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Colle concede il colloquio. Trenta frena Salvini

Pon, 09/07/2018 - 17:42

elisabetta trentaAncora diplomazia a garbo da parte del Presidente Sergio Mattarella, dopo il pressing del Vicepremier Matteo Salvini per un incontro sull’affaire Fondi Lega, il Capo dello Stato al rientro dalla Lituania ha incontrato il leader della Lega. Concedere il colloquio, ma sotto forma di incontro con il titolare del Viminale, è parso il male minore per Mattarella. “Utile, positivo e costruttivo”, è stato il commento di Salvini sull’incontro con il Capo dello Stato che è durato quasi 40 minuti. Durante l’incontro si è parlato di immigrazione, sicurezza, terrorismo, confisca dei beni mafiosi e di Libia. Ma non è stata affrontata la vicenda dei fondi della Lega che aveva portato al nervosismo del Colle.
Meno diplomatica è stata invece la ‘risposta’ della Ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, decisa a non subordinare il suo Ministero a quello degli Interni. Ieri Matteo Salvini, il ministro dell’Interno, ha annunciato di voler portare al tavolo europeo di Inssbruck di giovedì la richiesta italiana di bloccare l’arrivo nei porti italiani delle navi delle missioni internazionali attualmente presenti nel Mediterraneo. La dichiarazione del Capo del Viminale arriva dopo lo sbarco al porto di Messina del pattugliatore irlandese ‘Samuel Beckett’ con 106 profughi a bordo, quasi tutti sudanesi, che erano stati salvati in acque Sar maltesi tra il 4 e 5 luglio. La Beckett partecipa all’operazione Sophia che da febbraio scorso è sotto guida italiana.
Ma sull’esternazione di Salvini la Difesa ha puntualizzato che “Eunavformed è una missione europea ai livelli Esteri e Difesa, non Interni” e che “le regole di ingaggio della missione” vanno cambiate “nelle sedi competenti, non a Innsbruck”.
Dal ministero della Difesa fanno inoltre notare che “l’azione deve essere coordinata a livello governativo, altrimenti l’Italia non ottiene nulla oltre a qualche titolo sui giornali, fermo restando che la guida italiana per noi è motivo di orgoglio”.
Cerca di conciliare l’altro Vicepremier, Luigi Di Maio, nonché Capo Politico del M5S di cui la Ministra fa parte che ieri ha affermato:
“Finché la missione Eunavfor Med rimane in piedi, gli unici porti sono quelli italiani, ma l’obiettivo nostro è cambiare le regole di ingaggio della missione” aggiungendo che “un anno fa sono stato a parlare con Frontex e mi spiegarono che il governo Renzi diede la disponibilità di portare i migranti nei porti in cambio di punti di flessibilità usati per il bonus degli 80 euro”.

Ma sulla questione migranti interviene anche il ministro degli esteri Enzo Moavero che si allontana dalla linea dura imposta da Salvini: “Non ci sfiliamo dagli impegni internazionali – ha detto – siamo pienamente dentro e non intendiamo muoverci al di fuori del quadro di diritto internazionale, quindi anche europeo” ha detto con riferimento alla missione Ue Sophia per il salvataggio in mare dei migranti. Parole a cui il magistrato Armando Spataro aggiunge: “Nessuno può vietare a un barcone di attraccare. La convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati prevede il diritto al non respingimento”. “Ragionando per assurdo – ha spiegato – se un barcone arrivasse a Torino ai Murazzi sul Po e qualcuno impedisse a chi sta sopra di scendere, avvierei degli accertamenti. Nessuno può vietare a un barcone di attraccare”.

A questo punto è intervenuto anche Matteo Renzi in un post su Facebook. “La flessibilità – annunciata a Strasburgo il 13 gennaio 2015 – era parte integrante dell’accordo per eleggere Juncker – ricorda Renzi -. Non c’entra nulla con le politiche migratorie. Nulla. Era un accordo politico di risposta all’austerità del Fiscal Compact. Sono due dossier politici diversi”.

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Via dal presente. Una “concentrazione repubblicana”

Pon, 09/07/2018 - 17:16

futuro

Il Psi, nel giorno dell’assemblea del Pd, riunisce, grazie a ‘Mondoperaio’, vari pezzi dell’opposizione al Governo M5s-Lega per chiedere “una reazione a una stagione simile a quella vissuta dall’Italia nel 1919-1922”. Riccardo Nencini sintetizza: “Abbiamo un ministro dell’Interno e leader di partito che, a fronte di una richiesta della Cassazione, si rivolge al Capo dello Stato per mettere sotto schiaffo la magistratura. Lo fa da ministro dell’Interno, da cui dipendono le forze di Pubblica sicurezza. È l’incipit di un atto eversivo”. Per fronteggiare l’eversione Nencini propone: “O cogliamo questi segni come un attacco alla democrazia repubblicana oppure non vedo da dove la sinistra debba ripartire. Serve il primo mattone per una concentrazione repubblicana”. Nencini, interviene dopo l’introduzione di Gian Franco Schietroma e Luigi Covatta direttore di Mondoperaio, che ha organizzato il convegno.

“Bisogna trasformare subito l’opposizione in alternativa credibile – continua Nencini – e cogliere la scadenza delle prossime elezioni europee per presentarsi agli italiani con un disegno comune, una ‘concentrazione repubblicana’ di taglio europeista per evitare che il parlamento europeo abbia una maggioranza populista e provochi la crisi definitiva dell’U.E. Sia alla Camera che al Senato si formi una federazione tra i gruppi dell’opposizione per affrontare in modo corale almeno i grandi temi”. Per Nencini bisogna “veicolare attraverso i governi regionali e le amministrazioni locali di centro sinistra un nuovo e concreto messaggio riformista agli italiani: impiegare i migranti in lavori socialmente utili per la comunità che li ospita; impegnare le risorse di bilancio proprie e i fondi europei per creare almeno 400.000 posti di lavoro nella difesa del territorio e nella valorizzazione dei beni artistici e paesaggistici (investimento di circa 8 miliardi E.)”.

Nencini nel suo intervento sottolinea la necessità di un “appello a mondo e alla cultura socialista con buon esito. Oggi – afferma – sono presenti esponenti di una sinistra che va anche oltre.  Un mondo che si trova all’opposizione del governo Salvini e Di Maio. Via dal presente è un concetto che in un momento in cui si tendono a risolvere i problemi oggi per il domani, vuole inserire l’idea del guardare lontano perché oggi più che mai serve un quadro strategico, basta vedere la questione immigrazione”.

Al convegno di ‘Mondoperaio’ sono presenti tra gli altri Federico Fornaro (Leu), Sergio Pizzolante e Fabrizio Cicchitto (Civica Popolare), Marco Cappato (Associazione Luca Coscioni), Vittorino Ferla (Libertà Eguale). Pizzolante snocciola i dati: “In Italia abbiamo i populisti al 60%. Se aggiungiamo FdI e parte di FI arriviamo al 70%. Dieci anni fa il 74% degli italiani si sentiva di appartenere al ceto medio, oggi questa percentuale è ridotta al 31%. La dinamica centrodestra contro centrosinistra è morta. Oggi siamo ai populisti contro i riformisti”. Simile l’analisi di Fornaro (Leu): “Il 4 marzo è stato un terremoto, non una sconfitta. Nel 2008 Pd e FI avevano 25,7 milioni di voti, oggi hanno 10 milioni di voti. I populisti sono passati dal 18 al 58%. La maggioranza silenziosa non esiste più. Oggi c’è una maggioranza rancorosa e i populisti creano appositamente nemici esterni come i migranti e la Ue”.

“Il frontismo – sottolinea Cappato – porta alla sconfitta. Il tema centrale sia l’internazionalismo dei diritti umani. È possibile che per Trump sia indifferente interloquire con il Canada di Trudeau oppure con i peggiori dittatori?”.

Ugo Intini (leggi l’intervento integrale) vuole “un Comitato di Liberazione per la Democrazia che possa resistere alla melma giallo-verde. È tempo di agire e servono leader nuovi”. Per Intini “il Governo M5s-Lega litiga con la Ue sui migranti, perché vuole in realtà uscire dall’euro. Vogliono anche svuotare la democrazia e la proposta di Grillo di sorteggiare i senatori va in questo senso”. Cicchitto ritiene che “oggi l’Europa abbia due avversari: Trump e Putin. Ci sono analogie con l’Europa degli anni trenta. Il risultato delle elezioni italiane è stato preparato con la vittoria di Trump. Se le contraddizioni tra M5s e Lega non esploderanno nei prossimi 6 mesi, il Governo potrebbe anche durare 5 anni”. In questo caso Pizzolante avverte: “Attenzione, perché quando i populismi prendono piede, ai populismi subentrano altri populismi”. Mauro Del Bue rimarca che “mai in Italia la sinistra aveva preso poco più del 20%. Il Pd ha finora risposto in burocratese: è necessario invece che l’opposizione al Governo giallo-verde si svegli”. Oreste Pastorelli, tesoriere del Psi, pensa che “la sinistra abbia perso il rapporto con la gente”. E Vito Gamberale ritiene che i mali siano nati alla fine degli anni novanta: “La debolezza con cui siamo entrati nell’euro e il tasso di cambio sulla lira hanno indebolito il ceto medio. In questo scenario M5s ha inseguito la povertà, la Lega ha inseguito la paura”. Maria Cristina Pisani, Portavoce del Forum Nazionale Giovani, non si arrende: “La sinistra è sottorappresentata in Italia e in Europa. La prima cosa da fare è far sì che non ci siano più milioni di poveri”. Per il direttore di ‘Mondoperaio’, Luigi Covatta, (leggi l’intervento integrale) è necessario creare una cultura politica riformista “che sappia uscire dal ‘presentismo’ e sia capace di proporre una strategia di lunga durata”.

Iacovissi, responsabile per le riforme del Psi, sottolinea il “cambio drammatico che ha portato a  questo risultato. Sia il ceto medio che le fasce più basse hanno voltato le spalle al centro sinistra.  Imputo a questo anche la ricorsa del cento sinistra verso temi populisti rinunciando a orientamenti riformisti”. “Si è parlato e si parla della diseguaglianza generazionale. Ora per la prima volta vi sono degli strumenti. Vi è la Naspi, oppure il Rei, entrambi fatti dal centrosinistra. Sono risposte alla richiesta di protezione però gli elettori le cercano nei 5 Stelle e nella Lega. Oppure i dati sugli sbarchi che sono dimezzati eppure la sensazione è un’altra”.

Pia Locatelli apre il suo intervento chiedendosi quale sia il modo per “segnare un cambiamento e dare una idea di unità per chi non è sovranista e populista. E soprattutto se sia ancora possibile”. E con questa visione secondo Pia Locatelli è necessario pensare già da ora alle elezioni europee, con una lista larga da contrapporre ai populismi con “noi solidamente ancorati nella famiglia della socialdemocratica”. “La crisi della socialdemocrazia e crisi europea sono legate. E noi abbiamo fatto una difesa dell’Europa quasi acritica”. “Salvini dice che vengono prima gli italiani. Gli stati europei e il processo di democratizzazione si sono stabilizzati in un sistema di cooperazione, quindi l’idea di Salvini delle priorità  è una contraddizione”.

Infine i migranti. Pia Locatelli ricorda i numeri veri. “Gli sbarchi sono in netta discesa. Il 41% dei migranti è europeo. Uno su 5 africano. Perché la paura allora dell’invasione dell’Africa? È un tema che va discusso insieme a quello della cooperazione. Invece da sempre è stato diviso tra immigrazione legale e illegale. E ora si confonde tra legali e richiedenti asilo. Servono canali come quello delle quote altrimenti non si risolve il problema. Infine il congresso del Partito socialista europeo. Bisogna lavorarci da ora e per le elezioni europee dovremmo dire la nostra per individuare il candidato presidente della Commissione Ue”.

Ha chiuso il lavoro Carlo Vizzini che sottolinea la “buona volontà di elaborare e consapevolezza della difficoltà. Ci sono cose da mettere insieme per fare un progetto”. Vizzini mette in guardia per “l’atteggiamento di Salvini” che definisce “al limite della pericolosità”. “Sono state fatte saltare per aria le forze politiche che avevano valori diversi e che avevano portato l’Italia a quinto posto nel modo”. “Ora stanno smontando la democrazia”. “La democrazia ha un costo e chi vuole eliminare questi costi vuole smontare la democrazia: i parlamentari del futuro saranno solo ricchi oppure truffaldini”. Vizzini ricorda come i partiti erano “la cinghia di trasmissione tra gente e istituzioni. Dobbiamo occupare il nostro ruolo per riprendere questo compito per avere la forza di recuperare la democrazia parlamentare”. Parlamento composto da Camera e Senato. “Quel Senato dove oggi siede Matteo Renzi che lo voleva abolire”. Vizzini sottolinea la necessità di riprendere il cammino “con le nostre idee e pretendendo la pari dignità”. Infine le elezioni europee: “Proporzionale e sbarramento. Una angheria. Nessuno di noi può vivere in un altro partito, possiamo vivere insieme ad altri. Il compito dei socialisti è di avere coraggio e inserire questo coraggio in un programma dell’opposizione”.

Daniele Unfer

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Un piano nazionale contro la violenza sulle donne

Pon, 09/07/2018 - 16:59

Violenza-sulle-donne-Locatelli

“Il delicato tema della violenza sulle donne è di strettissima attualità. Con tutte le nostre associazioni siamo quotidianamente impegnati nel dare voce alle tante donne vittime di violenza e soprusi”, commenta il prof. Foad Aodi, medico fisiatra e fondatore delle Comunità del Mondo Arabo in Italia ( Co-Mai), dell’ Associazione Medici Stranieri in Italia ( AMSI) e del Movimento internazionale “Uniti per Unire”. Che aggiunge: “Grazie ad un accurato studio del dipartimento Donne delle Co-Mai e di Uniti per Unire, in collaborazione con AMSI, abbiamo purtroppo verificato che molto spesso, in Italia, ci sono episodi di discriminazione verso le donne compiuti, solo ed esclusivamente, per il colore della loro pelle o per il modo di vestirsi.

È sufficiente leggere molti articoli di giornali, in questi giorni, che citano casi di numerose discriminazioni contro donne e bambini immigrati , donne arabe , musulmane o di colore , i cui casi sono aumentati del 25 per cento dall’inizio del 2018 . Per questo dobbiamo batterci non solo per difendere i diritti di tutte le donne, ma anche per debellare per sempre le discriminazioni razziali, religiose e dovute al colore della pelle”. Gli fa eco Nicola Lofoco, portavoce del Movimento Uniti per Unire : “Contrastare la violenza contro le donne è un impegno che il nostro movimento ha preso sin dalla sua nascita. Per questo, tramite le nostre iniziative, siamo convinti che riusciremo a sensibilizzare ancora di più le istituzioni del nostro Paese su quest’ importante questione”.

Ad Anguillara Sabazia, s’ è tenuta l’altra sera una cena di beneficenza per raccogliere fondi in favore dell’ associazione “ Casa del rifugio per le donne vittime di violenza “ di Roma. col patrocinio, appunto, delle Co-mai e di “Uniti per Unire” .

“La mission dell’ evento – ha ribatito Cinzia Spaccatrosi , organizzatrice – è stare accanto alle donne per difenderne la dignità e i diritti: nell’ obiettivo di proteggerle dai soprusi fisici e psicologici, far loro riacquistare autostima e fiducia in sè stesse e nelle istituzioni e darle sostentamento economico “.

Sono intervenuti autorità e rappresentanti delle istituzioni, tra cui il sindaco di Cerveteri, Alessio Pascucci, coordinatore nazionale del nuovo partito ” Italia in Comune”. “La violenza sulle donne – ha sottolineato Nawal El Mandli, d’ origine marocchina , del dipartimento donne della Co- Mai e di Uniti per Unire – è una cosa spregevole e vergognosa, che provoca grandi danni per la donna, in tutta la sua integrità. Si parla tanto di femminicidio, e qui posso solo appellarmi a tutte le donne, italiane e di origine straniera , affinchè non abbiano paura di denunciare e a farsi aiutare contro il mercato nero dello sfruttamento sessuale degli esseri umani, e contro la violenza durante i tragitti in mare”.

Fabrizio Federici

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EUROPA UNITA

Pon, 09/07/2018 - 16:45

DRAGHI NON MOLLA PRESA, DECISO CONTRO RISCHI DEFLAZIONEBorse europee positive nel pomeriggio, dopo il quadro rassicurante tracciato dal numero uno della Banca centrale europea, Mario Draghi, al Parlamento europeo e dopo la buona intonazione di Wall Street, ancora in festa per i dati sul mercato del lavoro di luglio (sono state create 213.000 nuove buste paga, livello superiore alle attese). Il banchiere ha dichiarato che sebbene a fine anno termineranno gli acquisti di asset da parte dell’istituto centrale, questo non significherà la fine dell’espansione monetaria. Draghi è quindi tornato a sottolineare che i fondamentali dell’economia del Vecchio Continente sono solidi, nonostante la crescita degli ultimi mesi sia risultata più moderata e nonostante il protezionismo in atto stia diventando sempre più una minaccia. Il presidente dell’Eurotower ha quindi invocato un’Europa unita, complice il fatto che l’unione monetaria è ancora incompleta e vulnerabile.

“In questi tempi di aumentate incertezze globali, è più importante che mai che l’Europa resti unita” ha avvertito ancora il presidente della Bce sottolineando i pericoli che corre l’Europa a causa dei dazi e del ritorno delle politiche protezionistiche. La ricetta di Draghi è un’Europa più unita: “Per sostenere la fiducia e continuare l’espansione economica, abbiamo bisogno di ulteriore convergenza e integrazione tra gli Stati membri dell’area dell’euro”, ha sottolineato.

I rischi al ribasso per le prospettive di crescita “riguardano principalmente la minaccia di un maggiore protezionismo: un’Unione europea forte e unita può aiutare a cogliere i benefici dell’apertura economica proteggendo al tempo stesso i suoi cittadini contro una globalizzazione incontrollata”, ha insistito il presidente della Bce. “L’Ue – ha aggiunto – può dare supporto al multilateralismo e al commercio globale, capisaldi della crescente prosperità economica negli ultimi sette decenni. Ma per avere successo al di fuori, l’Ue richiede istituzioni solide e una sana governance economica all’interno”.

Draghi ha anche affrontato il tema dell’eurozona, al centro del dibattito tra i Paesi europei e di una riforma in salita. “La condivisione dei rischi aiuta in grande misura la riduzione dei rischi”, ha detto Draghi riferendosi al sistema bancario e alle scelte pendenti per completare l’unione bancaria (la questione centrale è il sistema unico di garanzia dei depositi).

Infine nel corso della conferenza stampa il presidente della Bce si concede un passaggio sull’Italia: “Dobbiamo vedere i fatti prima di esprimere un giudizio, i test saranno i fatti, finora ci sono state le parole e le parole sono cambiate”.

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Scrive Alessandro Pecoraro: Lealtà e azione, lupi travestiti da agnelli

Pon, 09/07/2018 - 15:49

Non staremo qui a descrivere nei dettagli cosa accadrà nei prossimi giorni nella nostra città, in tanti lo hanno già raccontato. Solo in breve, Il Comune di Abbiategrasso dal 6 al 7 Luglio ha concesso gli spazi della Fiera ad un gruppo di estrema destra denominato Lealtà e Azione, in cui saranno invitati a parlare esponenti della Giunta regionale, in rappresentanza dei principali partiti di maggioranza come Forza Italia, Lega Nord e Fratelli d’Italia. Quello che ci troviamo davanti non è il classico gruppo di estremista caricaturale con svastiche, fasci littori o santini di Mussolini. È qualcosa di molto più sottile, profondo e quindi insidioso. A scorgere il sito e le iniziative da loro proposte, anche in occasione delle kermesse abbiatense, non figura niente di apparentemente estremistico, anzi ci sono perfino iniziative animaliste mischiate a eventi che richiamano ai valori identitari e tradizionali.

È una tendenza in voga da qualche anno in diverse formazioni di destra radicale in tutta Europa; da Orban alla Le Pen passando per Salvini e in certo qual modo anche Casa Pound. Nessuno di loro si richiama direttamente all’ideologia fascista propriamente detta, ma utilizza linguaggi e simbologie “accettabili” o quasi, per mascherarla. Del resto per loro gli immigrati vanno aiutati a casa loro, non perché sono razzisti, ma tutto sommato perché qui si troverebbero male. Non dicono di essere contro gli ebrei che complottano per controllare il mondo, ma solo contro i poteri forti della finanza mondiale, in particolare modo il magnate Soros (guarda caso ebreo). Non sono contro i Gay, ma contro la propaganda “gender” e le immagini omosessuali nei media, (i corpi femminili con cui veniamo bombardati costantemente cosa sarebbero? propaganda etero?) Matteo Salvini non è contro la libertà di stampa, ma dal palco di Pontida fa l’elenco dei giornalisti avversari augurandogli con linguaggio simil mafioso “buona vita”, Beppe Grillo non si dice contro i sindacati, ma chiuderebbe solo quelli che lui a suo giudizio reputa inutili. Non si dicono nostalgici del fascismo, ma solo delle cose buone che ha fatto… e via dicendo. Questi movimenti insomma mascherano contenuti e linguaggio per farsi accettare nell’arena democratica. Pensiamo solo a Marie Le Pen in Francia che ha cercato di fare il lifting al Front National nel tentativo di far dimenticare suo padre.

Quando il Sindaco di Abbiategrasso Cesare Nai afferma che “Lealtà e Azione” rispetta le regole e le leggi e non c’è nessun motivo apparente per negargli lo spazio, dice la verità. Si, perché almeno formalmente le rispettano. L’esperienza di questi ultimi decenni ci ha insegnato che questi gruppi si comportano da agnelli rispettosi delle regole senza mostrare eccessivi estremismi, fino a quando non conquistano posti di potere, poi, come sta accadendo in Ungheria, promulgando leggi liberticide mostrano la loro vera faccia da lupo: Vengono chiuse le università non allineate oppure i giornali filo governativi inducono il teatro di Budapest a cancellare il musical di Billy Elliot perché “propaganda l’omosessualità”, come è successo la settimana scorsa.

Non ci troviamo davanti ai naziskin o dei semplici nostalgici del Duce, ma di una subdola operazione di mascheramento per avere la faccia pulita. Di fronte a tutto questo il classico antifascismo non basta più e ottiene scarsi risultati; la Lega al governo, esponenti di Casa Pound nei consigli comunali e assessori regionali invitati a questi eventi, sono lì a dimostrarlo. Le associazioni partigiane, i cittadini fedeli ai valori repubblicani e democratici devono sviluppare nuovi strumenti e linguaggi per combatterli, altrimenti i presidi antifascisti e le manifestazioni rischiano di essere un mero esercizio liturgico e retorico che non scavano il cuore della questione. Anzi, senza un dovuto approfondimenti del fenomeno si corre perfino il rischio di passare per quelli che vogliono censurare il libero pensiero, quando invece bisognerebbe far capire i pericoli che corriamo tutti quanti, mettendo in luce quanto sta succedendo anche nel resto d’Europa.

Da Orban in Ungheria, Kaczyński in Polonia e la Russia di Putin, solo per fare degli esempi. Massimo biasimo per quegli esponenti politici locali e nazionali che contribuiscono allo sdoganamento del fascismo del XXI secolo.>>

Alessandro Pecoraro

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Brexit. Doppio colpo sul governo di Theresa May

Pon, 09/07/2018 - 15:30

david davis

Il Governo conservatore inglese di Theresa May è nel caos. Dopo le dimissioni annunciate stanotte dal ministro per la Brexit, David Davis, elemento chiave della compagine, in polemica con la svolta verso un negoziato più soft con l’Ue strappata in questi giorni dalla premier, oggi hanno rassegnato le dimissioni anche il ministro degli Esteri, Boris Johnson ed i sottosegretari Steven Baker e Suella Braverman.

Al posto di David Davis è stato nominato  Dominic Raab, 44 anni, un altro ‘brexiteer’ finora viceministro della Giustizia e in passato elemento di punta nel fronte pro-Leave durante la campagna referendaria del 2016.

Davis, esponente di punta della corrente Tory euroscettica, ha deciso, dopo qualche giorno di riflessione, di non poter evidentemente accettare la nuova strategia più conciliante nei confronti di Bruxelles che May aveva imposto al consiglio dei ministri solo venerdì scorso. Le dimissioni del ministro, in attesa dell’ufficializzazione di Downing Street e della nomina di un sostituto, sono state confermate dalla Bbc e da tutti i media del Regno Unito.

Davis, 69 anni, finora responsabile per il governo britannico dei negoziati sul divorzio con l’Ue, aveva sottoscritto venerdì, come tutti gli altri ministri, il compromesso proposto da Theresa May per cercare di sbloccare le trattative con Bruxelles. Il compromesso non è stato gradito dai ‘brexiteers’ ultrà del suo stesso partito, ed è stato considerato da qualcuno alla stregua di un ‘tradimento’ del risultato del referendum del 2016 e improntato a un’apertura sull’ipotesi di creazione di un’area di libero scambio post Brexit, con regole comuni, almeno per i beni industriali e per l’agricoltura, oltre che alla definizione di nuove intese doganali con l’Ue. Concessioni interpretate da diversi deputati della corrente dei falchi come un cedimento, ma su cui inizialmente la premier sembrava aver ricomposto una sia pur fragile unanimità in seno al gabinetto. Le dimissioni di Davis sono diventati un elemento di rottura.

L’uscita di scena del ministro per la Brexit rischia di essere in effetti l’inizio di un effetto domino (circolava già la voce che il primo a seguire poteva essere il titolare degli Esteri, Boris Johnson, come è avvenuto) in grado di mandare in pezzi l’esecutivo, la maggioranza ed anche la compattezza del Partito Conservatore. Con questo nuovo scenario incombe la possibilità di nuove elezioni anticipate. Le reazioni non si sono fatte attendere. Dal fronte dei ‘brexititeers’, è stato plaudito il gesto ‘coraggioso e da uomo di principi’ di Davis. Il sostegno a Davis è arrivato a tamburo battente da deputati come Peter Bone, Andrea Jenkyns e Harry Smith, mentre molti osservatori danno già per scontata una sfida imminente alla leadership Tory della May. Il dilemma sarà un nuovo governo conservatore senza la guida della May o elezioni anticipate ?

Dopo l’annuncio delle dimissioni dell’euroscettico Davis Davis, ministro responsabile della Brexit, pochi giorni dopo che la premier Theresa May era riuscita a rinsaldare il governo su una strategia di uscita che punta però a mantenere una stretta relazione commerciale con l’Unione europea, la sterlina inglese è in netto recupero sulle altre valute. A metà mattina il ‘British pound’ si è attestato a 1,3346 dollari, laddove prima dell’annuncio fluttuava attorno a 1,3286. La valuta Gb recupera anche sull’euro, che cala a 0,8821 sterline laddove in precedenza navigava sopra 0,8840.

Dunque la Brexit non piace neanche ai mercati finanziari. Comincia a piacere sempre meno anche agli inglesi che giorno dopo giorno acquistano coscienza di aver fatto scelte errate. In realtà, il referendum sulla Brexit ha già diviso a metà gli inglesi. Soltanto per una esigua maggioranza ha prevalso la Brexit. Oggi, molto probabilmente, in un nuovo referendum la maggioranza degli inglesi preferirebbe restare nell’Unione Europea. Di certo, non è un caso che il laburisti inglesi guidati da Corbin stanno guadagnando nuovi consensi. Le elezioni anticipate in Inghilterra, dunque, ben vengano. Una vittoria dei laburisti potrebbe avere anche degli effetti sul resto d’Europa. Come insegna la storia, non pagano gli estremismi e i populismi che con l’inganno e le bugie riescono a conquistare il potere. Sappiamo tutti che le bugie hanno le gambe corte. Di conseguenza, i partiti o i movimenti politici che le hanno utilizzate, presto finiranno per perdere i consensi elettorali conquistati sulla base di falsità ed illusorie promesse.

Dunque, anche in Italia, al più presto, bisogna prepararsi per offrire all’elettorato una alternativa politica credibile fatta di contenuti e di uomini. Corbin, in Gran Bretagna, molto probabilmente, ci sta riuscendo.

Salvatore Rondello

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Sostiene José Pereira: stampa è senza qualità

Pon, 09/07/2018 - 15:18

diario de noticiasDiario de Noticias, il più antico quotidiano portoghese, ha chiuso i battenti. Nato nel 1864, ha attraversato tre secoli. Al suo posto, un’edizione online gratuita e un settimanale di carta che uscirà la domenica. La morte di un piccolo giornale, per di più in un Paese periferico come il Portogallo, è stata accolta con l’indifferenza che si riserva a un decesso per cause naturali. Tra i necrologi, generalmente di circostanza, c’è però un commento che va al di là delle vicende del Diario, con un’analisi che affronta le ragioni della crisi dell’informazione e varca i confini del Portogallo.
Lo ha firmato, sul quotidiano Pubblico, José Pacheco Pereira, un ex deputato socialdemocratico ed ex vicepresidente del Parlamento europeo che da giovane ha conosciuto il carcere e la brutalità della polizia politica di Salazar. Oggi fa l’editorialista e raccoglie documenti politici in una enorme biblioteca.

Pereira parte dalla fondazione di DN: Nel 1864, il primo editoriale era un «documento notevole e assolutamente moderno». Con una “frase-programma” in cui il nuovo quotidiano s’impegnava a «registrare come possibile verità tutti gli eventi», in modo da permettere ai lettori di giudicare liberamente. Insomma, i fatti distinti dalle opinioni. Una “frase-programma” che, messa nero su bianco nel 1864, e in Portogallo, non era cosa da poco.

Il problema osserva adesso Pereira è che «non era vero, perché il Diario de Noticias fu giornale di interessi e di regime, ed è ancora meno vero adesso, con l’edizione online». Infatti, il quotidiano che nasce su Internet «beneficiando del valore residuo di una testata di prestigio non è un nuovo Diario de Noticias, ma un’altra cosa. Un sito di notizie senza i soldi per pagare il giornalismo di qualità, le inchieste e le opinioni serie».

Quanto al secondo ambizioso obiettivo enunciato nell’editoriale del 1864 (“interessare tutte le classi”) «nemmeno questo è stato vero». Il Diario, più che della gente comune si occupò del potere, sostenendo, apertamente e fin dall’inizio, la dittatura fascista di Salazar per poi virare a sinistra dopo la rivoluzione dei garofani del 1974.

Ma, secondo Pereira, nemmeno i giornali odierni fanno qualcosa per “interessare tutte le classi”. Anzi: «lasciano fuori dalle loro pagine la maggioranza del paese ignorando i problemi della vita quotidiana». Per dirla in maniera brutale: oggi «non esiste una copertura indipendente e priva di affari» ma solo quella legata alle «grandi società e ai centri di potere fattuale».

E così «l’arte e la cultura, spesso mediocre, ma urbana e di tendenza, hanno una copertura particolarmente acritica, ma con un posto nobile». La conclusione è affidata a questo esempio: «In Portogallo siamo nel mezzo della lotta degli insegnanti, cosa sappiamo della condizione di un insegnante oggi, in una scuola ordinaria, con studenti normali ma reali, quelli che esistono, quelli che ci sono?».
Naturalmente la situazione nel nostro Paese è identica. Con giornali e telegiornali che tutti i giorni, e quasi senza eccezioni, aprono sull’ultimo tweet di Salvini e sulle ultimissime promesse di Di Maio. Ma dei cinque milioni di poveri assoluti certificati pochi giorni fa dall’Istat sappiamo qualcosa?

Felice Saulino
SfogliaRoma

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Il decreto dignità: un’occasione perduta per un compenso minimo legale

Pon, 09/07/2018 - 15:14

In occasione del suo insediamento alla guida del Ministero del Lavoro, Luigi Di Maio aveva ripreso una tematica, quella del salario minimo legale, che vede solo l’Italia e altri 5 paesi (Danimarca, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia) dell’Unione europea sprovvisti di un istituto di garanzia contro lo sfruttamento sociale. In questo senso il cosiddetto “Decreto-dignità”, nel campo del lavoro, ha provveduto, quasi simbolicamente, a restringere soltanto l’applicazione dei contratti a termine e della somministrazione, ma perdendo l’occasione per dare risposte al nuovo mondo del lavoro senza tutele di base.

Nel nostro Paese infatti, si deve guardare all’introduzione del salario minimo legale secondo una prospettiva più ampia, in relazione anche alla tutela di forme ibride di lavoro, con la previsione di soglie minime di intervento previdenziale e di welfare, da estendersi anche a quelle figure di lavoratori che non rientrano nella nozione di subordinazione, ma che subiscono gravi fenomeni di sfruttamento come i cosiddetti riders.

Un “compenso orario minimo” a carattere universale, nuovo sistema con cui apprestare una rete di protezione economica minimale per tutte quelle prestazioni, che ben possono risultare caratterizzate da una debolezza socio-economica sebbene non siano etero-organizzate, e che, sia perché formalmente estranee alla disciplina della subordinazione sia per l’abrogazione della disciplina del lavoro a progetto con i suoi riferimenti all’adeguatezza del corrispettivo, sono sottratte a qualunque forma di tutela. L’istituto potrebbe, così, svolgere una funzione importante per i “lavoratori vulnerabili”, comprimendo l’area dei working poors, finalisticamente orientato a promuovere un processo di inclusione sociale, con una interpretazione evolutiva e dinamica del concetto di lavoro dipendente, rivolta ad estendere, in definitiva, la regolamentazione della subordinazione a campi contigui.

Un istituto che avrebbe come antecedente storico-normativo l’“equo compenso” già previsto per alcune forme di lavoro autonomo, ribadendo l’esistenza di un “diritto alla giusta retribuzione” connesso non solo all’art. 36, comma 1, Cost., ma anche alla tutela costituzionale del lavoro “in tutte le sue forme e applicazioni” di cui all’art. 35, configurandosi così come diritto costituzionale della persona.

L’introduzione del compenso minimo legale, inoltre, risolverebbe la vexata-quaestio dei contratti collettivi da applicare: stabilita una soglia minima di retribuzione, anche per le nuove forme ibride di lavoro, su cui calcolare l’obbligo previdenziale, tutti i contratti collettivi di lavoro rispettosi di essa sarebbero legittimi e applicabili, garantendo i principi di libertà e di pluralismo sindacali prescritti dal comma 1 dell’art. 39 della Costituzione.

Maurizio Ballistreri

FONDAZIONE NENNI

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Bloccata scarcerazione di Lula che cresce nei sondaggi

Pon, 09/07/2018 - 15:00

lula da silvaL’ex presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, del Partito dei Lavoratori (Partido dos Trabalhadores, PT) che sta scontando una condanna a 12 anni di carcere per corruzione, si era candidato recentemente alle presidenziali del Brasile di ottobre, ribadendo la sua innocenza, criticando la prigionia “senza prove della sua colpevolezza”. Ieri pomeriggio la notizia che gran parte della popolazione carioca aspettava da tempo, un giudice della Corte di appello aveva autorizzato la scarcerazione del condannato più celebre del Brasile. Centinaia di persone sono andate ad accogliere la notizia davanti al carcere dove si trova Luiz Inacio Lula da Silva, in carcere per quasi tre mesi per una condanna per corruzione.
Secondo il giudice, Rogério Favreto, che gli ha concesso l'”habeas corpus”, non c’è motivo per cui Lula non possa aspettare fuori dal carcere per la risoluzione del suo appello.
Tuttavia la decisione è stata subito bloccata da un altro giudice Joao Pedro Gebran Neto, il magistrato federale brasiliano responsabile delle inchieste anticorruzione note come Lava Jato, ha bloccato l’ordinanza di scarcerazione.
La notizia ha creato scompiglio tra detrattori e difensori dell’ex presidente, ma resta da notare che Luiz Inácio Lula da Silva continua a essere in testa a tutti i sondaggi realizzati in vista delle elezioni presidenziali di ottobre. L’indagine demoscopica condotta da Ibope attribuisce a Lula il 33% dei voti, più del doppio dell’estrema destra rappresentata da Jair Bolsonaro, con il 15%.

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Scrive Luigi Mainolfi: Crescita non è sviluppo

Pon, 09/07/2018 - 14:52

Da alcuni anni, sui giornali, si legge più di economia, che di sport. Se aggiungiamo le riviste specializzate, le discussioni televisive e i vari convegni , ci rendiamo conto del perché sono aumentati quelli, che pensano di capire di economia e di globalizzazione. Ciò, ci fa presumere che l’opinione pubblica attuale sia più informata di quella della prima Repubblica. Invece, avverto solo una generale confusione, nella quale lobby, politiche e non, trovano consensi e fanno avanzare i loro disegni. Il tutto mi ricorda quando davanti ai Bar tutti parlavano, da allenatori di calcio. Come mai, con tanti “economisti”, i due insegnamenti, che sembrano essere stati acquisiti sono “dacci oggi il nostro pane quotidiano” e “ il fine giustifica i mezzi ”? L’attuale spettacolo politico è il risultato di avvenimenti, che si sono succeduti negli ultimi venti anni. Tangentopoli spazzò via le principali forze politiche, sostituendole con movimenti legati a personaggi. I partiti erano nati per cambiare un sistema economico- sociale, basato su “padroni e servi”, su “sfruttatori e sfruttati” e su “nobili e cafoni”, su “primi e ultimi”. Infatti, attraverso alterne vicende, portarono l’Italia a diventare un Paese democratico e una delle più importanti potenze economiche del mondo. Nella prima Repubblica, le principali forze politiche si distinguevano per la “filosofia sociale” che ciascuna seguiva: chi dava più valore al capitale, chi dava più valore al lavoro e chi cercava di conciliare il capitale con il lavoro. Possiamo, approssimativamente, dire che c’era chi sosteneva “ se stanno bene gli imprenditori, staranno bene anche i lavoratori” e chi riteneva che in democrazia i lavoratori sono importanti come gli imprenditori e non devono essere considerati una variabile dipendente. I confronti politici, che erano vivaci e conflittuali, produssero il Miracolo Economico. Dopo tangentopoli, cambiò lo stile e la sostanza della politica. l poteri forti si misero in marcia e la loro visione liberista trovò collaboratori, consapevoli e inconsapevoli. Dal dibattito è andato scomparendo il concetto di sviluppo, sostituito dalla parola crescita, insignificante ed equivoca. Se la crescita non è armoniosa e complessiva, può provocare mostruosità sociali. Secondo una Legge economica la crescita del Pil può fare aumentare la concentrazione della ricchezza e le diseguaglianze. Queste due entità, se superano un certo livello, fanno diminuire i consumi, le entrate statali, gli investimenti e alla fine, fanno aumentare i poveri. Da alcuni anni, ogni politico suona la sua canzone e i confronti sembrano il Festival di Napoli. Elenco alcune delle affermazioni che si sentono e si leggono: 1) Bisogna ridurre il debito Pubblico; 2) Ci vogliono i migranti per garantire i conti dell’INPS; 3) Il precariato spinge gli imprenditori ad assumere e ad investire; 4) Ci vogliono investimenti in opere pubbliche; 5) Bisogna ridurre le tasse; 6) Bisogna favorire la crescita del Pil. Mi fermo qui. Queste affermazioni si riferiscono ad aspetti particolari e sono fuorvianti. Per capire cosa sia utile fare, bisogna partire dal generale e dall’obiettivo che si vuole raggiungere. Per me, l’obiettivo dovrebbe essere lo sviluppo del Paese, inteso come l’insieme di territori, di fasce sociali e di categorie produttive. Se il Nord si sviluppa e il Sud arretra, il Paese non avrà un futuro sereno, così pure se gli imprenditori vanno a Montecarlo, mentre i lavoratori aspettano la mancia. Perché non si capisce le pensioni d’oro non fanno aumentare i consumi, mentre tolgono risorse agli investimenti e ai servizi? E’ più saggio aiutare i giovani, che fare aumentare le entrate dei pensionati d’oro, che, a volte, sono pluripensionati. Chiedo scusa ai gentili lettori se non posso sviluppare con completezza il ragionamento. Può essere utile ricordare la serenità sociale di quando i lavoratori avevano lo Statuto dei lavoratori ( con l’art. 18); lo Stato, con le Partecipazioni Statali, possedeva quote di economia ; la programmazione economica era utilissima a neutralizzare la distanza tra Nord e Sud; ecc. Non tutto era nobile ed era giusto invocare pulizia, ma una cosa era fare pulizia e altra cosa è stata distruggere tutta l’impalcatura economico-sociale. Non posso non giudicare negativamente due affermazioni che equiparo a delle bufale. Si sostiene che,eliminando il precariato, si scoraggiano gli investimenti e si riduce l’occupazione. La verità è un’altra. Il precariato non spinge i giovani a crearsi una famiglia e li fa emigrare. Molte zone del Paese, per questo motivo, si stanno spopolando e sta aumentando la povertà. Boeri, Presidente dell’INPS, ha affermato che i migranti versano contributi per le pensioni degli italiani. Il problema non è rappresentato dai migranti, che versano i contributi, ma da quelli che oziano nei centri di accoglienza, fanno i mendicanti anche davanti alle Chiese e da quelli reclutati dalla malavita. Quanti migranti diventeranno, in futuro, poveri da assistere? Speriamo che ritorni la politica, che fa pensare, prima di parlare.

Luigi Mainolfi

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Scrive Andrea Zirilli: La dignità è nel lavoro

Pon, 09/07/2018 - 14:31

Papa Francesco ci ricordava che “un fattore importante per la dignità della persona è il lavoro. La cultura del lavoro, in confronto a quella dell’assistenzialismo, implica educazione al lavoro fin da giovani, accompagnamento al lavoro, dignità per ogni attività lavorativa, ed eliminazione del lavoro nero”.
La dignità di una persona, sta nella sua capacità di non dipendere da nessuno. Le politiche sul lavoro sono efficaci se trovano soluzioni alla disoccupazione, se creano opportunità di lavoro, se riducono gli ostacoli a chi crea occupazione, se favoriscono nuove condizioni per lo sviluppo e il reinserimento lavorativo dei soggetti più deboli. La dignità sta nell’avere la possibilità di lavorare in un ambiente salubre, con uno salario adeguato, con garanzie di sicurezza e welfare, in un’azienda che consideri il lavoratore una risorsa che possa valorizzare le proprie competenze. Le politiche sul lavoro si completano poi, garantendo al lavoratore la continuità professionale con stimoli attivi che accrescano la sua occupabilità.
Per dare dignità al lavoro va combattuto l’abuso di contratti senza alcuna tutela, lavori sottopagati, senza alcun diritto e senza sindacato, nel tessuto malato dell’economia sommersa.

Andrea Zirilli

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Pietro Grammatico, tra socialismo e cooperativismo

Pon, 09/07/2018 - 14:25

Pietro_grammaticoNacque a Trapani l’11 luglio 1885 in una famiglia di contadini che dal lavoro dei campi aveva sempre tratto di che vivere. Trasferitasi questa a Paceco per motivi di lavoro, egli, piccolo ancora, li seguì, e nel nuovo ambiente compì gli studi primari. Dovendo poi passare alle scuole commerciali fu costretto a iscriversi in un istituto che aveva sede a Trapani. Nella vivace città marinara era stato attivo, negli anni 60 e 70 dell’800, un gruppo di Internazionalisti che facevano capo a Francesco Sceusa, Vincenzo Curatolo, Giovanni Cassisa e altri, promotori de “Lo Scarafaggio”, efficace foglio di propaganda, molto presenti tra gli operai e i portuali del trapanese, che risvegliarono politicamente preoccupando fortemente la polizia. Era poi sopravvenuta l’attività di Giacomo Montalto, che nel socialismo e nel cooperativismo aveva individuato gli strumenti per condurre i lavoratori tutti alla elevazione politica ed economica. Avvicinatosi a quei pionieri, cui si era più recentemente unito il contadino Giacomo Spadola, approfondì le sue conoscenze e la sua cultura, e si impegnò concretamente contribuendo nel 1901 alla nascita della Società Agricola Cooperativa di Paceco, destinata a lunga vita. Il suo impegno crebbe nei successivi anni, mentre altri propagandisti e organizzatori svolgevano una forte azione di risveglio che avrebbe dato alla provincia di Trapani uno dei movimenti cooperativi più estesi e corposi non solo dell’isola ma dell’intero paese, collocandola a livello dell’Emila-Romagna e della Toscana, regioni molto avanzate in questo settore. Nel 1911 a Paceco nasceva la Cassa Agraria di Prestiti “Drago di Ferro”, promossa da elementi di orientamento radical- democratico. Quattro anni dopo a loro volta i socialisti al seguito di Pietro Grammatico diedero vita alla Cassa Agraria “Libertà” successivamente ribattezzata “Cassa Rurale ed Artigiana”. Scoppiata la Grande Guerra, Grammatico venne richiamato alle armi e inviato al fronte, tra gli artiglieri, in prima linea, dove partecipò a scontri sanguinosi. Restituito alla vita civile, tornò a impegnarsi con rinnovata passione nell’attività di partito e nelle cooperative, qualificandosi come uno dei più autorevoli dirigenti. Eletto segretario provinciale del PSI, profuse grandi energie ai fini di un rafforzamento della rete organizzativa. Nelle elezioni del 1920 guidò i socialisti alla conquista di diversi comuni ed egli stesso venne letto sindaco di Paceco e consigliere provinciale. La reazione fascista, che in quegli anni compiva i suoi primi passi caratterizzandosi per la distruzione di un ricco patrimonio di leghe, cooperative, ecc. riportò al potere i proprietari terrieri e i grossi borghesi, allontanando i rappresentanti diretti dei lavoratori dalle cariche pubbliche. Grammatico lavorò da allora per molti anni in qualità di segretario della Cassa Rurale ed Artigiana. Nel 1946 venne rieletto sindaco, carica che mantenne fino al 1959 con ottimi risultati, visibili nei miglioramenti apportati dalla sua amministrazione al paese, rinnovando e potenziando i pubblici servizi e preoccupandosi di garantire un fisco rapportato alla effettiva possibilità degli amministrati. Presentato subito dopo per la Camera, conseguì 7.318 voti di preferenza ma non venne eletto. Ripresentato nel 1948 tra i candidati alla Camera per il Fronte Democratico Popolare, nel quale convergevano il PCI, il PSI e gruppi minori da tempo impegnati contro le forze conservatrici, venne eletto per subentro a Pietro Nenni, capolista che aveva optato per altro collegio. Iniziò così una attività che ancora una volta tese a giovare alla crescita della sua provincia e dei lavoratori. Quattro anni dopo venne presentato per il Senato nel collegio di Trapani-Marsala e alla Camera nel collegio della Sicilia occidentale, e in ambedue riuscì eletto, ma preferì optare per il Senato. Entrato a far parte della Commissione Agricoltura ed Alimentazione, in linea con i suoi interessi e le sue esperienze nel campo politico, sindacale e amministrativo, lavorò attivamente per l’esame e la soluzione di importanti problemi interessanti uno strato sociale molto vasto. Nel 1958 venne nuovamente candidato alla Camera e ancora una volta venne eletto, mentre il collegio di Trapani- Marsala aveva come rappresentate il dott. Simone Gatto, uomo di scienza e dirigente politico molto stimato, che iniziava allora una interessante esperienza di parlamentare socialista. Morì a Paceco il 3 ottobre del 1967 lasciando un bel ricordo di intelligente e appassionato realizzatore.

Giuseppe Miccichè

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40 anni fa Pertini presidente

Ned, 08/07/2018 - 19:48

Sono trascorsi esattamente 40 anni e ricordo quell’evento ancora con grande emozione. Era in corso la Festa dell’Avanti a Reggio Emilia e come giovanissimo segretario avevo voluto un allestimento fondato sul garofano rosso che Craxi aveva lanciato al Congresso di Torino di qualche mese prima. Il comizio di Craxi era fissato per le 18 della domenica conclusiva. Erano in corso le votazioni per eleggere il nuovo presidente della Repubblica dopo le dimissioni di Leone. A Roma, dopo tentativi del Psi su Giolitti, che il Pci rifiutò perché proveniva dalle sue fila e ne era uscito a seguito dei fatti d’Ungheria, si trovò l’intesa con Dc e Pci sul nome di Sandro Pertini, il valoroso partigiano antifascista e dirigente socialista già dagli inizi degli anni venti. Iscritto al Psu di Turati (aveva combattuto durante la prima guerra mondiale meritando una medaglia d’argento) fu protagonista della fuga del leader socialista dall’Italia nel 1926. Degli arresti di Pertini durante il fascismo (fu in Francia condannato al confino, fuggì, poi fu di nuovo incarcerato) del suo rifiuto di firmare la domanda di grazia (rimproverò sua madre per averla chiesta e la rifiutò) son pieni i libri di storia, come della sua evasione dal carcere di Regina Coeli dopo una condanna a morte da parte dei tedeschi assieme a Giuseppe Saragat, della sua generosa decisione, dopo la liberazione di Roma, di continuare la lotta al Nord ove fu nella presidenza del Clnai. Saragat definì eroico il suo comportamento. Pertini fu segretario del Psiup, il partito nato dall’unione del Psi e del Mup di Lelio Basso, per un breve periodo e divenne poi anche direttore dell’Avanti. Contestò con Ignazio Silone la politica fusionista già al primo Consiglio nazionale del dopoguerra. Al congresso di Firenze della primavera del 1946 fu con Silone e Saragat in maggioranza. Fu eletto all’Assemblea costituente, nel 1948 divenne senatore, poi fu sempre deputato, eletto nella sua Liguria. Ma al congresso successivo, quello della scissione di Palazzo Barberini, rimase nel partito, pur contestando la linea frontista, che poi sostanzialmente accettò dopo la disfatta del 1948. Nel 1963 presentò una sua mozione unitaria, contraria sia alla linea autonomistica di Nenni, sia a quella filocomunista di Vecchietti e Valori. Dal 1968 al 1976 fu presidente della Camera. In quel caldo pomeriggio di luglio, dopo il suo insediamento, era una domenica, Bettino Craxi arrivò, stanchissimo, alla nostra festa e parlò dinnanzi a più di duemila socialisti giunti da ogni parte d’Italia. Cominciò il suo comizio cosi: “Ridendo e scherzando….”. Poi un sorriso. Avevamo un socialista del Psi, Sandro Pertini, alla presidenza della Repubblica. Era il primo grande successo del nuovo corso iniziato al Midas due anni prima.

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Pd? Partito diviso…

Ned, 08/07/2018 - 16:10

L’unico comun denominatore del Pd é la divisione. Sono sempre divisi su tutto. Dalle dimissioni di Veltroni in poi tutti i segretari sono stati oggetto di un tiro al piccione continuo, spietato, deleterio. Franceschini ed Epifani sono stati segretari di transizione, come il povero Martina, Bersani e Renzi segretari plenipotenziari, il primo a un passo dal divenire presidente del Consiglio, il secondo presidente del Consiglio per tre anni. I due non si sopportavano, se ne sono dette di tutti i colori. Il primo se n’é andato sbattendo la porta, ma in realtà aspettando il cadavere del secondo che, dopo la sconfitta referendaria, anziché prendersi almeno un anno sabbatico, ha preferito assumersi la responsabilità di un’altra sconfitta, anzi dèbacle.

Mi sono sempre chiesto: cos’é che unisce il Pd visto che é così facile dividerlo? Non una storia, certamente, giacché quella comunista e quella democristiana nulla hanno in comune. Lodare De Gasperi senza rinnegare Togliatti é un insulto alla verità. De Gasperi cacciò i comunisti dal governo nel 1947 e i suoi successori il Pci al governo non l’hanno più voluto fino alla sua fine, nel novembre del 1989. Vedo che nelle sezioni del Pd campeggia ancora la foto di Berlinguer. Qualche volta affiancata da quella di Moro. Ma cos’hanno in comune i due? E’ vero che Moro fu lo stratega del terzo tempo, cioè di un coinvolgimento del Pci nella maggioranza, ma dopo il suo omicidio, che Berlinguer e Zaccagnini non seppero evitare, la Dc dei successori di Moro preferì le elezioni anticipate al governo col Pci e Berlinguer praticò la politica dell’alternativa e del più rozzo pansindacalismo con l’occupazione della Fiat del 1980 e la lotta al decreto di San Valentino del 1984.

D’altronde solo in Italia esiste un partito che concilia due storie (comunista e democristiana) ed é iscritto al Partito socialista europeo. Ovunque socialisti e popolari sono alternativi, anche se in talune circostanze collaborano, come in Germania. In Italia ex comunisti (quasi senza l’apporto dei socialisti) ed ex democristiani (ma senza i popolari europei che stanno in Forza Italia) sono nello stesso partito. La storia, così come la collocazione europea, è un elemento di confusione. La politica? Ma cos’hanno in comune Emiliano e Cuperlo che ritengono i Cinque stelle una costola della sinistra e Renzi che li ritiene un pericolo per la democrazia? Come possono stare insieme Renzi che, con una certa sfacciataggine, rivendica per sé i meriti delle vittorie e attribuisce agli altri, perfino al buon Gentiloni, la responsabilità delle sconfitte, che ritiene la mancata approvazione della legge Richetti o dello ius soli (incredibile a dirsi) causa del tracollo elettorale, e Orlando e Zingaretti che vogliono chiudere per sempre la fase del renzismo, riprendere il dialogo con LeU e la Cgil?

Mistero. Ma neanche troppo misterioso giacché il Pd aveva in sé i germi della sua implosione. Due storie e due politiche opposte. Tutto ha origine nelle mancate e logiche conseguenze del dopo ottantanove. Non si son voluti fare i conti con la storia e la storia ha fatto i conti con loro. Ci mancava, in un momento tanto drammatico per tutta l’area della sinistra riformista, l’elezione di un segretario a tempo. Anzi di un segretario con le dimissioni in mano. Resterà fino al congresso. Ma già da ora si presenteranno le candidature a segretario del Pd (Zingaretti, Cuperlo, forse Delrio, non si sa chi altri) e si riprenderà la giostra dei conflitti e delle contumelie, col buon Martina a reggere il moccolo. Una situazione invero deprimente. Non per evocare il nostro passato ma ci sono momenti nella storia di un partito in cui servono decisioni dolorose e immediate (il Midas durò tre giorni) che possono poi segnare il percorso futuro di un partito. Il Pd non ha questa capacità e gli inviti di Calenda di lanciare un nuovo progetto non trovano ascolto. Si preferisce restare nel bunker assediato, col fucile rivolto gli uni contro gli altri, senza capire che i barbari, contrariamente a quelli del deserto buzzatiano, stavolta sono arrivati davvero.

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