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I grillini e il loro padrone L’Espresso Claudio Martelli

Tor, 16/01/2018 - 15:55

Al principio era il verbo, la parola di Beppe Grillo con le sue invettive comiche e violente con il progresso, l’industria, le banche, la crescita l’Europa e naturalmente la casta dei politici…

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Kategorije: Italija

Draghi non è sempre stato l’eroe degli stati del Sud

Tor, 16/01/2018 - 15:37

Abbiamo raccontato tre storie di malafinanza (esiste la malavita, la malasanità, perché non cominciare a parlare anche di “malafinanza”?). Tre storie con un lo stesso fil rouge: Bankitalia tra scandali, imbrogli, crack e scalate illecite; Bankitalia qualche volta protagonista attiva (vedi la gestione di Fazio), più spesso come spettatrice passiva, ma ugualmente e a ragione pregiudizievolmente coinvolta.

Potevamo dimenticarci della Bankitalia di Draghi?
Innanzitutto, non si può fare a meno di esprimere un plauso per la gestione della BCE da parte di Draghi: se oggi l’Europa si ritrova un po’ meno sotto la bandiera dell’austherity, nonostante fiscal compact e Trattato di Maastricht, lo dobbiamo anche a Draghi che ha messo un freno ai tentativi di espansione “coloniale” e dominante della Germania.

Ma Draghi non è sempre stato l’eroe salvatore degli stati del Sud che i giornali italiani e stranieri dipingono. Anzi, tutt’altro.
La nostra storia comincia nel marzo 2007 a Padova. Il dott. Minnella, zelante direttore della Filiale 221 della Banca d’Italia, telefona ai suoi capi a Roma. Si accinge così a comunicare il risultato della perizia da lui svolta.

Il rapporto dell’ispezione era inequivocabile: Banca Antonveneta era ormai un fantasma, un cadavere che restava inspiegabilmente in piedi, chissà ancora per quanto però. Che fine aveva fatto quel rapporto non ci è dato saperlo. Forse “riposava” in qualche cassetto di Palazzo Koch a via Nazionale, prima che l’archeologo… ehm, scusate l’avvocato Paolo Emilio Falaschi, legale degli azionisti “bidonati” del Monte lo riportasse alla luce, come un reperto fossile proprio in questi giorni.

Forse non è neppure mai stato consultato o visionato. Fatto sta che a novembre di quello stesso anno il Monte dei Paschi di Siena acquista quel “cadavere” per ben 9 miliardi (che poi diventano addirittura 17), scelta che si rivela dopo pochi mesi disastrosa per il Monte e per l’intero sistema bancario. Ed è proprio Mario Draghi a benedire nel marzo 2008 l’ingresso definitivo del gruppo Monte dei Paschi in Antonveneta.

Eppure, ci risulta difficile pensare che Mister Draghi non fosse stato a conoscenza di quel documento, pervenuto a via Nazionale con tanto di protocollo. Bankitalia era quindi al corrente della situazione. Come, del resto, era al corrente anche del prestito di quasi 9 miliardi che la stessa Antoveneta aveva ricevuto dagli olandesi di Abn Amro, i quali non tardarono, una volta scoppiato lo scandalo, ad esigerne la restituzione.

Ne erano a conoscenza sicuramente, oltre a Draghi, il direttore generale Saccomani (poi ministro dell’Economia) e la responsabile della Vigilanza Anna Maria Tarantola (poi presidente della Rai). Ma siamo pure sempre in Italia, e si sa: se hai un posto dirigenziale e fai una bestialità, hai la carriera assicurata ai vertici di aziende o delle cariche di Stato; se stai zitto e omertoso, hai un successo ancora più assicurato!

Cosa sono le polemiche attuali che coinvolgono Visco e la Vigilanza di Bankitalia a confronto di precedenti così “nobilitanti”? Oggi Casini, il quale presiede la Commissione parlamentare, ha intenzione di convocare gli ex vertici di Mps Profumo e Mussari che, poverini, dopo il disastro bancario, sono divenuti rispettivamente amministratore delegato di Leonardo e Presidente dell’associazione bancaria italiana fino al 2013. Sì, proprio Pier Ferdinando Casini, che casualmente si è sposato a Siena con Azzurra Caltagirone, figlia del grande “palazzinaro” nonché amico stretto dell’ex Presidente ABI e della Banca MPS – Mussari.

Assieme all’ex direttore generale Antonio Vigni, Mussari è indagato per reati gravi come manipolazione dei mercati attraverso false comunicazioni (aggiotaggio) e ostacolo all’attività di vigilanza. Nel novembre 2007, secondo gli inquirenti, Mussari “comunicava, al di fuori del normale esercizio della professione” la notizia dell’acquisto di Antonveneta all’allora sindaco di Siena Maurizio Cenni e all’allora presidente della Provincia Fabio Ceccherini.

Si da il caso che erano proprio Comune e Provincia a nominare i vertici della Fondazione Mps, principale azionista di controllo della banca, nonché diretta precedentemente da Mussari stesso. Lo stesso Mussari comunicava le stesse informazioni riservate (reato di insider trading) a Bombieri, un banchiere dell’americana di JP Morgan. Ma reati quali “Falso” e “manipolazione del mercato” per il reperimento delle risorse finalizzate all’acquisizione di Antonveneta sono per Mussari una passeggiata di salute.

Perché per gli inquirenti Mussari, in concorso con Vigni e Baldassarri, sarebbe responsabile dell’occultamento con mezzi fraudolenti del contratto “mandate agreement” stipulato a luglio 2009 tra Nomura e Mps sul derivato Alexandria. Questo contratto è stato rinvenuto nella cassaforte di Mps, anche in questo caso non da archeologi, bensì dai nuovi dirigenti di Mps tre anni dopo la stipulazione.

Sull’ex Presidente di Mps Profumo (che ricoprì la carica dal 2012 al 2015), invece, pende un’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza, mentre il Gip Cristofano ha già disposto per lui e per Fabrizio Viola, ex amministratore delegato di Mps, l’imputazione coattiva per aggiotaggio.
Le cause del dissesto di Mps, secondo la Procura, non sono da rintracciare nella crisi internazionale dei mercati finanziari, bensì nella cattiva gestione della banca, in particolar modo per l’acquisto a prezzi spropositati di quel cadavere che era Antonveneta e per una cattiva gestione dei crediti deteriorati che hanno cercato poi disperatamente di svendere a prezzi stracciati.

Dunque, si diceva: a novembre del 2007 Mps Acquista Antonveneta, senza premurarsi di analizzare le condizioni di salute di quel “cadavere”, né di introdurre clausole per un’eventuale ridiscussione del prezzo.
Sull’acquisizione di Antonveneta gli inquirenti hanno aperto grandi armadi pieni di scheletri. Si diceva dei 9 miliardi e rotti sborsati da Mps per l’acquisto, ma a questi vanno aggiunti ulteriori 8 miliardi per dotare Antonveneta di liquidità al fine di portare avanti la normale operatività. E gli inquirenti che hanno accertato pagamenti “anomali”, realizzati dalla banca o da intermediari si chiedono: e se, dietro questi, si celassero mazzette?

Ciò che è certo è che i derivati sottoscritti con le banche Nomura e Deutsche Bank servivano per abbellire i bilanci e nascondere il dissesto causato dall’acquisizione di Antonveneta. Su questo fronte, l’indagato è Baldassari, il capo della “banda del 5 percento” (ma un tempo le bande non erano fatte da banditi? O meglio, forse è così anche oggi, solo che i banditi contemporanei non rapinano più le banche, ma le acquistano e poi manomettono i conti).

Ebbene questa banda, capitanata da Baldassari e composta da esperti di finanza internazionale, per oltre dieci anni avrebbero sfruttato triangolazioni con finanziare italiane e straniere per fare “la cresta” sulle operazioni di Mps, mettendosi in tasca il bottino. Poi c’è il caso dei derivati rischiosissimi “Alexandria” e “Santorini”. I derivati hanno la funzione di spostare il rischio che si assume sull’andamento di un indice di borsa, di un’azione o di un titolo di debito pubblico o privato su soggetti terzi che se ne farebbero carico.

Ma in questo caso, i derivati “Alexandria” e “Santorini” sono serviti per coprire le perdite nette in bilancio di Mps, spostandole su esercizi futuri. Anche in questo caso questi “giochi di prestigio” sulla pelle degli azionisti sono sfuggiti ai controlli di Bankitalia. Ancora un’altra svista dei controllori?
La sensazione è che, giorno dopo giorno, le indagini rivelano nuovi elementi che aggravano la situazione. Come il bandolo di una matassa che non smette di crescere sembrerebbe che questa vicenda, fatta di connivenze politiche-affaristiche, manipolazione delle informazioni, vigilanza ostacolata o deliberatamente non svolta e quant’altro, sia destinata a rivelare ulteriori particolari che estendono il coinvolgimento di attori e istituzioni.

Che dietro questa fitta trama non ci siano responsabilità evidenti della Banca d’Italia di Draghi, al cui confronto Visco potrebbe essere un docile agnellino? Che forse più che un vizio degli ultimi tempi, la svista dei controllori di Bankitalia non sia un elemento ricorrente in certi casi, ovvero in vicende di mala-finanza? Chissà se gli indagati cominceranno a fare qualche nome… quel che è certo è che ne vedremo delle belle.

Quanto ai dirigenti della vigilanza di Bankitalia consigliamo due cose, per star sicuri e non sbagliare ancora: una bella visita oculistica e un paio d’occhiali nuovi. Così che se dovessero esserci ulteriori fenomeni strani di malafinanza non potranno più giustificarsi dietro al “si è trattata di una svista”.

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Alitalia, ricavi in crescita. Resta aperta la partita

Tor, 16/01/2018 - 15:32

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Il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda e quello dei Trasporti Graziano Delrio hanno incontrato i commissari di Alitalia, Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari. I commissari hanno confermato che la società nel primo trimestre presenterà ricavi in crescita rispetto all’anno precedente e che il prestito dello Stato non è stato sostanzialmente intaccato. La notizia è stata data alla stampa con una nota congiunta dei due ministri al termine dell’incontro odierno con i commissari. L’incontro è stato finalizzato per fare il punto sulla procedura di Amministrazione e sul processo di vendita. Per quanto riguarda la procedura di vendita, le manifestazioni di interesse pervenute devono essere ulteriormente approfondite prima di poter procedere ad una negoziazione in esclusiva.

Il Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, ed il Ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, hanno dato istruzione ai Commissari di procedere velocemente in presenza di un’offerta solida e credibile.

Dunque,  la partita della vendita di Alitalia rimane ancora aperta. Una partita che ora vede più giocatori in campo allargandosi anche a nuovi soggetti che erano rimasti alla finestra: da Air France a Delta Air Lines ma anche compagnie come Wizz Air, la compagnia low cost dell’Europa centrale. In pista rimangono sempre anche i potenziali acquirenti che hanno presentato, ad ottobre, nei termini previsti dalla procedura, l’offerta vincolante come Lufthansa ed Easyjet ma anche il fondo di private equity Cerberus, che si era detto interessato all’acquisto della compagnia nel suo complesso.

Quello dei commissari sarà, dunque, un lavoro a 360 gradi per individuare il soggetto con il quale avviare la trattativa in esclusiva. L’obiettivo è quello di avere un’offerta che consenta di vendere al meglio la compagnia. È per questo, del resto, che, a fronte delle offerte a suo tempo arrivate e non giudicate soddisfacenti, si è deciso di allargare l’orizzonte e riaprire i giochi.

I tempi sembrano destinati ad allungarsi. Ma questo non dovrebbe giocare a sfavore di Alitalia in questa fase. I commissari hanno riferito al Mise del positivo andamento dei ricavi che si prefigura nel primo trimestre dell’anno, che dovrebbero registrare una performance migliore di quelli del 2017. Anno che ha invertito il trend negativo che durava da anni con un incremento dell’1%. Altro fattore positivo la cassa della compagnia, che vede il prestito ponte pressoché intatto.

Sarebbero confermati, pertanto, i buoni motivi per i quali è possibile che Alitalia possa decollare da sola senza bisogno di essere ceduta. Poi, se dovesse risultare che il problema della compagnia di bandiera italiana si annidava nel suo gruppo dirigente, dunque, per quale motivo bisognerebbe insistere con la procedura di cessione ?

Salvatore Rondello

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+ Europa, si cerca l’intesa con il centro sinistra

Tor, 16/01/2018 - 15:12

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Si è svolto in mattina un incontro tra le delegazioni del Partito democratico e della lista +Europa, la formazione nata con l’intesa tra i radiali di Emma Bonnino e dal Centro Democratico di Bruno Tabacci. “L’intesa – si legge in un comunicato di + Europa diffuso al temine dell’incontro – è in primo luogo possibile per la comune convinzione che per l’Italia non vi sia futuro senza l’Europa. Sulla base di questi obiettivi proseguirà il confronto per giungere a un’intesa che consenta di raccogliere la fiducia e il consenso degli elettori”. “Proseguirà il confronto per giungere a un’intesa che consenta di raccogliere la fiducia e il consenso degli elettori”, si legge ancora.

La delegazione di + Europa era composta da Benedetto Della Vedova, Riccardo Magi, Bruno Tabacci e quella del Pd da Maurizio Martina, Lorenzo Guerinie e Piero Fassino. Al centro dell’incontro la definizione di un’intesa che “consenta di rafforzare ed espandere la coalizione di centrosinistra”, spiega la nota. Qualsiasi analisi di 60 anni di integrazione europea non può che riconoscere gli enormi benefici goduti dall’Italia così come da ogni nazione del Continente. Oggi invece vi è chi propone agli italiani di ritrarsi dall’Unione europea per rinchiudersi nei ghetti dell’egoismo e del sovranismo identitario. È dunque una assoluta priorità battersi perché l’Italia sia protagonista di una nuova fase dell’integrazione europea con l’obiettivo degli Stati Uniti d’Europa”.

Nelle proprie intenzioni + Europa pone anche la necessità di modifica l’attuale normativa sulla raccolta delle firme nelle competizioni elettorale. “E, infine – si legge ancora – è ragione di un’intesa tra +Europa e il Pd il comune impegno per una politica economica che persegua la crescita nel segno della sostenibilità, la creazione di lavoro denso di sapere, il rilancio degli investimenti necessari alla modernizzazione del Paese, una fiscalità coerente con i principi costituzionali di equità, il risanamento finanziario e la riduzione del debito pubblico. Sulla base di questi obiettivi proseguirà il confronto per giungere a un’intesa che consenta di raccogliere la fiducia e il consenso degli elettori”, conclude la nota.

Insomma il confronto va avanti e tocca anche le elezioni regionali che si terranno in contemporanea con le politiche. Infatti il movimento +Europa ha sciolto la riserva e ha annunciato di sostenere in Lombardia sostiene il candidato Pd alla presidenza Giorgio Gori. Lo ha annunciato Marco Cappato, nel corso di una conferenza stampa a Milano. “Sosterremo Gori in ogni caso, sia che ci sarà una nostra lista, sia se non ci sarà – ha detto Cappato -: in ogni caso voteremo e inviteremo a votare Giorgio Gori. Lo sosteniamo per motivazioni politiche e ideali che non dipendono da alcun tipo di trattativa, accordo di coalizione e programma e nemmeno dalla presentazione della lista”. In ogni caso anche se non ci sarà una lista “sosteniamo Gori, un candidato presidente che ha la credibilità di essere federalista, internazionalista, liberale che presenta soluzioni opposte a quelle di Salvini e Fontana”. Poi Cappato ha lanciato un appello a Gori: “Gli chiediamo di impegnarsi attivamente con noi contro questo sistema illegale di raccolta firme”.

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L’attualità del pensiero marxiano contro le ineguaglianze sociali

Tor, 16/01/2018 - 14:00

Karl MarxSul periodico domenicale del “Corriere”, “La Lettura”, del 10 dicembre scorso, sono state pubblicate diverse valutazioni del pensiero di Karl Marx, nel bicentenario della sua nascita (1818); anche se le ragioni non sono esplicitate, è facile arguire che lo scopo dell’iniziativa editoriale sia stato quello di giudicare se quel pensiero possa essere ancora oggi utilizzato, per avere “suggerimenti” circa la “cura” dei mali che affliggono le società del mondo attuale.

Sono stati invitati a pronunciarsi quattro “studiosi dalle idee diverse”: Stefano Petrucciani, Antonio Moscato, Giovanni Codevilla e Dario Antiseri. Nei loro contributi emerge chiara la diversità di pensiero che li ispira; specialmente in quello di Giovani Codevilla e Dario Antiseri aleggia il “clima conflittuale”, di natura ideologica, che ha caratterizzato l’intero XX secolo e che continua ancora oggi a condizionare il discorso pubblico sui problemi di rilevanza sociale, sebbene i motivi del configgere tipici del passato siano stati trascesi dalla storia.

Per meglio valutare l’attualità dell’analisi critica e propositiva del pensiero di Marx, va sottolineato che i problemi per i quali esso rivela un’indiscussa attualità sono quelli sorti a partire dalla Rivoluzione Industriale, occorsa a cavallo dei secoli XVII e XIX, ovvero quello della giustizia sociale e quello della democrazia, la cui soluzione ha polarizzato maggiormente l’attività politica; ma, è anche utile verificare se, nel pensiero marxiano, è possibile rinvenire suggerimenti atti a spiegare e a risolvere quei problemi, affrancandolo dagli “inquinamenti leninisti” che, in alcune valutazioni degli autori citati, sembrano aleggiare, sino a formulare giudizi che a Marx non sono riconducibili.

Il “leninismo” è un adattamento della concezione materialistica e dialettica della storia, elaborata da Marx, alle condizioni sociali ed economiche proprie della Russia all’epoca della Rivoluzione bolscevica del 1917. E’ noto come, secondo Marx, le forze produttive si sviluppino più rapidamente dei rapporti di produzione, per cui la contraddizione che si instaura tra le prime ed i secondi portano inevitabilmente ad una rivoluzione sociale. Come conseguenza di ciò, si avrà che, nel capitalismo maturo, la contraddizione tra le forze produttive (espresse dalla forza lavoro) e i rapporti di produzione (espressi dalle forme di impiego e di sfruttamento della forza lavoro perpetrate dalle forze imprenditoriali) creerà le condizioni favorevoli a una rivoluzione destinata a segnare l’avvento della società socialista.

All’inizio del XX secolo, la Russia, aveva perso molti dei caratteri propri di un’economia signorile e acquisito alcuni di quelli propri di un’economia capitalistic; non poteva dirsi, tuttavia, che il suo sistema economico presentasse la complessità dell’organizzazione del capitalismo moderno, qual era, ad esempio, quello inglese o quello francese. Quindi, nell’anno della Rivoluzione (1917), l’economia russa non poteva esprimere i rapporti di produzione che sarebbero stati necessari perché il sistema evolvesse spontaneamente in senso socialista.

Alla mancanza di queste condizioni, ha provveduto l’ideologo rivoluzionario Vladimir Lenin, sostenendo che occorreva supplirvi, volontaristicamente, con la creazione di un partito costituito da rivoluzionari professionali, la cui azione, sostituendo le forze dialettiche che Marx assumeva come intrinseche al processo storico, avrebbe determinato, nell’interesse della classe operaia, l’avvento della società e dell’economia socialiste. E’ stato questo il corpus ideologico per cui la concezione materialistica e dialettica della storia condivisa dai rivoluzionari russi non sarà il marxismo tout court, ma il marxismo-leninismo, in proseguo diventato marxismo-leninismo-stalinismo, per gli “aggiustamenti ulteriori” che vi saranno apportati da Josif Stalin.

In sostanza, si è trattato di un corpus ideologico costruito in funzione del riscatto di una “classe operaia”, intesa non come categoria storica e sociologica, ma come categoria astratta e ideologica, attraverso la quale i principali protagonisti della Rivoluzione russa del 1917 hanno potuto affermare l’esistenza di una l’”legalità rivoluzionaria”, con la quale hanno legittimato la pratica di un terrorismo politico, esercitata anche, e forse soprattutto, nei confronti della stessa classe sociale della quale affermavano di essere i “difensori. Si è trattato quindi di un corpus ideologico che, senza voler fare della storia controfattuale, è da ritenersi fondatamente estranea alla prospettiva della realizzazione di una società giusta e democratica preconizzata da Marx.

Riguardo al doppio problema della giustizia sociale e della democrazia, alcuni degli autori precedentemente indicati tendono a valutare il pensiero marxiano, sulla base del metro del socialismo realizzato nella ex URSS; ciò tende a fare emergere delle “forzature” valutative che hanno l’unico effetto di spingere il lettore a ricondurre al pensiero di Marx il socialismo realizzato nell’ex Unione Sovietica.

Riguardo al problema della democrazia, è vero che, nel secolo scorso, Norberto Bobbio in “Quale socialismo?”, aveva lamentato la mancanza nel pensiero marxiano di una teoria dello Stato e della democrazia socialista; tuttavia, non è possibile negare che Marx, sia pure in ordine sparso nei molti suoi scritti, abbia spesso sottolineato che le procedure democratiche potevano rappresentare uno strumento valido attraverso il quale la classe operaia poteva migliorare la propria condizione con mezzi pacifici. Partendo da queste considerazioni, è quindi possibile sostenere che nel pensiero di Marx, per quanto riguarda la cura degli interessi degli esclusi (che in lui coincidono con la classe operaia) coesistano due alternative: una rivoluzionaria e un’altra aperta al confronto politico ed elettorale.

Tra l’altro, proprio nel Manifesto, Marx afferma che il primo passo nella rivoluzione della classe operaia è il suo elevarsi a classe dominante per la conquista della democrazia; questo è, dunque l’obiettivo del suggerimento marxiano per rimediare alle ingiustizie sociali della società costruita sulla base dei principi affermatisi con la Rivoluzione borghese del 1789. Tenendo conto di queste osservazioni, si può allora attribuire al pensiero marxiano il suo originario significato, affrancato dalle interpretazioni non disinteressate di parte sovietica o di molta critica occidentale di parte liberale (o neoliberista).

E’ vero, tuttavia, che gli apprezzamenti di Marx sulla democrazia non devono essere interpretati come una incondizionata accettazione della democrazia liberale; egli, infatti, suggerisce la “conquista” del potere da parte della classe operaia, per avviare una profonda trasformazione della società, che non è solo economica e sociale, ma anche politica, finalizzata ad una progressiva trasformazione della democrazia formale in democrazia sostanziale, ma non quale sostituzione di essa con strutture burocratico-autoritarie di dominio.

Il socialismo proposto da Marx non è pensabile come una semplice estensione delle procedure rappresentative, o all’opposto, come il risultato della soppressione di tali procedure per sostituirle con strutture statali accentrate, monolitiche e gerarchiche. Il tema centrale in Marx è l’idea dell’assegnazione del controllo della sfera politica all’intera società civile, al fine di favorire, con la socializzazione dei mezzi di produzione, una riappropriazione, da parte dell’intera società, del prodotto del lavoro sociale, superando così l’emarginazione politica ed economica delle classi e dei gruppi sociali penalizzati sul piano distributivo. Non è forse detto nel Manifesto che il capitale disponibile è un prodotto collettivo, che può essere valorizzato solo mediante un’attività comune di tutti i membri della società?

Tuttavia, se la socializzazione della proprietà privata dei mezzi di produzione e la sua trasformazione in proprietà collettiva (non pubblica) si ipotizza sia estesa solo a quei mezzi di produzione che sono “regalati dal cielo” (quali sono le risorse naturali), per la cui acquisizione non è stata erogata alcuna energia lavorativa, diviene realistico ipotizzare che con la socializzazione dei mezzi di produzione si realizzi, non un trasferimento del diritto di proprietà da una categoria di soggetti ad un’altra, ma solo la trasformazione del carattere del diritto di proprietà, da privato in sociale. In tal modo, la proprietà dei mezzi di produzione, perdendo il suo “carattere di classe”, può essere utilizzata, attraverso la sfera pubblica, da parte dell’intera collettività, per realizzare la tanto agognata giustizia sociale.

Se alla luce delle considerazioni sin qui svolte sul pensiero marxiano e sul travisamento dello stesso, effettuato da coloro che hanno inteso avvalersene per adattarlo alle condizioni storiche di particolari contesti sociali, con riferimento alle tesi dei quattro esperti apparse sul periodico “La Lettura”, è facile rilevare come in alcuni casi si tenda a giudicare il pensiero marxiano (per l’impatto che esso ha avuto sul dibattito politico svoltosi nel corso di gran parte del XX secolo sul problema della giustizia sociale e della democrazia) sulla base dell’esperienza sovietica, formulando “valutazioni” fondate, da un lato, sul “metro fallito” del socialismo reale sperimentato, e dall’altro, su una critica a priori (smentita dall’esperienza) formulata da un punto di vista neoliberista.

Così, ad esempio, mentre Stefano Petrucciani e Antonio Moscato, non negano l’attualità del pensiero marxiano, osservando, da un lato, che esso ha colto alcuni tratti essenziali della dinamica del capitalismo (Petruccioli), poi puntualmente confermati nella vicenda storica; dall’altro lato, che quel pensiero, nonostante la sua attualità, è da considerarsi (Moscato) “irreparabilmente in crisi”, unicamente per via dei “danni” che esso ha subito a causa della “sua utilizzazione forzata nell’Unione Sovietica staliniana”, nella forma dogmatica del “marxismo-leninismo”.

Del tutto diversa è la valutazione del pensiero marxiano fatta da Giovanni Codevilla e Dario Antiseri. Il primo imputa a Marx il fatto di aver proposto il perseguimento dell’obiettivo dell’organizzazione di “un ordinamento ideale che assicurasse a tutti una pari felicità, in altre parole di organizzare il paradiso in terra”; obiettivo che Lenin, interprete ed esecutore del pensiero marxiano, ha inteso perseguire attraverso un’azione rivoluzionaria idonea a guidare la classe operaia verso il socialismo. Dario Antiseri, invece, attribuisce a Marx, non solo proposte che egli non ha formulato in termini assoluti, ma anche il fatto che molti aspetti del suo pensiero contengano “nuclei scientifici” da cui sono state dedotte predizioni smentite dalla realtà; tale è, ad esempio, quella che afferma che la giustizia sociale possa essere realizzata solo attraverso l’abolizione del mercato, mentre, al contrario, la negazione della libera economia porterebbe con sé la negazione della libertà.

Al di là delle dispute ideologiche, non si può non riconoscere la validità di alcune affermazioni formulate da Marx, come quella con cui sostiene che l’ingiustizia sociale e gli ostacoli al funzionamento della democrazia siano riconducibili alla concentrazione della ricchezza provocata dal modo di funzionare del capitalismo, in presenza di un mercato senza regole. Alla luce dello stato in cui versano attualmente i sistemi sociali a capitalismo avanzato, si deve ammettere la validità della conclusione di Moscato: ovvero, che il riconoscimento dell’attualità del pensiero marxiano si scontra, in sostanza, con “la difficoltà imprevista”, espressa dal fatto che molti “detrattori” erano un tempo tra i suoi principali sostenitori, approdati poi “all’accettazione dell’ordine esistente come unico orizzonte invalicabile”. Non riconoscere la veridicità di questa conclusione è solo dovuto all’”autismo culturale”, proprio di chi ha interiorizzato acriticamente l’imperante ideologia neoliberista.

Gianfranco Sabattini

 

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Scrive Mario Guidetti: Bettino Craxi 18 anni dopo

Tor, 16/01/2018 - 13:51

Il 19 gennaio saranno trascorsi ormai diciotto anni dalla morte di Bettino Craxi. In una Italia senza statisti, ormai tutti (o quasi) lo giudicano uno statista italiano (l’ultimo statista?) e un uomo politico di prim’ordine.

Ogni epoca ha il suo tribunale. Quello dello storia finirà definitivamente per porre Bettino Craxi tra gli uomini politici italiani e i presidenti del Consiglio migliori. Ma sottoposto a indagini e a condanne per un finanziamento illecito che riguardava tutti i partiti della cosiddetta Prima Repubblica, Lui “non poteva non sapere” mentre altri che comunque avevano incamerato finanziamenti illeciti sono usciti indenni perché ”potevano non sapere”!

Mentre oggi i partiti che avevano il compito di fondare un nuovo ordine politico stanno affondando nel mare del carrierismo e dell’opportunismo tra “trasmigranti voltagabbana”, guerre di potere e di clan, noi siamo invece orgogliosi di appartenere ad una storia. Oggi i partiti si vantano di non averne alcuna. Come se fosse possibile essere completamente nuovi e non invece ognuno figlio del proprio passato. Eravamo e siamo orgogliosi di appartenere alla luminosa storia del socialismo riformista e liberale italiano. Di quello che partendo da Turati e Prampolini, (sì Prampolini che era socialista e che nessuno può espropriare alla storia del socialismo reggiano) e… arriva fino a Craxi.

Noi, socialisti, abbiamo avuto netta la sensazione nel biennio 1992-94 che ci si dovesse vergognare di aver avuto ragione nella storia. Di avere combattuto la versione autoritaria del socialismo che era appunto il comunismo e di avere proposto l’unica sua versione tuttora viva e vegeta che è quella democratica occidentale.

Noi chiediamo oggi di valutare ancora la proposta di dare a Craxi un segno di ricordo a Reggio Emilia. Non pensiamo di dovere discutere il Craxi uomo, che avrà commesso i suoi errori. Ma Crispi e Giolitti che oggi sono ricordati a Reggio Emilia con importanti intestazioni di vie del centro, sono stati inquisiti e condannati dalle magistrature del loro tempo. E Crispi anche dalla storia dopo le stragi in Africa e le repressioni in Italia. Restano però uomini politici di primo piano al di là delle loro posizioni, delle loro responsabilità ed errori. E che dire di Palmiro Togliatti, la cui certa responsabilità nella eliminazione fisica dell’intero gruppo dirigente del partito operaio polacco (e non solo) è stata certificata da Bocca nel suo vecchio libro.

L’aver avuto problemi con la magistratura non cambia il giudizio sull’uomo politico, e l’aver avuto gravi responsabilità nelle vicende più delicate del Novecento non è stata ragione sufficiente per impedire a uomini politici italiani di ottenere quel che oggi è invece negato a Craxi.

E’ quello che alcuni fanno finta di non capire. Anzi alcuni lo capiscono benissimo. Forse ancora in alcuni c’è la condanna non del Craxi uomo, ma del Craxi politico. Proprio di quell’esponente che invece noi riteniamo fu essenziale per la democrazia, l’economia e la sinistra italiane. Craxi ha anticipato Blair e ha capito per primo in Europa che la vecchia idea socialista se non è contigua coi valori del liberalismo è spenta.

E ha capito per primo che una politica economica senza un patto sociale è monca e iniqua. E che una politica estera contro Israele o contro i palestinesi è folle. Soprattutto per l’Italia. Che Craxi intendeva come una potenza occidentale alleata ma autonoma dagli Stati Uniti, come l’episodio di Sigonella e la condanna dei bombardamenti di Tripoli e Bengasi del 1986 testimoniano. E’ questo Craxi che vogliamo ricordare oggi. Un Craxi che avrebbe avallato la no fly zone ma sicuramente non le operazioni militari in Libia del 2011, bombardamenti che hanno portato alla disgregazione politica di quel paese. Craxi, un italiano che non piegò mai il capo dinanzi alle ingiustizie ed alla prepotenza straniera. L’amico di tutti i popoli oppressi dalle dittature, di tutti i popoli che cercano la loro autonomia. La sua venerazione per Garibaldi non era certamente casuale. Amico di Peres ma anche di Arafat, amico di Felipe Gonzales quando il leader socialista spagnolo era in Italia negli anni del franchismo, amico di Mario Soares quando il socialista portoghese era alle prese col salazarismo. Amico e protettore di Jiri Pelikan e dei dissidenti cecoslovacchi, di Solidarnosc e della resistenza polacca al comunismo. Come degli eredi di Allende e quando si recò in Cile per primo tra i socialisti europei, subito dopo il colpo di stato del settembre del 1973, ebbe accenti di forte commozione.

Vorremmo ricordare questo straordinario uomo politico, senza enfasi ma anche senza dimenticare che venti anni prima, profetizzava quello che è l’Europa oggi. Infatti scriveva: “….sarà in preda alla disoccupazione e alla conflittualità sociale, mentre il governo italiano sarà costretto a rinegoziare i trattati, perché diventati obsoleti e pericolosi”. Craxi aveva anche preconizzato e l’attuale situazione lo dimostra, che “la politica avrebbe perso credibilità, lo Stato si sarebbe indebolito e che sarebbero prevalse le scellerate regole della finanza e degli oligarchi”. Craxi pensava sempre al futuro, perché si aggrappava alla speranza di poter tornare nella sua Patria da uomo libero.

Vorremmo ricordare che a questo straordinario uomo politico il Governo italiano di allora (PresidenteD’Alema – confessiamo: abbiamo un rigetto nel pronunciarne il nome) rifiutò il salvacondotto per potersi curare in Italia. Craxi sarebbe ancora vivo. Da morto, quello stesso Governo “ipocritamente”offrì poi il funerale di Stato, cosa che la famiglia ed i socialisti rifiutarono..

Vorremmo ricordare che durante i governi Craxi, l’inflazione scese dal 14,7% (1983) al 4,7% (1987). Mentre nel 2016 il debito pubblico, creato dai “pifferai, tecnici o politici che dir si voglia”, è stato del 132,5% del Pil, nel 1987 era 88,60%.

Craxi aveva dedicato al nostro Paese tutta la sua vita, sin dalla più giovane età, e non ha mai accettato di essere trattato come un delinquente comune, considerando quanto gli era accaduto come una vera infamia. Come tutti anche lui commise errori e sottovalutò situazioni e però pagò il prezzo più alto. Anzi fu il solo che pagò un prezzo Molti vogliono invece dimenticare e risponderanno a questo nostro scritto affermando che Craxi era “un corrotto, un latitante”. Per loro poco importa la sentenza postuma della Corte di Strasburgo che condannò la giustizia italiana per aver violato ripetutamente norme, quelle del Giusto Processo, scolpite nel nostro ordinamento legislativo. Un morto non ha più diritto alla revisione processuale che avrebbe consentito di ristabilire la verità su Bettino Craxi. Oramai solo la politica ed il tribunale della storia potranno scrivere pagine di giustizia. E la storia renderà onore e merito ad un uomo che giace in una tomba, nella nuda terra, nel cimitero cristiano di Hammamet rivolto verso l’amata Italia, verso la Patria; sulla tomba la scritta “La mia libertà equivale alla mia vita”.

Mario Guidetti

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Scrive Luciano Masolini: L’esempio di Pertini

Tor, 16/01/2018 - 13:37

Dal 15 al 20 marzo del 1961 si svolse a Milano il trentaquattresimo Congresso del Partito socialista italiano, Sandro Pertini inviò una sua lettera con la quale invitava i compagni ivi presenti a guardare con maggiore interesse all’unità del Partito. Quella compattezza che invece è sempre stata poco praticata e che ancora oggi, nostro malgrado, è altrettanto così sfuggevole. Lo possiamo infatti ben constatare leggendo, ad esempio, un recente fondo intitolato “La diasporina”, che Mauro Del Bue – con la sua solita invidiabile avvedutezza – ha scritto sull’Avanti! lo scorso 2 gennaio. Si sta avvicinando velocemente un importante appuntamento elettorale. Per noi che siamo un piccolo Partito nonsarà cosa semplice affrontare il tutto. Ecco, anche proprio in previsione diquesta maratona, lasciamole un po’ da parte quelle inutili divisioni. Tantoqueste, come è già successo altre volte, non potranno che farci del male, impoverendoci ulteriormente. Intanto riascoltiamoci l’appello di Pertini che, se pur lontano, non si discosta però poi più di tanto – almeno per certi aspetti – dalla nostra attuale situazione: “Cari compagni, voi sapete come le nostre
divisioni interne mi abbiano sempre preoccupato. Orbene, mentre oggi tutti i partiti hanno ricostituito la loro unità, il nostro, invece, è lacerato da contrasti tali che ci pongono gli uni contro gli altri come degli avversari.

La diversità delle opinioni non è più considerata naturale ed utile conseguenza della dialettica interna, bensì diviene sorgente di risentimenti e diffidenze. Siamo giunti al punto che il compagno guarda con ostilità al compagno che da lui dissente. Ed un partito, che si presenta diviso, finisce per decadere nella considerazione dell’opinione pubblica. Se si continua su questa strada – chiosa Sandro Pertini -, il Partito conoscerà sconfitte e sarà avviato verso la sua disgregazione. Eppure, a mio avviso, oggi sarebbe possibile definire, con la esperienza di questi ultimi anni, una linea politica, su cui noi potremmo ritrovare la nostra antica unità…”. Quella linea politica diventi davvero il nostro obiettivo, facciamo forza su di essa. Sono sicuro che potrà tornarci molto utile.

Luciano Masolini

 

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Talani. Nencini: “Ci ha lasciato un artista di talento”

Tor, 16/01/2018 - 13:18

Riccardo_Giampaolo_Talani“Ci ha lasciato un artista di talento. Mi ha lasciato un carissimo amico. E’ suo il merito se la stazione di Santa Maria Novella a Firenze ostenta  un meraviglioso affresco.  E’ suo il merito di aver contribuito a valorizzare l’arte contemporanea toscana nel mondo. Vai dove devi andare, con il sorriso sulle labbra”. E’ questo il pensiero che Riccardo Nencini, segretario del Psi, dedica all’amico Giampaolo Talani, il pittore e scultore toscano scomparso oggi a Pisa. Talani, uno dei rinnovatori della tecnica dell’affresco, che ha ridato impulso all’arte pubblica con grandi realizzazioni di forte impatto visivo, è morto nell’ospedale Cisanello di Pisa all’età di 62 anni. Era ricoverato da alcune settimane ed è stato stroncato da un male incurabile. Oggi pomeriggio il feretro sarà esposto nella sala consiliare della Torre di San Vincenzo (Livorno) dove il Comune allestirà la camera ardente. Domani, mercoledì 17 gennaio, alle ore 15, si terranno i funerali nella chiesa di San Vincenzo Ferreri.

Nato a San Vincenzo (Livorno) il 13 marzo 1955, Talai dopo il liceo artistico a Lucca e a Firenze, frequenta l’Accademia di Belle Arti di Firenze dove ha come maestro Goffredo Trovarelli. Nel corso della sua carriera, Talani ha tenuto importanti mostre personali in Italia e all’estero.

giampaolo-talani-partenzeA Firenze Talani è autore di “Partenze”, affresco di 80 metri quadrati alla stazione di Santa Maria Novella, e della statua femminile “Fiorenza”, da lui donata per il quartiere di San Jacopino. Tra le altre sue opere, il dipinto “L’ombra dell’eroe” è stato donato all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per il Quirinale. L’affresco “Mille uomini” è nel Museo del Risorgimento al Vittoriano di Roma. Suo è il busto di Giuseppe Garibaldi collocato al Quirinale per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

Unico artista straniero invitato dal Parlamento berlinese, Talani ha aperto le celebrazioni del ventennale della caduta del Muro e una grande scultura in bronzo alta tre metri e mezzo campeggia dallo scorso anno a Washingtonplatz, la grande piazza di fronte alla principale stazione ferroviaria della capitale tedesca. Talani ha partecipato alla 54a Biennale di Venezia. Tra i suoi grandi bronzi da ricordare “Rosa dei venti” alla stazione Santa Lucia a Venezia e “L’uomo che salva il mare” all’isola del Giglio.

In Italia Talani ha esposto in gallerie a Firenze, Ferrara, Napoli, Palermo, Bologna, Fiesole, Arezzo, Roma, Milano, mentre all’estero a Colonia, Amburgo, Londra e New York. Tra i temi cari all’artista quello della battigia, segno del suo legame natale con il mare, che ama raffigurare affollata d’estate da un’umanità varia e mutevole: i bagnanti dell’artista toscano non sono in costume, ma in abiti da tutti i giorni. Sono donne e uomini privi di connotati precisi e questo contribuisce a dare maggior risalto a mare, elemento fondamentale della poetica dell’artista. Un altro dei temi cari a Talani è stato quello della partenza, da lui immortalato nella monumentale opera ”Partenze” del 2006 nel salone centrale di Santa Maria Novella a Firenze, primo affresco realizzato in una stazione ferroviaria con l’antica tecnica rinascimentale. Nel 2007 un collezionista d’arte giapponese, uomo d’affari già proprietario di preziosi capolavori, offrì un milione di euro per acquistare il grande affresco ma Talani rifiutò l’offerta.

Nel 2008 la Sala d’Arme di Palazzo Vecchio a Firenze ha ospitato un’antologica con 55 dipinti provenienti da collezioni pubbliche e private, dall’Italia e dall’estero (due, in particolare, dagli Usa e uno dal Giappone), con una grande scultura posta per quasi due mesi sotto la Loggia degli Uffizi e una vistosa e sorprendente installazione in piazza della Signoria, trasformata per l’occasione in una spiaggia, con 55 ombrelloni bianchi e blu disposti a formare un giglio. Tra le opere di Talani da menzionare anche il giovanile ciclo di affreschi di fine anni ’70 per la chiesa di San Vincenzo.

Dopo la proclamazione nel 2008 come “artista toscano dell’anno”, nel 2009 a Talani fu affidata l’apertura delle manifestazioni tedesche in occasione del ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, dal 23 al 27 giugno, con l’installazione ”Berlino oltre il muro. Gli ombrelli della libertà”. L’artista fece ”volare” circa cento ombrelli da spiaggia a righe bianche e blu oltre l’East Side Gallery, il tratto di 1300 metri del vecchio Muro, ormai consacrato alla storia e interamente dipinto da artisti di tutto il mondo.

Nel 2011 a Fiesole con la mostra ”Muri Strappati” Talani ha presentato quindici ”strappi di affresco”, opere uniche nel panorama italiano. Nel 2012 ha firmato per la Fondazione Piaggio di Pontedera una ”rivisitazione artistica” di due Vespa PX. Tra le opere più recenti di Talani, “Fiorenza” (2016), pensata e forgiata per la città di Firenze. L’pera, dopo un’esposizione a Palazzo Vecchio, è stata donata al Comune e posizionata definitivamente in piazza San Jacopino. La statua, realizzata in bronzo con la tecnica della fusione a cera persa, è alta 3 metri e pesa 5 quintali: raffigura una donna fiera, ferma e assoluta, misteriosa e bella.

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Scuola e vaccini: più tempo per iscritti 2018-19

Tor, 16/01/2018 - 08:28

Vaccini-sanzioni mediciPer il prossimo anno scolastico 2018-19, per il quale partono oggi le iscrizioni online, ci sarà più tempo per effettuare le vaccinazioni obbligatorie previste dalla legge: per l’iscrizione ad asili e scuola elementare la procedura resta la stessa. Sarà infatti possibile presentare un’autocertificazione sulle avvenute vaccinazioni o copia della prenotazione dell’appuntamento presso l’asl, ma ci sarà tempo fino al 10 luglio 2018 per presentare la certificazione definitiva che provi l’avvenuta vaccinazione. La scadenza è prevista dalla legge e dalla circolare del ministero della Salute dello scorso 16 agosto. Più tempo dunque per adempiere all’obbligo vaccinale. Inoltre, se per la data di scadenza (10 luglio) sarà stata già attuata la norma legislativa introdotta dal recente Dl fiscale, che permette lo scambio di dati su supporto informativo tra le scuole e le Asl (e che anticipa quanto previsto dal decreto vaccini per l’anno scolastico 2019/2020), non vi sarà alcun bisogno per il genitore di presentare documentazione cartacea.

L’autocertificazione è da fare al momento stesso dell’iscrizione online, dal momento che la modulistica del ministero dell’Istruzione è stata adeguata a tal fine prevedendo un apposito spazio. Quanto alle vaccinazioni, la legge sull’obbligo vaccinale per la frequenza scolastica dispone che dieci vaccinazioni siano obbligatorie per i minori di età compresa tra zero e sedici anni, inclusi i minori stranieri non accompagnati per la medesima classe di età, in base alle specifiche indicazioni contenute nel Calendario vaccinale nazionale vigente nel proprio anno di nascita.

Intanto dal ministro per la Salute Beatrice Lorenzin arriva a Di Maio e Salvini, di tenere “fuori la questione dei vaccini dalla campagna elettorale: le vostre irresponsabili affermazioni dal punto di vista sanitario e farneticanti dal punto di vista scientifico mettono seriamente a rischio la salute dei cittadini e i risultati ottenuti per l’innalzamento dell’immunizzazione di massa”. Stesso tasto toccato da Fabrizio Cicchitto: “Uno sfavillante inizio di campagna elettorale con i grillini e i leghisti appaiati e in concorrenza su vaccini e immigrazione”. Forza Italia chiosa Cicchito “deve interrogarsi su quello che sta in effetti facendo dando copertura a un estremismo che non ha nulla a che fare con la Lega Nord originaria di Bossi e di Maroni”.

Le vaccinazioni obbligatorie sono: anti-poliomielitica, anti-difterica, anti-tetanica, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-Haemophilus influenzae tipo b, anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella. La legge estende quindi il novero delle vaccinazioni obbligatorie attualmente previste, includendo l’anti-pertosse, l’anti-Haemophilus influenzae tipo b, l’anti-morbillo, l’anti-rosolia, l’anti-parotite e l’anti-varicella, “in ragione – si legge nella circolare – della loro elevata contagiosita’”.

Tali vaccinazioni sono, pertanto, obbligatorie e gratuite e devono essere offerte in maniera attiva e gratuita, secondo le specifiche indicazioni del Calendario vaccinale nazionale. Le vaccinazioni che sono invece raccomandate e gratuite per i minori di età compresa tra zero e sedici anni, sempre in base alle specifiche indicazioni del Calendario vaccinale nazionale relativo a ciascuna coorte di nascita, sono: anti-meningococcica B, anti-meningococcica C, anti-pneumococcica, anti-rotavirus.

Tali vaccinazioni, precisa la circolare, “non sono state incluse tra quelle obbligatorie in ragione del fatto che le malattie che prevengono si verificano con minore frequenza nel nostro Paese o del minore impatto della loro contagiosità nelle collettività chiuse, ad esempio nidi e scuole”.

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A Castel Sant’Angelo torna la pista di pattinaggio del Centro storico

Pon, 15/01/2018 - 19:01

IMG_0236Nella meravigliosa cornice di uno dei luoghi più visitati e apprezzati del centro di Roma, riapre i battenti fino al 13 febbraio, nella sua originaria location che l’ha resa unica dal 2001, la manifestazione ‘Natale a Roma’, ideata e organizzata dall’associazione ‘Il Faro’.
Grazie all’ospitalità del Municipio I e della Sovraintendenza di Roma, è stato possibile allestire in una delle aree più suggestive del centro storico una pista di pattinaggio sul ghiaccio che si sviluppa su circa 800 mq e che, pattini ai piedi, allieterà queste giornate di festa, ma anche oltre, a famiglie, ragazzi, ma anche agli innumerevoli turisti che ogni giorno passeggiano lungo le storiche strade della Capitale.
In continuità con l’esperienza pluriennale nell’ambito dell’ideazione e gestione di eventi a grande partecipazione pubblica, con le sue 50.000 presenze circa rilevate nelle precedenti stagioni, e nel rispetto della tradizionale magia natalizia, la manifestazione ospiterà anche in questa edizione 2017/2018 un calendario di appuntamenti: esibizioni di pattinatori professionisti e tanti momenti di gioco e di intrattenimento per i più piccoli; nondimeno sarà luogo di partecipazione per alcune iniziative di solidarietà, realizzate in collaborazione con le associazioni territoriali.

La manifestazione resterà aperta tutti i giorni dalle ore 10,00 alle ore 24,00. Il costo del biglietto intero è di 10,00 €, per i bambini al di sotto dei 14 anni e accompagnati il costo è di 8,00 €. Tutte le informazioni sul sito internet www.natalearoma.it

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Baby gang: vertice a Napoli con Minniti

Pon, 15/01/2018 - 18:48

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Un ennesimo episodio di violenza tra i giovanissimi. Ieri sera a Napoli, verso le 21.30, davanti alla stazione della metropolitana ‘Policlinico’ un sedicenne ha riferito di essere prima insultato e poi colpito al volto con un pugno rompendogli il naso. Il tutto nei giorni in cui Arturo, il 17enne accoltellato una settimana prima di Natale, torna a scuola.

Domani in Prefettura a Napoli, alla presenza del ministro dell’Interno, Marco Minniti, si terrò un vertice sull’escalation di episodi di violenza giovanile che si stanno verificando in questi giorni. Alla presenza (ore 15.00) anche dei vertici nazionali delle Forze dell’ordine, si terra’ una riunione del Comitato Provinciale Ordine e Sicurezza pubblica. Parteciperanno anche il Procuratore Distrettuale della Repubblica di Napoli e i vertici della magistratura minorile.

In questi giorni sono stati ascoltati, molti ragazzi e testimonianze delle vittime ma anche analizzate le immagini delle telecamere. Punta a tutto questo la Polizia di Stato per far luce sui due episodi di violenza da parte delle baby gang messi in atto negli ultimi giorni a Napoli: davanti alla stazione della metro di Chiaiano, venerdì pomeriggio, e ieri sera davanti alla stazione della metro Policlinico. Indagini a tappeto, dei Carabinieri, anche nel Napoletano dove a Pomigliano d’Arco una baby gang ha picchiato, armati anche di catene, due studenti di 14 e 15 anni.

C’è un cauto ottimismo per il ‘caso’ di Chiaiano verificatosi venerdì pomeriggio quando un ragazzino di 15 anni e’ stato pestato da un gruppo di 15 giovanissimi. Diversi ragazzi sono stati ascoltati e non è escluso che presto si possa arrivare all’identificazione di qualcuno. Tutto da chiarire, invece, quanto accaduto ieri sera davanti alla stazione del Policlinico dove un 16enne è stato colpito con un pugno. Il minorenne ha raccontato che la gang era composta da ragazzi di età compresa tra i 16 e i 18 anni e tra di loro anche un ragazzo molto alto. La Polizia è intervenuta in un secondo momento, solo quando il ragazzino è arrivato in ospedale accompagnato dai genitori e dopo che era ritornato a casa.

E le indagini non si fermano anche per la violenza a colpi di catene di Pomigliano d’Arco, sabato scorso. In due, un 13enne ed un 15 anni sono stati identificati: ora si cerca di completare il cerchio con gli altri presunti componenti del gruppo, forse altri otto ragazzi.

Redazione Avanti!

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LegalFling. Arriva l’App per dare il consenso prima del sesso

Pon, 15/01/2018 - 18:39

legalflingVe lo ricordate il fogliettino delle elementari ‘Ti vuoi mettere con me?’ e relativa croce sì e no? Arriva un App simile dall’Olanda. L’applicazione si chiama LegalFling e di base si occuperà di far sapere alla persona con cui si è usciti fino a che punto ci si vuole spingere, sessualmente parlando, tramite un sistema molto semplice: con un cuoricino si dirà di sì al sesso (singolo o di gruppo a seconda delle circostanze), mentre con una croce si dirà di no. L’applicazione permetterà anche di definire la durata del rapporto, che può variare da una sveltina di pochi minuti a una relazione di anni. Si potrà mandare una richiesta di consenso attraverso WhatsApp o un’altra app di messaggistica, stabilire i propri limiti a letto e usare tali impostazioni anche una relazione a lungo termine, inviare una lettera di diffida con un semplice click nel caso sia stata commessa una violazione
Un vero e proprio contratto tra le parti coinvolte, detto appunto Live Contract, inoltre durante la “transazione” è possibile generare un accordo legale a tutti gli effetti (ma la sua validità varia da Paese a Paese).
Già sta facendo discutere, ma per il momento si tratta di un progetto…

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EMERGENZA LIBIA

Pon, 15/01/2018 - 18:28
TRIPOLI, July 21, 2014 Lapresse Only italy The picture taken on July 21, 2014 shows the wreckage of a plane at Tripoli International Airport, Libya. The airport has been under constant attack by Islamist fighters since July 13 with the death toll reaching 47. (Xinhua/Hamza Turkia.

TRIPOLI, July 21, 2014 Lapresse Only italy The picture taken on July 21, 2014 shows the wreckage of a plane at Tripoli International Airport, Libya. The airport has been under constant attack by Islamist fighters since July 13 with the death toll reaching 47. (Xinhua/Hamza Turkia.

Torna in primo piano la situazione della Libia, dopo gli scontri di stamattina nell’aeroporto di Tripoli che hanno causato la morte di 11 persone e al ferimento di 37. Il Paese versa nel caos e Roma si è subito mobilitata chiedendo anche un aiuto a Mosca. È di poco fa la notizia della lunga conversazione tra il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il presidente russo Vladimir Putin. L’attenzione dei leader si è soffermata sulla Libia, con una confermata convergenza sull’evoluzione della crisi libica e sul comune impegno a contribuire ad una soluzione politica e alla progressiva stabilizzazione dell’area. In particolare Gentiloni ha apprezzato il ruolo svolto dalla Russia nel quadro del consiglio di sicurezza Onu, d’altro canto in cambio però l’Italia promette una ‘schiarita’ per quanto riguarda il difficile rapporto della Russia nell’Ocse dopo la crisi ucraina. Vladimir Putin ha infatti manifestato al presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni “interesse per il ruolo che l’Italia ricopre quest’anno come Presidente di turno Osce. I due leader hanno discusso anche di possibili iniziative che l’organismo internazionale potrebbe facilitare in relazione alla crisi ucraina”.
Dal Cremlino si viene a sapere che tra Gentiloni e Putin “ha avuto luogo uno scambio di opinioni sulle questioni attuali di politica internazionale tenendo conto in particolare della presidenza italiana dell’Osce di quest’anno. Inoltre – prosegue il Cremlino – è stata prestata attenzione alla soluzione della situazione in Libia e alla crisi interna ucraina. Le parti si sono dette d’accordo a continuare i contatti a vari livelli”. Inoltre, sempre stando alla presidenza russa, “sono state discusse le questioni riguardanti l’ulteriore sviluppo della cooperazione reciprocamente fruttuosa nel campo dell’energia, e in quello economico-commerciale”.
In realtà la situazione libica mette in risalto quanto l’uomo a cui si è affidata la comunità internazionale per la pacificazione libica, Serraj si stia rivelando in realtà un leader troppo fragile e diviso. I suoi avversari lo hanno definito “sindaco di Tripoli” per evidenziare quanto conti poco per il resto del Paese. In effetti, nonostante accordi che hanno a malapena rassicurato la comunità internazionale, a comandare sul una consistente fetta libica è il generale Haftar che nella regione orientale della Cirenaica controlla anche i maggiori terminal petroliferi e dispone di un esercito personale.
L’instabilità è diventata ancora più palese dopo l’attacco di stamattina, i responsabili appartengono alla milizia che fa capo a Bashir Al Baqara, forza riconosciuta dal ministero degli Interni libico che si occupa della sorveglianza dell’aeroporto e della prigione. L’intento del blitz era di liberare alcuni degli oltre 2.500 prigionieri presenti nella struttura detentiva: gli spari sono stati uditi anche nella città di Tagiura che dista una trentina di chilometri dalla capitale. Lo scalo è tornato sotto il controllo delle autorità governative. Le due compagnie aeree libiche, Afriqiyah Airways e Buraq Air, hanno segnalato diversi danni agli aeromobili che si trovavano sulla pista durante l’attacco: sono almeno quattro quelli danneggiati. Mitiga, ex base aerea nella zona orientale di Tripoli è stata trasformata in un aeroporto civile dopo che il principale aeroporto internazionale della città era stato gravemente danneggiato negli scontri tra milizie rivali a metà 2014. Il premier Fayez Serraj ha decretato l’immediato scioglimento della milizia Al Radaa e ordinato quindi ai suoi membri di deporre le armi.

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Vasto, 27 gennaio, Insieme è meglio

Pon, 15/01/2018 - 18:25

abbruzzo

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Scrive Francesca Frisano: In ricordo di Bettino

Pon, 15/01/2018 - 17:44

È già qualche anno che manco alla commemorazione di Bettino presso la sua bianca tomba ad Hammamet, che la signora Anna, sua moglie, fa celebrare puntualmente ogni anno. È una cerimonia intima e particolarmente suggestiva, il cui rito ha per sottofondo il mormorio del mare, lì a due passi, le preghiere sussurrate e, all’orizzonte, in lontananza, l’Italia, che Bettino tanto amò.
La vicinanza ad Anna, per la quale nutro una profonda stima e un grande affetto, in quei momenti luttuosi e dolorosi, ha sempre prodotto in me una sentita partecipazione e commozione. Per Bettino non ci furono sconti: ha pagato, più di ogni altro, le colpe che erano e che sono all’interno del sistema dei partiti e, più ampiamente, in quello politico. La vedova Craxi questo lo sa bene, l’ha vissuto e sofferto “sulla propria pelle”, perciò è restia ad accettare le richieste, che da più parti le giungono, di trasferire la salma di Bettino in Italia, a Milano, nella “sua Milano”. Molti di noi aspettano con ansia che ciò possa accadere: Bettino merita tali onori e l’Italia riabbraccerebbe colui che tanto la amò.
La pietra bianca che copre la sua tomba con la nota epigrafe “la mia libertà equivale alla mia vita”, i garofani rossi ed il tricolore italiano rimandano a tempi lontani e fanno sentire con sofferenza il peso del presente: un vuoto incolmabile, un’esistenza orfana e l’amara condizione di “socialisti senza più una casa comune”.
Assisto con dolore a diaspore e diasporine all’interno delle microcellule a cui sono ridotte le varie anime del fu PSI. Questa frammentazione, che sempre ha caratterizzato il Movimento socialista italiano, e la sinistra nel suo complesso, se ieri si configurava come una tragedia (Bettino spesso se ne lamentava accoratamente) oggi assume i caratteri ilari della commedia, come ha sottolineato di recente Mauro Del Bue. Alla frammentazione si aggiunge l’improvvisazione, la superficialità, l’impreparazione della nostra attuale classe politica e il quadro dell’inaffidabilità è completo.
Se si pensa alle trasformazioni in atto, che investono direttamente il rapporto tra società e politica favorendo la crisi della classe intermedia, il declino della rappresentanza, il riemergere di movimenti antisistema qualificati come “antipolitici”, la colonizzazione della politica ad opera di gruppi tecnocratici che tendono ad alienare la norma politica democratica, non c’è da stare allegri.
Le difficoltà impellenti che mortificano l’esistenza dignitosa di noi esseri umani, la gestione incapace e opportunista di tutti coloro (salvo poche eccezioni) che guidano le sorti del nostro “Belpaese”, ci spingono a difendere i valori umani e naturali contro i barbari denigratori che operano per profitto e convenienza.
La fede in certi valori, da sempre patrimonio etico del socialismo, non può essere mai scalfita; bisogna far posto alla verità che si colloca sempre nella volontà e nell’esigenza dei bisogni popolari sui quali si fonda l’essenza del nostro ideale.
In questo difficile momento di crisi politica, morale ed economica (nonostante i barlumi di ripresa), bisogna riunirsi anche con chi ha storia, idee e progetti affini, per rinnovare lo spirito degli antichi padri, per trovare le giuste soluzioni ai problemi che deprimono l’Italia, offuscano il futuro delle giovani generazioni e annullano i valori di libertà, giustizia e democrazia.
Mi ritrovo così a pensare al nostro glorioso passato socialista: a Nenni, a Turati, a Pertini, a Craxi ed a tanti altri, uomini e donne, che hanno operato in nome dei “valori” nell’interesse comune.
Tra pochi giorni cade il 18°anniversario della morte di Bettino ed io voglio celebrarlo (purtroppo lontano da Hammamet) riportando alcune sue celebri citazioni, con la speranza che ammoniscano quelli che si preparano alle prossime elezioni, a recuperare l’antico e sano spirito socialista per rigenerare la politica.
Bettino affermava con fierezza ed orgoglio di appartenenza: “Il socialismo nasce come reazione umana e razionale nei confronti delle ingiustizie, delle ineguaglianze, che il capitalismo porta con sé. Le contraddizioni della società capitalista furono oggetto di analisi e di critica da parte degli antenati socialisti. I mutamenti dopo le due guerre mondiali non hanno mutato la ragione fondamentale della lotta socialista, cioè quella di provocare un superamento del capitalismo con il passaggio ad un graduale ordine sociale, politico ed economico che arricchisce le libertà dell’uomo, le sue condizioni di vita materiale e spirituale…”
E ancora: “Superamento del capitalismo significa, oggi, eliminazione del ruolo egemone che i gruppi economici privati possono esercitare sulla vita della società. A questo fine possono concorrere le istituzioni della democrazia politica, il compito conferito allo Stato di pianificare l’uso delle risorse nazionali secondo criteri di interesse collettivo…”
“L’intervento pubblico diretto nella produzione deve corrispondere a criteri economici e ad esigenze sociali; non deve far sortire l’effetto di deprimere il meccanismo economico, diminuendone l’efficienza e la capacità produttiva…”
“Il socialismo è infatti un movimento che propugna una tavola di valori diversa da quelli del capitalismo e misura i risultati della sua lotta in relazione al grado di affermazione di tali valori: libertà, giustizia, uguaglianza, moralità sociale e politica, benessere, lotta all’ignoranza, difesa dei deboli, sostegno ai giovani, emancipazione della donna, rispetto della natura, socializzazione dei processi decisionali, estensione della partecipazione democratica. Su queste questioni, considerate valori, il socialismo ha fatto sempre sentire la sua voce richiamando tutte le forze democratiche ad essere ed a mostrarsi rigorose…”
Bettino è stato un uomo di straordinario coraggio,di grande lungimiranza ed avvedutezza. Sapeva decidere tenendo sempre presente l’interesse del nostro Paese. Seppe restituire centralità ed autorevolezza all’Italia nel mondo. Una sinistra unita e socialdemocratica fu l’amato ed ambizioso disegno strategico della sua vita.

Francesca Frisano

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Scrive Luigi Mainolfi: La carità offende, i diritti rendono liberi

Pon, 15/01/2018 - 17:38

Durante una campagna elettorale, i partiti dovrebbero essere rispettosi dei destinatari dei loro messaggi. In democrazia, la gara ad avere più consensi è un’azione nobile, ma non si dovrebbe bluffare, con bugie e promesse ingannatrici. Gian Antonio Stella, sul Corriere della sera, ha evidenziato l’ inaffidabilità dei messaggi e, richiamando Piero Gobetti, ha giudicato ciò, che stiamo osservando, come “ il trionfo della facilità”, che può provocare futuri effetti pericolosi per la democrazia. Nella prima Repubblica, i confronti avvenivano tra modelli di società e, quando si scendeva nei particolari, si discuteva in modo approfondito intorno a problematiche del tipo: 1) Il lavoro deve essere una variabile dipendente o indipendente? ; 2) I settori strategici devono essere in mani statali o consegnati ai privati? ; 3) Lo Stato deve privilegiare la sanità pubblica o favorire quella privata ? 4) La ricerca scientifica è importante al fine dello sviluppo? 5) La programmazione economica è strategica per sviluppo armonioso e per consentire al Mezzogiorno un recupero nei confronti del Nord? 6) Bisogna favorire la mobilità sociale? Ecc. Non dobbiamo dimenticare, nemmeno, i dibattiti, che portarono a una armoniosa laicizzazione della società. Oggi, c’è un’orgia di stupidità e un rosario di promesse offensive, che, nella mente di chi le fa, dovrebbero servire a concretizzare un voto di scambio con categorie, che stanno scivolando verso la povertà. Nel contempo, nelle segrete stanze, i Partiti prendono ordini dalle Lobby, alla quali sono state assegnate anche “comode sale” alla Camera e al Senato. Tutte queste negatività, e non solo, sono amplificate dallo scandaloso numero di liste (17 = disgrazia) , che si presenteranno alle elezioni del 4 marzo 2018 . E’ difficile, oltre che ridicolo, cercare di conciliare il numero delle liste e delle aggregazioni con la sbandierata volontà maggioritaria, che presuppone due o tre forze politiche, come nei Paesi, nei quali esiste il sistema elettorale maggioritario. Chi ci guarda dall’Europa, non può non giudicarci ridicoli. Sfido a trovare una lista, che si presenta agli elettori, proponendo un modello di società. Sono tutte associazioni di aspiranti pensionati, con vitalizio, senza idee per il bene comune. Finora, abbiamo sentito promettere pensioni minime di mille euro al mese; reddito di cittadinanza; riduzione delle tasse ed eliminazione di quelle universitarie, anche per chi ha un reddito superiore ai 13.000 euro. Proposte, che, se non inquadrate in un discorso complessivo, sono delle bufale. Le oche e gli asini , attraverso le televisioni, ci offendono, pensando che noi assorbiamo tutte le sciocchezze che vomitano. Si considerano tanti Azzecarbugli, che parlano a milioni di Renzo e a Lucia. La storia ci ha insegnato che, quasi sempre, erano gli acculturati che guidavano ( quasi sempre male) le masse. Oggi, sono gli analfabeti strumentali ( sanno leggere e scrivere, ma non sanno ciò che dovrebbero sapere, come parlamentari ), che fregano chi sa leggere e scrivere ( soprattutto giovani laureati ). Da elettore, immaginando di avere davanti a me aspiranti candidati al Parlamento, vorrei porre loro le seguenti domande:- 1) Perché il Mezzogiorno viene abbandonato da centinaia di migliaia di giovani laureati, mentre vasti territori si stanno desertificando? Cosa proponete, per bloccare tali fenomeni ? 2) Come mai un ricercatore universitario italiano percepisce uno stipendio che è la metà di quello percepito da un ricercatore tedesco? Cosa proponete per equiparare le condizioni dei ricercatori italiani a quelle dei loro colleghi stranieri? 3) Lo sapete che migliaia di meridionali si vanno a curare al Nord, con la conseguenza di trasferire dal Sud al Nord ingenti risorse? 4) Conoscete la differenza tra posto fisso e lavoro fisso? Se la scrivania non può essere sempre la stessa, il lavoro bisogna averlo sempre. Cosa proponete? 5) Sapete la differenza tra la carità e i diritti? La carità offende, mentre i diritti rendono liberi. Perché, continuate a proporre carità? 6) Avete capito che AMAZON può mettere in crisi l’ apparato commerciale di molte Città? 7) Avete capito che l’Italia , se continua ad esportare Imprese, Consumatori (in Portogallo, Canarie, Romania e altrove) ed Energie intellettuali nel Nord Europa, diventerà un rione del Mondo? 8) Avete mai letto la Bilancia dei Pagamenti italiana, per conoscere i capitoli dell’economia nazionale? 9) Sapete che la Costituzione prevede un imposizione progressiva? Nella Prima Repubblica, le campagne elettorali avevano anche un ruolo pedagogico. Oggi, sembrano cascate di confusione, che diseducano. Comunque, spero di essere costretto a cambiare opinione. Mia madre, però, diceva:- Se nun ciò mitt inta ‘a capa, nun o può caccià. E, purtroppo, la sezioni dei partiti sono chiuse da un periodo più lungo del ventennio fascista e nelle teste, dei più, sono entrati solo i messaggi delle Capere televisive.

Luigi Mainolfi

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Le mirabolanti promesse elettorali e il dumping sociale

Pon, 15/01/2018 - 17:18

“Venghino venghino, siore e siori….!”, la frase che risuonava un tempo per attirare il pubblico verso i circhi o i teatrini ambulanti, ben si attaglia alla imminente campagna elettorale. E le forze politiche, dopo avere consentito la drammatica riduzione dei diritti sociali, tra la “legge Fornero” sulle pensioni e il Jobs Act, passando per l’aumento delle tasse sui lavoratori del governo-Monti, fanno a gara a lanciare mirabolanti, quanto improbabili promesse elettorali, che farebbero impallidire i racconti del barone di Munchausen.

Renzi, parla di un salario minimo per legge, Grasso di eliminare le tasse universitarie, Salvini di abrogare la “Fornero”, Berlusconi di cancellare il Jobs Act e tutta una serie di imposte impopolari: prima casa e bollo auto in primis, introducendo la tax-flat e alzando le pensioni al minimo a 1000 euro, sino a Di Maio che promette un reddito minimo di cittadinanza quasi a carattere universale.

Naturalmente nessuno indica le coperture finanziarie, che comporterebbero tagli alla spesa sociale e agli investimenti, considerata la “camicia di Nesso” dell’Europa dei banchieri e dell’austerity.

In realtà, il tema è più complesso e andrebbe affrontato con più serietà politica e rigore culturale e riguarda, fondamentalmente i diritti sociali.

La recente vicenda Ryanair che ha chiuso l’anno trascorso, potrebbe essere presa quale paradigma di uno dei dogmi dell’attuale Europa: la libera concorrenza.

Infatti, la concorrenza tra imprese in Europa avviene utilizzando sovente l’esecrato, a parole, strumento del dumping sociale, abbondantemente applicato dai paesi di nuovo economia, come Cina e India, ormai protagonisti della globalizzazione, ma che è diffuso anche nell’Unione europea. Nell’Ue è diffusa la pratica sleale dell’utilizzo negli Stati in cui si svolge attività d’impresa dell’ordinamento del lavoro di provenienza, proprio come nel caso dell’irlandese Ryanair, che ritiene, così, di poter violare diritti fondamentali, peraltro costituzionalmente protetti in Italia, quali il diritto di libertà e di contrattazione sindacali e di sciopero.

E proprio sullo sciopero c’è da osservare come la minaccia di Ryanair di sanzioni e azioni discriminatorie in danno dei lavoratori che avrebbero partecipato all’annunciata giornata di lotta, ha aperto una delicata questione che riguarda non solo il rispetto di un diritto costituzionalmente protetto, assoluto, potestativo e, quindi, individuale, come a lungo sancito da dottrina e giurisprudenza maggioritarie nonché dal diritto vivente interpretando l’art. 40 della nostra Carta fondamentale, ma anche di natura democratica.

Il diritto di sciopero, peraltro regolato nel suo esercizio in forma prescrittiva dalla legge 146/90 a garanzia di altri diritti di natura costituzionale, è uno degli strumenti fondamentali dell’autotutela collettiva, la cui funzione non è limitata all’ambito delle rivendicazioni economiche e sociali ma ha una valenza più generale, di carattere democratico. Uno dei padri costituenti e insigne giurista, Piero Calamandrei, a tal proposito ebbe ad affermare che lo sciopero: “un mezzo per la promozione dell’effettiva partecipazione dei lavoratori alla trasformazione dei rapporti economico-sociali”, evidenziando così, una connessione tra il principio-precetto della libertà di organizzazione sindacale e l’astensione collettiva dalla prestazione di lavoro.

E d’altronde, Ryanair non solo ha formalizzato proprio in quella grave missiva ai dipendenti in Italia minacce di sanzioni e di ritorsioni nei confronti di chi avesse scioperato (peraltro nulle secondo l’art. 15, lettera b, dello Statuto dei lavoratori, integrando palesi e dichiarati atti discriminatori), ma ha sistematicamente ignorato il rapporto con le organizzazioni sindacali per non stabilire rapporti di contrattazione collettiva, regolando, invece, sul piano sostanziale considerato il riconoscimento di un sindacato “interno”, in via unilaterale il rapporto con i lavoratori italiani della propria azienda, con condizioni ovviamente al ribasso rispetto ai colleghi delle altre compagnie.

Di recente a Göteborg in Svezia i 28 capi di stato e premier dei paesi aderenti all’Ue infatti, in un recente vertice hanno discusso di “Europa sociale” e tra i temi trattati è emerso quello del contrasto al dumping sociale. Ecco, se davvero si vuole andare oltre l’Europa monetarista e del rigore, diffondendo i diritti sociali, c’è bisogno di impedire casi come quello di Ryanair, il cui successo in termini di concorrenza, grazie ai voli low cost, è dipeso in larghissima parte dal dumping sociale.

La lotta al dumping sociale, dunque, dovrebbe essere il punto di partenza della politica italiana per riaffermare i diritti sociali, ma, si sa, in Italia, le campagne elettorali sono un po’ come quelle del principe de Curtis, in arte il Grande Totò, “vota Antonio, vota Antonio!!”.

Maurizio Ballistreri

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L’errore

Pon, 15/01/2018 - 17:00

Mentre infuria la polemica delle ugole, e si parla della Berti e della Zanicchi, e ovviamente anche su questo il Pd si divide con l’oppositore Cuperlo che intima, parafrasando uno slogan anni sessanta “Giù le mani da Orietta Berti”, Renzi e Berlusconi si uniscono all’insegna del “pericolo grillino”. Per Silvio i Cinque stelle son peggio dei vecchi comunisti e per lui, paradosso dei paradossi, sarebbe pronta una dacia in Russia in caso di trionfo di Di Maio, mentre Renzi, che per dare dell’incompetente al candidato premier dei Cinque stelle riscopre una pagina di Benedetto Croce, “in politica l’onestà é la competenza”.

Chi scrive pensa che un governo Cinque stelle sarebbe una sciagura per l’Italia e aggiunge che dopo un paio d’anni gli italiani non solo si pentirebbero della loro preferenza, ma costringerebbero il governo alle dimissioni, sulla spinta dell’Europa, in un revival di 2011. Pur tuttavia ho seri dubbi che demonizzare i Cinque stelle serva a scongiurare la loro prevalenza. E questo per due ordini di motivi. Il primo é, diciamo così, di ordine storico. Per oltre quarant’anni gli altri partiti, e spesso a ragione, hanno condotto crociate contro i comunisti. Eppure il Pci é gradualmente ma ininterrottamente aumentato in consensi dal 1946. E questo nonostante lo stalinismo e la rivolta ungherese. Demonizzare anche a più voci un’opposizione finisce per rafforzarla perché quest’ultima viene ritenuta la più osteggiata e dunque la più puntuale e incisiva.

Ma c’é un secondo ordine di motivi. E si tratta di quelli politicamente più attuali. Attaccare più o meno con gli stessi termini la falange grillina presenta Pd e Berlusconi come una cosa sola, un fronte compatto e omogeneo che si pone un unico obiettivo e cioè la sconfitta del terzo incomodo. Oltre a mostrare i due poli, quello di centro-sinistra e di centro-destra, come conseguenti e logici alleati dopo il voto, questo recitare gli stessi versi può creare scompiglio nell’elettorato degli uni e degli altri. Chi in questi anni non ha mutato il suo vecchio antiberlusconismo può trovarsi spiazzato nel registrare che con Berlusconi esiste un obiettivo comune, chi ha fatto dell’anti post comunismo il suo cavallo di battaglia può faticare ad adeguarsi allo scambio di avversario.

Non sarebbe meglio, questa é la mia opinione, che i due poli, tradizionalmente alternativi, si sfidassero anche reciprocamente? Non per alimentare il pericolo grillino, ma per smitizzarlo e per compattare i rispettivi elettorati. Non credo sia sfuggito a nessuno che nelle elezioni comunali, e questo é avvenuto in tutti i ballottaggi, quando al secondo turno la scelta é stata tra un candidato di uno dei due poli tradizionali e uno di Cinque stelle, l’altro polo (sia quello di centro-sinistra o quello di centro-destra non importa) ha preferito accordare la sua preferenza al grillino di turno. Sarà difficile impostare una campagna dimostrando invece che l’avversario é quest’ultimo e quello di sempre è il male minore o addirittura un alleato domani.

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Alfredo Ormando, lo Jan Palach del movimento gay

Pon, 15/01/2018 - 16:40

baco_y_segioNon siamo degli specialisti della materia. Però, nel ricordare e commentare, oggi 14 gennaio, il ventesimo anniversario (ieri, esattamente) del sacrificio di Alfredo Ormando, il poeta e scrittore siciliano datosi fuoco in Piazza San Pietro, il 13 gennaio 1998, per protestare contro l’ostilità della Chiesa cattolica nei confronti delle persone gay, vogliamo cercare di essere il più possibile obbiettivi ed esaurienti.
L’attuale posizione generale della Chiesa sull’omosessualità è espressa nella “Dichiarazione circa alcune questioni di etica sessuale” emanata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel gennaio 1976. Che, dopo aver distinto tra “omosessuali la cui tendenza […] è transitoria e omosessuali […] di istinto innato o di costituzione patologica, giudicata incurabile”, stabilisce, per questi ultimi, di giudicare “con prudenza” la “loro colpevolezza”. Escludendo,. però, la possibilità di qualsiasi metodo pastorale “che accordi loro una giustificazione morale”: ritenendo le relazioni omosessuali, secondo “l’ordine morale oggettivo”, “atti privi della loro regola essenziale e indispensabile”. Posizione, questa, ribadita dieci anni dopo (1986) nel documento “Cura pastorale delle persone omosessuali”, emanato dalla stessa Congregazione a firma dell’ allora cardinale Joseph Ratzinger. La Chiesa, però (probabilmente, osserviamo, anche per la consapevolezza della diffusione storica dell’ omosessualità tra le sue file), è attenta alle discriminazioni subite dai singoli omosessuali (vedi anzitutto la “Lettera ai Vescovi” “Per la cura pastorale delle persone omosessuali”) , e, diversamente da vari Governi, specie del Terzo Mondo, condanna fermamente qualsiasi atto o espressione malevola nei loro confronti.

In sede internazionale, tuttavia, il Vaticano, tramite il suo rappresentante alle Nazioni Unite, Celestino Migliore, nel 2008 s’è opposto fortemente a un riconoscimento civile delle unioni omosessuali, e a possibili risoluzioni ONU che incoraggino una visione dell’omosessualità positiva e lontana dalle posizioni dell’alta gerarchia cattolica. Una prima parziale modifica della posizione uficiale della Chiesa sull’omosessualità s’è avuta coi coraggiosi interventi di Papa Francesco, ispirati soprattutto al Cristo del “Non giudicare, se non volete essere giudicati”, in occasione dei Sinodi sulla famiglia del 2014-2015 (vedi il saggio, a cura di Anna Maria Foli, “Chi sono io per giudicare?”, Piemme ed., 2016): con riferimento non solo all’omosessualità, ma anche a famiglia, contraccezione, coppie di fatto, unioni omosessuali, nuove famiglie, libertà religiosa, ecologia, finanza, nuove povertà e schiavitù, ecc…. Alla base di questo primo cambio di rotta della Chiesa, però, c’erano state, inizialmente (episodio facilmente dimenticato da una certa stampa), anche le dichiarazioni rilasciate da Papa Bergoglio nel 2013, relativamente allo specifico caso d’un alto prelato vaticano.

Fin dagli anni ’60 del ‘900, comunque, son sorti spontaneamente in seno alla Chiesa cattolica, come in altre confessioni religiose e nella società in generale, movimenti, associazioni e gruppi di persone omosessuali: che, come le scuole di pensiero ad essi collegate, non si basano su un approccio unitario, ma su una pluralità di ermeneutiche dottrinali, e su diversi orientamenti in campo pastorale, pedagogico, sociale e politico. Parallelamente, s’ è sviluppata una notevole letteratura cattolica, altrettanto variegata, sull’omosessualità. A livello teologico, una minoranza di teologi cattolici tende, oggi, a criticare la posizione magisteriale: e, senza mai arrivare ad un’ equiparazione fra coppie gay ed etero, propone, come “bene minore” (ma unico fattualmente perseguibile per le persone omosessuali), la relazione omosessuale stabile e fedele. Espressioni di queste nuove tendenze teologiche sono, in Italia, Giannino Piana ( docente di Etica cristiana alla Libera Università di Urbino, già presidente dell’ Associazione Italiana Teologi Moralisti) ed Enrico Chiavacci ( 1926-2013, tra i massimi teologi morali italiani del secondo ‘900, sui temi soprattutto di etica sessuale, giustizia sociale e pace); e negli USA Charles Curran (teologo tra quelli osteggiati, a suo tempo, da Giovanni Paolo II, attualmente docente all’ Università Metodista del Sud a Dallas, Texas). In tale prospettiva, questi autori s’ esprimono favorevolmente sul riconoscimento civile delle unioni omosessuali, sulle adozioni per queste coppie e per la possibilità di celebrare benedizioni di coppie formate da persone dello stesso sesso.

Alfredo Ormando, nato a San Cataldo (Caltanissetta) nel 1958 da una famiglia di operai d’origine contadina, con 8 fratelli e sorelle, autodidatta (era riuscito a conseguire a 20 anni la licenza media, e a 35 il diploma magistrale), non aveva incontrato alcuna accettazione della sua omosesssualità, né in famiglia, né in società (era stato anche 2 anni in un seminario francescano, uscendone, poi, per gli stessi motivi). Iniziata una carriera di scrittore indipendente (“Vagiti primaverili: poesie”, Pietraperzia, Di Prima, 1986; “Il fratacchione”, Palermo, Publisicula, 1995; “L’escluso”; “Sotto il cielo di Urano”, scritto dov’è evidente il richiamo al filosofo e politico tedesco Karl Heinrich Uhlrichs, autore, nella seconda metà dell’800, del rivoluzionario saggio sull’ omosessualità “L’ enigma dell’amore uranico”; “Epigrammi priapei e non”; “Aforismi, 1998)”, Ormando il 13 gennaio 1998 , a 39 anni da poco compiuti, si dava appunto fuoco in Piazza S.Pietro. ( sarebbe poi morto, dopo piu’ di 10 giorni di sofferenze, all’ ospedale “S.Eugenio”). Sperando – come scritto in una lettera a un amico – di lanciare un segnale chiaro, come “forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l’omosessualità, demonizzando nel contempo la natura, perché l’omosessualità è sua figlia. ».
Da allora, in ricordo di questo “Jan Palach del movimento GLBTQ”, immolatosi un po’ come i bonzi nella Saigon anni ’60, proprio il 13 gennaio si tiene la Giornata Mondiale per il Dialogo tra Religioni e Omosessualità, e l’ ArciGay organizza una sua commemorazione ufficiale. Il confronto tra omosessualità e cattolicesimo prosegue, pur fra tante difficoltà e incomprensioni; venerdì 13 gennaio, Ormando in Piazza S. Pietro è stato ricordato, con la deposizione di fiori proprio nel punto esatto del suo suicidio, dagli attivisti del “Gay Center” (tra i principali centri italiani per i servizi alla comunità LGBT, nato dalle esperienze delle realtà fondatrici: Arcigay Roma, ArciLesbica Roma, NPS, Azione Trans) e della Fondazione “Luciano Massimo Consoli” (nata in memoria di Massimo Consoli, 1945-2007, scrittore e giornalista tra i “founding fathers” del movimento gay italiano, di cui è stato recentemente commemorato, in Campidoglio, il decennale della morte).

Nei giorni immediatamente successivi all’“autodafè” di Alfredo, il Vaticano in un comunicato stampa affermava che Ormando s’ era tolto la vita per problemi di famiglia, non quindi legati alla sua omosessualità. Oggi, vent’anni dopo, non riteniamo sbagliato sperare che, un giorno, Papa Bergoglio o, al massimo, il suo successore, nel solco di Papa Wojtyla ( giunto a pronunciare piu’ di 90 interventi in riconoscimento di storiche colpe della Chiesa o in richiesta di perdono, dalle Crociate all’appoggio alle dittature, dalle guerre di religione all’ antisemitismo, dall’ Inquisizione alle corresponsabilità nella Shoah) pronunci un “Mea culpa” anche per l’omofobia. Ricordando proprio il volontario olocausto di Alfredo.

Fabrizio Federici

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Dopo il sold out a Milano Colapesce arriva all’Auditorium di Roma

Pon, 15/01/2018 - 16:37

colapesceÈ iniziato con un sold out alla Santeria Social Club di Milano lo scorso 11 gennaio l’“Infedele tour” di Colapesce, al secolo Lorenzo Urciullo, che continua ora su alcuni dei più prestigiosi palcoscenici italiani. Il tour arriva dopo la pubblicazione dell’album “Infedele” (42 Records/Believe), ritenuto quasi all’unanimità dalla critica uno dei migliori dischi italiani del 2017.
Con una band rinnovata, dopo l’Antoniano di Bologna giovedì 18 gennaio, l’artista arriva all’Auditorium Parco della Musica di Roma venerdì 19 gennaio (sala Sinopoli, ore 21) accompagnato da Adele Nigro (Any Other), chitarra, sax, tenore e voce; Andrea Gobbi, basso e voce; Giannicola Maccarinelli (JoyCut), batteria; Mario Conte, tastiere, programming e cori; Gaetano Santoro, sax e baritono.

Prodotto dallo stesso Colapesce insieme a Jacopo Incani – meglio noto come IOSONOUNCANE – e Mario Conte (che con Lorenzo aveva già collaborato per “Egomostro”), “Infedele” rappresenta una vera e propria dichiarazione d’amore nei confronti della musica. Una musica libera, fuori dai vincoli di genere e dalle regole, un vero e proprio viaggio nella forma canzone attraverso stimoli e suggestioni anche opposti tra di loro.
“Infedele” è infatti un atto di indipendenza intellettuale – e non solo discografica – e appartenenza rivendicata proprio attraverso la non appartenenza a nessuna chiesa. Un disco che vuole essere accessibile e complesso al tempo stesso, pop e sperimentale, moderno e antico, mediterraneo e cittadino, romantico e provocatore. Un frullatore in cui la canzone d’autore italiana si mischia con il fado portoghese, l’elettronica da club, il tropicalismo brasiliano, il free jazz, le colonne sonore di Umiliani e le ballate.

“Infedele” è stato anticipato da Ti attraverso, pubblicata lo scorso sei settembre in occasione del 34esimo compleanno di Colapesce; e Totale, accompagnata da un video epico per la regia di Ground’s Oranges.
Sospesi, l’ultimo singolo estratto, è uno dei brani più importanti dell’album, anche grazie alla collaborazione con Fabio Rondanini (Afterhours, Calibro 35), uno dei migliori batteristi italiani che ha saputo dare un tocco personale alle atmosfere jazzate che caratterizzano la canzone. Il video di Sospesi è stato girato da Salvo Nicolosi per il collettivo Ground’s Oranges e vede la partecipazione straordinaria dell’attrice Valentina Lodovini. Un vero e proprio omaggio al cinema horror italiano degli anni ’70 con evidenti tributi alla cinematografia di Dario Argento (ma diverse citazioni sono nascoste nel video e vanno da Twin Peaks a La casa di Sam Raimi).

Dopo Bologna e Roma, il tour di Colapesce proseguirà all’Odeon di Catania il 24 gennaio; alla Casa delle Arti di Conversano (Bari) il 26 gennaio; all’Hart di Napoli il 27 gennaio; e il 2 febbraio all’Argo16 (ex Spazio Aereo) di Mestre (Venezia).

Con lo stesso spirito con cui è nato l’album, un progetto personale ma frutto di un lavoro collettivo, Lorenzo ha deciso di chiamare ad aprire i suoi concerti una serie di cantautori di cui è prima di tutto fan e poi amico. Come Andrea Poggio, ex Green Like July, appena uscito per Tempesta con il suo primo, bellissimo, album solista, che darà il via al concerto di Bologna e Roma. Barbagallo, che con Lorenzo faceva parte degli Albanopower e che ha da poco pubblicato il suo nuovo album “Nove” per Trovarobato, apre il concerto di Catania e Conversano; mentre Alì, che esce per Woodworm e che ha realizzato due album entrambi con la produzione artistica di Colapesce, apre Napoli. Marco Iacampo, nome storico del cantautorato italiano, già noto con il moniker di Goodmorningboy, dà il via al concerto di Mestre.

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