Avanti!

Syndicate content
Avanti OnLine Quotidiano Socialista
Updated: 11 min 45 sek od tega

Appuntamento a Roma con una nuova generazione di jazzisti

Pet, 14/12/2018 - 15:31

Francesco Diodati “Yellow Squeeds” apre

Dopo il grande successo di pubblico, critica e addetti ai lavori di “Young Jazz from Italy”, la tre giorni di concerti a Londra (17, 18 e 19 novembre scorsi), organizzata con il contributo del Ministero per i beni e le attività culturali e della Siae, nell’ambito dell’iniziativa “Sillumina – Copia privata per i giovani, per la cultura”, l’associazione I-Jazz continua a promuovere i giovani musicisti italiani in ambito europeo.

Nuova Generazione Jazz è, appunto, il nuovo progetto dell’associazione, sempre con il sostegno del MiBAC, che vuole offrire nuove opportunità al jazz italiano. Progetto che prevede anche una serie di concerti alla Casa del Jazz, in viale di Porta Ardeatina, 55 a Roma, venerdì 14 e domenica 16 dicembre.

Dopo Londra e Praga (dove il 27 novembre si è tenuto al Jazz Dock il piano solo di Enrico Zanisi), alcune delle band e dei musicisti under 35 selezionati dai soci di I-Jazz, hanno avuto l’opportunità di esibirsi in quattro importanti città europee.

Simona SeveriniNei giorni scorsi l’Istituto italiano di cultura di Oslo ha ospitato il piano solo di Zanisi, il 10 dicembre, e la cantante e chitarrista Simona Severini, il 12 dicembre. Il giorno dopo, doppio set al Bimhuis di Amsterdam, con Zanisi e, a seguire, Francesco Diodati Yellow Squeeds.

Venerdì 14 dicembre appuntamento a Budapest, con l’esibizione di Clock’s Pointer Dance all’Opus Club; e al Jazz Festival di Reykjavik con il doppio piano solo di Alessandro Lanzoni e Giovanni Guidi.

Vetrina con alcuni dei migliori talenti italiani anche alla Casa del Jazz di Roma. Venerdì 14 dicembre alle ore 21, Simona Venturini, solo voce e chitarra; mentre alle 22 salirà sul palco il Carmine Ioanna Quartetto, con Carmine Ioanna fisarmonica; Francesco Savoretti, percussioni; Daniele Castellano, chitarra; e Alex Gorbi, basso.

Tre i concerti in programma domenica 16 dicembre. Si inizia a mezzogiorno con Francesco Diodati “Yellow Squeeds”, ensemble composto da Francesco Diodati, chitarra; Enrico Zanisi pianoforte; Enrico Morello, batteria; Francesco Lento, tromba; Glauco Benedetti, basso tuba.

Alle ore 19 tocca a Francesco Ponticelli “Big Mountain, Small Path”, con Francesco Ponticelli, contrabbasso; Enrico Morello, batteria; Enrico Zanisi, pianoforte; Stefano Carbonelli, chitarra; Daniele Tittarelli, sax alto; Alessandro Presti, tromba. Conclude alle ore 21 l’Alessandro Paternesi “P.O.V. Quintet” con Alessandro Paternesi batteria); Enrico Zanisi, pianoforte; Simone La Maida, sax; Gabriele Evangelista, contrabbasso; Francesco Fiorenzani, chitarra.

La carriera di Simona Severini, cantante e cantautrice dalla formazione poliedrica, si è sviluppata inizialmente nell’ambito del jazz contemporaneo, grazie a collaborazioni con alcuni grandi musicisti italiani, tra cui Giorgio Gaslini, Enrico Pieranunzi e Gabriele Mirabassi.

CARMINE IOANNANel suo ultimo album, “Soli in viaggio” (Bonsai Music), Carmine Ioanna, virtuoso irpino della fisarmonica, crea con il suo quartetto una galassia di atmosfere tra jazz ed elettronica, definita da Paolo Fresu «Un disco con cui dà grande prova d’intelligenza progettuale e di visionaria costruzione di un racconto che si fa musica e parola, oltre che gesto e segno».

Yellow Squeeds è una formazione con anime e stili diversi che danno alle composizioni di Diodati una gamma di timbri e colori dalle innumerevoli possibilità espressive. Ritmi serrati, aperture improvvise e commistione di suoni elettronici e acustici creano un magma sonoro ipnotico e cangiante come un gigantesco caleidoscopio.

Francesco Ponticelli è uno dei contrabbassisti jazz più attivi in Italia, che in “Big Mountain, Small Path”, espande le possibilità timbriche delle sue composizioni e ripropone in veste diversa alcuni brani del disco “Kon-Tiki”, uscito a marzo 2017 per la Tuk Music, oltre che presentare nuovi brani scritti appositamente per questa formazione.

Alessandro Paternesi P.O.V. Quintet è uno dei più innovativi e originali alessandro paternesiprogetti della nuova scena del jazz italiano. P.O.V. sta per Point of View, sigla con cui Alessandro esprime la propria visione nei riguardi della musica. I suoi brani uniscono lo stile compositivo classico e il jazz, con un approccio ritmico moderno, melodico e improvvisato. Batterista e compositore, Alessandro ha poco più di 30 anni ed è uno dei side man più ricercati del momento grazie all’inconfondibile musicalità che trasmette attraverso la sua batteria.

Sempre nella Casa del Jazz, venerdì 14 dicembre, con inizio alle ore 16, si terra il convegno “La riforma del Terzo settore: aspetti e opportunità per la musica dal vivo”. Interverranno Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci; Carlo Mazzini, consulente sulla legislazione e sulla fiscalità di enti non profit; Vincenzo Santoro, responsabile Dipartimento cultura e turismo Anci. Coordina i lavori Corrado Beldì, presidente Associazione I-Jazz.

Francesco Ponticelli “Big Mountain, Small Path”

Redazione Avanti!

Kategorije: Italija

Bce, Draghi conferma la fine del Quantitative Easing

Pet, 14/12/2018 - 14:51

Draghi-Eurozona

La Banca centrale europea ha confermato la conclusione del programma di acquisti netti di titoli pubblici, il Quantitative Easing che nell’ultima fase era stato ridotto a 15 miliardi di euro al mese. Come ampiamente anticipato terminerà a fine anno. Le decisioni che sono state adottate dalla Bce sono sostanzialmente in linea con le attese senza turbare i mercati.

Al termine del board di ieri della Banca Centrale Europea, il presidente della Bce, Mario Draghi, confermando la fine del ‘quantitative easing’, ha detto: “Anche se i dati sono più deboli di quanto atteso, a fronte di una domanda estera e di fattori specifici di Paesi e settori, la domanda interna sottostante continua a sostenere l’espansione e a spingere gradualmente l’inflazione. I rischi per le prospettive possono ancora essere considerati ampiamente bilanciati, ma il punto di equilibrio si sta muovendo verso il basso”. Draghi ha citato tra i fattori di rischio il protezionismo, gli senari geopolitici, i Paesi emergenti e la vulnerabilità dei mercati finanziari.

Draghi ha anche detto: “La Bce reinvestirà i bond che ha in portafoglio che arrivano a scadenza con titoli della stessa giurisdizione e il portafoglio sarà aggiustato per riallinearlo alla quota di ciascun Paese nel capitale della Bce”.

Le parole che sembrano indicare un aggiustamento graduale nel rispetto delle regole della Bce. Le quote nel capitale della Bce sono state recentemente riviste secondo i parametri esistenti e per l’Italia, la quota nel capitale è stata abbassata di circa mezzo punto percentuale. Quindi per l’Italia è stata ridotta la quota del Qe rinnovabile. Motivo per il quale è indispensabile una manovra di bilancio per l’Italia che crei un avanzo primario opportunamente calibrato.

Draghi ha spiegato: “Il Quantitative easing è ormai parte integrante del cassetto degli attrezzi permanenti della Bce. E’ stata molto importante la sentenza della Corte europea di Giustizia che ha legittimato il Qe. La Bce ora è nel complesso come qualsiasi altra Banca Centrale”.

Una novità è contenuta in una modifica alla “Foward guidance”, le indicazioni che la Banca Centrale Europea fornisce sui suoi orientamenti futuri. Infatti, la Bce ha precisato che intende proseguire per un esteso periodo di tempo le operazioni di riacquisto dei titoli che giungono via via a scadenza sullo stock di emissioni già rilevate con il Qe.

Questi rinnovi saranno effettuati in pieno e andranno avanti oltre la data quando inizierebbe ad aumentare i tassi di interesse, in ogni caso fin a quando sarà necessario mantenere condizioni di liquidità favorevoli e un ampio grado di accomodamento monetario.

Dunque, anche se verrà meno l’ampliamento dell’effetto espansivo, resterà comunque consolidato quello finora raggiunto con il ‘quantitative easing’.

Per adesso, i tassi di interesse rimarranno fermi. Una nota diffusa al termine della riunione di politica monetaria, in cui si è deciso di lasciare i tassi invariati, l’Eurotower ha ribadito: “I tassi di interesse si manterranno su livelli pari a quelli attuali almeno fino all’estate del 2019 e in ogni caso finché sarà necessario per assicurare che l’inflazione continui stabilmente a convergere su livelli inferiori ma prossimi al 2% nel medio termine”.

Quindi, i livelli dei tassi di interesse saranno ancora i seguenti: zero sulle principali operazioni di rifinanziamento, 0,25 per cento sulle operazioni marginali e meno 0,40 per cento sui depositi parcheggiati dalle banche presso la stessa Bce.

Sono comunque state riviste al ribasso le stime di crescita del 2018 per l’Eurozona all’1,9% dal 2% della stima precedente. La proiezione sul tasso di crescita per il 2019 è stato limato a 1,7% da 1,8% mentre è confermata a +1,7% la stima per il 2020. Per il 2021 la Bce si attende una crescita dell’1,5%.

Oggi il dollaro statunitense è in risalita rispetto all’euro. Pesano gli effetti delle due diverse scelte di politica monetaria. Negli ultimi tempi la Bce ha tenuto fermi i tassi di interesse mentre la Federal Reserve li ha aumentati con la prospettiva di ulteriori ritocchi al rialzo.

Le scelte di politica monetaria rivestono un ruolo molto importante nell’attuale scenario geopolitico in cui l’economia è globalizzata.

Salvatore Rondello

Kategorije: Italija

Futuro delle società industriali ed Economia d’apprendimento

Pet, 14/12/2018 - 14:44

stiglitzL’apprendimento è un elemento cruciale per la crescita dell’economia e, si può dire, anche per l’organizzazione dalla società del futuro. Fino alla Rivoluzione industriale, a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, gli standard di vita medi sono migliorati in misura quasi impercettibile; ciò non è accaduto dappertutto, mentre laddove il miglioramento si è verificato, esso ha riguardato, almeno inizialmente, solo una piccola minoranza. A partire dalla seconda metà del XIX secolo, un migliorato tenore di vita ha incominciato a diffondersi soprattutto nei Paesi (principalmente, europei e nord-americani) che per primi hanno sperimentato gli effetti dell’industrializzazione, sino a coinvolgere in misura crescente nel corso XX secolo anche le popolazioni di molti Paesi del Sud-Est asiatico, dove la crescita continua ancora oggi a persistere, secondo ritmi mai sperimentati durante la prima industrializzazione.
Qual è stata la fonte dei miglioramenti degli standard di vita?, È stata l’accumulazione di capitale o il progresso tecnico? A parere del premio Nobel Joseph Stiglitz e di Bruce Greennwald (“Creare una società dell’apprendimento”, sebbene sino alla fine della prima metà del secolo scorso, la maggior parte degli economisti riconducesse l’origine delle migliorate condizioni di vita al progresso tecnologico, è stato solo nel 1957 che l’economista Robert Solow (vincitore della John Bates Clark Medal nel 1961 e del premio Nobel per l’economia nel 1987, per i suoi contributi alla teoria della crescita economica), ha messo a punto un metodo grazie al quale è divenuto possibile identificare il contributo alla crescita economica, rispettivamente, dell’accumulazione di capitale e del progresso tecnologico; sulla base del metodo di Solow è stato dimostrato che le variazione dell’intensità di capitale nel funzionamento delle attività produttive “potevano spiegare – affermano Stglitz e Greenwald – al massimo un terzo delle variazioni dei livelli di produzione per lavoratore”; il resto era in buona parte attribuibile a varie forme di progresso tecnico.
Le difficoltà nell’individuare con sufficiente precisione la consistenza dei contributi delle diverse fonti al processo di crescita sono riconducibili al fatto che esse sono strettamente interconnesse; ciò significa che, se per migliorare la produttività di un’impresa sono necessarie nuove macchine, il cui acquisto comporta nuovi investimenti, sono pure necessari altri investimenti per disporre del know-how innovativo (conoscenza e apprendimento) utile a consentirne il funzionamento. Tale interconnessione tra i due tipi di innovazione (nuove macchine e conoscenza-apprendimento di nuovo know-how) dimostra come gli avanzamenti tecnologici e l’apprendimento del modo in cui utilizzarli abbiano “svolto un ruolo cruciale” per il conseguimento degli incrementi di produttività.
Tra le due innovazioni, quella connessa al progresso tecnologico e quella riconducibile all’apprendimento sul funzionamento delle nuove macchine, la seconda si è rivelata la più importante tra le fonti del miglioramento degli standard di vita. L’importanza dell’innovazione da apprendimento è anche dovuta alla sua natura endogena, nel senso che essa è, per lo più, l’esito di scelte assunte dagli individui, influenzati dall’ambiente economico-sociale e dalla struttura del sistema economico all’interno dei quali essi operano. Tutto ciò mette in luce – secondo Stigltz e Greenwlad – “come uno degli obiettivi della politica economica dovrebbe essere la creazione di politiche e strutture economiche in grado di potenziare sia l’apprendimento sia le ripercussioni dell’apprendimento”; ciò perché, data la sua importanza nel processo di accumulazione di capitale, è probabile che “puntare” sull’apprendimento contribuisca a innalzare gli standard di vita più di quanto sarebbe possibile attraverso il solo miglioramento tecnologico delle combinazioni produttive delle imprese, oppure con politiche di austerità, volte ad aumentare il capitale investito nelle tecnologie di produzione, a discapito dei consumi correnti.
Poiché la crescita trova nell’apprendimento la sua fonte di maggiore importanza, comprendere i meccanismi che supportano i processi che lo determinano, nonché il modo in cui l’attività politica può facilitare il loro svolgimento, quindi le forme in cui tali processi possono incidere sulla struttura del sistema sociale, diventa un capitolo ineludibile della moderna analisi economica.
A sostegno della loro analisi, Stiglitz e Greenwald affermano che a determinare gli avanzamenti delle economie moderne sono stati proprio i miglioramenti dei processi, tramite i quali le imprese in esse operanti hanno migliorato le proprie conoscenze, o meglio “hanno imparato ad imparare”. Le economie di maggior successo sono state quelle che sono riuscite, non solo a migliorare la loro produttività, ma anche “a fare in modo che lo scarto tra pratiche ‘medie’ e ’migliori’ fosse contenuto”. Non casualmente, queste economie hanno presentato una maggiore diffusione delle conoscenze e superiori livelli di apprendimento, i cui risultati sono stati in larga misura alla base della continua crescita degli standard di vita verificatisi al loro interno. A sostegno dell’economia dell’apprendimento, secondo Stiglitz e Greenwald, vi sono due aspetti del funzionamento dei sistemi economici, che la teoria economica standard ha sempre stentato ad accettare: l’inefficienza dei mercati e i loro possibili fallimenti, da un lato; il ruolo dell’intervento pubblico volto a porvi rimedio, dall’altro.
L’inefficienza dei mercati non consente una diffusione ottimale dell’apprendimento; perché ciò sia evitato occorrono specifici interventi dello Stato. La concezione tradizionale di efficienza dei mercati risale all’assunto di Adam Smith, in base al quale essa veniva spiegata attraverso la metafora della “mano invisibile”; questa, immanente ai mercati, operava in modo tale da garantire che il perseguimento dell’interesse individuale portasse necessariamente a ottimizzare quello dell’intera società.
All’inizio della seconda metà del secolo scorso, un altro famoso premio Nobel per l’economia, Kenneth Joseph Arrow, ha dimostrato la validità dell’assunto di Smith (cioè, che l’interesse egoistico di ogni operatore economico, guidato dalla mano invisibile, conduce ad una condizione di efficienza del mercato, garantendo il massimo benessere sociale), ma solo subordinatamente a determinate condizioni. Arrow ha potuto così dimostrare che, poiché alcune di queste condizioni (quali quelle di una perfetta competitività e di un’informazione uniformemente diffusa) non ricorrevano mai nel funzionamento dei mercati reali, si doveva conclusione che questi non erano efficienti.
La dimostrazione riguardo all’efficienza dei mercati compiuta da Arrow non comprendeva il fenomeno dell’innovazione, in quanto la prospettiva teorica all’interno della quale essa (la dimostrazione) è stata formulata era quella statica dell’equilibrio economico generale, escludente qualsiasi fenomeno dinamico, qual è appunto ogni innovazione che modifichi le condizioni operative del sistema economico. Quindi, proseguendo nel “solco” aperto da Arrow, è plausibile sostenere, secondo Stiglitz e Greenwald, che i mercati lasciati a sé stessi non siano efficienti, quando ricorrono processi innovativi; per cui, ai fini della costruzione di una teoria economica dei processi di apprendimento, occorre assumere che le attività di ricerca e sviluppo e quelle di apprendimento siano endogene a tale teoria.
Se le attività di ricerca e sviluppo e quelle connesse ai processi di apprendimento svolgono un ruolo insostituibile riguardo alla crescita del sistema economico e si assume che i mercati non siano efficienti rispetto alle decisioni prese in merito a quelle attività, allora le tradizionali posizioni contrarie agli interventi pubblici correttivi del funzionamento dei mercati sono errate. La produzione di conoscenza e la sua diffusione attraverso l’apprendimento comportano esternalità positive per l’intero sistema produttivo; al riguardo, però, il settore privato – affermano Stiglitz e Greenwald – “produce troppi beni che danno origine a esternalità negative”, giustificando un intervento del governo volto a sanzionare o regolamentare le attività d’impresa generano inquinamento. Allo stesso modo, il settore privato produce una quantità troppo esigua di beni che danno origine a esternalità positive, quali sono, ad esempio la produzione e la diffusione della conoscenza e dell’apprendimento; per cui, anche in questo caso, “per correggere questa distorsione del mercato, serve dunque una qualche forma di intervento governativo”.
Uno dei punti più importanti della teoria economica dei processi di apprendimento è, perciò, l’individuazione e la definizione dei contenuti delle politiche di sviluppo e delle strategie economiche che maggiormente concorrono a supportare tali processi. Una prospettiva che miri alla creazione di una società dell’apprendimento – affermano Stiglitz e Greenwald – deve “riflettere una visione delle strategie di crescita e di sviluppo per vari aspetti molto diversa da quella dell’approccio neoclassico standard”. A tal fine, è necessario creare un ambiente macroeconomico favorevole e stabile per diverse e decisive ragioni.
Innanzitutto, perché molte informazioni, così come la conoscenza dei processi, sono incorporati nelle istituzioni esistenti (quali, soprattutto, le imprese) che, in caso di alti livelli di instabilità, spesso vanno fuori mercato. In secondo luogo, perché quando le istituzioni produttive soffrono della situazione di instabilità del sistema economico, concentrano la loro attenzione prevalentemente sulla sopravvivenza, trascurando tutti gli aspetti relativi ai processi di apprendimento. In terzo luogo, perché l’incertezza spinge le attività produttive ad aumentare la loro avversione al rischio, e quando le loro aspettative sono compromesse da alti livelli di instabilità, le loro decisioni di contenimento dei costi investono soprattutto le spese destinate in ricerca e sviluppo e le innovazioni da apprendimento. Infine, alti livelli di instabilità aumentano il costo dell’accesso al credito, necessario per approfondire i processi di apprendimento. Tutte queste ragioni, sottolineano Stiglitz e Greenwald, valgono a smentire il pensiero economico tradizionale, che attribuisce alle fasi recessive del sistema economico la funzione di “purgare” l’economia, eliminando le attività produttive inefficienti e creando così le condizioni per una ripresa stabile del sistema economico.
Tuttavia, il successo delle politiche di sviluppo e delle strategie economiche che maggiormente supportano i processi di apprendimento non dipende solo dalla stabilità del sistema economico; esso va ricondotto anche ai processi di cambiamento del modo di pensare collettivo, compatibile con la formazione di sistemi politici che riconoscano i vantaggi connessi con la “creazione di una società dell’apprendimento”. Ciò significa che il successo delle politiche di sviluppo e dei processi di apprendimento deve essere supportato dalla creazione di una società i cui membri siano orientati a credere che l’istruzione e la formazione siano strumenti irrinunciabili, per la cui acquisizione si rendono necessari investimenti pubblici, incoraggiando quelli privati.
Ma il successo di una politica pubblica finalizzata a stabilizzare il sistema economico, favorendo il cambiamento del modo di pensare collettivo per supportare gli investimenti pubblici e incoraggiare quelli privati nelle innovazioni da apprendimento, è fondato sull’assunto che la crescita e lo sviluppo di una società dell’apprendimento siano socialmente inclusivi e tali da risultare orientati a rimuovere (o quantomeno a ridurre progressivamente) le disuguaglianza distributive.
La necessità che la crescita e lo sviluppo della società dell’apprendimento siano socialmente inclusivi (perché compatibili con la riduzione delle disuguaglianze) è, secondo Stiglitz e Greenwald, così importante, da trascendere le affermazioni tradizionali sul problema della sola giustizia sociale. L’inclusività, nella prospettiva della società dell’apprendimento, è la condizione che rende possibile a ciascun individuo di vivere “all’altezza delle sue capacità”; condizione, questa, che consente alla società di evitare di “sprecare la risorsa più preziosa della quale dispone”, cioè la capacita lavorativa e creativa dei suoi talenti.
Se con la creazione della società dell’apprendimento, concludono Stiglitz e Greenwald, sarà ridotta la disuguaglianza e sarà creato consenso intorno alla nuova forma di organizzazione sociale, lo scopo del settore pubblico, liberato dall’incombenza costante dei problemi distributivi, potrà essere orientato prevalentemente a correggere i fallimenti di mercato e a offrire ogni sorta di beni collettivi, utili a massimizzare la valorizzazione dei talenti individuali; i quali, attraverso la loro creatività, potranno concorrere a plasmare, non solo l’economia, ma anche la società in un senso più ampio di quello espresso dalla teoria economica standard, migliorando i livelli di vita odierni e futuri.
Che senso possono avere l’analisi e la proposta di un’organizzazione della società fondata su un’attività d’investimento pubblico e privato volto a rendere massima la valorizzazione dei talenti individuali? Se si riflette sulle difficoltà delle moderne economie industriali nel creare nuovi posti di lavoro, in presenza di un trend delle moderne economie capitalistiche a ridurre in modo crescente (anche per via dell’impiego di un continuo miglioramento delle tecnologie produttive) i livelli occupazionali, la proposta di Stiglitz e di Greenwlad sembra rispondere all’urgenza che, in prospettiva, le politiche pubbliche tradizionali siano conformi alla soluzione dei problemi sollevati dalla crescente disoccupazione strutturale irreversibile; problemi, questi, che possono essere adeguatamente affrontati da un’organizzazione sociale che lasci sempre più spazio alle attività d’investimento dirette a massimizzare il prodotto sociale, attraverso la diffusione di una continua conoscenza, favorevole alla promozione di attività produttive autodirette da parte di chi perde involontariamente il lavoro.

Kategorije: Italija

Kosovo con l’esercito, la Serbia chiede riunione Onu

Pet, 14/12/2018 - 13:31

Ana BrnabicL’Europa dell’Est e i Balcani preoccupano ancora. A vent’anni dal conflitto in Kosovo, il parlamento di Pristina ha approvato una legge per costituire un esercito. La legge conferisce un mandato militare alle forze di sicurezza del Kosovo (KSF), che finora avevano armi leggere e avevano svolto operazioni di protezione civile. Contro la decisione si è subito allertata l’Alleanza Atlantica e “riconsidererà il proprio livello di impegno” in Kosovo, ha detto il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg. “Mi dispiace che questa decisione sia stata presa nonostante le preoccupazioni espresse dalla Nato. Il Consiglio dell’Alleanza atlantica sarà ora costretto a riconsiderare il proprio livello dell’impegno con le Forze di sicurezza del Kosovo (Ksf)”, ha sottolineato. La Serbia, dalla quale il territorio del piccolo stato a maggioranza musulmana si è staccato dal 2008, ritiene tale iniziativa del Kosovo una “minaccia diretta alla pace e alla stabilità della regione”. Il governo serbo ha anche osservato che in risposta alla decisione di Pristina, Belgrado potrebbe, tra le altre cose, dichiarare la regione “territorio occupato” e giustificare il possibile “uso delle forze armate del paese”. La premier serba Ana Brnabic ha fatto sapere che la decisione può minacciare l’equilibrio e “Rischia di accendere un incendio”. Le autorità della Serbia hanno annunciato la necessità di condurre una riunione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite

Kategorije: Italija

Imprenditore inscena incidente, muore operaio in nero

Pet, 14/12/2018 - 12:55

vitali-mardariParticolari agghiaccianti e una storia che mette in evidenza ancora una volta il problema vero del nostro paese: lavori in nero e morti bianche.
A Sagron Mis, nel bellunese, un imprenditore boschivo avrebbe trasportato un suo operaio morto e ‘in nero’ di 28 anni, Vitali Mardari, in macchina per oltre mezzo chilometro, per poi chiamare i soccorsi dicendo di aver rinvenuto “il cadavere di uno sconosciuto” nel bosco.
Il fatto risale al 19 novembre scorso, ma le indagini condotte dai carabinieri dei comandi di San Martino di Castrozza e Imer hanno svelato il giallo. Inizialmente sembrava che l’uomo fosse stato colpito mortalmente dalla caduta di un albero. In base al primo sopralluogo, oltre alle lesioni riscontrate, si è compreso che la prima ricostruzione non era sostenibile.
L’incidente è avvenuto nel corso dell’approntamento di una teleferica strumentale all’esbosco, un cavo in acciaio si era spezzato colpendo violentemente Mardari, il giovane moldavo, che partecipava alle operazioni di ancoraggio.
Il giovane boscaiolo è stato sbalzato a qualche decina di metri morendo sul posto a causa di importanti fratture alla base cranica. Gli altri operai nel cantiere hanno allertato il titolare dell’impresa boschiva, S.R., che giunto sul posto, senza nemmeno verificare le condizioni dell’infortunato, ha deciso di caricare il corpo sull’autovettura e lo ha trasportato ad una distanza di 600 metri.

Kategorije: Italija

Continua il pressing europeo sul Governo

Pet, 14/12/2018 - 10:48

Conte-JunckerIl deficit scende al 2,04%. La retromarcia dal 2,4% del balcone è consistente, ma Giuseppe Conte la annuncia con il tono di chi si è levato un gran peso dallo stomaco. Dopo settimane di trattative e ripetuti incontri con la Commissione, Conte ieri è volato a Bruxelles insieme al ministro Giovanni Tria per portare a Jean Claude Juncker e ai commissari Moscovici e Dombrovsky, le tabelle che correggono i saldi dell’ultimo documento di finanza pubblica.

Una correzione di Bilancio che per la coalizione significa dover trovare altri soldi e tanti. Fanno ridere a questo punto le immagini di soli poche settimane fa dei festeggiamenti dal balcone quando un raggiante Di Maio affermava solennemente di aver sconfitto la povertà per decreto. E fanno sorridere anche le innumerevoli volte in cui Salvini con decisione dichiarava che il governo non avrebbe mai fatto nessun passo indietro. “Non ci sposteremo di un millimetro” diceva. Invece si sono spostati. E di molto. Una retromarcia resa necessaria dalla insostenibilità dei numeri scritti in manovra. Il dato ora è che a pochi giorni dalla scadenza per la presentazione del piano di bilancio, ancora non esiste nulla. I pilastri portanti, il reddito di cittadinanza e la riforma della legge Fornero con l’introduzione della quota 100, sono stati demoliti dalla Commissione. Non eliminati, ma svuotati. I fondi previsti infatti dovranno essere drasticamente ridotti per rientrare nei nuovi parametri. In sostanza il temi sbandierati dal governo per mesi vanno a infrangersi sul muro del realismo, quello dei numeri. Quelli sul tavolo.

La manovra, approvata dalla Camera e ora in stand by al Senato, dovrà essere cambiata nel profondo. Se l’ultimo miglio del negoziato in corso a Bruxelles avrà buon esito, nascerà una nuova legge di Bilancio. Sarà necessario probabilmente un “addendum” alla nota di aggiornamento al Def per variare i saldi di bilancio (dal 2,4 al 2,04 di deficit-Pil) e arriverà un maxiemendamento. L’obiettivo è ridimensionare quota 100 e reddito di cittadinanza. Ma non basta, servono altri soldi. Tagli oppure nuove entrate, che vuol dire altre tasse, per gli altri 2,2 miliardi. Tutto ciò che il governo aveva detto di non voler fare.

Intanto dura la guerra a distanza. Il commissario Pierre Moscovici incalza Roma sul deficit. Va bene la riduzione, ma non basta. “L’Italia dovrebbe compiere ulteriori sforzi per il Bilancio 2019, dice commentando l’annuncio del governo italiano di un deficit al 2,04% per il prossimo anno. “È un passo nella giusta direzione – afferma nella mattina intervenendo presso la commissione affari economici del Senato, – ma ancora non ci siamo, ci sono ancora dei passi da fare, forse da entrambe le parti”. Il ministro Tria, che sa far di conto, a settembre aveva posto l’asticella all’1,6%. E venne sbeffeggiato dai due vicepremier. Gli venne imposto di cancellare e riscrivere quel numero. E a quel numero piano piano ci si sta avvicinando.

Moscovici, torna a dire che la Francia di Emmmanuel Macron può sforare il tetto del 3% per finanziare le misure volte a sedare la crisi dei gilet gialli, ma ha auspicato che questa violazione dei patti assunti con Bruxelles per il 2019 sia “più limitata possibile” e “temporanea”.

Il commissario Ue interviene successivamente sull’Italia e fa alcune precisazioni: riconosce che la distanza con l’Ue si è ridotta perché “lo sforzo fatto dall’Italia è consistente e apprezzabile”. Al termine delle riunioni con i rappresentanti italiani, ha detto che il dialogo prosegue in modo “costruttivo” e c’è “l’intenzione condivisa di arrivare ad un accordo. Non vogliamo arrivare alla procedura”, e “quando ho detto che non ci siamo ancora intendevo che non abbiamo ancora concluso la discussione”. Nessun commento alle parole di Moscovici da parte di Palazzo Chigi. Il presidente è concentrato sul negoziato. Da Palazzo Chigi filtra ottimismo. Il tentativo che si cerca di far passare lasciando deficit Pil invariati, il reddito di cittadinanza e quota 100, coerentemente con quanto sempre promesso. Questa è la strada intrapresa e che si continuerà a percorrere, sottolineano fonti di Palazzo Chigi.

Ed intervengono anche i due vicepremier, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. “Continuiamo a sostenere con convinzione la nostra proposta – affermano in una nota -. Piena fiducia nel lavoro di Conte. Siamo persone di buon senso e soprattutto teniamo fede a ciò che avevamo promesso ai cittadini, mantenendo reddito di cittadinanza e quota 100 invariati. Manterremo tutti gli impegni presi”.

Ma la matematica non è di parte e non conosce flessibilità. Se il deficit sarà ridotto le risorse dovranno essere prese da altre parti, il rialzo dell’Iva per esempio, oppure con tagli sostanziosi alla spesa, o sulle promesse.

Kategorije: Italija

PRESSING EUROPEO

Čet, 13/12/2018 - 19:12

juncker_conte apreIl deficit scende al 2,04%. La retromarcia dal 2,4% del balcone è consistente, ma Giuseppe Conte la annuncia con il tono di chi si è levato un gran peso dallo stomaco. Dopo settimane di trattative e ripetuti incontri con la Commissione, Conte ieri è volato a Bruxelles insieme al ministro Giovanni Tria per portare a Jean Claude Juncker e ai commissari Moscovici e Dombrovsky, le tabelle che correggono i saldi dell’ultimo documento di finanza pubblica.

Una correzione di Bilancio che per la coalizione significa dover trovare altri soldi e tanti. Fanno ridere a questo punto le immagini di soli poche settimane fa dei festeggiamenti dal balcone quando un raggiante Di Maio affermava solennemente di aver sconfitto la povertà per decreto. E fanno sorridere anche le innumerevoli volte in cui Salvini con decisione dichiarava che il governo non avrebbe mai fatto nessun passo indietro. “Non ci sposteremo di un millimetro” diceva. Invece si sono spostati. E di molto. Una retromarcia resa necessaria dalla insostenibilità dei numeri scritti in manovra. Il dato ora è che a pochi giorni dalla scadenza per la presentazione del piano di bilancio, ancora non esiste nulla. I pilastri portanti, il reddito di cittadinanza e la riforma della legge Fornero con l’introduzione della quota 100, sono stati demoliti dalla Commissione. Non eliminati, ma svuotati. I fondi previsti infatti dovranno essere drasticamente ridotti per rientrare nei nuovi parametri. In sostanza il temi sbandierati dal governo per mesi vanno a infrangersi sul muro del realismo, quello dei numeri. Quelli sul tavolo.

La manovra, approvata dalla Camera e ora in stand by al Senato, dovrà essere cambiata nel profondo. Se l’ultimo miglio del negoziato in corso a Bruxelles avrà buon esito, nascerà una nuova legge di Bilancio. Sarà necessario probabilmente un “addendum” alla nota di aggiornamento al Def per variare i saldi di bilancio (dal 2,4 al 2,04 di deficit-Pil) e arriverà un maxiemendamento. L’obiettivo è ridimensionare quota 100 e reddito di cittadinanza. Ma non basta, servono altri soldi. Tagli oppure nuove entrate, che vuol dire altre tasse, per gli altri 2,2 miliardi. Tutto ciò che il governo aveva detto di non voler fare.

Intanto dura la guerra a distanza. Il commissario Pierre Moscovici incalza Roma sul deficit. Va bene la riduzione, ma non basta. “L’Italia dovrebbe compiere ulteriori sforzi per il Bilancio 2019, dice commentando l’annuncio del governo italiano di un deficit al 2,04% per il prossimo anno. “È un passo nella giusta direzione – afferma nella mattina intervenendo presso la commissione affari economici del Senato, – ma ancora non ci siamo, ci sono ancora dei passi da fare, forse da entrambe le parti”. Il ministro Tria, che sa far di conto, a settembre aveva posto l’asticella all’1,6%. E venne sbeffeggiato dai due vicepremier. Gli venne imposto di cancellare e riscrivere quel numero. E a quel numero piano piano ci si sta avvicinando.

Moscovici, torna a dire che la Francia di Emmmanuel Macron può sforare il tetto del 3% per finanziare le misure volte a sedare la crisi dei gilet gialli, ma ha auspicato che questa violazione dei patti assunti con Bruxelles per il 2019 sia “più limitata possibile” e “temporanea”.

Il commissario Ue interviene successivamente sull’Italia e fa alcune precisazioni: riconosce che la distanza con l’Ue si è ridotta perché “lo sforzo fatto dall’Italia è consistente e apprezzabile”. Al termine delle riunioni con i rappresentanti italiani, ha detto che il dialogo prosegue in modo “costruttivo” e c’è “l’intenzione condivisa di arrivare ad un accordo. Non vogliamo arrivare alla procedura”, e “quando ho detto che non ci siamo ancora intendevo che non abbiamo ancora concluso la discussione”. Nessun commento alle parole di Moscovici da parte di Palazzo Chigi. Il presidente è concentrato sul negoziato. Da Palazzo Chigi filtra ottimismo. Il tentativo che si cerca di far passare lasciando deficit Pil invariati, il reddito di cittadinanza e quota 100, coerentemente con quanto sempre promesso. Questa è la strada intrapresa e che si continuerà a percorrere, sottolineano fonti di Palazzo Chigi.

Ed intervengono anche i due vicepremier, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. “Continuiamo a sostenere con convinzione la nostra proposta – affermano in una nota -. Piena fiducia nel lavoro di Conte. Siamo persone di buon senso e soprattutto teniamo fede a ciò che avevamo promesso ai cittadini, mantenendo reddito di cittadinanza e quota 100 invariati. Manterremo tutti gli impegni presi”.

Ma la matematica non è di parte e non conosce flessibilità. Se il deficit sarà ridotto le risorse dovranno essere prese da altre parti, il rialzo dell’Iva per esempio, oppure con tagli sostanziosi alla spesa, o sulle promesse.

Kategorije: Italija

L’Auto elettrica inquina comunque

Čet, 13/12/2018 - 18:50

auto elettricaL’auto elettrica sarà il veicolo del futuro? Lo è stato del passato: la prima auto elettrica fu realizzata nel 1835, precedendo di circa 65 anni l’invenzione del motore a scoppio. Il miglioramento delle batterie permise una sua reale diffusione negli anni successivi: nel 1899 le auto a trazione elettrica riuscirono a stabilire anche un importante record di velocità, quando il pilota belga Camille Jenatzy, a bordo della sua vettura speciale Jamais Contente, riuscì a toccare una media di oltre 100Km/h (105,88 per l’esattezza) nella gara di velocità sul Km lanciato, nel 1900 il 34% delle vetture circolanti a New York, Boston e Chicago erano a trazione elettrica. Un medico francese in un libro pubblicato nel 1900 intitolato “Fra 100 anni” aveva previsto che nel secolo successivo sarebbero circolate solo auto elettriche. La storia ha dimostrato che la previsione era errata, come peraltro tutte le altre riportate: Il cielo non è continuamente solcato da dirigibili e la gloria dell’auto elettrica non durò a lungo. La scarsa capacità di immagazzinamento dell’energia da parte delle batterie e il progresso tecnologico dei motori a combustione interna la relegarono ad un ruolo di nicchia. È arrivato ora, dopo circa 180 anni dalla sua invenzione, il momento della riscossa? A considerare per ovvio un futuro più o meno prossimo in cui l’auto elettrica soppianterà i veicoli con motore a scoppio si rischia di prendere la stessa cantonata del medico francese improvvisatosi veggente, genere in cui si sono dimostrati più bravi i romanzieri alla Giulio Verne con la loro fantasia e gli indovini alla Nostradamus con la loro furba vaghezza. A favore dell’auto elettrica si è schierato un certo ambientalismo che la considera non inquinante. Bisogna però considerare che esistono diverse forme di inquinamento.

Uno è rappresentato dall’anidrite carbonica, coinvolta nell’innalzamento della temperatura globale: è vero che l’auto elettrica non ne produce, ma l’estrazione del litio con cui sono costruite le sue batterie si e in quantità rilevanti. Se si tiene conto del riscaldamento globale non cambia nulla se la CO2 arriva dal traffico caotico delle città o dagli altipiani desertici della Bolivia ricchi di litio. Bisogna poi considerare in che modo viene prodotta l’energia elettrica: attualmente bruciando prevalentemente combustibili fossili. È possibile sostituirli con altre fonti di energia proprio mentre la ricarica di milioni di motori elettrici richiederebbe un notevole aumento di energia elettrica? Allo stato attuale no, se non ricorrendo ad un impiego massiccio di centrali nucleari. Il che creerebbe altri problemi.

Non è stato risolto, anzi neanche affrontato, lo smaltimento di milioni di batterie esauste contenenti vari inquinanti chimici. Per evitare di trovarcele sepolte nel terreno o buttate a mare sarebbe opportuno programmare un preciso piano che va dalla costruzione a cosa farne a fine ciclo, attualmente di circa 4 anni.

Le auto elettriche generano inquinamento elettromagnetico in quantità enorme, con schermature necessariamente inadeguate per evitare un eccessivo aumento del peso delle vetture, già penalizzato dai circa 500 kg delle batterie. Certo, gli effetti delle radiazioni elettromagnetiche non sono paragonali a quelli delle radiazioni ionizzanti, ma non stati però ancora effettuati studi adeguati e approfonditi. Viaggiare per ore tutti i giorni in quella che è a tutti gli effetti una capsula elettromagnetica vuol diventare cavie di un fenomeno di cui non conosciamo gli effetti, soprattutto nei tempi lunghi.

Sono questi problemi e altri ancora da approfondire e affrontare con animo scientifico e non con spirito da tifoso, tanto meno con un emendamento ad una legge finanziaria.

Leo Alati

Kategorije: Italija

Clinton e Varoufakis: due ricette per l’immigrazione

Čet, 13/12/2018 - 17:52

varoufakis_clinton“Credo che l’Europa debba trovare un modo di gestire l’immigrazione, perché è quello che ha acceso la miccia”. Con queste parole in un’intervista al giornale britannico The Guardian, Hillary Clinton ha spiegato l’ascesa del populismo che ha causato la perdita di consensi elettorali alla sinistra in Europa ma anche in America. La Clinton ha continuato spiegando che ammira la generosità e accoglienza dimostrate ai migranti da Angela Merkel ma non si può continuare su quella strada perché scombussolerà il sistema politico.

La Clinton ha ragione che la destra ha usato la paura degli stranieri per ascendere al potere. Ce lo confermano il voto in Gran Bretagna con la Brexit e i successi elettorali di regimi di destra in Europa dell’Est, in particolar modo quelli della Polonia e dell’Ungheria. Ma anche nell’Europa Occidentale la destra ha ampliato il suo potere conquistando maggioranze in Austria e erodendo il partito della Merkel in Germania con l’uscita di scena della Cancelliera dal vertice della Cdu (e al prossimo giro anche dal governo). Anche in Italia la Lega è riuscita a raddoppiare i suoi consensi, divenendo, secondo i più recenti sondaggi, il principale partito del Paese. Il più recente successo della destra si è manifestato in Spagna dove il Partito Vox ha vinto parecchi seggi nel parlamento dell’Andalusia, roccaforte della sinistra.

L’elettorato, preoccupato dalla presenza sempre crescente di migranti, si è rivolto ai partiti che hanno promesso soluzioni facili per affrontare i timori causati dai nuovi arrivati che aumentano l’incertezza economica ma anche sociale. I dati scientifici ci dicono che la paura non è basata su fatti reali poiché i reati stanno diminuendo. Inoltre i reati commessi dai migranti rappresentano cifre inferiori a quelli commessi dai nativi. Ciononostante un reato commesso da uno straniero viene spesso ampliato dai media e strumentalizzato da leader della destra per aumentare il clima di paura. C’è poi l’impatto culturale, che aggiunto alla paura dei migranti, amplia l’insicurezza generando l’impressione che i migranti vogliano imporre la loro religione e cultura.

I nuovi arrivati però non intendono imporre la loro cultura poiché non hanno nessuna intenzione di ricreare il sistema politico e economico che ha fallito nel loro Paese e li ha costretti ad andare via, spesso rischiando la vita. Ciononostante la loro presenza e la probabilità di nuovi arrivi causa allarme e costernazione.

Le soluzioni semplicistiche che i populisti offrono volentieri con muri e la chiusura delle frontiere vengono ricompensati con voti. Non ci sono però soluzioni facili. La sinistra ha potuto fare poc’altro che offrire la lodevole empatia per esseri umani che sfuggono da guerre e miseria. La strada politica meno pericolosa per limitare le sconfitte elettorali è stata quella di parlare poco di migranti e concentrarsi su altri temi. Lo hanno fatto con successo i democratici in America alle recenti elezioni di metà mandato, sottolineando l’importanza della sanità e l’antipatia verso Trump, i cui sondaggi lo danno al 38 percento di popolarità.

L’inquilino della Casa Bianca ha però insistito sulla questione dell’immigrazione intuendo, forse giustamente, la debolezza dei democratici sulla questione di nuovi arrivati. Trump ha etichettato la cosiddetta carovana di migranti dell’America Centrale come un’invasione, inviando 5mila soldati al confine per impedire loro l’ingresso. Il 45esimo presidente ha inoltre minacciato di togliere i contributi americani ai Paesi centroamericani, peggiorando la situazione, e alla fine generando più profughi.

I democratici però non hanno abboccato l’esca di Trump e hanno condotto una campagna politica sottolineando la questione della sanità nella quale hanno vantaggi sui repubblicani che avevano cercato negli ultimi due anni di ridurla, causando insicurezza. In particolar modo, i candidati democratici hanno usato la copertura delle condizioni preesistenti come elemento basico mentre i repubblicani volevano che le compagnie decidessero su chi assicurare o no prendendo in considerazione anche malattie preesistenti. La campagna dei democratici ha funzionato come ci conferma la loro conquista della maggioranza alla Camera, aiutati anche dalla tossica personalità di Trump.

Al di là dei risultati elettorali, la questione dei migranti non si risolverà facilmente. Matteo Salvini ha intuito la soluzione condensata nel suo slogan di “aiutarli a casa loro”. Ciò richiede tempo e cooperazione internazionale invece degli scontri verbali causati dal ministro dell’interno. Salvini però non ha fatto nulla per stabilire legami con altri Paesi europei e africani per gestire meglio la situazione. Mantenere l’insicurezza gli frutta più voti e gli dà l’opportunità di continuare la sua campagna elettorale. Gli elettori, assetati di risposte immediate, continuano a incrementare il loro sostegno per Salvini e compagnia mentre la sinistra rimane senza idee. Il suggerimento di Hillary Clinton sarebbe di copiare la destra divenendo in effetti una sinistra light, remando a destra.

Yanis Varoufakis, però, la vede in modo diverso. L’ex ministro delle finanze nel Governo Tsipras in Grecia, in un’intervista al programma americano Democracy Now, ha dichiarato che la sinistra deve in primo luogo appellarsi “all’umanità degli esseri umani” ma allo stesso tempo usare la logica. Varoufakis ha continuato spiegando che la sinistra deve fare di tutto per migliorare la situazione economica al livello globale, affrontando le insicurezze degli occidentali, ma migliorando allo stesso tempo l’economia e la stabilità nei Paesi da dove fuggono i migranti. Una soluzione seria ma molto più lungimirante che non rappresenta le immediate soluzioni richieste dagli elettori.

Domenico Maceri
professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California.

Kategorije: Italija

Brexit, stallo dentro e fuori la Gran Bretagna

Čet, 13/12/2018 - 17:49

theresa-mayCompleto stallo Oltremanica, il Regno Unito non riesce a risolvere il problema del divorzio con l’Unione europea, provocando un vero e proprio terremoto interno. Nonostante tutti i pronostici però Theresa May è ancora in sella, ma non riesce a manovrare per la direzione della strada da intraprendere. Dopo il voto passato ieri chi vuole una Brexit più “dura” ha capito di non avere i numeri per sostituire la Primo ministro, tuttavia i conservatori puri sono abbastanza forti da bloccare l’approvazione dell’accordo in Parlamento. Il voto era previsto per l’11 dicembre ma è stato sospeso in attesa che la May riesca a trovare tutti i voti necessari (all’accordo si oppongono anche il Partito Laburista, i Liberal-Democratici e il partito unionista nordirlandese).
Al riguardo gli unionisti nordirlandesi del Dup, alleati vitali del governo Tory, hanno ribadito di essere disposti a continuare a garantire sostegno alla premier e a votare contro un’eventuale mozione di sfiducia all’esecutivo solo a patto che l’accordo sulla Brexit – nel suo testo attuale e in mancanza di correzioni concrete – non sia sottoposto a ratifica. Il governo britannico ha fatto sapere che intende far votare l’accordo entro il 21 gennaio: probabilmente utilizzerà queste settimane per cercare di convincere più parlamentari Conservatori possibili ad appoggiare l’accordo, per poi provare a perdere “bene” la prima votazione e riprovarci nei primi mesi del 2019.
Da parte dell’Unione europea sembra invece chiusa ogni porta ai continui rinvii dell’UK, e in vista dell’incontro odierno, l’Ue — si legge in una nota di cui l’Ansa ha preso visione — «è pronta ad esaminare se qualsiasi altra rassicurazione possa essere data» a May, ma «tale rassicurazione non cambierà o entrerà in contraddizione con l’accordo» sulla Brexit.

Kategorije: Italija

Scrive Luciano Masolini: La breve primavera di Praga

Čet, 13/12/2018 - 17:40

Almeno una parte del mio socialismo, al quale sono legato fin da quando ero ragazzo e che con molta fierezza continuo a tenermelo tuttora ben caro, scaturisce sicuramente da quei numerosi dissidenti sovietici che davvero tanto dovettero pagare per quel loro tribolato disaccordo. Nell’anno che ormai sta per concludersi si è celebrato (analizzandolo da più angolature) il Sessantotto. Fortunatamente in mezzo alle molteplici celebrazioni non sono mancati anche vari ricordi di quella brevissima ma rilevante stagione che fu denominata la “Primavera di Praga”. Sulla sofferta questione la Federazione Giovanile Socialista Italiana di allora assunse una netta e chiara presa di posizione.

Arrivarono infatti a stampare un piacente manifesto dall’inequivocabile contenuto pieno di sincera solidarietà – tutto così ben coerentemente radicato nei principi socialisti. Per quanto è ormai tanto il tempo trascorso da quei doloroso periodo, ciò che venne fatto da quella vecchia Federazione rimane pur tuttavia una bella e sentita testimonianza. Vivida partecipazione che ci fa veramente ben comprendere di che cosa è fatto il socialismo e quale ne è la sua essenza: “Un anno fa, il 21 agosto 1968 – scrissero i giovani socialisti -, truppe militari dell’Unione Sovietica, della Bulgaria, della Repubblica Democratica Tedesca, della Polonia e dell’Ungheria, hanno invaso ed occupato il territorio della Repubblica Socialista Cecoslovacca contro la volontà del Governo, del Partito Comunista e del popolo della Cecoslovacchia, per impedire con la repressione armata lo sviluppo del nuovo corso democratico e socialista.

Il gruppo dirigente dell’Unione Sovietica, con la complicità di quattro Paesi del Patto di Varsavia, ha calpestato con l’aggressione alla Cecoslovacchia i fondamentali valori dell’Internazionalismo, della democrazia e del socialismo ed ha violato i più elementari principi dell’Indipendenza, dell’autodeterminazione e della pace tra i popoli. Le truppe sovietiche ed alleate occupano ancora il territorio nazionale cecoslovacco, perché il nuovo corso continua silenziosamente nelle fabbriche e nelle scuole, nelle campagne e nella città, con l’ostilità civile e la resistenza passiva verso gli aggressori da parte di tutto i popolo cecoslovacco. I giovani socialisti esprimono la loro piena solidarietà al popolo e alla gioventù cecoslovacca per la continuazione del nuovo corso, per cacciare dal territorio nazionale cecoslovacco gli occupanti e per isolare politicamente e moralmente il gruppo dirigente sovietico, lottando contro l’imperialismo e la politica di potenza sovietica per il superamento dei blocchi militari e per l’affermazione della democrazia socialista”. Questo l’emblematico e solidale appoggio della gioventù socialista a quella breve “Primavera”, che davvero tanto anelava a rifiorire di libertà.

Luciano Masolini

Kategorije: Italija

Psi Vibo Valentia: “Salute cittadini messa a repentaglio per incapacità”

Čet, 13/12/2018 - 17:32

“I mesi passano e della postazione di 118 per la zona sud della provincia di Vibo Valentia ancora nulla”. Lo afferma in una nota Gian Maria Lebrino  Segretario provinciale Psi Membro consiglio nazionale Psi. “Da tempo portiamo avanti l’istanza per ottenere una postazione fissa di 118 che serva una popolazione di circa 20 mila abitanti in una zona sprovvista e che presenta diverse criticità per raggiungere i nosocomi di Vibo (attraversamento del monte Poro ) e Tropea (sp 23 chiusa da molto tempo).  Ad oggi rimangono inascoltati i nostri numerosi e insistenti appelli al management provinciale dell’azienda sanitaria .nessuna risposta ,nessuna soluzione .
Tale comportamento, tenuto da chi dovrebbe tutelare la salute dei cittadini, è vergognoso ed inaccettabile”.

“La salute dei cittadini – continua la nota – che risiedono nei comuni di Nicotera, joppolo, limbadi, Rombiolo, San Calogero è messa a repentaglio per l’incapacità, nel 2018, di alcuni “manager” di rimediare del personale e un mezzo sufficientemente attrezzato per prestare in tempi ragionevoli i primi e vitali soccorsi. Chiediamo, ancora una volta , le dimissioni di chi sta alla guida dell‘Asp vibonese e invieremo nei prossimi giorni una missiva al ministro competente”.

Kategorije: Italija

L’Italia e l’Europa di fronte al baratro più profondo

Čet, 13/12/2018 - 17:21

Mancano meno di sei mesi alle elezioni europee, spartiacque mai così decisivo sul futuro politico d’Italia e d’Europa, e in Italia, tuttavia, quello che dovrebbe essere il costituendo fronte europeista, anziché puntare, come sarebbe saggio, a trovare una quadra e ad aggregarsi, continua a viaggiare più che mai frazionato, distinto in decine di frammenti che, purtroppo, è quasi matematico, contribuiranno a una sconfitta elettorale già abbondantemente annunciata.

Contemporaneamente al manifesto che abbiamo diffuso anche da queste colonne con un certo entusiasmo sul rilancio del progetto di una lista radicale e socialista della Rosa nel Pugno per gli Stati Uniti d’Europa, dalle file del Pd sono nati ben due comitati civici: Piazza Grande del candidato segretario Nicola Zingaretti (che in verità sa un po’ di correntone old style) mentre il gruppo renziano, ufficialmente sparpagliato nel dibattito delle Primarie, origine del ritiro dalla corsa congressuale di Marco Minniti, sentitosi tradito proprio dal suo ex premier, ne dovrebbe costituire un altro, forse alla base dell’ormai decotto progetto di un partito liberaldemocratico neocentrista che dovrebbe vedere tra i protagonisti, oltre all’ex segretario dem, anche altri fuoriusciti da Forza Italia per la quale al progetto pare stia pensando Paolo Romani.

E siccome poi non può esserci due senza tre: a Napoli il sindaco De Magistris punterà a rendere il suo gruppo cittadino dal nome (un po’ autoreferenziale, un po’ allusivo) DeMa in un movimento nazionale tutto nuovo, da ribattezzare prima di Natale e pronto ad armarsi e a partire per le Europee. Per andare dove? Chi lo sa.

Ma tanto – obietterà qualcuno – si vota con il proporzionale, poi i gruppi sono precostituiti all’Europarlamento di Strasburgo. Una palese verità che però, stavolta, proprio e più che mai per il duplice valore che avranno le elezioni europee per il nostro Paese, rischia di essere politicamente devastante.

E psicologicamente devastato, in questo senso, deve essere, sul fronte europeista popolare, il movimento berlusconiano con una Forza Italia ridotta elettoralmente all’osso, ben al di sotto del 10% per il quale l’ultima carta della vita potrebbe essere la candidatura a tutto campo di Silvio Berlusconi capolista ovunque.

Misteriosa per ora la posizione dei radicali di Emma Bonino confluiti in + Europa già dalle scorse Politiche che, tuttavia, a meno che non vogliano proporre a qualcuno di trasformare il loro listino in un listone aggregante, da soli non potranno coltivare troppi sogni di gloria.

Soprattutto se in mezzo all’agone c’è il Movimento 5 Stelle, come al solito indefinibile, dato in calo ma con uno zoccolo duro forte e numeroso che resiste e ad oggi negli ultimi cinque anni, neppure alle famose elezioni europee 2014, quelle del Maalox, è sceso al di sotto del 20%.

Dall’altra parte c’è il fronte dei cosiddetti “sovranisti”, nazionalisti moderni che di fatto – anche se non possono ancora dirlo con chiarezza – in prospettiva fungeranno da demolitori dell’idea di Europa unita su cui il Vecchio Continente si è riunito dal secondo dopoguerra.

A dire il vero – ma la consolazione è magra – viaggiano anche loro in ordine sparso. Basti pensare che il premier ungherese Orban si posiziona – inspiegabilmente – nel Partito Popolare Europeo. Lui che è il migliore amico di Salvini, almeno a parole. I fatti – se identifichiamo Salvini (ahinoi) con l’Italia – dicono esattamente il contrario.

Poco gliene importa al leader leghista, ormai praticamente una popstar che, forte del suo rasoio semplicizzante (anche a costo di sparare fake news e numeri imbarazzanti e irrealizzabili sui social, vedi il taglio delle accise sulla benzina dal 5 marzo scorso o il rimpatrio di 600mila immigrati) ammassa consensi che hanno più a che fare con l’irrazionalità e l’ignoranza di un popolo disinformato che con effettivi ragionamenti politici e che tuttavia legittimano lui, rivelatosi animale politico al di sopra di ogni previsione, a fare il praticamente il bello e il cattivo tempo.

A questo si aggiunga che all’indomani della manifestazione di Piazza del Popolo a Roma, fondata sull’esaltazione del #primaglitaliani, persino commentatori solitamente moderati, sebbene a destra, come il giovane editore Francesco Giubilei, dalle colonne de Il Giornale parlava di Salvini come del leader di un neonato “partito della nazione”, progetto nel quale avevano fallito prima Berlusconi con il Pdl, poi Renzi con il Pd al 40.

C’è da dire che se questa è l’idea di nazione su cui la maggioranza si riunirà: chiusa in se stessa, impaurita da ogni diversità, egoista, contraria all’accoglienza e alla solidarietà, fino a giustificare violenza e razzismo, mal ne incorrerà all’Europa di domani. Un male che l’Italia sta già sperimentando e potrebbe peggiorare ulteriormente, specie se le opposizioni non si daranno una sveglia che non suoni quando ormai sarà davvero troppo tardi. Il confine è stretto e il burrone è profondo. Caderci equivarrebbe ad essere senza scampo.

Daniele Priori

Kategorije: Italija

Perché contro gli estremismi serve una politica mite

Čet, 13/12/2018 - 17:14

Sul “Corriere della Sera” del 12 dicembre 2018 c’è una bella recensione di Fabio Rugge ai libri di Paolo Gentiloni, “La sfida impopulista” e di Roberto Maroni, “Il rito ambrosiano”. Bella, soprattutto perché fin dal titolo dell’articolo viene richiamato un invito alla “responsabilità” e alla “prudenza” come antidoti all’estremismo. Doti purtroppo che nel recente passato sono mancate soprattutto alle parti politiche di riferimento degli autori dei due libri, quando il primo faceva riferimento al sindaco di Roma Rutelli – denigratore feroce della Prima repubblica – e il secondo era uno dei capi della Lega, che della prudenza rappresentava l’esatto opposto. Risulta dunque insincera o del tutto tardiva l’invocazione a una politica mite e responsabile quando da tempo “i buoi sono stati fatti scappare dalla stalla”.

L’estremismo insano che alligna nell’attuale politica italiana risale infatti almeno a 25 anni fa, quando a detta del prof. Angelo Panebianco – che lo scrive sul “Corriere della Sera” del 7 febbraio 2018 – è con ‘Mani pulite’ che “arriva il diluvio” e che “il prestigio dei politici crolla ai minimi termini e non risalirà più; è allora – continua Panebianco – che si diffonde quella che considero la madre di tutte le fake news, la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo». Gli è che su quella “fake news” è stata costruita tutta la politica gridata o meglio la falsa antipolitica di chi predicava quest’ultima per meglio insediarsi nelle istituzioni e nel potere. Volevano e vogliono rappresentare la rivoluzione morale degli italiani, quando questa indignazione – questa volta secondo un altro studioso, Galli della Loggia, che in modo preveggente lo scrive sul “Corriere della Sera” risalente al 22 aprile 1993 – non rappresentava altro che una “bugia”.

Occorreva allora come oggi quella politica mite che continuasse e continui a spiegare che in ogni società, prosperità e progresso sono possibili solo dove la contesa politica e sociale resta sul piano civile; mentre le esasperazioni – che conducono al «diluvio» evocato da Panebianco – possono essere dannose per la stabilità democratica ed economica del Paese. Lo ha spiegato – ancora e sempre sul “Corriere della Sera” del 6 aprile 2017 il professor Fadi Hassan, docente di macroeconomia internazionale presso il Trinity College Dublin, secondo il quale il reddito odierno degli italiani “è tornato allo stesso livello che avevamo nel 1961”. Mentre fino ai primi anni Novanta c’era stata crescita, “nell’ultimo ventennio siamo tornati indietro di 55 anni”.

Purtroppo sono mancate persone e istituzioni che si opponessero agli estremismi pseudo-moralisti del nostro tempo: o quelle che potevano esserci, sono state ridotte ai margini o alla dimenticanza, quando non denigrate o defenestrate.

Nicola Zoller

Kategorije: Italija

Paolo Cristoni Pensare in grande

Čet, 13/12/2018 - 16:56

Mi sembra che il passaggio-chiave dell’articolo sia “…serve una Bad Godesberg del socialismo europeo…”, anche se oggi non si tratta di superare l’ideologia marxista e la (tragica) illusione di una rivoluzione proletaria.

Ha senso comunque ricordare quell’evento che portò la socialdemocrazia tedesca anche a trainare i partiti socialisti europei verso politiche riformiste che hanno dato luogo (ove più ove meno) all’ampliamento dei diritti civili, a sistemi di protezione dei più deboli, a quello “Stato sociale” in cui modello è oggi in piena crisi (economico-finanziaria e di consenso, quindi anche sotto il profilo culturale).

Di passaggio: mi piacerebbe che fosse ricordato Olof Palme, che a mio avviso è stato un grande statista socialdemocratico, e una delle prime vittime di quell’intolleranza che oggi sembra normale e legittima.

Se la memoria non mi tradisce, lui diceva che “il capitalismo non è una tigre da uccidere, ma una pecora da tosasre”.

Ecco: ripartirei da qui, chiedendomi se questo sia ancora vero e possibile. C’è un’alternativa al sistema capitalistico? Direi di no.

C’è un’alternativa ragionevole all’attuale sistema, ossia all’assetto che ha preso negli ultimi decenni il capitalismo? Direi di sì, e aggiungerei che è necessaria per la stessa sopravvivenza del sistema stesso (a meno che non si pensi alla possibilità di un “mondo amoroso” alla Fourier: bella utopia, ma appunto utopia).

Vent’anni e passa di globalizzazione e neoliberismo, obiettivamente, hanno da un lato fatto uscire dalla povertà centinaia di milioni di persona, e dall’altro aumentato le disuguaglianze, concentrando le ricchezze (ed anche il potere, di fatto) nelle mani di una sempre più ristretta minoranza.

Questo mentre Internet ha scardinato i tradizionali rapporti tra le persone e generato forme di relazione, dipendenza e controllo mai viste prima (solo Facebook gestisce più di 2,5 miliardi di contatti quotidiani, e i dati che ne ricava sono di sua proprietà).

Contemporaneamente (ma il fenomeno ha origini precedenti), sono cresciuti -ed ora si mostrano in tutta evidenza- i problemi di sostenibilità del nostro modo di produrre e consumare.

Problemi che certo non possono essere affrontati né tantomeno risolti da un singolo Stato (per quanto forte possa essere la determinazione di un singolo Governo, democratico o meno che sia).

Il riscaldamento dell’ambiente, la crescente carenza di risorse naturali (a cominciare dall’acqua), i conflitti per il loro controllo, le migrazioni di massa, la gestione dei dati ecc. sono questioni all’ordine del giorno, che non potranno essere risolte da muri né da “decreti sicurezza”.

Quindi bene una visione che vada oltre le angustissime questioni di qualunque partito (e del PD in particolare, che deve ancora decidere cos’è, se c’è o ci fa).

Bene anche la proiezione internazionale (che penso dovrebbe innanzitutto insistere sull’Europa ed i suoi valori fondanti, puntando ad una seria riforma dell’attuale assetto).

Nel frattempo non dovremmo dimenticare che al pensionato che sta al freddo perché non riesce a pagare la bolletta del gas (e sono molti in queste condizioni, secondo una recente indagine) non serve sapere che più si scalda più aumentano i problemi ambientali: magari lui vorrebbe poter contare sul fatto che qualcuno gli consente di non patire freddo.

A chi ritiene di essere in pericolo non basta dire che le statistiche dimostrano un calo dei reati (né, men che meno, suggerire di difendersi da solo, privatizzando così anche la Giustizia).

Al giovane che non trova lavoro non serve un tutor o un “navigator”: serve un lavoro.E il lavoro (a parte le Amministrazioni Pubbliche) lo danno le imprese. Imprese che hanno bisogno di meno burocrazia, meno tasse.

Nel nostro Paese il 90% delle imporese ha meno di 10 dipendenti, ma ognuna è soggetta ad obbligi e adempimenti in quantità.

È strano se il lavoro nero (secondo l’ISTAT) rappresenta ancora almeno un quarto del PIL?

E’ strano se, pur avendo un apparato normativo estremamente rigoroso, muoiono ancora sul lavoro circa 300 persone all’anno?

E dove sono, che fanno gli Ispettori del Lavoro in Calabria, Campania, Sicilia, ma anche in Veneto, Friuli, e dalle parti nostre?

In breve: io penso che sia giusto e doveroso “pensare in grande”, ossia pensare ai problemi che si presentano su scala internazionale e mondiale, ma temo che questo non basti (anzi: che non serva affatto, ora) ad arginare o contrastare l’ondata populista che ci sta sommergendo.

La “Bad Godesberg” (o “la mossa del cavallo”), è a mio avviso innanzitutto l’abbandono di un modo di concepire e fare politica, quello (per intenderci) che ha portato all’annullamento del PSI ed all’esaurimento del PD (per inciso: non vedo come l’esito del Congresso PD possa avere qualche significato in questa ottica: sarà la solita resa dei conti in un Partito inventato malamente e malamente gestito).

Penso che una nuova sinistra democratica e moderna potrà nascere solo se riprenderà i propri fondamentali valori, senza ripetere schemi che per un ventenne di oggi sarebbero incomprensibili (se non decisamente risibili: chi diavolo sa cos’è Bad Godesberg?).

Ma ci sono sempre più persone in difficoltà, spaventate, deluse, che si sentono abbandonate, quindi diventano rancorose, incattivite, e trovano chi -senza risolvere i loro problemi- dà però un senso, voce e forma alla loro rabbia, indirizzandola contro i più deboli (le vittime da sempre facilmente desigante).

Oppure la manifestano in forma di ribellione, come nel caso recente dei “Gilet gialli” in Francia (dove l’aumento del costo dei carburanti è stato solo una concausa scatenante).

La sfida è questa: siamo in grado di dare non solo una risposta ragionevole e sostenibile a queste persone, e una prospettiva diversa?

Perché non credo che oggi ‘sta gente sia recuperabilie alla causa socialdemocratica solo sulla base di appelli ai sacrosanti valori.

Per concludere, penso che una vera “Bad Godesberg” non possa partire che da una serie di domande, ossia da una seria riflessione su quello che è diventata la socialdemocrazia europea (e quella italiana, se mai c’è stata), e sul perché abbia perso consensi anche nelle sua tradizionali roccaforti (Svezia, Andalusia, Austria, acc.).

Poi ovviamente le risposte dipendono dalle domande: se continuiamo a chiederci perché gli altri vincono malgrado la nostra bella storia e le nostre belle facce, be’, rassegnamoci a fare le riunioni di combattenti e reduci

Paolo Cristoni

Kategorije: Italija

Manovra. Il governo al punto di partenza

Čet, 13/12/2018 - 16:39

conte salvini dimaio

Si sono incontrati ieri sera Conte e Juncker per parlare della manovra italiana modificata. Un portavoce della Commissione Ue ha fatto sapere: “Buoni progressi nell’incontro Juncker-Conte: la Commissione ora valuterà la proposta ricevuta questo pomeriggio dall’Italia. Il lavoro proseguirà nei prossimi giorni”.

Il premier Giuseppe Conte, al termine dell’incontro con Juncker, ha detto: “Abbiamo anticipato la nostra proposta a Bruxelles. Abbiamo illustrato la nostra proposta che mi consente di dire che non tradiamo affatto la fiducia degli italiani, rispettiamo gli impegni presi in particolare sulle riforme che hanno maggiore impatto sociale. Da 2,4 scesi a 2,04. Reddito e quota 100 restano. Confidiamo di portare a casa una soluzione positiva con l’Ue. Reddito di cittadinanza e quota 100 partiranno nei tempi previsti. Calerà il deficit strutturale e la crescita sarà superiore alle nostre attese. La nostra proposta ci consente di dire che non tradiamo la fiducia degli italiani e che rispettiamo gli impegni presi con le misure che hanno maggiore impatto come quota 100 e reddito di cittadinanza”.

Soddisfatto dell’incontro Conte-Juncker è stato il ministro del Tesoro, Giovanni Tria. Intanto, dal vertice avvenuto successivamente, tra il premier Giuseppe Conte e i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, a quanto si apprende, nella riunione il premier avrebbe aggiornato i leader di Lega e M5S sulle novità della trattativa con l’Ue per la manovra dopo l’incontro con Jean Claude Juncker.

Dopo l’incontro a Bruxelles, fonti Ue hanno spiegato che serviranno alcuni giorni di lavoro tecnico per arrivare ad una conclusione della trattativa con l’Italia sulla base della proposta portata dal premier Giuseppe Conte a Jean Claude Juncker.

Fonti della maggioranza governativa hanno comunicato che la proposta di Conte, stata inviata solo poche ore prima dell’arrivo del premier a Bruxelles e sarà ora vagliata attentamente dai tecnici europei.

Il ministro dell’economia Giovanni Tria sarà  a Bruxelles anche domani per proseguire il negoziato con la Ue a livello tecnico.

Però, già a luglio il governo conosceva i limiti entro cui avrebbe potuto muoversi per rispettare le regole europee di bilancio. Invece, ha fatto strumentalmente una manovra provocatoria all’Ue con lo scopo di mantenere viva la propaganda elettorale di Lega e M5S. Adesso Di Maio e Salvini cosa diranno agli italiani? Certamente non diranno mai il prezzo che gli italiani hanno complessivamente pagato per questo loro grave atto di irresponsabilità governativa verso il Paese.

Salvatore Rondello

Kategorije: Italija

“Dramma di caccia”. Chekhov musicato da un italiano

Čet, 13/12/2018 - 16:10

Opera

Dramma di caccia, l’opera giovanile di Anton Chekhov è diventata un’opera lirica musicata dal maestro Pietro Cangiano. Quando aveva soltanto ventitre anni, Anton Chekhov scrisse il romanzo che rimase dimenticato in un cassetto. L’opera fu pubblicata postuma. Grazie alla librettista Laura Felice ed al musicista Pietro Cangiano oggi, ‘Dramma di caccia’ è diventata un’opera lirica: un raro esempio dei nostri giorni in cui la letteratura russa si intreccia con la musica italiana. Straordinaria la trama del grande scrittore russo che mostra i drammi delle passioni interiori che agitano l’animo umano soggiogato dal destino. Straordinaria anche la capacità del maestro Pietro Cangiano che ha colto l’attualità della tematica dell’opera, la potenzialità letteraria e le caratteristiche adatte per farne un’opera lirica. Pietro Cangiano, pianista, maestro di sala al Teatro dell’Opera di Roma, compositore, ha scritto la musica con pregevole talento, arricchendo il patrimonio musicale della lirica italiana che negli ultimi tempi si stava fossilizzando su una produzione risalente a molti anni orsono.

dramma di cacciaIl maestro Cangiano ha riproposto l’attualità artistica dell’opera lirica contribuendo a valorizzare l’universalità della cultura che abbatte le frontiere nazionali. In questo caso, sono protagoniste la letteratura russa e la musica italiana senza limiti temporali. L’opera non ha ancora visto la luce di una prima. Ieri sera è stata presentata per la prima volta una sintesi dell’opera di fronte ad un numeroso pubblico con molti intenditori. L’evento ha riscosso un grande successo. La manifestazione organizzata dal Centro Russo di Scienza e Cultura e si è svolta nella sede romana, nel salone del primo piano di Piazza Cairoli, 6. La presentazione dell’opera è stata illustrata dall’autore della musica, il maestro Pietro Cangiano. La librettista, Laura Felice, ha curato le note introduttive. Al pianoforte si è esibito lo stesso autore. Per i brani vocali si sono esibiti brillantemente: Maria Tomassi (soprano), Massimo Simeoli (baritono), Francesco Giannelli (tenore), Maria Ratkova (mezzosoprano), Andrea De Gregorio (tenore) e Federico Faildini (tenore). L’evento ha anche contribuito a rafforzare i legami culturali e le relazioni tra Italia e Russia. Auspichiamo che presto l’opera possa vedere la luce di una prima al completo, dimostrando al grande pubblico ed al mondo intero che l’opera lirica italiana è fatta ancora di grande vitalità creativa.

Saro

Kategorije: Italija

Il manifesto di Carlo Calenda

Čet, 13/12/2018 - 16:08

Pubblicato con enfasi su Il Foglio il manifesto di Carlo Calenda sviluppa analisi e proposte degne del massimo interesse. Si rivolge a tutti gli europeisti, ai progressisti, agli antisovranisti e antipopulisti con l’idea di creare quel fronte repubblicano del quale l’ex ministro e neo iscritto al Pd ha parlato più volte. La sua analisi non è originale. Tutto parte da una consapevolezza sbagliata. E cioè che dopo l’89 l’Europa e l’occidente avessero vinto una battaglia definitiva e imboccato una strada “senza inciampi grazie al mercato e multiculturalismo, secolarizzazione, multilateralismo, abbandono dello stato nazionale, generale aumento della prosperità e mobilità sociale”.

Invece “l’occidente é a pezzi, le nostre società sono divise in modo netto tra vincitori e vinti, la classe media si è impoverita, la distribuzione della ricchezza ha raggiunto il livello degli anni Venti, l’analfabetismo funzionale aumenta insieme a fenomeni di esclusione sociale sempre più radicali”. La globalizzazione ha arricchito, anche se in modi contradditori, i paesi poveri, ma ha fortemente indebolito le classi medie in particolare del nostro continente. Poi una previsione negativa, ma realistica. I prossimi quindici anni saranno i più difficili, caratterizzati dall’invecchiamento della popolazione, dall’insostenibilità dei sistemi pensionistici e dalla bassa crescita che porterà, abbinata al processo tecnologico che sta annullando molti mestieri, alla diminuzione del tasso di occupazione. Nuovi lavori si stanno creando e “le nuove professioni che si svilupperanno con l’innovazione saranno in grado di coprire i posti di lavoro perduti solo se politiche pubbliche adeguate verranno messe immediatamente in campo”. Per questo é necessario rilanciare una nuova e attiva funzione dello stato e della politica.

L’idea del manifesto Calenda é quella di uno stato forte, ma non invasivo, che non butti soldi per Alitalia o Ilva, che garantisca i più deboli, quelli che chiama “i perdenti”, ma contemporaneamente allargando la base dei “vincenti”. Mi sovviene la nostra vecchia intuizione dell’alleanza tra merito e bisogno. Gli sconfitti vanno protetti col Rei, con nuovi ammortizzatori sociali, con politiche attive contro le delocalizzazioni all’estero, col salario minimo. I vincenti vanno supportati con infrastrutture materiali (viarie, industriali come Piano impresa 4.0) e immateriali (cultura, università, scuola). Per farlo occorre tenere in sicurezza il paese, dal punto di vista economico e finanziario, perché il nostro debito va comprato e anche, proseguendo il piano Minniti, bloccando l’immigrazione alla fonte grazie a patti coi paesi d’origine.

Infine una nuova idea di sovranità all’interno della Ue, unico nostro contenitore di vita, di sviluppo, di futuro. Interessante anche quell’idea di rilanciare la conoscenza in un mondo sempre più specializzato e tecnologizzato, proprio nel momento in cui prevale una sorta di “nuovo analfabetismo” e la necessità di rispondere “alla paura” che si fortifica e si allarga sempre più nella società contemporanea. Un manifesto che Calenda definisce dei progressisti e personalmente preferirei chiamarlo dei riformisti, che intende rilanciare un fronte repubblicano (preferirei, per analogia di un quarantottesco evento storico assai negativo, chiamarla alleanza). E che si rivolge all’insieme della forze dell’opposizione al governo cinico del “fai da te”. Dunque a un raggio che va da Forza Italia fino alla sinistra. E che ben si inquadra in una futura e necessaria alleanza europea tra socialisti, popolari e liberaldemocratici, unico argine al pericolo sovranista e populista.

Non è chiaro se Calenda intenda procedere anche senza il Pd, impegnato in un congresso (parliamo del Paese e non del “Piddì o del Piddò, ha ammonito lo stesso Renzi) che appare potenzialmente deflagrante. Credo che i socialisti debbano essere della partita, coi radicali e i nuovi compagni di viaggio di provenienza laica, ambientalista, riformista. Le elezioni europee saranno il banco di prova più importante di quello che potrebbe annunciarsi come nuovo sistema politico italiano. Una grande trasformazione che si annuncia, soprattutto per le forze riformiste, non dissimile da quella avvenuta appunto a seguito del 1989.

Kategorije: Italija

Roberto Sajeva Bacioni socialisti

Čet, 13/12/2018 - 16:02

Cari compagni,

premetto che la lettera è luuuuunga. Consiglio a chi ha voglia solo delle parti succose di saltare i paragrafi “Unità socialista” e “Politica nazionale”. I giornalisti possono anche saltare “Questione giovanile” e leggere solo “Congresso” e “Ancora su di noi”.
Bacioni socialisti.

Questione giovanile

Deh, per tua vita
ama sempre un amico di te degno.
Sì ti farai nella città buon nome.

Teocrito, Idillio XXIX

I giovani, i giovani. Parea “toglie il disturbo”. Ma Federico non è assolutamente capace di disturbare, sa invece PORRE il disturbo. Ovvero sa far sorgere le contraddizioni, sa problematizzare. Solo chi PONE disturbo può TOGLIERE il disturbo, chi invece disturba può solo togliere sé dai piedi. Negli ultimi anni però, quando in molti ci saremmo aspettati una sua egemonizzazione delle federazioni del Nord (considerata l’evidente, e attiva, stima di Nencini), avrebbe dovuto forse porre meno e disturbare di più. C’est la vie.

Sintetizzando brutalmente ma esplicitando ulteriormente le sue motivazioni, Parea non crede più che il PSI possa crescere nei numeri. Non crede che si possano formare rapporti umani sereni o almeno seri. Non crede che il congresso possa servire al rinnovamento. Finalmente, dico io, Federico la pensa come me. Ma perché io resto e lui se ne va?

Alla crescita elettorale del PSI non ci credo più dal 2008. Oh, de’ verd’anni miei/sogni e bugiarde larve,/se troppo vi credei,/l’incanto ora disparve (dall’Ernani). Eppure sono rimasto autonomista e identitario. Da quelle terribili elezioni fu chiaro che leggi elettorali antidemocratiche e occupazione mediatica e istituzionale del bipolarismo-coatto/monopartitismo-imperfetto ci avrebbero lasciato sempre meno spazio tradizionale. Ero ancora ventitreenne quindi, da bravo gattopardo siciliano, ho potuto farmene una ragione. Poi questi successivi 10 anni per me sono stati un regalo miracoloso. Permesso da Nencini, da Pastorelli, da Vizzini e ovviamente dai dirigenti locali che hanno fatto la massa critica.

Per quanto riguarda i rapporti umani, è vero che (soprattutto tra giovani) c’è tanta invidia, sciocchissimo sgomitamento e via cantando. Ma vi faccio l’esempio tra me e Luigi Iorio. Ci conosciamo dal 2004. Diversissimi. Fino al 2008 non ci eravamo mai considerati poi, alla fine di una pazzissima direzione nazionale FGS ci scambiammo il primo sguardo di intesa (e poi il numero). Anni di lunghissime telefonate e agende a volte convergenti altre divergenti ma sempre in dialogo, senza mai nasconderci granché. Solo un certo pudore, da parte sua, perché so che non è che abbia proprio un altissimo giudizio di me. Ma non mi dispiaccio, perché sono uomo di mondo e so che (metaforicamente parlando!) sono la ragazza con cui lui può fare le cose zozze che la fidanzata non gli fa fare. Lui è convinto poi che non lo stimi ma non è vero. Siamo alleati? Mai, di norma su fronti opposti (ancor ora, su questo congresso, prospettive tattiche diverse); quando nello stesso fronte forse un po’ in competizione anche. Ma è un bel rapporto umano per gli standard politici. Forse un patto generazionale, ognuno con la sua agenda ma sempre avendo un occhio di riguardo ai giovani del fronte opposto.

Nella FGS sono riuscito a far vincere il cameratismo trasversale su correnti ridicole e rapporti esclusivi. La FGS adesso, nella questione generazionale, rappresenta sempre più una realtà di sano esempio. Anche se spesso sprezzata e sottovalutata come riserva indiana o gioco di ruolo. In realtà grande scuola di formazione e incubatrice di rapporti solidi che, quando sbarcheranno nel partito, costituiranno un collante formidabile.

Non ho mai reputato i congressi, dal Midas in poi, momenti di svolta ma solo tappe di un percorso. Il rinnovamento, diciamoci la verità, si fa prima dei congressi non ai congressi. Con quali tessere i giovani possono compiere il rinnovamento? Per gentile concessione dei baroni delle tessere? Se i giovani vogliono il rinnovamento devono innanzitutto farsi congiurati o pretoriani e rovesciare o confermare gli equilibri prima dell’agone congressuale, che deve confermare quel che si è già costruito al vertice. Mutatis mutandis e si parva licet componere magnis, Craxi non aveva forza congressuale ma al Comitato Centrale riuscì.

Congresso

Per un barista la parte più difficile è distinguere
chi è ubriaco da chi è semplicemente stupido.

Richard Braunstein

Il congresso, si dice, andrebbe dunque celebrato per rinnovare i quadri e per affrontare le mutate condizioni politiche, ma anche per entusiasmare la base.
Ammesso (ma non concesso) che questo stramaledetto entusiasmo sia buona cosa, non è affatto vero che i congressi entusiasmino. I congressi stancano, sfibrano la nostra comunità. Una campagna di tesseramento congressuale è sempre angosciata, agonistica, pericolosamente miope.
Se poi il congresso prevede una vasta rivoluzione delle cariche, con l’aggravante di trattative e sottotrattrative elettorali, ne vengono castrate la qualità del dibattito, l’effettività del rinnovamento e l’efficacia della proposta.

Parlando di proposta e dibattito, tra gli argomenti dei rampanti c’è la solita minestra dei territori…come se negli ultimi dieci anni la segreteria fosse stata tenuta dalla Troika. Nencini nel 2008 era Presidente del Consiglio Regionale della Toscana, Pastorelli era vicepresidente della Provincia di Rieti e non mi pare che i territori meglio forniti di amministratori locali siano stati esclusi.
Con ciò non voglio certo dire che adesso ci si debba arroccare a Roma, né che la tradizione municipalista socialista sia da accantonare (gloria a Bacchetta), né che i Compagni-coi-voti debbano essere ridimensionati. Assolutamente. Ma sono proprio le grandi mutazioni sociali, culturali e politiche in atto ad averli ridimensionati, insieme al fisiologico ridimensionamento di chi deve lavorare sui territori con le unghie mentre gli altri hanno motozappe e trattori.

Un equivoco però c’è. La politica dei “consensi” sta morendo sotto quella DEL Consenso. E non voglio mettermi a discutere se fosse meglio ai bei tempi del porta a porta. Per le amministrative ancora ha senso, almeno per noi, almeno da qualche parte, la vecchia formula della penetrazione del voto familiare (fosse persino clientelare, non voglio porre questioni morali ma è giusto chiamare le cose col loro nome ed essere realisti): non ha però senso pensare che l’operatore dei consensi territoriali sia indiscutibilmente da proiettare nella strategia nazionale di creazione del consenso. Vero è che i nostri ancora formidabili Leader Territoriali, i Compagni-coi-voti, alle nazionali rendono meglio delle realtà più fragili. Bene fanno a rivendicare voce in capitolo. Ma bisogna anche avere l’umiltà di ammettere come lo “spread” tra i consensi personali alle amministrative e il consenso che portano al partito alle nazionali sia il vero dato su cui riflettere.

Se questo partito può avere qualche speranza di sopravvivere (in qualsiasi forma) non può prescindere da una dimensione e visione nazionale se non internazionale. E mi fa piacere che molti si siano accorti di ciò, mi dispiace però che i Compagni-coi-voti debbano liquidare sbrigativamente quei compagni critici come delle Cose-Inutili. Vedere un paio di Compagni-coi-voti agitarsi così tanto per il congresso nazionale, e per le Europee (miraggio per senza senno), invece che per i 4000 comuni al voto allora mi fa preoccupare. In tutto questo, crudamente, dobbiamo anche dirci che purtroppo la maggior parte di questi territori dove ancora contiamo sono assolutamente periferici nel contesto nazionale. Un 10% in Valle d’Aosta vale meno di un 1% a Milano, non parlo di semplici numeri assoluti, di bacino elettorale ma anche di significato. Perché ci sono realtà geopoliticamente più significative di altre. Viva la nostra presenza nelle periferie geopolitiche d’Italia, dobbiamo lottare per renderle geopoliticamente meno dispersive ma l’investimento di attenzione e di risorse va portato nei nodi cruciali del Paese. Parlo ovviamente di Roma, Milano, Torino ma anche di ogni hinterland industrializzato, di ogni piazzaforte commerciale e così via.

Alcuni Compagni-coi-voti se ne rendono conto, ma la sempre maggior difficoltà di mantenere lo standard minimo di consensi forse gli fa sentire l’acqua alla gola e cercano altri spazi, che però in buona sostanza non esistono e se parzialmente esistono (e questa è una delle tragedie della politica contemporanea) quegli spazi purtroppo servono meno di prima. Certi ruoli, partitici e persino istituzionali, non sono più nutrienti come un tempo, anzi contribuiscono a impoverire il proprio terreno. Bisogna cambiare obbiettivi oltre che ritrovare la missione, non ci si può illudere più dell’utilità dei sottogoverni territoriali. Il prezzo per ottenerli e mantenerli non è più ragionevole. Se poi la questione è il gettone, che posso dirvi…i soldi servono al convento più che ai frati.

Oltre ai Compagni-coi-voti saggi (cito solo Oddo perché mio segretario regionale), che andrebbero aiutati seriamente a salvare il salvabile, abbiamo anche una serie di fegati rancorosi e pazzi megalomani (ce ne sono tanti, anche di più ridicoli, fra i compagni-senza-voti, ça va sans dire). Questi sono pericolosissimi e se questo congresso potrà servire a qualcosa dovrà servire ad accompagnarli fuori dalla porta.
Basta con la retorica della “scissione dell’atomo”: ma come (si dice in buona fede) siamo già pochissimi e dobbiamo pure buttarne fuori altri? Certo. Perché quando si è tanti si può in certa misura tollerare (digerire) cretini, megalomani e persino criminali ma quando si è pochi bisogna invece stare molto più attenti a come questi possano maggiormente condizionare la comunità, spesso tenendola in ostaggio di buffonate e ipocrisie pelosissime.

Unità socialista e Rosa nel Pugno

e sono qui solo come un animale
senza nome
(…)
E cerco alleanze che non hanno altra ragione
d’essere, come rivalsa, o contropartita,
che diversità, mitezza e impotente violenza:
gli Ebrei… i Negri… ogni umanità bandita…
Pier Paolo Pasolini, La Realtà

È l’Unità Socialista? Bisogna fare una distinzione che spesso non è tanto chiara. Una cosa sono le forze politiche altra cosa è il ceto politico. E neanche metto in conto i coriandoli. Il ceto politico sono gli apparati sterili che uccidono i partiti, i capi tribù che nei territori spostano pacchetti di voti, le torbe di giovani secchioni o vitelloni che cercano il posto (o l’ospitata televisiva, chagrin). Detto questo, l’Unità Socialista significa recuperare le briciole per rifare la vecchia pagnotta? No. Significa recuperare sicuramente quei gruppi e quei soggetti che hanno un valore politico, che servono a rafforzare la nostra prospettiva ma Unità Socialista, e su questo Nencini è stato sempre chiaro, deve anche fare spazio e catalizzare novità.

La questione Rosa nel Pugno altro non è che questo. Cercare di aggregare una realtà con noi da sempre in dialogo, che sta vivendo uno scisma drammatico e debilitante (meno male per noi), per convergere in una comune missione. E qui vengono le giuste osservazioni che io stesso, in un’intervista sull’Avanti, sollevai prima delle nazionali quando si parlava del fronte laico-socialista-ambientalista che poi diventerà la lista Insieme. La Rosa nel Pugno fu grandioso momento che troppo presto si spense. Ma dimentichiamo sempre che quel progetto, certamente più liberale che socialista, venne composto prima della Crisi. Avevamo sicuramente le ricette per contenere quella deriva proprio in senso liberalsocialista ed europeo (mobilità sociale, integrazione assennata e via cantando) ma non ci fu modo ed eccoci ora da oltre dieci anni nel bitume e nel veleno che ha dato vita al degeneratissimo panorama socio-culturale e, di conseguenza, politico, che viviamo.

Ecco che la Rosa nel Pugno, se rifatta come era, chiaramente appare una risposta sbagliatissima non solo per creare il famoso consenso ma proprio sul piano dell’onestà intellettuale. Varrà la pena (grande per me e temo anche per voi pazienti lettori) di scrivere un articolo in merito, ma intanto sono ottimista perché dobbiamo ricordarci tutti che Nencini già allora poneva questi problemi. Nencini, che non può essere certo accusato di sovranismo e massimalismo, ai tempi della prima RnP questi problemi li sollevava, vedeva già che quel progetto era arrivato tardi, a un passo dal disastro. E allora bene che sia lui stavolta a guidare almeno questa prima fase di ricomposizione, insieme a Pastorelli che (benedetta sia la terra su cui cammina) si occupa dell’altro lato importante dell’operazione col PR: quella strutturale e infrastrutturale.

Non solo radicali però. Craxi, che sempre deve brillare nei nostri cuori, aveva sì una gamba liberalsocialista ed europeista, ma anche una gamba (diciamo per semplicità) populista e tricolore. Negli anni in cui ho guidato la FGS ho aperto al dialogo, lo scambio e la collaborazione con molte realtà di frangia del magma populista, trovando interlocutori giovani, preparatissimi, interessantissimi che possono essere incanalati in una Unità Socialista intesa anche come nuova Evangelizzazione, o almeno di nuovo Ecumenismo Socialista. La segreteria Pedrelli oggi, pure con sane e fisiologiche differenze, si sta muovendo in attivissima continuità e credo che per questa ragione la FGS debba tornare ad essere soggetto attivo nella ricomposizione della RnP. Come il socialismo libertario di Quadrana fu l’anima della vecchia Rosa così la nuova deve passare dai contributi dei giovanissimi militanti della FGS.

Ecco allora, sull’Unità Socialista, visto che piacciono le metafore, bisogna dire che gli atomi vanno scissi con elementi anche alieni per liberarne (e canalizzarne, ovviamente) l’energia. Non si può pensare di comporre un oggetto incollando un atomo alla volta, non ha senso.
Quel che va proposto, dopo il fortunato ossimoro socialismo-liberale, è un nuovo ossimoro che permetta (metodologicamente e fuggendo l’ideologia) di trascendere le baruffe e guardare oltre.

Politica nazionale

Accanto ad ogni pianeta, c’è un Astro nero dove si raccolgono
gli elementi di un nuovo mondo, destinato a sostituire quello che
si sarà dissolto. Tutte le particelle di materia, partendo da un punto,
si dirigono verso un’altra regione dell’unvierso dove si trova un astro oscuro.


Papus – Trattato metodico di Magia pratica

E ovviamente c’è la scadenza delle europee.

Lega e Grillini surfano in una vena viva della Storia del mondo, noi (i sistemici psi, PD, Forza Italia, LEU, +Europa e via cantando) languiamo in una vena secca.

Non ha senso l’appello alle identità meramente culturali di destra e sinistra. Destra non ha mai voluto dire “destra” ma emancipazione così come sinistra sta per regolamentazione. L’idea di emancipazione della destra liberale (pur con le impurità italiane) non convince più chi ha qualcosa da difendere (la fabbrica che possiede o per cui lavora); vuole il farwestismo leghista per autodifendersi e tentare (questa la speranza) una ridistribuzione organica. Così la sinistra, diciamo socialdemocratica, non ha più alcuna credibilità sul piano della regolamentazione e chi ha bisogno di Stato opta per i grillini.

Noi (non noi Italia ma noi noi, i socialisti) dovremmo avere il coraggio di ammettere che non c’è vita in questo settore sistemico che coltiviamo da dopo Tangentopoli. È morto. Senza appello. Non facciamoci illusioni. Eppure noialtri noi incardinati nella vaga ricerca d’una via reale in equilibrio fra la colonna dell’Emancipazione e quella della Regolamentazione, potremmo ancora aver molto di assennato da dire.
Il PD? La sua strategia era sin dall’inizio quella di un morto vivente, incapace di occupare stabilmente lo spazio avversario succhiava il sangue di noi alleati, contribuendo alla frustrazione elettorale che ha rimpolpato i grillini. I suoi satrapi del Meridione sono mostri orrendi, gretti. I suoi condottieri del Nord sono impotenti e sterili.

Ha ragione Calenda quando dice che bisognerebbe sciogliere il PD, ma per questo (forse) dovremo aspettare dopo le Europee. Sciogliere il PD significa liquefare l’apparato burocratico che tiene in ostaggio il riferimento culturale (per quel che vale) e una certa forza economica attualmente unica a sinistra, sebbene ridimensionata.

Calenda. Calenda è competentissimo ed onesto ma rappresenta quel mondo confindustriale che è stata la vera conservazione sociale in Italia. Non va comunque visto con diffidenza per motivi scioccamente ideologici (razza pradrona e simili fole). Il mondo confindustriale va analizzato avalutativamente per quel che è: la principale corporazione del capitalismo clientelare italiano (crony capitalism). Ovvero altro che liberismo. Questo capitalismo clientelare ha fatto grandi cose, noi socialisti lo sappiamo, pur non essendo proprio proprio autosufficiente né efficientissimo (ha fatto anche schifo). Però ha permesso pace e crescita sociale, persino lo sviluppo di quel ceto medio da noi coltivato che rappresentò la grande avanguardia sociocratica nel Mondo. Dopo Tangentopoli il vecchio tacito accordo Confindustria-CGIL (per sintetizzare brutalmente) ha dato vita al PD ma era ormai un mondo morente (gli Agnelli sono anni e anni che stanno scappando via mentre il sindacato si riempiva di pensionati) e il PD è stata la forza conservatrice di quel mondo industriale, culturale e finanziario che non stava più al passo col tempo e che ora è a un passo dalla morte. Calenda viene certamente da questo mondo ma sembra essere uno che voglia fare veramente lo sforzo di mantenere una forza industriale e finanziaria in Italia. Per questo mi sembra un alleato possibilmente strategico almeno contro Lega e Grillini che fan di tutto per annichilirci, manco fossero francesi.
Perché è così che funziona, bisogna capire quali sono gli interlocutori più utili alla nostra Missione di rifar grande l’Italia. Le piccole e medie imprese che tanto amiamo, figlie nostre benedette, stanno lottando da anni contro la Grande Industria morente e noi fummo loro alleati, e lo siamo ancora, contro certe prepotenze confindustriali. Ma quel che serve non è scegliere uno dei due segmenti e portarlo alla vittoria contro l’altro. Sarebbe assurdo. Il conflitto non è tra due sistemi ma interno a uno stesso sistema. Ecco il dramma. Questo conflitto va disinnescato. Le PMI esistono proprio perché c’è stato il Capitalismo Clientelare che ha creato committenze e induzioni, giro e ridistribuzione di capitali insomma. Le grosse industrie sono sopravvissute lungamente alla competizione internazionale proprio grazie al grande contributo logistico, produttivo e innovativo delle tetragone PMI.
Noi volevamo rendere esplicita, più solida e più giusta questa sinergia. Successe quel che successe.

Oggi le PMI votano per i mostri, sono miopi e allora spetta creare una forza (anche solo federale ma da soli non possiamo) che incanali i segnali positivi di Calenda in un modello sociale però ben più sostenibile e giusto di quel che propone ora. Convincere imprenditori e lavoratori delle PMI che i Giganti gli servono e lavorando affinché i Giganti, presi da isteria e fame, non finiscano di rompere tutto, continuando le politiche scellerate dal ’93 a oggi.

Ancora su di noi

State insieme, amici.
Non disperdetevi né dormite.
La nostra amicizia è fatta
del restare svegli.

Jelaluddin-Rumi, Il Mulino ad Acqua

Questo è il livello della sfida. E vi pare che il dibattito congressuale che stiamo per affrontare sia all’altezza? Guardiamoci in faccia fra noi, compagni. Ma di che stiamo parlando. Basta illusioni e superbia.

L’evidenza è che questo congresso non andava proprio convocato. Ormai è fatta? E allora va detto che non ha senso che l’unico senatore che abbiamo non sia anche il segretario.
Lo dico, lo dico. E mi spiace per Nencini ma lui è maledetto a tenersela ancora un po’ questa segreteria.

Tutte quelle grandi analisi che vorrebbero delegittimarne la condotta politica.? Io due cose gli rimprovero, molto marginali: dovrebbe fare molto più salotto in capitale (e a Milano) e non doveva candidare Lello Di Gioia nel 2013.

Per il resto, compagni, non sarà una faccia “nuova” a cambiare la nostra condizione. È una pia illusione. Anzi sarà il contrario.

Ovviamente non penso che Nencini debba accollarsi da solo la sua maledizione. La croce la dobbiamo portare tutti insieme e ciò che mi rende più perplesso di tutte le pulci che si fanno al segretario è che, omissione rivelatrice, nessuno si sofferma seriamente sul problema di responsabilità che Nencini ha posto. Questa comunità sta morendo perché manca un Regime di Responsabilità. Perché i famosi territori vivono in buona parte nella totale deresponsabilizzazione (a cominciare dal duepermille). L’irresponsabilità di molti dirigenti nazionali è sintomatica della loro inadeguatezza.

Forse la riforma organizzativa in discussione potrà essere un buon modo per responsabilizzare ma la verità è che il chiagnifottismo e lo scaricabarile ed il “furbismo” italioti (insieme a faciloneria e superbia gli ingredienti psichici del fascismo ieri e del populismo oggi) regnano sovrani nei corridoi di questo partito. Ed il rinnovamento che serve passa da un nuovo Regime di Responsabilità. Se questo mio auspicio resterà lettera morta, mi auguro che intanto il processo di Unità che sta portando avanti recuperi energie e visioni tali da lanciare nuove piattaforme, e nomi in grado di compensare.

Kategorije: Italija

Lavare i cervelli è un’arte. Ecco la “bibbia”

Čet, 13/12/2018 - 15:49

Attuale, anzi, attualissimo: pare scritto ieri e invece sono passati ben 90 anni, un anno-luce al nostro tempo virale in cui se stiamo lontani dalla rete un giorno ci pare di essere invecchiati un anno.

E’ segno che le intuizioni d38-Propagandaei grandi non hanno tempo, anzi, lo sfidano apertamente. Poi, l’uso che se ne fa, l’etica usata nell’attuarle è tutt’altra cosa.

“Propaganda” (L’arte di manipolare l’opinione pubblica), di Edward Bernays, pp. 160, euro 11.50 (collana “La mala parte”) è un classico del suo genere e vi servirà per vendere di tutto, a cominciare da voi stessi.

Si tratta di piccoli saggi molto sostanziosi e di struttura polisemica che spiegano in modo “scientifico”, e nelle moderne democrazie, come far fumare le donne “sebbene dovessero essere piacenti, non dovevano avere l’aspetto di modelle” e che chi non se l’accende è retrò.

Ma anche come vendere una merce qualsiasi, convincere la gente dell’importanza dell’istruzione, come si imposta una campagna pubblicitaria e piazzare un brand appena uscito, ecc.

Forse quelli che ci lavano il cervello, che ci riempiono la mail di fake-news che diventano virali con i like e le condivisioni, le leggende metropolitane spacciate per certezze cartesiane, gli stregoni che stroncano i vaccini, l’antimodernità che pulsa viscida intorno a noi, la scienza relativizzata, i ciarlatani che ci imboniscono, gli hacker e gli influencer manco sanno dell’esistenza di Bernays.

O forse lo tengono sul comodino e ogni tanto ci danno una sbirciatina.

Fatto sta che queste teorie oggi sono applicate nella maniera più perversa possibile e l’uomo è diventato esso stesso una merce, nelle mani di pr astuti, psicologi diabolici, pubblicitari mefistofelici, stilisti che si ammantano di arte posticcia (sfruttando i bambini a un dollaro al giorno), guru che ci vendono l’effetto placebo.

E siamo ostaggi di creativi la cui stessa parola contiene un suono sinistro. E tutto questo canagliume che usa così bene le nuove tecnologie ci ha fatto smarrire il libero arbitrio, per cui più vogliamo esaltare la nostra unicità e più siamo massa ebete di consumatori di spazzatura, come il ragno che più si dimena nella ragnatela e più si intrappola e si intruppa nella massa.

Mentre i decisori politici tengono bordone o stanno a guardare.

E. Louis Bernays (“padre delle pubbliche relazioni”) a un certo punto parla di bonificare l’etimologia del termine propaganda, a cui vorrebbe restituire “un’aura di rispettabilità”, avvertendone tutta la minacciosa ambiguità.

Oggi bisognerebbe ridare semantica e dignità al termine “comunicazione”, con cui si intendono un certo numero di furbastri che ci propinano rubbish d’ogni genere, politico incluso. Ma delle menzogne non rende conto nessuno.

Francesco Greco

 

Kategorije: Italija