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Corsa agli Australian Open: Ok Kerber e Del Potro e Bautista-Agut

Pon, 15/01/2018 - 16:22
Tennis - Sydney International - Sydney Olympic Park, Sydney, Australia, January 13, 2018. Germany's Angelique Kerber kisses the trophy after winning the Women's final against Australia's Ashleigh Barty. REUTERS/Steve Christo

Tennis – Sydney International – Sydney Olympic Park, Sydney, Australia, January 13, 2018. Germany’s Angelique Kerber kisses the trophy after winning the Women’s final against Australia’s Ashleigh Barty. REUTERS/Steve Christo

Ormai tutto è puntato sugli Australian Open, al via da lunedì 15 gennaio, tanto che già sono arrivati i primi risultati delle qualificazioni. Tra gli azzurri passano Lorenzo Sonego, che ha sconfitto l’egiziano Safwat per 6/3 7/5 e Salvatore Caruso, che ha battuto Gombos per 3/6 6/3 6/3; hanno perso, invece, Alessandro Giannessi da Escobedo in due set (per 6/3 6/2) e Stefano Napolitano, eliminato al terzo set dal canadese Pospisil. Per quanto riguarda gli scontri di tabellone, invece, al primo turno Paolo Lorenzi avrà Dzumuhr, Fabio Fognini Zeballos, Andreas Seppi una wild card (il francese Corentin Moutet), Francesca Schiavone la lettone Jelena Ostapenko e la Giorgi, dopo un primo turno agevole contro una giocatrice uscente dalle qualificazioni, avrà un match meno facile o contro l’australiana Ashlegh Barty o Aryna Sabalenka. Il main draw del tabellone maschile si rivela particolarmente interessante perché vede Roger Federer, Novak Djokovic e Alexander Zverev dalla stessa parte. Più aperto il tabellone femminile, con il forfait di Serena Williams – che salterà gli Australian Open -.
Ma prima i tornei di Sydney (Wta ed Atp) e l’Atp di Auckland hanno regalato episodi significativi. Uno simpatico da segnalare a parte è stata la divertente danza di Andrea Petkovic, contro la svizzera Belinda Bencic, al torneo Koyoong Classic, durante una lunga interruzione per pioggia; mentre hanno mandato in diffusione della musica durante la sospensione, la giocatrice tedesca ha animato la pausa ballando con euforia alcuni passi sulle note mandate in diffusione appunto durante uno stop che dunque si è rivelato esilarante, originale e fuori del comune, di certo insolito e inusuale.
Ma veniamo agli altri tornei. Il Wta di Sydney ci ha regalato il ritorno di Angelique Kerber: l’ex numero uno tedesca torna a vincere il suo primo torneo dell’anno, dopo un 2017 un po’ altalenante (di poche luci e molte ombre); si impone proprio sulla Barty (che partiva da qualificata), facilmente, in due set in cui domina, nonostante la caparbietà della giocatrice australiana. Con un doppio 6/4, in poco più di un’ora, viene a capo di un match che non l’ha mai impensierita troppo: i suoi colpi si sono rivelati più potenti e profondi, si è mossa bene in campo e ha corso in maniera composta, è venuta a rete dimostrandosi a suo agio. La cosa che le ha funzionato di più -però-, e che forse le ha regalato la chance in più, è stato il servizio: ben l’81% di prime vincenti servite, con ben quattro break point conquistati, non è una percentuale da poco. Tra l’altro la Barty potrebbe essere l’avversaria della Giorgi al secondo turno degli Australian Open, una giocatrice regolare comunque insidiosa – tanto da battere Daria Gavrilova in semifinale al terzo set (per 3/6 6/4 6/2) a Sydney-; il nome della tennista marchigiana, però, si lega anche a quello di Angelique Kerber. Il Wta di Sydney, infatti, ha regalato non poche emozioni a Camila Giorgi, artefice di un ottimo torneo; una corsa che procedeva tranquilla e spedita (in discesa per lei e in salita per le avversarie) sino a quando non ha incontrato in semifinale proprio la tedesca, che si è sbarazzata dell’azzurra con un netto 6/2 6/3. L’italiana ha giocato bene, ma è sembrata un po’ più fallosa del solito. Ha rischiato tanto, troppo; comunque è riuscita a tenere la partita abbastanza in equilibrio, anche se nel giro di poco si è trovata sotto di un set. Dopo aver perso il primo set, però, la tennista nostrana ha avuto una grossa opportunità che non ha sfruttato; non ha saputo cogliere il leggero momento di calo, deconcentrazione e di black out della tedesca per portare il match al terzo set. Aveva l’occasione di conquistare il secondo parziale. Era avanti 3-0 con anche la palla del 4-0 a disposizione: una vera chance irripetibile. Invece -non solo ha mancato quella-, ma si è fatta anche rimontare sino al 3-3 e poi superare sino alla chiusura del set per 6/3 (dunque senza più conquistare neppure un altro game). Comunque un torneo che le ha regalato soddisfazioni. Nei precedenti turni, infatti, la Giorgi aveva conquistato due importanti vittorie: prima sulla ceca Petra Kvitova per 7/6(7) 6/2 (giocandosela alla pari contro i colpi potenti della Kvitova), poi sulla Radwanska, impartendo una dura lezione alla polacca infliggendole un amaro 6/1 6/2 (con Aga completamente oscurata da una Giorgi decisamente in giornata e in forma, in uno splendido stato di grazia: forse il suo miglior match di sempre). Contro la Radwanska le è riuscito praticamente tutto e il risultato così netto le dà ancor più prestigio; ma il match contro Petra Kvitova sicuramente è da incoronate per l’equilibrio lottato tra le due.
Per quanto riguarda il maschile, la sezione maschile dell’Atp di Sydney regala una duplice sorpresa, proveniente da due giovani. Innanzitutto è il giovane Medvevdev (contro cui ha perso Fabio Fognini) a conquistare il titolo, vincendo il suo primo torneo al terzo set. Dunque una finale equilibrata e lottata, terminata a suo favore per 1-6 6-4 7-5. Ma ancor più stupefacente è conoscere chi era il suo avversario: la giovane rivelazione tutta australiana Alex De Minaur. Medvedev, proprio come contro Fabio Fognini, rimonta dopo ver perso il primo set. Classe 1996 lui, natìo di Mosca, classe 1999 l’altro (originario proprio di Sydney), sono simili come tattica di gioco e fisicamente: entrambi alti (Medvedev sfiora per poco i due metri, raggiungendo il metro e 98 di statura) e longilinei, esili ma non deboli, i loro colpi fanno molto male per la loro regolarità e incisività.
L’altro Atp in Nuova Zelanda ad Auckland ha mostrato due giocatori eccezionali. Un ritrovato Del Potro, che arriva in finale convincendo. Sconfigge prima Shapovalov per 6/2 6/4, poi Khachanov per 7/6(4) 6/3; ma non è solo un giustiziere dei Next Gen, ma si dimostra competitivo con i più forti, stracciando con un doppio 6/4 lo spagnolo David Ferrer. Con il potente dritto e il servizio ritrovato ha fatto faville, sicuro e abbastanza costante nel rendimento. Dall’altra parte lo spagnolo Roberto Bautista-Agut, che ha entusiasmato il pubblico soprattutto nella semifinale avvincente contro Robin Haase: finita al terzo set, tutti e tre terminati al tie-break (rimontando sotto di un set), per 6/7(7) 7/6(3) 7/6(5); nel primo set Haase gioca bene ed è anche più preciso di Bautista-Agut, continuando a giocare bene anche nel secondo sembrava favorito e destinato alla vittoria; poi lo spagnolo riesce a strappare il secondo set al tie-break, forse per un leggero calo di stanchezza dell’avversario e qualche errore gratuito in più di troppo; ma, a quel punto, trova sempre più fiducia e si impone in modo sempre più incisivo nel set, guadagnando sempre più campo e facendo correre sempre di più Haase (mentre nel primo era stato il contrario). Quest’ultimo riesce comunque a tenere in equilibrio il match e portarlo al tie-break, ma l’altro sembra più lucido e giocare meglio i punti decisivi, che gli regalano la finale contro Del Potro.
Quest’ultima è speculare alla semifinale appena descritta. 6/1 4/6 7/5 il punteggio finale a favore, a sorpresa forse, proprio dello spagnolo Bautista-Agut. All’inizio è lui che muove l’argentino in campo e ha migliori percentuali al servizio (con 5 aces a 2 messi a segno); l’arma vincente si dimostrerà il suo dritto (anche a sventaglio) ad uscire in cross sul rovescio di Del Potro. Non c’è storia: troppi punti vincenti in più per lo spagnolo e troppi errori gratuiti per l’argentino; il parziale di 6/1 non lascia spazio ad equivoci. Ma, si sa, l’argentino è un grosso lottatore e non molla mai. Anche il secondo set continua con un livello migliore da parte di Bautista-Agut, che però si va sempre più affievolendo. Del Potro ritrova il servizio, mentre lo spagnolo commette qualche doppio fallo di troppo (ben 4) anche sui punti decisivi. E così l’argentino chiude il secondo set per 6/4. Nel terzo c’è sempre più equilibrio: Del Potro che cerca di puntare sulla sua arma vincente dell’accelerata potente di dritto, mentre Bautista-Agut che cerca di spostare la traiettoria dei colpi sul suo rovescio. Ma quest’ultima tattica sembra riuscire sempre meno allo spagnolo e il favorito pare essere diventato proprio l’argentino. Se tutti possono pensare a Bautista-Agut come l’erede e sostituto di Nadal, tutti di certo ora vedono l’argentino destinato a conquistare i prossimi Australian Open. Invece c’è il flop di Del Potro, che in vantaggio sul 5/4 potrebbe chiudere 6/4 anche il terzo e decisivo set e invece si fa rimontare sul 5-5. A quel punto tutti pensano al tie-break, anche finale giusto di un match lottato ed equilibrato; ma è Roberto Bautista Agut a fare il break decisivo e chiudere (con un’accelerata di dritto eccezionale, veloce, potente e profonda, sul rovescio di Del Potro) per 7/5 la finale e conquistare il titolo all’Atp di Auckland: riassunto, la testa di serie n. 5 batte la n. 2 in un match emozionante e altalenante. Di certo la summa di tutto è che entrambi i giocatori sono destinati ad essere protagonisti agli Australian Open 2018 e ad arrivare sino in fondo al Grand Slam.

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Nencini: Fontana vuole istituire assessorato alla razza?

Pon, 15/01/2018 - 16:07

attilio fontanaLa “razza bianca”, la “nostra società” rischiano di essere “cancellate” dal fenomeno dell’immigrazione non controllata. Ne è convinto il candidato alla presidenza della Regione Lombardia, Attilio Fontana che si è così espresso in un’intervista trasmessa ieri mattina da ‘Radio Padania’. Le espressioni del sindaco di Varese hanno subito suscitato l’indignazione generale. ”Il candidato presidente leghista alla regione Lombardia – afferma Riccardo Nencini, segretario del Psi e promotore della lista ‘Insieme’- parla di ‘razza bianca’ proprio come il governatore dell’Alabama sessanta anni fa. Lo dico subito: una cosa è difendere i valori fondamentali del cittadino, dalla parità di genere alle libertà individuali, valori conquistati nelle piazze e in parlamento dalle nostre nonne e dai nostri bisnonni, altro inneggiare alla superiorità del colore della pelle. Non vorrà mica Fontana istituire un assessorato alla razza?”.

“Il primo pensiero che viene in mente sentendo parole di Fontana – aggiunge Angelo Bonelli della lista Insieme – quando lancia l’allarme sulla razza bianca a rischio è ‘che razza di ignorante'”. “Per questo è ancora più grave che Liberi e Uguali non abbia voluto assumersi le responsabilità di fare argine a questa deriva xenofoba molto pericolosa”. “Credo fermamente che chi usa concetti come ‘razza’ o ‘etnia’ a sproposito debba essere rimandato a scuola prima che gli venga affidato un qualsiasi incarico istituzionale. Senza voler dare lezioni è doveroso però ribadire che il concetto di ‘razza bianca’ non esiste e chiunque utilizzi tale concetto non fa altro che strizzare l’occhio a politiche razziste e di apartheid che fortunatamente hanno visto la loro fine molti anni fa, ma di cui ritorniamo sempre più a vederne delle ombre”, sottolinea. “Fontana sta giocando con degli slogan elettorali pericolosi e lesivi dei diritti di uguaglianza. E lui sarebbe il moderato della Lega? Domandiamoci cosa potrà fare Salvini se dovesse arrivare al governo. Siamo ancora in tempo per fermarli: il centrosinistra costruisca un fronte democratico che aiuti l’Italia ad uscire da queste derive xenofobe”, conclude Bonelli.

Matteo Renzi, segretario del Pd, affida a facebook la sua riflessione: “La Lombardia è la più grande regione del Paese: la sua economia traina tutta l’Italia ed è punto di riferimento per l’Europa. Ci aspettavamo un dibattito alto, bello, nobile, sui contenuti. E invece il candidato della destra, leghista, parla di ‘razza bianca’ e di invasioni”. “Noi insieme a Giorgio Gori parliamo di innovazione e capitale umano. Siamo una squadra che sceglie il futuro, non la paura -prosegue il leader Pd-. Altro che farneticanti dichiarazioni sulla ‘razza bianca’: il derby tra rancore e speranza è la vera sfida che caratterizzerà il 4 marzo, in Lombardia come nel resto del Paese”.

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Psi Alto Adige Appello alle liste di Centrosinistra

Pon, 15/01/2018 - 15:56

Superare gli egoismi di parte per una visione comune del futuro del Paese.

Il filosofo e scrittore spagnolo Georg Santayana afferma “il difficile è ciò che si deve fare subito, mentre l’impossibile è ciò che richiede tempo”: preso atto del tempo ristrettissimo che rimane nella definizione della composizione della squadra del centrosinistra nell’affrontare in Regione le prossime scadenze elettorali, cerchiamo di risolvere velocemente il difficile, per dedicarci poi tutti insieme alla presentazione ai cittadini dei punti programmatici che contraddistinguono la nostra azione politica ed i nostri valori.

Deve essere un impegno di tutti trovare un giusto equilibrio tra la doverosa rappresentatività di tutte le sensibilità presenti nella coalizione e la necessità di sostenere candidati che possano risultare rappresentativi nella comunità dei diversi collegi e vincenti in una battaglia politica di estrema difficoltà e delicatezza.

Bolzano, 14 gennaio 2018

Alessandro Bertinazzo e Ardelio Michielli

Delegazione PSI al tavolo provinciale e regionale

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Mauro Broi Candidati con LeU con il logo Psi

Pon, 15/01/2018 - 15:40

Carissime e carissimi,
siamo venuti a conoscenza che per la campagna elettorale in corso, alcuni
compagni/e si sono candidati/e nelle liste di Liberi e Uguali.
Premesso che ognuno è libero di fare le scelte che ritiene giuste, e che le
stesse vanno rispettate, altrettanto vero è che coloro che hanno preso questa
decisione avrebbero, per correttezza, dovuto darne comunicazione al Partito
di appartenenza.
Detto questo è bene chiarire, nell’interesse di tutti, che chiunque si candidi in
un partito o qualsivoglia aggregazione politica, diverso dal PSI, decade
automaticamente ed immediatamente da ogni carica all’interno degli
organismi e contestualmente dallo stesso Partito Socialista Italiano.
Diffidiamo tutti coloro, che hanno fatto questa scelta a parlare per nome e per
conto del PSI e/o utilizzare per qualsiasi motivo, in ogni sede e luogo, il nome
e il logo del PSI.

Il Segretario Psi Lombardia
Mauro Broi

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Scrive Celso Vassalini: LeU, la visione profetica e la Lombardia

Pon, 15/01/2018 - 15:36

La sinistra di Pietro Grasso ex magistrato anti mafia, il partito liberi e uguali ha deciso di non dare il suo appoggio a Giorgio Gori alle elezioni regionali della Lombardia. NO ci sarebbe piaciuto strappare la Lombardia alla destra, a questa destra, fatta di inconsistenza politica, di malaffare, di ricattatori, di inquisiti e di segretari particolari in galera in attesa di giudizio. Ora siete puri e felici. buona campagna. Ah: spiegatelo ai vostri elettori che è meglio la vostra purezza di una regione dignitosa, non limitatevi a dire che comunque Gori non ce l’avrebbe fatta anche col vostro aiuto… siete anche bugiardi! Premesso che: Con il lavoro fatto in questi tre anni, dal Segretario Regionale Alessandro Alfieri e da noi militanti del Partito Democratico, sono ottimista che Gori sarà il Presidente della Regione Lombardia. Vorrei rammentare loro come Bertinotti affossò il governo Prodi restituendo il paese a Berlusconi e di come D’Alema calpestò l’esperienza dell’Ulivo, di come ha sempre cercato di distruggere tutto ciò che rappresentava il nuovo e il futuro. Una perfetta visione profetica, come ha detto Gentiloni poche ora fa “c’è il PD, una sinistra di governo” e poi chi anche in Lombardia ama stare all’opposizione. In fondo l’importante è difendere il proprio ego, non difendere chi ne ha davvero bisogno amministrando! Molti Circoli Culturali del PD in questo aveva anticipato i tempi. Alea jacta est! Il dado è tratto. Si trattasse solo di mangiare brodo sarebbe il meno. Ma l’assemblea di LeU ha deciso, nonostante le porte ancora aperte, di non appoggiare Gori in Lombardia. Errore grave, a mio avviso, che pregiudica, in modo grave, la possibilità di strappare la Lombardia alla destra, alla Lega, alla Compagnia delle Opere, alle infiltrazioni mafiose, ecc. La sinistra di Pietro Grasso ex magistrato anti mafia, il partito liberi e uguali ha deciso di non dare il suo appoggio a Giorgio Gori poteva entrare nell’alleanza facendosi garante di temi molto importanti, come scuola, sanità e acqua pubbliche, accoglienza, lotta alla criminalità, tutela dell’ambiente, ecc. Punti presenti nel programma di Gori ma che la loro presenza avrebbe rafforzato. Niente da fare. La storia ci giudicherà. Il centrosinistra non ha ancora imparato una delle più grandi lezioni di Berlinguer: “Ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno”. Più avanti, per i credenti come me, ci sarà anche il giudizio divino. Dove non ci chiderà se eravamo per Gori o per Rosati. Ma se, nel nostro impegno politico, siamo stati “massimalisti” nel senso di avere operato al massimo per fare il massimo di bene e giustizia sociale nelle condizioni date. O se abbiamo spacciato il nostro narcisismo per “la vera sinistra”. E di questo un po’ tutti dovremo fare esame di coscienza. Severo. Approfondito. Credo che la situazione italiana ed europea sia molto delicata e non ci è permesso “giocare”, correndo il rischio più che reale e concreto di trovarsi presto destre e populisti al governo. Se così fosse avremo perso tutti, e nello stesso tempo avremo tradito il nostro elettorato. Credo molto in questo, ed è per questo che a volte mi sento un po’ scoraggiato e forse deluso nel vedere due strade provinciali diverse… che insieme potrebbero formare un’autostrada. Vedremo… io spero sempre, e tanto.. anche se a volte non sembra, o forse non lo do a vedere. Dopo l’abbandono di Maroni, vincere in Lombardia con Gori è possibile. Non c’è niente di strano nei distinguo e nei mille pensieri della galassia “sinistra pura”. Non è l’avversione a Renzi o il male minore. Il loro interlocutore politico naturale è proprio la destra o i grillini. Lasciare le cose come stanno, i sepolcri imbiancati. I reazionari sono sempre vestiti da moralisti. Avanti con i “distinguo” e i mille pensieri delle mille sinistre….intanto la gente comune e gli “intellettuali pensatori” trovano motivazioni sempre più “nobili e cult” finendo per legittimare e favorire l’arrivo della destra…; Auguri… In tanti sono ancora indecisi o lontani dalla politica e sono queste le persone a cui, in campagna elettorale, dobbiamo presentare le nostre idee per #FareMeglio in Lombardia. Ci siamo noi, il popolo del si, il popolo delle primarie. In questa campagna elettorale non dobbiamo lasciarci distrarre dalla propaganda, dobbiamo guardare in faccia la realtà. Abbiamo percorso tanta strada, siamo orgogliosi dei risultati ottenuti e coscienti che c’è ancora molto da fare. Abbiamo due soli avversari: la destra e il Movimento 5 stelle. E non ci fanno paura.

Celso Vassalini,
 Circolo PD Brescia Est

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Pensioni, nel 2018 alla pari uomini e donne. Fondinps, la pensione integrativa dell’Inps

Pon, 15/01/2018 - 15:27

Pensioni

NEL 2018 ALLA PARI DONNE E UOMINI

Solo pochi giorni dall’inizio del nuovo anno e le lavoratrici dipendenti del privato e quelle autonome hanno già subito un balzo in avanti dell’età pensionabile rispettivamente di un anno secco e di 5 mesi e, così, raggiungono la quota a regime di 66 anni e 7 mesi. Era l’ultimo scalino della riforma Fornero per arrivare alla piena equiparazione tra uomini e donne di tutti i comparti nelle regole di accesso alla pensione di vecchiaia. Una parificazione che prelude al successivo salto in alto per tutti che scatterà dal 2019, con l’aumento a 67 anni. E allora vale la pena di mettere in fila le novità e le conferme per districarsi nei requisiti previsti.

Pensione di vecchiaia. A distanza di sei anni dal varo della riforma del governo Monti si è raggiunti anche un’altra tappa nella vita di milioni di persone: la completa unificazione dell’età pensionabile per le diverse categorie di lavoratori. All’appello mancavano le lavoratrici dipendenti del settore privato, che negli ultimi due anni (2016 e 2017) potevano andare in pensione di vecchiaia a 65 anni e 7 mesi e le lavoratrici autonome (artigiane e commercianti) che potevano lasciare l’attività a 66 anni e un mese. Le dipendenti del pubblico impiego erano state equiparate agli uomini fin dal 2012. Dall’inizio di gennaio tutti a 66 anni e 7 mesi. Da quello successivo tutti con 5 mesi in più.

Pensione anticipata. Non cambiano, invece, i requisiti per la cosiddetta pensione anticipata, quella alla quale si può accedere a prescindere dall’età anagrafica, sulla base degli anni di contributi versati. Per questa formula, però, rimane la distinzione tra uomini e donne: i primi potranno lasciare il lavoro con 42 anni e 10 mesi di attività, le seconde con 41 anni e 10 mesi. Dal 2019 si aggiungeranno cinque mesi in più.

Assegno sociale. Sempre a partire dal primo gennaio è cambiato anche il limite di età richiesto per ottenere l’assegno sociale, che è quella prestazione assistenziale prevista al posto della pensione sociale per coloro che hanno bassi redditi e contributi zero o inadeguati per chiedere il pensionamento normale. Anche qui si è passati da 65 anni e 7 mesi a 66 anni e 7 mesi.

Lavori usuranti. Le regole generali presentano diverse deroghe. Quella più tradizionale riguarda coloro che svolgono mansioni usuranti o lavori notturni, come individuati nelle tabelle specifiche. Nel 2018 la pensione, per i lavoratori indicati, può essere conquistata con 61 anni e 7 mesi di età, 35

anni di contributi e il contestuale raggiungimento della quota 97,6 (come somma di età e contribuzione).

Ape Social per lavori gravosi (e non solo). Dal 2017 è possibile ottenere una sorta di pre-pensione assistenziale a partire dai 63 anni e 7 mesi per coloro che si trovano in condizioni di disagio (disoccupati, invalidi, con familiari disabili) o che svolgono attività considerate gravose (15 categorie).

Pensione per precoci. I lavoratori che si trovano nelle condizioni per ottenere l’Ape social o che sono impiegati in lavori usuranti possono agganciare direttamente la pensione anticipata con 41 anni di contributi se hanno lavorato per almeno dodici mesi durante la minore età.

Ape volontario. Il 2018 dovrebbe essere, infine, l’anno dell’Ape volontario: con la possibilità di lasciare il lavoro dai 63 anni e 7 mesi in avanti, chiedendo un prestito-ponte ventennale erogato mensilmente dall’Inps da rimborsare con rate sulla pensione maturata.

Fondo Inps

STOP ALLA PREVIDENZA INTEGRATIVA

L’Inps rinuncia alla previdenza integrativa e da quest’anno ha abrogato il fondo pensione cosiddetto residuale, FondInps, che dal 2007 accoglie il Tfr dei lavoratori «silenti»: i lavoratori, cioè, che hanno «tacitamente» destinato il trattamento di fine rapporto lavoro alla costruzione della pensione di scorta senza però scegliere il fondo pensione (opzione preferita, probabilmente, proprio perché si tratta di un fondo statale, in quanto gestito dall’Inps). Le posizioni contributive esistenti a FondInps verranno trasferite in un fondo pensione negoziale esistente, che sarà individuato con decreto ministeriale «tra quelli di maggiori dimensioni». Al fondo così individuato, inoltre, finiranno iscritti i futuri dipendenti «silenti». A stabilirlo è stato il ddl Bilancio 2018.

FondInps.

FondInps, come accennato, è il fondo pensione complementare istituito presso l’Inps, al fine di erogare una pensione integrativa (di scorta) a quella pubblica. Destinatari sono i lavoratori dipendenti che, entro sei mesi dalla data di prima assunzione, non esprimono alcuna volontà sulla destinazione del tfr maturando e che sono occupati presso aziende o presso settori che risultano sprovvisti di un fondo pensione collettivo (c.d. negoziale), un fondo individuato cioè da accordi o contratti collettivi, anche territoriali, o da accordo aziendale. Chi finisce iscritto a FondInps costruisce la pensione integrativa destinandovi esclusivamente il tfr e, liberamente, può decidere di versarvi anche contributi. Al 31 dicembre 2016 (ultimo bilancio disponibile), FondInps annovera 37.313 lavoratori dipendenti iscritti, riferibili a 3.341 aziende. Gestisce un patrimonio di 75 milioni di euro, investito tramite Unipol Assicurazioni spa in maggioranza in titoli di Stato (50 milioni di euro circa, quelli dello stato italiano).

Eliminato dal 2018.

La soppressione di FondInps, in particolare, è avvenuta da quest’anno, con decorrenza fissata da un apposito decreto (lavoro ed economia). La stessa decretazione, inoltre, stabilisce anche i criteri per individuare il fondo pensione sostitutivo di FondInps, tra quelli «negoziali di maggiori dimensioni sul piano patrimoniale» e con linee d’investimento «più prudenziali tali da garantire la restituzione del capitale e rendimenti comparabili al tasso di rivalutazione del tfr». Al fondo pensione sostitutivo finiranno iscritti tutti i futuri lavoratori «silenti», nonché le posizioni individuali già esistenti a FondiInps alla data di soppressione. Il trasferimento avverrà secondo modalità da stabilire sempre con lo stesso decreto. Il decreto verrà adottato dopo aver sentito le organizzazioni dei datori di lavoro e quelle dei lavoratori più rappresentative sul piano nazionale dei diversi comparti del settore privato.

lavoro

LUL UN ALTRO ANNO SABBATICO

Slitta al 1° gennaio 2019 (anziché 2018) l’obbligo della tenuta in modalità telematica, presso il ministero del lavoro, del Libro unico del lavoro (Lul). A fissare la proroga, con sollievo per aziende e consulenti, è il ddl Bilancio 2018, dopo che già il Milleproroghe del 2016 (il dl n. 244/2016) aveva spostato l’entrata in vigore dal 1° gennaio 2017 al 1° gennaio 2018.

Il Lul, si ricorda, ha la funzione di documentare lo stato effettivo di ogni singolo rapporto di lavoro e rappresenta per gli organi di vigilanza lo strumento attraverso il quale verificare lo stato occupazionale dell’impresa. Il datore di lavoro privato, a meno che non si tratti di datore di lavoro domestico, è tenuto a istituire e tenere il libro unico del lavoro, sul quale iscrivere i lavoratori subordinati (dipendenti), i collaboratori coordinati e continuativi e gli associati in partecipazione con apporto lavorativo.

La riforma Jobs act (art. 15 del dlgs n. 151/2015) ha stabilito che il Lul venga istituito e tenuto presso il ministero del lavoro, in modalità telematica, secondo modalità da fissare mediante un apposito decreto ministeriale. Dal 2015 a oggi, però, del decreto non c’è stata traccia. Il ddl Bilancio 2018 ha fissato la proroga dell’obbligo al 1° gennaio 2019.

Legge 104

COME FRUIRE DEI PERMESSI A ORE

Non tutti forse sanno che i permessi per la legge 104 possono essere fruiti anche a ore. A spiegare come usufruirne in modo frazionato è il portale di informazione giuridica Studio Cataldi che precisa come non sia prevista dalla legge 104, ma attraverso delle circolari dell’Inps che fanno chiarezza su come poterne disporre. A stabilire come sia possibile utilizzare i tre giorni al mese nel settore privato, dividendoli in permessi orari è la numero 15995/2007, si legge sullo Studio Cataldi, specificando che non si sarebbero potute superare le 18 ore mensili. In seguito con un altro messaggio, il numero 16866/2007 ha aggiunto che il limite orario di 18 ore vada riferito ai casi in cui l’orario di lavoro sia di 36 ore divise per 6 giorni. Per tutti gli altri casi va applicato questo algoritmo: orario di lavoro diviso numero di giorni lavorati settimanali per tre. Il risultato sono le ore di cui si può fruire in modo frazionato.

Nel settore pubblico, invece, spiega lo Studio Cataldi, è stata subordinata a un’esplicita previsione nel Ccnl di comparto. Anche in questo caso il tetto fissato è di 18 ore senza che venga concesso il diritto a godere del residuo nel mese successivo.

Carlo Pareto

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Calcio, cresce la passione in Svezia. Merito… dell’Italia

Pon, 15/01/2018 - 15:21

Il celebre (e drammatico) playoff per il Mondiale in cui siamo stati eliminati dalla nazionale del ct Jan Andersson ha avuto come conseguenza la rivoluzione federale azzurra, ma anche l’aumento dell’interesse verso il mondo del pallone nel paese scandinavo. Ne parliamo con Sandia Aventurera, blogger ed esperta di sport

svezia3ROMA – Sono passati due mesi esatti da quel tragico (sportivamente parlando) Italia-Svezia 0-0 a San Siro. Azzurri fuori dal Mondiale dopo 59 anni: l’addio in lacrime di Buffon, la resa di Ventura, le dimissioni polemiche di Tavecchio. Una successione di eventi inevitabili che sono le specchio di uno dei punti più bassi del nostro calcio.

EUFORIA SVEDESE – Dall’altra parte invece l’euforia della Svezia, nettamente sottovalutata prima dello spareggio per il pass in Russia. L’assenza di Zlatan Ibrahimovic aveva forse illuso tutti, quando invece la nazionale gialloblu poteva contare su giocatori di buonissimo livello. In Svezia il calcio è uno sport abbastanza seguito, non come altri (dominano le discipline invernali) ma dopo la qualificazione al Mondiale, come è ovvio che sia, c’è stato un boom mediatico. Ce ne dà conferma la collega di origini svedese Sandia Aventurera, blogger ed esperta di sport.

“SIAMO ORGOGLIOSI” – Questo il suo commento sul post Italia-Svezia nel paese scandinavo: “Una nazionale non fortissima come la nostra è riuscita a battere l’Italia: questo ha rappresentato in tutta la Nazione un grande motivo d’orgoglio. Noi amiamo l’Italia ma siamo davvero entusiasti e orgogliosi per quello che è successo nello spareggio”.

NON SOLO IBRA – Abbiamo detto di Zlatan Ibrahimovic, vera e propria leggenda del calcio svedese che però ha dato l’addio alla nazionale (salvo ripensamenti, soprattutto dopo la qualificazione al Mondiale 2018). Ma quali sono gli altri personaggi sportivi più famosi in Svezia? “La nuotatrice Sarah Fredrika Sjöström, la sciatrice Susanne Kalla e guardando al passato – aggiunge Sandia – Gunde Svan, ex campione di sci di fondo, Ingemar Stenmark, da molti considerato il migliore sciatore di tutti i tempi, ed ovviamente Björn Borg, indimenticato idolo nel mondo del tennis”. Ma siamo sicuri che, in misura minore, anche chi è sceso in campo nella doppia sfida contro gli azzurri a Stoccolma e Milano rimarrà nella mente di un’intera nazione. Ultima curiosità: quali sono gli sport più popolari in Svezia? “Hockey su ghiaccio e sci durante l’inverno, ma durante l’estate anche il calcio è molto seguito”. Troverete video, news e approfondimenti sul canale Youtube “Sandia Aventurera”.

Francesco Carci

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Spifferi di “guerra” tra Maroni e Salvini

Pon, 15/01/2018 - 12:09

salvini-maroniUna sottile “guerra interna” tra Matteo Salvini e Roberto Maroni è a stento contenuta, La mina minaccia la Lega e la compattezza del centro-destra. Basta aprire il sito internet della Lega Nord per capire qualcosa. Lo slogan per le elezioni politiche fissate tra due mesi è: “Il 4 marzo voto Lega. Salvini premier”.

Ebbene, l’auspicio della scalata a Palazzo Chigi rischia di diventare un incubo per Matteo Salvini, che pure la persegue con tenacia da anni. Il segretario del Carroccio non solo teme di non diventare presidente del Consiglio in caso di vittoria del centro-destra per l’ingombrante presenza di Silvio Berlusconi ma, in caso di un “pareggio elettorale” con i cinquestelle e con il centro-sinistra, ha anche paura di veder nascere un governo Berlusconi-Renzi-Maroni.

Salvini è entrato in fibrillazione quando Roberto Maroni ha annunciato di non volersi ricandidare per ragioni personali a presidente della regione Lombardia, ma di voler restare «a disposizione per il futuro» (il 4 marzo, oltre che per le politiche, si voterà anche per i nuovi governatori della Lombardia e del Lazio). La mossa a sorpresa dell’ex segretario, e cofondatore con Bossi della Lega Nord, ha spaventato Salvini. Così ha lanciato un velenoso e clamoroso avvertimento a Maroni: «Se lasci il tuo incarico in regione Lombardia, che vale molto di più di tanti ministeri, evidentemente in politica non puoi fare altro».

Il tam tam di Montecitorio subito ha tradotto le paure di Salvini: teme l’esistenza di un patto segreto per incoronare Maroni presidente del Consiglio o ministro di un governo di larghe intese con il Pd, se dalle urne non dovesse uscire una maggioranza omogenea vincente. Berlusconi ha negato e rassicurato Salvini: «Nessun accordo segreto con Maroni. Se motivi personali lo spingono a scegliere di non ricandidarsi in Lombardia è impensabile si possano ipotizzare per lui ruoli politici e tantomeno impegni di governo». Tuttavia il presidente di Forza Italia ha aggiunto una precisazione che pesa come una spada di Damocle sulla testa di Salvini: «Non faccio nomi ma ho in mente un super candidato premier».

Anche Maroni ha smentito ogni ipotesi di accordo segreto con l’ex presidente del Consiglio. Il governatore della Lombardia ha garantito: «Non ho chiesto e non chiedo nulla, non pretendo nulla, non mi candido a nulla, se non a una nuova vita». Certo, però, non ha nascosto la sua forte ostilità al M5S, corteggiato invece da tempo da Salvini senza successo per una eventuale intesa di governo. Maroni non è stato tenero: «Conosco le responsabilità di governo e ho solo una preoccupazione: che la possano assumere persone come Di Maio, che è una Raggi al cubo». Non solo. Ha rincarato: «Se va al governo lui l’Italia rischia di diventare come Spelacchio». Spelacchio è l’ironico soprannome affibbiato dai romani al povero abete issato a Roma dalla sindaca Virginia Raggi, l’albero arrivato addirittura già morto al Natale per l’incuria nel trasporto e nell’installazione a piazza Venezia. Quella di Maroni è una dura critica al M5S simile a quella di Berlusconi. Secondo il presidente di Forza Italia «i cinquestelle oggi sono un pericolo più grave dei comunisti nel ’94».

Salvini e Maroni, dunque, hanno due visioni contrapposte sui pentastellati. Se il centro-destra dovesse vincere le elezioni come è probabile (i sondaggi elettorali lo danno in testa con oltre il 35% dei voti) non ci sarebbero problemi, ma se il nuovo Parlamento non fosse in grado di esprimere una maggioranza politica omogenea, allora comincerebbero gravi problemi, potrebbe scoppiare una “guerra fratricida” tra leghisti. Segretario ed ex segretario del Carroccio rischierebbero di entrare in conflitto, la Lega potrebbe spaccarsi in due pezzi, perché l’ala populista propenderebbe per un accordo con il M5S di Di Maio mentre quella moderata guarderebbe ad un’intesa con Forza Italia e col centro-sinistra di Renzi.

Poi contano anche i rapporti personali. Maroni ha anche un antico e buon rapporto personale con Berlusconi. Il governatore della Lombardia è stato ministro dell’Interno e del Lavoro nei quattro esecutivi presieduti dal leader del centro-destra, e non voleva strappare l’alleanza neppure quando Umberto Bossi la ruppe alla fine del 1994, salvo poi tornare sui propri passi. Forse contano anche le affinità calcistiche e musicali. Maroni è un acceso tifoso del Milan, tanto che con una battuta si è proposto come presidente della squadra meneghina se l’ex Cavaliere ricomprasse il club venduto ai cinesi. Il presidente della giunta regionale lombarda è un appassionato di musica e suona con successo il sassofono, Berlusconi suona bene il pianoforte e canta discretamente, vantando un consistente repertorio di canzoni. In politica, sul Milan e in musica sembrano intendersi bene senza problemi.

Invece i rapporti tra il segretario e l’ex segretario della Lega vanno sempre peggio. Maroni ha accusato Salvini di trattarlo “con metodi stalinisti” e di averlo trasformato i “un bersaglio mediatico”.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

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Bankitalia, debito pubblico giù di quasi 15 miliardi

Pon, 15/01/2018 - 11:12

BancaItalia

Secondo i dati riportati nel supplemento statistico di Bankitalia pubblicato oggi, il debito pubblico è sceso. A novembre scorso, il debito delle amministrazioni pubbliche è stato pari a 2.275 miliardi, in diminuzione di 14,7 miliardi rispetto al mese precedente. Si tratta del livello più basso da aprile dell’anno scorso.

L’andamento riflette la riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro (20,2 miliardi, a 33,1; erano pari a 46,1 miliardi a novembre 2016) che ha più che compensato il fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (6 miliardi). L’effetto complessivo degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione del tasso di cambio ha contenuto il debito di 0,4 miliardi.

Con riferimento ai sottosettori il debito delle Amministrazioni centrali è diminuito di 15 miliardi, quello degli Enti di previdenza di 0,1 miliardi. Il debito delle Amministrazioni locali è invece aumentato di 0,5 miliardi.

A novembre le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 35,9 miliardi (2,1 miliardi in più rispetto a quelle rilevate nello stesso mese del 2016). Nei primi undici mesi del 2017 esse sono state pari a 374,9 miliardi, in aumento dell’1,8 per cento rispetto al corrispondente periodo del 2016.

I dati forniti da Bankitalia sono importanti per valutare la politica di bilancio dell’attuale Governo Gentiloni. Da quanto emerge ci sarebbero tutti gli elementi per esprimere complessivamente un giudizio positivo.

Tuttavia, una preoccupante situazione si prospetta dalla campagna elettorale già iniziata. Si tratta della ‘flat tax’ propagandata dalla coalizione di centro-destra capeggiata da Berlusconi.

Il ministro Carlo Padoan, ieri, durante la trasmissione in ½ ora di Lucia Annunziata ha spiegato: “La flat tax è il tipico prodotto da bacchetta magica perchè con l’introduzione sembra arrivi una semplificazione e l’abbattimento delle tasse, ma a chi la propone chiedo diteci dove trovate decine e decine di miliardi che servono. Capisco che dire flat tax suscita entusiasmo per chi pensa di votare in base a questa ma produce un effetto regressivo ben noto di beneficio ai ricchi ha aggiunto”.

Un altro pericolo per il Paese è rappresentato dal Movimento 5 Stelle che il ministro, che sarà candidato con il Pd, ha attaccato: “E’ un pericolo per la stabilità e la sostenibilità del paese, dovuto spesso a una grande incompetenza”.

Interrogato sulla coalizione Liberi e Uguali, Padoan ha affermato: “Su alcuni temi c’è molta comunanza di interessi”.

Per il ministro Padoan: “Nel 2018 l’Italia continuerà con una crescita più elevata di quella del 2017 perché ha preso un suo abbrivio strutturale, le imprese stanno investendo, il debito si è stabilizzato e inizierà a scendere in modo visibile, il sistema bancario è stato messo in sicurezza. Ma,  sarà così se ci saranno  le condizioni politiche. Il problema è la governabilità. La vera contrapposizione è oggi, in vista del voto, tra chi vuole smantellare tutto, dal Jobs Act alla legge Fornero, e chi vuole andare avanti per  quella strada perchè pensa che è la direzione giusta.  Mi auguro che tutto quello che è stato fatto in questi anni possa essere preservato e rafforzato, quello che ci chiedono dal resto del mondo ed è quello che chiedono i mercati”.

A dare ragione al ministro Padoan, c’è anche la crescita della produzione (+0.9% a novembre) e lo spread sulle emissioni dei Btp decennali ridotto ai minimi storici. La strategia sarebbe quella di ridurre il debito pubblico per poter ridurre gradualmente, nella fase successiva, la pressione fiscale. Per questi motivi, gli italiani dovrebbero dare nuovamente fiducia al gruppo politico che ha sostenuto l’attuale esecutivo. Verrebbero anche i benefici in termini occupazionali. La precarietà in atto della situazione congiunturale, non consente di poter fare scelte migliori per l’Italia.

Salvatore Rondello

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Martin Schultes Più Europa, ma tanta

Pon, 15/01/2018 - 10:47

Rileggo quanto scritto da Adriano Sofri qualche giorno fa sulla sua pagina facebook e da socialista la mia risposta è tutta qui.

Caro Adriano,
la tua proposta di fare squadra per garantire il superamento dello sbarramento al 3%, tra parti storicamente aggregabili attorno al centrosinistra, trova chi si è raggruppato sotto il nome INSIEME istintivamente favorevole. La scelta, infatti, di +Europa di aggravare sul minimo denominatore comune dell’ europeismo senza se e senza ma, non è affatto incompatibile. Noi evidentemente ci stiamo, figuriamoci: noi socialisti l’Europa politica, l’abbiamo voluta prima di tutti. Detto questo, passerebbe inevitabilmente per una discussione sul “+” in un”+Europa” sul quale convergere. E va benissimo, darebbe luogo al dibattito più politico oggi sul tavolo, specie quando non c’è più un solo partito che si dice contrario all’Euro. È inevitabile che il dibattito di fondo, quello che conta e che creerà la competizione politica, sarà sul ritorno politico da ottenere con un sostegno all’Euro e all’Europeismo dichiarato. Ammettiamo che non ci è ancora del tutto chiaro quale sia il “+” che gli amici di “+Europa” hanno in mente. Non può ridursi ad un “+” Europa che semplicemente equivale allo status quo di “-” Italia, o meno stato nazionale, al quale oggi è ridotto. Ma non vogliamo certo fare una gara di europeismo tra europeisti, al contrario. La discussione servirà e dovrà servire ad accordarci su un risultato da strappare in nome di un europeismo dichiarato che
è, e siamo d’accordo con gli amici di +Europa, l’unico modo di ottenere gli elementi mancati da Bruxelles, per una costruzione da compiersi del cantiere europeo. Noi socialisti siamo pronti a metterci in gioco, anche solo per poter litigare sulla sola questione che oggi conta politicamente.

Martin Schultes
Membro della Federazione PSI di Bruxelles

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Iran: sospese condanne a morte, in migliaia sperano

Ned, 14/01/2018 - 19:03

Mideast Iran Forgiven KillerLa vita di oltre 5mila prigionieri nei bracci della morte in Iran potrebbe essere risparmiata grazie all’entrata in vigore di una nuova legge che abolisce la pena capitale per alcuni reati legati al traffico di droga. Il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Isna, ha annunciato il riesame di tutti i processi  in cui gli imputati sono stati condannati a morte per “reati di droga” e il blocco, allo stesso tempo, delle esecuzioni programmate.

Le nuove disposizioni stabiliscono che la condanna a morte per reati di droga scatti solo in caso di possesso di oltre due chili di cocaina, rispetto ai 30 grammi previsti della precedente versione, e di 50 kg. di oppio e marijuana. I nuovi limiti non riguardano le organizzazione dedite al traffico di stupefacenti, gli spacciatori armati e i criminali recidivi. Dovrebbero inoltre agire retroattivamente salvando così la vita a migliaia di prigionieri. Secondo l’agenzia Mizanonline, organo che fa capo alla magistratura locale, il capo della magistratura, l’ayatollah Sadegh Larijani, avrebbe chiesto martedì scorso ai funzionari governativi di sospendere le esecuzioni dei condannati a morte interessati dal provvedimento, riconsiderando i loro casi e commutando eventualmente le loro pene a 25-30 anni di carcere, come prevede la nuova legge.

L’Iran ha intrapreso una dura battaglia contro traffico e consumo di droghe che ha portato a migliaia di arresti ed esecuzioni, facendo salire l’Iran al secondo posto nella lista dei “Paesi boia”, seconda solo alla Cina: oltre 567 le persone messe a morte nel 2016, in gran parte per reati di droga.

Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce di Iran Human Rights, ha spiegato alla BBC che “se attuato correttamente, questo cambiamento nella legge rappresenterà uno dei più significativi passi verso la riduzione nell’uso della pena di morte in tutto il mondo”. Ha anche riferito che dal mese di novembre, quando la legge è stata firmata dal presidente Rouhani, “nessun condannato per tali reati è stato messo a morte, secondo le informazioni in nostro possesso”.

Secondo il Comitato giudiziario del Parlamento iraniano, oltre 5mila prigionieri detenuti nei bracci della morte potrebbero beneficiare della nuova legislazione, la maggior parte dei quali sono di età tra i 20 e i 30 anni.

Nonostante le nuove misure, sono state oltre 400 le esecuzioni nei primi 11 mesi del 2017, tra cui almeno quattro minorenni al momento del reato. A nulla sono valsi i ripetuti richiami delle Nazioni Unite e poco interessa il rispetto dei Trattati internazionali: l’Iran continua condannare e a mettere a morte minorenni e in almeno 48 si troverebbero oggi nei bracci della morte, secondo Amnesty International.

Massimo Persotti

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“L’Ultimo Harem”. Magia e suggestione al Teatro di Rifredi

Sob, 13/01/2018 - 15:22

ULTIMO HAREMRoma, 13 gennaio 2017 – Ambientato nella Turchia del 1909, “L’Ultimo Harem” racconta di una seducente favorita circassa che – alla vigilia della chiusura degli harem – attende l’incerta visita del sultano, ingannando l’attesa con il racconto di storie fantastiche. Quasi cent’anni dopo, una dimessa casalinga sogna improbabili fughe dalla prigione del suo indecifrabile malessere quotidiano. Ospitata dal Teatro di Rifredi di Firenze, la pièce teatrale di Angelo Savelli – con Serra Yilmaz, Valentina Chico e Riccardo Naldini – sarà in scena fino al 21 gennaio. 

LA TRAMA – Partendo da una novella de “Le mille e una notte” – oltre che da alcuni brani della scrittrice turca Nazli Eray e della marocchina Fatema Mernissi – Angelo Savelli ha costruito un viaggio nell’immaginario femminile, un percorso alla scoperta della donna come custode dell’oralità che – reclusa nelle mura domestiche – tesse con le sue parole un affascinante arazzo multicolore, in cui uomini e donne restano incastrati con le loro eterne contraddizioni. valentina chicoDopo 12 anni, lo spettacolo continua a riscuotere successo fra il pubblico che si ritrova accomodato in palcoscenico – intorno alla scena di un lussuoso harem-hammam – seduto su tappeti e cuscini, a pochi metri dagli attori, immerso in un’atmosfera sensuale fatta di profumi, vapori, musiche che provengono da paesi lontani, per poi essere catapultato in una contemporaneità impregnata di ironia e di inquietanti rimandi al passato. CHICO: FASCINO TRASCINANTE – Lo spettacolo contiene alcuni “elementi di innegabile fascino che trascinano ogni anno tanto pubblico in sala” racconta la protagonista, Valentina Chico (foto in alto): primo fra tutti la presenza carismatica di Serra Yilmaz, attrice intrigante e unica nel suo genere; poi l’impatto della scelta scenografica, col pubblico sul palcoscenico disposto intorno ad una pedana a un metro dagli attori, tra musiche, profumi e costumi da favola” prosegue l’attrice. “Infine, il tentativo coraggioso del regista e autore Angelo Savelli di affiancare un testo come quello de “Le Mille e una notte” con i racconti inediti di Nasli Eray, scrittrice turca contemporanea» conclude l’artista romana. Silvia Sequi 
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Grilletta Berti

Sob, 13/01/2018 - 15:12

Orietta é reggiana come me. Anzi, rispetto a me, che sono reggiano di città, lei é una provinciale, essendo nata a Cavriago. Sì, nella rossa Cavriago, quella che mantiene in piazza il busto di Lenin. Lì, fino a qualche tempo fa, il Pci aveva così tanti voti che poteva eleggere non solo la maggioranza, ma anche l’opposizione. Oggi però non fa più alcun scalpore che una coariaghina se ne esca con un endorsement per i Cinque stelle. La motivazione é quel che é, d’altronde la Berti é più lontana dagli intellettuali di quanto non sia io dalla pratica delle arti marziali. L’interprete sofferta di canzoni del calibro di “Io, tu e le rose”, oppure “Tipitipitì”, avrebbe potuto portare qualche argomento in più per la sua scelta politica di quel che non é la sola sua amicizia con Grillo. Era amica anche di Iva Zanicchi, reggiana di montagna e aquila di Ligonchio. L’avrà votata quando Forza Italia la presentò alle Europee? Pare che per antagonismo con lei (entrambe si affermarono nel 1965, Orietta con “Tu sei quello” e Iva con “Come ti vorrei”) abbia scelto altri candidati. Gino Paoli col Pci e Mimmo Modugno con la lista Pannella furono candidati ed eletti alla Camera nel 1987. Chissà che ragionamenti, uso questo improbabile attributo, avrà fatto la Berti, anzi la Galimberti, questo il suo vero cognome. Eppure lei stessa ha interpretato due canzoni dal titolo inequivocabile: “Non illuderti mai” e “Fin che la barca va”. Oggi dovrebbe cambiarli in “Illusione, dolce illusione sei tu” (ma esiste già) e “Titanic” (anche). Visto che Berlusconi ha annunciato che se le elezioni le vincerà il partito della Berti allora andrà in Russia, Silvio si ricordi prima di passare dal paese di Orietta e di portare al suo amico Putin il bronzo del rivoluzionario russo. Tu sei quello, anzi lui é (proprio) quello…

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DUELLO A SINISTRA

Pet, 12/01/2018 - 18:20

Palazzo_Montecitorio_Rom_2009

Partiti alle prese con programmi e liste in questo fine settimana che vede i fari puntati non solo sulle elezioni politiche ma anche sui possibili accordi, nel centrosinistra, alle regionali di Lazio e Lombardia. L’attenzione è puntata su il Pd e su Liberi e Uguali che correranno in competizione nella gara nazionale ma che potrebbero trovare un’intesa sul candidato alla presidenza del Lazio, Nicola Zingaretti mentre più difficile sembra giungere ad un comune punto di caduta su Giorgio Gori in Lombardia. “Se fossi lombardo voterei Gori, se fossi laziale voterei Zingaretti”, ha detto il segretario del Pd Matteo Renzi a Radio Anch’io “Il fatto che andiamo divisi alle elezioni è già una risposta”, ha sottolineato, quindi, a proposito dei rapporti con i ‘fuoriusciti’ demopro, Sinistra italiana e Possibile. “Sul nazionale non c’è accordo, credo che se in Lombardia e Lazio si arrivi all’accordo sia un fatto positivo, ma se mi chiede se io sia in grado di decidere, di influenzare” che cosa farà Leu, la risposta è “come posso mettere bocca io su un partito che non è il mio e non mi ama?”. La campagna elettorale del Pd, ha spiegato, non sarà portata avanti con effetti speciali ma sui risultati. Questo fa la differenza, ha aggiunto, attaccando la proposta del centrodestra di introdurre una flat tax: quella proposta “da Brunetta al 15% costa “95 miliardi, dove li troviamo i soldi?”, ha detto ed ha evocato il ritorno, con le promesse, dello spread: “Promettendo mari e monti arriva Mario Monti”. “Ridicolo. L’ex premier spara numeri a casaccio e senza una neppur minima conoscenza dell’argomento al quale goffamente si affianca”, è l’affondo che gli rivolge a stretto giro di posta il capogruppo di Forza Italia.

Intanto, a sinistra chiude a possibili alleanze con i 5 Stelle Laura Boldrini, presidente della Camera: “Non credo che ci siano punti di congiunzione”, non è “un partito progressista e di sinistra. Quando Di Maio dice: facciamo un governo con chi ci sta sbanda, destra e sinistra non sono intercambiabili”, osserva.

L’accordo nelle due regioni per il segretario del Psi Riccardo Nencini, è assolutamente da fare. Un accordo a sinistra in Lombardia sarebbe “assolutamente” da fare, “come lo farei nel Lazio, come lo farei Friuli, come lo farei in Molise”. “Il punto – ha aggiunto Nencini – è avere non solo ideali comuni, ma una piattaforma programmatica comune per governare una regione”. La domanda da farsi, per Nencini, “è se questa volta poi alla fine si riconsegna la Lombardia o altre regioni a chi ha un progetto alternativo e conflittuale con il tuo”, tanto più ora che in Lombardia il centrosinistra sarebbe “assolutamente” competitivo “con la fuoriuscita di Maroni, che non so quanto sia fuoriuscita di natura familiare”. Nencini si è soffermato anche sulle grandi intese. “Questa – ha detto – è una coalizione che gioca per vincere la partita piena, e penso che potrebbero bastare anche 90 minuti senza supplementari”. “Io Salvini ministro degli Interni proverei ad evitarlo, se poi agli italiani piace Salvini ministro degli Interni e quant’altro se lo votino”, ha aggiunto a margine di un incontro sulle infrastrutture a Firenze, dicendo di considerare “nettamente” più pericoloso il centrodestra del M5s. In generale, pensando anche alle prossime regionali, Nencini ha sottolineato che “problema atavico e purtroppo spesso frequente in Italia è il rancore: il tuo nemico non è il blocco di partiti o di forze che si oppongono a te e che hanno un progetto alternativo di governo, di una regione, di una città o di uno stato, ma quello che in genere ti è più vicino”. Dunque, per il leader del Psi, si rischierebbe “un duello a sinistra spesso letale, se non mortale, che perlomeno nelle regioni che vanno al voto, Lombardia e Lazio le due più importanti, spero che non possa ripetersi”.

In campagna elettorale è sceso anche il leader di Leu Pietro Grasso, presidente del Senato “ottimista” su un accordo con il Pd per le Regionali ma sarà la base del partito a decidere nelle assemblee che si riuniranno oggi.

Redazione Avanti!

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Scrive Luciano Masolini: Nenni e il Nuovo Avanti!

Pet, 12/01/2018 - 17:31

Nel 1942 Pietro Nenni, che in quello stesso anno si trovava ancora esule in Francia (ma non più come vedremo a Parigi, il luogo dove già dalla fine di novembre del 1926 aveva trovato riparo), appuntò in un taccuino – proprio in data 12 gennaio – questa sua memoria: “Ho ripreso la stampa di un bollettino clandestino cui do il nome di Nuovo Avanti!. Mi aiuta giuliana – la figlia primogenita di Nenni, nda – a poligrafarlo e Carmen – Carmen Emiliani, la moglie del leader romagnolo, nda – a spedirlo, parte da Perpignano, parte dai paesi vicini. Anche alcuni amici francesi mi danno una mano ma di mala voglia. Hanno l’aria di dire: “Chi te lo fa fare?”. Non solo la coscienza del dovere a farmelo fare, ma la vergogna che avrei di me a stare con le mani in mano”. E’infatti nella zona di Perpignan, più precisamente a Palalda che ritornò a farsi sentire la voce dei socialisti. Costretto a lasciare la capitale francese, in quanto nuovamente braccato, Nenni giunse in quel paese dei Pirenei nel giugno del 1940. Qui, in condizioni economiche alquanto disagiate, ma con la sua solita prorompente passione – che tanto arrichì il miglior socialismo di allora -, il nostro indimenticabile compagno ricominciò a redigere lo storico foglio dei socialisti. Ne uscirono però solo sei numeri. Di questi, a quanto pare, è rimasto purtroppo ben poco. Quanto ho presentato è parte di uno tra i numerosissimi episodi (meno ricordati) componente la lunga storia dell’Avanti!, il quale in quel convulso momento uscì in veste ridotta e tutta interamente ciclostilata. Una sporadica edizione, apparsa ancora una volta in terra straniera, ormai divenuta davvero molto rara.

Luciano Masolini

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Tempesta di polemiche su Trump dopo i nuovi insulti

Pet, 12/01/2018 - 17:24

onuTempesta di polemiche dopo i nuovi insulti di Donald Trump ai migranti “che vengono da posti di m…”. L’Onu, penalizzata in dicembre da un congelamento nel trasferimento di fondi Usa per 285 milioni di dollari, definisce “scandalosi” e “vergognosi” gli insulti ad Haiti e ai Paesi africani. “Se è confermato, sono commenti scioccanti e vergognosi dal Presidente degli Stati Uniti. Scusa, ma non c’è altra parola che il ‘razzista’”, ha detto il portavoce dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite Rupert Colville in una conferenza stampa a Ginevra.

Lo scoop è del il Washington Post che ha citato testimonianze di partecipanti, alla Casa Bianca, di un incontro del presidente Usa con alcuni parlamentari. Trump si sarebbe riferito a Paesi africani e a Haiti aggiungendo che invece vorrebbe veder arrivare più gente dalla Norvegia, di cui aveva appena incontrato il premier. The Donald non è nuovo a questo tipo di esternazioni rivolte soprattutto contro immigrati e rifugiati non-bianchi.

È il quotidiano della capitale a mettere in fila i commenti razzisti collezionati dall’inquilino della Casa Bianca, aprendo con l’oramai celebre anatema rivolto ai messicani in occasione dell’inaugurazione della sua campagna elettorale nel 2016. “Non sono nostri amici – disse – portano droghe e crimine. Sono stupratori”. Opinioni dure quelle relative ai rifugiati siriani, definiti uomini forti e giovani che potrebbero avere legami con l’Isis. Nel mirino di Trump è finito ugualmente il Diversity Visa Program, ovvero la “lotteria” che ogni anno mette in palio circa 50mila visti: “Ci mandano la gente peggiore, il peggio del peggio”.

Secondo il New York Times, smentito dalla Casa Bianca, in un meeting il presidente avrebbe poi sostenuto che tutti gli immigrati haitiani ultimamente entrati in Usa, avrebbero l’Aids. Alla berlina anche i Nigeriani, che “non torneranno mai alle loro capanne” in Africa. Immediate le prese di distanza bipartisan al Congresso degli Stati Uniti per le parole usate da Donald Trump, che nelle ricostruzioni di un quotidiano avrebbe definito Haiti e l’Africa “posti di m….”.

Democratici e Repubblicani all’unisono hanno condannato le frasi “razziste e divisive” del Presidente degli Stati Uniti. “Commenti come questi sono inaccettabili, divisive, elitarie e contrarie ai valori della nostra nazione”, ha fatto sapere in un comunicato Mia Love, la prima donna afroamericana eletta al Campidoglio nelle file del partito repubblicano, e la cui famiglia fuggì da Haiti nel 1973. La donna adesso chiede le scuse formali del Presidente. Sempre all’interno del partito repubblicano, il senatore dell’Oklahoma, James Lankford, e il governatore dell’Ohio, John Kasich, hanno espresso il loro profondo dissenso. “Gli Usa sono stati costruiti dagli immigrati da tutte le parti del mondo”, ha detot quest’ultimo, già aspirante candidato alla presidenza per il Gop lo scorso anno, “è una storia che dobbiamo rispettare ed onorare”.

Dura condanna quella del presidente del Caucus Ispanico del Congresso,la democratica Michelle Lujan Grisham, che parla di dichiarazioni “vili” destinate a “incidere sulla fibra morale del paese e del popolo degli Stati Uniti”.

Le dichiarazioni di Trump sulla migrazione e sui Paesi Africani sono state definite “indecorose” da Guglielmo Micucci Direttore di Amref Italia componente della rete Amref, più grande organizzazione che si occupa di salute in Africa. “Il riferimento era ai profughi provenienti da Haiti, El Salvador e da alcuni Paesi africani. Non solo indecoroso ma, nel definire anche chi è più degno di poter entrare in America, tra un Paese e l’altro – vedi il richiamo alla Norvegia – anche razzista. Noi, di Paesi africani, ci occupiamo dal 1957. Noi siamo africani e quelle dichiarazioni ci offendono e ci preoccupano, sia per gli scenari che hanno a che fare con la migrazione, che per quanto riguarda l’aiuto allo sviluppo di un attore importante come gli Stati Uniti. Nel dramma di queste dichiarazioni uno dei commenti – nel nostro stile sarcastico – che ci viene, ha a che fare con la realtà: noi di cessi ci occupiamo tutti i giorni”. “Siccome conosciamo molti Paesi africani, siccome da sempre ci adoperiamo per la crescita delle comunità africane – ha concluso – ci auguriamo che arrivino delle scuse, e soprattutto che possano corrispondere a un sincero ravvedimento”.

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Solidarietà del Psi al docente aggredito alla scuola di Avola

Pet, 12/01/2018 - 16:43

Il PSI esprime solidarietà nei confronti del docente della scuola Vittorini di Avola che il 9 gennaio è stato preso a calci e pugni dai genitori di un alunno, davanti agli studenti.
Purtroppo non si tratta di un episodio isolato, sempre più spesso infatti, avvenimenti di questo genere si ripetono nelle nostre scuole.
È il segnale evidente di un distacco tra cittadini ed Istituzione scolastica. Un distacco provocato non dalla professionalità dei docenti e del personale scolastico ma dalle scellerate scelte politiche di molti tra i governi che si sono susseguiti nell’ultimo ventennio.
Il PSI si è sempre impegnato per la tutela della scuola pubblica e continuerà a farlo nella consapevolezza di come l’istruzione statale sia il vero motore di quell’ascensore sociale che da anni ormai, in Italia, è bloccata al piano terra.
Restituire dignità alla scuola pubblica è di vitale importanza se si vuole tornare a ristabilire quei principi di giustizia sociale che troppi e da troppo tempo sembrano ignorare.
È necessario che si aumentino le risorse economiche ed umane da destinare all’istruzione pubblica, è necessario si svincoli il personale docente dall’inutile carico burocratico che ne limita il lavoro e che mortifica la professionalità. È soprattutto necessario far sì che l’Istituzione scolastica smetta di porsi al servizio del saper fare e torni ad essere luogo di conoscenza e di elaborazione didattica.

Luca Fantò
Referente nazionale PSI scuola

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Arriva “Don Matteo 11”, cambi, sorprese e il solito Terence Hill

Pet, 12/01/2018 - 16:37

don-matteo-castAl via l’undicesima stagione di “Don Matteo” (in onda su Rai Uno da ieri, giovedì 11 gennaio, stesso numero per il giorno di trasmissione e quello della serie). Come sempre la fiction si svolge in puntate di due episodi, ciascuno con un titolo. E, se i nomi dati ai singoli episodi appunto sono sempre significativi giustamente, volendo trovarne uno che riassuma questa puntata d’esordio, potrebbe essere: “Cambio!”. L’inizio con cui parte “Don Matteo 11” è scoppiettante; molti cambi di scena e stravolgimenti nella caserma dei Carabinieri, dove ne ritroviamo l’icona per eccellenza: il maresciallo Cecchini (Nino Frassica). Non solo il capitano Tommasi (Simone Montedoro) non c’è più perché si è trasferito a Roma con la figlia e Lia (Nadir Caselli). Così, al suo posto, arriva una donna a comando della caserma: Anna Olivieri (Maria Chiara Giannetta); ma si dice capitana o capitano anche per lei? –si chiede un Cecchini stordito da questa novità-. Donna che ricerca l’ordine mentale innanzitutto all’interno della sua caserma. Rigida e fiscale, è il contrario di Tommasi: quanto è “fredda” apparentemente con i suoi “uomini” (tutti maschi che le puntano gli occhi addosso e le fanno sentire la pressione e il giudizio su di lei), quanto è romantica con il fidanzato e collega Giovanni, che bacia con tenerezza e senza pudore o inibizione in pubblico davanti a tutti.

Ma rischiamo di avere anche un sostituto di Don Matteo stesso: infatti Giovanni, che lei vuole sposare (da qui il titolo del secondo episodio: “Prove da un matrimonio”), le confesserà che, invece, desidera farsi prete perché qualche mese prima ha ucciso uno stalker e i sensi di colpa lo divorano. E così la nuova capitana finirà proprio per trasferirsi nell’appartamento che fu del capitano Tommasi. E il titolo dato al primo episodio è proprio “L’errore più bello”; ovvero, se non è un errore assolutamente il ritorno di “Don Matteo 11”, tuttavia (metaforicamente) vi sono degli incidenti di percorso che sembrano degli sbagli, ma che invece si trasformeranno in eventi fortunati e positivi. Il maresciallo Cecchini ne combinerà come al suo solito delle belle, con incomprensioni comiche: crede che vogliono trasferirlo e ha gli incubi, invece vediamo (nelle anticipazioni sulle prossime puntate), che finirà persino al posto della capitana. Don Matteo, poi, è sempre lo stesso: ha la passione per le indagini e diffonde la religione a modo suo. “La donna è nata dalla costola dell’uomo, Dio la creò dal fianco per essere sempre accanto all’uomo (vicino) e mai né sopra né sotto, ma alla pari dell’uomo stesso; dal lato del cuore, per essere amata”, spiega all’amico Cecchini. Quando la capitana gli fa notare che è sempre nel posto giusto al momento giusto – per una fortuita coincidenza quanto mai strana e curiosa- dice che lui la definirebbe solamente merito della “Provvidenza”. Dunque, se si respira aria di cambiamento nella fiction (e l’undicesima serie potrebbe essere proprio il risultato di 11 come l’equivalente di 10 e lode per come è strutturata), per il prete-investigatore quello che non deve mai cambiare né mutare è l’approccio alla nostra esistenza nella vita di tutti i giorni: “come dice e insegna Papa Francesco – fa notare Don Matteo – i precetti devono guidare le nostre azioni quotidiane, ma sono quest’ultime su cui dover fondare i nostri precetti stessi”, con un approccio francescano appunto all’azione volontaria e solidale comunitaria perenne e costante. Una formula che dà ragione alla serie, che fa il boom di ascolti: 8.258.000 spettatori e il 30,5% di share per il primo episodio, 7.083.000 spettatori e il 32,6% per il secondo.

Non mancano le sorprese: nelle prossime puntate compariranno (con una partecipazione straordinaria curiosa) Carlo Conti e persino Romina Carrisi Power (proprio la figlia di Al Bano e Romina), ma nel cast rinnovato (e ancor più numeroso) abbiamo la presenza di molti attori noti al pubblico che -di recente- stanno scrivendo la storia della moderna fiction italiana. A partire dalla stessa Maria Chiara Giannetta (che in “Che Dio ci aiuti 4” ha interpretato Asia). Facciamo degli altri esempi. Innanzitutto il suo fidanzato Giovanni (Cristiano Caccamo, che abbiamo visto sia ne “Il Paradiso delle signore” che sempre in “Che Dio ci aiuti 4”). Poi Maurizio Lastrico: ovvero il magistrato Marco Nardi in “Don Matteo 11” e l’Elia di “Tutto può succedere 2”, che nutre un particolare interesse per la capitana Olivieri. Poi Federico Russo, qui il giovane adolescente Seba, che abbiamo imparato a conoscere grazie a “I Cesaroni”, dove era Mimmo, ma anche alla recente serie tv -con Giuseppe Zeno e Vanessa Incontrada – “Scomparsa”, in cui vestiva i panni di Luca Rebeggiani. E ancora Lorena Cacciatore (che abbiamo visto tra l’altro nella fiction “Sirene” di poco tempo fa).

Tanti nuovi personaggi, di cui uno importante è il nuovo ospite della canonica di Don Matteo: la sedicenne Sofia (Mariasole Pollio), accusata di aver ucciso il suo tutore; è lei l’errore più bello – come confessa l’uomo in punto di morte -. Porterà molto scompiglio, innamorandosi di Seba, che però ha solo occhi per un’altra ragazza attaccata ad un respiratore artificiale. Viceversa ad animare l’attività della caserma è il caso della morte di una giovane, i cui genitori sono accusati di aver ucciso il suo carnefice (il padre è inpersonificato da Luigi Di Fiore, il Fausto Iseo di “Scomparsa”): “dimenticare non si può e non è giusto” è la loro regola. In realtà -fa notare loro Don Matteo- “c’è solo una morte che dà la vita: quella di Cristo; le altre morti, nate da uccisione per vendetta, sono solo un sollievo passeggero al dolore”: è la forza di chi parla di Dio anche a chi non ci crede. “A volte le cose non sono come sembrano” e se i due sembravano accusarsi a vicenda della morte della figlia, in realtà erano complici per vendicarsi di chi aveva ucciso la loro figlia.

Tra gli altri protagonisti subentrati nella fiction, abbiamo: Chiara Olivieri (Teresa Romagnoli), la ventisettenne sorella della Capitana, da un carattere completamente diverso; dirà alla sorella, non appena ha deciso di voler sposare Giovanni, “per una volta fagli fare l’uomo e non prendere sempre tu l’iniziativa per prima”. Rita Trevi (Giulia Fiume), la madre naturale di Sofia anche se non vuole rivelarglielo (ad aiutarla Don Matteo, che la sprona a confessarle la verità). Romeo Zappavigna (Domenico Pinelli), ventiquattro anni è il nuovo appuntato della caserma.

Barbara Conti

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L’Inflazione al 2% come panacea di tutti i mali

Pet, 12/01/2018 - 15:55

fed yellenIl presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, e la presidente della Federal Reserve americana, Janet Yellen, nelle loro brevissime dichiarazioni prenatalizie hanno fatto a gara a parlare dell’inflazione che non c’è. Per loro una vera e propria ossessione.
A nostro avviso è la dimostrazione della mancanza di una corretta valutazione della situazione economica e finanziaria nazionale e internazionale e dell’assenza di un virtuoso piano di rilancio economico che punti allo sviluppo e non solo alla crescita.
La parola “inflazione” è stata ripetuta da entrambi ben 15 volte in un testo di 2 paginette. Yellen però batte Draghi 4 a 3 nella citazione del 2% di inflazione quale obiettivo da raggiungere per avere un’economia ben funzionante. Dal 2010 il target del 2% è diventato un mantra ossessivamente ripetuto in tutte le salse.
Nell’immaginazione di alcuni economisti di recente grido, il 2% d’inflazione sarebbe sinonimo di un’economia in movimento, dove aumentano gli investimenti, i consumi, i redditi delle famiglie e, dulcis in fundo, farebbe diminuire anche il debito pubblico che si svaluterebbe di anno in anno in rapporto ad un Pil inflazionato.
Questa teoria è stata totalmente sposata dalle banche centrali che, come è noto, da anni si danno da fare per far ripartire l’inflazione. Alcuni, per abbattere il debito pubblico, la vorrebbero al 4-6% annuo. Ci si scorda evidentemente che in un passato recente molti governi e molte famiglie in vari Paesi hanno lottato contro l’iperinflazione del 15-20%.
L’inflazione è una bestia selvaggia, innocua se ne parla soltanto, ma terribile e incontrollabile se si muove e comincia a galoppare.
Certo, anche la deflazione che abbiamo avuto per alcuni anni dopo la Grande Crisi è un “animale” non meno pericoloso. Essa avviene quando l’economia si avvita su se stessa, con una diminuzione dei prezzi dovuta in gran parte alla riduzione dei consumi e dei bilanci pubblici, al crollo dei commerci internazionali e di conseguenza anche delle produzioni e dell’occupazione.
La deflazione genera un immobilismo progressivo in cui tutti gli attori economici sono indotti a posticipare le decisioni d’investimento o di acquisto nella prospettiva che i prezzi possano scendere ancora. E’ un processo che porta direttamente alla recessione.
L’obiettivo “inflazione al 2%” è il “fratello gemello” della politica monetaria espansiva del Quantitative easing di creazione di grande liquidità da parte delle banche centrali per acquistare titoli di stato e, soprattutto, i titoli cosiddetti asset-backed-security (abs) in possesso delle grandi banche, che spesso sono di carattere speculativo e di bassa affidabilità.
Il programma avrebbe dovuto spingere il sistema bancario a concedere più crediti alle imprese e alle famiglie che così avrebbero creato più investimenti, più ricchezza, più consumi e, quindi, anche generato la desiderata inflazione del 2%.
Gli anni passati di bassa inflazione hanno anche comportato tassi d’interesse molto bassi, vicini allo zero, che, secondo la teoria, avrebbero dovuto agevolare nuovi crediti per nuovi investimenti.
Così non è stato. Si è trattato di due automatismi che non hanno funzionato. L’unico parametro che, invece, è veramente cresciuto è stato quello concernente i debiti pubblici e quelli delle imprese. L’altro parametro negativo è stato quello dei salari bassi e della precarietà.
Evidentemente le banche centrali, soltanto con la politica monetaria e finanziaria, non riescono a influenzare gli andamenti macroeconomici, come ad esempio i prezzi del petrolio e delle altre materie prime. In verità secondo noi, non sono state nemmeno capaci di orientare i comportamenti del sistema bancario e della finanza.
Alla fine s’intuisce che il cosiddetto “inflation targetting” più che una teoria economica è una politica dell’informazione. Da qualche tempo le banche centrali hanno fatto della loro comunicazione l’asse portante delle scelte economiche e monetarie, ritenendo che l’annuncio di alcuni paletti e degli obiettivi delle loro politiche fosse sufficiente a determinare comportamenti virtuosi nel complesso mondo bancario e finanziario.
E’ arrivato il momento di ritornare ai sani principi dello sviluppo economico. Se l’economia privata stenta a muoversi, lo Stato deve iniziare a investire in settori, come le infrastrutture, la modernizzazione tecnologica e altri, che possono trainare l’intera economia. Spesso lo ha fatto l’America industriale e capitalista. Negli anni trenta dello scorso secolo con il New Deal lo fece il presidente Franklin D. Roosevelt. Quindi, se il sistema bancario privato non fa rifluire sui mercati i soldi offerti gratuitamente dalle banche centrali, occorre creare nuovi canali di credito.
A proposito, in Europa che fine hanno fatto i project bond che la Commissione europea aveva proposto qualche anno fa? Si trattava di finanza produttiva e non speculativa che avrebbe dato un grande stimolo alla realizzazione delle nuove infrastrutture e alla modernizzazione del sistema produttivo, creando sicuramente nuovo reddito e una qualificata occupazione, soprattutto per tanti giovani lasciati allo sbando fuori dal mercato del lavoro.
Non vorremmo che nel nostro Paese il recente aumento delle bollette energetiche e delle tariffe autostradali, non certo giustificabili, fosse funzionale al fantomatico obiettivo dell’inflazione al 2%.

Mario Lettieri (già sottosegretario all’Economia) e  Paolo Raimondi (Economista)

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Alitalia verso la cessione e la lente dell’Ue

Pet, 12/01/2018 - 15:43

alitalia 2Con le ultime novità sulla cessione di Alitalia, si profila un’ipotesi di offerta già delineata nel 2008. Come dieci anni fa, AirFrance e Lufthansa si ritrovano a confrontarsi per l’acquisizione dell’Alitalia. Secondo alcune indiscrezioni, AirFrance-Klm sarebbe pronta a scendere in campo per acquisizione del vettore italiano, in collegamento con EasyJet, che avrebbe abbandonato la cordata con il fondo statunitense Cerberus. Questa nuova opzione avrebbe il vantaggio di far entrare in gioco anche la compagnia statunitese Delta, che insieme ad AirFrance e Alitalia si ritrova nell’alleanza SkyTeam. Nessun commento a tali indiscrezioni sia da parte di AirFrance-Klm che di EasyJet.
Lufthansa sta scaldando i motori. In una lettera inviata al ministro per lo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, ha confermato il suo interesse per un’Alitalia ristrutturata. I tedeschi, per sedersi al tavolo delle trattative vorrebbero un impegno dei commissari straordinari a realizzare, prima della vendita, una sostanziale ristrutturazione della compagnia. Lufthansa, secondo indiscrezioni che circolano da tempo, ma mai confermate, sarebbe pronta ad investire tra i 300 e i 500 milioni di euro, a fronte di tagli per circa 2mila dipendenti sugli 8.400 della parte aviation. La prossima settimana ci sarà un nuovo incontro e in quella sede i dirigenti tedeschi vorranno già avere un impegno formale in tal senso.
I sindacati appaiono disorientati. La prima reazione è arrivata dalla Fit Cisl che rilancia l’idea di un intervento diretto dello stato. Il segretario nazionale Emiliano Fiorentino, definendo “poco confortante” la lettera di Lufthansa, ha aggiunto: “La ristrutturazione chiesta da Lufthansa è importante. Queste sono parole che come rappresentanti dei lavoratori e a difesa del lavoro e dell’occupazione del nostro Paese non possiamo ascoltare e tantomeno accettare. Siamo certi che anche il nostro Governo, dopo aver investito molto per il risanamento della compagnia, sia in risorse umane che economiche, non prenderà in considerazione tali richieste. Altresì ci auguriamo che il Governo farà meglio comprendere che acquistare una parte delle quote della nostra compagnia aerea è sicuramente una grande opportunità di crescita e sviluppo per tutti, che non può essere ricondotta a una mera operazione speculativa”.
Nel 2008, alla fine fu AirFrance-Klm ad aggiudicarsi la trattativa in esclusiva. Anche allora, come oggi, la fase finale delle trattative si svolse con un governo dimissionario (il secondo governo Prodi non ottenne la fiducia al Senato alla votazione del 24 gennaio). L’operazione non andò però in porto perché la compagnia francese non raggiunse un accordo con i sindacati e da lì prese il via poi l’avventura dei “capitani coraggiosi”.
Intanto il prestito ponte che il Governo italiano ha esteso a ottobre di altri 300 milioni (che si sono aggiunti ai 600 milioni originari), è finito nel mirino della Ue dopo i molti reclami presentati dai maggiori concorrenti, convinti che non rispetti le condizioni di mercato. Una portavoce della Commissione europea ha spiegato: “I servizi dell’Antitrust europeo sono in contatto costruttivo con le autorità italiane a proposito del caso Alitalia e in particolare sull’aumento del prestito ponte deciso lo scorso ottobre dal governo di 300 milioni di euro che si sono aggiunti al prestito originario di 600 milioni di euro”.
Il motivo dell’attenzione di Bruxelles sull’Alitalia è dunque che diversi concorrenti della compagnia aerea hanno sollecitato il suo intervento per verificare ulteriormente gli aspetti delle regole di concorrenza. È prassi che a fronte di sollecitazioni e ricorsi, l’Antitrust esamini il caso. Il prestito-ponte all’Alitalia dovrà essere interamente rimborsato il 30 settembre 2018 (invece del 2 novembre 2017) in linea con il prolungamento del termine concesso ai commissari straordinari per ottenere con il negoziato un miglioramento dell’offerta d’acquisto al 30 aprile 2018 (rispetto al 5 novembre 2017). Di qui la necessità di garantire alla compagnia un’aggiunta al prestito per garantire la continuità del servizio di trasporto fino a trasferimento degli asset.
La linea di credito garantita dallo Stato, accordata da Unicredit e Banca Intesa, fino ad oggi non è stata utilizzata. Il fatto è significativo. Dimostra che Alitalia, già adesso, è in condizione di raggiungere un equilibrio dei flussi finanziari.

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