Avanti!

Syndicate content
Avanti OnLine Quotidiano Socialista
Updated: 6 min 19 sek od tega

Centro sinistra. Psi: Con Fassino confronto positivo

Sre, 15/11/2017 - 15:31

fassinoIniziano gli incontri nel centrosinistra per mettere in piedi il tentativo di ricostruire una alleanza di centrosinistra. Il compito di un giro di consultazioni è stato affidato all’ex segretario del Pd Piero Fassino. “Fassino è una garanzia, se non ci riesce lui.…”, ha detto il segretario del Pd, Matteo Renzi, a gli chiedeva del tentativo di ricostruzione del centrosinistra. Tra gli incontri di oggi quello con il presidente del Senato Pietro Grasso. Un incontro che, a quanto si apprende da fonti vicino alla presidenza, è stato dello stesso tenore di quelli che il presidente Grasso ha avuto in questi giorni con numerosi altri esponenti delle forze di centrosinistra che queste settimane hanno chiesto un incontro al presidente.

Fassino ha incontrato anche il segretario del Psi Riccardo Nencini che ha parlato di “confronto fruttuoso e positivo. Non sarà l’ultimo. C’è tanto di cui discutere”. Il segretario del Psi ha detto di condividere “l’ipotesi di una lista della sinistra riformista che si presenti alle prossime elezioni con un programma serio e concreto, che non disperda il lavoro fatto dai due governi precedenti ma che fissi nuovi punti su cui lavorare: diritto alla casa, riforme istituzionali, lavoro”.

Il punto dirimente sul quale il centrosinistra e l’arcipelago a sinistra del Pd deve trovare un accordo è un programma serio bastato sulla tutela e la creazione di lavoro. Lo ha spiegato il  responsabile lavoro del Psi e membro della segreteria nazionale, Luigi Iorio, che ha aggiunto: “Un’alleanza che parta dal Jobs Act e che lavori per migliorarlo. Un provvedimento tra l’altro già votato anche da Speranza e Bersani”. Secondo Iorio “il Jobs Act, con tutte le osservazioni che si possono sollevare sul provvedimento, ha fatto crescere l’occupazione nell’ultimo anno. I dati Istat infatti sono chiari: siamo ritornati ai livelli occupazionali precedenti al 2008, registrando nel 2017 un aumento di 294 mila occupati sull’anno. Il Governo Renzi prima e quello Gentiloni poi hanno avuto il pregio di contribuire a rilanciare l’economia e l’occupazione del Paese. Entrambi governi che hanno visto i socialisti protagonisti. E’ il motivo per il quale, al netto dei rancori personali – ha proseguito – occorre uno sforzo per ricercare punti d’incontro. Dunque una coalizione tra partiti riformisti che da sempre nella loro agenda affrontano temi quali i diritti civili, la libertà individuale e il valore dell’antifascismo. Ma soprattutto – ha concluso – che considera  il lavoro come pietra miliare”- ha concluso.

Ha chiesto invece ulteriori chiarimenti Campo Progressista. “Nella direzione di lunedì del Partito democratico – si legge in un comunicato – finalmente, sembra si sia posto fine almeno al mito dell’autosufficienza. L’apertura a verificare le condizioni per una coalizione di centrosinistra larga e inclusiva è un passo in avanti. Ma c’è ancora molto da fare. Al momento, non c’è un’analisi seria e sincera sulla condizione del Paese, nonché nessun fatto politico sui contenuti che vada incontro alla discontinuità che abbiamo sempre chiesto. Cosi’ come resta vago il perimetro di un’eventuale coalizione e inadeguate le rassicurazioni sul fatto che non ci saranno larghe intese dopo il voto”

“Alla nostra assemblea – spiega Cp – abbiamo fatto un ultimo appello e chiesto a Pd, Mdp e forze del centrosinistra di uscire dall’autoreferenzialità e di aprire alla possibilità di iniziare un nuovo corso che possa davvero farci capaci di battere le destre. Per questo, non ci sottrarremo al confronto con il Partito Democratico per verificare fino in fondo la possibilità di dar vita a un nuovo centrosinistra. Senza pregiudizi e senza sconti”, si legge ancora nella nota.

Kategorije: Italija

Vecchio acido e avaro, Zio Paperone di Carl Barks compie 70 anni

Sre, 15/11/2017 - 14:01

COVER 06-1“Eccomi qua, nella mia comoda dimora, aspettando che passi il Natale! Bah! Che stupida festa, in cui tutti si vogliono bene! Ma per me è diverso! Tutti mi odiano e io odio tutti! E tutti a comprare regali… Pare che si divertano! Non mi sono mai divertito, io!” (da “Il Natale di Paperino su Monte Orso”, (Donald Duck’s Christmas on bear mountain), Four Color Comics n. 178, dicembre 1947; testo e disegni di Carl Barks.

E’ con questa frase che Uncle Scrooge Mc Duck (Zio Paperon de’ Paperoni, come verrà infine battezzato da Mario Gentilini, l’allora direttore di Topolino) esordisce 70 anni fa nell’universo dei paperi Disney, anche se i fumetti sono realizzati e pubblicati dalla Western Printing & Lithographing. Secondo il canone ufficiale, cioè l’albero genealogico pensato proprio da Barks, Paperino è figlio di Ortensia, sorella minore di Zio Paperone, e di Quackmore Duck, uno dei figli di Nonna Papera. Quindi è l’unico nipote in linea diretta dello Zione.

QUADRO BARKS 08 okAll’inizio né l’autore né i redattori della casa editrice puntano a più di qualche comparsata per il vecchio acido e avaro, uno dei tanti personaggi di contorno alle avventure di Paperino – Donald Duck, già in pista per doppiare il successo del primo nato, quel Mickey Mouse – Topolino che, sin dal 1928, aveva conquistato le platee di tutto il mondo grazie al cartoon “Plane Crazy”.

Ma Uncle Scrooge non ne vuole sapere di ruoli secondari e nel 1954, dopo un pugno di storie, conquista una testata tutta sua, che continua a essere pubblicata ancora oggi. Così, l’insopportabile avaro diventa uno dei personaggi di punta dell’universo papero e una tra le più importanti icone del Novecento, contribuendo a catapultare il suo autore nel ristretto Olimpo dei grandi narratori del secolo scorso e, probabilmente, anche di quello attuale.

QUADRO BARKS 07Le avventure di Zio Paperone sono state e vengono ancora oggi raccontate da autori di tutto il mondo che hanno realizzato un numero incalcolabile di storie. Ma non è questo il momento di parlare degli altri, di quel battaglione di migliaia di disegnatori e sceneggiatori che in settant’anni di vita ne ha raccontato le gesta; o delle varie scuole, tipo quella italiana, che hanno caratterizzato il papero più ricco e avaro del mondo. Questa è la celebrazione del compleanno dello Zione, non un’enciclopedia, e vogliamo festeggiarla alla grande dedicando tutto lo spazio a lui e al suo geniale creatore, lasciando perdere il resto.

QUADRO BARKS 01Sin dal suo esordio, Zio Paperone indossa un caratteristico abbigliamento che resterà sempre uguale: redingote, ghette, cilindro, bastone da passeggio e un paio di occhialini senza montatura sopra il becco. Col tempo i coloristi si metteranno d’accordo e la palandrana diventerà ufficialmente blu con i polsini e il colletto rossi, con qualche variazione nelle copertine. Per realizzare il suo personaggio Barks si è sicuramente ispirato a uno degli avari per eccellenza della letteratura: Ebenezer Scrooge protagonista del “Canto di Natale” di Charles Dickens, ma ha anche riproposto il mito americano del self made man, del povero che raggiunge successo, benessere e ricchezza dopo aver praticato decine di lavori, e ci riesce grazie alla sua forza di volontà e al duro lavoro, magari dimenticandosi di santificare le feste, vacanze e divertimenti. Anzi, il suo unico divertimento è quello di fare sempre più soldi. Ma possiamo anche leggerci, come allegoria, l’autobiografia di Barks e delle fatiche che ha affrontato prima di diventare il leggendario uomo dei paperi.

QUADRO BARKS 09Con Zio Paperone, Carl Barks reinventa a modo suo il classico zio d’America: avaro, ricchissimo, irascibile, più propenso a elargire tanti buoni consiglio che dollari, a far lavorare tanto e a pagare poco anche i suoi parenti più stretti, ma che ogni tanto si toglie le sue belle soddisfazioni da uomo, scusate da papero più ricco del mondo. Insomma, uno con un carattere insopportabile ma che devi sopportare in attesa che schiatti (presto) così da intascarne l’ingente eredità.

Ma non basta. Barks crea un suo pantheon particolare, una sua personale versione del modo di raccontare storie a fumetti. E ci riesce facendo indossare una maschera da papero ai personaggi tradizionali della commedia dell’arte, raccontando storie più “umane” e coinvolgenti di quelle che a volte si trovano nella letteratura importante, raccontando di noi, di quello che siamo e di quello che magari saremo potuti essere.

COVER 09Zio Paperone nel corso della sua lunga vita ha svolto decine di mestieri, come appunto il suo creatore, prima di diventare il papero più ricco del mondo, come ama definirsi senza tema di smentita: imprenditore, palazzinaro, finanziere, banchiere, cercatore d’oro, proprietario di linee aeree e marittime, e via elencando. Dite un lavoro e lui lo ha già fatto, pensate a un campo d’affari e lui lo ha già occupato. E con una voglia di vivere e di scoprire sempre nuovi modi di fare soldi che ricorda il suggerimento di Rita Levi di Montalcini per avere una lunga vita: tenere il cervello sempre in esercizio. E quello di Zio Paperone è sempre in movimento, fosse solo per inventarsi un modo per pagare meno il già pagato poco Paperino, magari il nipote prediletto ma non l’erede. Gli eredi designati sono i bisnipoti, i figli di Della, sorella gemella di Paperino. Sono quei saggi e assennati Qui Quo Qua, lontani dalle monellerie iniziali, che sapranno ben gestire un patrimonio inverosimile anche se di fantasia.

COVER 11Zio Paperone lascia la villa dove lo incontriamo la prima volta e si trasferisce nel suo gigantesco deposito costruito sulla collina Ammazzamotori, dove ha accumulato tutta l’ingente fortuna raccolta con suo personale lavoro nel corso di lunghi decenni trascorsi in giro per il mondo a concludere buoni affari. Si tratta di tre ettari cubici di monete, dorate in Italia ma grigie-argento negli Usa, con cui ama trascorrere gran parte suo del tempo libero: le conosce una a una, e di ciascuna è in grado di raccontare come l’ha guadagnata, e ama farci il bagno: “mi piace nuotare nel denaro, come un pesce-baleno, scavarci delle gallerie come una talpa e gettarmelo in testa come una doccia”, dichiara al colmo delle felicità in molte delle sue storie, senza mai rivelare perché riesce a farlo senza farsi male.

Impossibile non citare la Numero 1, (Old Number One) la prima moneta guadagnata all’età di dieci anni, quando faceva il lustrascarpe a Glasgow, nella nativa Scozia. La Numero 1 è il suo portafortuna quasi ufficiale perché il nostro avaro più di una volta ha affermato che i guadagni si ottengono lavorando duramente e non grazie ai talismani. Ricordate Benedetto Croce che non ci credeva ma faceva gli scongiuri? Quasi uguale. Certo è che Amelia, fattucchiera napoletana con casa sul Vesuvio, ci crede, eccome, al potere del talismano e approfitta di ogni occasione per tentare di rubarglielo. Così come non demorde la Banda Bassotti, sempre alla ricerca dell’idea giusta per svuotargli il deposito e sempre sconfitta dall’immarcescibile papero.

COVER 02Nella mitologia di Zio Paperone un posto importante occupano le sue avventure di cercatore d’oro nel Klondike, quando era un giovane povero determinato a diventare ricco che affrontava traversie e combatteva nemici di tutti i tipi. Compreso il suo primo, unico, grande e irrisolto amore: Doretta Doremì, una sciantosa da saloon che tenta di rubargli una grossa pepita d’oro. Il nostro eroe recupera il maltolto ma non può evitare di perdere un pezzo del suo cuore.

Sin da bambino, Carl Barks (Merrill, 27 marzo 1901 – Grants Pass, 25 agosto 2000) ha coltivato la passione per il disegno e l’illustrazione, pur adattandosi ad altri lavori per sbarcare il lunario. Nel 1928 è il Calgary Eye-Opener, giornale umoristico di Minneapolis, a pubblicare le sue prime vignette da professionista. E in questo giornale lavorerà sino al 1935 in veste di redattore tuttofare, raffinando le sue doti di disegnatore e di scrittore.

Risale al 1935 l’avvenimento che cambierà radicalmente la sua vita. Barks, infatti, risponde a un annuncio pubblicato da Walt Disney che cercava nuovi disegnatori per un grandioso progetto che aveva in mente. Dopo aver frequentato un corso per disegno dal vivo e in movimento, viene assunto come intercalatore, cioè realizza i disegni intermedi che devono dare l’idea del movimento tra un fotogramma di partenza e uno di arrivo delle varie scene in cui è diviso un film a cartoni animati.

E non si tratta di un filmetto qualsiasi, ma di “Biancaneve e i sette nani”, tratto dall’omonima fiaba dei fratelli Grimm. Un’opera che sin dall’anteprima viene acclamata come un capolavoro e che segna una svolta epocale nella storia del cinema. Il film, che uscirà nelle sale due anni dopo, detiene tanti record: è il primo lungometraggio a cartoni animati prodotto negli Stati Uniti, il primo interamente a colori, il primo film della Walt Disney Productions, e il primo Classico Disney.

L’incontro di Barks con l’universo dei paperi avviene due anni dopo. Nel 1937, infatti, Paperino assume il ruolo di protagonista del cortometraggio “Modern Inventions”. La regia è di Jack King che si avvale anche della sua collaborazione. Una veloce toccata e fuga che dopo qualche anno diventerà una grande storia d’amore .

COPERTINA ALBO 1 STORIA ZIO PAPERONENell’agosto 1942 su Four Color 9 inizia la collaborazione di Carl Barks con la Western. La casa editrice, che ha già un ampio catalogo di libri e albi con i personaggi Disney, ha bisogno di una storia originale di Paperino per lanciarlo alla grande nei comic book, così da sfruttare anche nelle edicole il successo che il papero più irascibile del mondo sta mietendo sugli schermi cinematografici e nei quotidiani. Ed ecco l’esordio in “Donald Duck Finds Pirate Gold” (Paperino e l’oro del pirata ), realizzata da Barks e da Jack Hanna nei ritagli di tempo.

Sempre nel 1942, per la precisione il 6 novembre, Barks cambia lavoro, dedicandosi all’allevamento dei polli. Molla gli studi Disney perché poco interessato ai film sulla difesa militare che, dopo la scoppola presa al botteghino nel 1940 da “Fantasia”, vengono realizzati per non chiudere i battenti. Mantiene però i contatti con la Western e nel maggio 1943, su Walt Disney’s Comics & Stories n. 32, viene pubblicata “Paperino e il gorilla”, la sua prima scritta e disegnata, il suo esordio come autore completo.

COVER 10In pochi anni Carl Barks diventa uno dei disegnatori più amati dai lettori, anche se il suo nome non viene rivelato al pubblico. Tra le varie versioni sul perché di questa scelta editoriale, riportiamo l’introduzione di Franco Fossati alla sua “Carl Barks Guide” (Libreria dell’immagine – Comic Art, Milano, 1992): “E’stato a lungo un perfetto sconosciuto. “Molti – ha detto, con grande modestia, nel corso di un’intervista – lo ritengono ingiusto. Comunque era una di quelle situazioni in cui se io fossi stato popolare e avessi ricevuto un mucchio di posta dagli ammiratori non avrei avuto tempo per scrivere le storie, le avrei realizzate peggio e avrei cominciato a pensare di essere troppo bravo e avrei perciò prodotto delle brutte storie”.

Inoltre, avrebbe potuto chiedere un aumento, cosa che per l’editore non era neanche lontanamente sognabile. Barks sarà comunque assunto dalla Western nel 1958, grazie alle vendite stratosferiche di Walt Disney’s Comics and Stories, che presenta ogni mese in apertura di albo una sua storia di Paperino, e che nel periodo di massimo splendore vende tre milioni di copie a numero.

Solo dall’agosto 1968, il nome di Carl Barks inizia a essere conosciuto. Apripista è quel gioiellino editoriale intitolato “Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni, numero 170 degli Oscar Mondadori, curato da Mario Spagnol , con un’introduzione di Mario Gentilini e una prefazione di Dino Buzzati, che presenta alcune tra le più belle storie di Barks, di cui viene rilevato il nome per la prima volta al mondo. Buzzati, che l’anno dopo pubblicherà “Poema a fumetti”, un capolavoro che ha aperto in Italia la strada alle graphic novel, scrive una prefazione che è ancora oggi un colpo diretto a quanti storcono il naso quando si parla di comics: “Colleghi e amici, quando per caso vengono a sapere che io leggo volentieri le storie di Paperino, ridono di me, quasi fossi rimbambito. Ridano pure. Personalmente sono convinto che si tratta di una delle più grandi invenzioni narrative dei tempi moderni”. Così il fumetto disneyano, ma non solo, entra di diritto nello scaffale “importante” della biblioteca degli italiani, in una collana che propone tutti i più importanti scrittori dell’Ottocento e del Novecento.

COVER 01Se Zio Paperone resta il suo personaggio più famoso, nel corso della sua lunga carriera Barks realizza oltre 660 avventure con i paperi, inventando sempre nuovi personaggi per il pantheon disneyano. Ne ricordiamo alcuni, citandoli in ordine di apparizione. Ciccio (Gustav Goose, 1939 in tandem con Harry Reeves); Mr. Jimmy Jones (1943); Gastone Paperone (Gladstone Gander, 1948); Gongoro (Bombie, 1949); la città Testaquadra (Plain Awful, 1949); la Banda Bassotti (Beagle Boys, 1951); le Giovani Marmotte (Junior Woodchucks, 1951); Archimede Pitagorico (Gyro Gearloose, 1952); Edi (Helper, 1952); la strega Nocciola Vildibranda Crapomena (Witch Hazel, 1952); Doretta Doremì (Glittering Goldie, 1953); Emy, Ely, Evy (April, May, June, 1953); Gu, l’abominevole uomo delle nevi (Gu, 1955); Cuordipietra Famedoro (Flintheart Glomgold, 1956); Amelia (Magica De Spell, 1961); John Davison Rockerduck (1961); il Fantasma della Cattedrale (The Phantom of Notre Duck, 1965); Paperon-Scià (King Scrooge the First, 1967).

Nel luglio 1967 Barks va in pensione e Uncle Scrooge n. 70 pubblica quella che dovrebbe essere la sua ultima storia:“Zio Paperone e la gemma anatema” (Uncle Scrooge “The Doom Diamond”). Ma non è cosi perché sia i fan, sia la sua voglia di raccontare non gli faranno mai smettere del tutto di dedicarsi alle avventure dei paperi. Il suo sarà un ritiro come quello dei grandi divi, con tanti ritorni in scena per concedere e concedersi l’ennesimo ultimo bis. Tra remake, vecchie sceneggiature con nuovi disegni, storie inedite e collaborazioni varie, questo ritiro mai definitivo dura più di trent’anni sino ad arrivare al novembre 2000, quando la Disney Italia pubblica in anteprima mondiale, su Tesori 3, l’ultima storia realizzata dall’uomo dei paperi pochi mesi prima della sua morte: “Somewhere in Nowhere” (Da qualche parte in mezzo al nulla), sceneggiata assieme a John Lustig e disegnata da Pat Block.

Da semi-pensionato Barks coltiva l’hobby della pittura ma non dimentica i suoi personaggi. Dal 1971 riceve dalla Disney l’autorizzazione per realizzare una serie di quadri a olio ispirati, appunto, alle più belle storie che ha scritto per i paperi. Questa produzione rinnova l’interesse dei fan e i quadri raggiungono quotazioni altissime, tanto che nel 1998 un collezionista spende per una sua opera la “modica” cifra di mezzo milione di dollari.

COVER 04Quarant’anni sono sempre un traguardo importante e il 1987 rappresenta veramente un anno importante per Paperone, grazie a due iniziative, una italiana e l’altra made in Usa. In dicembre, la Mondadori, che allora aveva i diritti Disney in Italia, lancia la rivista “Zio Paperone” che presenta una versione integrale, curata e annotata di tutte le storie di Barks, con dietro un lavoro maniacale e certosino realizzato da grandi appassionati della sua opera. Lavoro continuato dalla Disney Italia e dalla Panini, che all’ultima edizione di Lucca Comics ha anche festeggiato i 70 anni dello Zione.

Negli Stati Uniti, il 18 settembre 1987, su Disney Channel va in onda la prima puntata di Duck Tales, con trame che si ispirano ai personaggi e alle storie di Barks. Il successo è enorme e la serie è tra le più apprezzate e rimpiante dagli appassionati. E per questi 70 anni dorati del nostro Zione non poteva mancare il reboot. Una nuova serie di Duck Tales, infatti, ha esordito il 12 agosto scorso negli Usa ottenendo il solito clamoroso successo, mentre in Italia sarà trasmessa da domenica 26 novembre, candidandosi, ovviamente, a battere tutti i record di ascolti.

Kategorije: Italija

Pesco, la Difesa europea diventa realtà

Sre, 15/11/2017 - 12:32

pescoLunedì 13 novembre, da 23 Paesi dell’Unione Europea, è stato firmata la richiesta di aderire alla Cooperazione Strutturata Permanente sulla Difesa. In gergo comunitario, PeSCo. Prevista dal Trattato di Lisbona del 2007 (entrato in vigore nel 2009), era praticamente “una bella addormentata nel bosco” (Juncker). Macron, nella primavera di quest’anno, è tornato con enfasi a parlare di Esercito europeo. La questione era sostanzialmente ferma dal 2009 per due motivi: la forte opposizione britannica al progetto di una difesa unica europea e la presenza, oramai storica, dell’ombrello NATO e la consuetudine alla collaborazione in tema di difesa, da parte degli europei, sotto questa veste.

Scenario mutato. Con la Brexit , esce di scena il paese che ha maggiormente lottato per il mantenimento della sovranità militare in ambito nazionale. Poi, Trump è entrato in scena mostrando insofferenza per la spesa NATO, giudicata eccessiva e soprattutto sulle spalle degli americani. Chiaro e tondo, ha detto agli europei: “Impegnatevi di più”. Inoltre, anche l’ascesa della potenza militare russa, la sua non nascosta ambizione di egemonia sullo scenario mondiale, pone serie riflessioni all’Europa. Anche in termini d’immagine e rappresentatività, quando si tratta di strutturare e partecipare a interventi regolatori e pacificatori ( ora le guerre striscianti si chiamano così), è sembrata più un’Armata Brancaleone che una Comunità.

Pesco o non pesco. Non hanno aderito a Pesco : Malta, Irlanda, Danimarca, Portogallo e …Regno Unito (al momento è ancora parte della UE). Formalmente Pesco diventa realtà dopo l’approvazione a maggioranza qualificata da parte del Consiglio Affari Esteri UE, il voto è previsto per il prossimo 11 dicembre. Il processo decisionale si muoverà su due livelli: quello complessivo, che coinvolgerà il Consiglio, e in cui le decisioni saranno prese all’unanimità tra i Paesi partecipanti alla Pesco; e poi un livello specifico, all’interno di singoli progetti, a livello dei paesi che vi parteciperanno. L’obiettivo di Pesco è proprio la partecipazione a progetti di ottimizzazione delle risorse e di raggiungimento di una maggiore efficacia. Anche pianificare il coordinamento delle forze militari degli Stati membri impegnati in territori extra UE. Teniamo conto che la Commissione UE ha già istituito un Fondo Europeo per la Difesa. Mancano politiche e organizzazione, strutture di coordinamento. Ecco quindi i primi passi, anche se, come per le politiche monetarie ed economiche, c’è sempre questa timidezza di fondo: si parte prima dall’organizzazione, dai tecnici e la politica dà l’impressione di tentennare, di aspettare per vedere cosa ne salterà fuori. Per ora, il processo decisionale sia sui progetti che sulle strategie rimane in capo ai singoli governi degli Stai membri.

I vantaggi di una Difesa europea. La questione di fondo è se vogliamo o meno costituire gli Stati Uniti d’Europa, se vogliamo veramente un’Europa politica, non solo monetaria e parzialmente economica. Se l’Europa diventa la nostra casa comune, va da sé che la Difesa deve essere comune, con un comune esercito europeo. Di fronte a noi, non abbiamo solo la sfida di contenere i costi e di essere più efficienti. Ci sono anche le sfide comuni (terrorismo, ISIS, migrazioni, attacchi cibernetici e finanziari), che trovano i singoli sempre più impreparati. Proprio pensando alle “guerre sottili”, alla soft war costituita dal dilagare di attacchi cibernetici a Internet, alle fake news, agli attacchi finanziari occulti e palesi, alle strategie di subdoli attacchi chimici e biologici, l’essere uniti, poter mettere le conoscenze a fattor comune, è un gran vantaggio. Quando parliamo di Difesa, non dobbiamo pensare solo agli armamenti. Certo la forza, la potenza reale degli armamenti, il dominio territoriale sono ancora determinanti. Ma anche questi equilibri stanno mutando. Alla forza, si sta affiancando qualcosa di meno evidente, più impalpabile, ma egualmente dannoso. Lo sviluppo vertiginoso della Rete, dei social , della finanza globale, ci dice che le guerre si combatteranno anche su altri fronti e con armi più soft e virtuali. Proprio quest’ultimo aspetto mi fa pensare che anche alle donne saranno più che mai aperte le porte alla carriera militare.

In ultimo, un aspetto fondamentale: una Difesa comunitaria, porta con sé, richiede con forza, una Politica Estera comune.

Isabella Ricevuto Ferrari

Kategorije: Italija

Mobilità: Pastorelli (Psi), legge bici è cambio prospettiva

Tor, 14/11/2017 - 19:55

 “La mobilità in bicicletta diverrà presto componente essenziale di qualsiasi piano urbanistico. La legge votata oggi dalla Camera, dunque, rappresenta un vero e proprio cambio di prospettiva in grado di metterci al passo dei grandi paesi europei”. Lo afferma Oreste Pastorelli, deputato del Psi e componente della commissione Ambiente della Camera, nel corso delle dichiarazioni di voto a Montecitorio sulla pdl inerente allo sviluppo della mobilità in bicicletta. “A questa sfida – prosegue – si lega quella più generale di una maggiore ecosostenibilità delle città, che non può che passare attraverso la promozione di sistemi di locomozione alternativi, come appunto la bici. Il provvedimento, quindi, potrà imprimere una spinta decisiva verso nuovi modelli urbanistici e culturali. Quello della sostenibilità ambientale è un obiettivo ambizioso, che da tempo noi socialisti portiamo avanti in Parlamento, tramite la presentazione di svariati atti che vanno proprio nella direzione della mobilità alternativa e dell’abbassamento delle emissioni di Co2”.

Kategorije: Italija

Svolta assemblea Psi Sezione Castellamonte e Canavese

Tor, 14/11/2017 - 19:31

Si è tenuta l’assemblea del PSI Sezione Castellamonte e Canavese sotto la Presidenza del Sen. Eugenio BOZZELLO VEROLE che dopo aver intrattenuto gli iscritti sulle vicende di carattere Nazionale, Regionale e Locale ha proceduto alle nomine che qui di seguito né diamo specifica:

Presidente : Sen Eugenio BOZZELLO VEROLE,

SEGRETARIO: Orazio Cav. MORGANDO VIGNA

Segreteria:
Carmine CENTOLANZE, Carmelo ORIFICI, Andrea MEDAGLIA, Mauro FASSO

Il Direttivo della Sezione PSI Castellamonte e Canavese è oltre alla Segreteria composto da: Vladimiro TRIONE, Elio VIRONDA, Giacomo LUCCO CASTELLO, Giovanni TRUCHETTO, Roberto BOZZELLO VEROLE

Per mantenere vivi i contatti con la cittadinanza locale e le Istituzioni abbiamo costruito un portale su internet dedicato alle problematiche di carattere Locale e non che di volta in volta si pongono. Ovviamente il tutto è coordinato da un comitato di Redazione che è così composto:
Sen. Eugenio BOZZELLO VEROLE, Orazio Cav. MORGANDO VIGNA, Andrea MEDAGLIA, Mauro FASSO

Il domino già  attivo ed è : www.socialisticastellamonte.it  e nel suo interno ci sono due sezioni così divise: Una dedicata alla attività politica della Sezione e alle News della Città di Castellamonte e delle sue frazioni, dove inoltre nel suo interno trova spazio un vero e proprio giornalino “ON LINE” chiamato AVANTI…. CASTELLAMONTE  che sarà aggiornato con cadenza quindicinale e inviato agli iscritti attraverso una newsletter. Nel suo interno ci saranno oltre alle notizie di carattere politico locale e regionale anche uno spazio dedicato alla Storia di Castellamonte con le sue Frazione e del Canavese. Resta inteso che ci sarà qualche novità importante sarà nostra premura darne comunicazione attraverso le NEWS del Sito. L’altra Sezione è dedicata all’attività politica del Presidente Sen Eugenio Bozzello Verole che in quest’ anno ha festeggiato i suoi 70 anni di tessera del PSI, una sezione che conterrà tutta la sua attività da Consigliere Comunale a Questore del Senato e che sarà aggiornata con cadenza mensile. Per ogni ulteriore informazione in merito è possibile contattare il Segretario della Sezione Orazio Cav MORGANDO al numero 3484432033. SEGRETERIA SEZIONE DI CASTELLAMONTE E CANAVESE
Kategorije: Italija

Nencini: “Per il centrosinistra è tempo di responsabilità”

Tor, 14/11/2017 - 19:21

Camera fiduciaSi apre il dibattito nel centrosinistra in vista delle prossime elezioni politiche. La legislatura vede la sua fine naturale nella prossima primavera. Dopo la bocciatura da parte della Consulta dell’Italicum, i partiti si trovano a confrontarsi con un altro sistema elettorale, quello previsto dal Rosatellum bis che, al contrario del sistema cassato, rimette al centro il ruolo delle coalizioni capovolgendo di fatto l’impostazione voluta inizialmente da Renzi. Ovviamente i programmi sono al centro di ogni campagna elettorale, ma altrettanto ovvio è che i partiti si attrezzano a seconda del sistema di voto. E in Italia, sappiamo, che le leggi elettorali sono spesso soggette a cambiamenti. Dopo gli anni di proporzionale della prima Repubblica, si è passati al Mattarellum, poi al Porcellum, successivamente all’Italicum (approvato ma mai usato) e infine al Rosatellum bis. La direzione del Pd di lunedì scorso ha rimesso al centro il ruolo delle coalizioni con il riconoscimento da parte del segretario Dem della necessità di allargare il campo. Concetto rilanciato anche nella e news del segretario: “Siamo pronti a fare un’alleanza larga senza mettere veti, senza personalismi”.

“Per il centrosinistra è tempo di responsabilità, per non consegnare il Paese alle destre o al populismo” ha detto il Segretario del Psi, Riccardo Nencini, intervenendo nel dibattito sulle alleanze. “Bisogna contare in una coalizione larga”- ha aggiunto – “che comprenda i centristi, le forze riformiste, laiche, ambientaliste ed europeiste e scrivere urgentemente un programma comune che parta dalle cose buone fatte dagli ultimi due governi, per sottoscriverlo con gli italiani. Noi stiamo lavorando per questo”- ha proseguito. Mi auguro che presto si possa discutere insieme attorno ad un tavolo e fissare dei paletti sul programma: tutela del lavoro a tempo indeterminato, Europa federale con un unico ministro del tesoro europeo, inserire la casa tra i pilastri del nuovo welfare, riforme istituzionali da affrontare con una Assemblea Costituente. La proposta avanzata ieri da Renzi è convincente. In concreto la discuteremo nelle prossime ore quando lo incontreremo” – ha concluso.

L’apertura di Renzi verso una coalizione elettorale ampia è stata valutata positivamente anche dal coordinatore nazionale dei Verdi Angelo Bonelli: “Abbiamo chiesto un incontro per verificare le compatibilità programmatiche che sino ad oggi sono state difficili tra Verdi e PD. Riteniamo che in questa fase difficile per il Paese, che rischia di consegnare il paese alle peggiori destre e alla demagogia, sia necessario che prevalga il senso di responsabilità. Noi questa responsabilità la sentiamo e la vogliamo praticare ma è necessario che si sia un ascolto vero alle istanze ecologiste. Per noi la priorità è affrontare il tema dei cambiamenti climatici, questo vuol dire un Piano strutturale sul consumo suolo, un Piano energetico 100% rinnovabili e uno sulla mobilità sostenibile, politiche diverse nelle politiche ambientali ed economiche alle crisi industriali del nostro paese e un piano per la tutela della biodiversità”. “Proprio per questo – ha concluso Bonelli – è in programma nei prossimi giorni un incontro tra i Verdi e il PD. I Verdi lavorano anche affinché continui l’importante e coraggioso lavoro di Pisapia con Campo Progressista e per unire i Radicali italiani e i socialisti in una grande lista europeista, ecologista e dei diritti”.

Nel dibattito è intervenuto anche l’ex segretario del Pd Piero Fassino. “Sto lavorando in queste ore – ha detto – a un’agenda di incontri con i segretari di partito e gli esponenti di tutto l’arco del centrosinistra. Da domani inizierò un primo giro di colloqui che avranno carattere istruttorio per valutare insieme ai miei interlocutori come proseguire un confronto che possa portare alla costruzione di un centrosinistra inclusivo e largo”. “Contatti sono in corso con Campo progressista, Articolo 1-Mdp, Possibile, Sinistra italiana, Radicali italiani, Verdi, Italia dei valori, Socialisti. Naturalmente – ha spiegato Fassino – gestirò gli incontri in contatto quotidiano con Renzi, il vicesegretario Martina, il coordinatore Guerini e con gli altri dirigenti della segreteria e delle minoranze del Partito democratico”.

Ginevra Matiz

Kategorije: Italija

OMBRE EUROPEE

Tor, 14/11/2017 - 18:52

katneinPierre Moscovici giovedì scorso aveva escluso che le deviazioni previste dal percorso di riduzione del deficit strutturale possano avere “conseguenze procedurali” per l’Italia, nella valutazione sui conti pubblici che Bruxelles presenterà mercoledì prossimo. Ma oggi è la tirata d’orecchie del vicepresidente della Commissione europea, Jyrki Katainen, responsabile per crescita, lavoro e investimenti. “Decideremo la prossima settimana. Ma il fatto che la situazione in Italia non stia migliorando possono vederlo tutti dalle cifre”, ha detto Katainen, rispondendo ai giornalisti durante il resoconto della riunione odierna della Commissione a Strasburgo. Il collegio dei commissari, in effetti, ha discusso oggi in modo preliminare, senza prendere decisioni, delle proposte di bilancio presentate dai diversi paesi Ue. Katainen peraltro non è il vicepresidente direttamente competente della linea della Commissione sui conti pubblici dei Paesi, questo compito è invece supervisionato dal lettone Valdis Dombrovskis.

A un giornalista che chiedeva a quali cifre si riferisse Katainen, visto che proprio oggi i dati Istat indicano il Pil in crescita dello 0,5% nel terzo trimestre 2017, rispetto al trimestre precedente, e dell’1,8% rispetto allo stesso periodo del 2016, il vicepresidente della Commissione ha risposto: “Mi riferisco alle cifre delle previsioni economiche della Commissione (pubblicate il 9 novembre scorso, ndr) e alla deviazione in termini di deficit strutturale” da parte dell’Italia. Infine, a chi chiedeva se fosse d’accordo con il collega Moscovoci, sulle assicurazioni da lui date secondo cui “la deviazione” prevista per l’Italia non avrà conseguenze procedurali, Kakainen ha risposto ripetendo che “adotteremo la nostra decisione la settimana prossima. Ma il nostro orientamento di base – ha concluso – è che dobbiamo essere onesti e far sapere ai cittadini qual è la situazione effettiva”.

Parole a cui ha replicato il sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi: “Noi diciamo sempre la verità agli italiani, non so cosa volesse dire Katainen, e siamo anche fiduciosi che il progetto di legge di bilancio vada nella giusta direzione: la nostra posizione è conforme agli obiettivi comuni e agli impegni perseguiti dall’Italia. Come sempre – ha aggiunto Gozi – il dialogo con la Commissione andrà avanti e arriveremo a una soluzione positiva”.

Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan difende la legge di Bilancio: “E’ una legge solida, utile al Paese e conforme alle regole”. E sui rilievi del commissario Europeo Jyrki Katainen afferma: “Non rispondo a Katainen ma rispondo con quanto ho già detto molte volte in passato: con la commissione c’è un rapporto di collaborazione continua, se ci saranno osservazioni sulla legge di Bilancio, ne terremo conto. Ma comunque ripeto che è una buona legge”.

Intanto la manovra continua il suo percorso in Parlamento. Domani, 15 novembre, alle ore 17.30 si terrà presso la sala stampa della Camera dei deputati una conferenza stampa del Psi per presentare un emendamento alla Legge di Bilancio, depositato a prima firma del capogruppo socialista al Senato, Enrico Buemi. L’emendamento “è volto a garantire un piano di superamento del precariato negli Enti Pubblici di Ricerca (EPR) vigilati dal Miur e prevede la possibilità di trasformare rapporti lavorativi a tempo determinato istituiti su fondi ordinari in contratti a tempo indeterminato, senza oneri aggiuntivi per la spesa pubblica. Non essendo stata consentita per anni un’adeguata pianificazione a medio-lungo termine delle attività di ricerca, il precariato rappresenta una barriera alla capacità di imporsi nel panorama della ricerca internazionale e allo sviluppo di un’economia basata sulla conoscenza. Stabilizzare il personale precario consentirebbe di invertire questa tendenza e di rilanciare il ruolo degli EPR”. Alla conferenza stampa parteciperanno: Enrico Buemi, capogruppo Psi al Senato, Pia Locatelli, Capogruppo del Psi alla Camera dei deputati; Oreste Pastorelli, deputato e Tesoriere del Psi. Interverrà anche una delegazione del gruppo PU-CNR composta da: Marco Girolami, Danilo Durante, Principia Dardano, Giovanna Occhilupo.

Kategorije: Italija

Al Teatro Vittoria Roberto Herlitzka in scena con il De Rerum Natura

Tor, 14/11/2017 - 18:25

Roberto HerlitzkaAl Teatro Vittoria venerdì 17 novembre (replica il 18, sempre ore 21) andrà in scena De Rerum Natura, protagonista Roberto Herlitzka impegnato nella triplice veste di voce recitante, regista e traduttore della celebre opera di Lucrezio Caro, un ponte fra conoscenza, riflessione filosofica, pensiero scientifico e arte poetica. Lo spettacolo – una coproduzione Festival di Nuova Consonanza, Romaeuropa Festival e Istituzione Sinfonica Abruzzese – vedrà dialogare Herlitzka con la musica, tutta in prima assoluta e ispirata ai versi di Lucrezio, di quattro compositori d’oggi: Ivan Vandor (Nouvelles errances), Lamberto Macchi (Prima quell’ira), Matteo D’Amico (L’umano senso) ed Enrico Marocchini (Le cose illuminan le cose), quest’ultimo anche direttore dell’Orchestra Sinfonica Abruzzese cui è affidata l’esecuzione dei brani. La serata sarà preceduta alle ore 20 da un incontro con gli artisti.

“I motivi del ‘De rerum natura’ che mi hanno affascinato – racconta Herlitzka – sono quasi impossibili da definire. Si tratta di un poema gigantesco sul cosmo e sui fenomeni scientifici ma caratterizzato da una grande poesia lirica. La bellezza sta proprio nell’intreccio di narrazione scientifica e forma poetica, resa possibile grazie alla grandezza del poeta Lucrezio anche nel descrivere fenomeni fisici e cosmici”. E sulle musiche in programma spiega: “Non conoscerò le musiche fino al giorno in cui andremo in scena. Questo perché non stiamo presentando un melologo; non vi sarà sovrapposizione tra musica e recitazione, ma un dialogo, un intervallarsi di questi due elementi. Ebbi già l’occasione di lavorare con  Enrico Marocchini. Sono molto lusingato del fatto che abbiamo trovato in questi versi materia di ispirazione proponendomi questa collaborazione. Suppongo che siano stati attratti dall’andamento musicale della traduzione, poiché le terzine rimate in stile dantesco suggeriscono un vero e proprio flusso musicale. Le rime sono una mia sconfinata passione poiché instaurano nel testo una forza musicale, delle vere e proprie necessità uditive in chi ascolta. E questo è ancora un altro dei motivi per i quali ho deciso di lanciarmi in quest’impresa di traduzione del ‘De rerum natura’ in rime dantesche”.

“Lo spettacolo – prosegue Marocchini – si basa su testi tratti dal Primo Libro dell’opera di Tito Lucrezio Caro, tradotti in volgare da Roberto Herlitzka, che «per amore del verso e nostalgia della lingua italiana ha compiuto una versione in terzine dantesche» dell’opera del grande poeta latino. Il concerto vuole essere una riflessione sull’eternità del linguaggio poetico, partendo dalla speculazione filosofica di Epicuro, che è alla base del pensiero di Lucrezio, dove è assioma fondamentale che nulla nasca dal nulla, e nulla finisca nel nulla. Un principio che viene ribadito nella nota lettera a Meneceo, che riassume in maniera esemplare l’indagine da cui partirà Lucrezio nella sua ricerca: «Prima di tutto considera l’essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ci è innata. […] L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l’inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell’immortalità». Dalla “verità liberatrice” di Epicuro, Lucrezio riesce con il suo poema a realizzare un ponte fra conoscenza, riflessione filosofica, pensiero scientifico e arte poetica. E su questi temi si innescherà il rapporto fra la poesia che indaga la natura, e la musica che si immerge nel ‘sacro’ e nel tempo sconfinato. Da qui partiranno le quattro composizioni, in prima esecuzione assoluta, in cui sarà scandito il testo di Lucrezio, dove ogni autore avrà modo di misurarsi con il grande significato etico e poetico dell’opera”.

Il 54° Festival di Nuova Consonanza è realizzato con il contributo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo – Direzione Generale Spettacolo e Direzione Generale Biblioteche e Istituti Culturali, della Regione Lazio – Assessorato alla Cultura e alle Politiche Giovanili e di Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, nell’ambito dell’Avviso pubblico “Contemporaneamente Roma 2017”, con il sostegno della SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori.
Anche quest’anno proseguono le coproduzioni e collaborazioni prestigiose come quelle con la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, il MACRO, Zétema, l’Ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia, il Festival Romaeuropa, il Reate Festival, Roma Sinfonietta, Opera InCanto, la Fondazione Teatro Palladium – Università degli Studi Roma Tre, l’Orchestra Sinfonica Abruzzese, il Conservatorio di Musica Santa Cecilia di Roma e il Conservatorio di Musica Ottorino Respighi di Latina, il Goethe-Institut Rom, il Forum Austriaco di Cultura a Roma e, per la prima volta, il Teatro di Roma, a sancire ancora una volta la dimensione interculturale del fare musica oggi.

Kategorije: Italija

Freddo, vento, gelo? Ecco il bollito misto!

Tor, 14/11/2017 - 18:07

bollitoE ti pareva che freddo, nebbia e intemperie non arrivassero puntuali a far lo sgambetto al nostro sistema immunitario! Comunque, per rendergli la “vita difficile” e allo stesso tempo per coccolare pancia e cuore – un piatto di bollito misto potrebbe essere una buona idea. Bollito (o lesso!) che a pieno titolo fa parte del patrimonio culinario nostrano, e a discapito di anni e anni di onorata carriera non ne vuol sapere di andare in pensione. In più – è una pietanza semplice da farsi, e ciò la rende particolarmente “gettonata”. Per cui “l’imperativo” è vestirsi pesante e “addentare” il prima possibile una razione fumante di bollito misto! A tal proposito il prossimo 7 dicembre, a Carrù (Cuneo), si terrà l’edizione numero 107 della “Fiera Nazionale del Bue Grasso” (la prima ebbe luogo nel lontano 1910) – appuntamento davvero imperdibile per gli amanti del bollito e in generale delle cose buone!
Caspita, fa piacere che nonostante i morsi ferini della crisi, il consumatore non dica no ad una porzione di carne lessa – tutt’al più in compagnia di sottaceti o una “morbida” purea di patate! Ciò significa che per gli italiani mangiar bene è ancora un aspetto importante, che strizza l’occhiolino a salute e benessere. A parte questo, il bollito è da sempre “un must” per tutti quei buongustai che si considerano tali. A dire il vero questa ricetta non è mai finita nel dimenticatoio, né ha dimostrato timidezza verso preparazioni più blasonate. In poche parole, la cucina tradizionale, quella di nonne e mamme riesce sempre a farci venire l’acquolina in prima battuta. Ma veniamo al lesso che deve avere delle imprescindibili caratteristiche, per cui all’appello non mancheranno il cotechino (o lo zampone), la gallinella, la testina di manzo, la lingua, il fiocco di punta, la coda, il cappello del prete e la fesa di spalla. Ovvio che il cotechino avrà una cottura personale, idem per la gallinella e lo stesso dicasi per i tagli di manzo destinati a comporre il piatto di lesso, in pratica, ognuno nel suo “pentolone”.
Ci sono, tuttavia, due ingredienti “extra” da non scordare, ovvero la calma e la pazienza. Per cui l’idea balzana di alzare la fiamma per far prima non va presa mai in considerazione – se si vorrà realizzare un bollito degno d’esser tale. Va detto che qualche furbacchione s’illude che questa preparazione sia una banalità da fare a occhi chiusi. Falso! Facile sì, ma a condizione di rispettare regole e istruzioni per l’uso. E comunque, se si è alle prime armi o non si ha mai avuto occasione di cimentarsi con il bollito, armarsi di un ricettario di cucina, oppure chiedere istruzioni ai più esperti – al fine di non rovinare tutto l’ambaradan. Ogni passaggio ha la sua importanza: la quantità d’acqua, la temperatura della stessa, gli ortaggi e gli odori adoperati per insaporire la carne e tante altre sacre “piccolezze”! Come regola generale per un bollito da intenditori la carne va immersa nell’acqua calda, in modo che mantenga caratteristiche organolettiche e sapore. Quando sarà cotta, lasciarla raffreddare a temperatura ambiente – magari avvolta in uno strofinaccio pulito prima inumidito con acqua fredda. Evitare di affettare la carne “a caldo”. Senza fretta, lasciando che “la calura” del manzo si abbassi il taglio al coltello sarà ottimale, e le fette di manzo si presenteranno in modo urbano e non a brandelli come se fossero passate sotto le grinfie di qualche “barbaro”. Quindi si procederà all’allestimento della pirofila con la carne (dal manzo alla gallinella!), se fa piacere con qualche piccola decorazione, ad esempio, delle carote lessate e poi tagliate a listarelle, oppure qualche ciuffo di prezzemolo fresco che darà vivacità al tutto. Insomma, porte aperte ad estro e fantasia.
Per quanto riguarda i contorni magnifico il purè di patate, la verdura cotta in padella (spinaci, catalogna, bieta), le carote glassate o i cipollotti in agrodolce. Ortaggi a parte è assolutamente opportuna la presenza di salse specifiche e altri golosi “artifici” per non farsi mancar nulla, tra cui la salsa verde, la senape, la maionese, il cren, la giardiniera, la salsa di mele e la mostarda. Ed ecco, in epilogo, la domanda che non manca mai, e cioè quale vino? In linea di massima un rosso abbastanza giovane, non particolarmente strutturato e perché no, anche frizzante – poiché regala una sensazione di freschezza visto che nella portata ci sono il cotechino e talvolta lo zampone. L’importante che l’accostamento sia calibrato e intrapreso con il cuore per non far pasticci; anche in questo caso se ci sono dubbi chiedere è sempre cosa buona e giusta. Così facendo si darà origine ad un “matrimonio” che solleticherà il palato e anche l’anima.
Naturalmente il vino va sempre assunto con moderazione!

Stefano Buso

Kategorije: Italija

Pil accelera, Gentiloni: “Non dilapidare risultati”

Tor, 14/11/2017 - 18:06

gentiloni padoan

La crescita in Italia c’è e si rafforza: il Pil accelera nel terzo trimestre secondo i dati diffusi dall’Istat che conferma le stime del governo e della Banca d’Italia. Soddisfatto il governo con il premier, Paolo Gentiloni che invita a “non dilapidare i risultati”. Tra luglio e settembre il prodotto interno lordo, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,5% rispetto al trimestre precedente (contro il +0,3% di aprile-giugno) e segna la tredicesima variazione congiunturale positiva consecutiva. La crescita tendenziale del Pil si attesta all’1,8%, la piu’ alta da oltre sei anni, ovvero dal secondo trimestre del 2011 quando aveva toccato +2,6%. Il valore assoluto di 400,547 miliardi di euro è al top dal quarto trimestre del 2011. La variazione acquisita per il 2017 è pari a +1,5%.

La variazione congiunturale è la sintesi di una diminuzione del valore aggiunto nel comparto dell’agricoltura e di un aumento nei settori dell’industria e dei servizi. Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo sia della componente nazionale (al lordo delle scorte), sia di quella estera (esportazioni al netto delle importazioni). Nello stesso periodo il PIL e’ aumentato in termini congiunturali dello 0,7% negli Stati Uniti, dello 0,5% in Francia e dello 0,4% nel Regno Unito. In termini tendenziali, si è registrato un aumento del 2,3% negli Stati Uniti, del 2,2% in Francia e dell’1,5% nel Regno Unito.

Rallenta invece l’inflazione: a ottobre l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi, diminuisce dello 0,2% su base mensile e aumenta dell’1,0% rispetto ad ottobre 2016 (era +1,1% a settembre), confermando la stima preliminare. Il lieve rallentamento, spiega l’Istat, è dovuto quasi esclusivamente all’inversione di tendenza dei prezzi dei servizi vari (-1,1%, da +0,6% di settembre), dovuta al forte calo di quelli dell’istruzione universitaria a seguito dell’entrata in vigore delle nuove norme sulla contribuzione studentesca introdotte con la Legge di Stabilità.

Tornando al Pil, l’esecutivo, alle prese con la manovra, incassa i risultati ottenuti. “L’economia italiana accelera e lo fa per merito delle famiglia, delle imprese e dei lavoratori”, commenta il presidente del Consiglio, Gentiloni. “I governi – aggiunge – hanno cercato di incoraggiare questa spinta ma se la crescita è dell’1,8% quando le previsioni erano pochi mesi fa dello 0,8%, questo è perché il sistema si è rimesso in moto. Di questo dobbiamo essere orgogliosi”. Ora “non dobbiamo dilapidare questi risultati ma insistere e accelerare ancora lungo questa strada. Il governo – assicura infine – farà la sua parte e una parte rilevante della manovra è il pacchetto impresa 4.0”. Da Londra il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan twitta: “Oggi a Londra anche per ricordare agli investitori che dal 2014 in Italia PIL pro capite cresce più che altrove”.

Il ministro per lo sviluppo economico Carlo Calenda, invita ad andare avanti con gli investimenti. Mi pare che il paese si è messo in marcia. Anche se c’è da fare ancora molto e soprattutto non sciupare, come ha detto giustamente Gentiloni, quello che si è fatto”, afferma. “Bisogna continuare a insistere su investimenti, stimoli agli investimenti privati e investimenti pubblici. È questa la chiave di volta”. “I dati sono positivi – sottolinea Calenda – l’Italia sta camminando, ma bisogna fare attenzione a non perdere l’abbrivio, bisogna continuare a mettere al centro gli investimenti”. Su Twitter il segretario del Pd, Matteo Renzi, rivendica quanto fatto: “Quando siamo partiti il Pil era al 2% ma aveva il meno davanti: -2%. Istat oggi dice che nell’ultimo anno il Pil è stato quasi al 2%, ma ha il più davanti: +1.8%. Il tempo dimostra chi aveva ragione: non si molla, avanti assieme”.

Luigi Grassi

Kategorije: Italija

Bambini sempre più poveri, ma la scuola non aiuta

Tor, 14/11/2017 - 17:49

scuola-bambini-zainoUna volta era la scuola il punto di traino e di riscatto per le generazioni future delle classi meno abbienti, adesso però non sembra riuscirci più. Save the Children, attraverso l’Atlante dell’infanzia a rischio “Lettera alla scuola” presentato oggi a Roma, mette in luce l’aumento in Italia di bambini che vivono in povertà assoluta. Nemmeno la scuola riesce a colmare il gap socio-economico che c’è tra loro e chi è più fortunato. Valerio Neri, direttore generale di Save the Children: “Oggi continuiamo a trovarci di fronte a una scuola che, a volte, alimenta le disparità. Deve essere riconosciuto il diritto di tutti i bambini a un’eguale istruzione, a prescindere dal contesto sociale e economico in cui vivono. Ogni bambino ha il diritto di essere protagonista ed essere ascoltato”.
Nel 2016, ricorda l’ong, un bambino su otto vive in condizioni di povertà assoluta, il 14% in più rispetto all’anno precedente. E le diseguaglianze sociali “continuano a riflettersi sul rendimento degli alunni”. Sono cresciuti anche i minorenni in povertà relativa: nel 2016 hanno raggiunto il 22,3 per cento. Inoltre la correlazione tra la condizione socio-economica e il successo (o l’insuccesso) scolastico in Italia è più forte che altrove: nelle scuole low l’incidenza di ripetenze è di 23 punti percentuali superiore alle scuole top. La differenza media nei Paesi Ocse è solo del 14,3 per cento. Le percentuali crescono in Italia, poi, per i maschi e i figli di migranti.
Nonostante questi dati l’Italia continua a investire poco sulla cultura. Con solo il 4 per cento del Pil speso nel settore dell’istruzione, contro una media europea del 4,9, il 41 per cento delle scuole secondarie di primo grado lamenta una scarsa dotazione di laboratori e ambienti adatti a sperimentare nuove prassi didattiche. Quattro scuole su dieci non arrivano a un laboratorio ogni cento studenti. Solo il 17,4 per cento degli istituti scolastici è dotato di almeno una palestra in ogni sede. Quasi tutte hanno una biblioteca, ma meno di un terzo del patrimonio librario risulta utilizzato.
Manca nei giovani e nei bambini anche la ‘fiducia’: la mancanza di lavoro e prospettive tra gli adulti di riferimento, secondo l’Altlante, ha generato sfiducia in molti bambini e adolescenti, aumentando il rischio del fallimento formativo. In Italia meno di 1 un giovane laureato su 2 ha un lavoro (nell’Unione Europea il 71,4% di chi ha terminato l’università trova un’occupazione, in Italia appena il 44,2%, nel Mezzogiorno il 26,7%) : non sorprende, dunque – dice Save The Children – che gli “scoraggiati” tra i 15 e i 34 anni, i quali pur dichiarandosi disponibili a lavorare hanno smesso di cercare un’occupazione, siano cresciuti del 43% in dieci anni, raggiungendo quota 420mila, di cui 340mila al Sud.
Nel frattempo Save The Children ha lanciato contro la dispersione Fuoriclasse in Movimento, il progetto che mette in rete 150 scuole in tutta Italia, coinvolgendo 20mila minori, 2mila insegnanti e mille genitori nei Consigli fuoriclasse, tavoli di confronto su didattica, relazioni, riqualificazione degli spazi scolastici. Nel primo biennio di sperimentazione nelle scuole, il progetto ha dimezzato il numero medio delle assenze, migliorato il rendimento degli studenti e aumentato l’interessamento delle famiglie al profitto scolastico dei figli.

Kategorije: Italija

Next Gen Atp Finals di Milano: Chung asso piglia tutto, ma c’è anche Quinzi

Tor, 14/11/2017 - 16:58

Le Next Gen Atp Finals erano l’evento dell’anno. Innanzitutto perché scendevano in campo i giovani; poi per le nuove regole sperimentate, poi perché era la prima edizione e si poneva un po’ in concorrenza con le Atp Finals di Londra. La manifestazione non si è smentita ed è stata un successo. Tanto che soddisfazione è stata espressa dal presidente della Federtennis Angelo Binaghi, che si è detto entusiasta delle nuove regole, che hanno reso più “entusiasmante” il torneo: un’innovazione e una sperimentazione riuscita. Vediamole da vicino.
quinziLe nuove regole delle Next Gen Atp Finals. Si giocava al meglio dei 5 set, ma ogni parziale si concludeva in 4 games, senza differenza di due, e sul 3-3 c’era il tie-break a sette punti. Non c’erano neppure i vantaggi e il net sul servizio non faceva ripetere la prima battuta, ma si continuava a giocare. Poi tra un punto e un altro i giocatori avevano a disposizione 25 secondi e non più 20. I tennisti potevano contare, inoltre, su un coaching molto più ampio: tramite delle cuffie potevano usufruirne quando volevano (anche ad ogni cambio campo), purché parlassero in inglese. Più peso dato al “falco” e via i giudici di linea. Infine, grossa novità, il pubblico sugli spalti poteva muoversi purché non sedesse in prima fila, ma nelle fasce più lontane per non disturbare i giocatori. Lo scopo era velocizzare i match e renderli più avvincenti. Sicuramente impresa riuscita, in quanto i ritmi più rapidi hanno reso gli scambi più interessanti, ma non hanno scorciato i tempi delle partite (molte sono finte in due ore). Approvate – come detto – da Binaghi, è stato lo stesso presidente di Federtennis ad annunciare che per i prossimi quattro anni si giocherà ancora di nuovo a Milano, per altre edizioni che si apprestano ad essere appuntamenti importanti e fissi, anche se a fine stagione. Di sicuro le Next Gen elevano il tennis italiano nel panorama mondiale; con le Finals di Milano, che seguono agli Internazionali Bnl d’Italia a Roma, si equipara un po’ il nostro Paese ad altre nazioni quali Regno Unito e Francia. Inoltre la regione Lazio ha stanziato più di nove milioni di euro per la riqualificazione, l’adeguamento e la messa in sicurezza degli impianti sportivi esistenti in tutta la regione. Un primo passo per avere una sorta di Next Gen a Roma, di preparazione agli Internazionali del Foro Italico di maggio, magari di sole tenniste per creare le Next Gen Wta Finals? Chissà.
Le rivelazioni delle Next Gen. A sancire il tripudio delle Next Gen Atp Finals di Milano, intanto, sono state molte rivelazioni. Innanzitutto il vincitore assoluto è stato – a sorpresa – Hyeon Chung, primo coreano dopo 14 anni a vincere un torneo, che ha fatto incetta. Ha incassato ben 390mila dollari, derivanti dal montepremi finale, a cui sommare il bonus di partecipazione di 50mila dollari e quello (di circa 30mila dollari) per aver vinto tutte le partite. Un torneo strepitoso il suo, con cui ha strappato di mano la vittoria al super-favorito. Dopo il forfait di Alexander Zverev (che ha optato per giocare a Londra e che qui a Milano si è reso protagonista di un match d’esibizione ad apertura della manifestazione), era di certo Andrey Rublev ad avere tutti gli occhi puntati su di sé. Ed era anche cresciuto durante il torneo, aprendosi sempre di più al pubblico, più disponibile e spigliato nelle interviste, sempre più in fiducia, soprattutto dopo la semifinale eccezionale (“la migliore partita che abbia giocato in tutto il torneo”, per sua stessa ammissione) disputata contro Borna Coric (sconfitto per 4/1 4/3 4/1). Forse, però, problemi fisici per il croato che non è sceso in campo (per problemi allo stomaco) a giocare la semifinale per contendersi il terzo posto contro Medvedev (e infatti si è tenuto un altro incontro-esibizione). Tuttavia, l’uomo rivelazione delle Next Gen non è stato tanto o non solo Rublev, ma soprattutto (oltre Chung) Denis Shapovalov. Il 18enne canadese, infatti, ha ricevuto un importante riconoscimento da parte dell’Atp, che gli ha consegnato il premio “Most Improved Player Of The Year”, quale giocatore che ha fatto più progressi durante la stagione, per cui era candidato anche lo stesso Andrej Rublev (oltre Alexander Zverev). Sicuramente ha vinto in simpatia per il pubblico Denis, che ha saputo conquistarlo con la sua disinvoltura (incitandolo ed esortandolo a sostenerlo e supportarlo). Lui ha incassato 80mila dollari (a pari-merito con Khachanov), mentre 235mila per il secondo classificato Rublev. Coric è arrivato terzo (con un assegno incassato di 190mila dollari), seguito a poca distanza da Medvedev (con 185mila). Ma Milano si è scaldata, già entusiasta del nuovo torneo come ha dimostrato il sold out dei match e gli spalti colmi di gente che applaudiva e guardava con interesse, anche grazie all’azzurro Gianluigi Quinzi. Per l’italiano un buon risultato raggiunto dopo aver superato le qualificazioni (in una finale molto combattuta contro Baldi); per lui match molto equilibrati e lottati, alla pari con questi giovani campioni internazionali. Non c’erano in palio punti Atp, per non fare disparità dato che erano in pochi e una nicchia di giocatori a disputarlo e non era aperto a tutti, ma l’impegno dei tennisti è stato comunque massimo. Un vero spettacolo che Quinzi ha contribuito ad alimentare (portando a casa, come Donaldson, 50mila euro). Rivelazione di un Gianluigi generoso, che non si è risparmiato, ma ha lottato, corso tanto e tirato fuori dal suo cilindro i colpi migliori e la grinta più tenace. Così come altra sorpresa è stato Medvedev, dimostratosi un grande lottatore (anche se forse in maniera meno eclatante e più contenuta) e in grado di rimontare diversi match, che sembravano persi per lui. Anche per questo il quarto posto è stato il suo.
La finale e le partite più belle. Ma sicuramente il vero protagonista delle Nexy gen Atp Finals sono state le emozioni, che hanno fatto dei finalisti un vero e proprio “personaggio”: ciascuno a suo modo. Chung per aver avuto il pieno auto-controllo di ogni momento e fase del match, su ogni punto, senza perdere il comando dei “nervi”. Dall’altro lato un Rublev che, invece, a un passo dal trionfo, ha tremato, ha esitato un attimo e avuto un po’ di tensione, un lieve black-out che gli è stato fatale e lo ha mandato in confusione, rimettendo in partita il coreano. Visibilmente nervoso (sua la prima racchetta del torneo rotta malamente), le grida di rabbia e di disappunto, di risentimento per scarso rendimento a suo avviso, e la delusione e l’amarezza per la sconfitta e per l’occasione sciupata (che non ha nascosto durante la premiazione). Dopo l’entusiasmo della semifinale straordinaria contro Coric, il rammarico per questa finale non proprio al top. Ma del resto giocare contro questo Chung non era facile, richiedeva di non avere cedimenti e di non concedere nulla. Finale terminata (dopo quasi due ore, in rimonta per il coreano) per: 3/4 4/3 4/2 4/2. Due tie-break dimostrano l’equilibrio del match. In sintesi: Rublev parte bene, poi sbaglia qualcosina di troppo e il secondo tie-break è di Chung, che prende il volo. Infila un doppio 4/2 a dimostrazione di una partita ormai a senso unico, in cui Hyeon ha preso il controllo e domina un Rublev confuso, che non sapeva più che fare (ma ha dato il massimo, ci ha messo il cuore, quasi in lacrime a fine incontro). Il coreano ha, così, confermato il 4/0 4/1 4/3 che aveva rifilato a Rublev nell’altro ‘girone di andata’ – per così dire – di questo torneo a due gironi (A e B). È stato sempre lui a rendersi protagonista di alcuni dei più bei match del torneo. Innanzitutto contro Medvedev (terminato per 4/1 4/1 3/4 1/4 4/0) o contro il nostro Quinzi (sempre in 5 set: 1/4 4/1 4/2 3/4 4/3). Se, poi, Gianluigi si era comportato egregiamente anche contro Rublev (con cui ha perso al quinto set con il punteggio di: 1/4 4/0 4/3 0/4 4/3), non si possono non evidenziare almeno altri due match eccezionali. In primis quello, tanto atteso, di Rublev e Shapovalov (portato a casa dal finalista solo dopo 5 set per: 4/1 3/4 4/3 0/4 4/3): tre tie-break, non male. Così come equilibratissimo è stato quello tra Khackanov e Coric (Bora si è imposto per 3/4 2/4 4/2 4/0 4/2). A Rublev resterà la soddisfazione di vedersi assegnato il miglior punto del torneo: un rovescio in cross molto stretto di risposta sul servizio di Coric in semifinale sul suo lato sinistro: imprendibile e semplicemente eccezionale, anche il suo avversario non ha potuto che applaudire e complimentarsi.

Kategorije: Italija

Ostia, Raggi ora corteggia le sinistre

Tor, 14/11/2017 - 16:49

virginia raggiDomenica 19 novembre può succedere di tutto al ballottaggio per Ostia e Virginia Raggi si è mobilitata. I seggi elettorati del X municipio di Roma saranno presidiati da ingenti forze della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza.
La tensione è altissima in quella che fino agli anni Sessanta era una tranquilla cittadina balneare alle porte della capitale. Roberto Spada è in carcere a Regina Coeli dopo l’aggressione al giornalista Rai Daniele Piervincenzi e al suo cameraman Edoardo Anselmi. Il torto del giornalista finito col naso rotto era di fare domande troppo insistenti al per niente pacifico Roberto Spada, fratello di Carmine condannato in primo grado a 10 anni di carcere per estorsione con l’aggravante del metodo mafioso.
La lotta alle mafie, dopo il pestaggio, è divenuto il tema centrale del ballottaggio tra Giuliana Di Pillo, M5S, in grande sintonia con la Raggi, e Monica Picca, centro-destra, molto vicina a Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia. Tra le due candidate a presidente del X municipio di Roma la partita è aperta. Al primo turno del 5 novembre Giuliana Di Pillo si è piazzata prima con il 30,21% dei voti, Monica Picca seconda con il 26,68%.
La differenza tra le due candidate non è molta e i cinquestelle potrebbero correre brutte sorprese. Taglierà il traguardo chi conquisterà il 22% dei voti andati al primo turno al Pd e alle sinistre alla sinistra del partito di Matteo Renzi. Raggi sta corteggiando anche gli elettori di sinistra, sta facendo di tutto per conquistare il successo ad Ostia, il municipio già guidato dal Pd e commissariato nel 2015 per mafia.
La sindaca di Roma sabato scorso è andata anche alla manifestazione indetta dalle varie sinistre di Ostia Lido, escluso il Pd, per la lotta alle mafie e al neofascismo. La Raggi, entrata tra qualche polemica nel corteo non molto numeroso (sotto le 2 mila persone), ha assicurato: «Non arretriamo davanti alle mafie». L’ex parroco rosso Franco De Donno, artefice del Laboratorio Civico X, la lista elettorale che ha raccolto l’8,6% dei voti al primo turno, non le ha chiuso la porta in faccia: «La sindaca ha messo il cappello sulla mia iniziativa, ma va bene». La Raggi tesse la sua tela. Nelle trionfali elezioni del 2016 a sindaca della capitale aveva sbaragliato tutti ma ora, dopo quasi un anno e mezzo di navigazione tribolata della sua giunta, potrebbe vincere di misura o addirittura perdere a Ostia. Sarebbe un brutto colpo. Gli avversari interni del M5S, da tempo sul piede di guerra, potrebbero chiedere la sua testa.
Per i cinquestelle è un doppio esame: locale e di natura nazionale. In piccolo si ripete il meccanismo della Sicilia: ma nell’isola le regionali sono state vinte dal centro-destra dopo un testa a testa con i pentastellati. Beppe Grillo finora ha sempre difeso la sindaca, anche se le ha rimproverato “gli errori” nell’amministrazione di Roma che hanno causato un netto calo della sua popolarità, intaccando anche l’immagine del M5S come capace forza di governo a livello nazionale.
C’è da fare i conti anche con l’incognita astensione. Al primo turno su 185.661 cittadini registrati alle urne, hanno votato solo 67.125: quasi i due terzi degli elettori hanno disertato i seggi. Una cifra enorme che potrebbe perfino crescere se aumenterà la sfiducia tra gli elettori. Anche il numero di votanti influirà sulla sfida tra Giuliana Di Pillo e Monica Picca. È un’altra incognita.

R. Ru
Sfoglia Roma

Kategorije: Italija

Scrive Luciano Accomando: L’importanza degli “esperti esterni” nel PON

Tor, 14/11/2017 - 16:41

Caro Direttore,
sono Luciano Accomando, regista e scrittore palermitano. Ho deciso di scriverLe per segnalare quanto sta accadendo nelle scuole italiane in merito alla gestione del Programma Operativo Nazionale. Il cosiddetto PON, del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, denominato “Per la Scuola – competenze e ambienti per l’apprendimento”, è finanziato dai Fondi Strutturali Europei e con un budget complessivo di poco più di 3 miliardi di Euro si rivolge alle scuole dell’infanzia e alle scuole del I e del II ciclo di istruzione di tutto il territorio nazionale. Il primo asse, “Istruzione”, prevede l’attivazione di percorsi laboratoriali extrascolastici finalizzati a colmare le lacune dell’attuale modello di crescita e a innalzare le competenze dei giovani per adeguarle ai nuovi equilibri della competitività internazionale. Si tratta di laboratori di lingue, matematica, teatro, sport, cinema, danza, ecc. che hanno come obiettivo specifico la “riduzione del fallimento formativo precoce e della dispersione scolastica”. Così, a prima vista, si potrebbe pensare a un’apertura della scuola al territorio, al mondo esterno delle professioni, dei freelance, ad una frenetica mobilitazione, da parte dei dirigenti, per la ricerca e la selezione degli “esperti esterni” più meritevoli e idonei a garantire ai propri alunni una formazione di elevata qualità. Anche perché, stando ai dati statistici e alle più eminenti ricerche sociali sull’universo giovanile, sembra che i ragazzi, davanti a un problema personale o scolastico, siano poco inclini a confrontarsi con gli adulti di riferimento (genitori e insegnanti). Come riporta la recente indagine promossa dalla Società Italiana di Pediatria redatta su un campione di oltre 10 mila adolescenti di età compresa tra i 14 e i 18 anni, circa un ragazzo su due sente il bisogno di avere un sostegno psicologico per problemi di natura emotiva-comportamentale, ma solo il 4,8% utilizza quello della scuola. Senza dimenticare i dati emersi dal “rapporto quadriennale sulla salute e il benessere dei giovani” pubblicato nel 2016 dall’ufficio europeo dell’Oms: il 26% delle undicenni e il 17% dei colleghi maschi dichiara che la scuola “piace un sacco”, un dato che scende a 15 anni rispettivamente al 10% e all’8%. Insomma, sembra che gli adolescenti italiani abbiano un pessimo rapporto con la scuola. Ben vengano dunque gli investimenti e gli sforzi dell’Unione Europea volti a migliorare l’attrattività degli istituti scolastici e la qualità del sistema di istruzione. Ma… Come spesso accade quando si parla della Scuola italiana, sembra che nell’indicare la luna qualcuno preferisca soffermarsi sul dito. E così, l’Autorità di Gestione del PON “Per la Scuola”, in seguito ai numerosi quesiti pervenuti dalle Istituzioni Scolastiche, ha stabilito con nota 34815 del 3 agosto 2017 che per l’individuazione del personale esperto “il procedimento prevede preliminarmente e obbligatoriamente l’individuazione di personale interno alla istituzione scolastica. In caso di esito negativo si può ricorrere a personale esterno”. Altro che competizione a suon di curriculum tra ricercatori, ingegneri, architetti, matematici, scrittori, psicologi e sportivi. A condurre le attività laboratoriali sono in via prioritaria gli stessi insegnanti che seguono i ragazzi nelle ore curriculari. Sia chiara una cosa, nessuno vuole colpevolizzare il corpo docente o sminuirne le competenze, sarebbe ingrato, ma davvero pensiamo di fare il bene dei nostri ragazzi agendo in questo modo? Perché precludergli la possibilità di confrontarsi con dei veri esperti al di fuori del mondo scolastico e senza la paura di dover poi essere giudicati alla fine dell’anno? Come può il mio stesso insegnante di matematica (per citare una materia a me personalmente ostile) aiutarmi a superare i medesimi limiti maturati nelle ore curriculari? Si tratta forse di semplici corsi di recupero? Oppure l’Unione Europea prevede in un futuro prossimo l’attivazione di “nuovissimi” percorsi finalizzati alla riduzione del fallimento formativo del PON? In una selezione di esperti esterni capita sovente che un plurilaureato con un dottorato di ricerca si classifichi al secondo posto in graduatoria, scavalcato da un professionista ancora più titolato e con una maggiore esperienza alle spalle. E allora, visto che l’apporto di esperti esterni comporterebbe per la scuola il medesimo costo, perché accontentarsi? Perché questa futile e sterile chiusura a riccio del mondo della scuola? Credo che l’Autorità di Gestione del PON dovrebbe rivedere al più presto la nota del 3 agosto, per non destinare i buoni propositi al solito fallimento.

Kategorije: Italija

La Regione Puglia punta sulla Cultura

Tor, 14/11/2017 - 16:34

Piano-Strategico-Cultura-Puglia-e1478527443819Dieci anni (2017-2026) e 400 milioni di euro di investimenti in cultura. Con questi numeri, che appartengono al “PIIIL Cultura”, la Puglia inaugura la seconda edizione della Manifestazione “All Routes Lead to Rome”, Evento Ufficiale dell’Anno Mondiale del Turismo Sostenibile per lo Sviluppo, proclamato dall’Organizzazione Mondiale del Turismo (UNWTO) presso le Nazioni Unite.
La Puglia è la prima Regione in Italia ad aver redatto un Piano strategico decennale della cultura, che sarà presentato venerdì 17 novembre nel Salone delle Conferenze di Palazzo Massimo, nel corso del Workshop “Verso l’Economia della Felicità – PIIIL Cultura in Puglia”.
«La cultura – dichiara Loredana Capone, Assessore al Turismo della Regione Puglia – come strumento per governare lo sviluppo e la crescita, come traino per l’economia. Con PIIIL abbiamo voluto mettere in campo una vera e propria rigenerazione del sistema e del settore culturale. Una strategia, una visione che non solo ribaltasse lo stereotipo della cultura come hobby a vantaggio di una consapevolezza ben diversa, ovvero che la cultura è innanzitutto lavoro, ma riconoscesse alla programmazione delle attività e alla fruizione degli spazi comuni il valore fondamentale dell’opportunità del confronto e della condivisione».
Prodotto, Identità, Innovazione, Impresa e Lavoro. Sono questi i 5 temi del Piano, che ha l’obiettivo di sviluppare il prodotto culturale, di valorizzare l’identità del territorio, di costruire una nuova cultura d’impresa, di puntare su innovazione, internazionalizzazione, formazione e di generare lavoro e buona occupazione. Un Progetto che promuove e auspica il pieno coinvolgimento del tessuto produttivo, la partecipazione delle comunità e la formazione di partenariati pubblico-privati.
Con questo Piano si intende, per la prima volta a livello nazionale, adottare un metodo di piena partecipazione delle Istituzioni e di tutti gli attori della filiera culturale. Realizzare una pianificazione strategica e operativa, prevedendo un monitoraggio costante della stessa e consentendo l’ottimizzazione di risorse e risultati.
«Insieme agli operatori, alle imprese, alle associazioni di categoria, alle Istituzioni e ai cittadini, – continua Loredana Capone – abbiamo avviato un percorso che intendiamo mettere a sistema come metodo di governo. Il nostro essere comunità è la nostra forza. Lo abbiamo fatto anche per il turismo. E proprio dal binomio cultura/turismo passa il futuro delle economie mondiali. Nulla più dell’elemento culturale può determinare, infatti, l’identità di un territorio. E, oggi, i turisti hanno i palati sopraffini e al viaggio del mero divertimento in oasi di bellezza sempre uguale preferiscono il viaggio dell’esperienza che si affida alle emozioni dei luoghi».
La Puglia, partendo da un patrimonio inestimabile di bellezze naturali e antiche vie di storia, cultura e pellegrinaggio, mira a destagionalizzare l’offerta turistica, non puntando solo su un turismo balneare, ma ampliando e sviluppando un’offerta più autentica, esperienziale e di alta qualità. É una regione da vivere 365 giorni all’anno grazie all’inestimabile e unico patrimonio di bellezze.
Questi elementi di rilevante importanza emergeranno nel corso dell’incontro che sarà diviso in due parti. La mattina, a partire dalle 10,30, la giornata sarà aperta dall’Assessore al Turismo della Regione Puglia Loredana Capone e dal Presidente del Teatro Pubblico Pugliese Carmelo Grassi, seguirà una tavola rotonda dal titolo “La pianificazione strategica in campo culturale”, coordinata da Claudio Bocci, direttore di Federculture.
Nel pomeriggio, a partire dalle 14,30, i lavori riprenderanno con l’intervento del Direttore del Dipartimento Turismo della Regione Puglia Aldo Patruno e seguiranno le presentazioni dei temi trattati nel Piano e saranno illustrati i Bandi regionali su attività culturali, spettacolo dal vivo e audiovisivi.
La Regione con questo Piano Strategico punta sulla valorizzazione della cultura per uno sviluppo veramente sostenibile, che vede al centro il benessere per rendere le persone, residenti o turisti che siano, più consapevoli e un po’ più felici.

Kategorije: Italija

Scrive Piero Vargiu: Presentazione Bilancio Sociale INPS Sardegna

Tor, 14/11/2017 - 16:22

Spett.le redazione,
credo sia utile, per gli effetti economici e sociali che l’attività dell’Istituto previdenziale ha determinato per le condizioni di vita dei cittadini e per il sistema economico e produttivo, dare evidenza della presentazione del Bilancio Sociale INPS Sardegna in programma per il giorno venerdì 17 novembre p.v.,alla presenza delle massime Autorità Politiche, Istituzionali, delle Parti Sociali e del Mondo economico Isolano.
Il rendiconto fornisce una fotografia molto chiara della realtà Isolana che soffre ancora gli effetti della crisi tanto da far registrare un’elevata percentuale di disoccupati del 17,8% su una popolazione attiva (da 15 a 65 anni) di 1.086.749.
L’INPS nell’anno 2016 ha erogato, su una popolazione di 1.658.138 abitanti, residenti nei 377 comuni, 4.344.400 .000 MLD di € per n° 478.364 pensioni. Sempre nello stesso anno 100.587 persone hanno fruito degli Ammortizzatori Sociali.
Gli occupati, rispetto all’anno precedente, hanno subito una riduzione, si è passati da 565.049 occupati (416.674 dipendenti e 148.375 indipendenti del 2015) a 562.098 occupati dipendenti e 145.734 indipendenti nel 2016). Ciò nonostante si sia registrato un aumento del numero delle aziende attive operanti nelle quattro province, soprattutto nel settore industriale (+117) artigianale (+208) e del terziario (797) con un saldo attivo di 1.133 aziende.
Le province più virtuose rispetto all’incremento sono state: Sassari con 659 e Nuoro con 320, Cagliari con 92 e Oristano con 62.
Complessivamente l’Istituto ha erogato in Sardegna nell’anno 2016, 4.816.356.032 €. Una cifra rilevantissima, se consideriamo che il bilancio della Regione Autonoma della Sardegna è di 7,7 MLD di €.
Un altro dato preoccupante e da non sottovalutare per la prospettiva è dato dalla percentuale della popolazione con età anagrafica pari o superiore ai 65 anni (22%) doppia rispetto ai residenti con età da 0 a 14 anni.
La presentazione del Rapporto Annuale si terrà nell’Auditoriun della Banca Intesa di Viale Bonaria, 32 a Cagliari con inizio alle ore 9,00 del giorno 17 novembre 2017.

Piero Vargiu
Presidente Comitato Regionale INPS Sardegna

Kategorije: Italija

L’Italia (non) s’é desta

Tor, 14/11/2017 - 16:19

Non andremo ai mondiali russi. Non é la notizia peggiore, ma é pur sempre una sventura (senza usare una perifrasi) italiana. Non é un grande problema, ma non si vive solo di quelli. E fortunatamente. Se no dovremmo avere sempre pessimi umori. Non è la morte, la guerra, la fame, il terremoto. Ma è un’emozione. Opposta a quella che ci ha attraversato come un fremito quando, nel 1982 e nel 2006, dopo la vittoria dei mondiali, abbiamo invaso le nostre piazze manifestando gioia incontenibile e sventolando il nostro tricolore. Ricordo bene quando, dopo quell’Italia-Germania 4 a 3 di Messico 70, anche i sessantottini si trovarono uniti a inebriarsi in quella notte da quasi campioni.

E ricordo quando più o meno gli stessi, diventati adulti, gioirono dopo il gol di Bettega all’Argentina in quel 1978 bagnato dal sangue del terrorismo in Italia e della spietata dittatura di Videla a Buenos Aires, che ci sfuggì. Poi il Mundial spagnolo col rinato Pablito che fece piangere i miti brasiliani e le notti magiche con Roma che brulicava di passione e di vino nelle trattorie del centro. E quella delusione ai rigori con Napoli divisa tra l’amore per Maradona e per l’Italia. E i rigori maledetti che ci tolsero la Coppa in America, poi le delusioni in Francia e in Corea, complice un arbitro corrotto di nome Moreno. Fino al trionfo, in piena Calciopoli, in Germania, con Zidane e la sua gradita testata.

Ma soprattutto ricordo le due ultime eliminazioni al primo turno in Sudafrica e in Brasile e la retrocessione dell’Italia da testa di serie a numero due, tanto da farci tremare al pensiero di dover battere la Spagna per qualificarci ai mondiali di Putin. Presuntuosi e mediocri abbiamo anche solo evitato di concorrere e sapevamo, dopo la batosta di Madrid, che avremmo dovuto spareggiare. Si pensava: va bene la Svezia, poteva andar peggio. In effetti gli svedesi sono poca cosa, anche se dotati di fisico, di grinta, di muscoli. Ci si è messa anche la sfortuna, anche un arbitro semi cieco, anche un autogol. E per un autogol siamo finiti fuori, fuor dai mondiali, fuori dalle nostre progettate e immancabili emozioni estive. Dai nostri barbecue e pizze cogli amici.

Siamo stati privati di un’attesa. I mondiali russi li vedremo con distacco. Non accadeva dal 1958 quando l’Italia degli oriundi (Ghiggia, Schiaffino, Montuori e Da Costa) venne eliminata dall’Irlanda del nord che sapeva lottare non solo per la sua indipendenza. Inutile girarci attorno. E’ peggio della Corea del 1966, che almeno ci regalò la rinascita col blocco degli stranieri. Non diremo “Svezia” a Ventura perché si tratta di un paese che ci ha regalato campioni (Hamrin, Liedholm, Skoglund, Green, Nordhal) ma assai datati e stimolanti e emancipate bionde da urlo. Basta ricordare che i campioni non nascono neanche da noi. Non ci sono più i Baggio, ma neanche i Totti, i Del Piero, i Pirlo. Non bastano undici bravi giocatori, senza fantasia, che non sanno mai saltare l’uomo. Non bastano tanti passaggi in diagonale e all’indietro.

Via tutti, adesso. Via Ventura, che non ha saputo organizzare un gioco, passando da uno schema all’altro, da un giocatore all’altro, da una sostituzione e da un’esclusione all’altra, via Tavecchio, presidente di una Federazione che ha fallito, figlio di giochi interni, di calcoli e di ambizioni. Ci pensi Malagò a usare la scopa. Si riparta dall’unico che ha saputo cavar succo e cioè da Antonio Conte. Si progetti subito una regolamentazione degli stranieri, si usino più italiani con un minimo fissato, si riduca la serie A a sedici squadre, si potenzino i vivai, si investa in infrastrutture e si adotti per gli stadi il modello inglese (siamo quasi ultimi anche come numero di presenze allo stadio). In un’ Italia che aumenta di Pil la metà dell’Europa, anche con lo sport (ricordiamo le cocenti delusioni nel basket e nell’atletica) siamo in linea. Perché stupirsi?

Kategorije: Italija

L’errore del neoliberismo: negare la democrazia e i diritti sociali

Tor, 14/11/2017 - 16:07

Christian-Laval-e-Pierre-DardotCon il nuovo libro “Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoliberista”, Pierre Dardot e Christian Laval tornano sul tema dei guasti provocati dall’ideologia neoliberista nelle società a capitalismo avanzato; lo fanno perché, come essi dicono, colpiti dall’emergenza di “un’accelerazione senza precedenti dei processi economici e securitari che sta radicalmente trasformando tanto le nostre società quanto i rapporti politici tra governati e governanti”.
In particolare, Dardot e Laval denunciano il fatto che l’accelerazione in atto dei processi economici e politici sta determinando una fuoriuscita dalla democrazia e un continuo sacrificio dei diritti sociali; ciò accadrebbe, secondo gli autori, a causa di due “spinte” complementari: da un lato, “il rinnovato potere dell’offensiva oligarchica” contro i diritti politici, economici e sociali dei cittadini; dall’altro lato, l’adozione, da parte delle forze politiche al governo, di un insieme di regole securitarie, giustificate sulla base della tesi che esse sarebbero volte a garantire la libertà degli stessi cittadini.
In realtà, a parere di Dardot e Laval, il perseguimento della sicurezza consentirebbe agli establishment dominanti, di mascherare la vera natura delle politiche securitarie; il loro preciso obiettivo sarebbe, non già l’assicurazione della libertà ai cittadini, ma la garanzia della libertà di concorrenza, priva di ogni vincolo, tra i vari attori che compongono l’oligarchia economica. Di fronte alle ripercussioni negative dell’ideologia neoliberista sulla società, gli establishment governativi non immaginano – affermano gli autori – che il rafforzamento dei poteri di polizia conduca inevitabilmente solo all’”erosione dello Stato di diritto e, assieme ad essa, al sacrificio dei diritti sociali”.
Dardot e Laval sono del parere che la progressiva fuoriuscita dalla democrazia, causata dalle politiche neoliberiste, pur non essendo un dato ineluttabile, sia destinata a proseguire, a causa della “sproporzione di forze esistente tra la “logica dominante” degli oligarchi e la “logica minoritaria” delle potenziali forze di opposizione. La logica dominante si “nutrirebbe” di crisi e non smetterebbe di evocare l’incombenza sulla sicurezza sociale di “mostri impietosi e terrificanti”, assunti a giustificazione delle restrizioni delle libertà politiche e civili; mentre la logica minoritaria delle potenziali forze contrarie all’egemonia dell’ideologia neoliberista non riuscirebbe a trovare un’“espressione di massa, né cornici istituzionali o una grammatica politica”.
Per uscire dalle loro posizioni di debolezza, secondo Dardot e Laval, le forze di opposizione dovrebbero riflettere e capire come la perdurante situazione di crisi che il neoliberismo sta alimentando sia diventata una forma di governo; ciò consentirebbe loro di acquisire la necessaria consapevolezza riguardo al modo in cui il “neoliberismo, attraverso gli effetti di insicurezza e distruzione che sta generando”, non smetta “di autoalimentarsi e di autorinforzarsi”. Capire tale processo, significherebbe anche comprendere, a parere di Dardot e Laval, come organizzare una reale alternativa di governo al disfacimento neoliberista delle società democratiche e al crescente sacrificio dei diritti politici e sociali.
A tal fine, Dardot e Laval sembrano non avere incertezze: secondo loro, partendo dall’analisi della condizione alla quale le società democratiche sarebbero state ridotte, occorrerebbe prendere coscienza del fatto che “non può esserci altra contestazione al neoliberismo se non nell’opporgli nuove forme di vita”, mettendo “in discussione la logica stessa della rappresentanza politica”; ciò, in considerazione del fatto che affidare l’elaborazione di forme di vita alternative a quelle imposte dalle pratiche neoliberiste a partiti, a tecnici e ad esperti, significherebbe “rendere sterile la pretesa di costruire una vera alternativa o, peggio, finirebbe col portare acqua al mulino del neoliberismo”.
Senza il ricorso alla logica della rappresentanza, diventerebbe allora prioritario, per Dardot e Laval, chiedersi come unificare e concentrare le diverse forze di opposizione al neoliberismo, nella consapevolezza che “le oligarchie sono strutturate da mille legami di socialità e salde forme organizzative”. In considerazione di tutte le difficoltà che dovranno superare, le forze antagoniste del neoliberismo accuseranno certamente una “grande difficoltà a concepire e a mettere in pratica una politica mondiale alternativa”.
Nel perseguimento dell’obiettivo di unificare e concentrare le forze antagoniste, Dardot e Laval rifiutano le strategie sinora elaborate, ovvero quella della realizzazione spontanea del “comune”, avanzata da Michael Hardt e Toni Negri, e quella di Ernesto Laclau sull’“unificazione simbolica” delle forze di opposizione intorno ad un individuo scelto come leader: la prima, perché riduce il superamento dello status quo attraverso un processo spontaneo inglobante in modo arbitrario tutte le dimensioni della vita; la seconda, perché risulta problematica l’idea di poter conciliare l’identificazione delle forze di opposizione a un “capo con le esigenze della democrazia”; quest’ultima, infatti, implica una “messa a distanza” dei dirigenti di qualsiasi organismo rappresentativo, dovendosi preferire in sua vece “l’esercizio di un controllo effettivo e diretto dell’attività di opposizione da parte dei cittadini”. Si tratta, quindi, di realizzare l’unificazione e la concentrazione delle forze di opposizione attraverso l’adesione all’idea che a reagire sia direttamente la società, intesa come unità organica escludente qualsiasi forma di pluralismo.
Per quanto riguarda la realizzazione del coordinamento delle forze di opposizione al neoliberismo sul piano internazionale, Dardot e Laval ritengono che essa dipenda dalla possibilità di “costruzione di un blocco democratico internazionale”, che non sia un “cartello di partiti, ma l’insieme delle “innumerevoli forze politiche, organizzazioni sindacali, associative, ambientali, intellettuali e culturali”; queste dovrebbero impegnarsi sul piano locale, nazionale e internazionale per organizzare la lotta contro l’oligarchia sulla base di una piattaforma comune di rivendicazioni, nella quale la dimensione internazionale non “sarebbe affatto l’aggiunta secondaria di una lotta nazionale, bensì il suo tratto costitutivo”.
Solo attraverso il blocco democratico internazionale delle forze contrarie all’ideologia neoliberista, sarà possibile opporsi all’avversario oligarchico; se l’internazionalizzazione dell’opposizione dovesse avere successo, concludono Dardot e Laval, potrà essere immaginata una federazione mondiale, “non di diversi partiti nazionali, ma di coalizioni democratiche capaci di combinare l’azione politica a diverse scale e l’istituzione dei comuni, base concreta dell’alternativa”.
L’idea di sconfiggere l’ideologia neoliberista attraverso la costruzione di un “blocco internazionale” di forze democratiche, non è nuova e presenta gli stessi limiti delle proposte da altri avanzate e che Dardot e Laval rifiutano. Anche Michael Hardt e Toni Negri fanno diretto riferimento all’”istituzione di comuni”; essi però mancano di indicare le procedure organizzative delle quali non potrebbero fare a meno, facendo esclusivo affidamento su una presunta autosufficienza dello spontaneismo della “moltitudine” protestataria sparsa per il mondo. D’altra parte, una struttura organizzativa come quella suggerita da Ernesto Laclau sarebbe indispensabile per organizzare la protesta globale e per indirizzare democraticamente l’opposizione alla forma che il neoliberismo ha impresso alla globalizzazione; essa, però, non dovrebbe avere i connotati suggeriti dallo stessi Laclau.
Perché la prospettiva d’azione contro gli esiti dell’ideologia neoliberista proposta da Dardot e Laval possa avere successo, non è sufficiente l’organizzazione informale di un’opposizione spontanea dal basso; occorre che questa azione sia inquadrata all’interno di una cornice istituzionale. A tal fine, ciò che le forze di opposizione alla globalizzazione neoliberista devono accettare è che, con la formazione dell’economia-mondo, l’antico Stato-nazione ha perso i suoi originari confini, senza però che sparisse la nazione (intesa come popolo), che ne era un elemento costitutivo. In altri termini, le forze volte a contrastare la globalizzazione neoliberista devono interiorizzare il convincimento che ciò che esse contestano non è, come pensano i neoliberisti, un esito necessario del processo storico, ma un esito non spontaneo, imposto da oligarchie sopranazionali che hanno agito ai danni delle singole nazioni, dopo averle private delle difese originariamente garantite dal perduto esoscheletro rappresentato dallo Stato-nazione.
Per avere successo a livello globale, le forze di opposizione alla globalizzazione neoliberista devono considerare le loro nazioni come gli elementi fondativi di una struttura federata universale, regolata da un “governo mondiale”, realizzato attraverso la loro cooperazione. In tal modo, le forze di opposizione presenti all’interno delle singole nazioni potranno approfondire la loro collaborazione a livello globale, in considerazione del fatto che gli Stati-nazione, confluiti nello Stato-mondo non sono più delle particolari entità autonome, ma parti di un’unica struttura istituzionale federalistica, incorporante una “comunità globale”.
Le forze di opposizione al neoliberismo potranno così assumere che il benessere di ciascuna comunità nazionale non possa prescindere da una regolazione del mercato mondiale, al fine di evitare che i rapporti economici internazionali siano tradotti dalle oligarchie mondiali in un eccessivo condizionamento ai danni delle comunità nazionali economicamente più deboli.
Nonostante l’identica percezione del processo di globalizzazione degli Stati-nazione come esito del processo storico, le forze di opposizione, potranno giustificare, riguardo al modo in cui i rapporti economici internazionali vanno governati, la loro diversa posizione rispetto ai neoliberisti; si tratterà di una posizione che considera regolabile lo spontaneismo di mercato, grazie a un insieme di pratiche poste in essere da istituzioni globali e idonee a contrastare gli assunti neoliberisti, secondo cui, sia la democrazia, sia i diritti umani sarebbero causa di inefficienza del funzionamento dell’economia-mondo e che costituirebbero l’impedimento a ogni processo innovativo.

Gianfranco Sabattini

Kategorije: Italija

Ragionevoli dubbi

Tor, 14/11/2017 - 15:42

Il commediografo americano Arthur Miller scrisse nel 1953 un dramma, “Il crogiuolo”, ambientato nel Massachussets del XVII secolo in cui si narra l’insorgere in un piccolo paese della provincia americana della psicosi della stregoneria divenuta poi un’endemica caccia alle streghe conclusasi tragicamente per l’innocente protagonista John Proctor.
Miller come molti altri scrittori, sceneggiatori e registi fu vittima del maccartismo, la campagna della commissione parlamentare sulle (supposte) attività antiamericane condotta dal senatore Joseph McCarthy con il supporto del potente capo dell’FBI Edgar J. Hoover che, all’inizio degli anni 50 del secolo scorso, in piena Guerra fredda, sprofondò il sistema scientifico culturale e in particolare Hollywood in un clima plumbeo.
Era sufficiente un sospetto di filocomunismo, una diceria, una delazione per condurre il sospettato innanzi alla commissione presieduta dal senatore del Wisconsin ed essere successivamente emarginato poiché il “ragionevole dubbio” di colpevolezza si trasformava in una sicura condanna.
Tra le vittime del “ragionevole dubbio” vi furono celebri personalità del mondo dello spettacolo ma non solo: da Charlie Chaplin al compositore Elmer Bernstein fino ad Albert Einstein. Neanche a dirlo, ebrei.
Le ricadute dell’affaire Weinstein, il moltiplicarsi di chiamate in correità di altri personaggi dello star system hollywoodiano, appaiono molto simili a quella lontana vicenda del secolo scorso. Almeno per un aspetto: dopo Weinstein sono stati coinvolti tra gli altri Dustin Hoffmann e Richard Dreyfuss. Neanche a dirlo, ebrei. Per ora si sono salvati dalla gogna Ben Stiller e Barbra Streisand, quest’ultima forse perché donna.
Insomma, tra i miasmi di storiacce più o meno verosimili, di molestie sessuali denunciate a scoppio ritardato si avverte l’emergere dell’odioso afrore dell’antisemitismo su cui non poteva esimersi di soffiare Dario Argento, padre di Asia, che ha addirittura evocato il “ragionevole dubbio” che la figlia possa divenire oggetto delle sbrigative attenzioni del Mossad.
Come se il servizio segreto israeliano non avesse problemi ben più gravi a cui fare fronte.
Un “ragionevole dubbio” dunque si può insinuare: che Argento senior stia preparando un remake del film del 1940 “Suss l’ebreo”, uno dei film preferiti da Heinrich Himmler che tra gli sceneggiatori annoverava un certo Joseph Goebbels.

Emanuele Pecheux

Kategorije: Italija

Ambiente, dalle ecomafie alle agromafie

Tor, 14/11/2017 - 15:36

Agromafie

Dall’ambiente all’agroalimentare, da ecomafie ad agrimafie. I tentacoli della Piovra sono sempre in movimento alla conquista di nuovi settori. Che la mafia ami la campagna è cosa nota, meno nota è la nuova frontiera di questo amore, con la generazione dei colletti bianchi che punta a occupare tutta la filiera. Il settore agroalimentare, infatti, rappresenta un terreno privilegiato di investimento della malavita, anche per il riciclaggio del danaro sporco. Questa occupazione rappresenta un pericoloso impatto non solo sul tessuto economico locale e nazionale, ma anche sulla salute dei cittadini e sull’ambiente.

“La mafia nel piatto. Ovvero la penetrazione mafiosa nel settore agroalimentare” è stato anche l’argomento di un recente seminario svoltosi a Tempio, nella appena inaugurata sede sarda dell’Eurispes, che nel marzo scorso ha anche presentato a Roma il quinto rapporto “Agromafie” sui crimini agroalimentari in Italia.

L’Eurispes, Istituto di studi politici, economici e sociali, è un ente privato, fondato nel 1982 da Gian Maria Fara, che ancora oggi ricopre l’incarico di presidente, e opera nel campo della ricerca politica, economica e sociale. Dal 1989 racconta il nostro Paese attraverso il Rapporto Italia. Tra gli altri lavori citiamo il Rapporto nazionale sull’infanzia e adolescenza, il Rapporto sulle eccellenze italiane e il Rapporto sui crimini agroalimentari. Sul fenomeno della penetrazione mafiosa nel settore agroalimentare abbiamo intervistato Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes.

Che cosa si intende per agromafie?
Con il termine “agromafie” si vuole indicare la presenza delle organizzazioni criminali e mafiose all’interno della filiera agroalimentare. Nel 1993/94 insieme con i carabinieri e con Legambiente coniammo il termine “ecomafie” a seguito di una approfondita indagine che denunciava la presenza sempre più massiccia delle mafie nel settore ambientale. Con quella indagine descrivemmo, con largo anticipo, ciò che avveniva nella cosiddetta “Terra dei fuochi”. La costante azione di monitoraggio che l’Eurispes, da sempre, conduce sulla evoluzione e sui percorsi delle attività criminali ci ha fatto scoprire come nel tempo gli ecomafiosi si siano trasformati in agromafiosi.

L’ultima incarnazione della mafia in guanti gialli? O il fenomeno esiste da tempo e solo adesso ne stiamo prendendo coscienza?
Stiamo assistendo alla progressiva trasformazione delle mafie che via via abbandonano l’approccio “militare” e sposano la cultura dei “colletti bianchi”. Insomma, dal kalashnikov all’economia digitale. Non è un fenomeno nuovo ma il frutto di una deriva imboccata dopo il fallimento della strategia delle bombe e dell’attacco alle Istituzioni. Quella deriva fallì grazie alla risposta ferma dello Stato attraverso la magistratura e le forze di polizia e, non da ultimo, l’impegno di parlamento e governo. A fronte di questa reazione le mafie hanno scelto la strategia del silenzio, dell’appeasement. In altre parole, della attività “sottotraccia”.

È un fenomeno limitato, riconducibile a poche zone ben definite, o può colpire (o ha già colpito) quelle regioni a vocazione agroalimentare, in pratica tutta l’Italia?
Le mafie hanno una spiccata vocazione economica; quindi, seguono il percorso dell’economia, della finanza, insomma dei soldi e, dunque, sono presenti là dove è possibile sviluppare con la maggior convenienza gli affari. Quindi tutte le regioni, e in particolare quelle più ricche, rientrano nella loro sfera di azione.

Quali sono i settori più colpiti? O l’interesse della mafia è per tutta la filiera?
Certamente l’interesse è rivolto a tutta la filiera: dalla produzione al trasporto, dalla gestione dei grandi centri di stoccaggio e smistamento sino alla rete di vendita.

Come condiziona il mercato, dalla produzione alla vendita, questa invasione tentacolare in ogni settore agroalimentare?
Il condizionamento si esplica nel controllo della produzione attraverso lo sfruttamento della manodopera e quindi del lavoro nero e del caporalato presente sia nelle regioni del Sud sia in quelle del resto d’Italia. La mafia condiziona la definizione dei prezzi e dei tempi del raccolto. Stabilisce quali debbano essere le aziende impiegate nel trasporto delle merci. Occupa i grandi centri di smistamento. Possiede catene di supermercati utilissimi, tra l’altro, per il riciclaggio. Secondo i nostri calcoli, naturalmente approssimativi per difetto, le mafie sviluppano un giro di affari annuo di almeno 22 miliardi l’anno.

Anche la confisca dei beni dimostra la “passione” per la terra dei mafiosi. Ha dati aggiornati?
I mafiosi conservano un rapporto intenso con la terra: quasi la metà dei beni confiscati è costituito da terreni e aziende agricole (circa 30.000).

Ma chi difende il Made in Italy, le produzioni doc, dop, tutte le eccellenze dell’agroalimentare italiano?
La produzione agroalimentare italiana è, in generale, di alta qualità quando non d’eccellenza, e occorre anche dire che è forse la più sicura al mondo. Le nostre produzioni sono super controllate (Nas dei carabinieri, guardia di finanza, Istituto repressione frodi, Istituto superiore di sanità, Asl, uffici d’igiene, etc.). Cosa che non accade, almeno con la stessa solerzia e intensità negli altri Paesi, anche in quelli dell’Unione. Il problema è dato dalla falsificazione o imitazione dei nostri prodotti nel mondo ovvero quello che è comunemente chiamato Italian sounding che produce un giro d’affari di almeno 60 miliardi di euro l’anno. Fenomeno del quale sono naturalmente protagoniste anche le mafie. Da tempo noi, anche attraverso il Rapporto sulle Agromafie, sollecitiamo l’avvio di un processo che porti alla identità certificata delle singole produzioni utilizzando le tecnologie che vengono oggi già utilizzate, per esempio, per le confezioni dei medicinali.

Come informare in maniera più completa i consumatori sui rischi che si corrono?
Su questo fronte non si fa ancora abbastanza. Bisogna far capire ai consumatori che esiste un rapporto diretto tra prezzo e qualità. Quando vediamo, sullo scaffale del supermercato, una bottiglia di olio “extravergine” di oliva a poco più di tre euro, dobbiamo avere la consapevolezza di trovarci di fronte a un prodotto di scarsissima qualità, di dubbia origine, frutto di una produzione industriale, e di processi chimici al limite del lecito.

Come combattere questo antico ma nuovo fenomeno dell’agromafia? Che provvedimenti dovrebbe prendere il parlamento?
Come dicevo prima, le mafie hanno una chiara vocazione economica. Il loro obiettivo primario è sempre quello dell’arricchimento, quindi, cercheranno in tutti i modi di penetrare in quei settori produttivi o dei servizi che non conoscono crisi. Il settore sanitario e quello della produzione agroalimentare sono tra questi. Crisi o non crisi, nessuno può rinunciare a curarsi e tutti ci metteremo a tavola almeno due volte al giorno. Le leggi ci sono e sono sufficienti. Magistratura e forze dell’ordine sono molto attive su questo fronte. Quel che occorre è non abbassare la guardia e seguire con grande attenzione i percorsi, le alleanze, le trasformazioni e gli obiettivi delle organizzazioni criminali.

In chiusura, due parole sul convegno di Tempio, al quale ha partecipato anche Gian Carlo Caselli, in qualità di presidente dell’Osservatorio sulle agromafie, ed ex procuratore capo di Palermo e Torino. Perché, appunto, questo convegno? Come ha reagito il pubblico? Contate di farne altri anche in altre regioni?
Il convegno di Tempio rientra all’interno di un programma di sensibilizzazione sul problema della penetrazione della criminalità nella filiera dell’agroalimentare ed è stato realizzato nella sala conferenze della nostra sede regionale sarda e ha visto la partecipazione di circa 800 persone e di numerose autorità civili e rappresentanti della magistratura e delle forze dell’ordine, come Gian Carlo Caselli, presidente del comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare fondato cinque anni fa da Eurispes in collaborazione con Coldiretti. Quella è stata la prima presentazione, ne sono previste altre ancora in diverse regioni. L’obiettivo è quello di informare e di dare un contributo di conoscenza che serva a far crescere la sensibilità e l’attenzione su temi, a nostro parere, decisivi. Il pubblico ha reagito in modo fortemente positivo, soprattutto quella parte costituita dai giovani delle scuole presenti. E questo lascia ben sperare.

Antonio Salvatore Sassu

Kategorije: Italija