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Una storia socialista. Il lungo viaggio di un militante

5 ur 5 sek ago

copertina leonzio

“L´autobiografia di un militante socialista: si tratta di un lungo viaggio nel socialismo, iniziato da giovanissimo e mai terminato. Un´esperienza locale che in qualche modo può rappresentarne mille altre, in qualunque città”.
L’autore, Ferdinando Leonzio, si definisce un “socialista mai pentito”. “Nel 1957 – scrive – si svolse il congresso di Venezia del PSI, i cui risultati si possono riassumere in un trinomio che mi accompagnerà per tutta la vita: democrazia, classismo, internazionalismo. La mia coscienza politica era ormai del tutto maturata secondo la bella definizione di Claudio Treves: ‘Il socialismo è istinto, che diviene coscienza e si tramuta in volontà’. Sicché, conclusi gli studi liceali, nel mese di settembre di quello stesso anno, decisi di iscrivermi al PSI. Avevo diciotto anni”. E da li ebbe inizio la sua lunga esperienza nel partito socialista.

leonzio

L’Autore Ferdinando Leonzio, seduto alla Villa Gorgia di Lentini nel 1966

“Con le sue pagine intense e meticolose – si legge nella Prefazione di Pippo Cardello – Ferdinando Leonzio ci racconta quasi un secolo di storia lentinese, attraverso le vicende locali del Partito Socialista Italiano. Il bastimento della memoria carico dei vecchi ideali confusione naviga per i mari delle nuove intenzioni Un rapporto appassionato e appassionante, dove ci ritroviamo un po’ tutti quelli dai ‘quaranta’ in su, spaccato vero e sanguigno della vita politica di provincia, che rimette in carreggiata ricordi e fervori che oramai appartenevano all’oblio delle cose andate. Lascia una lunga traccia per i vuoti della coscienza divino rogo e sentieri di nostalgia per la rotta del firmamento al castello dei saltimbanchi. Un racconto ‘dal vivo’, quasi un ‘parlato’, semplice e dovizioso, com’è nello stile di Ferdinando, dote rara per un uomo politico. Dalle sue pagine emerge inoltre prepotente l’orgoglio di essere appartenuto ad un grande partito politico, dalle antiche e preziose radici, nato dalle lotte dei lavoratori di fine ‘800 e sostenuto dalle battaglie senza tregua di grandi personaggi della storia italiana, dal precursore Andrea Costa a Filippo Turati, da Matteotti a Morandi, da Pietro Nenni a Sandro Pertini. Un Partito Socialista Italiano che il delirio collettivo di questi anni ha liquidato troppo in fretta e senza appello, per consegnarci una nuova classe politica infarcita di mezze tacche e mestieranti con il culto dell’individualismo, senza alcun ideale a supporto delle scelte di campo, che diventano così “strategiche” e “variabili” momento per momento”.

copertina leonzio intera

“Pubblicazione in e-book per l´editore ZeroBook, novembre 2017”

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Figc, Tavecchio si dimette. Meglio tardi che mai…

5 ur 2 min ago

La decisione è arrivata nel corso della riunione del Consiglio Federale. Dopo aver esonerato Ventura, il numero uno del calcio italiano era comunque intenzionato a rimanere in sella con un nuovo programma. Ma la resa è stata inevitabile dopo le critiche di Malagò e Lotti e la sfiducia dei suoi alleati

tavecchio2ROMA – Carlo Tavecchio non è più il presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio. Il numero uno del calcio italiano si è dimesso dal suo incarico dopo pochi minuti dall’inizio della cruciale riunione del Consiglio federale che si è svolta in Via Allegri a Roma. Tavecchio ha aperto il Consiglio federale, leggendo le sue dimissioni. Poi si è alzato ed è uscito.

FATALE IL FLOP MONDIALE – Dopo lo spareggio perso contro la Svezia per accedere al Mondiale in Russia, nessuno dei vertici del calcio aveva rassegnato le dimissioni. In un primo momento Tavecchio, dopo aver esonerato il ct Ventura, sembrava disposto a proseguire nel suo mandato, con un nuovo programma e nuove riforme per migliorare la situazione del calcio italiano. La debacle però è stata troppo grande per resistere: l’Italia dopo 60 anni non parteciperà alla Coppa del Mondo. Erano così arrivate le pubbliche critiche del presidente del Coni, Giovanni Malagò, e del Ministro dello Sport, Luca Lotti, che avevano invitato Tavecchio a dimettersi. La resa di quest’ultimo è arrivata inevitabile dopo la sfiducia dei suoi più stretti collaboratori. La fiducia non c’era più, per Tavecchio è finita.

“SCIACALLAGGIO POLITICO” – Dopo le dimissioni, Tavecchio ha usato parole durissime: “Le dichiarazioni che si sono susseguite nelle ultime due ore – ha detto l’ex presidente della Figc ai consiglieri federali – hanno impedito alle due Leghe maggiori di partecipare un dibattito che investe anche loro. Ho preso atto del cambiamento di atteggiamento da parte di alcuni partecipanti alla riunione di mercoledì – ha aggiunto, riferendosi al vertice con le componenti a 48 ore dalla disfatta della nazionale – Nonostante il documento che mi hanno richiesto e condiviso, non sono disposti nemmeno a discuterlo”. A conclusione di queste considerazioni, Tavecchio ha chiesto “le dimissioni di tutto il consiglio, me per primo”. Il presidente del Coni, Malagò, ha convocato una seduta straordinaria della Giunta nazionale per mercoledì prossimo alle 16.30. All’ordine del giorno, comunicazioni del presidente del Comitato olimpico nazionale. La decisione del numero uno dello sport italiano arriva pochi minuti dopo le dimissioni di Tavecchio. Il calcio italiano riparte da zero con un nuovo presidente federale, un nuovo ct (Ancelotti?) e nuove regole per dimenticare l’apocalisse, fatale a Tavecchio.

Francesco Carci

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Scrive Leonardo Scimmi: Contaminare con il riformismo

5 ur 35 min ago

Cari tutti,
il seminario di Milano di Mondoperaio su Meriti e Bisogni è stato bellissimo. Si è parlato di formazione immigrazione lavoro e molto altro. Ho ricordato che oggi tra i meriti ci sono gli erasmus, gli emigrati che hanno appreso competenze in paesi spesso più avanzati dell’Italia. Occorre intercettare i loro voti e farne classe dirigente. Come negli anni ’80 intercettammo il ceto medio.

Oggi alla vigilia delle elezioni il collegio estero ha formulato 4 temi: Erasmus e Stati Uniti d’Europa; Cogestione dei lavoratori nelle imprese; Tutela del risparmio; Tutela ambiente.

Porteremo le nostre proposte in Europa in Lombardia a Roma nel PSI e nel PD. I tempi della chiusura sono finiti, occorre aprirsi contaminare di riformismo la società italiana, che ne ha bisogno.

A presto

Leonardo Scimmi

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Il percorso elettorale dei socialisti

Sob, 18/11/2017 - 13:41

Quel che sostengo da tempo é diventato non solo giusto politicamente, ma anche necessario elettoralmente. Col Rosatellum nella parte uninominale maggioritaria puoi avere candidati se presenti una lista sul proporzionale. Nessuno regalerà nulla, men che meno il Pd oggi accreditato della percentuale del 2013 e dunque, senza premio di maggioranza, in perdita secca di una caterva di parlamentari. Nello stesso tempo la nuova legge elettorale prevede le coalizioni e il voto unico. Voto la lista e prendo il voto sull’uninominale e viceversa. Che importa sottolineare che il voto unico e lo sbarramento nazionale sono di dubbia costituzionalità. Se non succede il finimondo con questa legge si affronteranno le elezioni di primavera.

Evidente che i socialisti debbano scegliere la coalizione di centro-sinistra, visto che in essa (Italia bene comune) si sono collocati nel 2013 e sono stati parte integrante dei governi Renzi e Gentiloni. Nello stesso tempo é altrettanto evidente che, con lo sbarramento al 3 per cento, non possano presentare il simbolo del partito (contrariamente a quanto si sarebbe potuto fare nel 2013, quando si votò praticamente senza sbarramento delle liste coalizzate). Dunque la strada giusta é diventata obbligata. E poiché Emma Bonino ha deciso di promuovere una lista europeista quale altro interlocutore più vicino alla nostra identità e alle nostre battaglie poteva presentarsi per incentivare la nostra convinta adesione?

Oltretutto l’opportunità é quella di andare ben oltre l’esperienza della Rosa nel pugno, che pure non ho mai giudicato negativamente e che ha consentito l’elezione di ben diciotto deputati oltre a prefigurare un convincente, ma ahimè sciaguratamente interrotto, itinerario politico. La disponibilità dei Verdi di Bonelli, l’ancora non chiarita collocazione di Pisapia aprono nuovi e finora inesplorati orizzonti. Certo vanno oggi superati anacronistici steccati, assurde primogeniture, piccole gelosie, vecchi rancori. La lista Bonino o Bonino-Piasapia, deve aprirsi a nuovi contributi altrimenti rischia di configurarsi solo come un espediente tattico per contrattare qualche posizione sul maggioritario. Sarebbe davvero incomprensibile che un’idea che può diventare grande scegliesse di rimanere piccola.

Altro non vedo, che non siano anomale alleanze o improduttive capitolazioni. Quel che va registrato, invece, é che i nostri dissidenti hanno scelto ormai l’adesione alla lista Mdp-Sinistra italiana. Ma non erano loro che lanciavano ad ogni piè sospinto la proposta della lista socialista, dell’unità socialista, dell’autonomia socialista? Sapevamo bene che quell’accordo era gia stato scritto nel momento in cui anche con azioni legali e soprattutto con la posizione sul referendum costoro mettevano in discussione la legittimità delle nostre assise e delle nostre decisioni politiche. La verità é che noi stiamo tentando di costruire una lista liberal socialista, loro si sono comodamente seduti (non so con quali promesse di candidature, spero per loro che gli impegni vengano mantenuti) in una lista di altri, a meno che non si consideri D’Alema più amico dei socialisti di quanto non sia la Bonino. Valutazione legittima, ma che fa a pugni con la nostra storia passata e recente. A loro auguro affettuosamente buon viaggio. Spero che cavino qualcosa dal buco. In politica si può perdere assumendo una collocazione naturale, con una innaturale la sconfitta brucia troppo e diventa impossibile riprendere il cammino.

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Roma, 25 novembre Congresso federazione Psi; Bolzano, 24 novembre tavola rotonda

Pet, 17/11/2017 - 17:00

Sabato 25 novembre ore 9.30 congresso della federazione romana del PSI presso l’hotel Caravel via Cristoforo Colombo 124, (metro b Garbatella e bus 30 express,160,714,715).

locandina_congresso_Roma

 

Bolzano, venerdì 24 novembre ore 18.00, Tavola rotonda: Sala Fronza – Teatro Cristallo Via Dalmazia 30  “Quale ruolo dei partiti nella democrazia moderna “
RELATORI: Mauro DEL BUE, Direttore dell’ Avanti!; Thomas BENEDIKTER Centro studi POLITiS; Toni VISENTINI Giornalista
Moderatore
Marco PUGLIESE, Giornalista

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Le milizie popolari e il ruolo dell’Iran

Pet, 17/11/2017 - 16:35

IRAN

Sembra un paradosso, la repubblica islamica sciita dell’ Iran doveva essere sotto controllo da parte dell’ occidente in particolare gli stati uniti. Eppure l’Iran degli Ayatollah continua ad espandersi nel medio oriente, la sua influenza e la sua presenza in quell’area sembra inarrestabile.

Daish (ISIS) è stato quasi sconfitto grazie anche al sacrificio di migliaia di civili e Peshmarga Kurdi con l’ appoggio della coalizione internazionale, ma il vincitore di tale opera sembra l’ Iran senza aver fatto sacrifici significativi.

Nel giugno del 2014 l’ esercito iracheno fuggì di fronte all’ avanzata dell’ esercito di taglia gole lasciando cosi cadere la città di Musul nelle mani di Daish. La ferocia dei Daish nei confronti dei civili e la distruzione delle opere d’ arti li conosciamo tutti. Ninve fu la capitale degli Assiri che oggi si trova nell’ area territoriale di Musul.

Allora La guida spirituale e politica degli Sciiti in Iraq Ali Sistani ( di origini iraniane) chiese alla popolazione sciita di prendere armi contro i Daish, cosi nacquero vari gruppi di milizie popolari per combattere lo stato islamico. Questi gruppi erano inesperti , deboli e mal armati, a questo punto entra in scena a loro soccorso l’ Iran sciita. L’ Iran manda in Iraq il generale di brigata Qasem Soleimani per organizzare e coordinare le attività militari delle milizie create da poco contro i Daish. Ma non solo per combattere i Daish, dopo la sconfitta dello stato islamico, queste milizie potevano essere utili per minacciare contro irrefrenabile volontà del popolo kurdo per l’ indipendenza.

Infatti, il 25 di settembre del 2017 con un referendum i kurdi del Kurdistan iracheno erano chiamati ad esprimersi per l’ indipendenza del loro territorio dal resto dello stato iracheno, quasi il 94% della popolazione votò SI per l’ indipendenza. Ma come sempre i kurdi rimasero soli anche questa volta.

Gli stati confinanti all’ Iraq come Turchia, Iran e il governo sciita iracheno stesso hanno iniziato a minacciare i kurdi e di non voler sapere della volontà dei kurdi. Subito dopo tale data, l’ esercito iracheno con le milizie popolari sciite hanno attaccato diverse città e località kurde, costringendo i kurdi a ritirarsi dalla città di Kirkuk, dalle aree intorno a Musul e altre parti. Tutto questo avveniva nel silenzio totale dell’ alleato occidentale che poco prima proprio con le forze kurde hanno sconfitto i Daish.Non dimentichiamo che tali aree erano state difese dalle forze kurde perché costantemente erano sotto le minaccia dello stato islamico.

L’ Iran coordina direttamente le variegate milizie popolari creati in Iraq, non solo, l’ Iran ha costretto il governo iracheno a trasformare 120.000 unità di tali milizie come una forza ufficiale e retribuita.

Alcuni gruppi di tali milizie sono già nelle liste dei gruppi terroristici segnalati dagli stati uniti. La loro ferocia non è molto diversa da quella dei Daish.

Il piano dell’ Iran è chiaro, vuole creare un’ asse politico militare che parte dall’ Iran e finisce per adesso in Libano.

Kawa Goron

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Psi Terni: “No al gioco allo sfascio”

Pet, 17/11/2017 - 15:39

“Non è giocando allo sfascio o al tanto peggio tanto meglio, come fanno alcune forze di opposizione solo per scopi elettoralistici, che si fa il bene della città e si tutelano gli interessi dei cittadini”. È quanto ha dichiarato Rossano Pastura, segretario provinciale del Partito socialista di Terni.

“A pochi giorni dal pronunciamento della Corte dei Conti – ha continuato Pastura – che definirà la procedura per il piano di rientro del Comune di Terni, ci sembra giusto dover dire che, a questo punto, quella del piano di rientro sia l’unica strada percorribile per evitare di far gravare la situazione economica del Comune di Terni sui cittadini”.

“Premesso che noi socialisti – ha spiegato Pastura – non abbiamo nulla da difendere, né da chiedere, visto che non siamo in Giunta dal 2009 e attualmente non sediamo nemmeno tra i banchi dell’Assemblea comunale, riteniamo comunque irresponsabile giocare allo sfascio come fanno alcune forze di opposizione con la sponda di qualche consigliere di maggioranza, inscenando continue proteste senza elaborare alcuna proposta”.

“Vista la situazione della città di Terni – ha proseguito Pastura – che è oggettivamente molto critica sotto diversi aspetti, occorre in questa fase un atteggiamento responsabile che tuteli per prima cosa i cittadini, soprattutto le fasce più deboli, evitando di ricorrere a strumenti finanziari o, peggio ancora, commissariamenti dell’Ente, che significherebbe aumento delle imposte, blocco degli investimenti e diminuzione dei servizi”.

“Tuttavia – ha aggiunto Pastura – pur auspicando che il percorso fin qui intrapreso possa concludersi positivamente, riteniamo che in questo ultimo scorcio di tempo che ci separa dalle prossime elezioni, sia necessario un cambio di passo da parte dell’amministrazione comunale di Terni; occorre individuare almeno 4-5 punti programmatici e perseguirli con tenacia, decisione e soprattutto con rapidità. Non c’è più tempo per elaborare grandi strategie ma è giunto il momento dell’azione, del completamento di alcuni lavori fermi da anni (Fontana di Piazza Tacito, Tetro Verdi, Parco Cardeto, passerella della stazione) e dell’avvio di altri ancora solo in programma (bretella stradale Ast – San Carlo, Cittadella dello sport), senza dimenticare temi molto importanti e sentiti dalla cittadinanza come la sicurezza, l’economia e l’ambiente. C’è bisogno di dare alla città e a tutti i suoi attori sociali, economici, culturali, un forte segnale di discontinuità e di cambiamento, a cominciare dagli assetti amministrativi attuali”. “Il Partito Socialista – ha concluso Pastura – sta lavorando per costruire un serio programma da presentare alla città che segni un concreto cambiamento sia dal punto di vista culturale sia per quanto riguarda aspetti economici e sociali. La Terni che siamo abituati a pensare, legata alle grandi fabbriche dell’acciaio e della chimica non c’è più. Si deve ripensare la nostra comunità alla luce dei cambiamenti della società, della globalizzazione, delle nuove esigenze che le persone hanno. I socialisti saranno pronti a raccogliere questa sfida con una propria lista, aperta a tutte quelle esperienze politiche, civiche, e associazionistiche che su questi temi vorranno confrontarsi e vorranno portare il proprio contributo”.

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 Zimbabwe: Mugabe non molla, torna l’ex vice

Pet, 17/11/2017 - 15:31

mugabeLo Zimbabwe attende con il fiato sospeso la decisione del presidente Robert Mugabe che, bloccato nel suo palazzo, si rifiuta di cedere la guida di un Paese che regge da 38 anni. Nelle ultime ore sono finiti agli arresti domiciliari anche altri uomini del suo entourage e intanto e’ rientrato nel Paese, secondo una fonte a lui vicina, il suo ex vicepresidente Emmerson Mnangagwa, la cui defenestrazione aveva provocato l’intervento dell’esercito.

I militari, che negano di aver fatto un colpo di Stato, hanno assicurato che vi sono stati “progressi significativi” per trovare una soluzione alla crisi e hanno dato notizie di nuove epurazioni all’interno del partito di governo, Zanu-PF. “Abbiamo catturato molti criminali, mentre altri sono ancora in fuga”, ha fatto sapere l’esercito in una dichiarazione pubblicata dal quotidiano di stato The Herald, ora controllato dai militari. “Al momento stiamo discutendo con il Comandante in Capo (Robert Mugabe) e vi informeremo del risultato di queste discussioni il prima possibile”, ha aggiunto. Il 93enne presidente, che rimane agli arresti domiciliari, e alti esponenti delle forze armate dello Zimbabwe hanno avuto una riunione giovedi’ presso la sede della Presidenza, con la mediazione di un sacerdote e un inviato del governo sudafricano.

Alla presenza del capo dell’esercito, il generale Constantino Chiwenga, Mugabe, 93 anni di cui 37 al potere, ha rifiutato le dimissioni. Secondo i media locali, l’esercito cerca l’allontanamento dal potere di Mugabe, anche se non necessariamente subito. Mugabe e’ riluttante a dimettersi, secondo le stesse fonti, e vuole garantita l’immunita’ per lui e la First Lady, Grace. Giovedi’ sarebbe rientrato in patria l’ex vicepresidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa, la cui espulsione aveva messo in moto l’esercito contro Mugabe. Tra le ipotesi sul tappeto c’e’ che il presidente si dimetta e ceda il potere a Mnangagwa oppure resti in carica fino al congresso del partito a dicembre o fino alle elezioni nel 2018.

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Almaviva, licenziamenti illegittimi. Ora reintegrare

Pet, 17/11/2017 - 15:17

AlmavivaSono stati dichiarati illegittimi 153 dei 1.666 licenziamenti effettuati da Almaviva contact a fine 2016 sulla sede di Roma. Con cinque ordinanze, Umberto Buonassisi, giudice della sezione lavoro del tribunale capitolino, ha annullato i provvedimenti e condannato la società a reintegrare i dipendenti.

La decisione rientra nell’ampio contenzioso che si è creato tra lavoratori e azienda dopo la decisione della stessa di espellere i dipendenti a seguito della mancata firma, da parte delle Rsu, dell’accordo che avrebbe consentito di proseguire fino al 31 marzo di quest’anno le trattative allora in corso per trovare una soluzione alle difficoltà.

Nelle cinque ordinanze si contesta la decisione di Almaviva di limitare la scelta di individuare il personale da licenziare solo sulla sede di Roma, escludendo le altre. Rileva il giudice che la comunicazione di licenziamento collettivo e la comparazione dei lavoratori coinvolti dalla decisione deve fare riferimento all’intera organizzazione aziendale e che la restrizione a una sola sede deve essere giustificata da esigenze tecnico-produttive e organizzative la cui indicazione e prova è a carico del datore di lavoro.

A questo proposito non si può addurre come valida motivazione un accordo che contenga criteri di scelta contrari a norme o principi costituzionali. Nel caso specifico quello del 22 dicembre 2016, in base al quale la società avrebbe gestito gli esuberi «per la medesima unità produttiva» con i criteri di scelta legali. Inoltre non superano l’esame le motivazioni addotte dall’azienda sui costi e le difficoltà organizzative di spostare il personale da una commessa all’altra.

I dipendenti, osserva il giudice, possono sostanzialmente svolgere le attività indipendentemente dalla sede in cui si trovano e possono passare da una commessa all’altra senza troppi costi o problemi organizzativi. In sostanza non è emersa in giudizio l’esistenza di professionalità assolutamente specifiche e non comparabili né fungibili con quelle impiegate nelle altre sedi. Dunque i lavoratori da licenziare dovevano essere individuati su tutte le sedi in quanto “l’unica cosa che distingueva la sede romana era il costo del lavoro dei dipendenti” perché, a differenza di quelli di Napoli, non hanno sottoscritto l’accordo in base al quale sarebbe scattata una riduzione della retribuzione.

Quindi, si legge nell’ordinanza, “chi non accetta di vedersi abbattere la retribuzione (a parità di orario e di mansioni) e lo stesso Tfr in spregio dell’articolo 2013 del codice civile e dell’articolo 36 e di numerosi altri precetti costituzionali ancora vigenti, viene licenziato e chi accetta viene invece salvato. Un messaggio davvero inquietante anche per il futuro”.

La decisione del giudice, hanno commentato la Cgil e la Slc-Cgil nazionali e di Roma e Lazio, “rende giustizia a quei lavoratori e, forse, potrebbe aiutare a superare una stagione improvvida nella quale le prove di forza ed i ricatti hanno sostituito le corrette relazioni sindacali”.

Almaviva Contact in una nota invece ha dichiarato che “mantenendo ferma la convinzione del proprio corretto operato, darà ovviamente attuazione all’ordinanza – riammettendo i lavoratori presso le sedi disponibili, tenendo conto che il sito operativo di Roma è chiuso – ma la impugnerà immediatamente, al fine di revocarne gli effetti in tempi brevi”. La società ricorda che altri 9 giudici con 22 ordinanze hanno dichiarato pienamente legittima la condotta aziendale.

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CASTELLO DI CARTA

Pet, 17/11/2017 - 15:03
Genova - via XXV Aprile - sede centrale palazzo Banca Carige

Genova – via XXV Aprile – sede centrale palazzo Banca Carige

Stessa storia, banca diversa, stavolta si teme il destino dell’Istituto genovese, Banca Carige. Il gruppo bancario ieri ha convocato un consiglio di amministrazione straordinario per “informare consiglieri e sindaci della situazione e valutare i prossimi passi” e oggi ha informato che la Malacalza Investimenti e il consorzio di garanzia non sono riusciti a trovare l’accordo per l’aumento di capitale da 560 milioni di euro.
Terminato l’incontro, il consiglio è rimasto aperto e Fiorentino ha continuato a mediare tra azionisti e consorzio. Dopo che a metà pomeriggio indiscrezioni di stampa hanno rivelato che le banche non hanno concesso garanzia perché manca “il commitment formale dei grandi azionisti, la famiglia Malacalza, Gabriele Volpi e Aldo Spinelli”, la risposta di Malacalza Investimenti ha confermato lo scontro. La holding di famiglia che raccoglie Vittorio e i figli Davide e Mattia dichiara di aver presentato “in data 26 ottobre istanza per essere autorizzata a incrementare la propria partecipazione in Carige fino a una quota pari al 28%”. Quindi definisce “sconcertante il contesto della vicenda” e conferma “la propria attitudine di sostegno”, aggiungendo però che la “disponibilità di Malacalza Investimenti non può tradursi in una impropria supplenza della funzione del consorzio di garanzia”.
L’azionista di riferimento Malacalza Investimenti che detiene il 17,59% di Carige (e ha già chiesto alla Bce di poter salire al 28%), ha accusato le banche del consorzio di garanzia (Deutsche Bank, Credit Suisse e Barclays) di aver fatto mancare il proprio sostegno in questo delicato momento. Dal canto loro, gli istituti coinvolti nell’operazione dicono che l’empasse sarebbe legata alla mancata firma da parte di Malacalza Investimenti dell’impegno scritto e non condizionato di sottoscrivere la sua quota dell’aumento di capitale nel corso del Cda di ieri.
L’amministratore delegato, Paolo Fiorentino, come rende noto un comunicato diramato al termine dell’incontro, “verificherà nelle prossime ore l’esistenza dei presupposti per il proseguimento del piano di risanamento della Banca e per una eventuale proroga dei termini dell’operazione di aumento di capitale, dice il comunicato. Intanto mentre mercoledì il titolo Carige ha perso l’11% ai minimi di sempre, nella giornata di ieri il titolo Carige è stato sospeso in via cautelativa dalla Consob, come successe tempo fa con Mps.

Poche ore fa Mattia Malacalza, amministratore delegato di Malacalza Investimenti, ha firmato questa mattina gli impegni della famiglia a sottoscrivere l’aumento di capitale di Carige per la quota, pari al 17,6%, attualmente detenuta. Lo ha dichiarato all’agenzia di stampa Radiocor Plus lo stesso imprenditore. «Oggi sono venuto a Milano per confermare ulteriormente anche di persona e direttamente alle banche del consorzio l’impegno di Malacalza Investimenti già esplicitato domenica scorsa attraverso i legali che ci rappresentano», ha esordito il secondo figlio di Vittorio Malacalza. «I miei legali, che sono in contatto con quelli di Carige e le banche del consorzio, hanno nelle loro mani per la consegna la documentazione impegnativa da me firmata relativa alla sottoscrizione del diritto di opzione legato alla quota detenuta ad oggi da Malacalza Investimenti». Sulle prospettive di riuscita della trattativa in corso con le banche del consorzio, Malacalza ha poi concluso «continuiamo ad attendere fiduciosi la conferma degli impegni da parte delle banche del consorzio che ci hanno preannunciato per la serata».
L’alternativa esiste, ma ha bisogno della luce verde della Bce. Se non si farà avanti un nuovo consorzio di garanzie fatto da banche, potrebbe essere il ministero dell’Economia a venire in soccorso di Carige mettendo mano al fondo di salvataggio bancario varato lo scorso anno per salvare Mps, un bacino da 20 miliardi di euro di cui finora sono stati utilizzati circa 10 miliardi (5,4 miliardi per Mps e 5,224 per le banche venete).
E mentre a Genova si sta con il fiato sospeso, l‘Anac l’Autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone – fa sapere di aver ricevuto 1695 richieste di arbitrato da parte dei possessori di bond subordinati emessi da Etruria, Banca Marche, CariFerrara e CariChieti, le quattro banche finite in risoluzione a fine 2015. I risparmiatori hanno chiesto un ristoro complessivo pari a 79,4 milioni di euro. Si tratta delle richieste dei risparmiatori che hanno perso soldi con le obbligazioni delle banche messe in liquidazione. Il collegio arbitrale, istituito lo scorso aprile per volontà del governo, si rivolge ai risparmiatori dei quattro istituti che non hanno accettato gli indennizzi forfettari disciplinati per decreto dal governo. Dato l‘elevato numero di istanze presentate all‘autorità, il presidente, Raffaele Cantone, ha deciso di costituire due collegi arbitrali. La prima udienza è fissata per il 19 dicembre.

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Alitalia, tattative in stallo

Pet, 17/11/2017 - 14:49

alitalia lufthansa

Una  riunione fiume si è svolta ieri tra i rappresentanti di Alitalia e di Lufthansa. La riunione iniziata alle nove è durata circa sette ore per concludersi pochi minuti dopo le 16. L’incontro tra i commissari straordinari di Alitalia  ed una folta delegazione di Lufthansa si è svolta presso la sede dello studio legale Gianni Origoni Grippo Cappelli nel centro di Roma. L’appuntamento è stato particolarmente atteso poichè la compagnia tedesca è uno dei massimi ‘competitor’ scesi in campo per la vendita di Alitalia. L’incontro è stato preceduto da indiscrezioni diffuse dalla stampa relativamente ad un rilancio dell’offerta.

Anche in questa circostanza, come nei giorni scorsi, c’e stato il massimo riserbo delle parti in causa sui contenuti al centro del confronto. Bocche cucite, infatti, da parte dei rappresentanti di Lufthansa, oltre una decina, che hanno lasciato la sede dello studio, diretti in taxi alla volta di Fiumicino. Dal fronte Alitalia, l’unica laconica battuta è stata quella del commissario Enrico Laghi in tarda mattinata: “L’incontro è in corso”. Così ha risposto ai cronisti mentre usciva dal palazzo di via Quattro Fontane. Poi, ha aggiunto: “Vedremo tutti”. Luigi Gubitosi e Stefano Paleari sono, invece, usciti senza essere stati intercettati dai cronisti.

Al di là del clima di assoluta riservatezza, la giornata ha segnato un importante passaggio in questa partita. Innanzitutto, la durata dell’incontro rappresenta un primo elemento di per sé eloquente che starebbe ad attestare il forte interesse per Alitalia da parte dei tedeschi. Un altro elemento arriva poi dai contenuti di una nota ufficiale di Alitalia, diffusa poco dopo il termine dell’incontro, dove si legge: “Le indiscrezioni trapelate in questi giorni su alcuni organi di stampa su presunti dettagli relativi all’offerta presentata da Lufthansa sono da ritenersi privi di fondamento”.

I numeri circolati negli ultimi giorni, che sarebbero contenuti nella proposta di Lufthansa, sono quelli relativi a flotta (90-100 aerei), investimenti (250 milioni), esuberi (2000). Ma tutto questo, dunque, come afferma Alitalia, non sono sul tavolo della trattativa.

Invece, il confronto tra le parti avrebbe preso le mosse da un’analisi strategica di scenario e di prospettiva con l’obiettivo di focalizzare quello che potrà essere Alitalia nei prossimi anni, quale il network e quali sinergie per ridisegnare un modello industriale. Del resto, i tedeschi parlano di una ‘Nuova Alitalia’ e portano l’esempio di Swiss, rilevata dalla vecchia Swissair.

Poi, ci sarebbe un altro punto fermo che emerge dal comunicato della compagnia, peraltro anticipato dalle parole sintetiche di Laghi. Alitalia ha evidenziato: “Il confronto si inserisce nel normale quadro di incontri che i commissari stanno avendo con tutti i soggetti che abbiano manifestato interesse per l’acquisizione delle attività aziendali facenti capo ad Alitalia. I commissari straordinari proseguiranno il confronto con tutti i soggetti interessati con l’obiettivo di trovare la soluzione migliore per il futuro della compagnia”.

Si parla già di un possibile incontro, a breve, con EasyJet, che ha presentato un’offerta vincolante come Lufthansa. I commissari insistono, appunto, sulla soluzione migliore da trovare per Alitalia. Per una volta, il fattore tempo non gioca a sfavore. Le scadenze non sono più pressanti avendo il Governo fissato la deadline di fine aprile per concludere la vendita.

I commissari possono trattare con una situazione di cassa che vede la dotazione pressoché intatta da 850 milioni di euro del prestito ponte; con risultati economici che vedono la situazione di cassa del secondo semestre in sostanziale pareggio con ricavi in crescita.

Nell’agenda della terna commissariale c’è un altro appuntamento: quello di domani all’Enac. A valle, infatti, della riunione del consiglio di amministrazione dell’ente nazionale dell’aviazione civile, è convocata, nella tarda mattinata, un’audizione informale dei commissari.

Nulla si sa sugli sviluppi della proposta inusuale avanzata dal Fondo statunitense ‘Cerberus’ che vorrebbe ristrutturare la compagnia aerea lasciando le connotazioni di compagnia di bandiera e proponendo una sorta di cogestione con i dipendenti.

Ma, se nel frattempo, come lasciano pensare gli ultimi comunicati sull’andamento commerciale della compagnia, Alitalia si dovesse rialzare da sola, sarà sempre valida la deadline fissata dal Governo per la cessione a fine aprile o si tornerà alla normalizzazione amministrativa dopo la gestione commissariale ?

Salvatore Rondello

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Ottobre Rosso e dintorni

Pet, 17/11/2017 - 14:36

Vorrei dire al presidente del Consiglio provinciale di Trento Bruno Dorigatti – e a tanti altri immemori amici e compagni – che ben prima della “presa della presa del Palazzo d’Inverno, simbolo del potere zarista” ad opera dei bolscevichi nell’Ottobre 1917 (come egli afferma in un recente articolo sul “Trentino”­) quel potere era già stato abbattuto dal fin troppo dimenticata rivoluzione del Febbraio precedente, che aveva fatto cadere lo zar Nicola II. Nel decantato Ottobre rosso i bolscevichi catturarono nel Palazzo d’Inverno non lo zar già fuori gioco, ma i ministri del governo guidato dal socialista Aleksandr Kerenskij, il vicepresidente del Soviet di Pietrogrado che da febbraio cercava di guidare una fuoriuscita democratica dall’autoritarismo russo. A febbraio Lenin era del tutto assente alla detronizzazione dello zar. Risiedeva a Zurigo e da lì rientrerà in Russia su un treno piombato fornito dai comandi militari germanici, interessati a creare contraddizioni nel fronte russo: che in effetti scoppiarono, portando alla caduta del governo Kerenskij. Le condizioni del popolo – già precarie – peggiorarono subito tragicamente: “l’idealismo libertario e generoso dell’ardore bolscevico” che secondo Dorigatti avrebbe animato la rivoluzione leninista per poi nei decenni decadere in un regime dittatoriale, fu subito smascherato non da un risentito conservatore ma dalla rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg che fin dal 1918 – non dunque nella tetra epoca staliniana – diede la definizione più pregnante della nuova tirannia: «La guida effettiva è in mano a una dozzina di teste superiori; e una élite di operai viene di tempo in tempo convocata per battere le mani ai discorsi dei capi, votare unanimemente risoluzioni prefabbricate: in fondo dunque è un predominio di cricche, una dittatura certo; non la dittatura del proletariato, tuttavia, ma la dittatura di un gruppo di politici».

Quanto alle influenze positive che la rivoluzione bolscevica avrebbe prodotto nella sinistra mondiale, c’è proprio in questo anniversario il parere diametralmente opposto di Michael Walzer, uno dei più apprezzati filosofi progressisti contemporanei: «La verità – afferma – è che la Rivoluzione bolscevica è stata un disastro per la sinistra»: infatti il comunismo è sorto sulla sopraffazione della sinistra socialdemocratica, dei valori di libertà e sulle purghe di intere popolazioni. Ma è pur vero che poi faticosamente sul piano storico-ideale ha vinto la visione della “corrente democratica del socialismo”, battendo il comunismo, cioè quella che il riformista Filippo Turati definì la “corrente reazionaria del socialismo”: una miscellanea di funeste e malriposte promesse demagogiche di cui si ammanta il populismo d’ogni latitudine e tempo.

Nicola Zoller

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Il virus dei regimi totalitari, Il genocidio degli yazidi, Caporetto,le polemiche ancora vive

Pet, 17/11/2017 - 14:30

Sì, i virus ideologici e politici ,purtroppo,esistono . Spiritosamente Dario Fertilio sostiene che potrebbero provenire anche dallo spazio. “Per prudenza- scrive Dario –le sonde terrestri inviate nello spazio vengono sterilizzate,altrimenti rischierebbero di esportare epidemie incontrollabili in mondi alieni” . Si parla soprattutto di quel “terribile male” denominato “totalitarismo” ( comunismo,nazifascismo,islamismo radicale e non solo). Fertilio compie un’analisi approfondita di questi fenomeni politici nel saggio “Il virus totalitario” (Rubbettino editore). Sono ovviamente fenomeni storico-politici complessi e profondamente diversi,anche se i punti in comune sono molti, a cominciare dalla negazione assoluta della libertà e dello scarsissimo valore attribuito alla vita degli esseri umani. Non a caso l’autore parla di “molti nomi”dei virus totalitari che albergano nella mente degli uomini, a secondo del credo politico e dei valori religiosi seguiti.

Da buon laico Fertilio non ha dubbi: per i cristiani conservatori il filo rosso ( e nero ) si va srotolando dal secolo scorso. Ma non dimentichiamo che Benito Mussolini sostenne che è stato il fascismo ad adottare per primo una visione totalitaria,dimenticandosi di tutte le tirannie assolute della storia. Ma Antonio Gramsci rispose duramente rivendicando per il comunismo un totalitarismo “incomparabilmente più perfetto” . E le gerarchie cattoliche, a cominciare da Pio XI, rivendicavano per la Chiesa il carattere di “vero totalitarismo” . In realtà,dunque i regimi illiberali,autoritari ,che abbiamo sempre conosciuto ( fascismo,nazismo,

,nazisti,franchismo,comunismo di varie sfumature,nazionalismo esasperato, islamismo radicale ,ecc.) si sono sempre caratterizzati per la negazione delle libertà individuali e degli altri diritti fondamentali degli esseri umani . Non sono mancate certo le disquisizioni filosofiche e sociologiche ( come le note sei regole di Carl Friedrich e Zbignew Brzezinski ) sull’esistenza di una rigida ideologia ufficiale e la formazione di uno Stato di polizia,sul modello degli ex paesi dell’est o degli attuali regimi di Cina,Cuba ,Corea del Nord e Vietnam. Vi sono poi altre forme “nuove” di Stati totalitari,come le abbiamo conosciute di recente ,con l’Isis o Daesh ,ancora più brutali ,nemici del valore fondamentale della vita e della libertà,in nome di un Dio,quello “stravolto” dalle interpretazioni coraniche. Il saggio di Fertilio è di grande interesse perché dà letture approfondite e inedite su un fenomeno strettamente connaturato alla storia degli esseri umani .Per fortuna però l’uomo ha anche prodotto degli antivirus,risultati alla lunga,vittoriosi .

A proposito di diritti umani ci fa piacere segnalare un piccolo libro di Simone Zoppellaro (“Il genocidio degli yaziti” ,Guerini e Associati) .Siamo stati tra i primi a occuparci con diversi articoli (anche su l’Avanti! )di questo popolo sempre perseguitato, anche dai guerriglieri Isis .Le giovani donne stuprate,schiavizzate e troppo spesso torturate e uccise con disprezzo . Un popolo- scrive nella prefazione Riccardo Noury,portavoce di Amnesty International- che l’assistenza umanitaria fornita da alcuni governi e dalle agenzie delle Nazioni Unite “è insufficiente e di qualità variabile”. E aggiunge: “ Se mai un giorno dovesse esservi un po’ di giustizia ( internazionale,non cero locale) per questo popolo,saranno libri come questo a far parte della documentazione dell’accusa”. Ricordiamo che nell’agosto del 2014 i “briganti” del Daesh si sono lanciati alla conquista del Sinjar,nell’Iraq del nord,massacrando in pochi giorni più di tremila yazidi.Ancora oggi oltre seimila persone (soprattutto donne e bambini )sono ridotte in stato di schiavitù dagli uomini dell’Isis.

Di Caporetto si è parlato molto nelle ultime settimane,con numerose rievocazioni storiche e polemiche vive ancora oggi ,dopo un secolo,dal 24 ottobre 1917.Il libro di Alfio Caruso ,un giornalista ( e autore di sette romanzi,thriller politici e di mafia) , “Caporetto “,Longanesi editore , si distingue nettamente dagli altri saggi per l’analisi rigorosa di quei giorni terribili,definiti dall’autore,” dell’angoscia per salvare i cannoni e bloccare i commandos del giovanissimo Rommel” ,combattendo casa per casa di Udine .Ma l’autore approfondisce,utilizzando una varietà di fonti,la controversa sostituzione di Cadorna con Diaz e il ruolo della massoneria nel salvataggio di Badoglio. Poi racconta,con episodi agghiaccianti ,l’offensiva italiana ,nell’estate del 1918,che portò alla vittoria .Grazie anche alle migliaia di meridionali morti per la patria: siciliani,pugliesi,calabresi,campani ,sardi, che non sapevano neppure dove si trovava Trieste, Di quegli italiani non è rimasto neppure un nome,solo il ricordo delle famiglie .Di tutte quelle vittime i leghisti non sanno nulla .Anzi,quasi sempre, non ne condividono neppure il sacrificio per la patria.

Aldo Forbice

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Il Penitente, all’Eliseo spettacolare Barbareschi nel capolavoro di Mamet

Pet, 17/11/2017 - 13:54

Luca Barbareschi e Lunetta Savino in IL PENITENTE foto di Bepi Caroli MEDIA DSC_8453Uno psichiatra affronta una crisi professionale e morale quando rifiuta di testimoniare in tribunale a favore di un paziente accusato di avere compiuto una strage. “Il Penitente”, l’ultimo testo composto nel 2016 per il teatro dal drammaturgo statunitense David Mamet – Premio Pulitzer per Glengarry Glen Ross – descrive l’inquietante panorama di una società così alterata nei propri equilibri che l’integrità del singolo, anziché guidare le sue fulgide azioni costituendo motivo di orgoglio, diviene l’aberrazione che devasta la sua vita e quella di chi gli vive accanto.

Coinvolto da un sospetto di omofobia, lo psichiatra Charles, ‘il penitente’, subisce una vera gogna mediatica e giudiziaria e viene sbattuto “in prima pagina” spostando sulla sua persona la momentanea riprovazione di un pubblico volubile, alla ricerca costante di un nuovo colpevole sul quale fare ricadere la giustizia sommaria della collettività. L’influenza della stampa, la strumentalizzazione della legge, l’inutilità della psichiatria, i dilemmi dell’etica, sono questi i temi di una pièce che si svolge tra l’ambiente di lavoro e il privato del protagonista. La demolizione sociale di un individuo influisce inevitabilmente sul suo rapporto matrimoniale.

“Ho scelto questo lavoro di Mamet – spiega il regista Luca Barbareschi – perché è una lucida analisi del rapporto alterato tra comunicazione, spiritualità e giustizia nella società contemporanea. ‘Il penitente’ è la vittima dell’inquisizione operata dai media. È ciò che accade all’individuo quando viene attaccato dalla società nella quale vive ed opera, quando la giustizia crea discriminazione per avvalorare una tesi utilizzando a questo fine l’appartenenza religiosa.”.

È lo stesso Barbareschi, nei panni dello psichiatra Charles, ad accogliere gli spettatori al Teatro Eliseo. Seduto al centro della scena, al tavolo di casa, Barbareschi alias Charles consulta il proprio taccuino nella penombra, spalle al pubblico, mentre gli spettatori arrivano in platea. Non vi è sipario e la rappresentazione è un atto unico. La scenografia minimale si caratterizza per la presenza di un cubo metafisico multimediale sospeso, che si illumina alla fine di ciascuna delle scene e, facendo il buio intorno a sé, funge da sipario virtuale.

Il dramma è descritto in otto scene in cui sul palco non vi sono mai più di due attori contemporaneamente; otto atti di confronto tra marito e moglie, con la pubblica accusa e con il proprio avvocato. Fino al colpo di scena finale e ai titoli di fondo, che scorrono sulla leggendaria musica di Hurricane di Bob Dylan.

Bravi tutti gli attori: oltre ad uno strepitoso Barbareschi, Lunetta Savino nei panni della fragile moglie Kath, Massimo Reale che interpreta lo sleale Richard, consulente legale ed amico di famiglia, e Duccio Camerini nelle vesti di un interessato avvocato. Il linguaggio è l’italiano corrente e raffinato proprio dei dialoghi borghesi, i costumi sono classici e tendono a rappresentare un mondo freddo ed ipocrita, fatto di rapporti professionali che entrano financo nell’intimità del matrimonio. Su buoni livelli il ritmo del recitato con dialoghi incalzanti ed artefici retorici di alto livello.

A cosa può dunque servire rivendicare la ragione se ciò significa isolarsi, uscire dal coro ed essere puniti per questo? In una storia, chi sfida la menzogna e difende la verità è in genere l’eroe della vicenda, è l’uomo buono. Ma qui uomo buono è definizione ironica, sarcastica. La società reclama il sacrificio di ogni integrità. Tutto è sottosopra sembra dire Mamet, e l’assenza di etica governa un mondo capovolto. Spettacolo molto interessante, che sarà replicato al Teatro Eliseo di Roma fino al 26 novembre.

Al. Sia.

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Conor O’Shea promuove la sua Italia. Ora il test match contro l’Argentina

Pet, 17/11/2017 - 13:08

italy-rugby

Conor O’Shea promuove la sua Italia. Il commissario tecnico dell’Italrugby è soddisfatto della prestazione della Nazionale che, sette giorni or sono, ha vinto per 19 a 10 contro Figi. Tanto ”contento” da confermare “pari pari” il XV di Catania. Solo due cambi in panchina. In seconda linea Federico Ruzza al posto di Marco Lazzaroni e il mediano di mischia, avendo ormai Violi conquistato l’intoccabilità, Tito Tebaldi in sostituzione di Edoardo Gori. Certo che, un domani, rivedendo la partita con le Fiji non si potrà celebrare l’ode del bel gioco semplicemente perché la partita non ha offerto grandi opportunità in tal senso. Diciamo, francamente, dopo un anno di astinenza da vittorie, uguale a nove ininterrotti incontri persi, non si può fare troppo i difficili ma pronunciare un liberatorio “era ora!”. Ha pagato la capacità, finalmente, di riuscire a “tenere” sui binari una così gravosa partita e portare a casa la vittoria. Tenacia, costanza e coraggio, gli isolani sono sempre maligni nei punti d’incontro, hanno surrogato la giusta richiesta di dinamismo e un repertorio ancora limitato. Ma questo non basterà nel secondo test match contro l’Argentina che sabato 18 incontrerà a Firenze, (Stadio Artemio Franchi inizio ore 15.00 con diretta su DMAX a partire dalle 14:15 in Rugby Social Club).

Con i “Pumas”, provenienti da una netta sconfitta contro l’Inghilterra per 21 a 8, è da sempre scontro a muso duro. Sempre pregni di      ” italiani” arrabbiati , come vi fosse una sorta strano rancore, arriveranno a Firenze per consacrare l’accesa rivalità latina. Il Coach Daniel Hourcade, avanza quattro importanti cambi rispetto al match di Twickenham. Dovendo rinunciare al fortissimo terza linea Tomas Lezana, rientrato in patria anticipatamente causa problemi familiari, propone Juan Leguizamón come numero otto affiancato da Pablo Matera e del giovanissimo Marcos Kremer(classe ’97). Mediano di apertura sarà Nicolás Sánchez che prende il posto di Hernández, come secondo centro entra Matías Orlando in sostituzione di Matías Moroni mentre Sebastian Cancelliere, all’esordio una settimana fa, sarà all’ala al posto di Ramiro Moyano.
Sanno, gli argentini, che questa partita sarà la loro occasione per non tornare dal tour nell’Emisfero Nord a mani vuote e, possiamo scommettere, che metteranno tutto l’ardore e spenderanno fino l’ultima energia. Ne sono tutti consci anche nello staff italiano a cominciare dal Coach Azzurro: “Contro l’Argentina sarà una gara più fisica, ci servirà consistenza, pazienza in difesa, energia e molta disciplina, soprattutto sul nostro piano partita. Rispetto alla vittoria con su Fiji di sabato scorso cambia l’approccio alla gara, dovremo essere più precisi con la palla e cercare di avere le stesse opportunità» e ritenendo l’Argentina una squadra più forte rispetto le Fiji nonostante sia sotto di una posizione nel ranking mondiale: “Loro giocano nel Championship, con Nuova Zelanda, Australia e Sudafrica, è normale che perdano delle partite. Ma le loro prestazioni sono cresciute” “Non credo – ha poi concluso O’Shea – che l’Argentina abbia nascosto qualche aspetto del proprio gioco a Twickenham contro l’Inghilterra, non li ho visti giocare un rugby diverso da quello che hanno messo in mostra nel Championship. Posso dire che senza dubbio la nostra pazienza in difesa sarà molto, molto importante perché sicuramente i Pumas punteranno a mantenere il possesso per molte, molte fasi”.

A conti fatti l’Italia, a sette giorni dal match con le Fiji, dovrà contare sulla replica delle prestazioni maiuscole sfoggiate da Hayward e Budd, nella solidità granitica del pack e nella stessa costanza delle terze linee. Castello e Boni dovranno sudare altre sette camicie mentre ai mediani si chiede la perfezione nella guida della squadra. Chiaramente risolvendo la tradizionale sterilità. Un anno fa, sullo stesso terreno di gioco, gli Azzurri guidati da O’Shea, coglievano la storica vittoria contro il Sud Africa. Magari Firenze porta bene.

Queste le formazioni

ITALIA: 15 Jayden Hayward; 14 Leonardo Sarto, 13 Tommaso Boni, 12 Tommaso Castello, 11 Mattia Bellini; 10 Carlo Canna, 9 Marcello Violi; 8 Sergio Parisse (c), 7 Abraham Steyn, 6 Francesco Minto; 5 Dean Budd, 4 Marco Fuser; 3 Simone Ferrari, 2 Luca Bigi, 1 Andrea Lovotti.
a disposizione: 16 Leonardo Ghiraldini, 17 Federico Zani, 18 Dario Chistolini, 19 Federico Ruzza, 20 Giovanni Licata, 21 Tito Tebaldi, 22 Ian McKinley, 23 Matteo Minozzi. H.C.O’Shea

ARGENTINA: 15 Tuculet; 14 Cancelliere, 13 Orlando, 12 Gonzalez, 11 Boffelli; 10 Sanchez, 9 Landajo; 8 Leguizamon, 7 Kremer, 6 Matera; 5 Lavanini, 4 Alemanno; 3 Tetaz-Chaparro, 2 Creevy (cap), 1 Garcia-Botta
a disposizione: 16 Montoya, 17 Noguera, 18 Pieretto, 19 Petti, 20 Macome, 21 Bertranou, 22 Hernandez, 23 Moroni H.C. Hourcade

RugbyingClass di Umberto Piccinini

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“Piccolo è bello”. Separatismo: tra ragioni economiche e “invenzioni”

Pet, 17/11/2017 - 12:34

espana-catalunya-665In questo periodo l’indipendentismo ha ripreso vigore e slancio; ciò non deve meravigliare perché l’ultima “parola d’ordine” del neoliberismo e della globalizzazione, della quale esso è l’ispiratore, afferma che “il piccolo è bello”; questa volta, però, lo slogan, tanto in voga nei decenni passati, non è riferito alla dimensione d’impresa, ma alle dimensioni degli Stati. Al riguardo, di recente è giunto in libreria il libro del politologo indiano Parag Khanna, dal titolo che più eloquente non potrebbe essere: “La rinascita delle città-Stato. Come governare il mondo al tempo della devolution”.

Nel suo libro, Khanna non si limita ad auspicare una trasformazione “ab imis” della forma di governo democratico, ma estende l’auspicio anche alle dimensioni prevalenti degli Stati. Secondo lui, la ricerca della “forma ideale dello Stato più adatta ai tempi non è un astratto esercizio filosofico, ma una necessità ricorrente”, imposta dal fatto che le dimensioni degli Stati e i regimi democratici non sarebbero più strumenti idonei a consentire ai governi nazionali di risolvere i problemi del mondo attuale, essendo caratterizzati più dall’incapacità di governare l’emergenza che di reagire al manifestarsi degli effetti negativi del ciclo economico.

Considerando più attentamente il fenomeno dell’indipendentismo, inclusa la sua manifestazione più recente, culminata con la dichiarazione unilaterale d’indipendenza della Catalogna dello Stato nazionale spagnolo, si coglie come gli indipendentisti siano soliti giustificare le loro pretese sulla base di ragioni storiche, con cui vengono rese latenti quelle effettive, ovvero le ragioni economiche. Facendo appello alle ragioni storiche, gli indipendentisti di solito “coagulano” il consenso intorno al loro movimento avvalendosi di un decentramento istituzionale che, pur senza configurarsi come una effettiva realtà federale, non è molto distante da essa. Nell’esperienza di alcuni Paesi europei, dove il fenomeno dell’indipendentismo è presente, le comunità autonome dispongono, infatti, di ampie facoltà di autogoverno, a volte rinforzate da condizioni di “specialità”, delle quali si avvalgono dal punto di vista economico-finanziario, ma anche da quello culturale; in tal modo, l’autogoverno consente agli indipendentisti di sostenere di voler “fare i conti” distaccandosi dallo Stato per i torti subiti sul piano strettamente storico.

Cosicché, alcune regioni, come ora la Catalogna o, in prospettiva, la Sardegna, ricorrono alle facoltà autonomistiche, non già in favore del resto dei loro Paesi di appartenenza, o per migliorare il funzionamento del loro Stato nazionale, ma per staccarsi dall’unità nazionale.

Commentando la situazione catalana dopo la dichiarazione d’indipendenza, in “L’indipendentismo è un’invenzione” (Limes 10/2017), il noto filosofo democratico Fernando Savater, in un’intervista concessa a Fabrizio Maronta, afferma che la responsabilità del conservarsi delle propensioni separatiste ricade certamente sugli Stati nazionali, i quali hanno sempre trascurato ciò che sul piano politologico viene da tempo evidenziato, cioè che “l’indipendentismo è figlio del nazionalismo”. Di fronte a queste propensioni, però, anziché pensare di ricercare una più adeguata forma di organizzazione istituzionale su basi federali, secondo Savater, si è fatta dell’”ironia, parodiando l’indipendentismo trattandolo come mero folklore”, senza considerarlo come problema destinato a creare crisi istituzionali, se lasciato irrisolto, come è accaduto nel caso della Spagna o potrebbe accadere nel caso dell’Italia.

In mancanza di risposta istituzionale all’espandersi delle “pulsioni nazionalistiche”, il manifestarsi di situazioni di crisi come quella della Catalogna potrebbe configurare una responsabilità degli Stati nazionali, i quali, trascurando di soddisfare le istanze nazionalistiche per ragioni strettamente ideologiche, mancano di valutarne il tratto umano, che induce le singole comunità regionali di uno Stato a identificarsi, in modo convinto e irrinunciabile, in un determinato ed esclusivo “sistema valoriale.

Con ciò, i singoli Stati nazionali trascurano il fatto che – afferma Savater – si può essere “nazionalisti politicamente e culturalmente”, senza che si neghi necessariamente “un’unità superiore”, nel senso che i nazionalisti-indipendentisti potrebbero “vivere dialetticamente con essa, confrontandosi con lo Stato centrale” e con gli altri nazionalisti-indipendentisti, quando fossero messi nella condizione di potersi avvalere di una libertà appropriata conferitagli dall’esistenza di un ordinamento democratico.

Questo, a parere di Savater, è un punto dirimente, che fa cadere la responsabilità delle crisi istituzionali sugli indipendentisti, allorché essi, sulla base di decisioni unilaterali e nel mancato rispetto delle procedure democraticamente condivise e costituzionalmente sancite, causano un crisi che investe, non solo l’unità nazionale, ma anche quella del “contesto democratico e della pacifica convivenza su cui questa si fonda”.

Posto il diverso grado di responsabilità del “centro” e delle “periferie”, riguardo al manifestarsi delle crisi istituzionali che investono o possono investire l’unità degli Stati nazionali, e assodato che le ragioni storiche sono solo un pretesto, viene spontaneo chiedersi quali siano allora le ragioni economiche che stanno a monte delle “spinte indipendentiste”. In “Regionalismi e austerità: la posta tedesca nella crisi catalana” (Limes, 19/2017), Heribert Dieter, ricercatore presso il “German Institute for International Political and Security Affairs” di Berlino, sostiene che le ragioni economiche più immediate sono almeno due, strettamente legate tra loro.

La prima ragione consisterebbe nel fatto che la globalizzazione, riducendo i “costi di transazione ha aumentato la redditività delle piccole economie nazionali”; mentre nel XIX secolo, l’esistenza di molti Stati comportava normalmente un ostacolo alla crescita economica, nel XXI secolo questo vincolo, cessando di sussistere, consentirebbe a numerose piccole economie nazionali di affrancarsi dai costi burocratici dovuti all’esistenza delle numerose barriere doganali, potendo così raggiungere alti tassi di crescita economica e di benessere. Oggi, secondo Dieter, sarebbero le grandi economie nazionali a dover affrontare i “gravi problemi di sviluppo”, in quanto il loro mercato interno rappresenterebbe “più uno svantaggio che un vantaggio”, per via del fatto che molti loro settori tradizionali si trovano in gravi condizioni di stagnazione, il cui rilancio richiede costose politiche economiche per reinserirli positivamente nel mercato, allo scopo di contrastare principalmente il fenomeno della disoccupazione persistente.

La seconda ragione che giustificherebbe il fenomeno dell’indipendentismo, strettamente connessa almeno in parte alla prima, sarebbe riconducibile al fatto che le grandi economie nazionali richiedono il finanziamento di politiche sociali, con una distribuzione del carico fiscale che le regioni più ricche rispetto alla media nazionale non sarebbero più propense a tollerare, in quanto non più disponibili a sopportare gli esiti di “trasferimenti fiscali dettati da principi di perequazione e solidarietà nei confronti delle regioni più deboli”.

Se così stanno le cose, la propensione all’indipendentismo appare come un riflesso dell’incerto e spesso differenziato rapporto esistente tra le regioni e lo Stato centrale, come nel caso della Spagna e dell’Italia. L’incertezza del rapporto potrebbe essere superata attraverso una organizzazione istituzionale in senso federato degli Stati che maggiormente risentono del fenomeno indipendentista; solo su queste basi possono essere stabilite “norme estremamente dettagliate e valide per tutti”, per definire con precisione gli ambiti di competenza delle singoli comunità regionali federate.

Dal punto di vista di alcuni Stati unitari europei, tra i quali l’Italia, la eventuale separazione della Catalogna dalla Spagna rappresenterebbe un rischio, in quanto altre regioni potrebbero seguirne l’esempio e mettere così in crisi non solo i singoli Paesi che “soffrono” del fenomeno dell’indipendentismo, ma anche la prospettiva di una prossima ripresa del processo d’integrazione politica dell’Europa. A livello europeo, però, questo pericolo sembra preoccupare, più per la possibile perdita della stabilità economica, che non per i processi democratici necessari per migliorare l’organizzazione istituzionale dei singoli Stati membri dell’Unione Europea.

Se la Catalogna riuscisse a staccarsi dalla Spagna – afferma Dieter – “anche in altri Paesi europei si farebbe più concreto il rischio di una disgregazione nazionale”. Lo Stato francese sarebbe quello meno esposto a questo pericolo (fatta eccezione per il problema corso); i più a rischio di possibili scissioni sarebbero sicuramente la Germania e l’Italia. Anche in Germania sono le regioni economicamente più ricche ad avere interesse a separarsi dallo Stato nazionale; a differenza della Catalogna, nel caso della Germania, se l’indipendentismo dovesse diffondersi e approfondirsi, si assisterebbe alla creazione di una nuova unità statuale, che segnerebbe un ritorno – sottolinea Dieter – alla condizione di indipendenza di regioni ora federate, come la Baviera prima del 1871.

A differenza di quanto può accadere in Germania, in Italia, stranamente, quasi a smentire che siano le condizioni economiche a causare la separazione delle comunità regionali dallo Stato nazionale, l’obiettivo dell’indipendenza trova numerosi sostenitori in Sardegna, una delle regioni meno dotate economicamente rispetto alla media nazionale; a parere di Franciscu Sedda, segretario nazionale del Partito dei Sardi, in “La Sardegna può diventare indipendente anche grazie alla Catalogna” (intervista concessa ad Alessandro Aresu, in Limes 10/2017) mostra di non avere dubbi e incertezze sul perché il suo partito persegue l’indipendenza dell’Isola dal resto dell’Italia.

Le sue argomentazioni, però, non hanno fondamento credibile, in quanto prive del supporto di un progetto politico, economico e sociale che possa plausibilmente giustificare le aspirazioni del suo partito; Sedda considera solo importante il fatto che il Partito dei Sardi, il governo e il parlamento della Regione Sardegna abbiano dato, sin da subito, ”una solidarietà praticamente unanime alle istituzioni catalane”; a sua parere, si è trattato di una “caso unico in Europa”, che, però, non vale a giustificare l’azione del suo movimento.

L’unica argomentazione avanzata da Sedda, a supporto dell’indipendenza della Sardegna, è che il pensarsi “attraverso gli altri è sempre fruttuoso”, in considerazione del fatto che l’indipendentismo catalano esercita sicuramente un grande fascino su quello sardo, “per la dimensione popolare e nonviolenta, per il modello di società al tempo stesso accogliente della diversità e capace di dare dignità alla propria storia, cultura lingua; per il progressismo diffuso e la capacità di generare prosperità attraverso la piccola e media impresa”. Sedda dimentica che la prosperità della Catalogna è garantita, non solo dalla presenza operosa ed efficiente di un sistema di piccole e medie imprese, ma anche da attività produttive di ben altra dimensione e capacità di creare nuove ricchezza; piccole, medie e grandi imprese, che in Sardegna non abbondano, per cui le condizioni di vita della comunità regionale sarda dipendono ancora in modo consistente dalla solidarietà nazionale.

Di tutto questo Sedda sembra non preoccuparsi, avvalendosi solo della certezza che “grazie agli stimoli che arrivano dalla Catalogna si può aprire una breccia che condurrà un giorno al nostro referendum” e consolandosi del fatto che il Partito dei Sardi, pur essendo nato nel 2013, aggregando esperienze personali e politiche diverse, ha eletto cinque rappresentanti in seno al Consiglio regionale, diventando la terza forza dietro il Partito Democratico e Forza Italia. Peccato che Sedda dimentichi le condizioni rese favorevoli al suo partito dalla particolare legge elettorale in base alla quale si sono svolte le ultime consultazioni politiche regionale; condizioni, che molto probabilmente sono destinate presto a cambiare.

Ad ogni buon conto, per Sedda, il Partito dei Sardi, in considerazione della sua “forza” attuale, “vuole costruire uno Stato sardo indipendente in Europa. Una Repubblica di Sardegna politicamente libera, economicamente prospera, socialmente giusta”. Dunque, una Sardegna indipendente senza se e senza ma; tuttavia, a differenza di altri partiti regionali, quello dei sardi, “non esclude la gradualità e la possibilità di allearsi anche con chi non è (ancora) indipendentista”.

Se così, c’è solo da augurare a Sedda di riuscire ad intessere rapporti con chi è ancora portatore dello spirito del tradizionale azioniamo sardo di origine risorgimentale, per accedere all’idea di contribuire, con il suo partito, a dare forza politica a quanti in Sardegna e nell’intero Paese auspicano, per prevenire crisi istituzionali e “fughe in avanti”, per ragioni egoistiche, delle regioni economicamente più dotate, una riorganizzazione istituzionale dell’Italia su basi federaliste. In questo caso, l’indipendentismo sardo non avrebbe motivo di trarre ispirazione da quello catalano, ma di porsi semmai come esempio nei confronti della Catalogna del come, all’interno degli Stati nazionali, possono essere democraticamente corretti i rapporti insoddisfacenti esistenti tra lo Stato centrale e le comunità regionali periferiche.

Gianfranco Sabattini

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Riina. Martelli. Morte Falcone gli si è ritorta contro

Pet, 17/11/2017 - 11:48

riinaIl ‘capo dei capi’ della Mafia, è morto nella notte a Parma. Aveva appena compiuto 87 anni ed era ricoverato in coma farmacologico nel reparto detenuti dell’ospedale del capoluogo emiliano, dopo il secondo intervento chirurgico nel giro di pochi giorni. Arrestato il 15 gennaio del 1993 dopo 24 anni di latitanza, Riina era considerato ancora il boss indiscusso di Cosa nostra, malgrado da allora sia rimasto rinchiuso in carcere in regime di 41 bis per scontare i 26 ergastoli a cui era stato condannato. Il legale di Riina, Luca Cianferoni, raggiunto telefonicamente ha chiesto il massimo riserbo. Riina era malato da anni, ma negli ultimi mesi le sue condizioni si erano aggravate tanto da indurre i legali a chiedere a luglio un differimento di pena per motivi di salute. Il tribunale di Sorveglianza di Bologna aveva però respinto la richiesta finché ieri il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha concesso ai familiari un incontro straordinario col boss.

Riina non si era mai pentito per le decine di omicidi compiuti (il primo a Corleone negli anni ’50) e le tante stragi da lui ordinate, tra cui gli attentati del 1992 in cui furono uccisi Falcone e Borsellino e quelli del 1993, nella penisola. Fu suo l’ordine di scatenare un’offensiva armata contro lo Stato nei primi anni ’90. Riina era ancora imputato nell’ultimo processo a suo carico, quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, che lo vede accusato di minaccia a Corpo politico dello Stato.

“Penso di aver tenuto fede a quella promessa che feci il giorno dell’assassinio di Falcone: in una dichiarazione ai media italiani e stranieri, ricordo la Cnn, dissi ‘dimostreremo che assassinando Falcone Cosa nostra ha fatto il peggiore affare, e cosi è stato”. Ha commentato Claudio Martelli, ministro della Giustizia ai tempi della cattura di Toto’ Riina. Secondo l’ex Guardasigilli, “la guerra militare con la mafia è vinta”, mentre rimane da condurre la lotta contro la “mafiosità”.

“Gli omicidi di Falcone e Borsellino – ha detto aggiunto Claudio Martelli parlando a Radio Anch’io su Rai Radio1 – furono un colpo al cuore. La mafia perforò il meccanismo di protezione dei magistrati. Falcone in particolare fu protetto come le più alte cariche dello Stato. Purtroppo però i frequenti viaggi a Palermo nell’ultima parte della sua vita e l’uso sistematico dei servizi di scorta furono un errore. La smagliatura fu quella. Bastò controllare gli spostamenti della scorta”. “Il giorno della cattura di Riina fu la fine di un lungo incubo. Ancora oggi non si è trovata una spiegazione su come Totò Riina abbia trovato rifugio a Palermo, abbia potuto viaggiare e così via. Ci sono state delle omertà. Lo Stato non si è rivelato efficace. Sono stato Ministro della Giustizia per 2 anni: abbiamo toccato il punto più basso con gli attentati a Falcone e Borsellino e il punto più alto subito dopo con la reazione e l’arresto di più di mille latitanti fino a Riina e poi Provenzano”

“La morte di un uomo dovrebbe portare al silenzio ed alla riflessione. E’ difficile, però in questo caso” ha affermato il Presidente del PSI Carlo Vizzini. “Non pensare in questi momenti alla tante vite spente ferocemente in tanti anni dal boss duro e glaciale ed anche al dolore di tutte le loro famiglie. A coloro che vorrebbero succedergli – ha concluso Vizzini che è stato relatore dell’ultima modifica del 41bis e delle confische dei beni – prima o poi saranno anche loro assicurati alla giustizia e finiranno al carcere duro con la confisca dei beni”.

Il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, ha definito folle la sua guerra allo Stato. “Lo Stato ha sconfitto l’idea folle di Riina e altri esponenti mafiosi di fare la guerra allo Stato e vincerla. Lo Stato ha vinto continuando a rispettare la legge e la Costituzione”. “L’attacco allo Stato – ha aggiunto – è stato il più grosso errore strategico di Riina e ha avuto ripercussioni pesantissime su Cosa Nostra, di cui alcuni mafiosi si sono ben resi conto”. “C’e’ da chiedersi, e da chiedere agli uomini di Cosa Nostra, se valga la pena finire in carcere o venire ammazzati, fare questa vita e imporla ai propri familiari, o se non sia meglio piuttosto decidere di intraprendere un’altra strada”. E’ la riflessione, del procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi. E sulla mafia ha aggiunto: “Muore Riina ma non finisce Cosa Nostra. Scompare quello che tuttora, nonostante la detenzione, era il capo della mafia, e si apre una nuova stagione. Ma Cosa Nostra non è finita”.

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Psi, arrivano i punti per il programma di governo

Čet, 16/11/2017 - 18:00

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Continua il giro di “consultazioni” di Piero Fassino per sondare il campo all’interno del frastagliato mondo del centro sinistra per capire chi sarà disponibile a una alleanza riformista. Oggi ha incontrato anche Romano Prodi, ideatore e fondatore dell’Ulivo.

“È stato un incontro molto positivo”. Ha detto Fassino. “Prodi come padre dell’Ulivo e del Pd condivide e apprezza l’iniziativa che sto perseguendo per realizzare una comune strategia del centrosinistra. Anche incoraggiato da questo incontro – ha sottolineato Fassino – proseguirò i miei colloqui con i diversi esponenti del centrosinistra”. “Anche incoraggiato da questo incontro proseguo ora i miei colloqui. Dopo l’incontro di lunedì con Emma Bonino, Magi e Della Vedova, ieri ho incontrato i rappresentanti di Italia dei Valori, del Partito socialista italiano, Democrazia Solidale. Poi vedrò i Verdi e entro la settimana Giuliano Pisapia e i dirigenti di Campo progressista”, ha detto Fassino. A Bersani, Fassino dice: “La domanda che sale dal popolo di centrosinistra è una domanda di unità, non di divisione. Tutti dovrebbero tenerne conto”.

Intanto il Psi ha messo a punto, alla presenza del Segretario del partito, Riccardo Nencini, le proposte programmatiche scaturite dalla kermesse socialista di Milano del 10 e 11 novembre, dal titolo “Meriti e Biosgni 2.0’. Saranno i punti per il programma di governo che il Psi intende promuovere anche in vista delle prossime elezioni politiche. Sostegno a studenti meritevoli che frequentano l’università lontani dalla propria città d’origine e che non hanno la possibilità di avere il sostegno della propria famiglia; un piano casa per fronteggiare l’emergenza abitativa di intere famiglie che si trovano nella condizione del bisogno, da finanziare con un nuovo fondo pubblico che sostituisca i fondi ex Gescal; l’approvazione in questa legislatura della legge che riconosce i diritti dei cittadini nati in Italia; rimettere al centro le riforme istituzionali – dell’elezione diretta delle città metropolitane alle macroregioni al voto ai sedicenni nelle amministrative – da affrontare con una Assemblea Costituente.

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RomaVideoClip 2017 – Il cinema incontra la musica. XV edizione

Čet, 16/11/2017 - 17:20

Francesca-Piggianelli-con-Cosimo-Damiano-Damato-e-Piero-PelùGrande serata di musica e cinema alla premiazione della quindicesima edizione di Romavideoclip il cinema incontra la musica che si è svolta a Cinecittà Studios -Sala Fellini con la conduzione di Claudio Guerrini.
Ideata e diretta da Francesca Piggianelli in collaborazione con Luce Cinecittà, il supporto di Roma Lazio Film Commission, il patrocinio della Regione Lazio e Direzione Ministero cinema, Roma Videoclip è la più importante kermesse nazionale dedicata al magico connubio fra musica e cinema. “Un sogno che si realizza ogni anno grazie alla passione per il cinema e la musica, con una attenzione per i videoclip indipendenti

In una sala gremita, sono stati consegnati premi e riconoscimenti:
Carlo Verdone premio “regista dell’anno e miglior videoclip” per “Se mi ami davvero” di Mina e Celentano, riconoscimento anche la co-sceneggiatrice Paola Mammini, premiati dal Direttore di Cinecittà News Giancarlo Di Gregorio.
Claudia Gerini premio “artista dell’anno” un connubio tra cinema e musica” da sempre a lei caro e per la sua interpretazione del brano “La canzone della serva” tratto dal film “Ammore e malavita” dei Manetti Bros.
Michele Zarrillo “Premio alla carriera “ per i suoi successi, le canzoni ed i videoclip intensi, ultimo “Mani nelle mani” di Riccardo Canini.
Ermal Meta “Premio International” ed ad il videoclip ”Vietato morire” il “Premio rivelazione regista e Produzione” regista Matteo Bruno (Canesecco) Produzione Slim Dogs
Luna Federica Vincenti “Artista rivelazione dell’anno” per il videoclip “Sorry” regia di Daniele Barbiero
Mirkoeilcane “artista rivelazione dell’anno” per il videoclip “Per fortuna” regia di Daniele Falleri.
“Miglior videoclip tratti da film” opere prime:
Lara Martelli per “We can’t fall” e ad regista Simone Godano per il videoclip tratto dal film Moglie e marito.
Michela Andreozzi regista per il videoclip”Ho cambiati i piani”di Arisa tratto dal film Nove lune e mezza
Silvia Salemi “Special award cinema e musica” per il videoclip “Potrebbe essere” regia di Gaetano Morbioli
Fabrizio Cestari “Special award cinema e musica”regista del videoclip “Autunno” di Noemi, premiato anche l’attore Massimiliano Varrese per la sua partecipazione nel videoclip
Cosimo Damiano D’amato “Miglior videoclip d’animazione” al regista per “Dalla pace del mondo lontano” di Sergio Cammariere
Nico Maraja “Special award anteprima” cinema musica sport ,premiato dal campione del mondo Emiliano Marsili per la clip tratta dal cortometraggio “Nico e le cicloavventure” di Valerio Perini
Carlo Fenizi e Cosetta Turco regista ed attrice “Special award omaggio Giuni Russo” videoclip “Non voglio andar via”con la partecipazione di Maria Grazia Cucinotta

Grande successo anche in questa Edizione del cinema incontra la musica e per la Festa del videoclip ad Apollo 11 un no-stop di proiezioni di videoclip provenienti da tutta Italia e con la presenza di registi, artisti, band, produttori ed addetti ai lavori, con premi a videoclip speciali, selezionati dall’organizzazione.
Premio Panalight pubblico al videoclip “Capigliatura” di Leonardo Angeluzzi regia di Marco Mari e “Premio Direzione Roma videoclip” a “Transoceanica” della band “La scelta” regia di Marco Montanari

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NESSUN OSTACOLO

Čet, 16/11/2017 - 17:00

bergoglio disabiliSul fine vita arriva un segnale importante dal Pontefice che apre ancora di più a una legge erroneamente considerata intralciata dalla Chiesa romana. “Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre quindi un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona”. È quanto afferma Papa Francesco nel messaggio inviato questa mattina al Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, monsignor Vincenzo Paglia, e a tutti i partecipanti al meeting della World Medical Association sulle questioni del cosiddetto “fine-vita”, organizzato presso l’Aula Vecchia del Sinodo in Vaticano. Parole importanti dal Pontefice che rimettono in primo piano la ‘dignità del malato’. “D’altra parte – ricorda Papa Francesco – oggi è anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare”. Per questo la richiesta di un “supplemento di saggezza” e la rinuncia ai mezzi terapeutici quando non c’è proporzionalità.
Il nostro Paese è ancora uno dei pochi dove manca una legge che garantisca il diritto di ciascuno a vedere rispettate le proprie volontà sull’interruzione delle cure, diritti violati per quanto riguarda il malato terminale.
Per il segretario del Psi, Riccardo Nencini, si tratta di parole rivoluzionarie: “Poco fa ho sentito parlare l’uomo Francesco. Non il papa. Parlo delle cure da somministrare quando la vita non ti sorride più da un bel pezzo, quando desideri altro, quando la morte è ogni giorno. Il linguaggio è scarno, diretto. Rivoluzionario”.
Aprendo alla possibilità di interrompere le cure, Papa Francesco lancia un messaggio ‘misericordioso’ verso i malati terminali e sdogana definitivamente l’idea che l’unico intralcio all’approvazione del biotestamento del disegno di legge sul consenso informato e sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) sia dovuto all’ostruzionismo degli ambienti cattolici.
“Non possiamo che essere d’accordo con le profonde riflessioni del Papa sul tema del fine vita: questa apertura non può che contribuire a far sì che la legge sul testamento biologico, già approvata dalla Camera, passi anche al Senato entro la fine della legislatura”. Lo ha detto Pia Locatelli, capogruppo PSI alla Camera e coordinatrice dell’Intergruppo per il fine vita. “Ci auguriamo che coloro che hanno ostacolato e stanno ostacolando in ogni modo l’approvazione della legge, accolgano le parole di Papa Francesco e lascino che anche l’Italia si doti di questo strumento di civiltà. A questo punto non ci sono più alibi”.
Nonostante i numerosi appelli, dai senatori, ai medici, fino ai sindaci, il testo è finito nel pantano delle contrattazioni pre elettorali delle coalizioni, anche se gli italiani sono ormai pronti per questa legge (oltre 122 mila cittadini firmatari). Lo ricorda bene la Portavoce del Psi, Maria Cristina Pisani: “Le parole di Papa Francesco sono straordinarie. Sul fronte dei diritti è riuscito a sdoganare, all’interno della Chiesa, battaglie che noi socialisti conduciamo da sempre, come quella sulla difesa della libertà di scelta e la dignità dell’essere umano”. La portavoce de socialisti ha poi puntualizzato: “Resta solo da liberare il Parlamento e chi fa la politica dei finti moralismi e dal bigottismo che impera in tutto il Paese così come in alcuni gruppi parlamentari” ha aggiunto Pisani che ricorda come “oggi il disegno di legge è ancora fermo al Senato. Siamo al termine della legislatura, i tempi sono stretti. Ci appelliamo a tutte le forze parlamentari affinché l’Italia, ultima in Europa, riconosca il diritto di ogni persona a decidere con dignità e autonomia sul proprio corpo, sulla propria vita e sul proprio fine vita. Una legge servirebbe proprio a questo. C’è ancora tempo e modo di approvarla”, ha concluso la portavoce socialista.
Tuttavia resta fermo il no di alcuni rappresentanti politici dell’ala conservatrice che non vede nessuna ‘apertura’ del Papa. “Prima di leggere nelle sue parole l’assenso all’autodeterminazione – afferma Maurizio Lupi, AP – come ho letto in alcune sintesi stampa, ci andrei cauto, e inviterei a leggerle fino in fondo, quando parla di dialogo con i medici, di prossimità responsabile, di amore e vicinanza, di cure palliative e dell’imperativo categorico di non abbandonare mai il malato. Sono parole che mi confermano nel mio no all’attuale legge sul Biotestamento, proprio perché in essa vedo una deriva eutanasica. Come dice il Papa, serve un supplemento di saggezza, più pacatezza nel discutere di questi temi, più riflessione e soluzioni normative il più possibile condivise”. Di tutt’altro avviso Fabrizio Cicchitto per il quale invece il Papa ha detto sul fine vita cose di grande buon senso che dovrebbero far riflettere anche alcuni cattolici”.
Sicuramente Papa Francesco non si è schierato per l’eutanasia, ma contro l’accanimento terapeutico, ed è già un passo importante. Marco Cappato infatti ricorda che in Italia “manca una legge persino sulla questione di minimo rispetto dei diritti del malato, garantiti anche dalla Costituzione, ma sistematicamente violati, che ora è stata posta anche dal Papa”.
“L’unica persona che può decidere quale sia il momento in cui le cure vanno abbandonate è il malato stesso – ovviamente sentito il medico e beneficiando del massimo di assistenza possibile – ed ha diritto a farlo nelle forme che garantiscano di ridurre al minimo la sofferenza”. Poi conclude: “Ecco perché è necessario legalizzare sia il testamento biologico, che l’interruzione delle terapie che l’eutanasia in senso stretto. L’approvazione della legge sul Biotestamento ferma al Senato sarebbe comunque un primo indispensabile passo avanti dopo 32 anni di inerzia parlamentare”.

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