema per i repubblicani in California è che sono diventati quasi irrilevanti. Jim Brulte, il presidente del Partito Repubblicano del Golden State, ha etichettato l’esito dell’elezione come una “sconfitta imbarazzante”. Dovrebbero cambiare ma fin quando il Partito Repubblicano deve seguire la linea dura di Trump di attaccare i gruppi minoritari concentrandosi sul supporto dei voti di elettori bianchi, i democratici in California continueranno a sorridere.

Domenico Maceri

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