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Ocse. Crisi economica e rischio dei populismi

Tor, 19/06/2018 - 16:02

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L’Italia è il fanalino di coda dell’area euro sulla crescita economica. Nell’ultimo rapporto previsionale dell’Ocse sull’Unione valutaria, la penisola è il Paese accreditato con le stime di crescita più basse: 1,4 per cento quest’anno e 1,1 per cento nel 2019. Secondo lo studio, in media l’Eurozona crescerà del 2,2 per cento nel 2018 e del 2,1 per cento nel 2019, mentre guardando all’intera Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico la crescita attesa è rispettivamente di 2,6 e 2,5 per cento.

Nell’ultimo rapporto, l’Ocse, segnalando i rischi del protezionismo e dei populismi che pesano sulle prospettive di crescita, ha scritto: “Un evento politico negativo come l’ascesa di partiti populisti in alcuni Paesi dell’area euro, associato all’architettura incompiuta dell’Eurozona, potrebbe portare ad un ripido aumento della ridenominazione del rischio e alla perdita di accesso al mercato per alcuni debiti sovrani della zona euro. Una più rapida soluzione sull’alto livello di crediti deteriorati in diversi Paesi sarebbe cruciale per facilitare lo sviluppo del credito e la trasmissione della politica monetaria. Anche se in discesa, sono sempre alti i rischi in alcuni Paesi colpiti dalla crisi. In Italia al momento sono più alti che in Irlanda. Un’accelerazione della soluzione agli npl è la chiave per espandere il credito bancario, visto che l’alto livello è ancora un problema per la stabilità finanziaria”.

Secondo l’Ocse:  “L’Eurozona sta crescendo in modo robusto e i Paesi dovrebbero approfittare dell’espansione per migliorare la loro posizione di bilancio. In particolare, quelli ad alto debito dovrebbero assicurarne una discesa significativa, consapevoli che il consolidamento di bilancio è desiderabile quando i tempi sono buoni”.

Per l’Ocse, nel rapporto 2018 sull’economia dell’Eurozona, bisognerebbe anche semplificare le regole del ‘Patto’, mantenendo la necessaria flessibilità per tenere in considerazione la situazione economica.

Nell’analisi dell’Ocse sull’economia dell’Eurozona, si leggono molti riferimenti all’Italia, e suonano tutti come inviti a non disperdere l’ultima buona occasione per rafforzare l’economia.

Il segretario dell’organizzazione parigina, Angel Gurrìa ha correlato la crescita dei movimenti populisti alla crisi dicendo: “La disoccupazione è sotto i livelli pre-crisi, la ripresa si è rafforzata, ma i miglioramenti sono ancora fragili e l’elevata disoccupazione ancora presente in alcuni Paesi ha spinto il sostegno ai partiti anti-Ue”.

Secondo l’Ocse, sulla crescita robusta dell’Eurozona pesa anche il rischio protezionismo. I Paesi, dunque, dovrebbero approfittare dell’espansione per migliorare la loro posizione di bilancio. Il riferimento è stato fatto anche alla politica ultraespansiva della Bce, che però ha iniziato il percorso per  sospendere il Quantitative easing, tornando verso una lenta normalizzazione della politica monetaria. Ne consegue che i rendimenti dei titoli di Stato risaliranno. L’organizzazione, nel rapporto ha segnalato la necessità di ulteriori riforme che assicurino la sostenibilità dell’unione monetaria nel futuro ed ha prospettato la graduale normalizzazione delle politiche monetarie della Bce alla luce delle attese di un progressivo ritorno dell’inflazione verso l’obiettivo stabilito dal suo mandato.

Le preoccupazioni già segnalate dalle pagine dell’Avanti in diversi momenti, oggi vengono manifestate anche dall’Ocse.

Salvatore Rondello

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Cristina Messora, una mostra che racconta per immagini Italo Calvino

Tor, 19/06/2018 - 15:42

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ANCONA. Una mostra che racconta per immagini Italo Calvino.  I racconti del “Marcovaldo” hanno ispirato Cristina Messora  che ha realizzato una serie di dipinti su carta. L’esposizione dal titolo “La città sognata” presso il Museo del giocattolo, si snoda in otto dipinti realizzati su carta da incisione, graffiati con un punteruolo e ripercorsi con un gessetto nero è un gruppo di opere molto brillanti.  La mostra, prorogata fino al 4 agosto, è stata curata da Andrea Carnevali.

Le opere in mostre, edizioni uniche, sono esposte in un piccolo ambiente del museo  che permette di valorizzare il lavoro svolto dalla pittrice modenese.

Nei dipinti di Cristina Messora si possono osservare forme essenziali, lo splendore dei colori e la luminosità dei segni neri che attraversano la superficie dei quadri.  La mostra elettrizza l’artista che vede interagire le sue opere con un ambiente designato a contenere oggetti antichi appartenuti ai bambini. I dipinti esposti possono essere valorizzati  e possono avere un ruolo preciso all’interno del museo.

La nuova collezione, ispirata ai racconti contenuti nel “Marcovaldo” di Italo Calvino, è stata ben progettata dall’artista modenese e le opere restituiranno il volto ludico e ammiccante dell’arte.  Il rischio di una mostra come quella “La città sognata” è di apparire fredda. Ma non è così! A questo punto è necessario dire quello che non è stato raccontato fino a questo momento. Le opere di Cristina possono essere lette se si ha fantasia, altrimenti tutto diventa più difficile, e talvolta, incomprensibile. I quadri allineati alle pareti potranno affascinare, non  solo come oggetti d’arte, ma anche come espressione dell’immaginazione. E poi la disposizione dello spazio del museo che segue un percorso rettilineo è ingigantito dalle linee rette tracciate sulla superficie del quadro con i gessetti neri. La cornice rigorosamente geometrica; inoltre, si allinea con la forma quadrata dell’ambiente espositivo e della corte esterna del palazzo .

L’artista ha creato una vera e propria scenografia di grande impatto visivo, fatta di fasci di luce che investono l’intero spazio espositivo. “Cristina Messora è un’artista  – dice Andrea Carnevali –  precisa perché incide la carta e attraversa la superficie del quadro con una certa disciplina. La sua creatività è dominata dal senso dell’equilibrio che si respira in molti quadri, nonostante si possa intravvedere una certa autoironia nella composizione.  L’oggetto da rappresentare – sulla carta dipinta con colori accesi – è illuminato da una luce bianca che rende la scena del racconto molto omogenea”.

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Scrive Ivan: Padre non ascoltato dalla giustizia Italiana

Tor, 19/06/2018 - 15:41

Salve, scrivo questa lettera affinché venga pubblicata il più possibile per sensibilizzare i tantissimi giudici che ogni giorno si trovano a decidere delle vite altrui e per cercare un aiuto da chiunque possa fare qualcosa per smuovere queste situazioni che nel 2018 non avrebbero motivo di esistere.
Sono stato per 8 anni con la mia ex moglie e abbiamo avuto 2 bambine che adesso hanno 9 e 5 anni. Quando abbiamo avuto la prima figlia non eravamo ancora sposati e quindi ancora non pronti ad una vita insieme. Abbiamo comunque deciso di vivere insieme e quindi siamo andati ad abitare in una casa di proprietà dei miei suoceri. Purtroppo l’idea non è stata delle migliori perché da subito hanno marcato il territorio facendomi capire che ero in una casa che era loro e che potevano andare e venire quando volevano e che potevano entrare in tutte le decisioni perché secondo loro il fatto che ci davano un tetto li poteva autorizzare a decidere anche delle nostre vite personali. Ho provato più volte a parlare (anche facendo capire che avrei mollato tutto) con la mia compagna, ma ricevevo sempre risposte negative. Mi diceva che erano anziani e bisognava capirli, mi diceva che in fondo non facevano nulla di male ed entrare in casa in qualsiasi orario e senza bussare o che era normale che dovevano decidere anche dei rapporti miei con i miei parenti. Sono andato avanti così per anni, solo per la voglia e il senso di famiglia che avevo dentro e anche perché avevo un terreno sul quale poter costruire una casa che sarebbe potuta essere la mia ancora di salvezza per uscire fuori da quei guai che ogni giorno mi facevano stare male. Stavo male perché non si limitavano soltanto ad entrare ed uscire di casa quando volevano o a prendere decisioni che non gli spettavano, ma criticavano, e anche tanto, perché davo tropo conto ai miei parenti, perché lavoravo, ma non andava mai bene quello che facevo, mentre la figlia invece se ne stava seduta sul divano giornate intere a fissare il televisore e il telefono. Io mi occupavo di cucinare e di accudire le bambine, portando via del tempo al mio lavoro (il quel periodo avevo un negozio di computer). Tutto questo ovviamente è documentato. Basta andare dai pediatri delle bambine o al centro per i vaccini e chiedere se esiste anche una sola firma della madre. Ovviamente io facevo tutto questo proprio per il senso di famiglia che mi è stato passato con la mia educazione. Inoltre mi piaceva moltissimo stare con le mie bambine e cucinare sempre cose diverse per loro. Preparare pappine nuove e genuine al posto dei soliti omogeneizzati e loro erano contentissime e aspettavano che arrivassi proprio per capire cosa di nuovo avrebbero mangiato. Purtroppo con la madre tutto questo non esisteva. Non ho mai capito il vero perché, ho sempre pensato che fosse rimasta con una mentalità da bambina. Per lei esistevano (ed esistono ancora oggi) solo feste e divertimenti, in questo era la prima della classe. Ma purtroppo in una famiglia non esiste solo questo. Dopo un paio di anni sono finalmente riuscito a costruire la casa nella quale (secondo me) tutto poteva essere diverso e tutto si poteva mettere nel migliore dei modi. Finalmente potevano stare in una casa nostra e senza nessuno che avrebbe deciso per noi o al posto nostro. Parlo con la mia ex moglie, gli dico che adesso abiteremo in una nostra casa e che ci butteremo tutto alle spalle, le chiedo di mettere in chiaro che dopo questo passo possiamo benissimo andare avanti con i nostri piedi e mi risponde che tutto sarebbe andato per il verso giusto. Traslochiamo e andiamo a vivere nella nuova abitazione, fatta con i miei sacrifici e quelli dei miei genitori che mi avevano visto molto depresso in quegli anni. Purtroppo neanche un giorno di tranquillità. Dalla prima ora lì dentro è stato un continuo andare e venire, un continuo criticare ogni dettaglio della casa, solo perché non avevo scelto gli artigiani consigliati da loro. E anche qui ci ritroviamo davanti alle scelte già fatte, anche contro le mie volontà. Faccio un esempio: volevano che installassi una tenda da sole in terrazzo, ma ho risposto che per adesso non potevo, che mancavano cose più urgenti e che avevo ancora molti debiti da pagare. Un giorno al ritorno dal lavoro trovo un operaio in terrazzo che buca tutto e monta una tenda scelta da loro e messa come volevano loro. Anche la mia ex moglie aveva gli stessi comportamenti, mi diceva sempre che la pittura era fatta male, che bisognava fare un altro bagno (in totale ne avevo già fatti tre in tutta la casa), e che dovevo continuare a sopportare i suoi anche dentro casa mia.
A questo punto ho detto basta. Vado da un avvocato e chiedo di separarmi. E’ troppo brutto vivere in questo modo, venendo calpestato da tutti anche dentro casa mia e non avere dalla mia parte nemmeno la persona che ha giurato di farlo per tutta la vita. Chiedo quindi ad un legale di liberarmi da queste persone e di liberare anche le mie bambine. Si avviano tutte le procedure e arriviamo alla prima sentenza. Mi presento e il giudice mi chiede se voglio bene alle mie bambine e se i motivi della separazione sono veramente quelli spiegati o no. Rispondo che amo le mie figlie e che i motivi sono solo ed esclusivamente quelli, anche perché ritengo siano più che validi. Poi fa le stesse richieste alla mia ex moglie, con l’aggiunta di una domanda. Gli viene chiesto di riferire se secondo lei io amavo le mie figlie. Lei ovviamente risponde di no e aggiunge che le bambine non avrebbero potuto stare senza di lei. Chiedo quindi al giudice come mai a me non ha rivolto la stessa domanda e se può concedermi di raccontare esattamente come stanno le cose, visto che da come parlava avevo capito che non aveva assolutamente letto le carte da me presentate. Mi risponde che in quel giorno ha troppo lavoro da portare a termine e che se per ogni causa bisogna sentire tutti allora non andrebbe a casa neanche la notte.
Morale della favola….veniamo buttati fuori e dopo qualche giorno arriva il provvedimento. Devo lasciare casa (anche se la mia ex moglie ne ha un’altra e nella quale le mie figlie hanno passato la maggior parte della loro vita), la macchina mi viene tolta (era intestata a lei per questioni assicurative, ma non ha mai guidato) e cosa più atroce di tutte mi vengono tolte le mie bambine. Cioè viene fatto passare per affidamento congiunto, un affidamento totale alla madre. Sarebbero state con me un weekend ogni 2 e 3 pomeriggi a settimana. Poi 15 giorni in estate e qualche altro a Natale e Pasqua. In un attimo mi sono trovato senza nulla, senza tutte le cose che avevo costruito con il mio sudore per decisione di una persona che non mi conosce, che non conosce le mie bambine e che non sa nulla di noi. Senza leggere effettivamente quali erano i motivi viene fatta una tale scelta. Mi sono ritrovato ad elemosinare le mie figlie in giorni ed orari stabiliti, per nulla compatibili con i miei orari lavorativi. Le mie piccole che erano abituate a far tutto con me, svegliarsi, lavarsi, mangiare, andare a scuola, ora si trovavano senza di me e con i nonni che invece dovevano essere allontanati e che per giunta iniziavano a mettermi in cattiva luce dicendo le cose più assurde su di me. Di tutte queste cose so tutto proprio perché le mie figlie non vivono bene in questo clima e mi raccontano tutto sfogandosi. Come è possibile ridurre una persona in questo modo? Per fortuna mi sono accomodato su un divano a casa dei miei, ma se non avevo loro dove andavo? La signora si tiene due case e io sotto i ponti. Riesco a lavorare perché cerco in continuazione passaggi, ma a chi è interessato se rimanevo senza mezzo per andare a lavorare.
Si dice sempre che in questi casi viene sempre tutelata la serenità dei figli. Secondo il giudice le ha tutelate lasciandole alla mamma e nella casa nella quale vivevano da qualche mese, ma perché non ha tutelato anche il mio lavoro? Senza soldi come pago il loro mantenimento? Questo è tutelare la loro serenità?
Ricordo che tutto questo è provato e riprovato, ma il giudice non ha avuto tempo per leggere le carte e le numerose lettere che ho fatto mettere agli atti per metterlo a conoscenza anche di quello che stava succedendo dopo la sua decisione. Dopo la prima sentenza infatti le bambine vivono con i nonni o, in alternativa, ii nonni vivono in casa mia. Obbligano la figlia a fare questo per fare uno sgarbo a me e farmi vedere chi comanda nella mia famiglia. Vi rendete conto? Nel 2018 succedono ancora queste cose. Cioè un giudice si può permettere di decidere della vita di molte persone in un minuto, senza prendere in considerazione quello che un genitore ha da dire. Vorrei capire perché sono stato trattato così. Sto ancora aspettando che qualcuno mi venga a dire cosa ho fatto di male e quali sono le mie colpe. Nessuno si è degnato di capire se dopo il mio trasferimento lavorativo potevo ancora continuare a raggiungere il posto di lavoro e quindi continuare a pagare il mantenimento, nessuno si è preoccupato di sapere se andavo sotto i ponti. Tutte cose fatte presenti al giudice tramite lettere dopo la sentenza, ma che non hanno mai trovato una risposta. Non mi è stata data nessuna colpa, infatti pago il mantenimento solo alle bambine, mentre alla mia ex moglie è stato consigliato di andare a lavorare. Quindi se non ho colpe (anzi sono la vittima), come mai è stato tolto tutto solo a me? Perché se mi sono sempre e solo io occupato delle mie bambine non sono stato ritenuto idoneo ad averle con me? Forse perché in Italia ormai funziona così? Senza capire i perché e senza poter pensare che anche un padre può essere il riferimento dei figli? Non metto in dubbio che molti padri si separano per stare con altre donne o per allontanarsi dai propri figli, ma non può esistere un padre onesto, innamorato perso delle sue figlie?
Ancora oggi comunque, quando hanno problemi di salute (una delle due spesso è soggetta a delle cure a Milano e ci spostiamo dalla Sicilia) o bisogna fare vaccini o hanno voglia di mangiare qualcosa di diverso delle solite cose surgelate o già pronte il padre è sempre presente. La madre e i nonni continuano invece a comprarle con feste e festini e continuano a mettergli in teste che io sono presente per le cose più brutte, mentre con loro solo divertimenti. A quale costo poi? La mia ex moglie non guida e non ha molti amici, ma per farle uscire e farle divertire non esita un attimo a portare con se le bambine quando si trova in compagni di persone poco affidabili (persone già segnalate e conosciute come alcolizzate). A me rimane solo di vivere nel terrore che un giorno possa succedergli qualcosa. In questi casi i giudici dove sono? Ho segnalato molte volte anche queste cose, ma dall’altra parte trovo solo un muro di gomma. Perché non è previsto un controllo post sentenza mirato a capire se la scelta è stata giusta oppure no? Perché non viene fatto nessun controllo per capire chi si occupa realmente dei figli e chi no? Perché nessuno ascolta o aiuta un povero padre a dare voce a questi problemi che purtroppo ancora oggi si verificano nel nostro paese, che si può ritenere avanzato in molte cose, ma non di certo in questo campo?
Ancora oggi dopo tantissimo tempo sono in attesa di risposte alle mie domande, ma ogni giorno che passa sono sempre più convinto che non arriveranno mai, perché in questo paese funziona così. Forse se ero un politico o ero pieno di soldi potevo sistemare la cosa all’italiana, ma purtroppo sono solo un povero padre al quale nessuno da ascolto. Eppure non ci voleva molto, basta volo leggere le lettere e i documenti forniti al giudice.
Proprio per le risposte che non arrivano e la sensazione di parlare del niente e con nessuno comincio seriamente a comprendere quei padri che decidono di farla finita una volta per tutte. Perché nessuno capisce quello che passiamo e quello che siamo costretti subire ogni santo giorno. Umiliati davanti ai nostri figli e senza neanche più un briciolo di voglia di continuare.

Grazie per aver letto questa mia,

Ivan

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Psi Piemonte Ora un doveroso cammino di riflessione

Tor, 19/06/2018 - 15:32

“Con il varo del nuovo Governo si è chiusa una fase politica lunga e travagliata, una sconfitta per il centro-sinistra ed un arretramento del peso parlamentare dei socialisti. Comincia per noi un doveroso cammino di riflessione, di impegno e di riorganizzazione. Riflessione sulle ragioni più generali che hanno portato il populismo al Governo e sulle difficoltà che affrontano i riformisti in Italia e in Europa a governare i processi dell’economia nel mondo globalizzato”.

È quanto si legge nel documento approvato dal direttivo Regionale del 17 giugno scorso, del Psi del Piemonte.

“È mancata sicuramente in Italia, una capacità di cogliere i problemi delle fasce sociali più in difficoltà, ma anche del ceto medio, per ragioni molteplici, non ultima la crisi economica più generale e la riduzione degli interventi di sostegno, determinati dalla necessità di contenere un deficit che tendeva ad andare fuori controllo. Un Europa sordida ed egoismi nazionali hanno enfatizzato il fenomeno epocale dell’immigrazione clandestina, reso più acuto dalle crisi di alcuni Stati nazionali in disfacimento. Tutto ciò ha aumentato disistima verso le forze politiche di governo ed anche dell’opposizione tradizionale, dando spazio al non voto ed ai qualunquismi e populismi che hanno portato con l’aiuto di alcune proposte programmatiche fortemente elettoralistiche e di difficile attuazione, ad accrescere l’area del consenso su forze che hanno alimentato irresponsabilmente miraggi e politiche taumaturgiche di soluzione dei problemi. Si pone quindi urgentemente l’iniziativa per difendere in Italia la tradizione socialista e riorganizzarla, per contribuire alla sfida che in ogni caso la necessità del cambiamento mette in atto sul terreno delle scelte economiche, sociali e istituzionali. Il nostro Partito deve continuare a promuovere il rinnovamento nei suoi quadri direttivi, ma anche contribuire alle cesure delle divisioni che devono stare alle nostre spalle; deve, inoltre, aprirsi alla convergenza di movimenti di altre culture politiche democratiche, che possono concorrere alla creazione di un nuovo soggetto riformista in grado di determinare un’adeguata azione di contrasto alle derive contemporanee e sia capace di varare un nuovo progetto di società inclusiva e più giusta, che sappia riconoscere disagi, meriti e sia in grado di predisporre risposte adeguate, anche sul piano dello sviluppo economico. In questo senso promuoviamo un invito e un appello ai compagni che hanno dato vita in questi anni ad associazioni e movimenti diversi dal PSI, pur tuttavia mantenendo una coerente identità socialista. Segnatamente ci rivolgiamo ai compagni di area socialista e di socialisti in movimento ed altri ancora, affinché si riaggreghino con noi per contribuire a un’azione di riflessione, impegno e rilancio del Partito Socialista Italiano per le sfide politiche ed elettorali che ci attendono in modo da contribuire ad una nuova lotta nell’interesse generale della Sinistra Italiana e del Paese. Per aprirsi al più alto confronto libero e democratico si ritiene che il PSI, sin d’ora, debba impegnarsi a convocare, dopo un approfondito dibattito, con chi intenderà parteciparvi, un Congresso straordinario di ricostruzione, in grado di mettere la comunità socialista in condizione di affrontare efficacemente le difficili sfide che verranno. In una fase in cui i processi politici tendono a ridurre gli spazi di democrazia e di dialettica tra le diverse posizioni in campo, oscurando percorsi decisionali e flussi di finanziamento di varia natura, alla politica si pone urgentemente il problema dell’attuazione dell’articolo 49 della Costituzione, per la regolamentazione per legge dei Partiti e per la definizione della loro organizzazione interna, in senso democratico, in un momento in cui sta accadendo di tutto. In questo senso si chiede che il PSI si faccia promotore di un’iniziativa nazionale nei territori e in Parlamento da parte della sua rappresentanza, per garantire all’Italia Partiti democratici, processi decisionali trasparenti e flussi finanziari chiari e legali. Per avere istituzioni pubbliche democratiche è indispensabile avere Partiti democratici al loro interno”.

Psi Piemonte

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Vacanze estive. Genitori stressati dai social media

Tor, 19/06/2018 - 15:24

Quasi 3/4 dei genitori italiani (73%) sono preoccupati che le vacanze estive dei propri figli non siano all’altezza delle loro aspettative. Il 49% si sente in colpa per la mancanza di tempo con i propri figli ed il 43% afferma di essersi finto malato al lavoro per trascorrere più tempo a casa con loro.

Genitori-social-601x33619 giugno 2018 – La scuola è finita da una settimana e tutti i bambini sono pronti ad appendere al chiodo libri e zaini per dedicarsi alle tanto attese vacanze estive. L’entusiasmo dei bambini però è inversamente proporzionale a quello dei genitori, che devono pensare a come gestire il tempo dei propri figli mentre loro sono ancora al lavoro.

Una ricerca internazionale Groupon rivela infatti che circa 1/3 dei genitori italiani ha iniziato a preoccuparsi delle vacanze estive dei propri figli con almeno 3 mesi di anticipo, perché il 73% di loro è convinto che le vacanze a cui hanno pensato non siano all’altezza delle aspettative.

Social media come motivo di stress

Tra i fattori principali che scatenano l’ansia dei genitori di non essere all’altezza delle aspettative dei figli ci sono i tanto amati/odiati social media: il 28% delle mamme e papà italiani dichiara di sentirsi sotto pressione ad ogni post sui social che raffigura l’estate perfetta. Per il 32% dei genitori, la pressione aumenta a dismisura quando i loro figli raccontano loro le attività che hanno visto fare dai loro amici sui social. Addirittura c’è un 31% di genitori italiani che dichiara di caricare solo le foto migliori e non quelle che sono l’effettivo ritratto della vita quotidiana.

Sensi di colpa

Alle pressioni causate dai social media, si aggiungono poi i sensi di colpa dovuti dal poco tempo che i genitori hanno a disposizione per stare con i propri figli (49%), quelli causati dal tempo che i bambini passano al chiuso (30%), e quelli causati dalla mancanza di attività da fargli fare (25%). A parziale copertura del primo senso di colpa, il 43% dei genitori italiani ha tranquillamente ammesso di aver fatto finta di essere ammalato al lavoro per avere più tempo da trascorrere con i bambini.

Ma quanto costano questi sensi di colpa?

Nel tentativo di alleviare questi sensi di colpa, 7 genitori su 10 affermano di sopperire alle loro mancanze con regali per i figli. In particolare, le mamme sono più spendaccione rispetto ai papà quando si tratta di sensi di colpa da attenuare.

In media, i genitori italiani spendono circa 187 euro a settimana per ogni bambino, rispetto ai “colleghi” inglesi e francesi che spendono circa 212 euro, tedeschi circa 220 euro, spagnoli circa 150 euro.

Principalmente, queste spese sono destinate a cene a base di pizza e hamburger (33%), sempre amati dai bambini, gite giornaliere a parchi tematici o cinema (32%), dolci e gelati (24%) e nuove tecnologie come ipad o videogiochi (19%).

Trattamento particolare al lavoro?

Infine, il sondaggio Groupon si sofferma sul trattamento riservato alle mamme che lavorano da parte delle rispettive aziende. Il 37% delle mamme afferma di ricevere lo stesso trattamento delle altre colleghe, seguito dal 25% che dichiara che all’interno della propria azienda non viene prestata particolare attenzione alle mamme lavoratrici, e dal 19% che dice di non avere particolari agevolazioni se non da parte delle colleghe che cercano sempre di aiutarle.

Nicola Cattarossi, Managing Director Groupon Southern Europe, afferma “La ricerca Groupon dimostra come i genitori si sentano sotto pressione per offrire un’estate perfetta ai propri figli. Ma al termine dell’estate, i bambini cosa ricorderanno di più? Di sicuro i momenti divertenti, spontanei e senza pensieri che vivranno insieme alla propria famiglia. Non è necessario spendere una cifra esorbitante per vivere un’estate indimenticabile in famiglia, basta andare su Groupon e selezionare una delle tante esperienze proposte per trascorrere del tempo con i propri figli”.

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Paola Turci in concerto per la raccolta fondi alla Casa delle Donne

Tor, 19/06/2018 - 15:01

chiamata alle artiMercoledì 20 giugno, alle ore 18.30 ci sarà la prima giornata della programmazione estiva a sostegno della Casa Internazionale delle Donne.

Dalle 18.30 l’incontro con le Produttrici su Come le donne produttrici possono fare la differenza nell’industria dell’audiovisvo, a seguire il concerto di Paola Turci.

Dopo la grande ondata di partecipazione di associazioni femministe, attiviste, e di quante e quanti si sono uniti a supporto della causa dallo slogan #lacasasiamotutte; la Casa decide di continuare a diffondere il suo messaggio attraverso una chiamata alle arti.

Il grande sostegno che la Casa ha riscosso nel mondo dello spettacolo e della cultura ci ha convinto a mettere in atto un ricco calendario di eventi di grande interesse e aperto a tutta la città, per ribadire quanto questo luogo sia stato, è ancora oggi, e continuerà ad essere un centro propulsore della cultura e delle azioni delle donne.

(La Casa Internazionale delle Donne)

Il suggestivo cortile del Buon Pastore – in zona Trastevere, a Roma – si prepara ad accogliere, per tutto il periodo estivo, incontri, spettacoli, proiezioni e concerti.

Se la Casa chiama, l’Arte risponde; adesso più che mai, per permettere alla Casa Internazionale delle Donne e, alle oltre trenta associazioni che operano al suo interno, di continuare a garantire il principio fondamentale di libertà e autodeterminazione.

L’iniziativa di chiamata alle arti ha trovato il suo consenso tra artiste e artisti come Paola Turci, Tosca, Zerocalcare, questi sono solo alcuni dei nomi coinvolti all’interno della manifestazione.

Sarà questa una nuova occasione per farsi ascoltare, per portare nuova linfa allo storico complesso edilizio del Buon Pastore, un tempo luogo di tortura e dolore delle donne, poi assegnato negli anni 80 alle associazioni femministe proprio per riscattarne il senso, trasformandolo in luogo delle libertà delle donne.

La manifestazione ha come obiettivo quello di sostenere e finanziare la resistenza della Casa Internazionale delle Donne insieme a quello di approfondire temi sociali da sempre cari a questo importante luogo di cultura.

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Mondiali. Paura per l’Arabia Saudita: l’aereo prende fuoco

Tor, 19/06/2018 - 14:55

Attimi di panico durante il viaggio che stava portando la squadra araba a Rostov per la sfida contro l’Uruguay: durante l’atterraggio l’ala del veicolo è andata in fiamme. Tanta paura, ma fortunatamente nessuna conseguenza

aereoROSTOV – Tragedia sfiorata in Russia. L’ala dell’aereo che stava trasportando l’Arabia Saudita nella città di Rostov per la sfida della Nazionale araba contro l’Uruguay, in programma mercoledì alle 17, è andata in fiamma durante la fase di atterraggio creando inevitabilmente tanto panico. Per fortuna nessuna conseguenza per i passeggeri, soltanto molta paura.

“GIOCATORI SANI E SALVI” – La Federazione Saudita ha fatto chiarezza sull’episodio, tranquillizzando tutti con un comunicato: “Vogliamo rassicurare tutti circa la sicurezza di tutti i membri della missione della squadra nazionale: dopo un malfunzionamento tecnico a un motore l’aereo è atterrato pochi minuti fa a Rostov sull’aeroporto di Don. I giocatori si stanno ora dirigendo verso la loro residenza sani e salvi”. Nel match d’esordio i giocatori allenati dal ct Pizzi hanno perso 5-0 contro la Russia: ora se la vedranno contro Uruguay ed Egitto, la qualificazione agli ottavi è a dir poco proibitiva.

Francesco Carci

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“Accesso al cibo” e diritto alla dignità della persona

Tor, 19/06/2018 - 14:41

20716_stefano-rodota“L’identità – la sostanza di ciò che siamo e del modo in cui siamo in relazione con gli altri – si trova nel mezzo di uno straordinario tumulto”; con questa frase, di uno studioso americano, riferita al rapporto sempre più intenso della persona con la “Rete” Stefano Rodotà, nel volume postumo “Vivere la democrazia”, apre la riflessione “sul tumultuoso vivere” dell’età contemporanea, che ha determinato un concetto di “identità digitale” della persona, allontanandola da quella fisica.
L’avvento delle tecnoscienze informatiche, infatti, “sembra portare con sé – afferma Rodotà – il congedo dell’identificazione della fisicità”; in tal modo, l’identità personale ha teso a farsi astratta, affidata a “codici segreti, parole chiave, algoritmi”, ma l’incertezza della identificazione del soggetto, connessa alla digitalizzazione dei suoi “dati” personali, ha determinato un ritorno alle sue “componenti fisiche”.
Ciò è accaduto anche per via del fatto che la normativa europea sul problema dell’identità “ha privilegiato l’attenzione per la persona nella dimensione del consumo, facendo appunto della tutela del consumatore uno degli oggetti primari della sua attenzione”. Si tratta, però, secondo Rodotà, di un’identificazione parziale della persona, in quanto espressiva di una identificazione formulata solo in funzione del mercato; non casualmente, questa formulazione è stata giudicata insufficiente dalla stessa Unione Europea, che nella “Carta dei diritti fondamentali”, proclamata nel 2000, ha messo in evidenza l’insufficienza di un quadro istituzionale concernente la persona “sostanzialmente organizzato intorno al mercato”.
Spostando l’attenzione “dalla sola logica economica a quella dei diritti”, la “Carta” europea ha sottratto la definizione dell’identità personale ad un unico fattore totalizzante, considerando che se la persona fosse, ad esempio, identificata con il consumatore, si costituzionalizzerebbe solo un’identità personale impoverita, “collocata interamente nel mercato”, mentre i “dati” dell’identità assumerebbero una valenza solo funzionale al funzionamento di quest’ultimo. In tal modo, la “Carta” ha stabilito che l’identità della persona non possa essere definita in funzione degli interessi di soggetti esterni ad essa; al contrario, deve essere formulata per il tramite di un contesto all’interno del quale i diritti fondamentali della persona “possano ottenere non solo riconoscimento, ma attuazione”.
Il contesto all’interno del quale definire l’identità personale, pertanto, non può che essere il diritto; così come è avvenuto in corrispondenza di ogni stadio del processo di civilizzazione dell’umanità; il diritto può contribuire a creare una nuova “antropologia”, incorporante nella naturalità dell’uomo i nuovi valori che si sono affermati sul piano culturale. Infatti, ogni grande operazione giuridica che ha scandito il lento processo di civilizzazione, è valsa a disegnare un “suo modello di persona, che non era mai la semplice registrazione di una natura ‘umana’, ma un gioco sapiente […] di selezione di ciò […] che poteva trovare accoglienza nello spazio del diritto e quel che doveva restarne fuori, di ciò che poteva entrare in quello spazio con i suoi connotati ‘naturali’ e quello che esigeva una metamorfosi resa possibile proprio dall’artificio del diritto”. Lungo tutto il percorso della civilizzazione è stata di continuo realizzata un’estrazione “dalla naturalità dell’uomo di una figura sommamente artificiale qual è il cittadino, affidando alla legge, e solo alla legge, la definizione del suo perimetro”. Proprio per questo, sostiene Rodotà, è legittimo parlare di creazione di una nuova antropologia.
Durante il percorso di civilizzazione, se l’affermazione dei valori della Rivoluzione del 1789 (libertà, uguaglianza e solidarietà) è stata il connotato della modernità, l’affermazione del valore della dignità rappresenta il caratteri specifici del Novecento; non casualmente, perciò, a partire dalla modernità, si può parlare del passaggio dall’homo hierarchicus” di prima dell’89, all’”homo aequalis” di dopo, sino all’”homo dignus” dell’età contemporanea, dove la rilevanza assunta dalla dimensione della dignità ha indotto a proporne una considerazione che – afferma Rototà – “la assume come sintesi di libertà ed eguaglianza, rafforzate nel loro essere fondamento della democrazia”.
Il processo di costituzionalizzazione del valore della dignità, passando attraverso le costituzioni democratiche del periodo successivo alla seconda guerra mondiale, ha continuato sino alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2000, la quale ha sancito che “proprio la dignità fosse il segno forte della prima dichiarazione dei diritti del nuovo millennio”, associando ad essa la dimensione esistenziale dell’uomo: “Dignità e lavoro – afferma Rodotà – sono i due nuovi punti di avvio” del processo di civilizzazione, che è valso a collocarli “in un contesto nel quale assume rilevanza primaria la condizione reale della persona, per ciò che la caratterizza nel profondo (la dignità) e per quel che la colloca nella dimensione delle relazioni sociali (il lavoro)”. Così, il soggetto astratto è stato calato nella sua dimensione di persona concreta, è stata rivestita di un esoscheletro che, tramite il diritto, è valso a sottrarla al pericolo che le tecnoscienze la trasformassero in “persona digitale”, sconnessa dalla sua fondazione umana.
La tutela costituzionale della dignità dell’uomo ha cessato d’essere affidata a un qualche principio astratto, sovrastante i valori delle modernità (libertà, uguaglianza e solidarietà), per essere calata all’interno del loro intrecciarsi con il valore della dignità stessa, dal quale l’uomo “riceve maggiore pienezza di vita e, quindi, più intensa dignità umana”, fondata sul diritto alla vita e, dunque, sul diritto di accesso alle risorse materiali per il pieno e autonomo svolgersi della sua esistenzialità.
L’affermazione del diritto di “accesso al cibo” – secondo Rodotà – è recente e rappresenta il traguardo di una lunga trasformazione caratterizzata dal passaggio da forme di benevolenza individuale e collettiva a specifici doveri delle istituzioni pubbliche, impegnate a rendere possibile un accesso sempre più diretto delle persone ai “beni della vita”. Il diritto alla vita (o diritto al cibo) è divenuto così il “punto di convergenza di molteplici principi giuridici, dando ad essi particolare concretezza e contribuendo alla fondazione di un nuovo ambiente politico-istituzionale”. In questo modo, il diritto alla vita si è trasformato in una componente ineludibile della dignità della persona, che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea ha dichiarato, come si è detto, “inviolabile”.
Ciò significa che il diritto alla vita dei componenti le comunità politiche, che hanno costituzionalizzato il valore della dignità della persona, è divenuto il centro di un’”articolata costellazione istituzionale”, nella quale si invera la democrazia dei diritti. Nello stesso tempo, l’assunzione, da parte dell’organizzazione dello Stato, della responsabilità di garantire il diritto di “accesso al cibo”, come lo chiama Rodotà, sta imponendo alla società contemporanea specifiche modalità di governo; modalità implicanti, da una parte, che l’obbligazione pubblica di assicurare il diritto alla vita dei cittadini sia presa sul serio; dall’altra parte, che il coinvolgimento degli stessi cittadini nel determinare le forme con cui soddisfare i loro stati di bisogno esistenziali avvenga non “attraverso proclamazioni astratte”, ma con la promozione di tutte le iniziative sul piano dell’informazione e della formazione, perché essi (i cittadini) siano resi consapevoli del fatto che le politiche pubbliche attuate rispondono realmente al rispetto di tutti i loro diritti.
In tal modo, la soddisfazione del diritto alla vita assume caratteristiche – osserva Rodotà – “che contribuiscono alla migliore definizione dello stesso processo democratico”, diventando essenziali per il pieno e reale rispetto dei principi fondamentali della modernità, ovvero dei principi di libertà, uguaglianza e solidarietà. Il diritto al cibo, concorrendo a dare piena attuazione alla dignità personale, diventa infatti il presupposto per dare una risposta sul piano sostanziale a quei principi che, sanciti dalla Rivoluzione del 1789 e ribaditi da tante costituzioni ad essa successive, sono rimasti per lo più solo delle proclamazioni, che non sono valse, malgrado i progressi realizzati con l’età moderna, a rimuovere i fenomeni della disuguaglianza sociale e della povertà ereditati dal passato. La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2000, dichiarando l’inviolabilità della dignità della persona, ha statuito la congiunzione della sfera privata e di quella pubblica, collocando il diritto al cibo – afferma Rodotà – “a pieno titolo tra quei diritti di cittadinanza che devono accompagnare nel mondo ogni persona, quale che sia la sua condizione”.
In questa prospettiva è divenuto evidente il novo ruolo che è chiamata a svolgere l’economia, nel momento in cui essa si sta trasformando da “economia della scarsità” (qual era nell’età premoderna e per gran parte di quella moderna), in “economia dell’abbondanza”, le cui conseguenze sono destinate ad affievolire e, alla lunga, a rimuovere del tutto la possibilità che il diritto al cibo (e, dunque, alla dignità personale) sia garantito attraverso il lavoro, tradizionale titolo in base al quale la persona ha potuto partecipare alla ripartizione del prodotto sociale.
Oggi, con il restringersi delle tradizionali opportunità lavorative a causa del crescente approfondimento capitalistico dell’attività produttiva, la ripartizione del prodotto sociale non può che avvenire sulla base di nuove modalità; questa ineludibile necessità, compatibile con uno stabile funzionamento dell’intero sistema produttivo, può essere soddisfatta solo attraverso quella che Rodotà definisce una “vera e propria” nuova rivoluzione costituzionale, con cui sostituire la rivoluzione della modernità, che aveva legato i valori della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà al soggetto moderno, con quella della contemporaneità, per legare la dignità della persona, oltre che ai valori della prima rivoluzione costituzionale, alla “sua concretezza e materialità”.
L’implicazione di questa conclusione non può che essere la messa a punto di una nuova strumentazione istituzionale, che adegui la distribuzione del prodotto sociale alle nuove modalità di funzionamento dell’economia dell’abbondanza. Rodotà lega la nuova strumentazione istituzionale alla identificazione dei cosiddetti “beni comuni”, cioè a quei beni che, in virtù del loro caratteristiche strutturali, sono “direttamente” necessari per la soddisfazione dei diritti fondamentali della persona.
In realtà, ipotizzare di poter garantire la dignità “costituzionalizzata” della persona sulla base dei soli beni comuni è riduttivo. L’utilizzazione di tali beni, è sicuramente un corollario di tutta l’analisi compiuta da Rodotà, ma riferirsi unicamente ad essi per garantire l’accesso al cibo, non consente di cogliere le urgenze sollevate dall’avvento dell’economia dell’abbondanza.
L’analisi di Rodotà risponde sicuramente meglio alle conclusioni cui egli era pervenuto nel volume “Solidarietà. Un’utopia necessaria”, dove egli affermava che la questione del “diritto all’esistenza” può essere risolta statuendo per lo Stato il “dovere di assicurarne la garanzia” attraverso un’utilizzazione delle risorse disponibili che consideri prioritari gli impieghi per la soddisfazione dei diritti fondamentali, tra i quali appunto il “diritto all’esistenza”. A tal fine, lo Stato dovrà stabilire una distribuzione delle risorse “costituzionalmente consentita”, e giustificata in funzione della soddisfazione dei diritti fondamentali, invertendo la prassi politica tradizionale, che sinora ha considerato prioritarie le destinazioni finalizzate alla crescita, e residuali, invece, quelle destinate alle soddisfazione dei diritti.
Ciò, però, significa che la nuova strumentazione istituzionale, compatibile con la rivoluzione costituzionale della contemporaneità, deve sostituire le modalità di stabilizzazione del funzionamento del sistema produttivo fondato sul welfare, proprio dell’economia della scarsità, con nuovi strumenti; questi ultimi, con la riforma dell’attuale welfare e l’istituzionalizzazione di un reddito di cittadinanza universale e incondizionato, dovranno essere in grado di assicurare la stabilità dell’economia, mediante regole distributive del prodotto sociale fondate su specifiche priorità che cessino di considerare residuale la soddisfazione del diritto alla dignità dei cittadini. Fuori da queste condizioni, il diritto all’esistenza e alla dignità degli individui può solo continuare a dipendere dal “ricatto politico” delle maggioranze politiche di turno, esercitato in funzione delle transeunti situazioni contingenti.

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Pacco-bomba ad avvocato. Pisani: “Intollerabile”

Tor, 19/06/2018 - 11:27

delli boviUn pacco bomba nella provincia di Salerno. Un ordigno è esploso tra le mani di Giampiero Delli Bovi, 29enne avvocato civilista di Montecorvino Rovella, che ha perso entrambe le mani. Delli Bovi eletto la scorsa settimana, e presidente del Forum dei giovani della zona, è conosciuto anche perché è un fidato collaboratore del neoeletto sindaco Martino D’Onofrio, che ha affiancato e sostenuto nella recente campagna elettorale.
La deflagrazione è avvenuta nell’esatto istante in cui il 29enne ha tentato di aprire l’involucro. Il pacco, indirizzato proprio a lui, era avvolto nella carta di Bartolini spedizioni. All’interno cartucce a pallettoni che sarebbero esplose automaticamente al momento dell’apertura.
A soccorrerlo sono stati, subito dopo aver udito il forte boato, i suoi familiari. Delli Bovi è stato poi trasportato d’urgenza presso l’ospedale “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” di Salerno, dove è stato operato in tarda mattinata. Il primario del reparto di Rianimazione, Renato Gammaldi, ha confermato che il giovane avvocato, “da quello che si è potuto vedere, perderà entrambe le mani”.
Ora tra le piste battute dagli inquirenti c’è soprattutto quella politica, ma si stanno esplorando pure la vita personale e professionale dell’avvocato. A destare sconcerto nel piccolo centro – poco più di 12mila anime a una quindicina di chilometri da Salerno – sono state le modalità mafiose dell’aggressione.
Maria Pisani, portavoce Psi e Presidente Forum Giovani appena saputo dell’accaduto ha fatto sapere: “Nelle prossime ore mi recherò io stessa a fargli visita. A Giampiero, Presidente del Forum dei Giovani di Montecorvino, va tutto il nostro affetto, il nostro riconoscimento e la nostra vicinanza. È una vigliaccheria vergognosa e deprecabile che non possiamo accettare e tollerare. Siamo e saremo sempre in prima fila contro ogni tipo di violenza. A testa alta con dignità e coraggio. Tieni duro Giampiero”.

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Gli interessi economici predatori della politica

Pon, 18/06/2018 - 18:11

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L’inchiesta sullo stadio della Roma, che coinvolge l’amministrazione pentastellata, è un ulteriore ramo d’azienda venuto allo scoperto di “mafia capitale” oppure un capitolo a sé stante? Ci rivela un articolato e plurale piano di un’organizzazione criminale che vive di rapporti e complicità trasversali alle forze politiche e imprenditoriali, oppure è il caso dell’ennesimo imprenditore corruttore che si giova delle opportunità offerte da frequentazioni e conoscenze per scavarsi ulteriori spazi di mercato protetto, in una realtà, quella romana, dove i costruttori sembrano più evocare un consesso di feudatari (a voler essere generosi) che si spartiscono il territorio, piuttosto che una sana componente economica che compete lealmente in un quadro di regole garantito da un altrettanto leale soggetto pubblico regolatore. L’impressione, per la verità, è quella di trovarsi di fronte all’ennesima conferma di interessi economici predatori impadronitisi della politica, e quindi delle funzioni pubbliche, piegate con sfacciataggine al loro mero interesse privato, per altro alieno da ogni parvenza di moderazione, dignità e persino di esigenza estetica. Interessi predatori che ci rivelano come, dall’altra parte, la funzione ormai oscurata e annichilita dalla feroce propaganda populista è proprio quella politica.

L’obiettivo è stato raggiunto da tempo: voler dimostrare che la politica è corrotta è servito in realtà ad indebolirla e ad annullarla proprio nel confronto con i poteri economici e i soggetti forti. Un fenomeno che non poteva non coinvolgere anche l’amministrazione pentastellata. La sfacciataggine non sta solo nei personaggi che agiscono e si comportano con assoluta disinvoltura nelle intercapedini del potere capitolino senza avere titolo e legittimità, proprio perché mandatari di una politica inane, ma sta anche in chi invece del potere politico è stato investito dai cittadini: la Sindaca in primo luogo ,sempre caduta dalle nuvole, impreparata sui dossier fondamentali, sempre tesa a giustificare i suoi fallimenti e a scaricare su altri responsabilità solo sue, soggettivamente e oggettivamente.

Ora aspetteremo, ma una preoccupazione ulteriore ci assale: nel DEF varato dal governo Gentiloni ci sono circa 5 miliardi di euro per interventi infrastrutturali, di cui 3,5 già disponibili. Ammesso che il governo gialloverde voglia metterci il cappello sopra, giova ricordare che si tratta di interventi indispensabili per mantenere Roma a livello di capitale d’Italia e città di rango internazionale. Dal completamento della metro C fino all’aeroporto di Fiumicino, agli interventi per la mobilità e il GRAB sono un monte di denari pubblici che andranno ben spesi. Dopo il No alle Olimpiadi e la vicenda dello stadio della Roma, con le incognite dettate anche qui dai tribunali sulla vicenda ATAC e il nodo rifiuti ancora irrisolto, è lecito chiedersi se ci sarà quello slancio di trasparenza, assunzione di responsabilità e chiara definizione degli obiettivi politici e programmatici che tutti aspettiamo. E se le scelte avverranno alla luce del sole, magari coinvolgendo come di dovere il massimo consesso della rappresentanza dei cittadini, il consiglio comunale e il tessuto civico e sociale della città, oppure verranno affidate all’ennesimo mr. Wolf spicciafaccende inviato dalla Casaleggio & C.

Noi ci auguriamo che la Raggi esaurisca ben prima del termine di legge il suo mandato amministrativo, nell’interesse della città, ma non vediamo però ancora un centro sinistra capace di destarsi dal suo stato di torpore e recuperare in pieno quel legame di fiducia con la città. Questo dovrà essere un terreno di sfida anche per i socialisti: lavorare, nel vuoto politico, per riempire una parte di questo vuoto non è impresa impossibile, soprattutto se si parlerà a quell’area vasta dell’astensione che tocca anche le forze della sinistra. Occorrerà aspettare l’evolvere degli eventi (e delle indagini) ma importanti segnali tuttavia ci sono, a partire da quelli lanciati dalle recenti consultazioni dei due municipi di Roma, dove i penta stellati sono stati umiliati non solo e non tanto dal centro sinistra, ma soprattutto da quel deficit di partecipazione che ha visto votare solo un elettore su quattro. Un deficit di partecipazione che fa riflettere. Oggi per il partito dei cittadini è questa la sconfitta più grave:dover scoprire che proprio nella pretesa di portare i cittadini nelle istituzioni, nell’arroganza e nella presunzione di volerli rappresentare (tutti quanti) sta il loro più evidente e marcato fallimento.

Loreto Del Cimmuto
Segretario fed.romana PSI

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POVERA ITALIA

Pon, 18/06/2018 - 17:43

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Nel 2017, 2,7 milioni di persone in Italia sono state costrette a chiedere aiuto per il cibo da mangiare. La situazione è emersa dal rapporto Coldiretti intitolato: “La povertà alimentare e lo spreco in Italia”, presentato alla giornata conclusiva del Villaggio della Coldiretti ai Giardini Reali di Torino. Secondo la Coldiretti ad avere problemi per mangiare sono dunque oltre la metà dei 5 milioni di residenti che, secondo l’Istat, si trovano in una condizione di povertà assoluta.

La Coldiretti ha precisato: “Nel 2017 circa 2,7 milioni di persone hanno beneficiato degli aiuti alimentari attraverso l’accesso alle mense dei poveri o molto più frequentemente con  pacchi alimentari  che rispondono maggiormente alle aspettative dei nuovi poveri (pensionati, disoccupati, famiglie con bambini) che per vergogna prediligono questa forma di aiuto piuttosto che il consumo di pasti gratuiti nelle strutture caritatevoli. Sono appena 114mila quelli che si sono serviti delle mense dei poveri a fronte di 2,55 milioni che invece hanno accettato l’aiuto dei pacchi di cibo sulla base dei dati sugli aiuti alimentari distribuiti con i fondi Fead attraverso l’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (Agea)”.

“Se si vuole ritrovare la missione originaria della sinistra – è il commento su Facebook di Luigi Iorio, responsabile del Psi per le politiche per il lavoro – bisogna ricominciare a comprendere le difficoltà di questo tempo. Capire il perché quasi tre milioni di cittadini si ritrovano alle mense per poveri. Comprendere le ragioni di una povertà sempre diffusa, connettersi alle paure e alle difficoltà di chi non arriva a fine mese. Solidarietà e lotta alla povertà – conclude – devono essere la mission dei socialisti nel 2018, il resto è solo tattica, confusione e caccia a poltrone”.

Più specificatamente la Coldiretti ha segnalato: “Tra le categorie più deboli degli indigenti si contano 455mila bambini di età inferiore ai 15 anni, quasi 200mila anziani sopra i 65 anni e circa 100mila senza fissa dimora. Contro la povertà si attiva la solidarietà con molte organizzazioni attive nella distribuzione degli alimenti, dalla Caritas Italiana al Banco Alimentare, dalla Croce Rossa Italiana alla Comunità di Sant’Egidio. E si contano ben 10.607 strutture periferiche (mense e centri di distribuzione) promosse da 197 enti caritativi impegnate nel coordinamento degli enti territoriali ufficialmente riconosciute dall’Agea che si occupa della distribuzione degli aiuti”.

La Coldiretti ha spiegato: “Di fronte a questa situazione di difficoltà sono molti gli italiani attivi nella solidarietà a partire da Coldiretti e Campagna Amica che dal Villaggio #stocoicontadini di Torino hanno lanciato per la prima volta l’iniziativa della ‘spesa sospesa’ a favore della Caritas. Si tratta della possibilità di fare una donazione libera presso i 150 banchi del mercato per fare la spesa a favore dei più bisognosi. In pratica, si mutua l’usanza campana del “caffè sospeso”, quando al bar si lascia pagato un caffè per il cliente che verrà dopo. In questo caso frutta, verdura, formaggi, salumi e ogni tipo di genere alimentare raccolto vengono consegnati alla Caritas che si occupa della distribuzione alle famiglie in difficoltà.

Il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo, ha dichiarato: “In un’occasione di incontro tra campagne e città come è il Villaggio Coldiretti non potevamo non pensare a chi in questo momento vive grandi sofferenze a causa della crisi economica che ha colpito duramente soprattutto le fasce più deboli della popolazione. E’ però necessario intervenire anche a livello strutturale per rompere questa spirale negativa aumentando il reddito disponibile di chi oggi vive sotto la soglia di povertà”.

Oltre al lodevole spirito di solidarietà che dovrebbe sopperire le emergenze, il presidente della Coldiretti ha sposato la tesi, portata avanti da questo giornale in più occasioni, sulla necessità di mettere in atto una più equa distribuzione della ricchezza come prevede l’ideologia socialista.

Salvatore Rondello

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Macerata, in azione i furbetti del terremoto

Pon, 18/06/2018 - 17:25

terremoto

I furbetti del terremoto. Pur non vivendo abitualmente nei comuni del cratere sismico, avevano chiesto e spesso ottenuto il contributo di autonoma sistemazione. In tutto ammontano a oltre mezzo milione di euro i fondi percepiti indebitamente. Di ciò dovranno rispondere le 120 persone denunciate dalla Guardia di Finanza di Camerino (Macerata) che ha già provveduto a sequestrare 120mila euro. Sono questi i numeri dell’operazione ‘Anubi’, messa in piedi dalle Fiamme Gialle nel periodo in cui sono cominciate le erogazioni del cosiddetto Cas. Si tratta di una misura pensata per aiutare i cittadini la cui abitazione si trova in un’area in cui è vietato l’accesso (zona rossa); oppure è stata distrutta in tutto o in parte; o è stata sgomberata dopo le forti scosse di terremoto che hanno colpito l’Italia centrale nei mesi scorsi. Gente, insomma, che è stata costretta a trovarsi un nuovo alloggio.

Nel cratere sismico alcuni comuni sono mete turistiche sia estive sia invernali, nei quali non sono rare le seconde case, abitate solo per pochi periodi dell’anno da cittadini che normalmente vivono altrove. Ed è proprio questo il punto: a costoro il contributo di autonoma sistemazione non spetterebbe. In questo senso, gli accertamenti svolti prima su iniziativa e poi sotto il coordinamento del procuratore Giovanni Giorgio hanno fatto emergere diverse irregolarità. Le autodichiarazioni sono state messe a confronto con gli esiti delle indagini di polizia giudiziaria. Risultato: 120 persone sono state denunciate per aver illecitamente percepito oltre mezzo milione di euro di contributi. Tra queste, alcune vivevano e lavoravano in altre località già prima del 2016; altri avevano persino affittato l’alloggio a studenti universitari o lavoratori; altri ancora, per ottenere un contributo più alto, avevano dichiarato nella domanda la presenza di parenti che in realtà abitavano da tempo altrove, qualcuno persino all’estero.

Indagini che hanno fatto emergere una moltitudine di soggetti, che avevano dichiarato falsamente di essere in possesso dei requisiti normativamente previsti, ovvero di essere stati costretti a trovare una nuova sistemazione alloggiativa, in quanto la propria abitazione era risultata inagibile a causa del sisma. In realtà, si è appurato che già da prima degli eventi sismici del 2016 alcuni vivevano e lavoravano in altre località, perfino fuori dalle Marche, altri avevano addirittura concesso l’abitazione in locazione a studenti universitari o lavoratori, altri ancora, per far lievitare il contributo, avevano inserito nella domanda la presenza di parenti che in realtà vivevano stabilmente già da diversi anni altrove (in alcuni casi all’estero) per motivi di lavoro o studio. E poi c’era anche chi ha continuato a vivere stabilmente presso la propria abitazione, pur dichiarando di alloggiare altrove.

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Decreto dignità, Foodora apre a Di Maio

Pon, 18/06/2018 - 17:21

foodora.5591774“Da ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico – aveva dichiarato Luigi Di Maio – ho tutta la volontà di favorire la crescita di nuove attività legate alla gig economy e nessuno vuole demonizzare le attività legate all’uso di piattaforme innovative. Ma ho il dovere di tutelare i ragazzi che lavorano in questo settore. I riders oggi sono il simbolo di una generazione abbandonata dallo Stato”. “Le innovazioni servono a far migliorare la qualità della vita dei cittadini e se si creano ingiustizie a scapito di giovani o meno giovani, spetta allo Stato intervenire con fermezza”. Per questo per Di Maio, “la mia intenzione è garantire da un lato le condizioni migliori per i lavoratori, dall’altro consentire alle aziende di operare con profitto per creare nuovo lavoro. Se lavoriamo insieme l’Italia diventerà il modello da seguire per le attività legate alle imprese che operano su piattaforme digitali. Ma sia chiaro. Non si accettano ricatti. I nostri giovani prima di tutto”.
Oggi la prima schiarita tra Luigi Di Maio e i rappresentanti delle piattaforme di food delivery riguardo alla tutela del lavoro dei rider, in un incontro dove “c’è stato molto dialogo e trasparenza”. Così come ha detto il ceo di Foodora, Gianluca Cocco, al termine del tavolo istituzionale con Di Maio. “Il ministro è stato molto positivo e anche noi penso che lo siamo stati. Siamo partiti col piede giusto”, ha aggiunto.
C’erano state infatti aspre critiche da parte dell’amministratore delegato di Foodora Italia che in una intervista rilasciata al Corriere delle Sera aveva ‘bocciato’ il decreto Dignità proposto da Di Maio giovedì scorso: “Se le anticipazioni fossero vere, le piattaforme digitali sarebbero costrette ad abbandonare l’Italia”.
La proposta presentata da Di Maio alle aziende della Gig economy è quella di aprire un tavolo di contrattazione tra i rappresentanti dei riders e quelli delle piattaforme digitali e “chissà che non si arrivi al primo contratto nazionale della Gig economy”. Il ministro ha precisato che “le aziende sono disponibili. Se poi il tavolo non dovesse andar bene interverremo con la norma che avevamo progettato”.
I punti fondamentali del nuovo decreto, descritti da StudioCataldi.it sono iseguenti:
Addio Spesometro e Redditometro
In primis, quello che il ministro preannuncia come un importante segnale di avvicinamento tra Stato e imprese, ovvero l’eliminazione di spesometro, redditometro e studi di settore, affinché siano abbandonate “scartoffie inutili” e strumenti “che stanno rendendo un inferno la vita degli onesti e non stanno perseguendo i disonesti”.
No incentivi per chi delocalizza all’estero
Il decreto inoltre, si rivolge in particolare alle multinazionali laddove, come secondo punto, mira a disincentivare le delocalizzazioni destinando fondi pubblici solo a chi non andrà all’estero: lo scopo è quello di creare lavoro stabile, nonché “ben retribuito e tutelato” per i lavoratori italiani.
Stop precarietà lavoro
Terzo punto è la lotta alla precarietà e, in particolare, al Jobs Act che, secondo il ministro “è andato nella direzione dell’eliminazione di diritti e tutele”.
Lotta alla ludopatia
Infine, si punta a combattere la ludopatia attraverso il divieto di pubblicizzare il gioco d’azzardo, così come è avvenuto per le sigarette, posto che “entrambi nuocciono gravemente alla salute dei cittadini”.
Reddito cittadinanza
Nel post c’è spazio anche per un accenno al reddito di cittadinanza: nella legge di Bilancio di quest’anno, anticipa il ministro, “si dovrà avviare il fondo per il reddito di cittadinanza in modo da renderlo operativo il prima possibile. Non è possibile che ci sia gente che non riesce a campare mentre c’è chi percepisce pensioni d’oro e vitalizi”, scrive il leader del Movimento 5 Stelle.
Tutele per i giovani
Inoltre, Di Maio ha promesso che il decreto offrirà “tutele per i giovani del lavoro 4.0, che non hanno un contratto, né uno status giuridico, che non hanno una tutela assicurativa e hanno seri problemi di precarietà e sicurezza”.
Tutele per i rider
Il Ministro fa riferimento espresso alla figura dei c.d. “rider” e ritiene che il provvedimento in arrivo “contribuirà a migliorare la vita degli italiani. Non voglio celebrarlo come svolta storica ma sui rider credo diventeremo tra i Paesi più avanzati al mondo”.
Nonostante i buoni propositi da parte del nuovo Ministro del Lavoro, riuscire nell’intento è abbastanza difficile, anche se rappresenta un buon punto di partenza per combattere la precarietà. Su Wired Valerio De Stefano, docente di diritto del lavoro all’università di Lovanio, e Antonio Aloisi, ricercatore dell’università Bocconi di Milano, spiegano come le conseguenze della manovra voluta da Di Maio (che comprende anche provvedimenti su studi di settore, gioco d’azzardo e delocalizzazioni) possano esondare oltre il perimetro del lavoro digitale. Perché chiama in causa l’articolo 2094 del codice civile, che dal 1942 identifica le caratteristiche del lavoratore subordinato. “Allargare il campo dei diritti sul lavoro è positivo ma la bozza di decreto non è solo sulle piattaforme, ma su tutto il lavoro subordinato”, commentano. E questo, per i due studiosi, “non si può fare per decreto legge”. Perché “non ci sono i presupposti di urgenza”. Né “si può cambiar definizione di lavoro subordinato provvisoriamente, con il Parlamento che può modificarla tra pochi mesi. Se si vuole modificare 2094 è indispensabile passare dal Parlamento, con legge o con legge delega per fare un decreto legislativo”.

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Trump attacca stampa e Trudeau ma assolve Kim

Pon, 18/06/2018 - 16:52

trudeau-trump“Lo faccio per screditare tutti voi e umiliarvi tutti in modo che quando scrivete storie negative su di me nessuno vi crederà”. Questa è stata la dichiarazione di Donald Trump a Leslie Stahl, storica giornalista del programma 60 Minutes della Cbs. La Stahl ha reso nota l’informazione in un’intervista concessa a Judy Woodruff, un’altra autorevole giornalista della Pbs, durante la cerimonia di un premio giornalistico all’Harvard Club di New York. La frase di Trump risale a un’intervista subito dopo la vittoria presidenziale del tycoon nel novembre del 2016.

La strategia di Trump era già nota anche agli osservatori casuali. Attaccare la stampa produce ottimi dividendi per la destra che vede i media pendenti a sinistra e quindi nemici da sconfiggere. Trump ne ha fatto un’arte mettendo in discussione le notizie dei giornali e media americani più autorevoli con effetti alla luce del giorno. Secondo un sondaggio, tre su quattro americani credono che gli organi di stampa riportano fake news. Un altro sondaggio ci informa che il 42 percento degli elettori repubblicani crede che anche le notizie vere, ma di contenuto negativo, fanno parte delle fake news. In sintesi, il 45esimo presidente ha fatto un “ottimo” lavoro a screditare i media.

L’inquilino della Casa Bianca usa la stessa strategia per screditare i suoi avversari incluso individui, alleati e istituzioni democratiche. Trump, per esempio, ha attaccato i vertici del dipartimento di giustizia e la Fbi che lui stesso ha nominato. Per delegittimare l’indagine del Russiagate che sta investigando l’interferenza russa sull’elezione americana del 2016, Trump ha minato la reputazione di quelli coinvolti a mettere luce sulla questione. Per Trump, non c’è stata nessuna collusione della sua campagna elettorale con i russi senza però offrire prove. Il 45esimo presidente non solo rifiuta la realtà obiettiva testimoniata dall’intelligence americana ma si ricrea la propria che cerca invano di renderla credibile.

Poco prima del vertice del G7 l’attuale inquilino della Casa Bianca ha bisticciato al telefono con Justin Trudeau, primo ministro del Canada, sulla questione dei dazi e la sicurezza nazionale. Il leader canadese aveva espresso il suo disappunto per i dazi imposti sull’acciaio e alluminio spiegando che il suo Paese ha una lunga tradizione di alleanza con gli Stati Uniti. Trump al telefono però ha ribattuto accusando i canadesi di avere bruciato Washington nella guerra del 1812. Solo un piccolo problema. Il Canada non esiste come Paese fino al 1867. I fatti importano poco per Trump che li ricrea per i suoi bisogni.

Al vertice del G7 Trump ha anche fatto arrabbiare gli altri leader rifiutandosi di firmare il documento finale, aumentando le distanze dagli alleati europei, il Canada e il Giappone. Il 45esimo presidente aveva lasciato il vertice un giorno prima della conclusione ma dal suo aereo ha mandato dei tweet in cui ha aumentato il volume accusando Trudeau di tradimento. Più aspra ancora la reazione del suo consigliere economico Peter Navarro il quale ha dichiarato in un’intervista che “c’è un posto speciale all’inferno” per i leader che tradiscono Trump.

Il 45esimo presidente ha continuato a crearsi la propria realtà nel suo incontro con il leader coreano Kim Jong-un nel vertice a Singapore. Come si ricorda, i due si erano insultati a vicenda solo pochi mesi fa con minacce reciproche suggerendo una situazione di crisi con possibilità disastrose. Il loro incontro però ha indicato un dietrofront totale. Trump ha caricato Kim di lodi classificandolo di “molto talentoso, onorevole, molto aperto” e di avere stabilito in pochissimo tempo “un eccellente rapporto”.

Trump dimentica che Kim ha abusato i suoi concittadini mettendo in carcere i suoi avversari politici, torturandone alcuni, facendo soffrire di fame il suo popolo per costruirsi le armi nucleari e riducendo il suo Paese all’estrema povertà. Non aveva nemmeno i soldi per pagare il conto dell’albergo al vertice che è stato coperto dal governo di Singapore. In sintesi, Trump ha “graziato” un fuorilegge isolato dal mondo per la sua condotta abominevole.

Dopo il brevissimo vertice Trump ha dichiarato che non c’è più nessun pericolo di conflitti nucleari nella Corea. Tutto basato sulle parole di Kim che in passato ha detto numerose bugie e non ha mai mantenuto le promesse fatte. Un portavoce del governo iraniano ha però sobriamente dichiarato che non si può avere fiducia su Trump perché “potrebbe stracciare un accordo” in brevissimo tempo come ha fatto con quello del nucleare con l’Iran.

Trump ha esultato dopo l’incontro con Kim ma ha ammesso in una conferenza stampa che forse il vertice non si rivelerà un grande successo e che forse “in sei mesi sarà costretto ad ammettere che si era sbagliato”. Poi, in un momento di rarissima sincerità, il 45esimo presidente ha detto che in tale eventualità non sa “se lo ammetterebbe, ma troverebbe una scusa”. La scusa consiste della sua nuova possibile realtà con la quale discrediterebbe qualcun altro.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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Scrive Eugenio Galioto: La fortezza Europa e l’afasia della sinistra

Pon, 18/06/2018 - 16:48

Considerando il dibattito sui social in questi giorni, così come le dichiarazione ufficiali di parlamentari e forze politiche sembrerebbe che a sinistra non si faccia altro che replicare al salvinismo incalzante con dell’inopportuno e inutile politically correct.
Non serve a niente sciorinare statistiche su statistiche (come ad esempio le cifre dell’accoglienza), così come è del tutto fuorviante far leva sui principi etici. Tutto ciò non muove nulla in termini di consenso. I frames attivati, infatti, non si distruggono né ergendosi a paladini della verità, né appellandosi moralmente alla buona condotta.
Più si ripete “non pensare all’elefante”, e più inevitabilmente si finisce per pensarci, come ci insegna Lakoff.

Allora che fare?
Credo che una sinistra che voglia porsi come alternativa e rilanciare la propria azione dovrebbe prendere parola su Dublino, sulla necessità di rivedere il trattato. E rivederlo, a partire dalle responsabilità che hanno avuto alcuni Paesi europei nell’aver fatto del Medioriente una polveriera e della sua ricchezza un pozzo prosciugato.
Dunque far pagare i “debiti di guerra” a chi ha contribuito in questi anni a “esportare democrazia” con le bombe, regalando miseria e distruzione.
Ecco, quei Paesi che, finanche con azioni unilaterali (dov’è l’Europa da chiamare in causa, quando non si tratta di euro e di mercati!?), hanno dimostrato di essere spregiudicati quando si tratta di accaparrarsi il bottino da portarsi a casa, dovrebbero farsi carico in primo luogo dell’accoglienza dei popoli che colonizzano (ops… dei popoli che vanno a liberare, “a casa loro”, con guerre umanitarie).

Sicuramente, i signori di questi Paesi ci penserebbero due volte prima di dar lezioni di civiltà, chiamando “vomitevoli” le decisioni di un altro Paese sovrano.
La revisione del trattato di Dublino, in questo senso, potrebbe innescare un confronto critico tra i Paesi europei dal cui conflitto sarebbe impossibile uscirne se non con l’avvio di un reale processo di rifondazione dell’Europa.

Una sinistra che voglia ritornare a essere presente nel panorama politico non può prescindere dal parlare della miseria e della guerra che l’Occidente capitalista crea ogni giorno e della necessità per l’Occidente di farsi carico delle conseguenze. A livello europeo certamente, ma innanzitutto a partire da chi ha più responsabilità.
Sarebbe una sinistra capace finalmente di produrre un discorso autonomo, evitando di cadere nella trappola di inseguire il consenso di elettorati altrui (ricordate i manifesti para-leghisti del PD di Renzi “aiutiamoli a casa loro?) o, per contro, di gridare in ogni dove “Allarmi, al fascismo!”, quando i problemi avvertiti dai cittadini sono ben altri che il timore dell’olio di ricino e del manganello.

Una sinistra non afasica, non moraleggiante e soprattutto non ipocrita (già dimenticato gli accordi libici?), che si impegni, anche mostrando i muscoli, a trasformare l’Europa; che sia capace, per dirla con Nanni Moretti, di dire “qualcosa di sinistra”, producendo e trasformando il senso comune, anziché piegarsi ad esso, sottostando ai suoi frames.
In definitiva, una sinistra che conosca il vento e sappia, al momento opportuno, dispiegare le vele per seguire la propria rotta, senza cedere alle sirene né del populismo salviniano, né dell’establishment.

Peccato solo che, al momento, questa nave all’orizzonte non si veda neanche col cannocchiale.

Eugenio Galioto

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Ramadan, un week-end di dialogo interculturale

Pon, 18/06/2018 - 16:35

ramadam torino

Venerdì, sabato e domenica 15-17 giugno hanno segnato, per i musulmani di tutto il mondo, la fine del mese di digiuno rituale del Ramadan: nel Weekend è stata celebrata la festa dell’Eid, che chiude appunto il mese di Ramadan, e per i musulmani ha aperto anche un fine settimana di gioia e di riflessione. In Italia anche le varie comunità musulmane hanno celebrato la festa dell’Eid, con iniziative aperte il più possibile alla società civile, all’insegna del dialogo interreligioso e interculturale.

A Torino Amir Younes, Coordinatore Regionale in Piemonte delle Co-mai (Le Comunità del Mondo Arabo in Italia) e presidente della Comunità egiziana piemontese, fa il bilancio della festa organizzata venerdì al Parco Dora: cui han partecipato circa 30.000 persone, dopo quello che è stato, diremmo, un vero e proprio “Open day” delle moschee cittadine. “Hanno partecipato – precisa Younes – anche le autorità civili e religiose: rappresentate dal Presidente del Consiglio comunale e dalla sindaca Appendino, con l’Assessore comunale alle Famiglie e all’ Integrazione, Giusta, dall’Assessore regionale alle Pari opportunità, Monica Cerruti, e dall’Arcivescovo cattolico, Cesare Nozilia, autore d’ un bel discorso sull’ integrazione e la pace”.

“A Trieste – spiega Nader Akkad, Imam cittadino e Co-presidente nazionale della Confederazione internazionale Laica Interreligiosa “CILI-Italia”, la festa della fine del digiuno “Eid el Fiter” per la prima volta s’è svolta nel Centro culturale islamico di Via Maiolica. Con la partecipazione anche del Prefetto Annapaola Porzio e di rappresentanti delle varie comunità religiose, dal rabbino capo Alexandrè Meloni al Rev Radovic, Vicario per la Chiesa Serbo-ortodossa d’Italia, da Claudio Caramia, rappresentante della Chiesa cattolica e di “Religioni per la pace”, alla presidente del Centro Buddhista tibetano ani, Malvina Savio”.

“Quest’anno – precisa invece, a Roma, Kamel Belatouche, Segretario Generale delle Co-mai e dell’Ufficio di Presidenza di Cili-italia, la festa dell’ Eid è stata molto importante anzitutto perché quasi tutti i musulmani del mondo l’ hanno festeggiata lo stesso giorno, appunto il 15 giugno. In più, in tutta Italia è stata una festa sì nostra, ma con la partecipazione di decine di migliaia di italiani, anche non musulmani, unitisi a noi per momenti importanti di dialogo e, per quanto possibile, di preghiera comune. Abbiamo mostrato concretamente che l’Islam italiano è una realtà, pienamente rispettosa della Costituzione e delle leggi ordinarie: contro il muro delle bugie create ad arte per dividere i cittadini e alimentare l’odio su base religiosa e razziale”.
Sempre a Roma, altro momento di riflessione e d’ intensa spiritualità, con la presenza di molti italiani musulmani, è stato vissuto alla moschea scita del Centro “Imam Madhi” di via Spello al Tuscolano. “E’ stata un’occasione importante per essere veramente vicini alla gente del quartiere, specialmente ai poveri e ai bisognosi”, sottolinea il Dr. Mohamad Ali Zaraket, coordinatore organizzativo delle Co-mai e Segretario Generale dell’ Associazione Medici libanesi in Italia.

Da Bari, infine, l’Imam Alessandro Pagliara Mohammed Alì, racconta la giornata del 15 giugno: “segnata da un terribile nubifragio, che da un lato ha ridotto la partecipazione del pubblico, ma dall’altro ha fatto sì che le circa 2.000 persone presenti tra musulmani e cristiani si trovassero nella moschea più raccolte, più attente, con una partecipazione, direi, sul piano proprio anche liturgico.

“Questa piena riuscita della festa del 15 giugno e, più in generale, di questo fine settimana di dialogo e riflessione, in cui più di 500 feste e cene comuni in tutta Italia da Messina a Trieste, passando per tutte le regioni e le piazze delle grande città, hanno rappresentato essenziali momenti di socializzazione tra musulmani ,cristiani, ebrei, buddhisti e laici “, conclude il Prof.Foad Aodi, Fondatore delle Co-mai e di Cili-Italia, nonché Membro del Focal Point per l’ Integrazione in Italia dell’ Alleanza delle Civiltà-UNAOC, organismo ONU, “segna un importante passo avanti verso l’ abbattimento dei muri dei pregiudizi e delle incomprensioni reciproche e delle fake-news. Nonostante le dichiarazioni avventate di vari politici italiani .Possiamo dire che Co-mai e la Confederazione CILI-Italia, nata dopo il successo dell’evento Cristianinmoschea l’11 settembre 2016, hanno vinto la scommessa, con il 95 per cento del mondo arabo e musulmano che ha aderito alle nostre iniziative; e hanno anche’ organizzato più di 1000 cene collettive già durante il mese di Ramadan nelle varie città italiane, contro i muri delle divisioni. Muri che, ricordiamo, spesso, purtroppo, sono anzitutto mentali, e corrono non solo tra occidentali e musulmani, ma, a volte, all’interno anche delle stesse comunità musulmane e di origine straniera: scatenando guerre tra poveri, oltre che guerre tra ricchi e poveri “.

Fabrizio Federici

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Governo. Le mosse per rafforzare la maggioranza

Pon, 18/06/2018 - 16:28

governo conteIl completamento della squadra di governo regala tanti spunti di analisi sulla maggioranza 5stelle-Lega.

Come abbiamo già avuto modo di raccontare, i numeri dell’alleanza a Palazzo Madama non erano solidissimi. Con soli 6 senatori di margine sulla soglia di maggioranza, il governo rischiava di partire con tranquillità ma di avere vita molto dura nel corso della legislatura. Il voto di fiducia sul nuovo governo però ha leggermente migliorato la situazione, con il voto favorevole dei 2 senatori 5stelle espulsi dal movimento e ora nel Misto, e dei 2 eletti all’estero con il Maie.

I senatori nella squadra di governo
Il margine sulla soglia di maggioranza dell’esecutivo è così passato da +6 a +10, dando un momentaneo sollievo alla stabilità del governo a Palazzo Madama. Le nomine di ministri, viceministri e sottosegretari hanno nuovamente messo in discussione gli equilibri. Ben 13 senatori sono infatti entrati nella squadra del governo Conte: 6 ministri (Bongiorno, Centinaio, Lezzi, Salvini, Stefani e Toninelli), e 7 sottosegretari (Borgonzoni, Candiani, Cioffi, Crimi, Merlo, Siri, Santangelo).

Per i tanti impegni istituzionali che avranno, i 13 senatori saranno spesso in missione, non potendo assicurare un’assidua partecipazione ai lavori dell’aula. Come analizzato nella scorsa legislatura infatti, i parlamentari a capo di un dicastero partecipano in media al 10% delle votazioni. Come se non bastasse nelle prossime settimane si formeranno gli uffici di presidenza delle 12 commissioni permanenti, incarichi che per la maggior parte andranno a senatori della maggioranza. Altri nomi che non potranno assicurare un’alta partecipazione ai lavori dell’aula.

Cosa vuol dire tutto questo? Sicuramente che il margine di +10 senatori sulla soglia di maggioranza è lontano dall’essere tranquillizzante, e che quindi il governo Conte deve trovare modi per rafforzare i suoi numeri. La prima mossa è stata quella di ufficializzare l’entrata nella maggioranza del Movimento associativo italiani all’estero (Maie), con la nomina di Ricardo Merlo a sottosegretario agli affari esteri e cooperazione internazionale. Il primo esecutivo della XVIII legislatura vede quindi insieme 3 partiti: Movimento 5 stelle, Lega e Maie.

La mossa alla camera
La seconda mossa è avvenuta a Montecitorio. Con le dimissioni del neo ministro Fontana dalla vicepresidenza dalla camera, lo slot è stato dato a Fabio Rampelli, deputato di Fratelli d’Italia. La decisione è importante: le 4 vice presidenze per prassi vengono spartite equamente tra maggioranza e opposizione. Prima alla formazione del governo Conte le posizioni erano ricoperte, per la maggioranza, da Fontana (Lega) e Spadoni (M5s), e per l’opposizione da Rosato (Pd) e Carfagna (Fi). Rampelli va quindi a ricoprire la vicepresidenza che spettava a un deputato di maggioranza.

Un gesto che ottiene ancora più significato se accostato alla posizione di Fratelli d’Italia proprio il giorno della fiducia al governo Conte.

“Noi, anche per questo non voteremo la fiducia a questo Governo e, anche per questo, non faremo parte della maggioranza che lo sostiene, però tiferemo perché questo Governo faccia bene, tiferemo e lavoreremo sodo, come abbiamo fatto sempre, perché, prima di ogni cosa, prima di ogni scelta, prima di ogni interesse, prima di ogni valutazione, noi siamo sempre, ovunque, dalla parte degli italiani”

Giorgia Meloni – Dichiarazioni di voto sulla fiducia al governo Conte

I deputati di Fratelli d’Italia si sono astenuti, lasciando però una porta aperta a future ed eventuali collaborazioni con l’esecutivo. In un certo senso quindi la nomina di Rampelli è l’ennesimo segnale di avvicinamento tra il movimento guidato da Giorgia Meloni e il governo. Avvicinamento che diventa sempre più fondamentale per la stabilità dell’esecutivo.

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Milano, approvato il documento politico

Pon, 18/06/2018 - 16:22

Questa mattina a Milano si è tenuta la riunione politica con iscritti, dirigenti del partito e simpatizzanti. Il documento politico che oggi è stato approvato a grandissima maggioranza (soli 5 astenuti ), vuole significare l’inizio di un nuovo percorso del Partito Socialista Italiano – Milano Area Metropolitana per arrivare ad un congresso aperto alle forze della sinistra moderata, ai liberal-radicali, alla società civile e laica, al mondo sindacale e a tutte le associazioni laico-riformiste per costruire il nuovo Centrosinistra in Italia.

Il direttivo, convocato subito dopo la fine del dibattito, ha ratificato le sostituzioni proposte dal Segretario Broi.

Di seguito la compagna e i compagni che sono entrati a far parte del nostro direttivo:
BINI MAURIZIO
CARLONI BIAGIO
SELLANTE SARA
CAFARDA MASSIMO
VOLPE ISIDORO
Segreteria PSI Milano – Area Metropolitana

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Salvineide

Pon, 18/06/2018 - 16:17

Come per Figaro è un continuo e festoso canto: “Salvini di qua, Salvini di là”. L’Italia ha mostrato i muscoli, ha costretto la Spagna ad accogliere qualche centinaio di migranti, rifiutati dai nostri porti. Così si fa. Picchiando i pugni sul tavolo ci siamo fatti rispettare e adesso tutti devono fare i conti con noi. In questa fase di mondiali di calcio si azzarda anche la bizzarra equazione: Salvini uguale Cristiano Ronaldo. Il rifiuto dell’Aquarius vale la tripletta del portoghese. Poi, fuori da questa esaltazione di celodurismo collettivo, andiamo a vedere la sostanza e scopriamo che le cose stanno diversamente. Quel “prima gli italiani”, slogan che stona con le origini della Lega che di Italia non voleva saperne (ma la scelta antibossiana di Salvini, di abbandonare il secessionismo e di sposare il nazionalismo alla Le Pen, é indubbiamente alla base degli attuali successi) non viene minimamente scalfito dalla cupa decisione di chiudere i porti.

Intanto i nostri porti non sono chiusi affatto per la marina militare e per la guardia costiera e mentre Salvini cantava vittoria perché il socialista Sanchez non si era rifiutato di far attraccare una nave colma di oltre seicento migranti disperati, in Italia potevano tranquillamente sbarcare 2114 migranti negli ultimi otto giorni. E’ evidente che la balzana idea di chiudere i porti alle navi delle Ong, e in ispecie all’Aquarius, non risolve nulla oltre a dare dell’Italia l’immagine di un paese insensibile al grido di dolore di tante persone, anche bambini e donne incinte, che sono state costrette a giorni di navigazione, con sofferenze indicibili e, lo descrive un resoconto di un accompagnatore sulla nave, anche tentativi di suicidio.

Nessuno nega che non tutte le Ong siano inattaccabili, e soprattutto nessuno sottovaluta le responsabilità degli altri paesi europei che, facendosi scudo sulla sciagurata normativa di Dublino tre, hanno delegato all’Italia responsabilità e oneri insopportabili. Restano tuttavia almeno tre considerazioni. La prima: il problema dell’immigrazione irregolare si affronta in Libia, non sul mare. E’ in Libia e nei paesi di origine, ancora meglio, lo ha sostenuto il ministro degli Esteri Moavero (che fa parte, come il ministro Tria, della componente assennata del governo), e lo ha praticato con successo il ministro Minniti visto che dal gennaio a giugno gli arrivi sono stati l’80 per cento in meno dell’anno precedente, che va spostato il sismografo, approntando campi di accoglienza umani e di riconoscimento di diritti, ma anche patti economici affinchè i paesi di origine possano riaccogliere i migranti.

Di tutto questo, per ora, non c’é traccia. Poi c’é un problema lessicale che nasconde un atteggiamento piuttosto barbaro. Le parole di Salvini (la pacchia, la crociera, gli hotel a 4 stelle) rappresentano, oltre alla triste vicenda Aquarius, l’approccio meno umano, solidaristico e produttivo che sia mai stato lanciato. Esso fa centro in un paese in cui l’individualismo, l’invidia e il rancore, uniti a una cattiva gestione del fenomeno migratorio, si configurano come prevalenti. Poi c’è una terza questione. Salvini, più che bloccare una nave di poveracci che imploravano aiuto e che, in base agli attuali trattati, avrebbe dovuto accogliere, doveva muoversi in altre due direzioni: da un lato verso i suoi amici ungheresi e polacchi affinché la revisione di Dublino contemplasse la presenza della ripartizione in quote dei migranti e la seconda affinché l’Onu si facesse carico dei campi di accoglienza libica (solo una parte é stata trasferita sotto l’egida delle Nazioni unite). Di queste due immediate esigenze si faccia carico subito l’opposizione italiana, che ancora balbetta, priva com’é di un soggetto politico di riferimento. Alla politica propagandistica e inefficace del governo se ne contrapponga una ispirata a concretezza e umanità dell’opposizione.

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Mega City e punti di Pil

Pon, 18/06/2018 - 16:17

Il Presidente Giuseppe Conte ha un bel modo di fare e potrebbe sorprendere per capacità e qualità inaspettate. Mettere d’accordo la Lega con il multicolore universo dei 5 Stelle è impresa ardua ma non disperata. Gli avvenimenti di queste ore sono l’occasione per una prima riflessione.

Il giullare è diventato filosofo, politico, sapiente. Il guaio è che si chiama Beppe Grillo. Se avesse avuto un altro nome io mi sarei subito fatto catturare dalle idee, dalle visioni che, da qualche mese, possiamo legger nel suo blog. Io, Beppe Grillo, l’avevo rifiutato. Poteva dire o scrivere qualsiasi cosa ma per me era una buffonata. Debbo dire che non è tutta colpa mia. Gli slogan No Tav, No Vax, No Inceneritori, No Trivelle fanno parte della sua storia. Anche del presente per molti dei suoi. Lui, qualche anno fa, odiava i calcolatori in modo viscerale tanto da farli a pezzi durante gli spettacoli. Per non parlare degli insulti a Bettino Craxi, che era ed è il mio punto di riferimento di socialista liberale. Poi, qualche tempo fa, mentre cercavo le ultime notizie su Yuval Noah Harari, ho trovato un suo articolo sul blog di Beppe Grillo. L’ho letto e ho subito notato che era stato tradotto in un italiano stupendo. Poi, incuriosito, mi sono guardato attorno, e ho trovato un repertorio eccezionale. Un sacco di idee che assomigliano alle mie: riflessioni sulle città del futuro, un buon rapporto con l’intelligenza artificiale, la robotica vista come una prospettiva di liberazione dell’uomo dalla schiavitù, una riflessione sui detriti spaziali e sulla necessità di ripulirli. Soprattutto la consapevolezza che il compromesso fra diversi arricchisce, quando i diversi sono in buona fede. Se i diversi hanno tante idee giuste e alcune idee sbagliate, è possibile che le idee sbagliate si elidano a vicenda. Un esempio di idee sbagliate? Usare la plastica non biodegradabile, riciclata, in edilizia, per i manti stradali, per la pacciamatura degli orti. Prima o poi finisce in mare. Forse è meglio l’inceneritore!

Il dilemma dei migranti e del traffico di esseri umani. Una cosa è certa: i trafficanti di uomini fanno opera di persuasione fra le loro vittime le cui famiglie raccolgono i soldi per la traversata secondo una logica equivoca e truffaldina. Il profugo raggiunge il Paese di destinazione e si organizza subito per raccogliere i soldi da restituire con qualsiasi mezzo. Per aver salva la vita il profugo spesso contrae un debito anche con gli stessi trafficanti che vengono pagati due volte. I trafficanti tengono in ostaggio figlie e sorelle per garantirsi il pagamento. Le attività a cui le vittime sono destinate per recuperare il denaro vanno dall’accattonaggio, alla prostituzione, allo spaccio di droga, alla schiavitù in imprese colluse. Alcuni fortunati colgono l’occasione di un lavoro regolare ma spesso non è sufficientemente redditizio per pagare il debito. C’è il sospetto che ogni nuovo profugo che arriva sia costretto, suo malgrado, ad alimentare questo giro. Allora conviene tenere i profughi in centri d’identificazione per essere avviati ad un lavoro regolare in un Paese dell’Unione Europea disponibile ad accoglierli. Ma sia chiaro: l’obiettivo primario non si deve limitare all’assistenza umanitaria ma questa deve essere parallela allo sradicamento delle mafie che sfruttano i disperati.

Che i profughi vengano smistati trasferendoli in navi militari, come sta capitando nel caso dei 629 della Aquarius con destinazione Spagna, può essere funzionale a una prima selezione e dissuasione degli infiltrati. E’ un metodo che potrebbe diventare prassi europea. Mi auguro che ci possano essere sviluppi positivi condivisi.

Trasporti e mobilità. Da che mondo è mondo i flussi migratori sono consistenti. Un tempo erano l’unica occasione per fare nuove esperienze e per cogliere nuove opportunità. Erano occasione per l’arricchimento di chi si muoveva e della comunità che ospitava. Un arricchimento reciproco. Oggi, con l’avvento del telelavoro e del tele-apprendimento, non è più necessariamente così. In teoria si possono seguire corsi universitari , fare riunioni e lavorare senza spostarsi fisicamente. Però, per essere stimolati e ricevere gli stimoli che scatenano la creatività, la fiducia e la condivisione ci vuole il rapporto fisico. Se ti devi fidare di qualcuno o condividerne l’entusiasmo devi sentirne le vibrazioni. Ed è difficile trasmetterle con Skype. Siccome i rapporti istantanei con Internet sono planetari, anche gli spostamenti debbono essere facili e velocissimi. Così, in California, si sperimenta Hyperloop, si immaginano decine di livelli sotterranei di tunnel dove le navette con le auto private e i minibus viaggiano a duecento all’ora; salgono e scendono dalla superficie con appositi ascensori. La città di Chicago ha commissionato i primi tunnel per le navette alla Boring Company di Elon Musk. Noi invece litighiamo ancora sull’alta velocità ferroviaria e sui tunnel autostradali. Saprà il Governo Conte fare il salto di qualità?

Ferro, gomma, infine si ritornerà alla slitta. Due pertiche unite per sostenere un carico, trainate da un bue o da un cavallo a mo’ di slitta, furono il primo mezzo di trasporto. Le ruote furono inventate settemila anni fa dai Sumeri. Ricavate da tronchi d’albero, le prime ruote erano di legno massiccio. In epoche successive comparvero i cerchioni di metallo, i mozzi di metallo accoppiati con perni, sempre di metallo, e i raggi di legno per le carrozze leggere. Poi nacque la ferrovia e arrivarono le ruote di ferro su binari di ferro . Le strade furono coperte d’asfalto per ruote più efficienti coperte di gomma. Nei progetti californiani di tunnel sotterranei e di Hyperloop non ci sono più le ruote ma torna la slitta, sospesa su guide da un campo magnetico. Nessun attrito, nessuna vibrazione, altissima velocità e silenzio perfetto. Lo scenario della superficie del pianeta, a fine secolo, dovrebbe essere un grande giardino, grandi aree metropolitane intercalate con aree coltivate e parchi naturali. Le strade tradizionali dovrebbero essere essenzialmente extraurbane e destinate a percorrenze medie con mezzi di trasporto elettrici a guida autonoma. Le aree metropolitane non dovranno più sopportare il traffico caotico e il parcheggio selvaggio. Saranno prevalentemente pedonali. Ci saranno le auto, obbligatoriamente elettriche, prevalentemente pubbliche e dotate di autopilota, predisposte per immettersi nel flusso di circolazione fatto di navette, tunnel sotterranei e superficiali destinati alle lunghe percorrenze e all’alta velocità.

Volare. Nel 1903 i fratelli Wright alzarono in volo il primo aeroplano. Solo 66 anni dopo, tre astronauti raggiunsero la Luna. Per cinquant’anni, a partire dal 1973, quando terminò la breve serie di voli lunari, nei trasporti aerei tutto sembrò fermarsi. Perfino l’aereo supersonico Concorde venne ritirato dal servizio quindici anni fa. Però, a partire dal 1973, cominciò a prendere forma l’informatica distribuita, con i piccoli calcolatori che sono andati via via dilagando per entrare, prima nelle case, poi nelle tasche degli uomini e delle donne di tutto il mondo. I comandi analogici dei mezzi aerei sono stati sostituiti da servo meccanismi comandati da centraline a logica programmabile, integrate fra di loro e con sistemi di supervisione locali o remoti. L’atterraggio verticale del primo stadio del Falcon di SpaceX non sarebbe stato possibile con la tecnica del Saturno 5 delle missioni Apollo. I calcolatori degli anni 60 erano enormi e spaventosamente lenti. Non esisteva telemetria e nessuno dei ritrovati che oggi consentono il volo aereo in assoluta sicurezza. E nemmeno i materiali compositi oggi utilizzati per fabbricare i motori a reazione. Tutto lascia presagire che il grande balzo per trasferire fuori dell’atmosfera, in orbita bassa, alcune attività industriali, sia imminente. Si perché ora ci sono le tecnologie, la robotica industriale, il telecontrollo e l’intelligenza artificiale. Il loro primo compito potrebbe essere quello di ripulire l’orbita bassa dai rottami dei vecchi satelliti, vettori, componenti a perdere. Tutti questi rottami potrebbero essere concentrati in un’orbita circoscritta e successivamente “divorati” da una stazione di separazione e riciclaggio per essere trasformati in polveri per un utilizzo futuro, sempre in orbita. Però, parliamoci chiaro, non solo non abbiamo ancora incominciato a ripulire i rottami esistenti, ma continuiamo a lasciare altri rottami ogni nuovo lancio. L’agenzia Spaziale Italiana dovrebbe farsi parte diligente per questa ecologia orbitale. Fino a quando non potremo riciclare i rottami, facciamoli almeno incenerire con una traiettoria di impatto con l’atmosfera.

Lavorare sulla Terra in funzione dello spazio. Si manifestano tendenze che ci porteranno verso la colonizzazione del Sistema Solare (rottami permettendo). Un esempio è l’agricoltura idroponica che sta diventando un settore produttivo fiorente perché è pulita, facilmente isolabile all’ambiente esterno (cioè da intemperie e parassiti), facilmente adattabile alla coltivazione e alla raccolta completamente robotizzata. Quando penso a questa tecnica mi vengono in mente gli schiavi umani immigrati usati per un’agricoltura tradizionale a basso costo che alcuni imprenditori agricoli vorrebbero contrapporre alla robotizzazione: schiavitù contro robotizzazione! … Sono sicuro che le nuove tecniche di coltivazione avranno partita vinta, non solo perché costano pochissimo ma anche perché sono modulabili, cioè replicabili in varie dimensioni, fino al kit da mettere nel terrazzo dell’appartamento. Potrebbe succedere, nel caso dell’orticoltura idroponica distribuita, la stessa cosa che è successa per il software dei telefonini: migliaia di app create da giovani creativi, in continua evoluzione, distribuite in via telematica. Il modulo di coltivazione potrebbe essere parametrizzato per la personalizzazione del ciclo, delle temperature, dalla luce, della ricetta dei nutrienti sciolti in acqua e, naturalmente, delle sementi utilizzate, anche OGM (ma non coperte da brevetto delle multinazionali). Così ognuno si potrebbe cimentare per il proprio particolare tipo di pomodoro, melanzana, zucchina, peperone. Potrebbe proporlo in rete corredato dalla ricetta idroponica di produzione. La stessa cosa potrebbe succedere nel campo della la carne sintetica, con tessuti animali coltivati in vitro, dotati delle caratteristiche nutrizionali ed organolettiche derivate dalla partecipazione/competizione diffusa per ottenere il risultato migliore. Per la gioia dei buongustai e degli animalisti. Con buona pace degli allevatori di animali vivi, spesso gonfiati di estrogeni, destinati ad un’esistenza grama per poi finire al macello. Un altro esempio è quello della metallurgia dove la parte più avanzata è la produzione di polveri destinate alla stampa 3D di parti speciali. La tecnica consente di realizzare componenti leggere e molto resistenti alle sollecitazioni e alla temperatura, impossibili da ottenere con la metallurgia tradizionale. Sono strutture il cui interno è a nido d’ape. Dove lo strato superficiale ha una composizione e un trattamento tale da resistere ad altissime temperature, come nel caso degli ugelli dei motori a getto. La progressiva dimestichezza dell’industria aerospaziale con le tecniche di stampa 3D ha provocato anche l’abitudine a fabbricare, in loco, parti di ricambio da sostituire a quelle rotte o usurate, utilizzando una stampante 3d col file del modello originale. Immagino che, in futuro, possano essere parecchi i casi, nel mercato consumer, dove sia conveniente avere un archivio di modelli destinati a macchine utensili per la loro riproduzione espresso, al posto di un magazzino ricambi. Nel mondo dell’editoria è ormai possibile ottenere un libro di carta, stampato espresso dal venditore-editore attrezzato. Ciò significa che, fra pochi anni, non ci saranno più libri esauriti e tutto lo scibile umano sarà disponibile per la consultazione online e per la distribuzione.

Città del futuro. Nel Blog di Beppe Grillo c’è un bel articolo che ipotizza lo sviluppo, in mare, di città galleggianti. Se la popolazione mondiale continua a crescere, l’idea non è così stravagante. Però bisogna andare oltre, verso le città orbitali. Io, fin da ragazzo, ho sempre pensato allo spazio (1). I pentastellati, dopo la riconversione del blog di Beppe Grillo, hanno fondato il Blog delle Stelle, un nome un po’ più intrigante di quello dell’insegna degli hotel extralusso (2). Così mi sono iscritto. Poi, siccome mi incuriosisce molto la piattaforma Russeau, mi sono iscritto anche a quella. Hanno voluto la copia dei miei documenti d’identità e un impegno a condividere i principi ispiratori che, sostanzialmente, sono quelli che propose Adriano Olivetti settant’anni fa. Non ho avuto difficoltà. Poi ho pensato: ” … tanto mi cacciano via subito!” Staremo a vedere. Con Russeau c’è la possibilità di lanciare nuove idee. Mi è venuto in mente di rielaborare l’idea del Ponte di Messina con un Hyperloop fra Milano e Palermo. Proporre la riconversione dell’Ilva di Taranto per finalizzarla alle polveri per la stampa 3D. A Taranto, connesso al Hyperloop, si potrebbe fare anche uno spazioporto da destinare al balzo orbitale fra l’Italia e Chicago, così da facilitare la collaborazione per i tunnel della futura metropoli. Faremo anche noi un’unica grande metropoli che unirà Messina, Reggio e Taranto. Faremo il satellite tecnologico creativo della Silicon Valley, che potrebbe ospitare, fra l’altro, la Gigafactory italiana delle Battery Pack. Quanti punti di PIL vale questa idea? Ne potrebbe parlare, Giuseppe Conte, con Donald Trump nel prossimo incontro alla Casa Bianca, coinvolgendo anche Elon Musk?

Daniele Leoni

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