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La “dignità del lavoro” non garantita dalla flessibilità occupazionale

Tor, 18/09/2018 - 15:32

maurizio-ferreraMaurizio Ferrera, su la Lettura del Corriere di domenica 12 agosto, nell’articolo “La dignità del lavoro non significa posto fisso”, sostiene una tesi non del tutto condivisibile. Prendendo a pretesto il provvedimento approvato dalle Camere, per iniziativa del ministro dello sviluppo economico e ministro del lavoro e delle politiche sociali Luigi Di Maio, per la riforma delle norme esistenti sui contratti a tempo determinato, critica il fatto che il provvedimento sia stato “etichettato” con l’espressione “Decreto dignità”, avanzando seri dubbi che possa sussistere un “collegamento tra etichetta e contenuto”; secondo Ferrera la fissazione di un termine al contratto di lavoro non costituirebbe “una violazione della dignità di un lavoratore”.

L’uso del concetto di dignità da parte di Di Maio, per connotare il decreto sulla riforma delle norme vigenti sui contratti di lavoro a tempo determinato, apparirebbe “improprio e fuorviante”. Ferrera sostiene che, in “dottrina”, il concetto di dignità poggerebbe su tre elementi; il primo sarebbe l’uguaglianza di base di tutti gli esseri umani, dal quale discenderebbe il secondo elemento, implicante il reciproco rispetto; da questi due primi elementi deriverebbe il terzo, esprimente un “insieme specifico di diritti e (doveri), di carattere essenzialmente ‘negativo’: non discriminazione, non umiliazione, non oppressione, non interferenza e così via”. L’insieme di questi diritti (doveri) connetterebbe la dignità alla libertà, per cui la dignità apparterrebbe a tutti gli individui in quanto “liberi e uguali”, come sancisce la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Come tratto costitutivo della natura umana, perciò, “la dignità – afferma Ferrera – non può essere violata in nessun ambito di interazione, compreso quello lavorativo”; da ciò consegue che, quando nel discorso pubblico si usa l’espressione “mercato del lavoro”, ci si deve ricordare che essa esprime solo una metafora, dovendosi escludere che i lavoratori possano essere considerati come “merci”.

Tenuto conto che i contratti di lavoro a tempo determinato, quando siano informati al rispetto dei diritti posti a presidio della dignità del lavoratore (non discriminazione, non oppressione, non umiliazione, ecc.), sono, per Ferrera, solo una “transazione volontaria e consensuale, consegue che una loro abolizione non “eliminerebbe una violazione di dignità, ma una possibile fonte di reddito per chi cerca un lavoro”. Il lavoro a tempo determinato – continua Ferrera – può diventare un problema solo “quando crea eccessiva vulnerabilità e insicurezza”; in questo caso non si tratterebbe di dignità, ma solo di “una questione di equità ed esclusione sociale”, alle cui conseguenze negative è possibile rimediare con misure compensative.

Tuttavia, Ferrera riconosce che i contratti a termine possono generare iniquità tra i lavoratori; l’assenza di adeguata formazione, o la corresponsione di rimunerazioni differenziate a parità di prestazioni lavorative, possono, ad esempio, comportare l’esclusione del lavoratore da alcune prestazioni sociali, oppure dall’eventuale fruizione di opportunità esterne all’attività nella quale il lavoratore è occupato. Queste esclusioni, ammette Ferrera, possono limitare l’autonomia economica e sociale delle persone; ma è dubbio che questi eventuali aspetti negativi possano essere imputati “ai rapporti contrattuali a termine e non piuttosto al sistema di welfare”, il cui scopo dovrebbe essere proprio quello di prevenire o di “ridurre vulnerabilità e insicurezza”, di “parificare le opportunità” e di “aumentare le capacità delle persone in forme e con risorse il più possibili indipendenti dalla loro posizione lavorativa”.

Impostare la sfida alla precarietà come una questione di equità e di esclusione, a parere di Ferrera, “aiuta a individuare con maggior chiarezza le radici del problema e dunque le risposte più efficaci”; risposte che dovrebbero essere fondate sulla socializzazione del rischio della vulnerabilità e dell’insicurezza del lavoratore, e poiché tale rischio “riguarda potenzialmente tutti i cittadini (anche solo come genitori di giovani disoccupati, sotto-occupati o con contratti a termine)”, sarebbe giusto che lo Stato intervenisse per “ridistribuire opportunità e risorse, chiedendo a tutti un contributo finanziario”.

Contrastare la precarietà come “una questione di equità e di esclusione”, osserva Ferrera, aiuterebbe a individuare con maggiore chiarezza le radici del problema e dunque le risposte più efficaci”; al contrario, “impostare la sfida in chiave di dignità” comporta un doppio errore: da un lato, impedisce di individuare o di tener nel dovuto conto quegli aspetti del mercato del lavoro che sollevano ancora residue questioni di dignità; dall’altro lato, l’intento di contrastare i difetti sul piano della protezione e della prevenzione del nostro Stato sociale comporta l’uso di divieti e restrizioni nella sfera contrattuale che “sollevano invece questioni di equità e solidarietà”. Di conseguenza, conclude perentorio Ferrera, “non sembra proprio che il ministro del lavoro, anche se bene intenzionato, abbia incominciato con il piede giusto”.

Sorprende che Ferrera manchi di considerare le cause che hanno determinato il venir meno della validità del welfare State esistente nel contrastare i possibili deficit di “protezione” e di “prevenzione” contro i rischi cui è esposta la dignità della forza lavoro. Prima del secondo conflitto mondiale, John Maynard Keynes affermava che gli Stati autoritari dell’epoca risolvevano il problema della disoccupazione a spese dell’efficienza e della libertà. Egli, tuttavia, era certo che il mondo non avrebbe tollerato a lungo la mancanza di libertà, ma anche che non avrebbe sopportato la “piaga” della disoccupazione, imputabile alle ingiustificabili modalità di funzionamento delle economie capitalistiche. L’economista di Cambridge era anche certo che, abbattute le dittature, una corretta soluzione del problema della tutela della dignità del lavoro poteva essere trovata ricuperando sia l’efficienza che la libertà. Sulla base di questa certezza, Keynes ha lasciato in “eredità” ai sistemi democratici ad economia di mercato le idee sulla base delle quali sarà poi elaborato il modello organizzativo del welfare State attuale.

Dopo il secondo conflitto mondiale, però, il mercato del lavoro ha subito un cambiamento nelle forme d’uso della forza lavoro, originando una diffusa disoccupazione, sempre più difficile da “governare”, sino a diventare strutturale, mettendo progressivamente in crisi il sistema di sicurezza sociale, basato sulle idee di Keynes. Questo sistema, com’è noto, aveva tre funzioni: fornire alla forza lavoro disoccupata la garanzia di un reddito, corrisposto sotto forma di sussidi a fronte di contribuzioni assicurative; garantire un reddito alle categorie sociali che, per qualsiasi motivo, avessero avuto bisogno di un’assistenza temporanea, nel caso in cui esse non avessero avuto il diritto a sussidi di altra natura; assicurare al sistema economico servizi regolativi e di supporto all’occupazione. Nel perseguimento di tali funzioni, il welfare State, per le ragioni precedentemente dette, è però “fallito”, orientando l’analisi economica ad assumere che la sicurezza sociale e la dignità del lavoratore dovessero essere perseguite attraverso una costante flessibilizzazione del mercato del lavoro, senza preoccuparsi della crescente insicurezza reddituale della forza lavoro.

Con l’affermarsi dell’ideologia neoliberista, la flessibilità del mercato del lavoro ha rappresentato qualcosa di più della sola variazione di un vecchio modello organizzativo dell’attività produttiva. Con il nuovo capitalismo neoliberista, secondo Richard Sennet, sociologo della London School of Economics, autore di “L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale”, alla forza lavoro è stato chiesto, nella prospettiva di un presunto miglioramento delle proprie condizioni economiche ed extraeconomiche, di essere più disponibile al cambiamento, “di correre continuamente qualche rischio, di affidarsi meno a regolamenti e alle procedure formali”.

Lo stato di cose che ha dato origine alla flessibilità del nuovo capitalismo è valso a generare ansietà e precarietà occupazionale in tutti coloro che, per sopravvivere, hanno avuto la necessità di un “posto di lavoro”; l’ansietà, in particolare, è imputabile al fatto che nessuno riesce a valutare quali rischi valga la pena correre scegliendo una particolare occupazione, o quale percorso professionale convenga intraprendere, trovandosi in condizioni di precarietà economica.

L’aspetto della flessibilità che genera maggiore ansietà esistenziale è il suo impatto sulla pratica dei soggetti di ritardare la soddisfazione di stati di bisogno presenti, in funzione di uno scopo futuro; in altri termini sulla capacità dei soggetti di programmare il proprio futuro. Il fatto che il mondo della produzione, per via della flessibilità, sia stato imperniato sul breve periodo, ha reso impossibile il perseguimento di obiettivi a lungo termine.

Con la flessibilità, il mondo imprenditoriale, plasmato dall’ideologia neoliberista, ha fatto ricorso di continuo alla “ristrutturazione” produttiva, finalizzata alla riduzione dei posti di lavoro ed attuata unicamente al fine di aumentare la competitività delle attività produttive integrate nell’economia mondiale. In gran parte delle economie capitalistiche avanzate ciò ha comportato, da un lato, la diffusione del fenomeno della disoccupazione strutturale irreversibile e, dall’altro lato, la crescita della disuguaglianza distributiva: solo una minoranza di lavoratori espulsi dalle imprese che si sono ristrutturate ha trovato un’occupazione sostitutiva a salario equivalente; alle parte residua della forza lavoro, sempre crescente, espulsa dalla stabilità lavorativa, è stata offerta la possibilità di nuove opportunità lavorative in condizioni di precarietà, attraverso la possibilità di stipulare contratti di lavoro a tempo determinato.

Come è possibile garantire condizioni esistenziali dignitose alla forza lavoro, all’interno dei sistemi sociali la cui economia sia imperniata sul breve periodo e sulla flessibilità dell’organizzazione delle attività lavorative in essa esistenti? Ma soprattutto, com’è possibile, dopo la Grande Recessione del 2007/2008, che ha stravolto le condizioni proprie delle economie sociali di mercato e che, a causa dell’austerità adottata come terapia per uscire dalle secche della recessione, ha ridotto le garanzie della protezione sociale del lavoro? E ancora, quale risposta dare all’impatto della flessibilità, se l’attuale modello di Stato sociale non è più in grado di garantire la dignità a chi, perdendo la continuità occupazionale, deve vivere con sempre più limitate elargizioni pubbliche caritatevoli? Quale senso deve essere attribuito alla raccomandazione che l’Unione europea ha rivolto a tutti gli Stati membri, di riconoscere, nell’ambito di un dispositivo globale e coerente di lotta all’emarginazione sociale, il diritto fondamentale della persona a risorse e a prestazioni sufficienti per vivere conformemente alla dignità umana e di adeguare a quest’esigenza i propri sistemi di protezione sociale?

In Italia, il tanto sbandierato Jobs Act non ha dato risposte adeguate a questi interrogativi e, quel che più conta, si è rivelato inidoneo ad assicurare stabilità e certezza al lavoro; oltre alle risorse che sarebbero state necessarie, è mancato un orientamento più rispondente al sostegno di una politica attiva del lavoro, quale sarebbe stata, ad esempio, la riforma ab imis del sistema welfaristico esistente, ormai divenuto largamente inadeguato. All’obsolescenza di tale sistema, nel nostro Paese, si cerca ora di rimediare con l’introduzione del reddito di cittadinanza, per la legittimazione del quale, però, è mancato sinora un dibattito responsabile sulle sue implicazioni; si è preferito privilegiare misure contingenti di breve respiro, che non hanno consentito di impedire la diffusione della precarietà economica e di incertezza sociale verso le quali, da lungo tempo, un’attività politica ispirata ai canoni dell’ideologia neoliberista ha condotto il Paese.

Sono giuste, perciò, le iniziative volte a rimuovere tutto ciò che risulta essere controindicativo, come lo sono i contratti di lavoro a termine, per il superamento della precarietà reddituale, in quanto negazione della dignità dell’uomo.

Gianfranco Sabattini

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L’orchestra non ha bisogno di solisti

Tor, 18/09/2018 - 15:10

Andiamo con ordine. Sull’obbiettivo sembra che ci sia un accordo ampio sia in Italia sia in Europa. Il sovranista Salvini sta costruendo un’ “internazionale nera” e l’Unione Europea sta correndo un rischio altissimo. Stando ai numeri i sovranisti puntano a diventare il secondo gruppo contando circa 120-140 seggi al Parlamento Europeo. Se l’impresa dovesse riuscire sarebbe uno stravolgimento tale che darebbe il via all’inizio dell’implosione della UE e dei suoi valori. Il PPE sarebbe , sì, il primo partito ma sarebbe fortemente condizionato dai neri al punto di subirne l’egemonia e cambiare pelle. I socialisti sarebbero in calo, un calo sensibile che li vedrebbe scendere a 120-130 seggi contro i 189 precedenti. Ma attenzione, lo scarto con i sovranisti è minimo e la partita è davvero aperta. Soprattutto se consideriamo che ormai è nell’aria l’ipotesi concreta di non correre da soli ma di aggregare un’area “transpartitica” e transnazionale insieme a i liberali di ALDE e il progetto di Macron. Se Liberali e Macron dovessero unirsi innescherebbero un circolo virtuoso che vedrebbe un asse europeista con il PPE e il PES (S & D).

Tutto è quindi in movimento. E innanzitutto in Italia.

Se in Europa si ipotizza un asse che vada da Macron a Tsipras… nel nostro Paese si discute anche animatamente su ipotesi analoghe ma con sfumature diverse (si sa, siamo molto bravi a mettere i puntini sulle ì). Già con il convegno “Via dal Presente” i socialisti hanno iniziato con generosità a dar vita a un percorso di riflessione che partisse innanzitutto dalla ricomposizione della “diaspora socialista”. Poi ecco che l’Avanti con l’incontro del 7 luglio pubblica l’intervento del direttore Mauro Del Bue “Cinque Punti per Ripartire”. Tirando le somme del convegno l’intervento traccia un percorso che a cerchi concentrici coinvolga prima l’area socialista, poi un nuovo cerchio più avanzato con un coinvolgimento dei Radicali Transnazionali, degli ecologisti, dei laici e dei liberali per una Federazione liberalsocialista. E infine lo scopo più ambizioso, quello di dar vita a un soggetto nuovo del Riformismo Italiano. Progetto limpido e fortemente declinato al futuro. Non una somma di sigle ma proprio un fatto nuovo.

La questione è stata rilanciata alla “Tre Giorni a Caserta”. Occasione di confronto rigorosa, alta, ambiziosa e affascinante. Da Nencini a Gozi, da Pier Ferdinando Casini a a Ugo Intini fino a Pia Locatelli e Ugo Intini… tutti hanno convenuto sulla questione che ormai siamo entrati in una nuova “Era Politica” che definirei “Fase di Transizione permanente”. Occorre un nuovo riformismo che superi il novecento e anche questo primo ventennio del duemila. Che rimetta in discussione le nostre certezze per rilanciarne di nuove, più grandi e ambiziose. Con coraggio e generosità. Riccardo Nencini ha chiuso ridandoci appuntamento o ottobre.

Nel frattempo saprà il Pd essere conscio della prova che c’è da affrontare? Calenda propone un progetto non dissimile da quello proposto con realismo e coraggio da Cacciari (al cui appello l’Avanti è stato tra i primi a aderire in modo chiaro e esplicito), anche Sandro Gozi, in costante contatto con EnMarche, intervenendo a Caserta domenica mattina ha esplicitato la sua posizione (ben accolta dalla platea).

Adesso bisognerà attendere cosa accadrà non solo al Pd ma anche a Più Europa.

Prevarranno istinti rivolti al passato (nel primo caso)? Protagonismi (nel secondo)?

Oppure finalmente ci si renderà conto che è giunto il momento di fare tutti insieme una bel salto di qualità riformulando un Riformismo Emotivo, caldo e che sappia parlare alle corde interiori dei cittadini, delle persone in carne e ossa, e ai loro desideri e alle loro preoccupazioni?

Siamo in ritardo, occorre far presto. Ma bisogna anche sgombrare il campo da equivoci e imbarazzi. Sapendo tutti che non ci sarà una seconda chance. E anche se in qualcuno dovesse prevalere l’istinto di correre da solo perché più “puro”, più “nuovo”, o più “forte” sappia che porterà la responsabilità di quel che accadrà all’Italia, all’Europa e alle prossime generazioni (che certo non vorranno morire orbànizzate!).

Massimo Ricciuti

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La crisi in Europa, uscire dalla paralisi mentale

Tor, 18/09/2018 - 15:00

estremiLo slogan giovanile: “l’immaginazione al potere” si è trasformato tragicamente in “l’idiozia al potere” una volta che la generazione che lo ha formulato ha sostituito la
precedente. È questo il risultato della rivoluzione neo-conservatrice impostasi progressivamente a partire dagli anni settanta e entrata oramai nell’ air du temps.
L’amico e collega Eugenio Leanza ha diagnosticato efficacemente le conseguenze per
l’Europa nei seguenti termini: “il tasso di contrazione del sistema è uguale al tasso di
progresso tecnico depurato di un fattore che misura gli scostamenti delle politiche
economiche rispetto agli obiettivi di contrazione”.
In effetti, come illustrato con brio da Luigi Pasinetti, lo sviluppo capitalistico dipende dal
tasso di crescita del progresso tecnico. Le conoscenze accumulate, incorporandosi nei
processi sociali di produzione permettono di migliorare la divisione del lavoro ciò che a
sua volta libera risorse per accrescere la ricchezza prodotta e distribuita.
Ma, come insegnano Marx e Keynes, produzione e distribuzione non sono disgiunte: si
possono separare solo nella quiete arcadica dell’equilibrio economico neoclassico. Fuori
da quest’equilibrio molto specifico, allocazione e distribuzione si influenzano
vicendevolmente in una dialettica complessa.
Augusto Graziani ha definito una catena di causalità corta che illustra con efficacia questa dialettica: in ogni ciclo produttivo si creano mezzi di pagamento attraverso il credito bancario per pagare i salari, questi anticipano il valore della produzione che, una volta realizzata, è poi acquisita dai lavoratori e ripartita con i proprietari dei mezzi di produzione. Una volta recuperati i mezzi di pagamento attraverso le vendite, gli imprenditori rimborsano i crediti ricevuti e la moneta creata all’inizio del ciclo è distrutta, salvo per quell’ammontare che è risparmiato. Ma risparmio e investimento sono decisi da persone diverse e non c’è ragione per cui il loro ammontare debba coincidere. E quando non coincide, o i mezzi liquidi accumulati non permettono di acquistare i beni accumulati e si creano disoccupazione e sotto-utilizzazione della capacità produttiva, oppure si sviluppa un’inflazione dei prezzi al consumo, o per i beni capitali e le attività finanziarie. Graziani illustra rigorosamente il suo schema nel caso virtuoso della “Moneta senza crisi”, in cui ogni ciclo produttivo si termina senza accumulazione di nuove scorte liquide (equilibrio monetario), ma chiaramente il caso rilevante è quello in cui le scorte liquide si accumulano e si apre la possibilità di una crisi. Lo schema originale, pensato per l’economia reale, può essere adattato per integrare il caso attualmente pertinente dell’accumulazione di rendite finanziarie.
Quello di Graziani è un modello macroeconomico di breve periodo che presuppone un progresso tecnico costante. Sempre focalizzandosi principalmente sull’economia reale,
la dinamica strutturale di Pasinetti illustra invece per un modello multi-settoriale che nel lungo termine la condizione normativa per la completa realizzazione della domanda effettiva è molto fragile. Se pure la piena occupazione è realizzata nell’istante iniziale, è
molto probabile che, salvo coincidenze miracolose, in assenza di una politica attiva di indirizzo macroeconomico, l’economia generi disoccupazione per il semplice fatto che nei diversi settori il tasso di progresso tecnico è diverso e non vi è ragione che coincida
con l’aumento del consumo, né per ogni settore, né a livello aggregato. È quindi altamente probabile che le potenzialità di crisi di origine monetaria che si generano continuamente nel breve termine si concretizzino nel lungo termine a causa del progresso tecnico.
Come spiega anche Sylos Labini, lo sviluppo economico è più che la semplice crescita del prodotto a progresso tecnico costante. La dinamica capitalistica dipende dallo sviluppo degli investimenti produttivi, che incorporano il progresso tecnico nelle nuove
macchine. Gli investimenti seguono gli incentivi di profittabilità e la dinamica dei salari
deve permettere l’assorbimento dei nuovi beni prodotti attraverso la creazione di nuovo potere d’acquisto, pena l’incapacità a realizzare i profitti stessi. Quando si creano cicli contrattivi del reddito, gli incentivi a investire, che dipendono in gran parte dalla domanda attesa, diminuiscono e il progresso tecnico stagna, rafforzando la tendenza
alla lotta di tutti contro tutti per appropriarsi le rendite disponibili.
Le analisi di Sylos, Graziani e Pasinetti, come quelle di altri insigni economisti italiani come Caffè, Garegnani, Fuà, Lombardini, Napoleoni e altri, fanno da sfondo al ragionamento che si presenta qui in forma di schizzo. Questo è in totale contrapposizione col fondamentalismo di mercato che ancor oggi rappresenta il nucleo
della maggior parte delle argomentazioni economiche svolte in Italia e in Europa e che il
giovane de Finetti definì già negli anni trenta un “tragico sofisma” con riferimento a Pareto. Vale la pena di riportare una citazione interessante dal suo scritto, che va inquadrata nell’economia corporativa del suo tempo, meno timida nella critica nei confronti dei maestri neoclassici che non quella di oggi. Mostra che uno dei massimi
matematici applicati del ventesimo secolo, mentre elaborava le sue geniali concezioni
probabilistiche, stigmatizzava anche:
“l’errore grottesco di quanti pensano di modellare l’economia o la sociologia sugli
schemi della meccanica, e credono pertanto alla possibilità di un equilibrio
spontaneo in regime economico e politico di anarchia liberale: o gli uomini
tendono a fini degni del loro destino coordinando disciplinatamente volontà e forze
secondo un piano che l’intelletto permette loro di preordinare e accettare, o
altrimenti, se abdicano a tale loro capacità, sarà vano attendere che i loro egoismi
possano automaticamente guidarli a un fine comune”.
“L’ottimismo imbecille” degli anni trenta denunciato da de Finetti, resta altrettanto
“improbabile” oggi ed è purtroppo sempre altrettanto pericoloso. Bisogna avere la
lucidità e il coraggio di abbandonarlo per ricostruire un’alternativa socialista in Italia e
in Europa. Questa oggi non può che essere ispirata al socialismo liberale di Rosselli
Calogero e altri (cui si riferivano anche Sylos, Caffè, e Fuà), le cui radici intellettuali si
sono perse nei passaggi generazionali del dopoguerra. In sostanza si tratta di una
posizione critica e democratica che ammette tutte le possibili soluzioni socialiste, ivi
compresa la socializzazione dei mezzi di produzione se necessaria, ma senza adottare
l’atteggiamento fideistico di certi marxisti nei confronti dell’inevitabile realizzazione del
socialismo scientifico, che il più delle volte è stata una scusa per non agire, o per
accettare soprusi.
Cosa dovrebbe proporre oggi una sinistra europea liberal-socialista? Alcune premesse
logiche sono ovvie nella loro urgente necessità:

• riabilitare la necessità di un intervento collettivo diretto e sostanziale governato
in modo democratico come condizione di funzionamento dell’economia liberale e
della democrazia stessa;
• generare consenso attorno all’idea che il “socialismo in un paese solo” non è
possibile. È illusorio pensare che l’Italia possa sottrarsi da sola ai vincoli europei:
o riesce a convincere i partner che bisogna cambiare politica, o subirà
inesorabilmente l’effetto delle loro politiche, senza poterle influenzare;
• lavorare nella cognizione che distribuzione e allocazione sono indissolubilmente
legate, anche in Europa. L’agiato bavarese non trarrà vantaggio dalla situazione
precaria che prevale nel sud dell’Europa e in particolare in Italia. Lo sviluppo non
è un gioco a somma zero: la contrapposizione Sraffiana tra capitale e lavoro vale,
come tutto il suo modello, a produzione data e costante, nell’istante di tempo a
cui si riferisce.
Ovviamente queste sono solo brevi premesse all’azione, enunciate sbrigativamente, ma
esporle rende consapevoli della loro precedenza logica e quindi della loro urgenza. Le
cose da fare sono tante e tutte da decidere: le energie da mobilizzare sono enormi. Lo
sforzo trascende le capacità del solo partito socialista italiano e quindi è necessaria
un’alleanza dei progressisti italiani da mettere alla base di un rinnovamento della sinistra europea. La strada è lunga ma da qualche parte bisogna cominciare.

Massimo Cingolani

Riferimenti:
De Finetti, Bruno. 1935. “Il tragico sofisma”, Rivista Italiana di Scienze Economiche, AnnoVII, Fasc. IV, pp. 362-382.
Graziani, Augusto. 1984. “Moneta senza crisi”, Studi economici, 39(3), 3–37.
Pasinetti, Luigi L. 1981. Structural Change and Economic Growth: A Theoretical Essay on the Dynamics of the Wealth of Nations, Cambridge, UK: Cambridge University Press. Pubblicato in italiano col titolo Dinamica strutturale e sviluppo economico, Torino:
UTET, Biblioteca dell’Economista, 1984.
Sylos-Labini Paolo.1993. Progresso tecnico e sviluppo ciclico, Bari: Laterza

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Aereo russo abbattuto, Putin placa l’ira contro Israele

Tor, 18/09/2018 - 14:05

PutinIl presidente russo Vladimir Putin ha detto oggi che l’abbattimento dell’aereo militare russo vicino alla costa della Siria è semplicemente il risultato di una catena di circostanze tragiche e casuali, smentendo quanto fatto sapere dal Ministero della Difesa russo che considera “le azioni intraprese da Israele come ostili: a causa delle azioni irresponsabili dell’esercito israeliano sono stati uccisi 15 militari russi e questo è assolutamente contrario allo spirito della cooperazione russo-israeliana. Ci riserviamo il diritto di adottare misure adeguate”.
Il Cremlino invece prova a disinnescare la miccia. “È molto probabile che si sia trattato di una catena di tragici eventi casuali, perché un aereo israeliano non ha abbattuto il nostro aereo. Ma, senza alcun dubbio, dobbiamo seriamente arrivare al fondo di quello che è successo “, ha detto Putin ai giornalisti, annunciando una telefonata con il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.
“Per quanto riguarda le misure di ritorsione, saranno mirate in primo luogo e soprattutto a garantire ulteriormente la sicurezza del nostro personale militare e delle strutture in Siria. E questi saranno passi che tutti noteranno “, ha detto Putin. L’aereo Ilyushin-20 dell’aeronautica militare russa, scomparso dai radar ieri durante un raid di caccia israeliani su Latakia, è stato abbattuto per errore dalla contraerea siriana.
L’aereo Il-20 dell’aeronautica russa è stato sì abbattuto da un missile siriano, ma la responsabilità per il Ministero della Difesa russo potrebbe ricadere sugli israeliani. Inoltre gli F-16 israeliani si sono fatti scudo con il velivolo russo ed è per questo che è stato centrato dai missili di Damasco.
Quattro caccia F-16 israeliani hanno attaccato obiettivi nell’area di Latakia dopo essersi avvicinati dal Mediterraneo volando a bassa quota, ha detto il ministero. «I piloti israeliani hanno usato l’aereo russo come copertura così da essere preso di mira dalle forze di difesa aerea siriane. Di conseguenza, l’Il-20, che ha un’impronta radar molto più grande dell’F-16, è stato abbattuto da un missile di difesa S-200»

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Lega, ci vorranno 80 anni per ripagare il debito

Tor, 18/09/2018 - 13:35

legaCirca 80 anni, uno più uno meno, per sanare il debito. Questa la rateizzazione concessa alla Lega per restituire quanto, secondo i magistrati il partito avrebbe ottenuto in maniera irregolare. L’accordo prevede anche che, in caso di necessità, la Lega affitti una parte della sua storica sede in via Bellerio, a Milano.

In base all’accordo, se la Lega dovesse risparmiare una cifra superiore una volta effettuate le spese per il mantenimento del partito, la rata da versare sul conto aumenterà proporzionalmente. “Credo si sia arrivati a un epilogo civile e istituzionale nell’ambito d’uno scontro giudiziario aspro”, ha commentato il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi.

I 49 milioni sono frutto dei rimborsi elettorali ricevuti dal partito nel periodo 2008-2010. Secondo i giudici che hanno condannato la Lega in primo grado, questi fondi furono utilizzati in maniera fraudolenta e utilizzati in particolare per le spese private della famiglia del fondatore del partito Umberto Bossi e della sua cerchia ristretta di collaboratori. Per questa ragione il tribunale di Genova ha deciso che il partito deve restituire allo stato il denaro ricevuto in quel periodo.

Occorre precisare, tuttavia, che non si tratta di una rateizzazione, non prevista dalla legge, quanto piuttosto di un sequestro dilazionato. Intanto i legali della Lega, gli avvocati Giovanni Ponti e Roberto Zingari, hanno annunciato di aver depositato il ricorso in Cassazione contro la decisione del tribunale del Riesame di Genova che il 6 settembre ha dato il via libera al sequestro dei 49 milioni di euro.

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Olimpiadi 2026, un flop tira l’altro

Tor, 18/09/2018 - 13:25

giorgetti

Dopo il fallimento della candidatura di Roma per manifesta incapacità e per il rifiuto dell’amministrazione di prendersi in carico l’organizzazione dei giochi Olimpici del 2024, ne arriva un altro firmato 5 Stelle e governo. Infatti l’addio alle Olimpiadi invernali del 2026 sembra definitivo. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, ha messo fine al progetto che avrebbe dovuto portare i Giochi invernali in tre città del nord Italia: Milano, Cortina e Torino. “Il governo – ha detto – non ritiene che una candidatura fatta così possa avere ulteriore corso. Questa proposta non ha il sostegno del governo e come tale è morta qui”, ha detto, ribadendo con forza il concetto: “Io ritengo che una cosa così importante come la candidatura olimpica deve prevedere uno spirito di condivisione che non ho rintracciato tra le tre città”.

Si tratta di un altro duro colpo per Malagò e per i presidenti delle singole regioni, che vedevano nel progetto Italia 2026 un traguardo da raggiungere, con difficoltà ma possibile. Non a caso sono già sul piede di guerra. Infatti i presidenti di Veneto e Lombardia sono a favore dei giochi: “Impensabile buttare tutto alle ortiche, ribadiamo che Regione Veneto e Regione Lombardia hanno come unico traguardo quello di portare in Italia i giochi invernali ” Fontana e Zaia, presidenti delle rispettive regioni, sono desiderosi di proseguire, anche da soli. A conferma di ciò è già pronto un piano B, che il CONI potrebbe presentare domani candidando solo Milano e Cortina, escludendo Torino.

“La candidatura va salvata, per cui siamo disponibili a portare avanti questa sfida insieme – hanno detto – Se Torino si chiama fuori, e ci dispiace, a questo punto restano due realtà, che si chiama Veneto e Lombardia, per cui andremo avanti con le Olimpiadi del Lombardo-Veneto”.

Ma le parole di Giorgetti sembrano senza appello. Manca del tutto quello spirito unitario voluto dal sottosegretario. E una candidatura delle singole regioni senza l’appoggio del governo nasce senza gambe nonostante le intenzioni di Zaia e di Fontana di andare avanti da soli.

Non è sorpreso il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino perché “dal momento che Milano e la Lombardia non hanno accettato la clausola per il Governo imprescindibile che non vi fossero città capofila, il sottosegretario Giorgetti non ha potuto fare altro che prendere atto del fallimento della candidatura a tre. A me non risulta che il CIO possa accettare candidature che non abbiano l’esplicito sostengo del Governo. In ogni caso, se dovesse andare avanti una candidatura Veneto-Lombardia con il sostegno del Governo sarebbe l’evidente dimostrazione che eravamo di fronte a una manovra per tagliare fuori il Piemonte, manovra che la componente pentastellata non ha saputo in alcun modo fermare, neanche per difendere gli interessi di una città la cui sindaca è una esponente di primo piano del Movimento. Si rischia così di escludere l’unica città che poteva presentare impianti ancora adeguati e le condizioni per realizzare davvero un’Olimpiade sostenibile e di alto livello”.

La consigliera regionale veneta del Partito Democratico Alessandra Moretti aggiunge due considerazioni: “La prima è la totale inadeguatezza di un Governo, incapace di non litigare su ogni cosa, compreso il futuro del Paese, come in questo caso. La seconda è che nei miopi calcoli dell’esecutivo ci sia la volontà di riappropriarsi del tesoretto da 600 milioni messo a disposizione per i Giochi. In fondo meglio prendere quello che c’è oggi, per alimentare la scarsa possibilità di vedere realizzate le impossibili promesse contenute nell’accordo di governo, invece che pensare a chi verrà dopo di noi”.

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Unicef, ogni 5 secondi muore un bambino

Tor, 18/09/2018 - 11:24

unicef

Secondo le nuove stime sulla mortalità diffuse dall’UNICEF, dall’OMS, dalla Divisione delle Nazioni Unite per la Popolazione e dal Gruppo della Banca Mondiale, nel 2017 sono morti circa 6,3 milioni di bambini sotto i 15 anni, uno ogni 5 secondi, spesso per cause prevenibili. La maggior parte di queste morti, 5,4 milioni, avvengono nei primi 5 anni di vita, e circa la metà sono di neonati.

A livello mondiale, nel 2017, la metà di tutte le morti sotto i 5 anni è avvenuta in Africa Subsahariana, e un altro 30% in Asia Meridionale. In Africa Subsahariana, un bambino su 13 è morto prima del suo quinto compleanno. Nei paesi ad alto reddito, questo numero era di 1 su 185.

Il Direttore dei Dati, Ricerca e Politiche dell’UNICEF, Laurence Chandy, ha dichiarato: “Senza un’azione immediata, entro il 2030 moriranno 56 milioni di bambini sotto i 5 anni, la metà dei quali neonati. Dal 1990 abbiamo compiuto notevoli progressi per salvare i bambini, ma in milioni stanno ancora morendo a causa delle circostanze e del luogo in cui nascono. Con soluzioni semplici come medicine, acqua pulita, energia elettrica e vaccini, possiamo cambiare questa realtà per ogni bambino”.

La maggior parte dei bambini sotto i 5 anni muore per cause prevenibili o curabili come complicazioni durante la nascita, polmonite, diarrea, sepsi neonatale e malaria. A confronto, gli infortuni diventano sempre più causa di morte tra i bambini fra i 5 e i 14 anni, soprattutto per annegamento e incidenti stradali. Anche in questo gruppo di età esistono differenze a livello regionale: un bambino proveniente dall’Africa Subsahariana ha un rischio di morte 15 volte maggiore che in Europa.

Per i bambini, ovunque nel mondo, il periodo più a rischio è il primo mese di vita. Nel 2017, 2,5 milioni di neonati sono morti nel loro primo mese di vita. Un bambino nato in Africa Subsahariana o in Asia Meridionale aveva una probabilità nove volte maggiore di morire nel primo mese di vita rispetto a un bambino nato in un paese ad alto reddito. I progressi per salvare le vite di neonati sono stati più lenti rispetto a quelli per gli altri bambini sotto i 5 anni dal 1990.

Anche all’interno dei paesi persistono delle disparità. I tassi di mortalità sotto i 5 anni fra i bambini nelle aree rurali sono, in media, del 50% più alti rispetto a quelli delle aree urbane. Inoltre, coloro che sono nati da madri non istruite hanno una probabilità oltre due volte maggiore di morire prima di compiere cinque anni rispetto a quelli nati da madri con un’istruzione di livello secondario o superiore.

In Italia il tasso di mortalità sotto i 5 anni nel 1990 era di 10 morti ogni 1.000 nati vivi, mentre nel 2017 è calato a 3 morti ogni 1.000 nati vivi.

Nel 1990 il tasso di mortalità sotto 1 anno era di 8 morti ogni 1.000 nati vivi, mentre nel 2017 è calato a 3.

Nel 1990 il tasso di mortalità neonatale nel 1990 era di 6 morti ogni 1.000 nati vivi, mentre nel 2017 è calato a 2.

La dottoressa Princess Nono Simelela, assistente del Direttore Generale per la Salute della Famiglia, delle Donne e dei Bambini dell’OMS, ha dichiarato: “Milioni di neonati e bambini non dovrebbero morire ancora ogni anno per mancanza di accesso ad acqua, servizi igienico-sanitari, nutrizione adeguata o servizi sanitari di base. Dobbiamo rendere la fornitura dell’accesso universale a servizi sanitari di qualità prioritaria per ogni bambino, in particolare nel periodo vicino alla nascita e nei primi anni di vita, per dare loro le condizioni migliori per sopravvivere e crescere”.

Timothy Evans, Direttore senior e capo del Gruppo della Banca Mondiale per salute, alimentazione e popolazione, ha detto: “Più di sei milioni di bambini che muoiono prima del loro quindicesimo compleanno sono un costo che non possiamo permetterci. Porre fine alle morti prevenibili e investire nella salute dei giovani è una base fondamentale per costruire il capitale umano dei paesi, che guiderà la loro crescita e prosperità futura”.

Nonostante queste sfide, ogni anno nel mondo sta morendo un numero minore di bambini. Il numero di bambini sotto i 5 anni che muoiono è diminuito fortemente dai 12,6 milioni del 1990 ai 5,4 milioni del 2017. Nello stesso periodo, il numero di morti fra i bambini di età maggiore, fra i 5 e i 14 anni, è calato da 1,7 milioni a meno di un milione.

Il Sottosegretario generale per gli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite, Liu Zhenmin, ha dichiarato: “Questo nuovo rapporto sottolinea gli importanti progressi compiuti dal 1990 nella riduzione della mortalità fra i bambini e i giovani adolescenti. Ridurre le ineguaglianze assistendo i neonati, i bambini e le madri maggiormente vulnerabili è essenziale per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile per porre fine alle morti infantili prevenibili e per assicurare che nessuno venga lasciato indietro”.

I paesi in cui si è registrato un tasso maggiore di  mortalità sotto i 5 anni  sono: Somalia (127 su 1.000 nati vivi), Ciad (123), Repubblica Centrafricana (122), Sierra Leone (111) e Mali (106).

Repubblica Centrafricana (88 bambini ogni 1.000 nati vivi), Sierra Leone (82), Somalia (80), Ciad (73), Repubblica Democratica del Congo (70) sono i primi 5 paesi al mondo in cui nel 2017 si è registrato il più alto tasso di  mortalità sotto un anno.

I paesi in cui si è registrato un tasso maggiore di mortalità neonatale sono: Pakistan (44 ogni 1.000 nati vivi), Repubblica Centrafricana (42), Sud Sudan (40), Somalia (39) e Afghanistan (39).

Per i bambini, ovunque nel mondo, il periodo più a rischio è il primo mese di vita. Nel 2017, 2,5 milioni di neonati sono morti nel loro primo mese di vita. Un bambino nato in Africa Subsahariana o in Asia Meridionale aveva una probabilità nove volte maggiore di morire nel primo mese di vita rispetto a un bambino nato in un paese ad alto reddito. I progressi per salvare le vite di neonati sono stati più lenti rispetto a quelli per gli altri bambini sotto i 5 anni dal 1990. Anche all’interno dei paesi persistono delle disparità. I tassi di mortalità sotto i 5 anni fra i bambini nelle aree rurali sono, in media, del 50% più alti rispetto a quelli delle aree urbane. Inoltre, coloro che sono nati da madri non istruite hanno una probabilità oltre due volte maggiore di morire prima di compiere cinque anni rispetto a quelli nati da madri con un’istruzione di livello secondario o superiore.

Se, in alternativa i soldi spesi per le guerre sparse nel mondo e per arginare il problema dell’immigrazione, fossero spese per migliorare le problematiche esistenziali nei Paesi più poveri del mondo, forse ci sarebbe un mondo migliore ed anche un fenomeno migratorio più contenuto. Oggi si solleva il problema dell’immigrazione continuando a spendere soldi per curare la sintomatologia, facendo, invece, ben poco per curare la patologia. Anche le dodici motovedette regalate dall’Italia alla Libia sono finalizzate alla cura sintomatologica del problema. Invece, con una spesa equivalente, si sarebbe potuto dare un significativo contributo per iniziare quella cura patologica necessaria a creare condizioni di vita migliori per le popolazioni elencate dal Rapporto fatto dalle autorevoli istituzioni internazionali. Il Rapporto, fa una radiografia eloquente di quelle che sono le più gravi problematiche dell’umanità e dei luoghi in cui si trovano.

La soluzione è un problema politico serio che non potrà mai essere risolto con l’odio razziale e con l’innalzamento di muri e barriere protezionistiche, dimenticando che il numero maggiore delle vittime è fatto da bambini innocenti.

Salvatore Rondello

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La finanziaria divide il governo

Pon, 17/09/2018 - 17:59

Conte CameraFervono i lavori in corso nel cantiere della Legge di Bilancio  che approderà nel Consiglio dei ministri a metà ottobre.  Il fulcro dovrebbe reggere la flat tax, il reddito di cittadinanza, e la legge Fornero. Inoltre, dovrebbe contenere la riedizione del piano Industria 4.0, la pace fiscale e il parziale riordino della giungla delle detrazioni/deduzioni fiscali. Gli interventi che potrebbero entrare nella manovra 2019 sono continuamente oggetto di diverse valutazioni che producono effetti ballerini in corso d’opera.

Nella prima manovra targata Lega e M5S dovrebbero comunque esserci almeno un avvio di flat tax, reddito di cittadinanza e riordino della Fornero, i tre cavalli di battaglia che hanno caratterizzato la campagna elettorale dei due partiti, poi inseriti nel contratto di governo. L’entità degli interventi  dipenderà tuttavia dagli spazi di bilancio che si creano nel negoziato con Bruxelles e dalle risorse della revisione della spesa.

Sul fronte della tassa piatta, per le partite Iva con ricavi fino a 65mila euro (circa 2 milioni) si dovrebbe introdurre un regime forfettario al 15% (comprende tutti i tributi, anche l’Iva) e il 20% sui ricavi tra i 65mila e i 100mila euro. Sul tavolo anche l’opzione di un taglio delle accise, la cedolare secca sulla locazione degli immobili commerciali, l’Ires al 15% per le società che reinvestono gli utili. Si ragiona anche su un taglio dell’Irpef, dal 23 all 22%, ma i commercialisti mettono in guardia contro i risultati esigui di un simile intervento: in base ai calcoli del Consiglio della categoria costerebbe intorno ai 4 miliardi con un vantaggio economico per il contribuente tra i 7 e i 12,5 euro al mese. E’ possibile comunque che la riduzione Irpef slitti al 2020.

Per finanziare il reddito di cittadinanza, servirebbero almeno 10 mld di euro, dei quali 2 mld solo per potenziare i centri per l’impiego. Ma la spesa potrebbe calare includendo in questa misura il Rei, il reddito di inclusione varato dai governi del Pd per gli indigenti e Garanzia Giovani. Per reperire altre risorse si ragionerebbe anche alla possibile abolizione della Naspi, l’assegno di protezione temporanea della disoccupazione, e resta sul tavolo l’ipotesi di cancellare il bonus da 80 euro. La posta in ballo è ghiotta visto che la misura voluta dall’ex premier Matteo Renzi libererebbe circa 9 mld di euro, ma si teme un forte contraccolpo di impopolarità, quindi è una strada che almeno in questo primo anno di bilancio si cercherà di non percorrere.

Sul fronte previdenziale si lavora a due fascicoli: la quota 100 cara alla Lega e le pensioni di cittadinanza volute dai Cinque stelle. Sul primo versante si stanno valutando i ritocchi alla Fornero riducendo l’età di ritiro dal lavoro con l’introduzione di quota 100: il vicepremier Salvini punta a 62 anni di età e 38 di contributi, mentre al Tesoro si lavora su 64 anni e 36 di contributi. La seconda misura consiste nell’allineamento graduale dell’assegno dei pensionati indigenti (in totale 4,5 milioni) a quota 780 euro mensili, valore appunto che l’Istat considera come soglia di povertà. Per avviare l’intervento si ragionerebbe sul taglio delle pensioni d’oro, quelle superiori ai 4mila euro non giustificati dai versamenti contributivi, che porterebbero però una cifra esigua, circa qualche centinaio di milioni di euro.

Nella manovra il governo dovrebbe anche disinnescare 12,5 mld di rialzi dell’Iva che scattano in automatico in caso di mancato adempimento degli impegni di bilancio.

Il governo sta studiando anche diverse declinazioni di pace fiscale: sul fronte leghista si punta ad un intervento di più ampio respiro sulla falsa riga del tombale di Tremonti del 2002, sul fronte M5S si opta per introdurre uno sconto molto vantaggioso per erodere l’enorme mole di cartelle di difficile riscossione.

Si andrebbe verso la riconferma delle decontribuzioni al 100% per le assunzioni stabili al Sud.

La nuova legge di Bilancio dovrebbe, inoltre, contenere una riedizione del piano Industria 4.0 estendono gli incentivi all’innovazione alle pmi.

Il governo giallo-verde starebbe accarezzando l’idea di sfoltire la selva delle 799 agevolazioni-detrazioni fiscali, pari nel 2016 a 313 mld di euro (l’8% del pil, percentuale che ha fatto schizzare l’Italia in cima alla classifica Ue per ‘sconti’ in relazione al prodotto interno lordo, e al secondo posto nel mondo). Capitolo altamente impopolare al quale mettere mano, nel taglio delle tax expenditures si sono già cimentati senza successo diversi governi del passato.

Su questo argomento si sta molto impegnando il ministro dell’Economia. Invece, con   riferimento alle pensioni per badanti, Giovanni Tria, nel corso di un convegno sul Mediterraneo promosso a Napoli dal CNR, ha detto: “Regolare i conti delle nostre pensioni future lucrando sulle badanti o cose di questo tipo non mi pare un approccio volto a risolvere i veri problemi. I maggiori ostacoli arrivano dall’egoismo dei paesi europei. Loro pagano contributi che non vengono riscossi dall’Inps”.

Sul condono fiscale ci sarebbe l’opposizione del M5S. In proposito, il vice premier Luigi Di Maio ha detto: “Il  Movimento 5 Stelle non è disponibile a votare nessun condono. Se stiamo parlando di pace fiscale, di saldo e stralcio siamo d’accordo, ma se parliamo di condoni non siamo d’accordo. Abbiamo già visto per anni i Governi Renzi fare scudi fiscali che hanno creato solamente deterrenti a comportarsi bene e hanno fatto sempre pensare che in questo Paese  una via d’uscita all’evasione  ci potesse essere”.

Poi, il vicepremier Di Maio ha aggiunto: “Per quanto riguarda la legge di bilancio, attualmente sotto la lente del governo, i prossimi giorni saranno decisivi e importanti, ma non di scontro, perché ognuno in questo Governo ha tanta voglia di fare bene”.

Sul reddito di cittadinanza, invece Di Maio chiarisce: “Qui  bisogna mantenere le promesse, altrimenti è inutile che stiamo al governo. Abbiamo priorità, e non solo il reddito di cittadinanza. Ci sono temi importanti che abbiamo portato avanti per una vita e che bisogna affrontare come ad esempio il taglio agli sprechi”.

Secondo il ministro: “Questa deve essere una legge di bilancio che vede il Governo con in mano un paio di forbici a tagliare tutto quello che non serve. L’ho promesso agli imprenditori e ai cittadini. Non ci dovranno essere più sprechi in questo Paese: non abbiamo interessi loschi in questa legge di bilancio. Sarà la prima legge di bilancio che metterà al centro i cittadini e che lascerà un po’ a casa quei personaggi che hanno mangiato sulla pelle degli italiani e sulle loro tasche”.

Mentre, sulle pensioni il ministro del lavoro ha precisato: “Dev’essere chiaro che  vogliamo mantenere ogni promessa, compresa quella sulla pensione di cittadinanza, precisa il ministro del Lavoro. E’ di Alberto Brambilla, esperto di previdenza vicino alla Lega, che ha bocciato in un’intervista le pensioni minime”. Su Brambilla, Di Maio ha detto : “Parla a titolo personale. Superare la Fornero significa svecchiare la pubblica amministrazione mettendo nuove energie nella macchina della Pa. Quindi la riforma delle Pensioni è al centro”.

Sull’altra questione in merito al commissario per la ricostruzione del  Ponte di Genova, invece, ha assicurato: “Stiamo lavorando, non stiamo litigando. Ci serve una persona preparata e onesta  perché questa persona agirà in deroga su tante cose quindi per quanto mi riguarda dovremo trovare una persona preparata”.

Per Alberto Brambilla, l’ipotesi di un sostegno delle aziende al vaglio del Governo in manovra, è in questi termini: “Quota cento per le pensioni, rilanciando l’opzione 62 + 38 e compensando l’aumento della platea facendo operare i fondi di solidarietà ed i fondi esubero”. Esperto di previdenza, vicino alla Lega, su questo tema si confronta con Matteo Salvini, non spesso, ma come dice, ‘almeno settimanalmente’.

Brambilla, presidente del centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, interpellato a margine delle ‘giornate del lavoro’ della Cgil a Lecce, ha spiegato: “All’interno della maggioranza Matteo Salvini ha ipotizzato che quota cento 64 con 36 fosse riduttivo ed ha rilanciato 62 con 38. Ovviamente la platea aumenta e conseguentemente è probabile che quel completamento, che peraltro è nel programma della Lega ed era anche nel programma del Centrodestra cioè quello di far operare i fondi di solidarietà e fondi esubero, sul modello di quanto già accade con grande successo nel settore del credito e delle assicurazioni, possa essere un complemento alla riforma in modo tale da consentire quella flessibilità che si voleva reintrodurre. Questo è lo stato dell’arte: si sta lavorando sul fronte fondi di solidarietà e fondi esubero che potrebbero dare una mano a tutto il sistema”.

E’ così, ed entro questi limiti, che va inquadrata l’indiscrezione che sul tavolo del Governo ci sia la possibile soluzione di varare quota cento a 62 anni con un sostegno delle aziende? A questa domanda Brambilla ha risposto: “Si, non direttamente. Nel senso che abbiamo una ape social in questo momento, ha determinate caratteristiche, più o meno queste caratteristiche coincidono con quelle dei fondi esubero e di solidarietà di banche, assicurazioni, Poste che ormai ha finito di operare ma più o meno era quello, e quindi diventa una necessità barra una soddisfazione di obiettivi sia da parte delle aziende sia da parte delle parti sociali in generale. Quindi è una ipotesi che si sta cercando di percorrere”.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, intervenendo alla sessantottesima sessione del Comitato Regionale per l’Europa dell’Oms, in svolgimento a Roma, ha detto: “Come da decreto è previsto che il commissario sia nominato con decreto del presidente del Consiglio entro 10 giorni dall’entrata in vigore del decreto per Genova. Alto, bello, biondo, occhi blu? Vediamo, aspettiamo ancora. Non abbiamo ancora l’identikit preciso ma sarà sicuramente colui che ci garantirà di realizzare il ponte quanto prima: ci interessa il risultato.  Vogliamo stare vicino ai nostri medici e professionisti che sono eccellenze mondiali e rimettere al centro il merito e la trasparenza: il nome di Li Bassi per l’Agenzia del farmaco è un segnale chiaro perché parliamo di uno di quei cervelli in fuga che vogliamo riportare a casa.   Lavoreremo per colmare le disuguaglianze nell’accesso al sistema sanitario e contrastare la povertà e le forme di emarginazione sociale. Misure come il reddito di cittadinanza che il governo si è impegnato a varare, potranno essere utili per reagire a questo. L’Italia è seconda in Europa per aspettativa di vita: qui si vive di più, siamo il paese della bella vita. E noi vogliamo rilanciare e preservare il sistema sanitario perché il diritto alla salute garantito a tutti resti un pilastro del nostro vivere comune. Sosteniamo l’obiettivo della copertura sanitaria universale come obiettivo dell’Oms. Il diritto a essere curati è da garantire a tutti. Questo ci impegna a lavorare intensamente e non a caso anche nel contratto di governo è puntualmente precisato che è prioritario tutelare l’attuale modello di gestione del servizio sanitario nazionale, salvaguardando lo stato di salute del Paese, con uniformità dei livelli essenziali di assistenza. Uno dei primi passi è l’adozione di un piano nazionale della cronicità e un piano nazionale della prevenzione, di portata quinquennale”.

Il ministro della salute Giulia Grillo, ha detto: “Il mio impegno è produrre interventi concreti: finora la sanità in Italia ha subito molti tagli e la mappa della salute nel nostro paese è piena di luci e ombre e le diseguaglianze sono troppe; tuttavia il nostro sistema sanitario nazionale con un modello universalistico resta un punto di riferimento per tutto il mondo”.

All’apertura della 68/ma riunione del comitato regionale dell’Oms Europa, svoltosi per la prima volta a Roma, all’avvio dei lavori, nel suo intervento, il ministro Grillo ha detto: “Il diritto alla salute è per tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito o alla carta d’identità di provenienza. L’impegno dell’Italia a essere un soggetto attivo nelle politiche sanitarie a fianco dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: l’Ue non è un’idea astratta ma un impegno quotidiano e pragmatico”.

Nel frattempo, Matteo Salvini ha incontrato Silvio Berlusconi ad Arcore. Antonio Tajani, vice presidente di Forza Italia, ha affermato: “Non si è parlato di Rai, non c’è nessuno accordo sui nomi. A noi interessa il metodo: se il centrodestra esiste, serve un metodo diverso. Ma ieri non si è presa nessuna decisione, ci sarà un incontro anche con Meloni per un quadro complessivo. A noi interessa l’alternativa al governo M5s, lavoriamo per un governo di centrodestra che è l’unico che può risolvere i problemi degli italiani, a cominciare dalla disoccupazione giovanile che non si risolve certo col reddito di cittadinanza”.

Poi, il Presidente del Parlamento Europeo ha detto: “Sono pronto a scommettere che questo governo non durerà 5 anni. È impossibile che Lega e M5s che hanno identità diverse possano andare avanti a lungo, solo per interessi di potere. Troppo diversi, si vedono già i contrasti tutti i giorni: Tav, Tap, litigano ogni giorno. È un accordo contro natura e durerà poco.  Per questo vogliamo che la Lega torni a casa, torni ad essere parte integrante del centrodestra a livello nazionale. Perché è impossibile governare il paese con una coppia contro natura. Riemergerà il centrodestra, lo vedremo alle prossime regionali, ma serve un accordo politico complessivo sul centrodestra”. Per Tajani: “E’ impossibile che Toninelli resti al governo dopo i pasticci che ha fatto sulla vicenda del ponte Morandi crollato a Genova”.

Nonostante le dichiarazioni di facciata fatta dalle due componenti governative, di fatto sono aperti i giochi di competitività elettorale per le prossime elezioni europee. Lega e M5S continuano a fare promesse di principio ma mai ben definite nei dettagli attuativi. Nel frattempo i fatti sono silenti oppure esprimono cose poco piacevoli. Comunque è chiara la natura dicotomica del Governo Conte con tendenziale mutazione tricotomica.

Salvatore Rondello

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Arena di Verona festeggia Claudio Baglioni per i suoi 50 anni di carriera

Pon, 17/09/2018 - 17:52

baglioni-fotoNozze d’oro per Claudio Baglioni con la musica. Il cantante festeggia i 50 anni di carriera e lo fa con un concerto evento all’Arena di Verona di quasi tre ore, trasmesso su Rai Uno. Un vero e proprio spettacolo teatrale più che musicale. Per dirla con una delle canzoni che ha cantato, “Notte di note, note di notte”. Note da sottofondo a una serata indimenticabile. Ha ripercorso la sua carriera, dagli anni Settanta ad oggi, con i suoi principali successi. Sempre al centro la sua figura, anche se si è spostato durante le esibizioni, ma soprattutto la sua musica. Più che altro, però, l’Arte. E si potrebbe dire che è stato un po’ un live anomalo in stile “Zerovskij-solo per amore” di Renato Zero. Insomma, da Zerovskij a Bagliovskij. Del resto, entrambi sono due icone della musica italiana nel mondo. La particolarità del primo era la costruzione in (due) atti dello spettacolo, sullo sfondo di una stazione, caratterizzata dal passaggio di treni e dei protagonisti: Amore, Odio, Vita/Morte, Tempo, Enne Enne, Adamo ed Eva. Qui l’assoluta originalità di un’infaticabile Baglioni è stata che è sembrata più la rappresentazione teatrale delle sue canzoni che il classico concerto live, in cui delle scenografie le hanno portate sul palco come in una sorta di realizzazione scenografica, quasi a dare vita e corpo a tanti videoclip costruiti ad hoc, strutturati e studiati nei minimi dettagli. Grazie anche a un corposo corpo di ballo; a parte il gioco di parole, ballerini non ne mancavano neppure in Zerovskij, ma mai si sarebbe potuto immaginare di dar vita a una molteplicità di tali scenografie straordinarie, persino acrobatiche, come in “Al centro” (l’evento di Baglioni). Se la parte iniziale di alcuni brani poteva cominciare con delle immagini proiettate sul palco, anche un po’ psichedeliche o tridimensionali, man mano si andava a creare invece una vera e propria sceneggiatura della canzone. Entravano in scena gli attori-ballerini, in grado di creare scenografie straordinarie ed eccezionali, con vere danze acrobatiche. Quasi che Baglioni abbia voluto riprodurre il ‘circo della vita’ (se speso gli acrobati li vediamo al circo), con le sue ‘vie dei colori’ (come la sua omonima canzone del 1995). E, infatti, la scenografia di quest’ultimo testo è stata una delle più belle. Una sorta di danza dei colori; dapprima sul pavimento del palco appare come una scacchiera su cui il cantante si muove (quasi ad attraversare un labirinto o delle strade di una città), poi si trasforma come in una sorta di lavagna psichedelica su cui disegnare e dare pennellate di colore; quasi una tavolozza interattiva. In più, quando sale sul palco l’intero corpo di ballo, i ballerini hanno delle magliette di tutti i colori che cambieranno di volta in volta (dapprima gialle, poi rosse, poi celesti e così via).
Tutto studiato nei dettagli, dicevamo. Ogni brano era introdotto dal titolo e dall’anno in sovra-impressione (annunciato a scorrimento); ma ogni periodo aveva un’icona a rappresentarlo, un’immagine scelta ad indicare quell’epoca. Piccoli particolari che fanno la differenza. Baglioni sa come colpire. Tanto che comincia subito -all’inizio- con una prima parte tutta molto romantica dei suoi maggiori successi più popolari: da “Questo piccolo grande amore”, a d“Amore bello”, a “Tu come stai?”, a “E tu”, a “Sabato Pomeriggio”, ma anche ad “Avrai” ed a “Strada facendo”. Poi alleggerisce un po’ con la simpatica coreografia di “W l’Inghilterra”, con il tributo a questa terra, con il simbolo della bandiera inglese e dei suoi colori ben ripresi durante l’esibizione. Subito torna a brani più ‘impegnati’ come “Un po’ di più” e “Ragazze dell’Est”; nella prima le ballerine danzavano con una coreografia studiata con delle sedie e con l’emblema delle scarpe rosse, alternate poi -successivamente- dai ballerini. E, dopo il brano “Via” (in cui dei ballerini si sono cimentati in acrobazie e in danze al ritmo quasi di passi di street-dance), va in pausa: per uno dei 3-4 cambi d’abito della serata e per riprendersi un attimo dall’ininterrotta serie di quasi un’ora di canzoni e di concerto.
Quando ritorna parte forte, con quella che è stata la più emozionante delle coreografie. Dopo “Strada Facendo”, “Avrai”, “Uomini persi” (del 1982) canta “Notte di note, note di notte”. E la scenografia programmata per animare questa canzone prevede l’esibizione -su un filo sospeso e teso- di un acrobata, che su quell’asse sottile di corda combina di tutto: cammina, salta, si rigira, si lancia e vi ricade sopra senza mai perdere l’equilibrio. Semplicemente da applausi; non lascia che esterrefatti tutti, il pubblico e anche Baglioni stesso. La migliore forse, ma altre bellissime ne verranno ancora. Baglioni non ha finito le sue sorprese. Passiamo al 1985 con “Adesso la pubblicità” e sul pavimento vengono proiettate immagini a raffica, quasi in uno zapping frenetico con il telecomando. Anche il cantante ne ha uno e lo preme, poi viene spento da un altro pulsante, quasi fosse un robot o un automa; e potrebbe pure esserlo, vista la sua resistenza inesauribile e instancabile.
Infaticabile, perfezionista e mai pienamente soddisfatto, ricerca sempre ulteriori migliorie, la sua musica è una garanzia, ma le coreografie ancor di più. Vediamone altre. Nel suo spettacolo la musica si fa arte e l’arte, a sua volta, danza; il ballo diventa recitazione e la recitazione teatro. Rappresentazione e messa in scena delle canzoni. Andando avanti con classici quali “Sei tu”, “La vita è adesso”, si arriva al 1990 con l’intramontabile “Mille giorni di me e di te”. E poi “Acqua dalla Luna” con – ancora una volta – acrobati eccezionali protagonisti con le loro performance da capogiro. Il pezzo forte è “Noi no” del 1990, in cui i ballerini rappresentano dei giovani, con delle felpe (di un colore tra il grigio e il verde) e i cappucci tirati su a coprire le loro teste; poi tirano fuori ciascuno una rosa dalle mani, che tengono e che mostrano: un duplice gesto di protesta e di generosità.
Tuttavia il pezzo più commovente, che lascia veramente a bocca aperta basiti -per la sua complessità e per la realistica umanità che si respira-, è “Cuore di aliante” del 1999. Qui non c’è solo nuovamente l’acrobata con le sue esecuzioni perfette, ma -ai suoi piedi- c’è un sacco di gente sbarcata o che aspetta di imbarcarsi quasi sembrerebbe, in attesa -forse- di partire con i suoi bagagli per il viaggio o il volo di un eterno istante -come canta-. Si è tutti “sospesi nell’irrealtà”, che è la magia che Baglioni ha saputo dare e restituire con il suo concerto.
Non appena si arriva al 2003-2005, Baglioni si ferma per i ringraziamenti. “Sembra impossibile che sia passato tutto questo tempo così lungo: 50 (anni di carriera ndr) è una bella cifra. Non avrei mai creduto che tutto questo sarebbe potuto succedere davvero”. E allora, 50 volte grazie a Baglioni.
Prima di congedarsi è la volta di “Tutti qui” del 2005, che dona l’immagine più tenera di tutte: suona solo al pianoforte al centro (guarda caso!) del palco e per terra vengono proiettate tutte sue foto che descrivono e ripercorrono tutta la sua carriera, perché -come dice- “siamo storie di un secondo”. Frammenti, istantanee, fotogrammi che disegnano il puzzle di questi 50 anni di carriera.
Per ultimo, in conclusione, tocca a “Con voi” – del 2013 -, per tutti i suoi fans e il suo pubblico. L’intero corpo di ballo sale sul palco, uno ad uno, con dei palloncini rossi in mano che lanceranno poi in aria. Quanti non sappiamo, se 50 o più, ma questo volo di palloncini rossi è stato davvero suggestivo e simbolico. Per una “notte bellissima”, come l’ha definita Baglioni. Un ultimo ringraziamento lo rivolge “alla magnifica compagnia del corpo di ballo”, che sicuramente ha avuto un ruolo preponderante e ha dato un contributo non indifferente alla riuscita dello spettacolo. Tutti bravissimi; Renato Zero ne aveva 60, Baglioni non sappiamo, ma tutti di altissimo livello (come per Zerovskij). Sicuramente l’altro merito va ai cameramen per le riprese, senza le quali (probabilmente), non si sarebbe potuto godere e fruire dello spettacolo in maniera adeguata. Soprattutto nel caso di spettacoli teatrali e artistico-musicali ciò è quanto mai valido.
E la dimostrazione che ha dato Baglioni è degna di un direttore artistico alla regia del Festival di Sanremo e di buon auspicio per esso, su cui adesso si potrà concentrare a pieno.

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Romaeuropa. Prima italiana di “Kirina” di Serge-Aimé Coulibaly

Pon, 17/09/2018 - 17:22

Inaugurazione all’insegna dell’incontro tra due continenti quella del trentatreesimo Romaeuropa Festival. È infatti la prima italiana di Kirina, lo spettacolo firmato dal coreografo burkinabé Serge-Aimé Coulibaly, la cantante maliana, icona della musica mondiale, Rokia Traoré e lo studioso e scrittore Felwine Sarr ad aprire, il 19 Settembre al Teatro Argentina (in replica fino al 22), il percorso tra i mondi che anima questa edizione del festival il cui titolo è, non a caso, Between Worlds.

kirina_02_philippe_magoni-min«Kirina ci introduce ai temi e ai percorsi che saranno affrontati durante Romaeuropa Festival 2018» afferma Fabrizio Grifasi, direttore generale e artistico della Fondazione Romaeuropa, presieduta da Monique Veaute, «un Festival Mondo che fisicamente intercetta e convoglia pensieri e progetti, incrocia temi e questioni al cuore del nostro vivere come modalità di libero sviluppo della ricerca artistica, sovrapponendo le generazioni ed eleggendo le contraddizioni e le diversità al cuore del proprio operare come pratica di racconto del presente attraverso le opere degli artisti che riteniamo significativi. L’essenza stessa della nostra missione si colloca in questo spazio “in between”, luogo di mediazioni e riconciliazioni tra opposti, ambito di riflessioni e accoglienza»

Ed è in quest’ottica che il festival proseguirà nel mese di settembre all’Auditorium Parco della musica con il live della maliana Oumou Sangarè, altra icona della world music che presenterà il suo ultimo album Mogoya (22 settembre); con il teatro “documentato” degli spagnoli Agrupación Señor Serrano che con Kingdom affronteranno il tema del capitalismo affiancandolo ironicamente alla figura di King Kong e alla storia delle banane (25 e 26 settembre) e con i việt kiều raccontati della giovane Caroline Guiela Nguien nel suo Saigon, spettacolo toccante e intenso interamente ambientato in un ristorante vietnamita, ponte d’incontro tra il Vietnam degli anni Cinquanta e la Francia di oggi (29 e 30 settembre). Al Teatro Argentina l’israeliana Sharon Eyal insieme a Gai Behar, con cui guida la compagnia L-E-V, presenterà il suo seducente Love Chapter II (il 25 e il 26 settembre) mentre il libanese Omar Rajeh in #minaret s’interrogherà sul nostro ruolo dinanzi ad atti di distruzione – come quello che ha raso al suolo Aleppo e la sua storia – in una coreografia per corpi, droni e suoni (29 e 30 settembre). Passaggio di testimone tra Short Theatre e il REf18 è invece la performance The Quiet Volume di Ant Hampton e Tim Etchells nella Biblioteca Enzo Tortora (dal 20 al 29 settembre).

Talk di approfondimento e momenti di confronto il 18 Settembre in Opificio Romaeuropa alle 18.30 con Felwine Sarr in dialogo con Aboubakar Soumahoro e Francesca Caferri, il 27 Settembre (sempre in Opificio alle 18.30) con Omar Rajeh e Paolo Matthiae e, il 29 settembre, con la franco-vietnamita Caroline Guiela Nguyen. Discussione post spettacolo il 25 Settembre con Agrupación Señor Serrano per il ciclo Post It.

KIRINA

Nasce dall’energia di una crew d’eccezione composta da Serge-Aimé Coulibaly, Rokia Traoré e Felwine Sarr, Kirina, opera africana per 9 danzatori, 1 attore, 4 musicisti, 2 cantanti e 40 figuranti (selezionati, per le repliche romane, tra gli studenti dell’Accademia Nazionale di Danza). Definito dal New York Time come uno spettacolo «sbalorditivo» capace di fondere sulla scena «danze ritualistiche, estatiche e sudate, musica propulsiva e una narrazione incantatoria in lingua francese» e di dar vita a «un’arte fresca ed elettrizzante», Kirina nasce nel segno dell’incontro tra mitologia africana e cultura occidentale. Fonte d’ispirazione per i tre creatori è, infatti, la mitologia mandinga e in particolare l’epopea di Soundjata Keita, il poema epico che racconta della fondazione dell’Impero del Mali nel tredicesimo secolo. Il titolo dello spettacolo è il nome della località situata nell’odierna Guinea dove si è svolta l’ultima battaglia da cui è nato l’impero mandingo. Un momento storico in cui si potrebbe individuare l’origine di una storia africana radicata nel rispetto della dignità umana e caratterizzata da un lungo periodo di pace e prosperità. Trasmessa dalla tradizione orale in molte versioni e diverse lingue, l’epopea ha occupato e continua a occupare un posto molto importante nella cultura dell’Africa Occidentale fungendo da fonte d’ispirazione per molti artisti. Ma questo bagaglio culturale è per Serge-Aimé Coulibaly solo un modo per far risuonare il presente, restituire un’immagine dell’Africa lontana dagli stereotipi con cui è raccontata dai media occidentali, rintracciare i punti di contatto tra la storia di due continenti e visualizzare la marcia eterna del mondo. In scena cumuli di abiti, danza tradizionale e contemporanea, musiche energiche e coinvolgenti disegnano la marcia di un popolo in continuo movimento e trasformazione a sua volta narrata dallo slam-rock di un griot (poeta e cantore della tradizione africana) ricontestualizzato nel presente ma capace di attraversare la Storia. Ieri come oggi: esili, spostamenti, lotte, ricchezze e povertà e incontri spingono l’uomo verso il futuro.

SERGE-AIMÉ COULIBALY | Nato nel 1972 a Bodo-Dioulasso, la capitale economica del Burkina Faso, Serge-Aimé Coulibaly lavora come danzatore e coreografo prima in Africa dove nel 1998 firma le coreografie per la cerimonia di apertura dell’Africa Cup of Nations e poi in Europa dove, trasferitosi nel 2001, danza in alcune delle più importanti opere de les ballets C de la B di Alain Platel e di Sidi Larbi Cherkaoui, prima di formare la sua compagnia Faso Danse Théâtre.

ROKIA TRAORÉ | Tra le regine della nuova musica africana e tra le musiciste e cantanti più richieste in Europa e nel mondo, Rokia Traoré mescola musica tradizionale e influssi moderni che vanno dal blues all’elettronica, dal rock-n-roll al jazz. La riscoperta delle proprie tradizioni ha portato la musicista e cantante alla fama internazionale. Oggi Rokia è impegnata nella riscoperta della tradizione mandinga e in particolare dei canti dei griot, cantori custodi della genealogia del proprio popolo.

FELWINE SARR | Considerato uno dei più importanti economisti e studiosi africani, Felwine Sarr ha rivoluzionato il modo in cui guardiamo il continente africano con il suo Afrotopia, un libro in cui unisce al suo acuto sguardo da economista, arte, cultura e letteratura. La sua visione del mondo africano incrocia in maniera inedita l’occidente, individuando il modo in cui l’Africa ha contribuito allo sviluppo della musica, della danza, del teatro e dell’immaginario nel mondo odierno. Lo studioso rivendica una lettura autonoma e lontana dall’immagine stereotipata del continente per fuggire la retorica del modello di sviluppo occidentale.

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Il riscatto della laurea ai fini pensionistici. Come può essere richiesto

Pon, 17/09/2018 - 17:18

Nuova proposta di legge

INDENNITÀ PARLAMENTARE PIGNORABILE

Impignorabilità dell’indennità parlamentare addio. Un altro pezzo dei “privilegi” di senatori e deputati potrebbe essere demolito, qualora venisse approvata una proposta di legge, presentata da Maria Edera Spadoni, vice presidente cinquestelle della Camera, depositata a giugno scorso in commissione Affari Costituzionali e sottoscritta da una novantina di deputati del M5S.

Attualmente, premette l’esponente pentastellata, le norme in vigore ‘mettono al riparo’ l’indennità parlamentare e la diaria dal sequestro e dal pignoramento, cosicché chi reclama un credito da un parlamentare, può vedersi sbarrata la strada dal diritto di esigerlo e dal potersi rivalere economicamente.

“Tra le disposizioni che richiedono ancora di essere adeguate alla mutata sensibilità sociale”, scrive la Spadoni sulla relazione al testo di legge c’è appunto il “trattamento economico dei membri del Parlamento” che è disciplinato dalla legge 31 ottobre 1965, n. 1261, in attuazione dell’articolo 69 della Costituzione. Nel corso degli anni alcune peculiarità (come il regime tributario di favore previsto per l’indennità), sono state corrette dalla legge 724 del 1994.

Dal punto di vista giuridico, i componenti delle Camere non sono inquadrabili fra i pubblici impiegati, ma la dottrina corrente “ritiene che l’indennità parlamentare abbia ormai assunto una natura sostanzialmente retributiva” e “anche la giurisprudenza costituzionale – osserva la vice presidente della Camera – sembra essersi avviata su questo percorso”.

“È giunto dunque il momento – spiega Spadoni, introducendo le ragioni della sua proposta – di prevedere, nel rispetto del principio di eguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione, che l’indennità e la diaria dei parlamentari, come quelli di qualsiasi altro lavoratore italiano, possano essere pignorate da eventuali creditori o sequestrate, rimuovendo una norma che può essere percepita come immotivata diseguaglianza tra i parlamentari e i cittadini”.

Nel contesto della crisi economico-finanziaria che ha colpito l’Italia, la norma, “concepita in origine come tutela dell’indipendenza del parlamentare, finisce per alimentare il sentimento di sfiducia dei cittadini italiani verso il sistema politico”. Nel corso della XVII legislatura, conclude Spadoni, il M5S “ha raggiunto importanti risultati nell’eliminazione dei privilegi dei parlamentari: è stata ottenuta una maggiore trasparenza nei documenti di bilancio, si sono ridotte le automobili di servizio della Camera e i contributi erogati ad associazioni varie e si è operata una decisa razionalizzazione delle spese di rappresentanza”.

Iscritti Gestione separata Inps (Parasubordinati)

IMPORTI 2018 PER MALATTIA E DEGENZA

I collaboratori coordinati e continuativi, consulenti, venditori porta a porta, liberi professionisti, ecc. a determinate condizioni possono avere l’indennità giornaliera di malattia. L’indennità segue regole molto particolari: ad esempio, è stabilita in misura fissa, e non in percentuale dei compensi guadagnati. Sono quattro le iniziali condizioni chieste dalla legge per riconoscere il diritto alla indennità nel corso di quest’anno.

1) Hanno titolo all’indennità solo i lavoratori che versano all’Inps i contributi più alti, in quanto non hanno altre assicurazioni per concomitanti altri lavori e non sono neanche pensionati. Sono le persone che pagano le a aliquote del 25,72% o del 33,72% e del 34,23%.

2) Nei 12 mesi precedenti l’inizio del periodo di malattia devono avere corrisposto contributi per almeno 3 mesi.

3) Nell’anno precedente (2017), devono avere avuto compensi per un importo complessivo non superiore a 70.266,80 euro.

4) Devono essere ammalati e assenti dal lavoro per almeno quattro giorni.

Attenzione: se manca anche una sola di queste condizioni si perde il diritto al trattamento economico. La misura delle indennità Inps segue regole particolari. È diversa a seconda del numero di contributi versati e del luogo dove si svolge la malattia, e cioè in casa o in ospedale.

In base alla variazione dell’indice Istat del costo della vita, intervenuta rispetto al 2017 per gli iscritti alla gestione separata dell’Inps, la prestazione di malattia e degenza ospedaliera dovuta per il 2018 risulta in aumento. Come di consueto, infatti, sono stati determinati i valori in vigore quest’anno, che sono stati aggiornati in aumento in confronto a quelli dell’anno prima. Per l’indennità di malattia giornaliera quindi nel 2018 si ha diritto a 11,12 euro se nei 12 mesi precedenti l’evento risultano accreditati, a favore de soggetto interessato, da 3 a 4 mesi di contribuzione, e si sale a 16,67 euro se i mesi coperti da contributi sono da 5 a 8, per arrivare poi a 22,23 euro se le mensilità risultano da 9 a 12.

In caso di degenza ospedaliera, invece, l’indennità corrisposta va, diversamente dal 2017, da un minimo di 22,33 euro (con accrediti contributivi da 3 a 4 mesi), a 33,35 (con accrediti per 5-8 mesi), fino a un massimo di 44,46 euro (da 9 a 12 mesi). Rispetto all’ultimo incremento (2017) i valori sono stati ritoccati al massimo di un euro o poco più. L’indennità di malattia e di degenza ospedaliera – si ricorda – spetta, sin dal 2007, ai collaboratori a progetto e categorie assimilate iscritti alla gestione separata e, dall’inizio del 2012, anche ai liberi professionisti che rientrano in tale gestione. Infatti, il decreto legge 201/2011 salva Italia ha incluso, dal 1° gennaio 2012, tra i beneficiari dell’indennità economica di malattia e quella per i congedi parentali i «professionisti iscritti alla gestione separata. non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie».

I valori, segnala opportunamente l’Inps in una apposita informativa diramata in proposito, vengono determinati in percentuale sul massimale contributivo prefigurato per la gestione, che per il 2018 è stato fissato a 101.427 euro, corrispondente a 278,00 euro al giorno circa. Il trattamento di malattia deve essere pari al 4, al 6 o all’8 per cento di tale importo, mentre quella di degenza ha quote doppie. Al riguardo, è appena il caso di precisare che a decorrere dal 1° gennaio del 2000 la tutela per malattia in caso di degenza ospedaliera è stata estesa ai lavoratori iscritti alla gestione separata con un minimo di tre contributi mensili nei dodici mesi precedenti la data del ricovero e con un determinato reddito individuale. Con esclusione, invece, dei soggetti che risultano contemporaneamente iscritti ad altra forma pensionistica obbligatoria ed i pensionati.

Sempre nella stessa nota interna dell’Istituto sono stati altresì comunicati i nuovi valori di retribuzione da utilizzare per la liquidazione delle indennità di malattia, maternità e tubercolosi di altre categorie di lavoratori. Per i soci di cooperative, l’importo retributivo giornaliero minimale è di 48,20 euro; per gli agricoli a tempo determinato è di 42,88 euro; per i compartecipanti familiari e piccoli coloni è di 56,83 euro. Inoltre per la maternità delle lavoratrici autonome gli importi di riferimento sono di 56,83 euro in caso di coltivatrici dirette; di 48,20 per artigiane e commercianti; di 26,78 euro per le pescatrici.

Inps

RISCATTO LAUREA

Il riscatto della laurea ai fini pensionistici può essere richiesto da tutti i lavoratori iscritti alle gestioni Inps che abbiano già conseguito il titolo di studio, e non siano già coperti da contribuzione nel periodo di frequentazione dell’università. E’ consentito riscattare solo gli anni previsti dalla durata ordinaria del corso di laurea, se lo studente è andato fuori corso non avrà la possibilità di riscattare gli anni in più che ci ha impiegato per laurearsi.

Tutti i dettagli sul riscatto della laurea presso le gestione Inps sono contenuti in un approfondimento della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro del 19 settembre 2017, ancora del tutto attuale. I riferimenti normativi fondamentali per il riscatto della laurea sono il decreto legislativo 184/1997 e la legge 247/2007.

Possono dunque, come detto, riscattare la laurea gli iscritti a tutte le gestioni Inps, purché il periodo di studi sia precedente a quello in cui è stata istituita la gestione previdenziale. Nel caso, ad esempio, della gestione separata, la frequentazione dell’università deve essere successiva al 31 marzo 1996. Il riscatto della laurea può del pari essere richiesto anche da chi è già titolare di trattamento pensionistico. Naturalmente, se lo si chiede per anticipare la pensione di vecchiaia, l’operazione andrà fatta prima dell’età pensionabile perché gli anni siano poi conteggiabili ai fini del perfezionamento del titolo alla pensione. Possono comunque accedere al beneficio del riscatto dalla laurea anche i soggetti inoccupati.

Come già riferito, una regola fondamentale consiste nel fatto che i periodi oggetto dell’operazione di riscatto non devono essere coperti da contribuzione. Nell’ipotesi in cui, durante il corso di studi universitari, ci sia stato un periodo limitato di lavoro, ad esempio un impiego part-time, potrà essere chiesto il riscatto della laurea al netto dei lassi di tempo per i quali già risulta accreditata una contribuzione. Sono ammessi al riscatto tutti i titoli di laurea (vecchio ordinamento, laurea triennale, laurea magistrale, diplomi di specializzazione post-laurea, Accademia delle Arti e Conservatorio, dottorati di ricerca. Non sono inclusi, invece, i master universitari.

L’accesso all’operazione è a titolo oneroso, ed il cui costo dipende da diversi fattori: collocazione cronologica del lasso temporale di studio (prima o dopo il 1995, e prima e dopo il 2011), e modalità di calcolo della pensione (contributivo o retributivo).

Se il periodo di riscatto è valutato con il sistema retributivo, il computo si effettua in base al principio della riserva matematica. Molto in sintesi, si conteggiano due diversi trattamenti pensionistici: quello senza riscatto, e quello che comprende anche gli anni del corso di studi. La nuova rendita previdenziale tiene conto di un beneficio corrispondente all’aumento delle settimane in quota A (media rivalutata degli ultimi 5 anni di contribuzione prima del pensionamento).

Lo schema di calcolo: Pensione annua con riscatto – Pensione annua senza riscatto = Incremento pensionistico generato dal riscatto (Beneficio). Il vantaggio pensionistico va a questo punto moltiplicato per un coefficiente attuariale legato a età, sesso e stato lavorativo del richiedente. Esempio: beneficio (calcolato in base allo schema sopra indicato) pari a 15mila 600 lordi annui. Coefficiente di un lavoratore di 63 anni pensionato pari a 16,68. Onere spettante: 26mila 200 euro annui.

Se invece il periodo di riscatto è valutato con il metodo contributivo, il computo si effettua con il sistema a percentuale, che consiste nell’applicazione dell’aliquota contributiva in vigore al momento della domanda sull’imponibile previdenziale dello ultime 52 settimane. In pratica, si conteggiano gli ultimi 12 mesi di contribuzione obbligatoria precedenti alla richiesta di riscatto, si applica l’aliquota vigente (ad esempio, il 33% per l’Assicurazione generale obbligatoria), si calcola l’adeguamento per il periodo oggetto di riscatto. Esempio: retribuzione imponibile ultimi 12 mesi 40mila euro. Aliquota Ago 33%. Costo onere annuale 13mila 200 euro, per quattro anni di studi 52mila 800 euro.

Esiste poi uno specifico criterio di calcolo per gli inoccupati, che è simile a quello che si utilizza per chi ha la pensione contributiva (quindi, su base percentuale) prendendo come riferimento il minimale reddituale della Gestione Commercianti per l’anno della domanda di riscatto. Per esempio, il minimale 2018 è pari a 15.710 euro, quindi l’onere di riscatto è di 5mila 131,40 euro per ogni anno.

Giova infine ricordare che è possibile pagare l’onere di riscatto in 120 rate suddivise in dieci anni, senza interessi.

Società di calcio professionistiche

ASSUNZIONE DEGLI STEWARD CON TUTELE

A partire dal 6 settembre scorso, le società di calcio professionistiche possono gestire i rapporti di lavoro occasionale degli addetti alla sorveglianza negli stadi di calcio (steward) attraverso la piattaforma informatica predisposta dall’Inps.

È quanto è stato recentemente comunicato dall’Istituto con il messaggio n. 3193 del 24 agosto 2018, con il quale sono state diramate le istruzioni operative che consentono alle società di calcio professionistiche l’utilizzo della piattaforma telematica del lavoro occasionale per la gestione dei rapporti di lavoro degli steward.

I profili amministrativi per l’utilizzo del lavoro occasionale, che ha sostituito il vecchio sistema dei voucher, per l’occupazione degli steward, erano stati chiariti dall’Inps con la circolare n. 95 del 14 agosto scorso.

Per quanto attiene le prestazioni effettuate nel mese di agosto, le società di calcio potevano comunicarle dal 6 al 12 settembre, per consentire il pagamento delle stesse ai lavoratori entro la fine del mese di settembre. All’uopo sono stati accettati anche i pagamenti effettuati dopo lo svolgimento della prestazione operati in tempi utili per consentire l’inserimento delle prestazioni entro il 12 settembre e il conseguente accredito delle somme sul conto del lavoratore nello stesso mese.

Nel messaggio 3193/2018 l’Istituto ha opportunamente ricordato ai lavoratori di effettuare con immediatezza la registrazione nella piattaforma e alle società di calcio di praticare, prima dello svolgimento della prestazione lavorativa, il versamento della provvista destinata a finanziare il compenso del lavoratore e i contributi previdenziali e a trasmettere all’Inps la Pec per l’assegnazione degli importi alla gestione steward (dc.entraterecuperocrediti@postacert.inp.gov.it).

Carlo Pareto

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L’Europa non è ancora Orba(n)!

Pon, 17/09/2018 - 16:59

E’ partita con due botti del Parlamento europeo la campagna elettorale europea con gli immancabili riflessi anche sul piano interno dei singoli Stati. Il via libero alle sanzioni all’Ungheria per le riforme contrarie al “valori UE” prelude allo scontro tra europeisti e sovranisti, terzo incomodo gli euroscettici come gli italiani grillini che sono entrati in rotta di collisione con i loro alleati leghisti in soccorso di Orban.

Ci si interroga su questa presa di distanza tra i due azionisti maggiori nel governo italiano. Scontato dopo lo stretto rapporto tra Orban e Salvini che quest’ultimo votasse contro la messa in moto delle sanzioni attivando l’articolo 7 del trattato, mentre i grillini hanno dimostrato consapevolezza che non era un buon viatico opporsi per il confronto ormai prossimo con l’attuale Commissione europea sul DEF.

Poiché è incontestabile che la Merkel è stata decisiva per la compattezza dei parlamentari del PPE, il voto di FI, meno Tayani astenuto in ossequio alla prassi dei presidenti del Parlamento, getta una luce di inaffidabilità su Berlusconi e company .proni verso l’alleato in mezzadria ed ai suoi affidamenti che la roba del Cavaliere non si tocca, il tutto nell’auspicio del ritorno del figliuol prodigo che intanto lo sta sfrattando dal suo elettorato.

Chi l’ha dura la vince, dice un vecchio proverbio corretto e già le europee potrebbero essere lo spartiacque. Ma a proposito di opportunismo non è che i grillini abbiano fatto una migliore figura quando si è toccato votare contro i giganti del Web per obbligarli a retribuire gli editori e più in generale gli autori per i contenuti online. L’amletico Di Maio, in ossequio alla linea Casaleggio, ha mandato la palla in calcio d’angolo gridando:”Vergogna questa è censura preventiva”. Faccio notare che la motivazione data viene alla luce nella stessa giornata in cui sono state avviate le sanzioni ad Orban per il non rispetto dei valori Ue. Solo avanzare il sospetto di una censura preventiva da parte dell’Unione fa capire di chi si è fatto portavoce il salvifico Di Maio.

Roca

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Case popolari Roma e l’ordinaria corruzione

Pon, 17/09/2018 - 16:21

case aterUn’inchiesta partita già nel 2015 sull’assegnazione delle case popolari e commerciali Ater nell’Urbe e che ha portato agli arresti domiciliari sei persone. Tra gli arrestati un funzionario e un dipendente dell’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale e un dipendente del Comune di Roma che, secondo gli inquirenti, avrebbero creato un canale parallelo per l’assegnazione di alloggi Ater. I reati contestati vanno dalla corruzione per atti contrari a doveri d’ufficio all’accesso abusivo al sistema informatico.
Mille Euro per un indirizzo della casa popolare da poter occupare, fra i 1500 ed i 2000 Euro per ottenere dei nulla osta al fine di regolarizzare la residenza nell’alloggio popolare occupato in precedenza. È una storia di “ordinaria corruzione”, come l’ha definita il Procuratore Paolo Ielo, quella portata alla luce nell’ambito dell’Operazione Anaconda.
Il ‘sistema’ illecito era ben organizzato: si pagava il funzionario e si scalava la graduatoria per l’assegnazione delle case popolari o si ottenevano le carte per regolarizzare l’immobile già occupato. In pratica i funzionari accedevano nei registri interni dell’Ater e poi indicavano in taluni casi ai corruttori gli immobili da occupare. Sette i casi accertati dagli investigatori fra le zone di Montesacro, del Tufello e viale Marco Polo. Nel ‘sistema’ c’erano anche i “faccendieri” che intermediavano fra la domanda e l’offerta degli immobili Ater, che riguardavano non solamente le case popolari ma anche i locali commerciali che si trovavano negli stessi immobili di proprietà dell’Ente.

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Brasile, tornano i generali. Alle elezioni senza Lula

Pon, 17/09/2018 - 15:44

lulaLe elezioni brasiliane del 7 ottobre prossimo avranno un grande assente: Inàcio Lula. Il tribunale gli ha appena impedito di presentarsi per un terzo mandato da presidente nelle file del PT, il Partito dei lavoratori, la formazione politica di sinistra che contribuì a fondare a febbraio del 1980, durante la dittatura militare.

Lula, che è in carcere dopo essere stato condannato per corruzione, non potrà partecipare nemmeno alla campagna elettorale a fianco di Fernando Haddad, l’ex sindaco di San Paolo schierato in fretta e furia dal “Partido dos trabalhadores” dopo l’ultimatum del Tribunale Supremo Elettorale, che l’11 settembre ha obbligato il PT a sostituire il suo candidato.

Ultimo atto di una durissima guerra con la magistratura che va avanti da aprile, cioè da quando l’ex presidente è finito nel carcere di Curitiba, in seguito a una condanna a 12 anni inflittagli in appello. L’accusa è quella di aver ricevuto tangenti per un milione di dollari dalla Petrobas (l’azienda energetica di Stato) e favori da parte di alcuni imprenditori privati (un appartamento al mare e la costruzione di un ranch).

Lula, che ha sempre respinto le accuse, ha subito presentato ricorso alla Corte Suprema per evitare la sospensione dei diritti politici prima dell’ultimo grado di giudizio. La sua richiesta è stata respinta, ma il PT lo ha schierato ugualmente alle presidenziali fissate per ottobre. Ne è nata una durissima battaglia legale contro “le sentenze politiche della magistratura” sostenuta da una serie di manifestazioni di piazza a favore dell’ex presidente. Fino all’ultimo “no” dei giudici del Tribunale elettorale che hanno votato quasi all’unanimità (6 a 1) costringendo il PT a cambiare cavallo.

Il risultato è che dopo più di 40 anni il Brasile vivrà la sua prima campagna elettorale senza Lula, che fu eletto in Parlamento nel 1986, a 41 anni, da leader dei metalmeccanici. E subito partecipò alla nuova Costituzione che nasceva per chiudere la tragedia della dittatura con l’inserimento di forti garanzie per i diritti dei lavoratori.

Presidente del Brasile nel 2002, Lula guadagnò presto la fiducia dei mercati, che lo avevano accolto con preoccupazione, superando gli obiettivi posti dal Fondo monetario internazionale. Fu rieletto nel 2006 e affrontò la crisi globale del 2008 con un vasto piano d’investimenti pubblici. Il Brasile conobbe un momento di sviluppo. Lula, ormai popolarissimo tra la gente, era diventato il presidente che aveva migliorato le condizioni di vita di milioni di proletari. Nel 2010 il terzo mandato consecutivo non sarebbe stato il problema, ma era vietato dalla Costituzione. E così il leader del PT come presidente del Brasile scelse un suo ministro, l’economista Dilma Rousseff, poi destituita nel 2016 con l’accusa di aver manipolato il bilancio dello Stato per garantirsi la riconferma.

Si arriva così alle elezioni del 7 ottobre, le prime senza Lula. Con un gigantesco problema per il PT costretto a ripiegare su un candidato debole e poco conosciuto a livello nazionale come l’ex sindaco di San Paolo Haddad. I primi sondaggi lo danno sotto al 10 per cento. La verità è che, nonostante gli scandali e il carcere, Lula sembra ancora l’unico candidato in grado di far vincere la sinistra brasiliana. L’ultimo sondaggio sulle intenzioni di voto, pubblicato poco prima della rinuncia, gli assegnava il 35 per cento al primo turno. 13 punti sopra il candidato della destra, il generale in pensione Jair Bolsonaro.

Felice Saulino
SfogliaRoma

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Punire e rieducare: Equilibrio (im)possibile

Pon, 17/09/2018 - 15:24

“Da millenni gli uomini si puniscono vicendevolmente-e da millenni si domandano perché lo facciano”
-WIESNET E., Pena e retribuzione: la riconciliazione tradita. Sul rapporto fra cristianesimo e pena, Milano, 1987 pagina XV-

carceratiLa pressoché totalità dei manuali di diritto penale contiene, all’interno dei primi capitoli, almeno un paragrafo intitolato: “Perché punire?”. La punizione per il male arrecato alla società sembra essere, in sostanza, il risultato di una semplice operazione algebrica secondo la quale “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”: siamo innanzi ad una sorta di istintualità del diritto penale?
Il diritto penale, tuttavia, al di là della facile provocazione, sembra realmente racchiudere in sé una sorta di istinto. Si pensi, in primis, alla traduzione del latino poena che, in linea con il greco poinè, si rende: “prezzo del riscatto per un reato di sangue, espiazione, ammenda, quindi, in senso lato, soddisfazione, compenso, perciò ora vendetta, ora pena, castigo punizione (1)”. La pena, storicamente parlando, è, infatti, la soddisfazione dell’istinto vendicativo della persona offesa e si palesa, in tempi recenti, come l’accentramento statale dell’esigenza sociale di vendetta. È stato efficacemente scritto, infatti, che “l’istinto aggressivo che è all’origine della vendetta non muta nello spazio e nel tempo, ma mutano le forme e le norme della vendetta. La vendetta sembra nascere da una reazione istintuale ad una aggressione subìta, ma la vendetta non è solo istinto: è anche istituzione. Percorrendo la storia e la geografia umana, ci troviamo di fronte, infatti, a molteplici forme della vendetta: per esempio la vendetta barbaricina, la ultio romana, la vendetta del Kanun albanese, la vendetta dei samurai, la vendetta descritta nelle saghe nordiche medioevali, la vendetta dell’antico diritto hindu, la vendetta mafiosa, la vendetta langarola. Si tratta di veri e propri istituti giuridici (come quelli della proprietà e del matrimonio) che sono regolati e costituiti dalle proprie norme e che si iscrivono all’interno di particolari diritti, che spesso sono diritti popolari (folklaws). […] Dall’unicità dell’istinto aggressivo siamo giunti alla molteplicità degli istituti giuridici della vendetta (2)”. A ben vedere, pertanto, non è una grandissima novità l’assenza di rieducazione nell’universo della pena.
Non è nemmeno un caso, d’altronde, il fatto che gli istituti antesignani del carcere siano le “houses of correction” londinesi, nate “nei primi anni del cinquecento, [allorquando] il clero londinese propose al re di utilizzare un palazzo, il palazzo di Bridewall, per ospitare i vagabondi, gli autori di piccoli reati, di piccoli furti, le persone che non trovavano lavoro, organizzando un’attività produttiva che avesse lo scopo di riformare i soggetti con il lavoro obbligatorio, con la disciplina, ma non in vista di punirli coercitivamente con un lavoro forzato, ma affinché, attraverso il lavoro, fosse assicurato prima di tutto l’automantenimento, quindi il sostentamento di coloro che venivano internati e, infine, venisse impartita un’educazione disciplinare idonea a garantirne l’avviamento al lavoro (3)”. Tale pena era un “ossimoro, dal momento che la carità si sviluppava in termini di costrizione: una carità che veniva fatta subire (4)” e nacque, pertanto, per soddisfare gli interessi finanziari del regno: ideale ben lungi dal concetto di rieducazione del reo.
L’ideale illuministico, grandissimo sostenitore del carcere, d’altronde, nel momento in cui acclamava la pena carceraria come la migliore delle pene-contrapponendola all’inumana pena di morte ed allo splendore dei supplizi- non tardava nel definirla, nella realtà dei fatti, come una “cloaque d’infection où mille malhereux s’entre-communiquent le poison lentement dévorant de la mort (5)”. La pena carceraria, in buona sintesi, ha sempre vissuto nell’ombra di sé stessa: condannata a non rispecchiare, nei tragici fatti, la propria idealizzazione.
Non è sconcertante osservare che, storicamente parlando, nel momento in cui il carcere venne elevato a “panacea d’ogni male” quest’ultimo veniva, al contempo, aspramente criticato per la propria concreta inadeguatezza? Come scrisse Foucault “la critica della prigione e dei suoi metodi apparì ben presto, in quegli stessi anni 1820-45; essa si fissa d’altronde in un certo numero di formulazioni che-salvo per le cifre-sono ancor oggi ripetute quasi senza alcun cambiamento (6)”. Ora come allora si potrebbe, infatti, notare che:
“-Le prigioni non diminuiscono il tasso di criminalità: possiamo estenderle, modificarle, trasformale, la quantità dei crimini e dei criminali rimane stabile, o, peggio, ancora, aumenta […]
-La detenzione provoca la recidiva; usciti di prigione, si hanno maggiori probabilità di prima di ritornarvi […]
-La prigione non può evitare di fabbricare delinquenti. Ne fabbrica per il tipo di esistenza che fa condurre ai detenuti […]
-La prigione rende possibile, meglio, favorisce, l’organizzazione di un milieu di delinquenti, solidali gli uni con gli altri, gerarchizzati, pronti per tutte le future complicità […]
-Le condizioni fatte ai detenuti liberati li condannano fatalmente alla recidiva: perché sono sotto la sorveglianza della polizia; perché hanno residenze obbligate o interdizioni di soggiorno […]
-Infine, la prigione fabbrica indirettamente dei delinquenti, facendo cadere in miseria la famiglia del detenuto (7)”.
Gli interrogativi intorno al carcere sono, a ben vedere, gli stessi da centinaia di anni: ad un’idilliaca immagine sociale del carcere si contrappone, da sempre, la più indegna concretezza dei fatti.
Si può, dunque, accostare il concetto di rieducazione alla pena carceraria? Storicamente no. Il carcere ha sempre vissuto su due binari paralleli che non si sono mai incontrati: uno era quello che portava al lontano mondo delle idee, il secondo si fermava sempre alla prima e desolata “stazione”. La situazione, attualmente, non è certamente migliorata: anzi. Solo pochi giorni fa una nota testata giornalistica riferiva che una delegazione del partito Radicale nonviolento transnazionale e transpartito aveva visitato la Casa Circondariale di Foggia trovando “carenze sanitarie, spazi limitati e assenza di personale […] una realtà dimenticata dalla legge (8)”.
Parlare di rieducazione e di pena carceraria nella stessa frase appare, oggi, del tutto ossimorico. Le parole “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato (9)” sembrano, infatti, confliggere quotidianamente con il diffuso senso di insicurezza dei cittadini: sicurezza e pericolosità sociale sono divenuti i facili “hashtag” delle recenti pronunce giurisprudenziali. A ciò si aggiunga il costante clima di “politica elettorale” che caratterizza gli ultimi anni: erodere i diritti dei detenuti sembra generare, infatti, numerosi consensi.
È difficile comprendere se la pena carceraria stia rispondendo più ad un istinto vendicativo piuttosto che auto-difensivo della società e, purtuttavia, è pacifico che non stia perseguendo alcun fine minimamente rieducativo. La bontà di una pena deve, infatti, misurarsi sulla base dei risultati ottenuti: il tasso di recidiva è talmente alto che non ha senso parlarne. La triste realtà è che “la prigione in Italia è un mondo ignoto per tutti coloro che sono liberi e alcune persone ci tengono a non far conoscere l’inferno che hanno creato e che è mal governato. Qui fuori molti non sanno che la maggior parte dei detenuti vive come pezzi di legno accatastati in cantina. Alcuni vegetano. Altri si tagliano nel corpo e nell’anima. La verità è che nella stragrande maggioranza dei casi si vive, come cani ciechi in un canile, con spazi ridotti, una non vita in totale assenza costante d’intimità, d’intrattenimento, di cultura, d’affetto (10)”.
Le facili obiezioni sono: “e allora cosa bisognerebbe fare con i detenuti?”. La risposta, altrettanto facile, è: “rieducarli!”. Il carcere è solo una delle tipologie di pena possibili ed è una pena che nel momento in cui è sorta presentava già fortissime criticità. Esistono le misure alternative alla detenzione ed esiste, soprattutto, il macro-universo della giustizia riparativa: perché continuare ad elogiare una pena inutile per chiunque come il carcere?
Quando la pena-parola di per sé densa di contraddizioni-cesserà di essere asservita alle esigenze di sicurezza sociale ed ai più svariati istinti allora, e solo allora, sarà possibile parlare di pene rieducative. Quando le pene saranno rieducative smetteranno di chiamarsi in tal modo: sarà solo rieducazione.

Daniel Monni

  1. CALONGHI F., Poena, in Dizionario Latino-Italiano, Torino, 1972
  2. LORINI G.-MASIA M., Antropologia della Vendetta, Napoli, 2015, pagine X-X
  3. PADOVANI T., La pena carceraria, Pisa, 2014, pagina 33
  4. Ibidem, pagina 38
  5. BRISSOT DE WARVILLE J.P., Théorie des lois criminelles, volume I, Paris, 1871, pagina 171
  6. Ibidem
  7. Ibidem, pagine 291-295
  8. PERSIA R., Nel carcere di Foggia: una realtà dimenticata dalla legge, ne L’Espresso del 10 settembre 2018
  9. Art. 27 Costituzione
  10. MUSUMECI C., L’uso della pistola elettrica nelle carceri: l’opinione di un ergastolano, in AGORAVOX del 11 settembre 2018
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Dopo la festa. Sintesi, riflessioni, obiettivi

Ned, 16/09/2018 - 18:31

Sono stati tre giorni intensi di dibattiti con ospiti di rilievo intenti a discutere dei problemi dell’Italia. Dell’Italia malata e colpita al cuore dal populismo e sovranismo che l’hanno conquistata. Tento di mettere in fila i concetti chiari usciti dal confronto casertano (non finirò mai di ringraziare i socialisti di Caserta per l’impegno e lo spirito di sacrificio dimostrati).

1) Credo abbiano ragione Pierferdinando Casini e Fabrizio Cicchitto quando sottolineano il carattere pericoloso e nel contempo popolare dell’alleanza gialloverde, ma soprattutto del vertiginoso aumento di consensi di Salvini. E credo sia anche giusto considerare entrambe le forze di governo come avversarie del fronte o alleanza o concentrazione repubblicana o riformista. Senza eccezioni, improbabili scorpori e future perniciose alleanze.

2) Ritengo sia parimenti giusto richiamare il fatto, lo hanno dichiarato lo stesso Casini, ma anche Pizzolante e Caldoro, che la situazione é profondamente mutata rispetto anche al 4 marzo. Inesistenti, o ridotti all’osso sono ormai partiti che si ritenevano ancora protagonisti. Parlo di Forza Italia, di Fratelli d’Italia, di LeU, ma anche del Pd, del quale il suo presidente si augura oggi lo scioglimento. Non esiste più il centro-sinistra e non esiste più il centro-destra. In questa situazione occorre far nascere l’alba di un nuovo mondo. Occorrono esploratori, capitani coraggiosi, credibili navigatori in un mare in tempesta.

3) Nell’area riformista un occhio va tenuto sul Pd o su quel che ne scaturirà. E’ incredibile l’amara previsione di Gentiloni, confessata a Nencini, secondo il quale il congresso qualcuno intende celebrarlo dopo le europee. Per scioglierlo, rinnovarlo, rilanciarlo, non ci sono tempi lunghi. I tempi lunghi portano al suicidio. A mio giudizio se il Pd sceglie il suicidio é giusto che coloro che non intendono gettarsi nel pozzo legati e affratellati da analogo destino, scelgano un’altra via e decidano loro quale orizzonte indicare a tutti i riformisti.

4) I temi del rilancio sono quelli trattati dai nostri dibattiti: in primis quello dell’immigrazione e della sicurezza sui quali De Luca ha focosamente richiamato tutta l’area dell’attuale opposizione e in particolare il suo partito. Bisogna riconoscere che Marco Minniti, nostro graditissimo ospite, ha analizzato con correttezza il problema. Oggi non c’è un’emergenza e Salvini non affronta la questione della sicurezza e della paura per risolverle. Il leader leghista sfrutta a suo favore questi sentimenti con show di maniera, ma gli sbarchi sono diminuiti gia da gennaio e oggi il ministro degli Interni mette nel suo sacco anche i risultati di Minniti che in sei mesi ha diminuito gli sbarchi di oltre l’80 per cento. Forse a proposito di diritto d’autore l’ex ministro potrebbe intentare una causa al suo successore. Occorre una grande campagna di informazione e di sensibilizzazione, non negando ma anzi riconoscendo gli errori compiuti nella cattiva gestione del fenomeno.

5) Si é parlato di Europa e di lavoro. E’ il secondo grande tema che abbiamo di fronte. L’Europa solo monetaria, l’Europa dei vincoli e delle sanzioni ha prodotto il populismo e il sovranismo, malattie infantili di un continente politico non ancora nato. Giustamente Maurizio Turco, ma anche la nostra Pia Locatelli, hanno sottolineato l’urgenza della nascita degli Stati uniti d’Europa, dell’Europa federale, con un governo e una politica estera ed economica uniche. E’ questo, e non lo spirito antieuropeo, quello che va sviluppato e perseguito come obiettivo utile. Il sovranismo, o nazionalismo, non produce solidarietà tra gli stati, ma solo egoismo e sfide. Ne è la prova l’asse tra Orban e Salvini (Cicchitto e Casini hanno duramente criticato Forza Italia per il voto contro le sanzioni al governo ungherese). Italia e il gruppo di Visegrad sono oggi su posizioni opposte attorno alla revisione di Dublino e alle quote. Le forze socialiste europee, quelle liberali e popolari devono unirsi in occasione delle prossime elezioni europee per tentare di arginare le forze nazionaliste e reazionarie. Ma nel contempo devono seriamente e concretamente lavorare per liberare gli investimenti nei paesi in cui il lavoro, soprattutto per i giovani, é diventato una chimera.

6) Gentiloni, nel dibattito col nostro Riccardo Nencini, ha rivolto l’auspicio che il nuovo inizio dell’area riformista coinvolga direttamente anche i socialisti. Lo ringraziamo, ma di questo coinvolgimento ci sentiamo già partecipi. Con Ugo Intini e poi con Acquaviva, Covatta, Bobo Craxi, abbiamo ricordato gli anni felici del Psi e dell’Italia. Bisognerebbe ritornare a quel binomio indissolubile. Quello di una diretta conseguenza tra il lancio di un nuovo soggetto politico e il livello di benessere di una nazione. Alla prova dei fatti oggi è chi fino a ieri ha approfittato della protesta e del disagio. Oggi deve mantenere fede alle tante promesse. Vedremo, tutto in Italia, vedasi il Pd renziano, é velocamemte logorabile e bio degradabile.

7) Infine la nostra idea di presentarci all’appuntamento con un ‘area più ampia del solo Psi. Stefano Caldoro si è dichiarato disponibile a una Confederazione dei socialisti e dei riformisti, che può essere aperta anche ai radicali pannelliani, a singoli soggetti del mondo riformista, laico e cattolico. L’Avanti giocherà un ruolo in questa aggregazione. Come sempre. Come ha tentato di fare prima e durante la sua festa.

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Un candidato comune

Ned, 16/09/2018 - 16:37

“Riunire a ottobre tutti coloro che alle prossime elezioni europee intendono costruire un’Europa federata. Queste le conclusioni del segretario de Psi, Riccardo Nencini, alla giornata di chiusura della Festa dell’Avanti a Caserta, rivolgendosi a radicali, movimenti civici, mondo cattolico democratico, Pd. “La scelta del candidato alla presidenza della Commissione Europea – ha aggiunto Nencini- può essere il primo banco di prova: non una decisione presa solo da Pd e PSI in quanto membri del PSE ma un nome individuato da tutta la sinistra riformista; non una scelta fatta dai vertici ma un processo che coinvolga i cittadini con vere e proprie primarie da tenere prima del congresso del PSE a Lisbona nel prossimo dicembre”- ha concluso.

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Un Fronte repubblicano per l’Italia

Ned, 16/09/2018 - 12:22

casini

Pier Ferdinando Casini. La seconda repubblica in gran parte era fatta da classi dirigenti che si ponevano su una linea di continuità. La classe dirigente di quei partiti è rimasta. Anche in Europa il rapporto è sullo stesso sentiero.

Veniamo a Salvini. Mi sono chiesto il perché dell’atteggiamento di Salvini dopo le elezioni. Perché dopo la disquisizione con Berlusconi, di cui si è preso l’eredità, ha stretto alleanza con i Cinque Stelle. La risposta è che con questa alleanza ha liquidato lo schema centrodestra centrosinistra. E lo ha fatto anche in Europa. Zingaretti mi sembra il Pci 4.0. E Tajani tutti i giorni chiede a Salvini di tornare nel centrodestra. Ma Salvini che è figlio della Lega di Bossi, oggi rappresenta uno schema nuovo, perché ha liquidato quello vecchio.

Oggi lo schema è saltato interamente. Non so se il Pd va rifondato, lo guardo con rispetto, ma non voglio entrare in questo dibattito. Ma se le forze politiche che sono figlie di tradizioni di centrosinistra si presentano sparse, prendono una legnata che non finisce più. Solo se si presentano insieme, ma in modo nuovo, posso avere possibilità. No possiamo pensare di fare una cosa nuova con cose vecchie. Dobbiamo creare una suggestione nuova. E Salvini e questo lo ha capito prima di altri.

Pd ha fatto grandi errori sulla sicurezza. Mininiti, da ministro, invece ha tentanto di rimettere in pista un Pd che ha ragionato da piccolo borghese e non da classe popolare. Il governo andra avanti. Salvini non sarà tentato da elezini subito per avere più ruolo. Salvini ha già preso la leaderschip. Tutto il resto sono chiacchiere. Si parla ancora come se il modo fosse quello di 10 anni fa. Oggi i parlamentari di Forza Italia sono già con Salvini. Ogni Parlamento è sempre espressione di qualosa non c’è più. Non c’è più neanche il 4 marzo. Sono convinto che la vicenda 5 Stelle-Lega insegna che i miracoli sono possibili. Craxi al massimo arrivò al 15%. Noi non siamo così importanti, ma gli ingranaggi si determinano con delle cose che non dipendano da noi. Il tempo di questi personaggi sarà veloce. Se parliamo male di questi gli facciamo una cortesia. Toninelli si fa da solo più danni di quanti possiamo fargliene noi. Dobbiamo avere fiducia. Gli eredi di Dc e Psi oggi possono anche avere da giocare delle carte che in passato non hanno avuto perché si avrà nostalgia di quello che si è fatto in passato. La gestione del potere a volte ha effetti perversi per chi la esercita.

Maurizio Turco. Craxi nel 1986 propose il referendum sui magistrati. Oggi, a distanza di tanti anni, stiamo continato a raccogliere le firme per i cittadini che si sentono raggirati dal Parlamento. Crediamo di dovere lottare per il futuro.

La maggiornza e il governo deve smetterre di usare un tono di disprezzo verso tutti. Se guardiamo bene simo in una situazione simile a qualla che portò alla pirma guerra mondiale poi ai regismi totalitarli. Noi siamo una minoranza perché la gente non ci conosce. Non ha modo di conoscete le nostre proposte. Le nostre idee. I cittadini non sanno cosa proproniamo oggi e questo è un danno per tutti. Per noi e per i cittadini. Bisgona recuperare il diritto dei cittadini di conosce e quindi di poter scegliere.

Bisogna recuperare il simbolo della Rosa nel Pugno con una unione federale europae nel momento cui Forza Italia, con il voto su Orban, di fatto abbandona il Ppe. Partiamo dal fatto che le regole della Ue vanno riscritte. Se l’Europa non funziona come dovrebbe, le colpe nn sono della Ue, ma dei leader dei paesi membri che di fatto la compongono. L’unico punto di partenza oggi è la costruizione di un nuovo pensiero politico forte con un occhio verso l’Europa.

La Rosa nel pugno è stata ultima possibilità. Poi arrivato Veltroni che ha negato ai socialisti di essere in Parlamento. La volta successiva non ha voluto fare accordi con i radicali. Se non capiamo come la sinistra è arrivata a questo punto a questo punto non andiamo avanti. Quando Salvini e DI Maio sono andati in tutte le tv senza contraddittorio, senza nessuno che li potesse sfidare sulla questioni vere, vuole dire condizionare i cittadini in una unica direzione. Noi siamo scomparsi. I cittadini non sanno nulla di noi, mentre i cittadini devono conoscere per poter deliberare.

Per chiudere ancora una parola sulla Ue. C’è qualcuno oltre noi che propone una riforma dei trattati in senso federalista? Nessuno lo fa. Neanche il Pd. Il nuovo si costruisce con il nuovo. Se la proposta politica è quella che ci auguriamo spero di poter dare una mano. Gli sbarramenti nella legge elettorale Europea infatti non li hanno messi di né Di Maioo né la Lega. Lo ha fatto il Pd.

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Nencini: “Mettere le gambe a un progetto nuovo”

Ned, 16/09/2018 - 12:00

nencini tagliatoRiccardo Nencini. “L‘analisi che prevale in questo dibattito è che tutto è cambiato. Prima della guerra mondiale vi era il Partito liberale, nel 1919 sparì. Lo schema novecentesco oggi non c’è più. Questo non vuole dire che il sistema dei  partiti sia destinando a terminare. Ma comunque che non è più quello di prima. Anche il ciclo della Merkel è finito e il fenomeno immigrazione sta cambiando il modo di sentire mettendo al centro del dibattito temi collegati come protezione e sicurezza sociale su cui si specula in modo inappropriato. Noi abbiamo lanciato l’ipotesi di una alleanza repubblicana. Bisogna riscoprire il primario della politica. Invece la sinistra ha rinunciato a difenderlo. Se cresce il tema del fronte repubblicano, ma se allo stesso tempo il Partito Democratico non scioglie il tema del congresso, allora si crea un problema. Lo stesso se il congresso si svolgerà dopo le elezioni europee. E noi nel frattempo che facciamo? Aspettiamo i tempi del Pd? Io sono per fare una cosa diversa con chi ci sta, ma bisogna iniziare a lavorarci da  subito. Le feste di partito servono per fare proposte. Ma poi servono le gambe per cercare di capire se questa è una barca che può tenere il mare.

Riunire a ottobre tutti coloro che alle prossime elezioni europee intendono costruire un’Europa federale. La scelta del candidato alla presidenza della Commissione Europea può essere il primo banco di prova: non una decisione presa solo da Pd e PSI in quanto membri del PSE ma un nome individuato da tutta la sinistra riformista; non una scelta fatta dai vertici ma un processo che coinvolga i cittadini con vere e proprie primarie da tenere prima del congresso del PSE a Lisbona nel prossimo dicembre”. Lanciamo subito questa proposta.

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Socialisti! Dibattito con Cicchitto, Pizzolante e Caldoro

Ned, 16/09/2018 - 11:16

cicchito casini del bue tgFabrizio Cicchitto Nel conteggio delle repubbliche si dice che siamo alla terza, io ne conto due e mezzo. Quello del ‘92-‘94 è stato l’unico colpo di stato in Italia gestito da magistrati e due testate giornalistiche. Il partito più finanziato in modo irregolare era il Pci, solo che alcune forze politiche sono state distrutte ed altre no. La destra della Dc fu massacrata, altre correnti no. Vi fu un vero colpo di Stato con gli avvisi di garanzia. Lì scattò la seconda Repubblica. Berlusconi ha coperto quel vuoto e ha fatto nascere un bipolarismo, purtroppo all’italiana. Questa fase è finita nel 2013. Fu una fase intermedia durata fino al 2018 ma non è nata una terza repubblica.

Il ministro Marco Minniti è arrivato troppo tardi. Il Pd è stato spazzato via dal mezzogiorno. Il governo Renzi e poi quello Gentiloni per il sud non hanno fatto quasi nulla. Per il centro nord invece hanno fatto molto. Ma sono stati bloccati dal fenomeno immigrazione e dal crollo delle banche.

Oggi la stampa sta giocando di sponda con i 5 Stelle ed in adorazione di Salvini. Per questo la sentenza sui 49 milioni sta passando in cavalleria. Una volta in una situazione simile, ma anche per molto meno, si entrava nel tritacarne dei media non se ne usciva più.

Oggi quando sento parlare il segretario del Pd Martina vado in difficoltà. Alleato di Salvini è anche Moscovici con le sue uscite non fa cha rafforzare il vicepremier.

Oggi l’unica carta possibile da giocare è quella di andare oltre il Pd, i centristi e anche oltre Forza Italia. Ma purtroppo su questo non vedo buone intenzioni. Quando Berlusconi vota per Orban fa un grande errore. Per questa battaglia servono anche le persone. Vedo possibili leader solo Minniti e Renzi. Salvini è osannato, Berlusconi orami è retrò. Ipoteticamente l’unica via di uscita è un salto di qualità con costoro per una nuova leadership. Ne vedo esigenza, ma non ve vedo la fattibilità.

Per finire un parola sulla battuta su Draghi: è una cosa  gravissima. Draghi ha salvato l’Italia e la Ue. Che sia un esponente del governo ad attaccare Draghi come ha fatto Savona è di una gravitá inaudita.

Stefano Caldoro.  Nel momento in cui si chiudono i confini è il momento di rilanciare una idea di progetto unitario. Poi si vedranno i metodi, ma un progetto unitario va rilanciato, vendendo anche quello che succede nel Pd. Anche dalla mia parte politica questo sguardo va mantenuto e pensi anche da Forza Italia che può dare una mano a un progetto politico.

Il popolo della libertà era un progetto unitario. Così come lo era il Pd. Condivido il lavoro fatto sull’Avanti!, serve però un percorso organizzativo più concreto, con all’interno la proposizione dei contenuti sul perché fare questa battaglia. Quante volte abbiamo tenuto un filo con cui si siamo confrontati. Non ci è mancato il confronto di merito. Però non ritengo scontata la partita.

Salvini oggi si è preso in mano la regia. È al centro di tutto. Ma vediamo cosa è successo a Renzi. La rottamazione è stata una cosa negativa. Il rinnovamento è una altra cosa.

Sergio Pizzolante  Nel ceto politico c’è nostalgia del centro destra e del centro sinistra. Invece serve una capacità di lettura di quello che è successo altrimenti non si cambia nulla. Siamo di fronte alla frantumazione del ceto medio. Un 40% di italiani in pochi anni è passato a non sentirsi più ceto medio e a non sentirsi più protetto. Il ceto medio era diga al populismo, oggi invece ne fa parte. Le risposte di destra e di sinistra sono diverse. Da una parte la chiusura e dall’altra lo statalismo. E queste due proposte oggi sono nello stesso governo. È cambiato radicalmente tutto, e serve invece una risposta seria.

L’unione delle sigle ha sempre portato a risultati peggiori. Ma si parla di mondi diversi. Oggi i sondaggi danno risultati mai visti. In Emilia Romagna e Toscana il colore rosso non esiste più.  È vero che oggi le stagioni politiche sono corte. Ma non è vero che, finita una, la successiva sia migliore. Quando si imbocca la via sudamericana non si sa dove si va a finire. Bisogna fare l’esatto contrario rispetto a quello che è successo con il fascismo. Anziché dividerci di fronte all’avanzata dei fascismi bisogna unirsi ma non con le sigle ma con un programma e con una suggestione nuova. Con un programma che abbia una visione diversa, che parte da una analisi seria. E bisogna farlo presto, senza aspettare il Pd che vive in una visione conservativa ed è diventato un tappo a una visione nuova. Se va male pazienza ma se non lo facciamo andrà peggio. E peggio di così é difficile che vada.

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