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Leader di sana e robusta Costituzione

Tor, 09/10/2018 - 19:08

Partiamo da una constatazione di tipo dantesco:”L’Italia è nave senza nocchiero in gran tempesta” C’è la domanda in tutte le forze politiche e sociali in gioco da dove cominciare a dipanare l’aggrovigliato gomitolo che rischia di mandarci a fondo. Di fronte alla rilevanza e complessità dei problemi c’è chi è convinto di aver trovato in una scorciatoia la pietra filosofale in grado di risolverli.

Sottesa a questa improvvisazione cresce la consapevolezza tra i più responsabili che una condizione di successo richiede una sostanziale unità di fondo su valori condivisi, su un patrimonio comune da difendere. Di qui l’impellente necessità di un salto di qualità della classe dirigente individuando i valori condivisi, salvaguardandoli dagli attacchi a cui stanno andando incontro ed entro i quali sono legittime le diverse opzioni in campo. I valori condivisi in dinamiche molto aspre richiedono prioritariamente la individuazione del campo di gioco sul quale deve avvenire il confronto e la condivisione delle regole del gioco possibilmente condivise ben oltre le maggioranze, meglio se unanimi.

Perché si eviti il pericolo di accreditare rifiuti disgreganti rispetto alle conquiste effettuate dall’unità del Paese ad oggi e dal suo ancoraggio al molo europeo che ha fatto tesoro di due guerre mondiali disastrose con livelli di pace e collaborazioni crescenti seppure con alterne vicende, non ci si può sbagliare. I leader che ci possono salvare devono avere come requisito primario quello che comunemente si dice di una persona affidabile, di essere cioè di SANA E ROBUSTA COSTITUZIONE chiedendosi quali errori sono stati commessi perché, pur richiedendo la nostra Costituzione alcuni aggiustamenti, per ben due volte i tentativi messi in atto da fronti diversi dello schieramento politico sono andati incontro a due bocciature popolari referendarie.

E’ necessario prendere consapevolezza che i tentativi in atto dichiarati e perseguiti dalle forze di governo colpiscono il cuore pulsante della nostra democrazia parlamentare. Non sono supposizioni quelle che richiamo ma realtà pubblicamente dichiarate e mai smentite. Partiamo dai leader nazionali grillini,Casaleggio e Grillo, i soci di maggioranza di un arcipelago tenuto insieme dalla individuazione dei nemici comuni e dal loro annientamento in radice piuttosto che dalle soluzioni da dare ai problemi sul tappeto, soluzioni che richiedono per le difficoltà che incontrano il massimo della condivisione e non solo le sommatorie numeriche. Quando parlo di leader di sana e robusta Costituzione il pensiero va all’argine prioritario da costruire contro derive autoritarie tipo quelle ipotizzate da Casaleggio della morte a breve del Parlamento avvicendandolo con la democrazia diretta in realtà etero diretta ad uso e consumo delle sue o analoghe piattaforme o peggio ancora nell’anonimato di una nomina per sorteggio come auspicato da Grillo, spezzando ogni raccordo tra eletti ed elettori, la base di ogni democrazia degna di questo nome. Nelle affermazioni dei due vertici grillini e nel parallelo rapporto di Salvini con i sovranisti di tutta Europa dalla Le Pen ad Orban si scopre la radice profonda ed eversiva dell’alleanza di governo innaturale giallo-verde oltre che nella spartizione degli oltre 300 incarichi di sottogoverno con personale improvvisato purchè fedele così come accaduto con la scelta del Presidente del Consiglio.

Perciò nulla può essere trascurato perché si facciano esplodere le contraddizioni negli avversari con cui bisogna dialogare consapevoli che non prevalgono logiche di potere ma le ragioni ideali della legittimazione a governare. Riguardo al centrodestra è di un’assoluta evidenza che i comportamenti contraddittori e suicidi per FI del Cavaliere nascono dalla bussola dei suoi interessi in gioco che prevalgono su tutto a partire dalla sua conclamata appartenenza al PPE con lo stridente contrasto con la lealtà di Taiani, tenuto in seconda fila quando avrebbe potuto tamponare quella parte di elettorato che, dovendo si riconoscere in un leader, di fronte all’eclissi anche fisica del Cavaliere, è stata spinta in braccio a Salvini. Sul versante dei grillini dialogando è possibile mettere alla prova la tenuta di Fico, presidente della Camera, che nel discorso d’investitura tenne a ribadire di credere nella centralità del Parlamento ed in uno scontro interno avrebbe dalla sua parte certamente la maggioranza dei parlamentari. Perciò ho sottolineato nel titolo che occorrono leader di sana e robusta Costituzione contro derive autoritarie.

Roca

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Reggio Emilia, 12 ottobre, presentazione libro Mauro Del Bue: Roma, 23 ottobre anniversario nascita di Tristano Codignola

Tor, 09/10/2018 - 19:01

L'UNITA' - DEL BUE x copReggio Emilia, venerdì 12 ottobre, ore 17.30 presso Sala dell’hotel Cristallo, viale Regina Margherita 30, presentazione del libro di Mauro Del Bue “L’unità… storia delle divisioni, scissioni e sconfitte della sinistra italiana”

Presiede Nicola Fangareggi (direttore di Emilia 24ore)

Intervengono
On. Antonio Bernardi, presidente del Centro Prampolini
Sen. Luigi Covatta, direttore di Mondoperaio
On. Ugo Intini, già direttore dell’Avanti
On. Mauro Del Bue, direttore dell’Avantionline

Bolzano, sabato 13 ottobre ore 16.00 presso la sede del PSI in Via Roma 61 “La collaborazione transfrontaliera dei partiti socialdemocratici” „Die grenzüberschreitende Zusammenarbeit der Sozialdemokraten” con Axel Schäferd e Alessandro Bertinazzo.

Roma, martedì 23 ottobre anniversario della nascita di Tristano Codignola, ore 16.45 al Circolo Giustizia e Libertà in Via Andrea Doria, 79 si svolgerà un incontro sul tema “Tristano Codignola, la politica scolastica socialista nella stagione delle riforme (1958-1976)”

Saluto di Guido Albertelli, Presidente del Circolo Giustizia e Libertà
Presiede: Valdo Spini, Presidente della “Fondazione Circolo Fratelli Rosselli”
Interventi: Claudio Signorile: La commissione scuola del Psi e la politica dei giovani socialisti
Benedetto Vertecchi “La politica scolastica di Tristano Codignola”
Giunio Luzzatto “La politica universitaria di Tristano Codignola”

Testimonianze:
Michele Achilli, Paolo Bagnoli, Nicoletta Codignola, Tommaso Codignola, Luigi Covatta, Francesco Maria Fabrocile, Tullio Gregory, Elisabetta Olobardi.

 

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UN CICLO NUOVO

Tor, 09/10/2018 - 18:45

bandiera-rossa

“La politica italiana è di fronte a un cambio di passo imponente. Sono passati 10 anni dalla mia elezione a segretario del Psi al Congresso di Montecatini. Bisogna preparare un ciclo nuovo che governi una fase nuova e diversa dalle precedenti. Quando io presi il partito da Boselli eravamo ancora dentro quella che è stata definita impropriamente la seconda Repubblica. Era nato da poco il Pd, aleggiava ancora lo spettro del berlusconismo che in Italia aveva appena vinto le elezioni con la maggioranza più ampia mai vista. Era il 2008. È una storia che è tramontata. Non c’è più il berlusconismo; e se viene meno il berlusconismo viene meno anche il Pd che era stato concepito in funzione anti Berlusconi. Insomma quei due pilastri di 10 anni fa non ci sono più”.

Lo afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini in una intervista all’Avanti! pochi giorni dopo la segreteria del Partito del 3 ottobre. “L’Italia – continua Nencini – è l’unico Paese in Europa che ha un governo populista e sovranista. La sinistra non ha ancora iniziato la sua traversata nel deserto. È la ragione per la quale i socialisti devono mantenere in vita la loro comunità, organizzarla autonomamente e partecipare alla costruzione di una sinistra completamente nuova rispetto a quella tradizionale del ‘900. Va costruita una sinistra che torna a incontrare il popolo; una sinistra molto più vicina a quella di fine ‘800 che a quella di fine ‘900”.

Insomma una sinistra che torni alle origini…
Vedo segnali molto forti di diciannovismo. Segnali causati dalla crisi economica che si è abbattuta in Italia più che altrove e che hanno provocato la crisi del ceto medio che era la colonna portante dell’Italia. La reazione è stata di rabbia e di paura con l’idea che non c’è più futuro con un conseguente chiudersi in se stessi. Però i problemi sollevati sono veri. Carenza di lavoro; chi era più ricco si è arricchito mentre chi era povero è precipitato nella miseria. L’Italia di mezzo si lagna in una condizione di apatia perché non vede ancora un nuovo treno che passa.

Torniamo al Psi.
Tutto questo questo giustifica l’apertura un ciclo nuovo. Bisogna arrivarci attraverso un Congresso straordinario da convocare prima delle elezioni europee. Il fatto che la Segreteria abbia all’unanimità fissato questo percorso che poi il Consiglio Nazionale a novembre formalizzerà, il fatto che lo abbia deciso in maniera unitaria, porta a considerare possibile l’apertura di un ciclo nuovo. Bisogna cogliere  l’occasione per fare un Congresso aperto, preceduto dai Congressi provinciali e Regionali e facendo partecipare al Congresso Nazionale anche chi non è iscritto, consegnandogli una tessera provvisoria perchè possa offrire un contributo al dibattito.

Ma per ricostruire il centrosinistra serve anche il Pd che però al momento non riesce neanche a fare  un congresso…
Sono fossilizzati e colpevoli. Chi è più grosso ha anche maggiore responsabilità. E i ritardi in cui si dibatte il Pd hanno senza dubbio una influenza negativa nel campo della sinistra riformista italiana. Ora bisogna tornare per davvero al primo motto craxiano del primum vivere. In questi anni sono nati e morti moltissimi partiti, noi invece abbiamo continuato a vivere. Soffriamo ancora gli effetti del ‘92 – ‘93. Ma oggi abbiamo ancora una presenza locale diffusa. Dobbiamo mettere in salvo questa scialuppa per partecipare al ridisegno della sinistra italiana. Il Pd che nasce come la somma dell’anima comunista e di quella democristiana temo non abbia più ragione di essere così come è nato. Servirebbe oggi più sinistra per strappare dalle mani di Lega e Grillini alcune bandiere che vengono manipolate o in maniera minacciosa o in maniera bugiarda.

Per esempio?
Pensiamo al reddito di cittadinanza di 780 euro. Non vi è la copertura per i 6 milioni e mezzo di donne di uomini in difficoltà. Quindi le battute ironiche di Di Maio che dice di aver azzerato la povertà sono una straordinaria presa in giro. Ecco perché serve una sinistra: per smascherare le bugie e per fare delle proposte credibili.

Il Psi ha lanciato un Manifesto per l’Europa. Quali sono i  punti principali?
Primo punto: la sinistra italiana tutta assieme e non solo chi sta nel Pse, dai sindaci civici a un pezzo di Leu fino all’esperienza Radicale, scelga il candidato alla presidenza della Commissione europea. Secondo, serve un appello delle tre grandi case che hanno fondato l’Unione europea: i popolari, i socialisti e i liberali per mettere in guardia l’Europa dal pericolo che crolli quanto abbiamo costruito. Terzo punto: per l’Italia l’ideale sarebbe un fronte europeista nella sinistra riformista in grado di opporsi a uno schieramento con le caratteristiche del populismo più greve e radicale.

Prodi ha recentemente parlato della necessità di una alleanza in Europa tra Socialisti, Liberali e Verdi…
Prodi conserva una grande lucidità e buonissime relazioni.

Un sondaggio recente afferma che gli elettori che credono al progetto europeo sono il 68% in Germania, il 53% in Francia, il 51% in Spagna, il 72% in Olanda l’80% in Svezia. Da noi questa percentuale è del 47%. Come leggi questo dato?
Sono preoccupato perché è una percentuale più bassa rispetto al passato. Però compiaciuto perché quel 47% è quasi la metà dell’elettorato potenziale ed è molto più alto rispetto ai numeri che nei sondaggi prenderebbero Lega e Grillini. Però a questo mondo va data una identità politica che ancora non c’è. Non esiste ancora l’attaccapanni per rappresentare i loro desideri e i loro problemi.

Si può dire che Roma si candida a diventare l’epicentro per distruggere l’Europa? O è una esagerazione?
Non è una esagerazione. È nel comportamento del governo. È nel filo putinismo dichiarato, è negli attacchi quotidiani che fanno alla UE. L’Europa così com’è  non piace neppure a me. Ma una cosa è distruggerla, altra cosa è cambiarla. Bisogna lavorare per cambiarla e farlo rapidamente. Il trattato di Maastricht è figlio di una stagione che è quella dell’Illuminismo e che ha come visione quella di un progresso continuo e costante. Con la globalizzazione e la rivoluzione tecnologica si è dimostrato invece che non è cosi. Ecco perché quel trattato va revisionato inserendo al primo posto il tema di come si affrontano le crisi.

Il governo dopo lunghi balletti di cifre ha approvato il Def. Ne è susseguita la sceneggiata del balcone. Qual è il tuo commento.
C’è un surplus di comunicazione travolgente. Vendono cose che nel Def non sono scritte. Anche io, fossi stato al governo, avrei osato. Non avrei fatto dell’1,6% una linea di confine invalicabile. Ma avrei ragionato con l’Europa. Non mi sarei portato oltre il 2% ma avrei sempre ragionando con l’Europa con l’atteggiamento di chi vuole cambiarla e non distruggerla. Se si vuole distruggerla ci si comporta esattamente come Salvini e Di Maio, ossia mettendo ogni giorno un dito nell’occhio di chi poi deve darti il placet sulle operazioni economiche finanziarie. Ma c’è di più.

Cosa?
Bisogna fare attenzione a quello che succederà a fine ottobre, perché verranno rivisti i parametri di rating per l’Italia e per gli altri paesi europei. Noi siamo già in fascia tripla B, se scendessimo a livello inferiore, avremmo grande difficoltà a piazzare i nostri titoli. Due gradini sotto e arriveremmo in classe spazzatura. Ci sono molte grandi compagnie e istituti che negli statuti hanno scritto in maniera chiara che non possono acquistare titoli di paesi che si trovano in questa fascia. Immaginiamo cosa potrebbe succedere. Ecco perché è colpevole l’atteggiamento della Lega e dei grillini.

Anche il tema dell’immigrazione è usato come grimaldello. Basta vedere l’episodio dell’aereo tedesco…
Di nuovo la comunicazione. Guardiamo i numeri: il basso afflusso dei migranti è figlio del lavoro del governo Gentiloni e del ministro Minniti. Per chi non crede può vedere i dati di giugno. Il Governo Conte eredita i frutti positivi di quella stagione. Aggiungo: siccome noi siamo al governo in molti Comuni e Regioni, dovremmo prevedere immediatamente delle misure. Se un immigrato ha diritto di vivere da noi e percepisce 35 euro al giorno dallo Stato per vivere dignitosamente, ha anche il dovere di fare qualcosa per la comunità che lo ospita. Questa è una iniziativa che non prende il governo di destra, non prendono le amministrazioni locali e regionali di centrodestra ma che dovrebbe prendere la sinistra dove ha la possibilità ancora di decidere.

Daniele Unfer

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Carlo Emilio Gadda e il galateo radiofonico

Tor, 09/10/2018 - 17:58

gadda 2Pubblicato per la prima volta nel 1953, il testo Norme per la redazione di un testo radiofonico di Carlo Emilio Gadda è ora riproposto dalle edizioni Adelphi con la curatela di Mariarosa Bricchi. Quell’anno egli lavorava per la RAI, ma aveva già svolto un’intensa attività letteraria come collaboratore della rivista fiorentina «Solaria» e autore di novelle, prose poetiche e memorie. Seppure ingegnere, la sua passione fu sempre rivolta alla letteratura e all’attività di scrittore, verso cui nutrì particolare predilezione.

Il «Castello di Udine» ricevette il premio Bagutta (1935), la novella «Prima Divisione nella notte» quello di Taranto (1950), le «Novelle del Ducato in Fiamme» quello di Viareggio (1953). Opere che rimasero circoscritte a un gruppo ristretto di persone per qualche stravaganza imputabile alla sua formazione tecnica (aveva per qualche anno esercitato la professione di ingegnere) e per una massiccia dose di scapigliatura in ritardo.

Lo scrittore milanese (era nato il 14 novembre 1893), forse per curare meglio le sue opere, si trasferì nel 1940 a Firenze, dove frequentò l’intellettualità più rinomata dell’epoca da Eugenio Montale a Riccardo Bacchelli e a Gianfranco Contini. Nell’ottobre del 1950 si stabilì a Roma per collaborare alla redazione del Terzo Programma della RAI. Verve letteraria, curiosità per il linguaggio e arguzia stilistica lo aiutano a redigere il testo Norme per la redazione di un testo radiofonico, con cui rivolgeva un invito ai vari autori di usare un linguaggio intellegibile a tutti.

A differenza di quanto scrive Andrea Ballarini sul quotidiano «Il Foglio» del 29 settembre, il testo è stato riproposto più volte (1973, 1989, 2010) per la miriade di suggerimenti e l’utilità che ne possano ricavare redattori radiofonici e giornalisti televisivi. Quanto mai attuale, il testo presenta un’attualità sorprendente, consona alla nuova realtà dei social network. Ma l’invito è rivolto ai giornalisti della radio, perché usino un linguaggio semplice, senza ricorrere a vocaboli antiquati e a dissennate forme verbali. Seppure Gadda sia consapevole della complessità della scrittura, egli propone un «galateo» linguistico nel loro «differenziarsi anche in relazione agli ambiti d’uso».

Sulla base di questa avvertenza iniziale, rilevata con intelligenza dalla curatrice, Gadda propone una serie di regole del parlato radiofonico, la cui struttura deve poggiare sull’«accessibilità fisica, cioè acustica, e intellettiva della radio trasmissione, chiarezza, limpidità del dettato, gradevole ritmo». Altre questioni riguardano la durata e il dialogo: la prima può essere ampliata con il ricorso a due e più voci, mentre il secondo deve essere improntato al rapporto tesi-antitesi e alla dialettica domanda-risposta. Nel primo caso il «conversato audio» può ricorrere a testimonianze, esempi, modelli e prove per confermare o corroborare il discorso. Nel secondo caso l’espositore non deve mai prevalere sul suo interlocutore, evitando che questi diventi vittima della sua autorità.

Un altro suggerimento impartito da Gadda verte sul rapporto tra audio ascoltatore e conduttore radiofonico, che deve evitare discorsi eruditi e dottrinari con il ricorso a varie fonti, disposte come antidoto e conforto critico. Erudizione e argomento dottrinale devono pertanto essere esclusi, perché non si presentano in modo consono ad un discorso radiofonico, essendo aspetti peculiari di una prolusione universitaria o di discorsi commemorativi. Il pubblico ascoltatore è variegato, per cui è necessario che la voce sia modulata in senso rassicurante e rasserenante. Essa non deve «suscitare l’idea di un’allocazione compiaciuta, di un insegnamento impartito, di una predica, di un messaggio dall’alto», perché «il radio collaboratore non deve presentarsi al radio ascoltatore in qualità di maestro, di pedagogo e tanto meno di giudice e di profeta, ma in qualità di informatore, di gradevole interlocutore».

Sulla base di questo consiglio, Gadda fissa alcune norme volte a privilegiare un rapporto di parità, senza che il conduttore provochi il cosiddetto «complesso di inferiorità culturale», perché in questo caso potrebbe suscitare uno stato di ansia e di irritazione. Una situazione certamente nociva alla prosecuzione colloquiale tra ascoltatore e dicitore, che potrebbe creare un vuoto e una calamità radiofonica. Per questo motivo egli sconsiglia così l’uso della prima persona: «Il pronome “io” ha carattere esibitivo, autobiografante o addirittura indiscreto. Sostituire all’“io” il “noi” di timbro resocontistico-neutro, o evitare l’autocitazione». Come pure sconsiglia di usare termini e locuzioni straniere, quando nella lingua italiana esistono termini simili: «Usare la voce straniera soltanto ove essa esprima un’idea, una gradazione di concetto, non per anco trasferita in italiano. Per tale norma inferiority-complex, nuance, blitz-Krieg e chaise-longue dovranno essere sostituiti da complesso d’inferiorità, sfumatura, guerra lampo e sedia a sdraio: mentre self made man, Stimmung, Weltanschaung, romancero, cul-de-lamp e coktail party potranno essere tollerati».

Sull’uso dei verbi, Gadda avanza l’ipotesi che «non tutti … sono utilmente coniugabili in tutti i tempi, modi e persone»: il verbo rappattumarsi «genera per esempio uno sgradevole e male assaporato ti rappattumi (seconda singolare indicativo presente), il verbo agire genera, al primo udirlo, un incomprensibile agiamo (prima plurale indicativo presente), il verbo svellere uno svelsero (terza plurale indicativo remoto) alquanto indigesto, il verbo dirimere e il verbo redigere degli insopportabili perfetti. Tali mostri sono figli legittimi della coniugazione, ma la legittimità dei natali non li riscatta dalla mostruosità congenita».

La serie di consigli si ritrovano leggibili in un testo di piacevole lettura, che rappresenta una svolta emblematica nel linguaggio comunicativo, seppure distante dal significato letterario di opere come Quel pasticciaccio brutto di via Merulana (1957) oppure La Cognizione del dolore (1963). Testi che assumono una valenza positiva di stridente attualità per la feroce irrisione alla subcultura del fascismo, incarnato in un personaggio come Mussolini che Carlo Emilio Gadda definisce in molteplici epiteti come «Maramaldo» o «Nullapensante».

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Bankitalia e Confcommercio ‘smontano’ il Def

Tor, 09/10/2018 - 17:18

Bankitalia-debito pubblicoIl FMI e la Banca d’Italia hanno analizzato la situazione congiunturale dell’Italiana ed hanno comunicato le valutazioni fatte.
Nel periodico World Economic Outlook elaborato dal Fondo Monetario Internazionale, la crescita italiana è stata rivista al ribasso. Il Fmi ha confermato il rallentamento dell’economia italiana che nel 2018 dovrebbe crescere dell’1,2% e dell’1,0% nel 2019. Nel documento della prestigiosa istituzione monetaria internazionale si legge: “In Italia dovrebbero essere preservate le riforme varate nel sistema pensionistico e nel mercato del lavoro, interventi che anzi dovrebbero essere affiancati da ulteriori misure, come il decentramento della contrattazione salariale per allineare i salari alla produttività del lavoro a livello di impresa. Come già avvenuto nelle previsioni di luglio, si conferma il taglio di 0,3 punti per il Pil italiano nell’anno in corso rispetto alla prima valutazione fornita ad aprile scorso. Un dato che riflette il deterioramento della domanda esterna e interna e l’incertezza sull’agenda del nuovo governo. In Italia le recenti difficoltà nella formazione di un governo e la possibilità di un’inversione di rotta sulle riforme o l’attuazione di politiche che danneggerebbero la sostenibilità del debito hanno innescato un forte allargamento degli spread”.
Le stime del FMI sull’economia italiana hanno fissano, inoltre, l’inflazione all’1,3% quest’anno e all’ 1,4 nel 2019 mentre continuerebbe la parabola discendente della  disoccupazione  che dall’11,3% del 2017 quest’anno scenderebbe al 10,8% e nel 2019 al 10,5%. Comunque, l’Italia si confermerebbe, rispetto alle altre principali economie avanzate fra quelle con la migliore bilancia dei conti correnti, con un avanzo nel 2018 stimato al 2,0% di Pil dietro soltanto a Germania (surplus dell’8,1%) e Giappone (3,6%).
Secondo il Fondo Monetario Internazionale la situazione dell’Italia e le prospettive della Brexit sono questioni di importanza sistemica. In una conferenza stampa il consigliere economico del Fmi, Maurice Obstfeld, ha spiegato che per il nostro paese: “C’è un imperativo reale nelle scelte di politica fiscale a mantenere la fiducia dei mercati. Negli ultimi mesi si è assistito all’aumento dello spread sui titoli di stato italiani e ciò ha certamente contribuito alla nostra revisione al ribasso della crescita italiana oltre a rendere la nostra economia più suscettibile agli shock. Quindi, pensiamo che sia importante che il governo operi nel quadro delle regole europee, che sono importanti anche per la stabilità della zona euro stessa”.
Il Fondo Monetario Internazionale, inoltre, ha stimato un calo del debito pubblico italiano dal 131,8% del Pil nel 2017 al 130,3% quest’anno e al 128,7% nel 2019. La traiettoria discendente, che dovrebbe portare il debito al 125,1% del Pil italiano nel 2023, è contenuta nelle statistiche allegate al World Economic Outlook che hanno fissato  una riduzione del deficit dal 2,3% del 2017 all’1,7% quest’anno ed il prossimo, per poi risalire al 2,2% nel 2023. Rispetto alle stime dello scorso aprile, il Fondo ha rivisto al rialzo il rapporto debito/pil di 0,6 punti per il 2018 e di 1,2 punti per il prossimo anno. E comunque, si precisa, queste stime non si basano sulle indicazioni fornite dal governo Conte con la Nadef bensì si basano sui progetti inclusi nel bilancio 2018 e nel Def di aprile 2018 (quello stilato dal governo Gentiloni).
Il Fondo Monetario Internazionale ha tagliato la stima di crescita globale al 3,7% per il 2018 e 2019, con una revisione al ribasso di 0,2 punti rispetto alle previsioni dello scorso aprile. Nel World Economic Outlook, il Fmi ha stimato che, nel biennio, l’andamento del Pil globale dovrebbe rimanere stabile al livello del 2017, ma con un ritmo meno vigoroso di quanto previsto in primavera. Inoltre la crescita dovrebbe confermarsi più disomogenea anche perché negli ultimi sei mesi i rischi al ribasso per la crescita globale sono aumentati.
A spingere il Fmi alla revisione al ribasso ha influito particolarmente la crescita del protezionismo  scatenata dagli interventi dell’Amministrazione Trump. Tuttavia, oltre agli effetti negativi delle misure commerciali attuate o approvate tra aprile e metà settembre, il Fmi ha evidenziato le prospettive di indebolimento per alcuni importanti mercati emergenti e in via di sviluppo derivanti da fattori specifici per paese: condizioni finanziarie più rigide, tensioni geopolitiche e maggiori costi petroliferi.
Nel medio termine con la normalizzazione delle politiche monetarie, si prevede che la crescita nelle economie più avanzate diminuirà a livelli ben al di sotto delle medie raggiunte prima della crisi finanziaria globale. Ma, ricorda il Fondo: “Se la ripresa ha contribuito a migliorare occupazione e redditi, rafforzando i bilanci e offrendo l’opportunità di ricostruire buffer di bilancio, nel momento in cui i rischi si orientano al ribasso, cresce l’urgenza di politiche per una crescita solida e inclusiva”.
Il vice direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, in audizione sulla Nadef, ha detto: “Il debito pubblico italiano è detenuto per circa due terzi da istituzioni e soggetti italiani ma ciò non lo isola dalla logica del mercato che cerca il rendimento e fugge l’incertezza. Le oscillazioni del suo valore esercitano i propri effetti anche sui soggetti italiani, famiglie, imprese e istituzioni finanziarie che lo detengono. Inoltre, una minore valutazione dei titoli di Stato in portafoglio incide sui requisiti patrimoniali delle banche; oltre certi limiti può ridurne la capacità di offrire credito all’economia”.
Il vice direttore generale della Banca d’Italia si è soffermato, poi, su pensioni e reddito di cittadinanza: “La Nota sottolinea giustamente che le riforme pensionistiche introdotte negli ultimi vent’anni hanno significativamente migliorato sia la sostenibilità sia l’equità intergenerazionale del sistema pensionistico italiano. E’ fondamentale  non tornare indietro su questi due fronti”.
Quanto al perseguimento dell’obiettivo di protezione sociale a cui punta il reddito di cittadinanza, Signorini ha detto: “Non deve disincentivare l’offerta di lavoro. A questo scopo appare determinante il livello del beneficio rispetto al salario potenziale che il lavoratore sarebbe in grado di guadagnare sul mercato studiando forme opportune di modulazione”.
Critiche alla manovra del governo sono arrivate anche dalla Confcommercio. Il direttore dell’Ufficio Studi di Confcommercio, Mariano Bella, intervenendo a Cernobbio, alla quinta edizione del ‘Forum Internazionale Conftrasporto’, ha annunciato: “Abbiamo ulteriormente abbassato le previsioni di crescita del Pil rispetto a due mesi fa: +1,1% nel 2018 e +1% nel 2019, sempre escludendo le clausole di salvaguarda che sembra non scattino e di questo siamo molto contenti”.
Mariano Bella ha evidenziato: “Il costo del programma del governo, secondo le stime di Confcommercio, ammonta a circa 53 miliardi di euro, ovvero il 2,9% del Pil, e non il 2,4%. Da questo punto in poi si innesta la manovra con interventi sui quali non abbiamo sicurezza, ma sui quali abbiamo potuto fare qualche riflessione molto cauta e prudenziale: sullo smontaggio Fornero mettiamo solo 7 mld e sulla flat tax zero. Immaginiamo che sia escluso il provvedimento di Imposta sul reddito degli imprenditori, che sarebbe costata 2 miliardi; anche sul reddito di cittadinanza mettiamo solo 7 miliardi, perché immaginiamo che i 10 di cui si parla includono già quelli stanziati per il Rei. Ci mettiamo addirittura 4 mld per la pace fiscale e 1 mld di minore deducibilità delle perdite da parte delle banche. Ecco che questa somma fa 53 mld che diviso il nostro Pil, l’1%, implicherebbe un deficit al 2,9%.
Come si può riconciliare questa lista con il 2,4%? In due modi: o non crediamo alla lista, oppure, più verosimilmente, dobbiamo immaginare una forte crescita del Pil, sia in termini reali (il governo dice 1,5% il prossimo anno) sia in termini nominali, la parte di maggiore inflazione. Questa è la sola possibilità per mettere insieme le cose. Questa è una possibilità che noi auspichiamo che si verifichi, nel senso che provochi uno choc talmente forte che nel giro di qualche mese triplichi il tasso di variazione del Pil congiunturale, dallo 0,2% odierno allo 0,6% nel secondo quarto del 2019, o noi abbiamo qualche perplessità. Gli ultimi dati ci dicono che l’Italia è cresciuta dello 0,6% solo nel 2010 come rimbalzo del 2009. Riteniamo abbastanza improbabile questa crescita. Ma c’è anche un’altra possibilità: che si proceda a dei tagli ad esempio sulle spese fiscali, ad esempio con una minore deducibilità delle spese sanitarie, o sulla spesa per interessi. Allora, non sarebbe più la manovra del popolo ma la manovra di una parte del popolo finanziata dall’altra parte del popolo nella speranza di essere dalla parte giusta”.
Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha lanciato un appello: “Ci auguriamo che la manovra di bilancio realizzi la sintesi necessaria tra le misure per la crescita economica e le regole della finanza pubblica. Per infrastrutture e trasporti servono più investimenti, bisogna rimettere in moto i cantieri, e le risorse stanziate non mancano perché nell’ultimo Documento di economia e finanza c’è, per le infrastrutture, un quadro di programmazione di risorse da 110 miliardi di euro. Una programmazione preziosa per un Paese che, nell’ultimo decennio, ha accumulato un deficit infrastrutturale pari a 60 miliardi di euro, le risorse, dunque, ci sono. Ma vanno semplificate le procedure previste dal Codice degli appalti, visto che in Italia servono, in media, 15 anni per realizzare un’infrastruttura strategica di trasporto. Vanno realizzate senza tentennamenti le opere realmente necessarie. Così come bisogna porre la giusta attenzione al tema del confronto europeo sullo scorporo degli investimenti infrastrutturali dal computo del deficit”.
Intanto, lo spread ha superato quota 300 anche per i titoli quinquennali e le risorse disponibili si vanno assottigliando. In cinque mesi di rialzi dello spread, qualche seria valutazione l’attuale Governo dovrebbe farla, senza inventarsi mostri inesistenti di ‘donchisciottiana’ memoria.

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La gaffe di Toninelli, belli capelli…

Tor, 09/10/2018 - 16:55

Ma a chi siamo in mano? Il rassicurante Danilo Toninelli, planato grazie ai Cinque stelle al Ministero delle Infrastrutture, ha testualmente sostenuto che gli imprenditori italiani usano da tempo il tunnel del Brennero. Se per dirla con Salvini costui era sobrio viene il dubbio che abbia avuto un’allucinazione visto che il tunnel non esiste. Su 230 chilometri previsti ne sono stati scavati solo 88 e 120 appaltati. Dunque il tunnel non c’è, non é funzionante. Eppure il Toninelli lo ha visto. E ne è sicuro. Tanto che ne parla pubblicamente. Delle due l’una. O Toninelli ha scambiato il Brennero col Monte Bianco e merita una bocciatura in geografia oppure ha scambiato un tunnel con una montagna. E merita una bocciatura come ministro. Per fare il ministro delle Infrastrutture non é necessario essere ingegnere. Ma almeno conoscere la differenza tra una via e un monte questo sì. E se già la gaffe del tunnel é stata opera di qualcun’altra (vero Mariastella?) il tunnel cogli imprenditori vale una medaglia. Come Marte coi marziani. Toninelli memoria confusa ma, riprendo da De Gregori, belli capelli…

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Francesco Casini, l’autocritica dei Dem

Tor, 09/10/2018 - 16:14

Osservando il dibattito politico del centrosinistra, sul deterioramento del maggiore partito di tale schieramento, si vedono intervenire solo i maggiori esponenti e i vertici. Ritengo invece necessario portare ai lettori le considerazioni degli ufficiali di questa grande armata che oggi subisce ancora gli effetti dell’ultima battaglia. Il PD, come ogni altro partito politico, è composto anche dai numerosi sindaci, assessori e consiglieri che gestiscono e dirigono il nostro territorio. Ebbene ecco a voi l’opinione di uno di quei tanti amministratori e militanti, che in primis hanno, più di ogni altra segreteria, il diritto di esprimersi in merito ad un partito, che, nel bene o nel male, sostengono nella quotidianità.

PD-1-720x405Sono qui con Francesco Casini, vuole presentarsi ai nostri lettori?

Ho 39 anni, laureato in Scienze politiche all’Università di Firenze, sono sposato con Erica e ho due figli, Emma e Niccolò. Dal maggio 2014 sono sindaco di Bagno a Ripoli, Comune di 26mila abitanti dove sono nato e cresciuto, “vicino di casa” di Firenze e porta del Chianti. Mi sento di dire che non sono sindaco “per caso”, ho fatto passo dopo passo tutta la “trafila”, partendo elezione a consigliere comunale, diventando poi assessore, passando per incarichi politici regionali e metropolitani all’interno del Pd. Quattro anni fa, infine, sono stato scelto come candidato sindaco per la coalizione del centrosinistra attraverso le primarie e sono stato eletto con il 68% dei voti. È un incarico bellissimo, che mi onora e mi riempie di orgoglio rispetto ad una comunità come la nostra che è molto dinamica, attiva e piena di energie e iniziative.

Il PD ha subito una disfatta senza precedenti, eppure tale realtà politica sembra
immobile e apatica, oppure qualcosa si muove?

La sconfitta del 4 marzo è stata bruciante, anche se per certi versi attesa. Qualcosa nel
PD si deve muovere, non solo per il futuro stesso del partito ma soprattutto per il bene
del Paese. All’attuale governo composto da sovranisti e populisti – in ogni caso
estremisti – è solo un problema per all’Italia. Stiamo parlando di un governo che sa fare
molto bene propaganda ma agisce poco e male, la cui azione sta creando maggiori
divisioni sociali e nuovi ostacoli alla ripartenza della nostra economia e del Paese. È in
gioco il futuro delle nuove generazioni, per questo il Pd deve reagire, ritrovare unità,
coesione, compattezza e all’autorevolezza necessaria per mettersi alla guida di un
grande fronte democratico che riunisca tutti coloro che hanno la volontà di contrastare
populismo e demagogia. Con le divisioni non si va da nessuna parte, divisi non possiamo essere né affidabili né credibili. Il congresso spero che servirà anche a
questo, a ricompattare il Pd e a creare le basi per una rinascita. Nel frattempo non
possiamo rimanere immobili e apatici. Serve all’azione forte di opposizione per il bene
all’Italia, una opposizione responsabile ma tenace, per rilanciare il Pd e difendere gli
italiani. Finora questo non si è visto molto e di motivi ce ne sono tanti. Occorre una
opposizione forte, non solo di fronte alle promesse mancate, tanto sbandierate in campagna elettorale, ma che ora tardano ad arrivare, ma anche per le scelte di fondo del governo. Non si
vedono più risorse per la scuola, sono stati tolti i soldi del piano periferie, non esiste un
vero e proprio piano casa. Tutte realtà e iniziative che invece erano state attivate dal
precedente governo e che stavano riportando il Paese a una crescita sociale e nella
sfera economica che finalmente, dopo anni di stallo, era tornata a registrare il segno
“più”.

francesco casiniIl comune da lei amministrato è considerato una piccola fortezza rossa (dal 1946, fino alla Bolognina, ha amministrato il PCI, seguito da DS e PD). Ha un concreto timore in merito alle elezioni regionali e alle amministrative delle (purtroppo ex) regioni rosse?

È evidente che nella politica moderna, non solo italiana, non si può più pensare di poter vivere di rendita, di adagiarsi sugli allori. Così come è evidente la volatilità elettorale, la modifica di opinione e del comportamento elettorale tra una tornata e all’altra, sempre più presente e marcata. La discontinuità elettorale si è registrata in territori e città che non ti aspettavi, considerati da sempre inespugnabili.
Allo stesso modo, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, è evidente che non possiamo non tenere conto del voto politico del 4 marzo e dei sondaggi più recenti che sottolineano una grande crescita delle forze populiste e soprattutto della destra che sono al governo. All’altra parte dobbiamo anche essere consapevoli che il voto delle regionali e delle amministrative non è soltanto un voto di opinione. La Toscana, è bene
prenderne atto, non può più definirsi una regione rossa inarrivabile per le destre, e in
vista delle regionali del 2020, nel prossimo anno e mezzo, ci sarà da lavorare moltissimo e da trovare unità di intenti all’interno del centrosinistra.
Senza avere timori, dovremo essere vigili, attenti e sapere di avere un background di buongoverno.
Dovremo ritrovare all’essenza vera di fare politica, stare con la gente tra la gente, intercettare i bisogni veri e dare risposte concrete. Così facendo non solo potremo confermare le regioni che tradizionalmente appartengono all’asse del centrosinistra ma potremo ripartire per un centrosinistra forte in Italia che possa riportare all’opzione di governo seria, concreta per il rilancio del nostro Paese e toglierlo dalla secche in cui questo governo in questi mesi ci sta conducendo.

Secondo lei la Sinistra italiana deve fare una rivoluzione, intesa anche come “moto verso le origini”, oppure deve fondersi in una nuova realtà di culture politiche trasversali, che includano culture social-comuniste e liberal-progressiste?

Non so se la sinistra italiana debba fondersi o forse, più semplicemente, ritrovare
compattezza. Sono convinto che non solo il PD ma tutta la sinistra debba fare un bagno
di umiltà, riflettere seriamente sui propri errori. Solo così ci si potrà ripresentare agli
italiani con un volto credibile e unito intorno a idee e valori coese. Fondamentale è
riuscire a captare i cambiamenti della società odierna, le sue necessità e i suoi bisogni,
specie delle fasce della popolazione più deboli, che in questi anni hanno lasciato una
sinistra che è apparsa troppo sorda, lontana in favore delle forze populiste. Ci abbiamo
provato, ma non siamo riusciti a cogliere il nuovo malessere nelle periferie fino in
fondo, le crescenti difficoltà dei lavoratori, il bisogno di maggiore sicurezza avvertito
dalle persone, la necessità di elaborare un messaggio carico di valori forti e di futuro
che può parlare alle giovani generazioni. Non è una missione impossibile se la sinistra
saprà ritrovare coesione e unità, nuovi strumenti e un nuovo linguaggio al passo con i
tempi e la modernità per rispondere ai bisogni di una società che inevitabilmente
cambia e di cui dobbiamo essere consapevoli.

Niccolò Musmeci

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Scrive Massimo Ricciuti: Il sovranismo e la lezione texana

Tor, 09/10/2018 - 15:52

Ok. Lo spread è a trecento. I giornalisti sono da togliere dai piedi. La realtà è un’opinione (e su questo c’è da discutere) ed è vera solo quella espressa dal governo. In effetti, dopo quello che sta accadendo ormai in tutto l’occidente, ci sarebbe davvero da fare un’unica cosa seria: rimettere in discussione le antiche teorie analitiche e affrontare di petto un mondo inedito che scappa via dal futuro. Ma per fare questo occorre coraggio, cultura e molta ma molta umiltà. Chiariamo subito che da soli non si va da nessuna parte. Occorre procedere a una ridefinizione delle culture politiche e avviarsi lungo una strada piena di incognite ma obbligata.
In Brasile fallisce il ciclo “socialista” iniziato da Lula e torna la destra tipica del sud america. Quella che ama i generali, i golpe, gli assassini (anche nella nostra europa comincia a andare di moda trovare giornalisti/e , di solito provenienti da est, uccisi perché non hanno taciuto). Ma, nello specifico sudamericano, bisogna ammettere che c’è sempre stata una fortissima tendenza verso forme di personalismo estremo che si trasformano in una sorta di culto della personalità che si declina a sinistra o a destra. E’ la formula perònista, tipica di quel continente. Un populismo “lavorista” o “militarista”. Che però ci fa riflettere su cosa stia succedendo anche qui, da noi. Possiamo dire che in fondo si tratta di un superamento del razionalismo illuminista da cui discendono tutte le nostre classiche teorie politiche. Abbiamo sempre pensato che l’uomo agisse (e votasse) in base a un ponderato esame dei suoi interessi. Invece non è più così. E’ evidente che vi sono altri aspetti dell’umano che sollecitano pulsioni più profonde e, addirittura, ancestrali. Ecco l’entrata in scena delle narrazioni millenaristiche, fortemente identitarie e che fanno leva su quello che abbiamo non nelle tasche, non nella testa, ma nel buio più profondo dell’anima. Ci sono altri aspetti dell’ “umano” cui le destre riescono a cogliere e a strumentalizzare. Cosa fare? Cominciamo con l’evitare che le pulsioni identitarie continuino a persistere anche nelle nostre categorie politiche. Destra e Sinistra esisteranno sempre. Ma mentre la destra ha preso a costruire un’egemonia rimettendosi in gioco e spiazzando tutti, dalle nostre parti si continua a mettere i puntini sulle i e a fare il gioco di chi è più puro e duro quando invece sarebbe doveroso cogliere questa crisi epocale per produrre una grande opportunità di cambiamento. Incominciando dal socialismo liberale e riformista e poi coinvolgendo anche tutto l’asse che comprende l’ALDE e le culture ambientaliste (dal momento che è in atto una rivoluzione che riguarda la trasformazione del lavoro e del rapporto lavoro-uomo-ambiente).
Infine , per gli amichetti sovranisti e fautori dell’uscita dall’euro, ecco una storiella.
Nel 1837 , la Repubblica del Texas, appena proclamata, emise le sue prime banconote. Non disponendo di riserve auree, lo Stato (sovrano) prometteva di pagare ai portatori di queste banconote un interesse del 10 per cento annuo. Nel 1839, il valore di un dollaro dello Stato “sovrano” texano era sceso in poco più di un anno a 40 dollari statunitensi. Di lì a poco la “gente” si ribellò al governo e iniziò a premere per chiedere l’annessione del Texas agli Stati Uniti. Nel 1845, quando il Texas rinunciò alla sua “sovranità” e entrò a far parte dell’Unione, il dollaro texano aveva recuperato gran parte del suo valore raggiungendo i livelli degli altri Stati confederati. Infine, nel 1850, gli Stati Uniti cancellarono i 10 milioni di dollari di debito pubblico del Texas.
Studiate, sovranisti, studiate.

Massimo Ricciuti

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Sfida sulla Fornero. Fico e Tria: “Abbassare i toni”

Tor, 09/10/2018 - 15:45

Christine-LagardeL’Italia naviga a vista e oggi lo spread è salito ancora toccando punte di 315. Dopo i moniti dell’Unione non si mette bene nemmeno sul fronte internazionale, l’FMI oggi ha rivisto le stime per la crescita del Pil italiano limandole al ribasso: “Si avvia ad aumentare dell’1,2% nel 2018 e a rallentare poi, con un incremento di appena l’1%, nel 2019”. Inoltre anche l’Fmi sottolinea l’esigenza di seguire le regole Ue: “È importante che agisca nel contesto delle regole europee anche per mantenere la stabilità dell’Eurozona”. Poi va a toccare un punto dolente dell’ultimo decennio italiano, la riforma Fornero. Il Fondo Monetario Internazionale insiste sulla necessità in Italia di “preservare le riforme pensionistiche e del mercato del lavoro“. Il Vice premier Matteo Salvini coglie la palla al balzo per attaccare l’Istituto guidato dalla Lagarde: “Sulla riforma della Fornero niente e nessuno ci potrà fermare. Andiamo avanti tranquilli, l’economia crescerà anche grazie alla modifica della legge Fornero, un’opera di giustizia sociale che creerà tanti nuovi posti di lavoro”. Ad aggravare la situazione anche le dichiarazioni del ‘mancato’ ministro dell’Economia, Paolo Savona. Per il ministro degli affari europei se l’Ue dovesse bocciare il programma economico del governo sarà ”il popolo” a decidere. “Cosa succederebbe se l’Unione europea si mettesse in una posizione conflittuale verso questo programma del governo così cauto e moderato? Io non lo so, deciderà il popolo non io, io mi metto da parte”, afferma Savona. ”Alcune provocazioni, con un certo stile” sono “piuttosto pesanti” afferma, in riferimento al botta-risposta tra il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker e il vice premier Matteo Salvini. Tuttavia, sottolinea, “il messaggio che ‘il mercato insegnerà agli italiani come votare’ io lo trovo molto più insultante di quello che risponde ‘non è sobrio quando parla”. Quanto ai rischi dell’impatto della fine del Qe per l’Italia, il ministro Savona dice di non aver “perso fiducia”. “Draghi resta lì fino al 2019 – conclude -. Non credo che nessuno abbia interesse che l’Italia entri in una grande crisi”.
Ma a cercare di smorzare la tensione ancora una volta l’attuale ministro dell’Economia che afferma durante l’audizione sulla nota di aggiornamento al Def: “La Commissione Ue ha espresso preoccupazione circa la modifica del percorso programmatico. Ora si apre una fase di confronto costruttivo con la Commissione che potrà valutare le fondate ragioni della strategia di crescita del governo delineata dalla manovra. Sono d’accordo con il presidente della Camera Fico, sulla necessità di abbassare i toni”.
Sull’andamento dello spread e sul timore dei mercati Tria ha dato rassicurazioni. “Finora non c’è stata un’esplosione dello spread come alcuni paventavano, certo ai livelli attuali non è accettabile. Pensiamo che spiegando la manovra possa scendere a livello normale. L’incertezza sui mercati invece è legata al dubbio sul cosiddetto piano B e stiamo ripetendo che non c’è, già collegialmente il governo lo ha chiarito”. Il ministro dell’Economia ha infine spiegato: “Siamo impegnati a fare convergere lo spread verso i fondamentali creando fiducia. Se c’è lo spread a 500? Il governo fa quello che deve fare di fronte a una crisi inaspettata, perché non ce la aspettiamo”.

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E Toninelli inventa il tunnel del Brennero

Tor, 09/10/2018 - 15:22

toninelli

Dopo 53 giorni il decreto per Genova è al punto di partenza. Va riscritto. Da cima a fondo. Sparirà la norma, inserita dai 5 Stelle, che impediva alla società di costruzioni legate ai concessionari autostradali anche con minime partecipazione azionarie di realizzare il ponte. Un dietro front annunciato, visto che il provvedimento, così come era stato scritto, escludeva di fatto quasi tutte le aziende italiane che operano nel settore.

Resta fermo invece il no secco ad Autostrade che, salvo colpi di scena in sede di conversione, non potrà toccare nemmeno una pietra. Eppure, sempre ieri, l’ad del gruppo Atlantia, Giovanni Castellucci, era tornato alla carica, ribadendo la disponibilità a demolire e ricostruire il viadotto, come previsto dalla concessione e dalle norme europee, e a farlo in nove mesi. Il manager ha poi rimandato al cda la decisione su un eventuale ricorso. Di certo l’offerta, che abbrevierebbe i tempi, come ha più volte detto il governatore della Liguria, Giovanni Toti, resta ancora in pista. A spingere l’esecutivo a cambiare il decreto è stato anche l’Antitrust che ha messo in luce l’errore. Un divieto, quello alle ditte di costruzioni, che avrebbe causato una accesa battaglia legale, e che ora verrà corretto con un emendamento al testo. L’autorità ha invece rinnovato il no ad Autostrade, che non potrà realizzare l’infrastruttura, come chiesto dall’esecutivo. Insomma dopo quasi due mesi siamo ancora il punto di partenza.

Ma ieri è stata anche la giornata della protesta, con durissime contestazioni al ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. Gli sfollati di Genova contestano il “no” del governo alla ricostruzione del ponte Morandi da parte di Autostrade per l’Italia. E spiegano, per bocca del portavoce del Comitato di via Porro, Franco Ravera, che coinvolgerla “sarebbe stato meglio”. Secondo Ravera, infatti, lo “scontro ideologico a Roma si ripercuote su Genova” e nel decreto per gli sfollati non ci sono sicurezze: rischiamo di star fuori casa per anni”.

Il ministro Toninelli anche oggi si è esibito in una performance di stile esaltando il “trasporto su gomma del tunnel del Brennero”. Tunnel che non esiste. Del Brennero esiste solo il valico. “È un decreto scritto con i piedi – ironizza Riccardo Nencini, segretario del Psi, sul suo profilo Facebook, riferendosi alla gaffe del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Danilo Toninelli – al di sotto del minimo sindacale chiesto dai genovesi. E soprattutto si profila un ritardo colpevole nella ricostruzione del ponte. Il ministro l’avrà scritto viaggiando nel tunnel del Brennero. Al buio. Tra lo scavo di una talpa e ruspe in movimento”.

Per il completamento del Tunnel del Brennero che il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, ha già dato per completato e molto trafficato, mancano almeno 8 anni. Quando sarà completata, nel 2026, la Galleria di base del Brennero (BBT) con i suoi 64 km sarà il tunnel ferroviario sotterraneo più lungo del mondo. Passerà al di sotto delle Alpi da Innsbruck, in Austria, a Fortezza, in Italia. La galleria sarà il collegamento più importante nell’asse ferroviario ad alta capacità Berlino-Palermo, ed è stata concepita per privilegiare il trasporto delle merci su rotaia rispetto a quello si gomma.

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Tutta colpa di Soros…

Tor, 09/10/2018 - 14:57

Ogni volta che accade un evento spiacevole i due inquilini del palazzo del governo se la prendono cogli altri. Crolla il ponte ed é colpa non solo di Autostrade, ma dei governi precedenti. Ci sta, i due erano al governo da poche settimane. Ma adesso anche la gente, che ai funerali di Genova li aveva applauditi, comincia a contestarli. Dopo due mesi non si vede nulla, solo promesse di vendette e di un decreto scritto e riscritto e poi ancora modificato dopo profondi contrasti con la regione Liguria. Toninelli, un pesce fuor d’acqua, rassicura gli scettici, consola i sofferenti, minaccia i colpevoli. Ma ad oggi si vede solo il disastro del crollo, e i danni degli abitanti della vallata. Giustamente arrabbiati, forse per colpa loro.

Salvini sequestra per giorni un gruppo di migranti (che in base all’articolo 10 della Costituzione avrebbero il diritto di chiedere asilo) su un’imbarcazione italiana. Un magistrato apre un’inchiesta e la colpa é del magistrato. La Lega si é impadronita illegalmente di 49 milioni di finanziamento pubblico e viene condannata a restituirli. La colpa di chi é? Di chi vuole affossare la Lega e metterla fuori gioco, mentre é suo diritto riconsegnare il maltolto (che equivale alla maxi tangente Enimont che serviva per finanziare quasi tutti i partiti) in ottant’anni e senza interessi. Si tagliano i vitalizi e la colpa é degli ex parlamentari che fanno ricorso per verificarne la legittimità, non di chi (eventualmente) ha abusato del suo potere.

Si supera il rapporto deficit-Pil concordato con la Ue e la Ue deve tacere, anzi arrossire, anzi annuire, e anzi fare autocritica per la quantità alcolica sorbita dal suo presidente. Se poi ci sono tentennamenti a sforare i conti la colpa é dei burocrati, dei dirigenti che secondo l’esule (finanziato da Mondadori) Di Battista dovrebbero essere licenziati. I mercati reagiscono male e lo spread sale a 315 e la colpa di chi é? Di Soros, il finanziere speculatore per eccellenza, delle banche, dei “signori dello spread”. Non dei due che hanno sforato ogni tetto concordato, che hanno aumentato la spesa e non gli investimenti, che hanno ipotizzato l’uscita dall’euro, che hanno vilipeso tutte le istituzioni europee compreso la Bce alla quale l’Italia, grazie al quantitativi easing del nostro Draghi, deve la sua tenuta. Anche il presidente é finito nelle grinfie dei due per non essere stato eletto ma nominato. Stravagante annotazione…

I due ce l’hanno col mondo e Salvini gioca su tre tavoli. Offende la Ue con Di Maio, stipula un patto con Marine Le Pen sulle Europee senza Cinque stelle e conferma l’accordo con Berlusconi e la Meloni per le regionali e le comunali del prossimo anno. E’ ad un tempo alleato con il gruppo dei Liberali e democratici (Alde), con quello dell’estrema destra che intende, con le Front national, uscire dalla Nato e dall’euro e allearsi con Putin, e con quello Popolare che si oppone a tutto questo. A lui basta bastonare qualche migrante, promettere di abbassare le tasse e mandare un po’ prima in pensione gli italiani come a quell’altro basta e avanza garantire un po’ di soldi a chi non lavora. Peccato che ci sia quel diavolaccio di un Soros che rovina la festa…

Inviato da iPad

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Joseph Nye. L’Occidente e l’alternativa all’esercizio del “soft power” Usa

Tor, 09/10/2018 - 14:47
A decorative plate featuring an image of Chinese President Xi Jinping is seen behind statues of late communist leader Mao Zedong at a souvenir store next to Tiananmen Square in Beijing on February 27, 2018. China's propaganda machine kicked into overdrive on February 27 to defend the Communist Party's move to scrap term limits for President Xi Jinping as critics on social media again defied censorship attempts. The country has shocked many observers by proposing a constitutional amendment to end the two-term limit for presidents, giving Xi a clear path to rule the world's second largest economy for life. / AFP PHOTO / GREG BAKER        (Photo credit should read GREG BAKER/AFP/Getty Images)

AFP PHOTO / GREG BAKER (Photo credit should read GREG BAKER/AFP/Getty Images)

Alcuni decenni fa, secondo uno dei politologi americani più influenti di allora, Joseph Nye, autore di “Soft power. Un nuovo futuro per l’America”, era necessario che gli Stati Uniti, per esercitare positivamente il ruolo di prima potenza mondiale, senza alienarsi l’accettazione di tale esercizio da parte dei Paesi sui quali esso veniva fatto pesare, producessero ed esportassero soft power (potere di persuasione).
Con questa espressione, da lui stesso introdotta al termine del patto tra capitale e lavoro di keynesiana memoria, il politologo americano intendeva indicare la natura della politica internazionale con cui, dopo la fine della Guerra fredda, l’America avrebbe potuto attrarre nella sua “sfera di influenza” i Paesi del mondo che fosse riuscita a persuadere, perché imitassero la propria organizzazione politica, sociale ed economica.
Il soft power è divenuto così strettamente legato alla cultura e alle politiche degli USA, tanto quanto lo era stato l'”hard power”, ovvero, la capacità coercitiva con cui, durante il periodo della Guerra fredda, l’America era riuscita a cooptare e a mantenere legata a sé gran parte dei Paesi del mondo, attraverso la forza militare ed economica.
Alcuni osservatori, sorprendentemente, da posizioni di sinistra, tendono a paragonare l’espressione “soft power” con quella di “egemonia” di gramsciana memoria; quest’ultima espressione, nell’ambito delle scienze sociali, in particolare nell’ambito dell’economia e della politica internazionale, è stata impiegata per spiegare le modalità distributive, su basi aconflittuali, delle risorse e del potere decisionale tra i singoli individui e tra i singoli Stati. All’interno delle scienze sociali è escluso che il concetto di egemonia, così come è stato inteso da Gramsci, possa essere interpretato come complesso di mezzi (materiali e non) idoneo a consentire a chi gestisce il potere statuale di utilizzarlo per “imporre”, da un lato, un dominio culturale e, dall’altro lato, di farne uso come guida di chi viene ad esso assoggettato.
Se si mancasse di tenere ferma questa distinzione, tra il soft power di Nyé e l’egemonia culturale di Gramsci non esisterebbe alcuna differenza, in quanto il dominio fondato sull’esercizio del potere culturale e intellettuale sarebbe uno strumento essenziale per la stabilità di un sistema di potere, avente la stessa natura di quella realizzata attraverso l’esportazione violenta di valori e di modelli comportamentali ritenuti unilateralmente “superiori”.
E’ proprio su questo punto che il soft power di Nye e l’egemonia di Gramsci si differenziano: il primo (cioè il soft power di Nye) non implica alcuna interiorizzazione dei valori e dei modelli di comportamento esogeni da parte di chi li subisce, ma solo un processo di imitazione di istituzioni politiche ed economiche estranee alla cultura dei popoli degli Stati destinatari del soft power; al contrario, l’egemonia implica un potere esercitato sulla base di una “condivisione dal basso” della validità di valori e modelli di comportamento, che non nascono per imitazione di valori e di modelli di comportamento esogeni, ma da un’evoluzione culturale autoctona delle istituzioni politiche ed economiche dei singoli popoli. Fuori da questa prospettiva, il soft power non può che essere concepito come parallelo (anche se somministrato in termini più morbidi) all’hard power; ovvero, come forma invisibile e ovattata di un potere esogeno, che arriva laddove la materialità della violenza non può arrivare.
Partendo dall’assunto che il soft power, quale è stato esercitato dagli USA nei confronti del resto del mondo dalla fine della Guerra fredda, Eric Li, politologo cinese, nell’articolo “Il soft power americano è morto. Riuscirà la Cina a sostituirlo?” (Limes n. 6/2018), afferma che il mondo non vuole più essere come l’America, in quanto il potere di persuasione, con cui gli USA hanno pensato di convertirlo alla logica di funzionamento e agli stili di vita propri del capitalismo contemporaneo e dell’ideologia neoliberista, è entrato irreversibilmente in crisi. Eric Li propone, un punto di vista cinese, come possibile alternativa alla natura non più condivisa del soft power americano.
Ma quali sono i contenuti del soft power statunitense, del quale, secondo il politologo cinese, il mondo intero non vorrebbe più saperne? A parere di Eric Li, Nye, avendo connotato il soft power in termini culturali, ideologici e istituzionali, si sarebbe convinto che, “in ciascuno di questi ambiti il mondo ambisse a essere come l’America”, arrivando a definire il “soft power come la capacità di un soggetto di far fare ad altri ciò che altrimenti non avrebbe fatto, spingendoli a desiderare di assomigliare culturalmente, ideologicamente e istituzionalmente al soggetto stesso”; da ciò, secondo Eric Li, il convincimento di Nye che se uno Stato fosse stato in grado di accreditare come legittimo il proprio potere al cospetto degli altri Stati, avrebbe incontrato, da un lato, minor resistenza nell’attuazione delle propria strategia internazionale; dall’altro lato, avrebbe potuto promuovere l’adozione di istituzioni che avrebbero reso gli altri Stati desiderosi “di incanalare o limitare le loro attività” nel modo che lo Stato dominante avesse preferito, potendo, quest’ultimo, sottrarsi alla necessità di sostenere gli alti costi (non solo economici) dell’esercizio dell’hard power.
Tra le istituzioni che lo Stato dominante ha proposto, attraverso l’esercizio del soft power, un’importanza strategica hanno assunto, a parere di Eric Li, la democrazia liberale, l’economia di mercato ed i valori propri del neoliberismo. Nei decenni successivi agli anni Ottanta del secolo scorso, ai quali risale l’inizio della politica internazionale degli USA ispirata al concetto di soft power di Nye, “il liberalismo connaturato ai valori americani – afferma Eric LI – ha avuto un fascino impareggiabile in tutto il globo”. A un certo punto è sembrato, continua Li, “che quasi ogni Paese del pianeta aspirasse a essere come l’America e volesse le stesse cose che l’America aveva e voleva”.
Mai, prima d’allora, sempre secondo il politologo cinese, nell’esperienza storica, tanti Paesi “hanno dismesso i propri sistemi politico-economici per trasformarsi in regimi liberali”, inaugurando così un periodo di “grande conversione” istituzionale ed economica. Attraverso questa, gli Stati Uniti, nell’ambito della politica internazionale, hanno guidato il processo di integrazione delle economie nazionali, creando, ampliando o potenziando nuove, o già esistenti, istituzioni internazionali, per metterle al servizio del continuo approfondimento del processo di globalizzazione.
Anche il “progetto europeo”, a parere di Eric Li, sarebbe diventato “la versione regionale del soft power americano”, con le istituzioni dell’Unione Europea che, da entità soprannazionali, si sarebbero sostituite agli Stati membri secondo la narrazione di Nye. Per una generazione intera, i Paesi comunitari “hanno volontariamente dismesso porzioni sempre maggiori della propria sovranità per sottomettersi a una serie di regole basate sui valori liberali”; tutti gli Stati membri non hanno esitato a introdurre nella loro organizzazione interna ciò che le istituzioni comunitarie volevano, usando il soft power à la Nye, “così bene”, osserva Eric Li, tanto che a un certo punto sembrava che tutti volessero essere membri della UE.
La percezione di quanto è avvenuto nel periodo della grande conversione è stato percepito dall’immaginario collettivo come un cambiamento epocale, destinato a caratterizzare l’intero XXI secolo; ma, sul finire del primo decennio del nuovo secolo, le cose sono improvvisamente cambiate, in quanto “il contesto storico appena descritto” è entrato in una profonda crisi, parallelamente al crollo della logica sottostante il soft power, sulla cui base era stato realizzato l’ordine internazionale gestito attraverso il “Washington consensus”.
La spiegazione del crollo, a parere di Eric Li, è riconducibile al fatto che la logica del soft power, così come era stata concepita da Nye, non ha funzionato per tutti i Paesi coinvolti nella grande conversione; questa, infatti, ha condotto i Paesi a “coltivare l’illusione” che le promesse tratte dall’ideologia neoliberista fossero scontate e le realizzazioni irreversibili. Ciò non è accaduto perché, in realtà – afferma Eric Li – “il soft power è e sempre sarà un’estensione e un derivato dello hard power”, col quale, sotto mentire spoglie, è stato possibile esercitare il potere di persuasione che ha provocato lo stravolgimento delle organizzazioni istituzionali ed economiche dei Paesi integrati nell’economia mondiale, inclusi lo Stato (l’America) e l’organizzazione soprannazionale (l’Unione Europea) dominanti in diverse aree del globo.
Infatti, il prevalere dell’ideologia neoliberista, della quale il soft power è stato portatore, ha danneggiato tutti indistintamente i Paesi integrati nell’economia internazionale, in quanto essa (l’ideologia neoliberista) ha frammentato, invece di unire, gli Stati che di essa hanno subito le conseguenze negative; ciò perché la globalizzazione, realizzata attraverso il soft power definito da Nye, ha travalicato la capacità, da parte degli Stati nazionali e delle organizzazioni internazionali, di gestire nella stabilità il funzionamento dei sistemi produttivi, causando l’aumento dei debito pubblico, l’ineguaglianza distributive e l’interruzione della crescita.
Di fronte alla crisi economica generalizzata e all’instabilità dei rapporti tra gli stati, può il mondo – si chiede Eric Li – aspirare a qualcosa di meglio, con la riproposizione di un soft power più condivisibile? A suo parere è possibile, e la Cina, al riguardo, potrebbe “entrare in gioco”; ciò perché – egli sostiene – quando nelle relazioni internazionali è stata adottata la logica del soft power, la “Repubblica Popolare era l’unico grande Paese in controtendenza. Nell’ordine post-seconda guerra mondiale si era integrata, in quello successivo alla Guerra fredda invece no. In questo modo è riuscita ad allestire una transizione estremamente complessa dalla pianificazione centralizzata all’economia di mercato, senza però permettere a quest’ultima di ergersi al di sopra dello Stato. E’ lo Stato il primo organizzatore dell’economia cinese. E sempre lo Stato ha rifiutato le definizioni occidentali di democrazia, libertà e diritti umani, mantenendo e rafforzando il proprio sistema a partito unico. In termini di soft power, la Cina non ha accettato di desiderare quel che l’Occidente desiderava. Sotto ogni punto di vista: culturale, ideologico, istituzionale”.
Al contrario della maggior parte dei Paesi che hanno vissuto la grande conversione, la Cina ha avuto “un successo senza precedenti nella storia umana. Si è evoluta – afferma Eric Li – da povero Paese agricolo a maggiore economia industriale del mondo, sollevando nel frattempo 700 milioni di persone dall’indigenza”. Ciò è avvenuto solo in termini pacifici e, con modalità assai differenti rispetto a quelle sperimentate dalle altre grandi potenze antiche e moderne; la crescita e la modernizzazione della Cina sono avvenute in assenza di ogni forma di atteggiamento aggressivo ai danni del mondo ad essa esterno.
Ora, conclude Eric Li, dopo molti decenni in cui ha curato la propria crescita da posizioni autonome, la Repubblica Popolare sta proponendo al mondo, con le grandi infrastrutture delle “vie della seta”, la realizzazione di “una comunità di destini condivisi”, in cui ogni Stato rispetti le scelte degli altri Stati riguardo ai propri percorsi di sviluppo e modernizzazione.
Questa conclusione boccia quindi la scelta fatta dall’Occidente alla fine della Guerra fredda, quando da gran parte dei Paesi integrati nel mercato mondiale è stata accettata una gestione delle relazioni internazionali basata su un soft power ispirato all’ideologia neoliberista; promuove, invece, l’ipotesi che i Paesi integrati nell’economia mondiale si aprano a “un nuovo tipo di potere persuasivo”, inaugurando una nuova era nelle relazioni internazionali, della quale il pacifismo cinese dovrebbe essere il garante “di una crescita economica mondiale”, della quale beneficerebbe “anche la stessa Repubblica Popolare”.
Eric Li, nella sua proposta, sembra riecheggiare la tesi di Kant, il quale, nel suo “Progetto per una pace perpetua”, riteneva che la pace dipendesse anche dallo “spirito del commercio”, in quanto l’attività di scambio avrebbe portato inevitabilmente all’integrazione tra i popoli, perché le loro diverse economie sono tra loro complementari. E’ proprio la complementarità delle economie e lo spirito del commercio che, secondo il grande filosofo, motivano gli Stati a tendere alla pace per assicurare maggior benessere ai loro popoli. Kant, tuttavia, non sperava che gli uomini, attraverso il commercio, potessero diventare più “buoni”, ma riteneva possibile la realizzazione di un’organizzazione mondiale degli Stati, tale da abolire qualsiasi pretesa prevaricatrice di uno Stato a danno degli altri, così come avviene ora con gli Stati federali. All’interno di questi, al di là del “potere residuo” che consente ai singoli Stati federati ampia autonomia di autogestione, resta il fatto che la parte di sovranità che ogni singolo Stato delega allo Stato federale implica la gestione delle materie delegate sulla base di principi condivisi e uniformi.
Nel caso in cui il mondo si aprisse alla proposta di un soft power in “salsa cinese”, che garanzie esistono che ciò determini un radicale mutamento nella gestione delle relazioni internazionali? In assenza di reali garanzie, esiste il rischio che il prevalente “Washington consensus” o il “Bruxelles consensus” siano sostituiti da un “Beijing consensus”, implicante la pretesa di un’omogeneità istituzionale ed economica propria del soft power con cui Washington o Bruxelles hanno gestito le relazioni internazionali dopo la fine della Guerra fredda.
Al riguardo, non va dimenticato che la trasformazione della società politica ed economica della Cina è stata realizzata nella presunzione di sua superiorità culturale rispetto al resto del mondo. Non può che sollevare molti interrogativi uno Stato che ha raggiunto il successo, come afferma Eric Li, senza abbandonare l’intento di tornare ad essere il centro del mondo, come emerge dalla strategia inaugurata dall’attuale Presidente delle Repubblica Popolare cinese, Xi Jinping.
Sulla base di queste considerazioni, resta plausibile e fondata la conservazione da parte del resto del mondo di un qualche dubbio riguardo alla possibilità che un soft power cinese possa risultare persuasivo. Se si pretendesse di governare le relazioni internazionali al di fuori delle istituzioni che la cultura democratica dell’Occidente ha messo a punto per il rispetto di tutti gli attori coinvolti in tali relazioni, è assai improbabile, se non impossibile, che l’Occidente possa “dare il benvenuto” a un nuovo soft power d’ispirazione cinese, che esclude la democrazia e fa dello Stato il supremo arbitro nella gestione dell’economia e della società.

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Taranto, acciaio e Picasso spuntarono fra gli ulivi

Tor, 09/10/2018 - 14:36

taranto_fa_l_amore_a_senso_unicoEra bella Taranto nell’altro secolo. Ma anche prima…
Ci fu un tempo lontano, tristemente perduto, in cui fu “città-stato” di Messapia che batteva moneta propria (col delfino sul dorso) e poi colonia della Polis di Pericle e Platone (Magna Grecia).
Se la genetica spiega tutto e il dna è immortale, nel dopoguerra del boom economico fu “capitale” europea e mediterranea dell’acciaio di Stato e al contempo della cultura, l’arte, il cinema, il teatro, l’editoria, la grafica, la fotografia, ecc.
I contadini posarono aratri, zappe e falci in un angolo delle masserie e divennero operai (una falange di 20mila giovani e forti “metalmezzadri” li chiamava Walter Tobagi).
Varcati i cancelli del Siderurgico, entrarono nella modernità e nel secondo Novecento: impararono a domare il fuoco ma anche a riconoscere il Picasso blu e il Van Gogh “mangiatore di fagioli”, ammirarono Kokoskha e si persero nei voli pindarici di Marc Chagall, appresero silenti dei colli di Modigliani e l’audacia di Le Courbusier li zittì.
I grandi “nomi” dell’establishment culturale anni Sessanta firmavano sugli house organ della siderurgia pubblica con cui un’Italia povera di materie prime sfidò il mondo divenendone la quinta potenza.
Taranto fu un’agorà mediterranea impregnata di sole, arata dalle fertili provocazioni delle avanguardie artistiche, italiane e non.
Una “rivoluzione” scagliata nel tempo, che vagheggiava l’uomo nuovo, densa di infinite visioni e significati significanti, ancora forse da decodificare in questi anni di fumi e di morte, di scalate, di processi, di politici non all’altezza, di ricorsi al Tar, di contraddizioni che si vogliono far pagare all’operaio, il soggetto più debole.
Si è persa quasi memoria di quando acciaio & cultura eran ontologicamente intrecciati, un tutt’uno, e forse non nacquero da input neocapitalistici e paternalistici (anche se non furono “idilliaci”), ma si trasfigurarono in sfide maieutiche, pregne di valori universali, immortali. Taranto fu “laboratorio” di sperimentazioni produttive interfacciate in campo sociale, culturale, civile, ecc. Insomma, per dirla con Nietsche, era “postuma di se stessa”.
Di tale background storico, fellinianamente, poco si sapeva e tutto s’immaginava, poiché tutto cadde nell’oblio, fu oscurato, rimosso, e non per caso.
A riaprire quello scrigno di splendore e pathos dialettico, di provocazioni e illuminazioni ancora vive “Taranto fa l’amore a senso unico” (Esperienze artistiche nei primi anni dell’Italsider: 1960-1975), di Gianluca Marinelli, Argo Editrice, Lecce 2012, pp. 80, euro 16,00 (Collana “A Sud del Novecento”, assai emozionante il corredo fotografico).
L’Italsider è assimilata alla Pirelli e la Olivetti e Taranto, col suo hinterland e il prezioso capitale umano, brillarono con i loro topoi affollati di messaggi subliminali e non, input creativi ed estetici.
Ma storicamente, dopo Franceschiello, tutto ciò che accade a Mezzogiorno è derubricato a evento minore, marginale, nullo di significato: folklore o al limite degno di curiosità antropologica. Soffocato dalla perfida gramigna dei luoghi comuni (da Lombroso a Cialdini a Salvini, il più insidioso).
Con la complicità del “pensiero” organico, i pifferai del nichilismo, i politici ologrammi che cantano nel coro per solidificare lo status quo, casta di parassiti che non immaginano che si può anche lavorare, o fare altro.
La colonizzazione culturale è realtà anche oggi, per cui il bello e il genius loci a Sud sono prima letti con password relativizzante, poi formattati ex abrupto. Sono i frutti aspri della retorica unitaria, ormai comunque destrutturata.
Non che ai meridionali importi granché: sanno del loro passato, la mappatura del loro dna e hanno abbastanza autostima per bypassare il sussiego della cultura ufficiale col classico dantesco “non ti curar di loro ma guarda e passa”.
Ma quando si ruppe l’incantesimo rivoluzionario e dadaista che osò “avvicinare ai fatti dell’arte la nuova forza lavoro” e ci fu il black-out, la crasi del senso e “la collaborazione dell’intellettuale umanista con l’industria”?
La ferita nell’anima illuminista del Sud divenne l’ispido incubo d’oggi, fra crisi identitaria e lavoro perduto, aria irrespirabile, malattie devastanti, morti bianche. Coincise forse con la privatizzazione o tutto era contenuto già nel pubblico? Materia per un altro saggio.
Con toni appassionati, Marinelli ricostruisce quel tempo denso di nuovo, documenta i suoi echi polisemici, quando la civiltà contadina si trasfigurò in laminatoi e altoforni, Cipputi e le tute blu tentarono di rubare il fuoco a Prometeo e dare l’assalto al cielo: una citazione a tutto tondo della rivoluzione industriale inglese e Usa (“Sento cantare l’America…”, W. Whitman).
Le scansioni rivoluzionarie, utopistiche, da realismo socialista in riuva al Mediterraneo (venato però da un umanesimo soft, sospeso fra Cristianesimo e Lumi): l’ingenua fiducia nel progresso della classe operaia meridiana che aveva trovato il suo paradiso, il sol dell’avvenire, senza asprezze ideologiche.
Forse ulivi e masserie furono formattati senza una riflessione adeguata: magari potevano convivere con l’altoforno, integrarsi, proseguire sulla via del progresso. La monocultura è sempre un rischio e si rivelò fatale.
Oggi non si sa come uscirne, recuperare l’anima del passato (fare pil anche con la sontuosità barocca delle sue icone e con l’eno-gastronomia?).
Ma nel suo primo decennio di vita, dice Marinelli carte alla mano, la Taranto in b/n aveva futuristicamente fretta, la velocità fu un valore pregnante, da febbre dell’oro, quando arte e grande industria furono un Giano bifronte di grande potenza e fascino, dense di avvenire, di protagonismo storico e umano.
Acciaio & cultura potevano leggersi come una citazione del mantra leninista della Rivoluzione d’Ottobre: soviet + elettrificazione = rivoluzione. L’acciaio di Stato (“illuminato”) fece di Taranto “la Rolls Royce di tutte le acciaierie del mondo”. Una sfida epocale innervata da una weltanshauung di sovrapposizioni storiche, al confine del palingenetico: un format, a ben vedere, che si sarebbe potuto esportare ovunque, pure agli altri sud del pianeta, se solo ci avessimo pensato e provato.
Anche gli ex contadini di altre latitudini si sarebbero potuto portare a casa un Kandinskij (“le opere vendute sono andate oltre il previsto…”): i tarantini le appendevano nel salotto buono magari comprato a rate.
Ma qualcosa si spezzò: dai versi ermetici di Ungaretti e la prosa aspra di Sciascia, i fantasmi afferrarono gli stregoni che li avevano evocati e si scivolò verso le patologie: la morte bussò casa per casa estorcendo sacrifici umani sull’ara pagana del progresso divenuto d’improvviso “nemico”.
Un cambio di passo imprevisto: politici e brain-group non seppero evitarlo in un Paese al fondo provinciale, rurale, culturalmente fragile, d’istinto opportunista e anarcoide, dove l’etica è sempre piegata a interessi piccini piccini, se non meschini, e il pensiero è subalterno a mille giochi e gioghi. Una terra su cui poi si è posato il guano micidiale del berlusconismo, facendola stramazzare.
Un’infida palude da cui non si sa come sortire, che ha costi sociali e umani enormi, impossibili. Un modello di sviluppo che fece di Taranto una “capitale” – come Napoli lo era stata con i Borboni – è in crisi, urgono idee forti da mettere in campo per riscriverne un altro soft, che contempli il bene comune e gli interessi dell’impresa e del popolo.
Stop and go, il bel saggio di Marinelli ci indica dove attingere la materia per ricominciare. Ci dice che il fuoco greco è sempre acceso e nuovo know-how, contadini, magari con la laurea, aspettano al bar di Viale Magna Grecia e a Villa Peripato e nuovi mercati incombono.
E se, come la fenice risorge dalle sue stesse ceneri, la fine dell’Ilva che s’approssima, fosse un altro inizio nella società liquida e precaria che abbiamo messo su?

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Si dimette Haley promotrice di ‘Gerusalemme Capitale’

Tor, 09/10/2018 - 13:32

haley pompeoNikki Haley è stata per alcuni una voce moderata tra i repubblicani, per altri mina vagante per posizioni troppo estreme, tanto da contraddistinguersi anche rispetto al suo presidente e al suo ex capo, il primo segretario di Stato, Rex Tillerson. Ma poche ore fa l’ambasciatrice Usa all’Onu Nikki Haley si è dimessa e Donald Trump ha accettato le sue dimissioni. Una mossa che anticipa l'”importante annuncio” che il presidente Usa farà con la stessa Haley nello Studio Ovale a minuti. La Haley non ha voluto confermare la notizia a Reuters ma la portavoce della casa Bianca Sarah Sanders ha confermato l’incontro tra i due. Non è ancora chiaro il motivo delle sue dimissioni, ma l’ex governatrice della Sud Carolina nella sua carriera di ambasciatrice verrà ricordata soprattutto per i suoi toni forti e poco diplomatici, come il suo impegno che ha innescato scintille per riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele o le sue ‘avvertenze’ all’Onu sulla Siria: “Se non agite voi, lo faremo noi”.  Haley inoltre si è distinta portando avanti una linea dura contro la Corea del Nord e l’Iran, due dei principali dossier di politica estera del governo di Trump.

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Reggio Emilia. Muore operaio per fuga di gas

Tor, 09/10/2018 - 11:19

inceneritore irenAncora morti sul lavoro, cresce il numero delle morti bianche. Un operaio è morto nell’esplosione di un silos di acetilene, nell’ex inceneritore Iren di via Dei Gonzaga a Sesso, nella prima periferia di Reggio Emilia. Si chiamava Silvio Sotgiu, 42 anni, originario di Sassari, ma residente da tempo a Reggio Emilia, operaio della ditta Pellicciari srl, morto sul colpo in seguito all’esplosione violenta, avvenuta poco dopo le 8.30 di stamattina che lo ha poi sbalzato, facendolo rovinare a terra.
Stando alle prime ricostruzioni all’origine della tragedia potrebbe esserci una fuga di gas durante alcune operazioni di saldatura, mentre l’uomo si trovava all’interno un carrello a 5 metri d’altezza.
Sul posto sono accorsi subito i sanitari del 118, con automedica e ambulanza, e i vigili del fuoco, ma per l’addetto non c’è stato nulla da fare. Sono intervenuti carabinieri e polizia, con la questura che procede per i rilievi assieme agli uomini della Scientifica e della medicina del lavoro per chiarire i contorni della tragedia.

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