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Siria, soldati Assad con i curdi contro Turchia. Erdogan: “Attacchiamo Kobane e Manbij”. Trump: “In arrivo grandi sanzioni per Ankara”

Pon, 14/10/2019 - 22:00

Le truppe di Assad marciano verso nord per combattere a fianco dei curdi contro i turchi. Un’intesa impensabile soltanto fino a qualche giorno fa, raggiunta con la mediazione della Russia di Vladimir Putin che però non scoraggia Erdogan: “Andremo fino in fondo. Siamo determinati. Finiremo quello che abbiamo iniziato”, ha dichiarato il Sultano. “L’approccio” mostrato dalla “Russia non sarà un problema” per l’attacco a Kobane, ha inoltre detto, mentre i suoi carri armati, mezzi blindati e unità militari sono già arrivati nell’area per sferrare un attacco dal fronte occidentale nella città occupata dai jihadisti dello Stato islamico e liberata dai curdi nel 2015. Adesso, sta anche preparando l’offensiva su Manbij. Gli Stati Uniti, intanto, ritirano le proprie truppe dall’area sud di Kobane e annunciano la prima risposta concreta all’azione turca, dopo la decisione di spostare le proprie truppe dalle aree curde oggetto delle attenzioni di Ankara.

Trump annuncia sanzioni (e invoca Bonaparte)
Nella serata di lunedì, il presidente americano Donald Trump si sbilancia su Twitter annunciando “grandi sanzioni contro la Turchia”: “Veramente c’è qualcuno che pensa che dovremmo andare in guerra con un membro della Nato come la Turchia? Basta alle guerre senza fine”, ha poi aggiunto. Più tardi ha poi fatto sapere che i primi provvedimenti da parte di Washington potrebbero entrare in vigore già nella giornata di lunedì e che riguarderanno” ex ed attuali funzionari del governo turco e contro chiunque contribuisca alle azioni destabilizzanti della Turchia in Siria”. L’ordine esecutivo in arrivo riguarda anche un aumento dei dazi sull’acciaio sino al 50% e imporrà lo stop ai negoziati per un accordo commerciale con Ankara da 100 miliardi di dollari. Poco prima il tycoon aveva detto: “Dopo aver sconfitto l’Isis, ho fondamentalmente portato le nostre truppe fuori dalla Siria. Lasciamo che la Siria e Assad proteggano i curdi e combattano la Turchia per la loro terra. Ho detto ai miei generali, perché dovremmo combattere per la Siria e per Assad per proteggere la terra del nostro nemico? Chiunque voglia aiutare la Siria a proteggere i curdi va bene per me, che sia la Russia, la Cina o Napoleone Bonaparte. Spero che tutti facciano bene, noi siamo a 7000 miglia di distanza”. Ma la sua mossa è stata duramente criticata dal Partito Repubblicano: il leader dei senatori repubblicani Mitch McConnell ha spiegato che a suo avviso “abbandonare questa battaglia ora e ritirare le forze Usa dalla Siria ricreerà le condizioni per la cui eliminazione abbiamo lavorato duro e causerà la rinascita dell’Isis”.

L’aiuto di Assad
L’esercito siriano, intanto, si dirige verso le province di Hasaka e Raqqa, per “affrontare l’aggressione di Ankara sul territorio siriano”. Del resto, già nei giorni scorsi i curdi avevano avvertito gli Stati Uniti: se non li avessero aiutati, dopo il ritiro del contingente americano nel nord della Siria, avrebbero chiesto aiuto alla Russia. E così è stato. Ma Erdogan sminuisce gli effetti immediati dell’accordo dei curdi con Damasco, dopo l’abbandono dell’avamposto da parte dei marines americani, e conferma anche l’intenzione di prendere d’assalto Manbij, altra località strategica curda che si trova a ovest del fiume Eufrate. “Il nostro accordo con gli Stati Uniti prevedeva che Manbij fosse evacuata dai terroristi in 90 giorni. È passato un anno e Manbij non è ancora stata evacuata”, ha precisato parlando all’aeroporto Ataturk di Istanbul, prima di partire per un summit in Azerbaigian. Secondo quanto riferito su Twitter da Mustafa Seijari, leader dei combattenti curdi, le truppe turche hanno iniziato insieme alle milizie arabe filo-Ankara l’offensiva su Manbij, a ovest del fiume Eufrate.

Erdogan: “Nato difende terroristi?”
Il Sultano ha poi motivato con la “disinformazione” lo schieramento dell’Europa con i curdi. “Ho parlato ieri con la cancelliera tedesca Angela Merkel e il giorno prima con il premier britannico Boris Johnson. Nei nostri colloqui ho capito che c’è una seria disinformazione. Starete dalla parte del vostro alleato Nato, o dalla parte dei terroristi? Ovviamente loro non possono rispondermi a questa domanda retorica”. E anche nel pomeriggio torna ad attaccare i Paesi dell’Ue all’interno della Nato: “La Turchia è membro della Nato? Lo è. La maggioranza dei Paesi Ue sono membri Nato? Lo sono. Da quando le organizzazioni terroristiche vengono difese da membri della Nato?”.

I combattimenti
I combattimenti intanto imperversano da sei giorni e la crisi siriana sarà oggi al centro del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Ue, dove si discuterà del blocco della vendita delle armi alla Turchiagià effettivo in Francia e Germania. Ma a puntare il dito contro l’Europa interviene Trump che, dopo la fuga di centinaia di affiliati dell’Isis dai campi del nord della Siria, ha rivolto un monito all’Europa, chiedendo di rimpatriare i jihadisti del sedicente Stato Islamico (Isis) attualmente in carcere in altri Paesi. ”L’Europa avrebbe già dovuto riprenderseli, date le numerose richieste. Lo deve fare ora – ha scritto il presidente Usa su Twitter -. Gli Stati Uniti ha i peggiori prigionieri dell’Isis”. Poi ha aggiunto che che “la Turchia e i curdi non devono lasciarli scappare. Non dovranno venire negli Stati Uniti”. Che hanno deciso di evacuare altri mille soldati da tutta l’area coinvolta dalla campagna militare turca.

La Turchia
Il ministro della Difesa turco ha fatto sapere che sono 550 i “terroristi neutralizzati” (cioè uccisi, feriti o catturati) nell’offensiva contro le milizie curde nell’operazione militare che ha voluto chiamare ‘Fonte di pace’. Secondo gli ultimi aggiornamenti diffusi dalle Forze democratiche siriane a guida curda (Sdf), le vittime tra i loro combattenti sono invece 45, mentre l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Ondus) fissa la cifra ad almeno 112 miliziani curdi uccisi. Le cifre non sono verificabili in modo indipendente sul terreno. La Russia, che dopo il parziale disimpegno americano e il supporto offerto ai curdi, attraverso l’esercito di Damasco, in funzione anti-Erdogan ha preso in mano le redini della nuova escalation siriana, ha fatto però sapere che non ha intenzione di utilizzare i propri militari per respingere l’offensiva di Ankara: “Non ci piace nemmeno pensarlo”, ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov. Il portavoce ha poi precisato che fra Mosca e Ankara vi sono stati contatti al livello “dei presidenti” e “dei ministeri degli Esteri” nonché “fra le strutture militari”. Il consigliere per gli Affari Esteri del Cremlino, Yury Ushakov, ha dichiarato inoltre che gli attuali sviluppi in Siria non riflettono del tutto la posizione della Russia a favore del mantenimento dell’integrità territoriale del Paese. In risposta alla domanda su cosa dovrebbe essere fatto al riguardo, Ushakov ha poi risposto: “Qualcosa faremo, vediamo”.

Media curdi: “Morto un altro giornalista”
I media curdi riferiscono che un giornalista curdo-siriano, Muhammad Efrin, è morto nella mattinata di lunedì in ospedale in seguito alle ferite riportate durante un bombardamento turco. Il reporter era stato vittima, assieme ad altri giornalisti, civili e miliziani curdi, di un raid dell’esercito turco a sud di Ras al-Ain/Serekaniye. Nell’attacco sono morte 14 persone, tra cui un altro giornalista curdo, Saad Ahmad, e un reporter straniero di cui non si conoscono ancora le generalità.

Oms: “200mila profughi, 1,5 milioni necessitano di assistenza sanitaria”
L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) parla di una disastrosa situazione sanitaria nel nord-est siriano. A sei giorni dall’inizio del conflitto, hanno registrato 200mila profughi e oltre 1,5 milioni di persone che necessitano di assistenza sanitaria. L’organizzazione si dice “gravemente preoccupata” per la situazione, anche per gli attacchi che stanno subendo gli ospedali e le altre strutture sanitarie: “I servizi sanitari nell’area, già indeboliti, hanno avuto conseguenze gravi dagli ultimi sviluppi – scrivono – L’ospedale nazionale di Ras al-Ain è chiuso e l’ospedale nazionale e due centri sanitari a Tall Abyad hanno servizi limitati dal 12 ottobre a causa dell’escalation delle ostilità che ha impedito l’accesso del personale. Tutte le strutture nei campi profughi ad Ain Issa e Ras al-Ain sono state evacuate”. L’organizzazione aggiunge che il danneggiamento della stazione di pompaggio di Ras Al Ain, la principale fonte di acqua per quasi tutta l’area interessata, ha aumentato il rischio di epidemie di malattie infettive: “Anche prima dell’escalation, diarrea acuta e febbre tifoide erano due delle malattie più frequenti nel nord est della Siria. L’aumento delle persone sfollate, il sovraffollamento e l’accesso limitato ad acqua e servizi sanitari provocheranno con grande probabilità un aumento delle patologie legate all’acqua. L’Oms chiede a tutte le parti del conflitto di preservare il diritto alla salute di centinaia di migliaia di civili innocenti, inclusi gli operatori sanitari e i pazienti”.

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Donald Trump, “13mila frasi false o fuorvianti in quasi 1000 giorni di presidenza”: i risultati del fact checking del Washington Post

Pon, 14/10/2019 - 21:47

Oltre 13mila informazioni false o fuorvianti dette in quasi in 1000 giorni di presidenza. È il conto del Fact Checker firmato Washington Post, secondo il quale Donald Trump, che il 16 ottobre compie mille giorni alla Casa Bianca, ha detto una media di 22 menzogne al giorno a partire dall’ultima rilevazione, di 65 giorni fa, che si fermava a 14.

Il Fact Checker creato dalla grafic reporter Leslie Shapiro analizza, categorizza e traccia tutte le affermazioni sospette pronunciate dal tycoon: aggiornato al 9 ottobre, ne conta di preciso 13.435. Un incremento significativo è stato dato dalla vicenda Kievgate, nella quale Trump è implicato per aver chiesto al presidente ucraino Zelensky presunte indagini su Hunter Biden, figlio di Joe, candidato alle primarie democratiche per le Politiche 2020, ed ex numero due di Obama. Una controversia che ha indotto il Washington Post a introdurre una nuova categoria nel database, Ucraine probe, che in poche settimane ha contato 250 voci.

Il muro delle 10mila era invece stato superato il 26 aprile e – secondo l’autorevole quotidiano statunitense – il 20 per cento delle informazioni false o fuorviante sono passate attraverso Twitter. Quasi un quinto delle affermazioni riguardano l’immigrazione e la più ricorrente concerne il muro al confine con il Messico: per 218 volte Trump volte ha detto che sarà effettivamente costruito, anche se il governo ha chiuso i fondi per la realizzazione del progetto così come lui lo aveva immaginato. Dopo lo shutdown che ha paralizzato la politica statunitense fra gennaio e febbraio 2019, infatti, il Congresso si è accordato per la creazione di barriere, tra cui oltre 100 chilometri di reticolato.

Alcuni degli altri temi sui quali il presidente degli Stati Uniti è intervenuto più volte sono l’intervento della Russia nelle elezioni presidenziali del 2016, il commercio e l‘economia: quest’ultima definita è stata definita da Trump in 204 occasioni come la migliore nella storia. Falso, scrive il Washington Post: l’economia di The Donald non raggiunge i livelli di benessere ottenuti sotto le presidenze di Dwight D. Eisenhower, Lyndon B. Johnson e Bill Clinton. Il database conta inoltre 171 occasioni in cui l’inquilino della Casa Bianca ha affermato di essere stato autore del più importante abbassamento delle tasse nella storia. Anche in questo caso, i risultati del Fact Checker lo smentiscono. Quella di Trump, infine, sarebbe una propensione a ripetere le false notizie: sono stati registrati più di 350 esempi in cui il presidente ha ripetuto una variazione della stessa frase almeno 3 volte.

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Siria, l’italiana che ha combattuto con l’Ypj: “Dare armi ai curdi e sanzioni alla Turchia”. Martedì decisione su sua sorveglianza speciale

Pon, 14/10/2019 - 21:08

Chiede sanzioni alla Turchia e aiuti ai curdi impegnati nel Nord della Siria. Maria Edgarda Marcucci, 28 anni, ha militato nell’Unità di protezione delle donne (Ypj) al fianco di combattenti curde e non. Martedì tornerà in tribunale insieme a Paolo Andolina e a Jacopo Bindi: la Digos della questura di Torino e la procura hanno chiesto che il Tribunale applichi la sorveglianza speciale contro di loro perché sono considerati socialmente pericolosi. Intanto il loro pensiero, però, è concentrato a quanto sta avvenendo nel Nord della Siria e a quel popolo che hanno conosciuto da vicino. “Si possono applicare nell’immediato delle sanzioni, sospendere gli armamenti alla Turchia, anche se non è abbastanza, cambiare la direzione della fornitura di armi, sostenere le Forze siriane democratiche e garantire da parte della Nato la chiusura dello spazio aereo – ha spiegato stamattina Marcucci – Abbiano visto nelle battaglie di Kobane e Afrin che la determinazione può fare la differenza, ma di fronte a un bombardamento aereo c’è poco da fare”. Per questo chiede anche di “mettere in discussione l’alleanza atlantica”: “Se la maggior parte dei membri della Nato la mettono in discussione, allora la Turchia si trova isolata”, aggiunge la 28enne.

“È un attacco ingiustificato e preannuncia una sostituzione etnica – ribadisce Bindi, 33 anni -. Almeno 800 jihadisti hanno potuto scappare grazie a questi attacchi e lo Stato islamico sta riprendendo forza e sta riprendendo delle iniziative offensive verso la popolazione civile. Di fronte a questo scenario assistiamo a una sostanziale passività delle forze occidentali. Nessuno Stato europeo, né gli Stati Uniti o altri Paesi occidentali è stato in grado di proteggere la popolazione siriana e un progetto politico e sociale che ha sconfitto lo Stato islamico ed è l’unica proposta secolare, di democrazia e parità uomo-donna nel Medio Oriente”. “La gravità dell’inazione europea fa sì che le uniche forze progressiste debbano riallacciare i contatti con gli Stati autoritari che sono la fonte del problema – aggiunge Davide Grasso, un ex combattente, commentando il supporto fornito dall’esercito siriano di Bashar al-Assad ai curdi – Qui si tratta di difendere milioni di persone ed evitare una pulizia etnica”. Per questo parla di un accordo fatto “obtorto collo”.

Bindi ha fatto il volontario in un’organizzazione civile curda nel Rojava, mentre gli altri hanno imbracciato le armi, Marcucci nella Ypj, gli uomini nell’Unità di protezione del popolo. Per questa ragione la Digos della questura di Torino e la procura avevano chiesto la sorveglianza speciale per cinque “antagonisti” torinesi (al loro nome si aggiunge anche quello di Fabrizio Maniero). A giugno, però, i giudici bocciavano la richiesta fatta nei confronti di Grasso e Maniero e chiedevano un approfondimento su Andolina, Bindi e Marcucci. “Si tratta di capire se abbiamo utilizzato competenze militari nel distribuire volantini o nel festeggiare il capodanno fuori dal carcere”, dice Marcucci facendo riferimento ad alcune delle denunce più recenti contro di loro. “Se questa misura dovesse passare noi non potremmo vivere o passare per Torino per due anni, anche chi è nato o cresciuto qui, ci verrebbe ritirato il passaporto e la patente, non potremmo vedere più di due persone alla volta e ci verrebbe impedito di partecipare a qualsiasi riunione o anche soltanto andare al bar a prendere un caffè – ha riassunto Andolina, 28 anni – Se venissero violate rischieremmo fino a cinque anni di prigione”.

Al fianco dei tre “preposti” (così vengono definite le persone verso le quali è stata proposta una sorveglianza speciale) si sono schierati anche due professori dell’Università di Torino, la costituzionalista Alessandra Algostino e Gianfranco Ragona, docente di Scienze politiche. “È difficile separare quanto sta succedendo qui da quanto sta accadendo in questi giorni – ha spiegato quest’ultimo – La Turchia fa parte della Nato e lo Stato potrebbe farsi sentire di più. Il rischio è che lo Stato possa farsi sentire in una maniera diversa. Davanti al massacro in corso procederà attraverso un tribunale”.

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Siria, Bonino: “Contro la Turchia serve embargo europeo. Commozione per i curdi? Speriamo non sia effimera”

Pon, 14/10/2019 - 20:43

“Che si farà con le commesse di armi negoziate prima del Consiglio dell’Unione europea di oggi, si interrompono o non si interrompono? Spero che Conte e Di Maio vengano in aula velocemente per chiarirlo”. La senatrice di +Europa, Emma Bonino, lancia questo interrogativo al governo durante un incontro organizzato dall’Ispi a Milano. L’ex ministra degli Esteri definisce la dichiarazione politica uscita dal consiglio dell’Ue di oggi “edulcorata”, benedice lo stop alle armi vendute alla Turchia, ma si augura che questo “sia il primo passo verso un embargo europeo”. Con un’avvertenza finale però: “Mi auguro che la commozione verso i curdi non sia effimera. Le sanzioni sono ‘two-ways’: colpiscono le armi, ma potranno avere effetti anche in Italia ed Europa per esempio sul gas. Mi auguro che chi scende in piazza oggi sia disposto a pagare questi prezzi”.

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Legge di Bilancio, divisioni in maggioranza su Quota 100 e cuneo fiscale: slitta consiglio dei ministri, decreto fiscale rimandato

Pon, 14/10/2019 - 20:39

Consiglio dei ministri slittato per divisioni nella maggioranza di governo. Quello che nel tardo pomeriggio sembrava essere solo un retroscena, in serata è diventato ufficialità grazie alle dichiarazioni dei rappresentanti Cgil, Cisl e Uil, che al termine dell’incontro al Mef sulla manovra hanno prima ribadito che “Quota 100 non si tocca”, per poi ammettere candidamente che sul punto “il Governo è ancora diviso e sta valutando”. Da qui il rinvio del cdm da cui passerà la Legge di bilancio, che doveva essere convocato per il pomeriggio di oggi e invece è slittato alle 21 di domani, 15 settembre, a sole tre ore dal termine ultimo per l’invio del testo della manovra all’Unione europea. Entro mezzanotte, infatti, da Palazzo Chigi dovranno partire i documenti con le misure che il governo intende mettere in campo. In tal senso, il consiglio dei ministri, a quanto si apprende da fonti di governo, dovrebbe dare il via libera solo al Documento programmatico di Bilancio, ovvero una sintesi della legge di bilancio da inviare all’Europa. Il decreto fiscale e l’articolato complessivo della manovra dovrebbero essere approvati in un successivo Cdm che si terrà, con ogni probabilità, lunedì 21. Nel mezzo, però, c’è da risolvere la prima, vera grana all’interno dell’alleanza che sostiene l’esecutivo Conte 2. Uno scontro durissimo tra Pd e M5s, con Italia Viva pronta a metterci il carico, e la “quasi intesa” sulla legge di bilancio raggiunta domenica notte in un lungo vertice è tornata in bilico.

La guerra delle fonti – Secondo quanto riferito dalle agenzie di stampa, il motivo delle frizioni tra Movimento 5 Stelle e Partito democratico è la trincea eretta dai pentastellati contro l’aumento delle tasse e per il taglio del cuneo alle imprese. Al centro del confronto nel governo, hanno riferito fonti qualificate, le imposte sulle schede ricaricabili Sim, la cancellazione retroattiva della detraibilità del 19% sull’Irpef e la volontà di rivedere quota 100. Tutte proposte avanzate dal Pd e su cui il M5S invece non ha alcuna intenzione di indietreggiare. “I Cinque stelle non vogliono l’aumento degli stipendi, per salvare quota 100. Ma come ha detto Franceschini poco fa (e ritwittato dal segretario Zingaretti, ndr), all’intervento per i lavoratori noi non rinunciamo” ha detto una fonte dem all’agenzia Ansa, a testimonianza del clima di muro contro muro che si è venuto a creare. Sempre dal Pd, poi, hanno fatto sapere di non aver mai proposto l’abrogazione di Quota 100, bensì alcune finestre di rinvio che possono servire per evitare l’aumento dell’Iva.

Gli altri nodi da sciogliere – Nella guerra delle fonti, anche il M5s non è restato a guardare, dicendosi pronto al braccio di ferro sulle tasse: nessun aumento di tasse sulle Sim ricaricabili aziendali (misura che porterebbe gli imprenditori a pagare 6-8 euro in più per ogni dipendente), stop alla cancellazione retroattiva delle detraibilità Irpef (che penalizzerebbe chi ha fatto delle spese pensando di potrebbe detrarre) e nessuna revisione di Quota 100 o delle ‘finestre’, perché significherebbe creare nuovi esodati. Sullo sfondo del botta e risposta, poi, restano tanti nodi, dal carcere agli evasori fino alle “micro tasse” denunciate da Matteo Renzi. Il ministro Roberto Gualtieri ha aumentato fino a 3 miliardi le risorse per alleggerire le buste paga. Ma il risultato è poca roba, secondo Luigi Di Maio (Renzi concorde). Il M5s ha chiesto di cambiare la misura: tagliare le tasse anche alle imprese per inserire il salario minimo in manovra. Dal Pd Dario Franceschini ha risposto di no.

Una giornata di tensioni: la cronaca – L’insofferenza pentastellata era iniziata a filtrare mentre Gualtieri riceveva i segretari di Cgil, Cisl e Uil al ministero dell’Economia: ha illustrato il piano da 6 miliardi di taglio alle tasse sul lavoro dal 2021 (3 miliardi nel 2020) e ha aperto a uno sblocco, seppur minimo, dell’indicizzazione delle pensioni (rivalutazione piena da 1500 a 2000 euro). Ma al M5s non è andata la mancanza nella legge di bilancio del salario minimo da 9 euro. “Vogliono fare una marchetta alla Cgil – ha detto una fonte pentastellata – e dare 40 euro in più per poi tassare le imprese di tre miliardi. Ma devono ricordare che i numeri in Parlamento sono i nostri”. Da Italia viva stessa posizione: “C’è un’impostazione ‘comunista’ per cui fai tutte micro misure ma avremmo dovuto mettere 3 miliardi tutti sulla famiglia“. Franceschini nel frattempo ha riunito i ministri Dem: “Per noi è irrinunciabile l’aumento degli stipendi grazie alla riduzione delle tasse”.
Lo scontro tra M5s e Pd, però, è anche sul carcere agli evasori. Di Maio lo ha detto dal Lussemburgo: vuole che nel decreto fiscale ci sia un inasprimento delle pene per gli evasori e anche la confisca dei beni sul modello di quelli mafiosi. Ma i dubbi sono numerosi negli altri partiti di maggioranza: per ora il M5s ha respinto la mediazione di Zingaretti che mirava ad affrontare la questione evasori in un ddl collegato.

Tutti contro tutti (tranne che sul fondo famiglie) – Lo scontro è norma su norma. I renziani si sono opposti a un obbligo di doppio conto corrente per le partite Iva nel dl fiscale. Il M5s ha detto no a un intervento retroattivo sulle detrazioni, ma dal Pd hanno ribattuto che ogni misura sarà per il futuro. Tutti d’accordo, invece, sull’istituzione di un fondo per la famiglia, viatico all’assegno unico per i figli. Ma su come realizzare poi l’assegno già si litiga e ci si contende la paternità della misura. A tarda sera, poi, i rappresentanti dei partiti sono arrivati a Palazzo Chigi per un vertice che era stato ipotizzato a ridosso del Consiglio dei ministri: una volta entrati, però, hanno scoperto che il summit era stato sconvocato. Il motivo? Stando a quanto fatto trapelare dai dem, sarebbe stato il Movimento 5 stelle a farlo annullare, con il Pd “infastidito” dalla scelta “di far saltare gli incontri invece di risolvere i problemi”. Il Pd sarebbefelice” – ha detto un esponente dem all’Ansa – “di evitare di toccare le finestre di quota 100 ma vanno trovate risorse alternative”: non si può pensare di “gravare sul taglio del cuneo fiscale”. Un vertice potrebbe esserci in mattinata o più probabilmente nella sera di martedì, dopo il ritorno di Conte dall’Albania. E in tarda serata l’ipotesi più probabile è che alla fine il governo approvi solo il documento programmatico di bilancio, che va inviato a Bruxelles entro la mezzanotte del 15 ottobre. L’unica certezza è che la “compattezza” della maggioranza di cui Conte aveva parlato da Avellino appare una chimera.

Le parole di Di Maio – “Questa deve poter essere una manovra che unisce, non che divide” ha detto a sua volta Luigi Di Maio. Il quale in una nota ha sottolineato che “è evidente che l’esecutivo non potrebbe mai sostenere un aumento delle tasse e men che meno un altro colpo ai pensionati con l’abrogazione di Quota 100. Non è neanche immaginabile mettere i pensionati contro i lavoratori – ha aggiunto il capo politico del M5s – sostenendo che bisognerebbe creare esodati per ridurre il cuneo fiscale”. Ribadendo che il governo ha “la responsabilità di unire il paese e non di dividerlo”, il ministro degli Esteri ha sottolineato che “da questi principi, sono certo che troveremo una quadra con il Pd”. Di Maio, poi, ha passato in rassegna “diversi obiettivi raggiunti” con il Pd: “Il primo passo verso l’assegno unico alla famiglie e l’abolizione del super ticket, a dimostrazione che con il dialogo e il senso di responsabilità questo è un governo che va spedito. Ritengo che, indipendentemente dalle diverse opinioni su alcuni temi, si possa sempre trovare un punto di incontro. Pertanto – ha concluso – invito tutti a dialogare serenamente, con la necessità di dare immediate risposte ai cittadini“.

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Nome ‘Alto Adige’, Svp corre ai ripari per paura dell’impugnazione. Il vero nodo è la norma sull’accesso agli albi di chi parla solo tedesco

Pon, 14/10/2019 - 20:10

La cancellazione del termine ‘Alto Adige‘ dal testo di una legge ha scatenato un putiferio indesiderato per la Südtiroler Volkspartei, il partito di governo a Bolzano che pure quell’emendamento proposto dalla destra tedesca lo ha approvato. Nel fine settimana sono proliferate una serie di notizie erronee, riportate dai principali quotidiani nazionali, secondo cui la parola ‘Alto Adige’ sarebbe stata abolita per legge. Nulla di più falso. Quello che è vero invece, è che la sostituzione del termine con ‘Provincia di Bolzano’, nella parte italiana del disegno di legge numero 30 relativo a “Disposizioni per l’adempimento degli obblighi della Provincia autonoma di Bolzano derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea” può provocare l’impugnazione della norma da parte dello Stato, come ha annunciato il ministro Francesco Boccia. Esattamente quello che la Svp non voleva, perché all’interno della legge è contenuto un articolo per cui ha lottato per tutta l’estate: la parificazione del tedesco all’italiano per l’iscrizione agli albi professionali.

È questo il vero nodo di tutta la vicenda: basta sapere il tedesco per esercitare come medico nella provincia di Bolzano. Il presidente Arno Kompatscher e la Svp hanno voluto questa norma per evitare la chiusura dei piccoli ospedali sparsi per l’Alto Adige, dove per carenza di medici si è pensato di far arrivare i giovani specializzandi austriaci. La vicenda nasce dal caso del dottor Thomas Müller, austriaco, dal primo marzo 2018 primario su chiamata diretta del Laboratorio centrale dell’ospedale San Maurizio di Bolzano che, in seguito ad una richiesta di verifica di conoscenza dell’italiano avanzata dal ministero della Salute all’Ordine dei medici, aveva dimostrato di possedere una conoscenza della lingua solo “passiva”. La nuova legge lo salva dall’espulsione, così come permetterà ad altri medici germanofoni di coprire i buchi della sanità altoatesina.

Per la Svp è una battaglia cruciale che aveva portato durante l’estate allo scontro con l’allora ministra Giulia Grillo, ma soprattutto con il Movimento 5 stelle locale, tanto da essere uno dei motivi della mancata fiducia al governo Conte 2. Ora, dopo essere caduta e aver avallato la provocazione etnica portata avanti dalle destre tedesche, la Stella Alpina deve correre ai ripari per evitare che a cadere sia l’articolo che le interessa davvero. “Vi è stata effettivamente un’incongruenza nell’elaborazione dell’articolo di legge, in quanto in italiano si è utilizzato il termine Provincia di Bolzano, mentre nella versione tedesca è rimasto il termine Südtirol“, scrive in una nota il presidente Kompatscher, pur precisando, a ragione, che “non esiste nessuna norma che preveda la cancellazione del termine Alto Adige”.

Sulla stessa linea anche Philipp Achammer, Obmann della Svp e solitamente molto meno attento alle istanze degli italiani: “La Svp è sempre stata moderata in fatti di toponomastica ed ha intrapreso il ruolo da mediatrice tra i gruppi linguistici. E continueremo a farlo”, afferma in una nota. “Si sono volute solo creare polemiche“, aggiunge, ma “è vero che nella legge in discussione i termini dei testi in tedesco e italiano non coincidono. Faremo sì che coincidano”, sottolinea, “per porre fine il più presto possibile a questa discussione”. La Südtiroler Volkspartei, proprio per approvare in fretta e furia una legge cruciale, è caduta nel tranello orchestrato da Süd-Tiroler Freiheit che ne ha approfittato per rievocare l’annoso conflitto sulla fascistizzazione della toponomastica e di quello che per loro continua a essere solo il Südtirol.

Però ora la Svp ha paura che Boccia passi dalle parole ai fatti: “Se c’è una differenza io sono obbligato a impugnare e ho detto che mi auguro che la Provincia abbia gli strumenti per correggere in corsa questo aspetto, perché non è ammissibile e non è tollerabile. Lo dice la Costituzione stessa: le versioni, testo italiano e testo tedesco, devono essere identiche. Se si toglie Alto Adige e non si toglie Südtirol la legge va impugnata. Sono stato chiaro e lo farò un minuto dopo averla ricevuta”, ha detto il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie. “Aspetto di capire se il nodo è solo la differenza tra la versione italiana e quella tedesca” ha proseguito Boccia, aggiungendo che “lui mi ha detto che la vicenda è di fatto sfuggita di mano nel confronto in Consiglio”. Kompatscher ha assicurato che rimedierà il prima possibile. Per lui e per la Svp il nome ‘Alto Adige’ non è il vero nodo della questione: “Quando ci si riferisce al territorio la terminologia corretta è Alto Adige in italiano e Südtirol in tedesco”.

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Governo, Salvini: “Per M5s il Pd era il partito di Bibbiano, ora va tutto bene. Conte? L’avvocato del ciuffo”

Pon, 14/10/2019 - 19:54

“Per il M5s, il Pd era il partito di Bibbiano e di mafia capitale. Ora va tutto bene, ma c’è un limite alla decenza. Nelle elezioni regionali addirittura il simbolo dei 5 stelle è sotto quello del Partito democratico. Conte? È l’avvocato del ciuffo“. A dirlo, in una diretta Facebook, il leader della Lega, Matteo Salvini, che attacca soprattuto gli ex alleati di governo proprio per l’accordo fatto da Luigi Di Maio, a livello locale, coi dem per il voto in Umbria in programma il 27 di ottobre.

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Virginia Raggi, il Pd romano si agita dopo le parole di Zingaretti sulle non-dimissioni della sindaca. E c’è il caso del segretario cittadino

Pon, 14/10/2019 - 19:51

Il mezzo passo indietro c’è stato, ma le acque nel Pd romano (e non solo) sono ancora agitate. Due semplici frasi come “a Roma stiamo all’opposizione” e “no a un altro sindaco come Raggi” rappresentano il tentativo operato lunedì mattina da Nicola Zingaretti di mettere una pezza al pasticcio combinato venerdì sera, quando alla trasmissione Otto e Mezzo di La7 dal segretario nazionale dem (e presidente della Regione Lazio) si è lasciato scappare che “Virginia Raggi non dovrebbe dimettersi come chiede Salvini ma dovrebbe affrontare con più decisione i temi irrisolti”. “Questa vicenda di Roma è totalmente inventata”, ha provato a smentire il numero uno del Nazareno, affermando che nella Capitale “il Pd è impegnato per costruire l’alternativa e ridare finalmente a questa città una squadra efficiente”.

Il M5s lavora al Raggi-bis. I dem: “Una bestemmia”
Ma l’equivoco resta. E non è di poco conto. Sabato e domenica i dem romani si ritroveranno con i banchetti in diverse piazze romane al grido di “basta Raggi”, che è un messaggio diverso rispetto a “via Raggi” o “Raggi dimettiti”. Quasi una forma di rispetto per l’alleato di governo e possibile alleato alle amministrative, che nel frattempo – come anticipato da Ilfattoquotidiano.it il 26 settembre scorso – sta ragionando seriamente di proporre la ricandidatura civica dell’attuale titolare di Palazzo Senatorio. “Una bestemmia” a sentire consiglieri comunali e regionali del Pd, che nei problemi che attanagliano ancora la città, specie su rifiuti e trasporti, intravedono il “fallimento” della sindaca. Anche se la valutazione ricorda da vicino il “no forte e chiaro” a Giuseppe Conte urlato dai collaboratori dello stesso Zingaretti ai cronisti nei giorni che precedettero l’investitura dell’attuale premier per il bis a Palazzo Chigi.

Mozione anti-Raggi in direzione
Fatto sta che mercoledì pomeriggio, in una riunione della direzione del Pd Roma che si annuncia infuocata, verrà probabilmente messo ai voti un documento che esclude qualsiasi tipo di sostegno ad una ricandidatura di Virginia Raggi in Campidoglio. In quali termini, non è ancora chiaro. L’obiettivo è frenare il malcontento mostrato anche da qualcuno degli zingarettiani più accaniti e, dall’altro, evitare fughe fuori dal partito fra chi si sente attratto dalle sirene renziane e calendiane. “Roma ha già dato”, ha scritto ad esempio su Twitter il segretario del Pd Lazio, Bruno Astorre (in quota Franceschini), mentre per Andrea Romano “Raggi è un pessimo sindaco” e Alessia Morani cinguetta: “Raggi bis? Anche no grazie”. E il capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, ex renziano di ferro, è stato netto: “Penso che il Pd debba correttamente rivendicare la propria netta opposizione alla sindaca Raggi e rivendicare l’assoluta necessità di favorire un cambio, il prima possibile. Alleanza o non alleanza con il M5S, la situazione di Roma è penosa e non più accettabile”.

Spunta l’idea Iozzi
Così, nelle pieghe dei dem romani, monta una proposta da presentare al M5s, qualora le intenzioni di convergenza mantengano le loro premesse: fare il nome di uno o più amministratori pentastellati graditi anche al Pd. Fra questi, uno dei nomi che più piace a sinistra è quello di Monica Lozzi, presidente del Municipio VII Tuscolano, che in questi tre anni ha ricevuto critiche positive per la gestione del parlamentino e, soprattutto, si è distinta nella lotta al predominio territoriale dei Casamonica. Un profilo perfetto, si dice, per accontentare l’idea di gestione politica che ha Zingaretti della città, facendo felice anche la ‘new wave’ pentastellata che proprio in Lozzi e nel sindaco di Marino, Carlo Colizza – solo per rimanere nel Lazio – individua le figure su cui puntare per il futuro.

Il dilemma di Andrea Casu: sfiducia possibile
Prima di tutti questi ragionamenti, il Pd a Roma ha un grande problema: i vertici del partito vanno riorganizzati. Mercoledì, dopo ben 125 giorni, è stata convocata la direzione romana. Quattro mesi di silenzio, sia formale che mediatico, in cui è avvenuto di tutto: un nuovo governo, un rimpasto della giunta comunale e una scissione di partito con esponenti di primo piano (fra cui il candidato sindaco 2016, Roberto Giachetti) che sono andati via. Quest’ultimo tema riguarda da vicino il segretario romano, Andrea Casu, eletto due anni fa quando i dem parlavano ancora la lingua renziana, fu fortemente sponsorizzato dal deputato Luciano Nobili, fra i primi a seguire Matteo Renzi nel suo nuovo progetto Italia Viva. Nelle ore successive alla scissione, Casu aveva commentato che “ancora non ho deciso cosa fare”, per poi chiudersi nel silenzio. Mercoledì, secondo indiscrezioni, potrebbe essere messo in minoranza dalla stessa direzione dem e costretto a dimettersi.

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Legge di Bilancio, dalla plastic tax al fondo famiglie. Tre miliardi in più dallo slittamento delle imposte sulle partite Iva: le misure

Pon, 14/10/2019 - 19:23

Tassa su imballaggi e plastica, fondo unico per le famiglie, stop a superticket, Quota 100 immutata, carcere per gli evasori, niente sconti fiscali per redditi alti: tra ipotesi e conferme, sono alcuni dei provvedimenti che dovrebbero far parte della Legge di bilancio al centro del prossimo consiglio dei ministri. Che, intanto, è slittato: doveva essere convocato per oggi, invece è stato spostato per domani, 15 ottobre, alle 21. Va ricordato, in tal senso, che il governo ha tempo fino a mezzanotte per inviare il testo della manovra a Bruxelles. Restano per il momento gli annunci dei ministri e le bozze che riportano le agenzie di stampa con le varie misure. Eccone alcune: stop alle detrazioni per i più ricchi, tassa sulla fortuna, rincari sul fumo e, come detto, una plastic tax, un nuovo balzello sugli imballaggi e contenitori di plastica inquinanti per spingere abitudini green.

Poi un dato non da poco: la prima manovra giallorossa, quindi, bloccherà gli aumenti dell’Iva ma al loro posto, per far quadrare i conti, spuntano una miriade di mini-tasse, alcune onnipresenti a ogni sessione di bilancio, come quelle su tabacchi e giochi, altre che rispondono alla nuova anima ecologista verso cui si vuole spingere il Paese. Con una sorpresa annunciata a tarda sera dal ministero dell’Economia per far quadrare i conti: arriva un maxi slittamento, dal 16 novembre al 16 marzo, della rata per il pagamento delle imposte sulla dichiarazioni delle partite Iva, che sposta 3 miliardi utilissimi ai fini dei conti pubblici del 2020. Tra le ipotesi è circolata anche quella di un aumento delle accise sul diesel, che ha trovato, al momento, il muro di Italia Viva. E una sulle sim aziendali che invece, incontra la netta contrarietà M5s.

Ma per i cittadini, che rischiano di pagare di più le sigarette o il pieno dell’automobile, o di vedersi ridotte le vincite su lotterie e scommesse, si prepara una piccola rivoluzione: anche la ricevuta del parrucchiere o dell’idraulico, o il conto del ristorante, si potranno scontare dalle tasse, se si opterà per il pagamento con carte e bancomat. Archiviata l’ipotesi di cashback su tutti gli acquisti con moneta elettronica, tramontato insieme all’idea di una rimodulazione dell’Iva, si fa strada infatti una nuova detrazione (al 10% o al 19%) su una serie di nuove spese, in aree “più a rischio evasione“, di cui beneficerà solo chi fa pagamenti tracciabili. Anche le altre detrazioni, quelle già in vigore, dalla scuola o lo sport per i figli, alle spese mediche a quelle per i funerali, potrebbero essere legate alla tracciabilità della spesa, sulla falsariga di quanto già accade con i vari bonus per le ristrutturazioni edilizie.

Ecobonus, bonus sui lavori e anche sulla risistemazione del verde dovrebbero essere prorogati di due anni, così come si dovrebbe allungare la scadenza (ora prevista al 2021) per il bonus rinforzato per gli interventi antisismici. Nel 2020 si dovrebbe avviare anche una prima revisione delle tax expenditures, legando al reddito gli sconti: le detrazioni dovrebbero iniziare a ridursi per i redditi oltre i 100-120mila euro per azzerarsi per i ‘super-ricchì. Un intervento di “equitàfiscale che riguarderebbe solamente “l’1% dei contribuenti” che ricadono nelle fasce più alte di reddito. E che avrebbe i suoi effetti sui conti pubblici solo a partire dalle dichiarazioni 2021 sui redditi 2020. Alcuni interventi rischiano di sollevare proteste: il comparto del gioco, ad esempio, è già in allarme, così come Assobibe per la paventata sugar tax, che al momento però non sarebbe entrata nel menù. Meno osteggiata potrebbe essere invece la plastic tax, un prelievo che potrebbe essere anche superiore agli 0,2 euro per kg ipotizzati inizialmente, e che si abbina al agli incentivi per i prodotti sfusi già previsti dal decreto Clima con l’obiettivo di promuovere abitudini più eco-sostenibili.

Il puzzle delle coperture, comunque, si definisce solo a tarda sera quando il ministero dell’economia annuncia che nel decreto fiscale è prevista una maxi proroga di pagamenti per le partite Iva, quelle sottoposte ai nuovi Isa (che hanno sostituto gli studi di settore) e quelle con pagamento forfettario. Vale 3 miliardi e aiuta a pagare le ultime poste previste. Per ora, si contano un aumento da circa 300 milioni della dote per il taglio del cuneo fiscale (che passerebbe da 2,7 a 3 miliardi), i fondi per eliminare il superticket (circa 500 milioni) e i circa 900 milioni aggiuntivi (da dividere nel biennio 2020-21) per il rinnovo del contratto del pubblico impiego. Sul fronte fiscale il decreto che accompagna la manovra indica un recupero di evasione da circa 3,3 miliardi tra stretta sulle compensazioni fiscali e lotta alle frodi Iva sui carburanti, cui si aggiungerà 1 miliardo dalle compensazioni Inps (anche se nei calcoli del presidente Pasquale Tridico da questa voce si potrebbero ricavare fino a 5 miliardi). Ci sono poi i 600 milioni della web tax, che dovrebbe scattare dal 1 gennaio, i 5-600 milioni di aumenti su giochi e sigarette, e un extragettito Iva non calcolato nelle stime della nota di Aggiornamento al Def che, secondo la maggioranza, dovrebbe consentire di raggiungere lo 0,4%, cioè circa 7,2 miliardi, di entrate aggiuntive e lotta all’evasione.

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Fisco, Simona Ventura imputata a Milano per evasione. I legali: “Nessun dolo, scelta di professionisti”

Pon, 14/10/2019 - 19:18

Una presunta evasione fiscale per alcune centinaia di migliaia di euro. La conduttrice Simona Ventura è imputata in un processo a Milano. Oggi – come riporta l’Ansa – si è celebrata la prima udienza. Un dibattimento, appena iniziato, e nel quale gli avvocati sono certi di poter dimostrare che non si è trattato “in alcun modo di evasione, ma di una scelta fiscale operata dai professionisti che l’Agenzia delle Entrate non ha ritenuto efficace”. Secondo l’inchiesta della Guardia di finanza e del pm di Milano Silvia Bonardi, tra il 2012 e il 2015 la conduttrice avrebbe fatto confluire parte dei suoi ricavi e addebitato parte dei suoi costi ad una società, la Ventidue srl, quando, invece, avrebbe dovuto computare tutto, sia le entrate che le uscite, nella sua dichiarazione dei redditi come persona fisica. Da qui l’accusa di “dichiarazione infedele dei redditi“.

Al centro dell’indagine i compensi relativi ad alcuni contratti, siglati soprattutto con emittenti televisive, sullo sfruttamento dei diritti di immagine per la sua attività professionale. Si tratta di contratti cosiddetti ‘sdoppiati’, molto comuni nel settore soprattutto fino a qualche anno fa, con una porzione dei compensi pagata direttamente agli artisti e un’altra parte a società a loro riconducibili. Contratti che negli ultimi anni hanno spesso fatto finire nei guai col Fisco numerosi vip. “Simona Ventura – hanno chiarito i suoi difensori, gli avvocati Jacopo Pensa e Federico Papa – nulla ha a che fare con questa scelta fiscale operata dai professionisti, ha da subito aderito all’avviso dell’Agenzia delle Entrate e sta pagando il debito tributario, essendo comunque lei la titolare dei diritti e dei doveri tributari”. Per la difesa, tra l’altro, a lei non può essere contestata l’evasione fiscale, perché da parte sua non c’è stato alcun dolo, alcuna volontà di non pagare le tasse dovute e la conduttrice, in pratica, ha soltanto utilizzato uno schema fiscale predisposto dai professionisti. Al massimo, dunque, potrebbe configurarsi un’elusione fiscale, non punibile penalmente.

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Migranti, in 200 sono sbarcati a Lampedusa nelle ultime ore: hotspot al collasso. Assegnato porto sicuro all’Ocean Viking: in 176 a Taranto

Pon, 14/10/2019 - 19:12

Passata l’ondata di maltempo, sono ripresi i viaggi della speranza nel Mediterraneo e all’alba di lunedì mattina 200 persone sono arrivate a Lampedusa a bordo di tre barconi: i soccorritori le hanno portate all’hotspot di contrada Imbricola ma il centro di accoglienza è ormai al collasso dal momento che vi sono già 400 migranti a fronte di una capienza massima di 90. Altre due piccole imbarcazioni che trasportavano, complessivamente, 108 migranti di nazionalità iraniana e irachena, sono state individuate invece al largo do Brancaleone, in Calabria, da motovedette della Guardia costiera e della sezione navale della Guardia di finanza di Roccella Ionica.

Per motivi di sicurezza, i migranti sono stati trasbordati sulle unità militari e trasportati nel porto di Roccella. Le due imbarcazioni sono state individuate a distanza di un’ora l’una dall’altra. Sulla prima, una piccola barca a motore di meno di 15 metri, c’erano 64 persone, tra le quali 5 donne e 4 bambini. Sulla seconda, una piccola barca a vela, erano in 44, tra cui una donna ed una bambina. Le loro condizioni sono buone. I migranti, giunti in porto, hanno ricevuto la prima assistenza e poi sono stati trasferiti temporaneamente in un centro messo a disposizione del Comune e gestito dalla locale sezione della Protezione civile.

Intanto in mare c’è ancora l’Ocean Viking, la nave di soccorso dell’ong Sos Mediterranee gestita da Medici Senza Frontiere, che domenica ha tratto in salvo 176 persone salvate in due distinte operazioni di soccorso. L’equipaggio ha fatto sapere di aver chiesto al Jrcc libico un porto sicuro dove sbarcare e di aver rifiutato però l’offerta di Tripoli perché “secondo il diritto e le convenzioni internazionali, nessun luogo in Libia può essere considerato attualmente un luogo sicuro”, come si legge in una nota. L’imbarcazione ha ricevuto l’ok del Viminale allo sbarco in Italia: l’Ocean Viking attraccherà a Taranto.

La nave spiegato poi di aver ricevuto nelle scorse ore una comunicazione dalle autorità marittime libiche con informazioni riguardanti una imbarcazione in difficoltà e la sua posizione approssimativa, con la richiesta di procedere alla ricerca e al soccorso. La Ocean Viking ha seguito le istruzioni ma, dopo più di 9 ore di ricerca, non ha trovato l’imbarcazione in difficoltà. “Ad una richiesta del nostro coordinatore per la ricerca e il soccorso a bordo, le autorità libiche non hanno fornito ulteriori informazioni.

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Grillo: “L’Elevato può rigenerare la politica se è Elevato. Ce ne sono di tre generi: estetico, etico e religioso. Altrimenti è solo un politico”

Pon, 14/10/2019 - 18:54

Gli “elevati possono contribuire alla rigenerazione della politica se essi sono genuinamente degli elevati”. Beppe Grillo, a meno di 24 ore dalla conclusione della due giorni del Movimento 5 stelle, ha scelto di scrivere un lungo post sul suo blog dedicato a “l’elevato”, definizione con la quale provocatoriamente si fa chiamare dai suoi. L’articolo dal titolo “La trinità degli Elevati” affronta in modo criptico il concetto di leader, leadership e ruolo politico. E arriva in un momento molto delicato per i 5 stelle con il capo politico Luigi Di Maio contestato da una parte dei suoi e l’avvio imminente di una riorganizzazione interna. Proprio Italia 5 stelle a Napoli ha fotografato gli equilibri interni, mostrando l’asse tra il garante e il premier Giuseppe Conte. “Si potrebbe dire”, scrive Grillo, “che nella Storia universale solo i grandi Elevati, come Solone, sono stati dei grandi politici. I non Elevati possono conquistare il potere politico, ma senza elevazione, saranno ricordati solo come dittatori, tiranni o semplicemente uomini politici”.

“Cos’è un Elevato? Sicuramente un individuo eccezionale, un grande uomo”, è l’attacco dell’articolo. “Come lo si riconosce? In base all’interesse che suscita nel popolo. L’Elevato è un individuo che possiede autorità sull’uomo comune. Questa autorità può essere solo di tre generi, però, estetica, etica e religiosa. Altrimenti parliamo solo di politici, non di Elevati”. Non è chiaro di chi stia parlando nello specifico, ma l’unico altro leader che Grillo ha mai chiamato “elevato” oltre a se stesso, è stato Giuseppe Conte in piena crisi politica.

Grillo quindi è entrato ancora di più nel dettaglio del suo ragionamento e ha spiegato che cosa intende per ciascuno dei generi: “L’autorità estetica nasce dalla necessaria ineguaglianza degli individui tra di loro. L’Elevato estetico, di solito un artista, è un uomo a cui la fortuna ha concesso doni eccezionali o perché è più bello di altri o perché è più bravo. L’ineguaglianza è necessaria perché Bellezza o Intelligenza sono un dono e non possono essere prodotte o scambiate per decisione volontaria di nessun essere umano. E così, in virtù di questo dono, l’Elevato può fare cose che la gente comune da sola non può fare. Per essere riconosciuto come Elevato deve essere in grado di fare quelle cose. In cambio, la gente comune gli deve dare ammirazione. E anche ubbidienza. La minaccia che pende sulla testa dell’Elevato è solo una. Non è eterno“. Per questo genere di elevato, scrive ancora Grillo, ci sono dei pericoli. Intanto, “l’orgoglio”, “e cioè pensare che le sue capacità superiori non gli sono state date da Dio ma che se le è guadagnate da solo, lui stesso. Ritenersi non solamente più fortunato degli altri, ma intrinsecamente e moralmente migliore. Se cedesse a questa tentazione egli potrebbe diventare un tiranno che esige un’ammirazione eccessiva dagli uomini e insolente verso le forze a cui deve la sua forza. Viceversa, per la gente comune, il pericolo è l’invidia, cioè negare che l’ineguaglianza è in qualche modo necessaria”.

Poi Grillo continua parlando de “l’Elevato di natura etica” che “nasce ancora una volta dalla diseguaglianza accidentale nei rapporti degli individui con la Verità universale. L’Elevato etico è colui che in un dato momento della storia si trova a sapere più degli altri. Questa conoscenza può essere una parte qualunque della Verità, non solamente quella che i filosofi chiamano etica. Qui non si tratta di doni innati ma di un accidente del tempo. L’Elevato, cioè, non è uno che può fare, come l’Elevato estetico, ciò che altri non possono, ma uno che in un preciso momento della storia conosce più cose di altri”. Il pericolo è che l’Elevato etico non condivida ciò che sa con gli altri: “Ma gli altri possono apprendere solo se l’Elevato li istruisce. E questo è precisamente quello che l’Elevato deve fare per essere riconosciuto come Elevato. In cambio, la gente comune gli presta attenzione come ponte tra loro e la Verità. Il pericolo per l’Elevato etico è che potrebbe desiderare ammirazione, come l’Elevato estetico, e così potrebbe essere portato a rifiutare di cedere la sua superiorità e rifiutare, quindi, di condividere la sua conoscenza, trattandola come un mistero ermetico riservato a pochi eletti. La conseguenza è che pensando sempre alle proprie relazioni privilegiate egli smette di condividere la Verità che conosce. E poi, naturalmente, coloro che dovrebbero apprendere sono non tutti propensi dal voler imparare dall’Elevato etico. Basti pensare a Socrate e alla sua fine. E, d’altra parte, la gente comune potrebbe essere portata a un atteggiamento passivo di ammirazione che la porta ad accettare ciò che l’Elevato etico dice solo perché lo dice lui, e non perché essi si rendono conto che è la Verità. Un altro pericolo per l’Elevato etico è che i piaceri del corpo e quelli materiali lo tentino ad abbandonare la sua ricerca“.

Infine Grillo ha parlato dell’elevato etico: “L’autorità religiosa, come quella estetica, invece, non è trasferibile da un individuo ad un altro, come nel caso dell’elevatezza etica, e nasce non da un rapporto tra individui, ma da un rapporto particolare con la Verità, la Bellezza e l’Assoluto”, si legge ancora. “L’Elevato religioso è un individuo che con passione assoluta si dedica a qualcosa che è per lui la Verità assoluta, il suo Dio, e cioè che Bellezza è Verità e Verità è Bellezza e questo, per l’Elevato religioso, è tutto quello che c’è da sapere, tutto quello che dobbiamo sapere. L’accento è tanto forte sull’assoluto che anche se dovesse trovarsi in una relazione appassionata con ciò che è eticamente, cioè universalmente falso, egli rimane un Elevato. C’è poi il fatto che l’Elevato religioso non può ispirare ammirazione né trasmettere conoscenza, come possono fare gli altri due tipi di Elevati, può soltanto accendere con l’esempio una passione similmente assoluta. Il pericolo per l’Elevato religioso è che possa perdere la fede e cessare così di avere una dedizione assoluta. Oppure che mentre continua nella sua dedizione assoluta ne trasformi la natura da positiva a negativa, dedicandosi alla Verità con una passione assoluta di odio e avversione. Nel primo caso, se perde la fede, cessa semplicemente di essere un Elevato religioso, nel secondo diventa un Elevato religioso sì ma negativo, cioè un diavolo”.

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Travaglio: “Grillo ha invitato il M5s a cambiare perché sta cambiando tutto. Il Pd di Zingaretti non è quello di Renzi”

Pon, 14/10/2019 - 18:40

Italia 5 Stelle? Grillo ha fatto un discorso in cui spiega che sta cambiando tutto. Quindi, invita il movimento a cambiare, riconoscendo chiaramente che con la Lega non si riusciva a cambiare. Quando mai la Lega è stata ambientalista? Ieri Berlusconi, alleato della Lega, a una domanda su Greta Thunberg ha risposto con una barzelletta sul Viagra e tre stangone svedesi. E’ il commento del direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, al discorso del fondatore del M5s, Beppe Grillo, sul palco di Italia 5 Stelle, a Napoli.

Ospite de L’aria che tira (La7), Travaglio spiega: “Grillo dice: ‘Mentre cambia tutto, per cambiare le cose in questo momento, dobbiamo fare il fuoco con la legna che abbiamo’. Il Pd non è quello dell’anno scorso: era in mano a Renzi, il quale aveva affidato il partito a Martina. E quando quelli dei 5 Stelle telefonavano a Martina per fare il governo insieme, lui rispondeva: ‘Non chiamate me, non conto niente’. E infatti bastò che Renzi andasse in tv da Fazio perché il governo non si facesse. Insomma, in un anno è cambiato tanto. Il Pd di Zingaretti non è il Pd di Renzi”.

Travaglio aggiunge: “L’aspetto più interessante del discorso di Grillo è che lui riesce sempre a vedere le questioni italiane inserite in quello che succede nel resto del mondo. La Ue di un anno fa, ad esempio, non è la Ue di oggi. La von der Leyen non è Juncker. Due anni fa Macron ha tolto le tasse ai ricchi, poi si è ritrovato un anno di gilet gialli ogni santo sabato e ha proposto il reddito universale, neppure di cittadinanza. Macron, cioè – continua – è cambiato e ha ammesso che i gilet gialli nelle loro rivendicazioni, e non nelle loro violenze, avevano ragione. Grillo ha anche detto che tutte le battaglie ambientaliste passate oggi sono superate: non si possono costringere interi continenti a rinunciare al loro sviluppo e al loro Pil, perché noi gli diciamo di andare in bicicletta”.

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San Siro, la nuova ipotesi: conservare parte del Meazza a fianco del nuovo impianto. Così i club sperano di convincere la politica

Pon, 14/10/2019 - 18:34

Conservare una parte del vecchio San Siro, magari per costruirci all’interno un centro commerciale o per ristrutturarlo e farlo diventare un secondo stadio per le squadre femminili e per ospitare altri eventi. È l’intervento che Milan e Inter stanno pensando di chiedere a Populous e Manica-Sportium, i due studi firmatari dei progetti per un nuovo stadio a San Siro. Lo rivelano il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport, spiegando l’ipotesi di una correzione ai due concept presentati poco più di due settimane fa. Salvando almeno in parte l’attuale Meazza, le due società sperano di rompere le ultime resistenze della politica e dei residenti. Ma anche, particolare non meno importante, di evitare un intervento della Soprintendenza che altrimenti potrebbe opporsi all’abbattimento di un simbolo di Milano.

Nei due progetti finora presentati, dell’attuale Meazza rimaneva ben poco: il prato in quello di Manica-Sportium, con l’idea di utilizzarlo come campo di calcio aperto a tutti. Appena il dischetto di centrocampo, nell’idea di Populous, che sarebbe diventato l’ingresso del nuovo museo con i cimeli. Un colpo di spugna che ora potrebbe essere ripensato per fare contenti tutti, compreso il Comune che all’idea di ristrutturare il Meazza non ha mai rinunciato. Ammodernarlo e riqualificarlo con una nuova funzione potrebbe essere il punto di incontro. Anche perché, scrivono sempre i due quotidiani del gruppo Rcs, Inter e Milan non sembrano intenzionate ad arrivare allo scontro totale. Il 10 ottobre sono scaduti i 90 giorni concessi dalla legge sugli stadi per decretare l’interesse pubblico del progetto. Le due squadre potrebbero scegliere di chiedere alla presidenza del Consiglio di esercitare i poteri sostitutivi, ma per ora l’intenzione è quella di concedere tempo a Palazzo Marino.

Il cronoprogramma prevede infatti che giovedì 17 ottobre venga conclusa la conferenza dei servizi. Nello stesso giorno i vertici di Milan e Inter risponderanno alle domande della commissione consiliare. Venerdì invece sarà un altro giorno decisivo: il rettore del Politecnico Ferruccio Resta fornirà il parere terzo sulla ristrutturazione del Meazza, richiesto dal Consiglio comunale. Un parere negativo – che probabilmente arriverà – sarebbe un ulteriore passo verso il via libera a un nuovo stadio. In questo senso, dopo aver ascoltato il referente della commissione dei servizi che ha valutato il progetto, il 24 ottobre viene indicato come il giorno del voto: il parere del Consiglio determinerà la via che la giunta comunale sceglierà sulla certificazione di interesse pubblico. È il passo necessario. Se avverrà, sarà comunque con dei paletti a cui i due progetti dovranno adeguarsi, prima di un ulteriore passaggio in Aula e poi in Regione.

Le due società puntano molto sul sostegno delle tifoserie. Il sondaggio sul sito www.nuovostadiomilano.com prosegue e oggi, con un comunicato, Inter e Milan fanno sapere di aver già registrato un milione di risposte da 40mila utenti unici, con oltre 68mila suggerimenti. “Di particolare rilievo la percentuale, superiore all’80%, di tifosi non disponibili a viaggiare per 100 km in stadi di dimensioni inferiori per un lungo periodo di tempo nell’eventualità di una ristrutturazione del Meazza”, si legge nel comunicato. Così come, prosegue, “il 90% dei votanti ritiene che la costruzione di un nuovo Stadio rigenererà l’intero distretto di San Siro e porterà benefici economici alla Città e al quartiere”.

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Enel, 11 richieste di rinvio a giudizio per ceneri della centrale di Brindisi vendute per fare il cemento: “Così risparmiano sulle scorie”

Pon, 14/10/2019 - 18:34

Le ceneri andavano divise e solo in parte avrebbero potuto essere vendute per fare il cemento. Invece quelle provenienti dalla combustione del carbone venivano miscelate anche alle “scorie” dell’olio denso e del gasolio per poi essere cedute alla Cementir che produceva il calcestruzzo. In questo modo, la società otteneva un ingiusto profitto e risparmiava sullo smaltimento. Con questa accusa il pm Milto Stefano De Nozza della Dda di Lecce ha chiesto il rinvio a giudizio 11 manager di Enel, 7 manager della Cementir (ora Cemitaly) di Taranto e le due società per illecito amministrativo. I reati ipotizzati sono traffico illecito di rifiuti e attività di gestione dei rifiuti non autorizzata.

Al centro dell’inchiesta c’è il modus operandi dei dirigenti della centrale Enel di Cerano, alle porte di Brindisi. Secondo la ricostruzione fornita dai finanzieri guidati dal tenente colonnello Marco Antonucci, quelle 2,5 tonnellate di ceneri contenevano anche sostanze pericolose come ammoniaca, nichel, vanadio e mercurio. E quindi era necessario smaltirle. Invece, venivano mescolate ai residui ‘buoni’ della combustione per la vendita e cedute al cementificio del capoluogo jonico. Nel settembre 2017, l’inchiesta portò al sequestro con facoltà d’uso dell’impianto di Brindisi, dello stabilimento Cementir e di una porzione di terreni dell’ex Ilva, tutti poi dissequestrati. La posizione dell’acciaieria, al momento, è stata stralciata.

La Dda di Lecce ha invece chiesto il rinvio a giudizio 11 dirigenti di Enel Produzione per aver effettuato, tra il 2011 e il 2017, “attività non consentite” di “miscelazione di rifiuti, anche pericolosi” derivanti dall’abbattimento dei fumi di combustione della centrale Federico II di Brindisi. Oltre che per aver gestito “abusivamente” ingenti quantitativi di rifiuti” al fine di “conseguire un ingiusto profitto” ad Enel “in termini di risparmio dei costi di smaltimento delle scorie di produzione”. Un profitto “ingiusto” che viene calcolato in 523.326.050 euro, pari alla spesa che – secondo la procura – la società elettrica “avrebbe dovuto sostenere per lo smaltimento”.

Rischiano di finire a processo Giovanni Mancini, Enrico Viale, Giuseppe Molina, Paolo Pallotti, Luciano Mirko Pistillo, Antonino Ascione, Francesco Bertoli, Fausto Bassi, Giovanni Mercenaro, Fabio De Filippo e Carlo Aiello. Con accuse simili rischiano il processo anche 7 manager dell’ex Cementir: il rappresentante legale Mauro Ciliberto, gli ex direttori degli approvvigionamenti Giuseppe Troiani e Mauro Caminiti, gli ex direttori dello stabilimento di Taranto della Cementir Mauro Ranalli, Leonardo Laudicina, Paolo Graziani e l’attuale direttore Vincenzo Lisi.

Secondo la procura, si legge nei capi d’imputazione, quelle ceneri – come aveva sostenuto il perito durante l’indagine, condotta dai pm Alessio Coccioli e Lanfranco Marazia – “per i connotati fisici esposti (…) erano costituiti da rifiuti privi di requisiti atti al recupero nel ciclo produttivo del cemento”. In sostanza, stando all’accusa, il rischio era la “decalcificazione del calcestruzzo” e la “perdita di resistenza meccanica” per la presenza dei residui della combustione di olio denso e gasolio. Insomma: un cemento meno resistente. Come aveva appurato Ilfattoquotidiano.it, tra l’altro, la stessa tipologia di ceneri era stata venduta anche alla Colacem di Galatina, all’Italcementi di Matera e fuori dall’Italia.

Enel Produzione, contattata da Ilfattoquotidiano.it, replica che “la costruzione della pubblica accusa e dei suoi consulenti” è stata “chiaramente confutata dai periti indipendenti, nominati dal gip su richiesta della stessa procura, dopo mesi di rigorosi accertamenti svolti nel corso dell’incidente probatorio”. La società aggiunge che “i periti hanno confermato la correttezza della qualificazione e la non pericolosità delle ceneri” e quindi “la possibilità del loro impiego nella produzione del cemento”.

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Ungheria, il centrosinistra conquista Budapest: prima sconfitta dal 2010 per Viktor Orban

Pon, 14/10/2019 - 18:16

Per la prima volta dal 2010, il premier ungherese Viktor Orban dalle elezioni che domenica hanno eletto il nuovo sindaco di Budapest. Il partito conservatore del primo ministro è stato battuto dall’opposizione di centrosinistra: Gergely Karacsony, esponente della sinistra ambientalista ed europeista, ha conquistato il 50,86% delle preferenze mentre Istvan Tarlos, sindaco della città dal 2010 e sostenuto da Orban, si è fermato al 44.1%. Karacsony aveva già tentato l’impresa cinque anni fa: era stato uno dei pochi politici dell’opposizione a vincere un distretto nelle precedenti elezioni comunali.

“Traghetteremo la città dal ventesimo secolo al ventunesimo – sono state le sue prime parole da primo cittadino – Budapest sarà verde e libera, la riporteremo in Europa”. Il neo sindaco, 44 anni, ha paragonato poi la sua impresa a quella dello scorso marzo a Istanbul, quando l’opposizione ha cacciato dal governo della città il partito di Erdogan. Una volta resi noti i risultati, l’uscente Tarlos, di 71 anni, e il primo ministro hanno chiamato al telefono l’avversario per congratularsi della vittoria che lo stesso neosindaco ha definito “storica”.

Il cambio di rotta nella capitale, e in altre 11 delle 23 città tra cui Pecs, Miskolc, Szombathely ed Eger, segna la rottura di un blocco di potere che sembrava inattaccabile. Il premier Orban ha comunque sottolineato che Fidesz ha continuato a vincere nelle campagne e che il partito “rimane la forza politica principale del Paese”.

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Barcellona, polizia carica i manifestanti all’aeroporto. “C’è molta tensione, dimostranti hanno tentato di accedere al terminal”

Pon, 14/10/2019 - 18:07

I Mossos d’Esquadra hanno caricato i dimostranti che hanno risposto all’appello di Tsunami Democràtic per bloccare l’aeroporto di Barcellona-El Prat,a seguito delle condanne dei leader indipendentisti catalani da parte della Corte suprema. La polizia ha ordinato la sospensione del servizio dei treni che arrivano allo scalo (che ha poi ripreso a viaggiare), così come le linee delle metropolitana. Gli aerei diretti a Barcellona atterrano regolarmente, mentre alcuni voli in partenza sono stati cancellati.

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Il M5s a dieci anni dalla fondazione si rivela per quel che è: un partito centralista. Come la Dc

Pon, 14/10/2019 - 17:52

I festeggiamenti per il decennale della fondazione del M5s lasciano spazio a gravi perplessità. Il Movimento mantiene molte delle sue originali ambiguità e resta motivo di grave preoccupazione per la democrazia del Paese. L’elenco dei cinque leader la cui posizione è stata analizzata da Il Fatto Quotidiano solleva il primo interrogativo: solo due tra i cinque sono militanti “eleggibili” e infatti eletti: Luigi Di Maio e Roberto Fico. Giuseppe Conte non è né militante, né eletto ma cooptato e “naturalizzato”.

Gli altri due sono indefinibili: Beppe Grillo, il Garante – né eletto, né eleggibile – grande trascinatore e i cui interventi soprattutto sul blog spesso non erano suoi, ma scritti dallo staff di Gianroberto Casaleggio; e Davide Casaleggio, il padrone di Rousseau, né eletto né eleggibile. I non eleggibili apparentemente detengono il potere molto più degli eletti e sembra che la retorica per cui l’eletto sarebbe il delegato dell’elettore nasconda invece che l’eletto è il delegato del non eleggibile.

Molte volte si sono infatti verificati in passato episodi nei quali una affermazione pubblica fatta da un eletto veniva sconfessata da un non eleggibile; ad esempio questo accadde recentemente a Davide Barillari, sconfessato da Casaleggio tramite il blog delle Stelle. Barillari aveva torto, ma il merito della questione non sta nelle ragioni e nei torti dei partecipanti, ma nella gestione del potere all’interno del Movimento.

Una seconda ragione di perplessità è l’ambiguità del messaggio propagandistico veicolato dai leader, in proprio o per il tramite dei propri sostenitori. Il Movimento dei Vaffa Days di Beppe Grillo, della diffamazione degli scienziati e degli esperti, ben rappresentato da Di Maio e Alessandro Di Battista, è incompatibile con la dignitosa figura di Conte, apprezzato per la correttezza istituzionale dimostrata durante la crisi del governo M5s-Lega.

Non ci possono essere dubbi che questa ambiguità sia stata alla base del drastico calo di consensi del M5s dal 33% del 2018 al 17% del 2019: prima che il Movimento andasse al governo, l’ambiguità del programma aveva permesso ad ogni elettore di credere di essere rappresentato nel programma. Raggiunto il governo e passati dalle parole ai fatti l’ambiguità non poteva essere mantenuta e molti elettori sono rimasti delusi. Continuare a riproporre ambiguità significa ripetere la stessa strada e prepararsi la stessa sequenza di successo e insuccesso, su scala ridotta – perché naturalmente non tutti i delusi sono recuperabili.

Una terza ragione di perplessità, analizzata su queste pagine sia da Pierfranco Pellizzetti che da Luca Fazzi, sta nel fallimento dell’idea che i problemi del paese siano risolvibili con manovre approssimative ideate da una classe politica di inesperti, fallimento impietosamente certificato dai parametri economici, solo alcuni dei quali sono provvisoriamente risaliti grazie all’alleanza con il Pd. Un’altra manifestazione della tara di nascita per cui la competenza è un optional sta nel fatto che persino i ministri in carica spesso si rivolgono ai ciarlatani piuttosto che agli esperti, come testimoniato da varie scelte recenti del ministro Lorenzo Fioramonti.

Che fare adesso? Il Movimento ha ottenuto il 33% dei voti alle scorse elezioni politiche ed è attualmente stimato intorno al 20%: è una forza politica che non può essere ignorata e sarebbe molto dannoso per il paese che chi rappresenta queste quote di elettorato non partecipasse al governo. Inoltre il Movimento è di fatto un partito di centro, come dimostrato dalla sua capacità di allearsi sia con la Lega che con il Pd.

Progettare una alleanza politica che lo escluda è innaturale e deleterio. È paradossale che il partito che si autodefiniva “né di destra, né di sinistra” perché rivoluzionario si sia rivelato tale perché centralista, come la vecchia Dc. Ma questi sono i fatti e ignorarli non solo sarebbe stupido, ma impedirebbe di accettare che nessuna maggioranza stabile del prossimo futuro potrà escludere il M5s come nessuna maggioranza del passato poteva escludere la Dc. Che a molti elettori, me compreso, nessuna maggioranza del prossimo futuro piaccia non cambia i dati di fatto.

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Foggia, l’ombra dei clan sui servizi cimiteriali: interdittiva antimafia a società che li gestisce. Uno dei soci è il cugino del boss Trisciuoglio

Pon, 14/10/2019 - 17:22

C’è l’ombra dei clan della Società Foggiana dietro la società che gestisce i servizi cimiteriali per conto del Comune di Foggia. È quanto sostiene il prefetto della città pugliese Raffaele Grassi che ha emesso un’interdittiva antimafia nei confronti della Progetto Finanza di Capitanata srl. La società, con sede nel capoluogo dauno, è attualmente intestata a Riccardo Ursitti e Giorgia Sala, mentre soci di maggioranza sono gli imprenditori fooggiani Giovanni Trisciuoglio e Marco Insalata, entrambi amministratori della Adriatica Servizi e della CTM.

Anche nei confronti di queste due, a metà settembre, il prefetto aveva emesso altrettante interdittive antimafie. La prima riscuoteva i tributi per conto del Comune di Foggia, Manfredonia e Monte Sant’Angelo, mentre la seconda è una impresa edile. La società Progetto Finanza, a quanto si apprende, ha cambiato gli organi di amministrazione cinque giorni dopo le interdittive che hanno colpito i due imprenditori, ma Trisciuoglio e Insalata sono rimasti quali soci di maggioranza.

Questo, sempre secondo il prefetto Grassi, può ipotizzare il condizionamento mafioso. Il provvedimento è stato assunto a seguito di una istanza del Comune di Foggia volta ad ottenere il rilascio di idonea certificazione antimafia. Negli accertamenti sono emersi elementi – secondo il prefetto – “tali da suffragare il pericolo di condizionamento nel regolare andamento delle pubbliche amministrazioni”.

Quando un mese fa la prefettura era intervenuta sulla Adriatica Servizi e CTM, società collegate tra loro, era emerso che Giovanni Trisciuoglio è il cugino del boss Federico Trisciuoglio e imparentato indirettamente con i Romito, clan attivo sul Gargano. Insalata, invece, il 17 luglio 2012 fu vittima di un agguato: sconosciuti esplosero tre colpi di revolver contro il Suv del costruttore mentre quest’ultimo stava parcheggiando il proprio mezzo.

A lui nell’interdittiva si fa riferimento per alcune intercettazioni estrapolate dall’operazione Decima Azione, l’inchiesta che a novembre scorso portò all’arresto di 30 persone e ora in fase di udienza preliminare senza che nessuna delle 21 ‘parti offese’ si sia costituita parte civile. I capimafia in una riunione avrebbero deciso di “salvare Trisciuoglio”, nel senso di evitare di chiedere il pizzo a una serie di imprese. Essere socio della famiglia Trisciuoglio gli avrebbe, dunque, evitato di essere, a sua volta, taglieggiato come tanti altri imprenditori foggiani.

L’interdittiva antimafia che ha colpito Progetto Finanza di Capitanata srl è l’ottava emessa da Grassi da maggio ad oggi. “Non arretreremo di un millimetro nell’azione amministrativa antimafia tesa a verificare il regolare andamento delle pubbliche amministrazioni. Analoga attenzione sarà rivolta alle infiltrazioni mafiose negli enti locali”, aveva spiegato il prefetto di Foggia a settembre. Un riferimento anche all’allora prossimo (e ora effettivo) scioglimento per infiltrazioni mafiose del consiglio comunale di Cerignola, quasi 60mila abitanti, per il quale il Consiglio dei ministri ha deciso il commissariamento la scorsa settimana. Nei prossimi giorni, invece, un altro Comune foggiano, Manfredonia, finirà sotto la lente di ingrandimento dell’esecutivo che dovrà stabilire – a seconda della relazione che verrà prodotta dal ministero dell’Interno – se procedere col medesimo provvedimento o meno.

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Stelle cadenti d’autunno, sono in arrivo le Orionidi: picco tra il 18 e il 23 ottobre

Pon, 14/10/2019 - 17:20

Cielo terso permettendo quelle delle prossime notti potrebbero essere osservazioni del cielo sorprendenti. Sono in arrivo le Orionidi, le stelle cadenti d’autunno, così chiamate perché sembrano provenire da una regione nei pressi della costellazione di Orione. “Si tratta di meteore originate da polveri e detriti persi dalla cometa di Halley durante vecchi passaggi vicino al Sole”, spiega Paolo Volpini, dell’Unione Astrofili Italiani (Uai).

Il periodo migliore per vedere la pioggia delle Orionidi è tra il 18 e il 23 ottobre. In condizioni ideali se ne possono scorgere alcune decine nell’arco della notte. “In ottobre infatti – precisa Volpini – le giornate iniziano ad accorciarsi vistosamente, in media di 1 ora e 21 minuti. E con le notti più lunghe – aggiunge l’esperto – si presentano le condizioni ideali per osservare il cielo. Dopo mezzanotte godremo di una finestra osservativa utile fino a circa le 3.30. Più tardi – precisa Volpini – la Luna inizierà a disturbare col suo chiarore”.

Non c’è una serata privilegiata per le osservazioni, fanno sapere gli esperti. “Le Orionidi non hanno un unico massimo ma una serie di variazioni della frequenza, dato che la Terra – precisa Volpini – nel suo moto nello spazio incontra zone più o meno dense di meteore. L’osservazione degli sciami meteorici inoltre – chiarisce l’esperto – è più proficua quando il punto di provenienza delle meteore, il cosiddetto radiante, è alto in cielo. Nelle prime ore dopo il tramonto Orione non è ancora sorto, ma si trova ancora sotto l’orizzonte. Bisogna, quindi, aspettare la seconda parte della notte – conclude Volpini – per vedere crescere il numero di meteore dello sciame”.

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