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Aborto, l’Arizona introduce un bando quasi totale. Casa Bianca: “Decisione catastrofica che riporterà le donne indietro di un secolo”

13 min 13 sek ago

Un giudice in Arizona ha ripristinato un divieto all’aborto che risale al 1864 e impedisce l’accesso all’interruzione di gravidanza dopo la 15esima settimana anche in caso di esigenze sanitarie critiche, stupri e incesto. Oltre a prevedere una pena detentiva fino a 5 anni per chi dovesse aiutare una donna ad abortire. Karine Jean-Pierre, portavoce della Casa Bianca, ha attaccato duramente la decisione affermando che le potenziali potenziali conseguenze “sono catastrofiche, pericolose e inaccettabili“: “Riporterà le donne dell’Arizona indietro di più di un secolo, a prima che l’Arizona fosse addirittura uno stato”, ha dichiarato Jean-Pierre in un comunicato.

La giudice Kellie Johnson ha abolito un’ingiunzione che per lungo tempo aveva bloccato l’applicazione della legge del 1864 che, appunto, impedisce di interrompere la gravidanza praticamente in tutti i casi con l’eccezione di quelli in cui sia a rischio la vita della donna.

Venerdì parlando ad un evento a Washington in vista delle elezioni di midterm dell’8 novembre, Joe Biden ha detto: “Datemi due senatori in più e trasformeremo in legge la sentenza Roe” della Corte suprema sull’aborto, quella che il 22 gennaio 1973 aveva riconosciuto il diritto costituzionale della donna di porre termine alla gravidanza. “I repubblicani Maga non sanno assolutamente nulla delle donne americane”, ha attaccato il presidente americano.

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“I narcos albanesi”, sul Nove il documentario sui clan di Tirana in onda sabato 24 settembre: l’anticipazione

19 min 3 sek ago

Un ministro arrestato in una maxi operazione contro il narcotraffico spiega tanto di quanto stia succedendo in Albania. Saimir Tahiri è un giovane ministro degli Interni, rampollo della politica di Tirana, da molti dato come premier del futuro ma rimane incastrato in una storia piena d’ombre. Il suo arresto per abuso di potere nell’ambito di un’indagine sul narcotraffico internazionale, che coinvolge anche affiliati a Cosa Nostra, è parte del complesso mosaico de “I narcos albanesi”, documentario che andrà in onda sabato 24 settembre alle 21,25 su Nove. I traffici transnazionali sono il pezzo forte dei clan degli albanesi, che dalla tratta di schiave del sesso, al mercato di armi, fino agli scafi pieni di marjiuana, sono arrivati a diventare incontrastati broker della cocaina nel mondo intero.

L’ex ministro Tahiri, gli autori del documentario Marco Carta e Lorenzo Giroffi (che firma anche la regia) lo hanno incontrato in un bar della periferia di Tirana, qualche settimana prima del suo arresto. Mentre sorseggiava un tè continuava a proclamarsi innocente, incastrato da un sistema più potente di lui. Alla famiglia dell’ex ministro misero già delle bombe, a suo dire per le sue politiche di contrasto al narcotraffico che partiva dalle montagne albanesi. Quei traffici per cui è scattato l’arresto di Saimir Tahiri appaiono però lontani anni luce da quello che oggi rappresentano i narcos albanesi. I nascondigli in montagna con kalashnikov e balle di marjuana, i viaggi di notte su scafi stracarichi da portare sulle coste pugliesi per riempire di erba le piazze di spaccio italiane, sono tutte storie di un’altra epoca criminale per la mala albanese. Il documentario, prodotto da Videa Next Station per Warner Bros Discovery, arriva al disegno criminale di clan dalla struttura orizzontale, senza famiglie di sangue di riferimento, ma con l’onore come principio base e con boss divenuti leggenda per evasioni e regolamenti di conti feroci.

Oggi il core business è la cocaina, grazie al controllo di porti strategici, come quelli in Grecia, Italia, Paesi Bassi e soprattutto Ecuador, lì dove le telecamere arrivano a raccontare la mattanza di Guyajaquil, dove si decide chi deve controllare i container pieni di bianca. Dietro la violenza che ha decretato anche lo Stato d’emergenza in Ecuador ci sono i cartelli albanesi. I narcos albanesi arruolano giovanissimi in tutta Europa, non dimenticando mai il legame con la madre Patria, dove si ricicla denaro e si fa proselitismo per affiliati disposti a tutto, il più delle volte ingenuamente, finendo poi per essere ammazzati per nulla. Il documentario racconta questa parabola criminale cominciata negli anni ’90. Abili trafficanti di poco conto, divenuti re dei porti di mezzo mondo. Il documentario fa parte della serie “Mafia connection” ideata da Carmen Vogani e condotta da Nello Trocchia. La serie si compone di quattro episodi, per quattro sabato sera in prime time su Nove. Il primo episodio è proprio sulla mala degli albanesi, sabato 21.25 su Nove.

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Coppie gay ‘illegali’: è questo il futuro che ci attende?

23 min 13 sek ago

Quando si tratta di diritti civili, ci immaginiamo che una società possa solo progredire in meglio, cioè verso la piena integrazione di esclusi ed emarginati. Le parole di Federico Mollicone, responsabile cultura di Fratelli d’Italia, mostrano invece come un radicale cambiamento di rotta sia sempre possibile e che pertanto i diritti civili non debbano mai darsi per definitivamente acquisiti.

Classe 1970, prima consigliere a Roma per Alleanza Nazionale e poi deputato per Fratelli d’Italia, Mollicone sul suo sito personale dichiara di voler “riscattare l’Italia dal degrado e dal declino ricostruendo la buona politica fondata sull’onestà, il merito, la partecipazione, la competenza”. Di competenza, però, ne dimostra ben poca quando dichiara, senza alcun tentennamento, che “in Italia le coppie omosessuali non sono legali, non sono ammesse”.

Le posizioni del suo partito sono state ribadite in più occasioni dal suo stesso leader Giorgia Meloni: “Difesa della famiglia tradizionale” – formata, ovviamente, da una mamma e da un papà e dai loro bambini, perché è questo che ci dice la tradizione, giusto? – ad esclusione di tutte le altre realtà familiari, che pure esistono nel nostro Paese e sono molto numerose. È quella stessa famiglia tradizionale che secondo Alessandro Sallusti è doveroso difendere “per consentire ai gay di nascere”.

Ci sarebbe da ridere a crepapelle per tutte queste sciocchezze, cui certo non possiamo dire di non essere abituati, se non fossero dette con serietà agghiacciante. Il filosofo Michel de Montaigne (1533-1592) diceva che “nessuno è esente dal dire sciocchezze, il male è nel dirle con pretensione”. E sempre a Montaigne possiamo ricorrere ogniqualvolta ci appare uno di questi personaggi in tv: “Certo costui farà grandi sforzi per dirmi grandi sciocchezze”.

Ma andiamo con ordine. Prima che fosse approvata la legge sull’unione civile (n. 76/2016), le coppie formate da persone dello stesso sesso erano state riconosciute dai tribunali italiani come meritevoli di tutela giuridica in virtù sia del loro essere “formazione sociale” ai sensi dell’articolo 2 della Costituzione, sia del loro diritto a non essere discriminate in base al loro orientamento sessuale ai sensi dell’articolo 3 della Costituzione. Nello specifico, ricordiamo che nel 2010 la Corte costituzionale ha stabilito (sentenza n. 138/2010) che

l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri,

seguita immediatamente dalla Corte di Cassazione (sentenza n. 4184/2012), per la quale

le singole persone componenti tale formazione sociale sono titolari del “diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia”, diritto fondamentale che, derivante immediatamente dall’art. 2, discende anche dall’art. 3, primo comma, Cost., laddove questo assicura la “pari dignità sociale” di tutti (i cittadini) e la loro uguaglianza davanti alla legge, “senza distinzione di sesso”, e quindi vieta qualsiasi atteggiamento o comportamento omofobo e qualsiasi discriminazione fondata sull’identità o sull’orientamento omosessuale.

Da queste sentenze – e dalla condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti umani del 2015 – è nata la legge sull’unione civile, che infatti al comma 1 chiarisce che detta unione è “specifica formazione sociale ai sensi degli articoli 2 e 3 della Costituzione”. Illegali, illegali, illegali, illegali un corno, potremmo far dire a Mia Martini, parafrasandone una famosa canzone.

Insomma, alla luce della giurisprudenza italiana, non sembra proprio necessario ricorrere a Montaigne per qualificare le frasi di Mollicone per quello che sono. Va comunque osservato che l’affermazione dell’illegalità delle coppie dello stesso sesso si colloca perfettamente all’interno dell’ideologia delle destre, italiane, europee ed americane, che pur non negando l’esistenza di tali coppie vorrebbero collocarle ai margini dell’ordinamento giuridico. Così almeno ha fatto in Ungheria Viktor Orbán, il quale ha proposto una legge che vieta di mostrare immagini di persone, coppie e famiglie Lgbt o di parlare di identità di genere o orientamento sessuale nelle pubblicità accessibili a minori – in buona sostanza, sempre.

Perché le destre, che a Orbán si ispirano e aspirano, non dovrebbero proporre una legge analoga nel nostro Paese? In modello qui è, manco a farlo apposta, la legge “contro la propaganda gay” voluta da Putin nel 2010 (e dichiarata illegittima dalla Corte europea dei diritti umani nel 2019). Per non parlare dell’assurda legge voluta dal governatore della Florida Ron De Santis che vieta di parlare di omosessualità nelle scuole.

Dal dire che le coppie gay sono illegali a inibirne la visibilità, in fondo, il passo è veramente breve.

Quanto, infine, alla difesa della famiglia cosiddetta tradizionale, il paradosso è evidente. Assolutizzare tale modello familiare, rendendolo unico ed esclusivo nel discorso pubblico e in quello giuridico, non significa solamente umiliare tutti coloro che in quel modello non si riconoscono (le famiglie monoparentali, arcobaleno, affidatarie, distaccate, separate, di nipoti che vivono con nonni e zii, insomma tutte quelle realtà dove al posto della biologia dominano gli affetti), ma anche contraddire quello stesso progetto di crescita demografica tanto caro alle destre: come si fa a far crescere un Paese, a offrire prospettive di futuro, a conciliare desideri e opportunità, se si rifiuta di dare a tutte le famiglie, proprio a tutte, le stesse possibilità?

La discriminazione e la segregazione giuridica non creano benessere, lo distruggono. Il vero incubo sarebbe che le sciocchezze di Mollicone venissero scritte in una legge, magari non esplicitamente ma à la Orbán. Quanto a Sallusti, ha ragione: mai si è visto nella storia dell’umanità che rendere le coppie gay illegali le abbia indotto le persone Lgbt a smettere di amarsi.

E sì, puntare il dito contro questa retorica odiosa, inutile e dannosa delle destre nostrane.

Ps. Libertà e Giustizia ospita gentilmente un mio video in cui offro una panoramica delle proposte dei vari partiti in materia di diritti Lgbt: si trova qui.

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Caltanissetta, guardie del Wwf filmano un uomo mentre appicca il fuoco in una zona di campagna: denunciato per incendio boschivo

24 min 13 sek ago

Nei giorni scorsi nelle campagne del Nisseno, tra Sutera e Mussomeli, durante un servizio di vigilanza ambientale ed antibracconaggio le Guardie volontarie del Wwf in servizio con il Nucleo provinciale di Caltanissetta hanno scoperto un uomo che appiccava il fuoco in una zona di macchia nei pressi di un torrente, causando un vasto incendio. Le Guardie Wwf sono intervenute immediatamente riuscendo a filmare l’incendiario ed a documentare in dettaglio tutte le fasi dell’azione criminale: nelle immagini si vede chiaramente l’uomo che, con un forcone, preleva della paglia secca, la brucia e la sparge sul terreno. Grazie a questa tecnica e alla presenza del vento, si crea il fenomeno del cosiddetto ‘spotting‘ e le fiamme si diffondono sempre di più, aggredendo una vasta area coperta da vincolo paesaggistico, idrogeologico e di rilevante valore ecologico-ambientale. Il video documenta anche l’intervento di una squadra antincendio del Corpo forestale della Sicilia, chiamata dal Wwf per domare le fiamme. Curiosamente, appena arriva la squadra antincendio l’uomo cambia immediatamente atteggiamento, cercando di spegnere il fuoco con delle frasche verdi: forse un espediente per allontanare da sé le gravi responsabilità dell’incendio, che però sono testimoniate in maniera inoppugnabile dal video. I Carabinieri hanno poi identificato l’uomo, sequestrato il forcone e un accendino. Condotto in caserma, il pensionato è stato denunciato per il reato di incendio boschivo. La Procura di Caltanissetta ha già aperto un fascicolo a suo carico; qualora fosse ritenuto colpevole, l’uomo rischia la reclusione da quattro a dieci anni

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Johnny Depp ha un nuovo amore: è la sua avvocata Joelle Rich

35 min 53 sek ago

Johnny Depp ha una nuova fiamma. Dopo la vittoria nel processo contro Amber Heard, in molti sognavano un amore con l’avvocata Camille Velasquez, artefice del trionfo in tribunale. Ma al cuor non si comanda. E “Capitan Jack Sparrow” è stato rapito dal charme della 37enne londinese Joelle Rich, anche lei avvocata, sua legale nella causa per diffamazione contro The Sun. Nel 2020, infatti, l’attore aveva citato in giudizio il tabloid per averlo definito un “picchiatore di mogli”. In quell’occasione ne era uscito sconfitto. Sembra, però, che l’insuccesso non abbia intaccato il legame tra il 59enne e l’avvocata, oggi sfociato – secondo le indiscrezioni – in passione amorosa.

Voci e conferme – La star di Hollywood e Rich si frequenterebbero da alcuni mesi, ma sarebbero stati accorti nell’evitare i flash dei paparazzi. Almeno fino ad ora. Recentemente, infatti, i due sono stati immortalati insieme. Inoltre, già durante il noto processo in Virginia, l’avvocata era stata fotografata in tribunale in qualità di “accompagnatrice di Depp” e, mesi fa, il magazine People aveva scritto i due stavano uscendo insieme, ma in maniera amichevole. A detta degli amici stretti, invece, la storia sarebbe durata. E così è stato. “È una cosa seria, sono fatti per stare insieme… La loro alchimia è smisurata”, aveva ipotizzato Us Weekly.

Chi è Joelle Rich – L’avvocata lavora soprattutto in cause di diffamazione e, come si legge nella bio del suo studio legale, “difende la reputazione contro le accuse false e diffamatorie sulla stampa, online e sui social”. Una professionista apprezzata. I colleghi dello studio, infatti, hanno difeso anche Meghan Markle nella causa contro il Mail On Sunday (denunciato dalla Duchessa di Sussex per aver pubblicato, senza autorizzazione, una sua lettera privata). Dopo aver conosciuto Depp, Rich avrebbe dato un taglio netto alla sua ‘vecchia vita’. “Era sposata quando l’ha incontrato, ma ora sta divorziando. Lei e l’ex marito hanno due bambini”, hanno rivelato delle fonti anonime.

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Milano Fashion Week, Diego Rossetti: “Viviamo un momento paradossale: gli ordini vanno alla grande, ma la catastrofe incombe”

39 min 50 sek ago

Ci vogliono circa 2,5 metri quadrati di pelle e dalle due alle venti ore di lavoro per realizzare ogni paio di scarpe con la trama ad intreccio. Dalla classica rete alla lavorazione chiamata “Paglia di Vienna”, fino ad arrivare agli innovativi “nodini” che richiamano l’estetica delle borchie: con queste tecniche antiche nascono mocassini, sandali ma anche décolleté perfette per i mesi caldi, perché rendono la calzatura leggera e traspirante, ma al contempo molto robusta grazie ai due/tre strati di pelle che la compongono. Neanche a dirlo, non è una macchina a fare tutto ciò, ma le sapienti mani delle artigiane di Fratelli Rossetti, la storica azienda calzaturiera di Parabiago che nel 2023 festeggerà i 70 anni di attività. La manualità è sempre stata al centro, in tutto questo tempo, delle lavorazioni di questa impresa artigianale, simbolo dell’eccellenza del Made in Italy, che ha fatto della cura dei dettagli e della ricerca della qualità nelle materie prime il suo mantra. E la Settimana della Moda di Milano è stata l’occasione per ribadire quella che è l’identità del marchio, non solo attraverso la nuova collezione Primavera/Estate 2023, ma anche attraverso la scelta della location per l’evento: Horto, un locus amoenus nel cuore pulsante di Milano guidato dell’ispirazione dello chef tristellato Norbert Niederkofler.

“Abbiamo un know-how storico su questo tipo di lavorazione ad intreccio e ci sembra giusto valorizzarlo, anche in un’ottica di impegno sulla strada della sostenibilità. Molte delle nostre scarpe sono realizzate ancora interamente a mano e il nostro obiettivo è di continuare a realizzare prodotti di eccellenza, destinati a durare nel tempo, capaci, grazie all’attenzione al design, di andare oltre i trend stagionali, fatti a mano e fatti a Milano”, ci piega il presidente Diego Rossetti illustrandoci le nuove creazioni. Come, ad esempio, anche la nuova versione “green” dell’iconico mocassino Brera, anch’essa presentata in Fashion Week e caratterizzata dalla mascherina lavorata a mano con l’uncinetto e la tomaia realizzata con un pellame scamosciato proveniente da materiali di riciclo.

Ma se da una parte si riscontra grande entusiasmo per tutto quella che è la tradizione artigianale italiana da parte della clientela, dall’altra le aziende si trovano a dover gestire la produzione in periodo di transizione come quello che stiamo vivendo: “Quello che stiamo vivendo è un momento davvero complicato e paradossale – ci dice il presidente Rossetti -. Siamo pieni di ordini, le vendite vanno benissimo, contiamo di chiudere l’anno con un fatturato ai livelli pre-Covid. Eppure siamo ad un passo dalla catastrofe: lo spettro di un attacco nucleare incombe sull’Europa, l’inflazione corre ed è impossibile fare una stima dei rincari che ci attendono nei prossimi mesi. Quindi lavoriamo alla grande, la cassa integrazione è ormai pressoché finita e nei negozi le vendite vanno bene, ma abbiamo la consapevolezza che da un momento all’altro le cose potrebbero cambiare drasticamente”.

A gettare un’ombra sui prossimi mesi, oltre all’incertezza per il governo che arriverà dopo le elezioni per del prossimo 25 settembre, c’è soprattutto il caro energia: “Fortunatamente la nostra azienda non è particolarmente energivora, però ci troviamo a subire gli aumenti di tutta la nostra filiera, dal costo dei pellami che è lievitato, a quello delle scatole per il packaging. Tanto che per la prima volta ci siamo trovati a dover ritoccare al rialzo i listini dei prezzi a metà stagione, senza sapere nemmeno noi di quanto. Per adesso abbiamo ritoccato il minimo indispensabile, così da poter venire incontro ai nostri clienti, ma non escludiamo di trovarci costretti, nei prossimi mesi, a fare nuovi rincari. Si naviga a vista e la gestione è complicata, non siamo in grado di fare previsioni”.

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Alluvione Marche, automobilista non si ferma al posto di blocco e investe un volontario. Portato in ospedale

45 min 13 sek ago

Investito mentre stava presidiando un posto di blocco. È quello che è successo a un volontario della vigilanza antincendi boschivi che stava prestando aiuto nelle Marche in seguito all’alluvione. Secondo le prime ricostruzioni, l’automobilista si è rifiutato di fermarsi e procedendo ha investito il volontario senza poi soccorrerlo. Solo in un secondo momento il guidatore si è costituito.

L’uomo è stato portato in ospedale in codice verde e sta bene. “Chi opera per il bene comune non può essere un bersaglio”, commenta in un tweet la Protezione civile. E aggiunge: “Massima solidarietà al volontario della VAB, intenzionalmente investito da un automobilista. E a tutti gli operatori impegnati nell’assistenza alla popolazione va la nostra riconoscenza”.

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Concorso Dogane, in Senato il caso degli indagati promossi: “L’Agenzia chiarisca”. L’ente: “Fatte valutazioni caso per caso”

52 min 23 sek ago

Tutto partì da un funzionario delle Finanze cacciato di peso dal concorso perché “trovato in possesso di libri fotocopiati”. A distanza di nove anni, quel funzionario è diventato un dirigente di ruolo delle Dogane da 120mila euro l’anno. E come lui, altri candidati-copioni, tra cui quattro indagati, che il vertice dell’agenzia ha denunciato per truffa, salvo promuoverli pochi mesi dopo “per via fiduciaria”, attribuendo loro quell’incarico che non erano riusciti a ottenere copiando. Incarichi che mai avrebbero potuto assumere, a rigor di logica, qualora l’amministrazione li avesse sanzionati per atti tanto contrari ai loro “doveri d’ufficio”. Promozioni “d’ufficio” che sono fumo negli occhi degli altri dipendenti. Soprattutto di chi quei brogli aveva denunciati, ricevendo ben altro “trattamento”.

Il Fatto ha sollevato lo “strano caso” dell’Agenzia delle Dogane che premia chi imbroglia e mal tollera chi denuncia, ultimo capitolo della saga di un concorso da 69 dirigenti di seconda fascia ormai annullato, ma che da 11 anni tiene banco nelle aule di giustizia. In seguito all’articolo, il senatore del Gruppo Misto Emanuele Dessì ha presentato un’interrogazione al Ministro Franco per chiedere se sia lineare e coerente la condotta di un’amministrazione che “pur annullando il concorso per le gravissime irregolarità emerse, al contempo promuove con incarichi dirigenziali molti dei soggetti coinvolti che ne hanno causato l’annullamento, penalizzando invece chi le aveva denunciate”.

Il Fatto ha chiesto al direttore delle Dogane di chiarire la vicenda. La ricostruzione, affidata a fonti vicine all’Agenzia, è la seguente: “I destinatari di recenti incarichi dirigenziali a contratto sono in possesso di tutti i requisiti che la normativa di​ riferimento prevede per la loro attribuzione. La commissione incaricata di selezionare i candidati ha tra l’altro tenuto conto della loro posizione disciplinare che non è evidentemente risultata confliggente con lo scopo. Al riguardo viene specificato che l’Audit interno, disposto nel 2020 al fine di consentire al Direttore Minenna di acquisire elementi oggettivi necessari per assumere la decisione di annullare il concorso a 69 dirigenti, ha portato alla diversificazione delle posizioni individuali, con l’irrogazione di alcune misure disciplinari che evidentemente non hanno interessato i suddetti funzionari.​ In merito all’attuale indagine a carico di soggetti a cui sono stati assegnati incarichi dirigenziali temporanei si precisa che gli stessi hanno di fatto volontariamente rinunciato alla prescrizione ritenendo pertanto di poter raggiungere una piena assoluzione. ADM, preso atto che gli stessi avevano ricorso in sede amministrativa contro l’annullamento del concorso ha compiuto un atto dovuto segnalandoli, prescindendo da qualsiasi valutazione, che evidentemente spetta agli organi preposti“.

La complessità della risposta riflette in parte quella della vicenda, ma non chiarisce il punto di fondo. Per la prima volta, intanto, c’è l’ammissione di aver promosso degli indagati e di non aver mai assunto nei loro confronti provvedimenti (a tutela dell’amministrazione) che lo avrebbero impedito, come l’apertura di un procedimento disciplinare. “Spetta agli organi preposti”, si legge nella riposta, ma nel frattempo ha scelto di promuoverli scommettendo, dopo averli denunciati, sulla loro innocenza che è ancora al vaglio della magistratura (gli “organi preposti”. Proviamo a mettere in fila i fatti per come emergono dalle carte.

La vicenda del concorso truccato, annullato per questo dal neodirettore Minenna nel 2020, figlia due azioni giudiziarie distinte, a carico di candidati diversi, che la spiegazione pervenuta dalle dogane mette insieme, contribuendo alla confusione. Da una parte approda a un processo a carico di due commissari e nove candidati che l’11 gennaio 2022 culmina con una sentenza (la n.11735) che dichiara estinti i reati per “intervenuta prescrizione”, ma non li proscioglie, perché in dibattimento non sono emerse evidenze dell’insussistenza del fatto, né dell’estraneità degli imputati. Il problema dei promossi-indagati però non riguarda loro, bensì 24 concorrenti che ricorrendo al Consiglio di Stato contro l’annullamento hanno reiterato il reato dandogli continuità. Per questo la stessa Agenzia li ha segnalati alla Procura. Ed ecco come ci si arriva.

L’audit interno citato si svolge tra il 4 marzo e il 30 giugno 2020 (nota prot. n. 277929/RU). L’indagine interna non deve identificare i “copioni” ma stabilire in modo scientifico se la maggioranza delle tracce fosse state copiata, condizione che avrebbe consentito l’annullamento della prova. Per questo si basava su correzioni anonime che, proprio perché tali, non avrebbero permesso in alcun modo di “graduare le responsabilità” dei singoli candidati. L’audit si chiude l’11 agosto 2020 e accerta che 64 elaborati su 69 sono frutto di plagio, che il concorso insomma era annullabile, e infatti il 21 settembre 2020 il direttore dell’Agenzia dispone “l’annullamento d’ufficio in autotutela”, nonché di tutti gli atti connessi. Ma non finisce lì.

Succede infatti che 24 concorrenti fanno poi ricorso al Consiglio di Stato per far rivivere concorso e graduatoria, godendo – in caso di vittoria – degli effetti del reato accertato nel primo processo ma rimasto senza colpevoli. A gennaio 2021 l’ente ribussa alla Procura: “Detta domanda giudiziale – si legge nella denuncia delle Dogane – potrebbe ipoteticamente atteggiarsi come atto rientrante nella prolungata consumazione del reato, che si verificherebbe con l’effettiva nomina e immissione in ruolo di dirigente pubblico, ed il conseguimento del profitto illecito dello stipendio, laddove l’atto fosse posto in essere da un soggetto che scientemente abbia fatto uso delle Gazzette contraffatte da considerarsi come l’originario comportamento fraudolento”. In altre parole: azionando il ricorso avrebbero reiterato il reato. E’ allora che la Procura accorda all’Agenzia di procedere all’abbinamento tra gli elaborati anonimi (ma anomali) e i relativi autori: i copioni sono 44, e 24 di loro vengono iscritti sul registro degli indagati il 3 marzo 2021 (RGNR 8591/2021) proprio perché col ricorso hanno reiterato il reato di tentata truffa allo Stato. L’Agenzia deposita la lista dei nomi e lo fa anche nei giudizi amministrativi contro l’annullamento del concorso. Nel loro caso, per altro, la prescrizione interverrebbe non prima dl 2027: come facciano ad avervi già rinunciato, in assenza di un processo o di giudizio, è un mistero. A meno che la risposta non metta insieme i primi 11 andati assolti per prescrizione (uno dei quali ha fatto ricorso) e gli altri 24 ancora indagati.

Al Fatto risulta che una decina dei segnalati alla Procura, tra cui 4 indagati, siano stati nel frattempo promossi d’ufficio dai vertici dell’Agenzia che aveva sollecitato indagini nei loro confronti, assegnando loro, senza concorso stavolta ma in via fiduciaria, l’incarico dirigenziale che non erano riusciti a conseguire copiando. Risulta inoltre, ma lo scrive anche il senatore nell’interrogazione, che abbia conferito analogo incarico ad un altro concorrente che non indagato, ma che fu addirittura espulso dal concorso perché sorpreso nell’atto di copiare le tracce. Ci sono i verbali della Polizia giudiziaria che lo raccontano. Indubbio è poi che agli indagati non siano state comminate nel frattempo sanzioni, perché l’apertura di un procedimento disciplinare a carico è sufficiente di per sé a inficiare l’assunzione di incarichi di responsabilità e la partecipazione agli interpelli.

L’apparente “illogica condotta dell’Agenzia nel promuovere coloro che lei stessa ha denunciato”, come recita l’interrogazione, sembra trovare un logico corollario nella scarsa attenzione che invece riserva a chi le irregolarità le ha denunciate. E’ il caso della funzionaria Claudia Giacchetti, che fu la prima a segnalarle e ha pure ottenuto dal Tribunale di Roma una sentenza di declaratoria di “falso” relativamente ai verbali del famoso concorso: nel 2016 la rilasciò un’intervista a Report sui concorsi truccati, e fu denunciata dall’allora direttore Pelaggi che le comminò anche la sanzione di un reclamo verbale. Ne scaturì una causa per condotta antisindacale cui l’amministrazione ha sempre resistito, al tempo stesso nessuno ha mai revocato il reclamo verbale, benché fu poi assolta dal Tribunale di Roma per quell’intervista. La “macchia” dunque resta sullo stato di servizio, penalizzandone gli avanzamenti di carriera. Agli atti del ricorso c’è un ordine scritto, radicato su una mail, in cui un dirigente generale suggerisce al diretto superiore di non conferirle alcun incarico a causa della sua “inaffidabilità” per le denunce fatte.

Nel mirino è rimasto anche il sindacato Dirpubblica che la difese e contro cui l’Agenzia ha sempre resistito in giudizio che ora pende in Cassazione. Il suo portavoce Antonio Graziano sta portando il caso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) convinto sia “emblematico come pochi altri di una legge nazionale che non offre adeguate tutele al dipendenti pubblico che denuncia”. L’ex vicedirettore delle Dogane Alessandro Canali portò avanti annullamento del concorso e le denunce in Procura: un anno fa è stato rimosso dal suo ufficio, l’ufficio stesso è stato soppresso.

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Elezioni, le cinque parole chiave della campagna dei partiti: lavoro, imprese, famiglia, diritti e sicurezza

53 min 14 sek ago

La campagna elettorale giocata attorno a cinque temi: lavoro, imprese, famiglie, diritti e sicurezza. Questo almeno è quanto emerge dall’analisi dei programmi elettorali depositati sul sito del Viminale in vista delle elezioni politiche del prossimo 25 settembre. Il programma utilizzato permette di fare uno studio quantitativo del testo dell’agenda dei singoli partiti. Ne esce una nuvola di parole: più grande compare una parola, più volte compare nel programma.

Il termine che compare in modo trasversale in tutti i programmi è lavoro. Le proposte delle coalizioni, ovviamente, si differenziano: la crescita economica dell’Italia è affidata a politiche di contrasto alla disoccupazione, così come a incentivi economici per le imprese che assumono soprattutto i giovani. Proprio imprese è un’altra parola chiave: nei programmi della destra compare in una dimensione significativa, perché è ripetuta diverse volte, ma anche nell’agenda del Partito Democratico occupa uno spazio importante. Un tema che invece compare quasi esclusivamente nella campagna elettorale della destra è la sicurezza, mentre in modo speculare la parola diritti compare solo nelle visualizzazioni grafiche del Partito Democratico e della coalizione tra Sinistra Italiana e Verdi.

Il termine famiglie è tanto presente in tutti i programmi quanto divisivo: la destra si concentra sui sostegni economici, favorendo politiche che incentivino la natalità, mentre la sinistra e il Movimento 5 Stelle includono nel programma anche leggi a tutela delle famiglie omosessuali. Assente da tutte le visualizzazioni grafiche è la parola guerra, che quindi compare poche volte nei programmi elettorali.

Fratelli d’Italia – La parola giovani è al terzo posto, dopo lavoro e imprese: i temi legati alle politiche giovanili sono affrontati nel capitolo 7 (Largo ai giovani) e 8 (Rilanciare la scuola, l’università̀ e la ricerca). Per quanto riguarda l’economia, due termini al centro del programma del partito di Giorgia Meloni sono investimenti e infrastrutture. Compare nella nuvola anche la parola Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, di cui Fratelli d’Italia chiede una parziale revisione. Nella visualizzazione compare anche la parola difesa: difesa dei confini, della famiglia tradizionale e della religione cattolica.

Lega – Turismo e pesca sono due parole che compaiono solo nella nuvola di parole del programma del partito guidato da Matteo Salvini: sono i settori su cui da sempre il Carroccio punta per far crescere l’economia italiana. Nel capitolo dedicato all’energia emerge la parola gas: nel programma viene sottolineata la necessità di “proseguire con la diversificazione degli approvvigionamenti e con la realizzazione di infrastrutture strategiche, tra cui i rigassificatori, per l’affrancamento dal gas russo e per garantire la sicurezza del sistema energetico”.

Forza Italia – Nella rappresentazione grafica del partito di Silvio Berlusconi compaiono due cifre: 23%, in riferimento alla proposta sulla flat tax, e 1000 euro, la soglia minima a cui è proposto di alzare tutte le pensioni. Una parola che occupa uno spazio significativo è semplificazione: è riferita alle imprese e alla vita dei cittadini. Forza Italia propone meno stato e più libertà di impresa per i cittadini. La presenza del termine magistrati nella nuvola è dovuta all’ampio spazio dedicato nel programma alla riforma della giustizia.

Partito Democratico – L’aggettivo sostenibile è scritto in grande nella visualizzazione grafica del programma del PD ed è al centro del capitolo dedicato allo Sviluppo e alla transizione ecologica e digitale. Proprio la parola transizione compare infatti in grande nella nuvola di parole del partito guidato da Enrico Letta. Anche democrazia è un termine molto presente nel testo del programma, così come comunità e dignità.

Movimento 5 Stelle – La parola che compare più volte nel programma del Movimento di Giuseppe Conte, subito dopo lavoro, è sviluppo. Nel capitolo dedicato a questo tema vengono presi in considerazione sia la tutela del lavoratore, sia una riforma delle pensioni improntata alla sostenibilità economica. La parola salario è scritta molte volte, rispecchiando la centralità che il salario minimo ha nell’offerta elettorale del Movimento 5 Stelle, mentre la digitalizzazione dei pagamenti fa emergere nella visualizzazione grafica l’aggettivo digitale.

Azione e Italia Viva – Competenze è il sostantivo più importante del programma della coalizione che tiene insieme Carlo Calenda e Matteo Renzi. Proprio partendo da questa viene proposta una ricetta economica per fare ripartire l’economia del paese, basata su altre due parole chiave: investimenti e mercato. Sono diverse le parole legate al mondo del lavoro: contratti, retribuzione, reddito e professionisti.

Verdi e Sinistra Italia – Nel programma della coalizione sono frequenti i riferimenti alla sanità e alla salute dei cittadini: nella nuvola occupa infatti uno spazio in evidenza l’acronimo SSN (Sistema sanitario nazionale) e il sostantivo pandemia. Molto presenti anche parole tradizionalmente importanti per la sinistra, come partecipazione e servizi. L’anima ecologista della coalizione è invece riassunta dai termini ambientale e animali.

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Niente vertici, tanti vasi comunicanti, il ruolo della ‘ndrangheta e la mappa di ‘narcocity’: così funziona la rete della cocaina a Milano

59 min 5 sek ago

Esse domanda: “Come siete messi fra?”. Il Nero: “Jolly dovrebbe avere due settimane”. “Ma ieri che abbiamo fatto?”. “Tre, Polly ha fatto tutti quelli che erano in zona”. Esse parla preoccupato: “Baldo a giorni mi chiederà di raccogliere tutto quello che abbiamo, questi mi sa che stanno spendendo i love per loro”. Il Nero fa di conto: “Allora Polly ha due settimane, due giorni, e due gambe”. E oltre a Polly, tra i cavallini c’è Nico, Jolly, Stich, Number, Dino, Geppetto. Tutti al lavoro, ogni giorno a Milano, su turni di otto ore e più, perché quando arriva “il nuovo menù” c’è da trottare e il cellulare si infiamma di chiamate. La rubrica dei clienti vale al momento 300mila euro. La banda lavora così, al minimo due chili di cocaina a settimana, e comanda lo spaccio su tutta la movida e buona parte della città, da Quarto Oggiaro fino al centro, piazza della Repubblica e oltre. Esse è il vice, sta a Bollate, recupera la coca, la porta “alla Rina”, il chimico, ottenuto l’ok distribuisce alla rete. Baldo è il capo e sta a Senago. Al secolo sono Simon Spallina, milanese con precedenti, e Roberto Scordamaglia, precedenti, ca va sans dire, calabrese di Catanzaro vicino alla famiglia Martino di Reggio Calabria “accoscata” con il clan di ‘ndrangheta dei Libri-Tegano, nobiltà mafiosa anche sotto al Duomo. Qui “il giorno” vale 0,3 grammi: dose singola. “Una settimana” sono 13 dosi, “un mese” 100, i soldi che entrano è “love”, il “nuovo menù” un carico appena arrivato. La base sta tra piazza Prealpi e Quarto Oggiaro. Da qui gli affari prendono il volo.

La banda di Baldo è però solo uno dei nodi che tengono assieme la grande rete dei narcos a Milano per come emerge dalle ultime inchieste della Guardia di finanza di Pavia e di Milano. Gli arresti spesso non svelano tutto. Tra le pieghe delle centinaia di informative emergono protagonisti che arrestati non sono e spesso nemmeno indagati, ma che risultano tra i nodi essenziali della rete. Dunque, non una sola organizzazione, ma un gioco di vasi comunicanti, dove tutti conoscono tutti e dove affari e rapporti si fanno liquidi, veloci, invisibili. A far da garante nascosto la ‘ndrangheta da cui tutto parte e tutto torna. Baldo e i suoi cavallini, ad esempio, per un po’ di tempo i pacchi all’ingrosso li hanno acquistati dai calabresi di Platì che di cognome fanno Barbaro (Antonio e Rocco, padre e figlio oggi sotto processo) e pur non avendo diretta discendenza con le ‘ndrine dell’Aspromonte hanno contatti stretti con diversi esponenti della cosca oggi ancora liberi tra Milano e il piccolo comune di Casorate, primo affacciato sul confine geografico di Pavia. E anche chi non pare interessato al traffico, risulta comunque ben informato, come il vecchio boss Francesco Molluso (non indagato), coinvolto in passato in omicidi e sequestri con la banda mafiosa dei fratelli Papalia, che con i Barbaro è parente e con i quali organizza summit “per rafforzare le intese” nella zona del quartiere di Baggio. Il vecchio Molluso risulta in contatto con Vincenzo Portolesi, riferimento piemontese dei clan di Platì e il cui fratello Paolo, attivo nel settore del trasporto terra, recentemente è stato arrestato dalla Dia di Milano per reati fiscali. Portolesi con i suoi camion ha lavorato anche nei nuovi cantieri delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina.

Ma Barbaro-Molluso sono solo un secondo nodo, non il vertice che in questa storia, strano a dirsi, non esiste. E così i pacchi che arrivano a Baldo, i Barbaro li acquistano da chi oggi a Milano vive da invisibile e mantiene stretti contatti con i fornitori sudamericani. Salvatore Raimondo Mollica (seguito ma non indagato dalla Finanza), classe ‘81, pressoché incensurato, figlio del narcos Pasquale Mollica detto menzupani, vive oggi con moglie ecuadoregna oltre il quartiere degli Olmi e via Mosca in una bella residenza nascosta dietro a una strada a fondo chiuso. I Mollica e il giovane delfino sono collegati alla cosca Morabito di Africo. Il giovane narcos parla poco al telefono, anche se risulta intestatario di diverse utenze occulte, alcune anche estere. Lui è un altro snodo della rete decisamente importante. In contatto con i Barbaro, Mollica viaggia spesso nella zona di Como dove ha rapporti con la famiglia calabrese Marti legati a loro “da un rapporto di parentela particolarmente venerato”. Mollica può garantire droga di alta qualità. In macchina uno dei Barbaro conferma: “Sapete cosa mi hanno detto, portatemi solo questa, questa spacca”. Gli accordi tra Barbaro e Mollica vengono presi spesso ai tavolini dello Spritzz cafè lungo la Vigevanese all’altezza del comune di Trezzano sul Naviglio.

Nel frattempo per strada lo spaccio va alla grande. Esse e il Nero sono sempre sul pezzo. Il Nero riferisce al vice di Baldo: “Uè fra ho sentito Polly, ha detto tutto ok, più tardi monta lui. Ieri poi ho visto che Number ne ha fatta una intera, tre settimane”. Esse già sa: “Io pensavo che iniziava con una, quindi ha fatto due e mezzo lui, tre Polly, pensavo di più, però va bene”. Periodicamente, poi, vicerè e cavallini vanno a rapporto da Baldo Scordamaglia. Summit di droga camuffati da pranzi tra Senago e Cesate. Ed è qui che la rete di narcocity aggancia un altro nodo. Il gruppo di Esse e del Nero acquista all’ingrosso non solo dai Barbaro ma anche dai broker della cosca Moscato che sta nella profonda Brianza di Desio. Candeloro Polimeni (non indagato), già arrestato per mafia nell’inchiesta Infinito, è oggi il referente dei Moscato a loro volta “accoscati” con gli Iamonte di Melito Porto Salvo. E del comune calabrese è anche Santo Crea, ennesimo nodo e garante per conto dei Moscato nella vendita dei pacchi alla banda di Scordamaglia. Tutto si decide davanti a un caffè del bar l’Imperfetto nel comune di Cesate. Qui Esse e Baldo con Crea e Polimeni definiscono i contorni dell’affare. La droga sarà data in conto vendita. Spiega Scordamaglia al suo vice: “Abbiamo dato metà capito, questi ci fanno il favore, no lo verso tutto, un po’ alla volta, quindi è ancora da pagare metà”.

Si diceva vasi comunicanti con tutti che sulla piazza di Milano conoscono tutti. Santo Crea, già in contatto con il narcos montenegrino Milutin Tiedorovic, si accompagna spesso con un anziano signore al secolo Antonino Chirico, uno che oggi fa la security presso il centro commerciale Metropolis tra Quarto Oggiaro e Bollate, ma che in passato è stato l’uomo di fiducia del boss della Comasina Giuseppe Flachi, morto di malattia il 22 gennaio scorso. E così Crea ci porta all’ennesimo nodo di questa enorme narco-rete: Davide Flachi, figlio del boss, 14 anni di galera per mafia, è di nuovo dentro da poche settimane. La rottura di un nodo è però una scossa carsica, quasi impercettibile. La rete non ne risente. E anzi rilancia esibendo sulla scena la figura di Emiliano Trovato (non indagato) figlio del superboss Franco Coco Trovato già alleato negli anni Ottanta con Pepè Flachi, protagonista di incontri a Lecco con Santo Crea e Antonino Chirico.

Dal centro alla periferia, la rete è ovunque e si alimenta di continuo. E così, dopo la morte di don Pepè e l’ennesimo arresto di Davidino Flachi, oggi in Comasina il comando è passato a Marchino, al secolo Marco Gallarati, narcos di spessore già in contatto con le cosche calabresi di Vibo Valentia. Se ne parla al ristorante l’Antica Ricetta di viale Jenner durante il compleanno di Davide V. Presente anche Luigi Aquilano vicino alla cosca Mancuso. “Alle cena c’erano anche quelli di Bruzzano-Comasina, laggiù oggi chi comanda è Marchino”, a sua volta vicino a un altro narcos di spessore come Francesco Orazio Desiderato, broker anche lui legato ai Mancuso di Vibo Valentia. La rete, dunque, copre tutta la città, spesso invisibile non vuole capibastone ma tessitori di rapporti. Qui non vince uno solo, ma tutti. La rete oggi rimodula i ruoli. Non è mafia, non è associazione. Sono affari. Tanti e trasversali.

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Goldman Sachs, 75 denunce per aggressioni sessuali e stupro. La società si difende: “Da noi le molestie sono inaccettabili”

1 ura 9 min ago

Molestie, aggressioni e stupri dentro Goldman Sachs. È l’accusa che emerge in alcuni documenti della class action presentata da 1.400 donne contro il gigante finanziario che però nega tutto: “Discriminazione, molestie e maltrattamenti in qualsiasi forma sono inaccettabili per Goldman Sachs”, ha dichiarato un portavoce.

Le 75 aggressioni sessuali sarebbero datate tra il 2000 e il 2011 e le accuse sono contenute nel fascicolo con cui le dipendenti hanno denunciato al tribunale di New York la presunta discriminazione nelle retribuzioni e negli avanzamenti di carriera femminili. La causa sarà discussa dal prossimo giugno, nel frattempo la società spiega che “per rispetto delle persone coinvolte, non commenteremo le singole denunce”.

Goldman Sachs, riporta la BBC, si difende sostenendo che le denunce sono state “presentate in modo selettivo, impreciso e incompleto”. Un portavoce della società finanziaria sottolinea anche che se vengono denunciati casi di molestie, “se accertati, verranno intraprese azioni rapide, compreso il licenziamento“.

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Jet privati, Extiction Rebellion blocca un terminal dell’aeroporto di Parigi-Le Bourget: “Non possiamo più permetterci queste emissioni”

1 ura 15 min ago

Protesta in Francia contro l’abuso dei jet privati. Alcuni attivisti di Extiction Rebellion hanno bloccato per un’ora l’ingresso di un terminal dell’aeroporto di Parigi-Le Bourget, uno degli scali più utilizzati in Europa per i viaggi privati e d’affari. “Non possiamo più permetterci di avere queste emissioni considerando i disastri climatici che si stanno verificando”, ha spiegato Chalou, lo pseudonimo utilizzato dal portavoce dell’associazione che si batte contro il surriscaldamento globale e il cambiamento climatico. Il sit-in è durato circa un’ora, prima che la polizia sgomberasse l’edificio.

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Harry Styles perseguitato da uno stalker: “Ha cercato anche di afferrarlo mentre correva, adesso è costantemente in ansia”

1 ura 19 min ago

La fama non è sempre rose e fiori. Lo sa bene Harry Styles, traumatizzato dall’irruzione di un 29enne spagnolo, Pablo Orero Taragaza, nel suo appartamento di Londra. È accaduto lo scorso 16 febbraio quando l’uomo, scambiato per un fattorino, ha fatto irruzione nell’abitazione. Fortunatamente, è stato fermato da un operaio che era impegnato nella ristrutturazione della casa e il cantante ha potuto allertare la polizia. Dopo 7 mesi, la vicenda è giunta in tribunale e l’imputato è stato accusato di violazione di proprietà privata e violazione di ordine restrittivo.

Stando al Mirror, inoltre, non sarebbe la prima azione di disturbo nei confronti dell’artista. Nel marzo 2019, Harry Styles ha incontrato Orero Taragaza a una fermata del bus vicino casa sua e, ritenendo fosse un senzatetto, gli ha offerto aiuto. Da allora è cominciato lo stalking. Il 29enne ha continuato a presentarsi davanti casa del cantante, affiggendo fogli alla porta. Il colmo? Ha cercato anche di afferrarlo mentre correva, con lo scopo di chiedere soldi. Un tormento. E infatti, dopo alcune settimane, la ‘Wood Green Crown Court‘ ha emesso un divieto di avvicinamento, condannando Taragaza per stalking.

Il processo – “Il signor Styles ha avuto una grande ansia ed è costantemente in guardia ovunque vada”, ha dichiarato il giudice, David Aaronburg KC. Azza Brown, difensore del 29enne, ha descritto il caso come “molto triste”, evidenziando l’instabilità del suo assistito che, dopo la diagnosi di un disturbo psichico, è stato portato in un ospedale psichiatrico. “Stava cercando aiuto in un certo senso, soffrendo di una solitudine abietta”, ha spiegato l’avvocato, sottolineando come il comportamento di Taragaza non sia stato violento. “Era abbastanza chiaramente in uno stato mentale molto fragile”, ha concluso.

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Borrell: “Minaccia nucleare è seria”. Mosca rimuove il responsabile della logistica: sostituito dal ‘Macellaio di Mariupol’. E inasprisce le pene per i disertori

1 ura 22 min ago

Un numero crescente di cittadini russi continua a cercare di lasciare il Paese da quando il presidente Vladimir Putin ha annunciato la mobilitazione di almeno 300mila soldati mercoledì scorso. La Bbc riferisce che al confine per entrare in Georgia c’è una coda di dieci chilometri e anche il traffico alla frontiera tra Finlandia e Russia è aumentato. Anche perché il presidente ha firmato un pacchetto di emendamenti al codice penale per il quale la diserzione o la mancata comparizione alla leva è punita con la reclusione da 5 a 10 anni. Coloro che si arrendono volontariamente al nemico dovranno affrontare una pena detentiva fino a 10 anni. Inoltre, 15 anni di detenzione sono previsti per la diserzione durante la mobilitazione o la legge marziale. Putin ha anche firmato una legge che facilita l’accesso alla nazionalità russa per i cittadini stranieri che servono nell’esercito.

Sul fronte operativo, un nuovo alto grado dell’esercito è stato rimosso da Mosca dopo le sconfitte sul campo di battaglia: il generale Dmitry Bulgakov, massimo responsabile della logistica, è stato sollevato dalle sue funzioni di viceministro della Difesa e sostituito dal generale Mikhail Mizintsev, ha fatto sapere il ministro della Difesa Serghej Shoigu. Mizintsev, soprannominato “il macellaio di Mariupol” e colpito da sanzioni occidentali, sarà “responsabile delle forniture materiali e tecniche delle forze armate”, mentre la Russia è nel pieno della campagna di mobilitazione. “Bulgakov – spiega una nota – è stato trasferito a un nuovo incarico”. E il presidente Zelensky attacca Israele: “Vende armi in tutto il mondo, ma si è rifiutato di aiutarci”.

Intano continua, tra minacce e intimidazioni per costringere i residenti al voto, il referendum per l’annessione delle zone occupate alla Russia: le votazioni si concluderanno il 27 settembre ed interessano le regioni ucraine di Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia, sotto il controllo parziale o totale delle forze russe. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rinnovato la richiesta al mondo di non riconoscerne il risultato. Un appello a cui hanno già risposto positivamente i leader del G7. E sabato il presidente americano Joe Biden ha assicurato che gli Stati Uniti e gli alleati imporranno nuove sanzioni economiche “rapide e severe alla Russia” se annetterà territori in Ucraina: “I referendum sono una farsa, un falso pretesto per tentare di annettere parti dell’Ucraina in flagrante violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite”. E ancora: “Sono al fianco dei nostri partner in tutto il mondo e di ogni nazione che rispetta i principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite nel respingere qualsiasi risultato inventato che la Russia annuncerà”.

Anche la Turchia ha fatto sapere che non riconoscerà l’esito del voto del referendum russo: lo ha affermato il portavoce della presidenza turca Ibrahim Kalin, come riferisce Ukrinform citando la CNN Türk.”Non riteniamo corretti i tentativi di referendum unilaterale, poiché non abbiamo riconosciuto il referendum in Crimea nel 2014 e il suo risultato, la nostra posizione su tali referendum è chiara. Riconosciamo l’integrità territoriale del popolo e dello stato ucraini. Stiamo con l’Ucraina”, ha detto Kalin. Nelle scorse ore, in una dichiarazione congiunta, anche i Paesi del G7 avevano invitato “tutti gli Stati a respingere inequivocabilmente questi referendum fittizi”, “simulacri” che “non hanno né effetti né legittimità”. “È impossibile votare contro il referendum di annessione alla Russia, perché uomini armati controllano quello che scrivono le persone. Dopodiché, i russi rilasciano passaporti agli uomini e inviano immediatamente convocazioni di leva per unirsi all’esercito della Federazione”, ha fatto sapere il ministero della Difesa ucraina citato da Unian.

Intanto in Russia continua la fuga dei coscritti e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha detto che l’Unione Europea dovrebbe mostrare “apertura a quelli che non vogliono essere strumentalizzati dal Cremlino”. “In linea di principio, penso che l’Unione europea dovrebbe ospitare quelli che sono in pericolo a causa delle loro opinioni politiche”, ha detto in un’intervista a Politico a margine della riunione delle Nazioni Unite a New York. “Se in Russia le persone sono in pericolo a causa delle loro opinioni politiche, perché non seguono questa folle decisione del Cremlino di lanciare questa guerra in Ucraina, dobbiamo tenerne conto”, ha dichiarato Michel.

Anche nella regione occupata di Zaporizhzhia e nell’oblast di Kherson agli uomini che hanno ricevuto passaporti della Federazione sta arrivando la notifica di convocazione per la mobilitazione annunciata da Vladimir Putin, fa sapere lo Stato maggiore ucraino su Facebook: “Nelle regioni di Zaporizhzhia e Kherson, le autorità di occupazione hanno iniziato a notificare convocazioni di leva agli uomini in età da coscrizione che hanno rinunciato alla cittadinanza ucraina e hanno ricevuto passaporti della Federazione Russa”. Il ministero della Difesa ucraino ha aggiunto che “i militari delle forze di occupazione russe continuano a commettere azioni illegali contro la popolazione civile, continuano con i saccheggi e svendono proprietà di cittadini ucraini”.

La tensione rimane alle stelle, tanto che l’Alto Rappresentante Ue per la Politica Estera, Josep Borrell, ha invitato a non sottovalutare la minaccia nucleare di Putin: “È certamente un momento pericoloso perché l’esercito russo è stato messo all’angolo e la reazione di Putin che minaccia di usare armi nucleari è molto grave. Quando le persone dicono che non è un bluff, bisogna prenderle sul serio“.

Da parte sua, Zelensky si appella alle forze straniere per richiedere ancora sostegno militare per riconquistare il maggior numero possibile di aree occupate dai russi. Poi si scaglia contro Israele, colpevole di non aver fornito alcun appoggio alla causa di Kiev: “Israele non ci ha dato nulla. Zero – ha detto a TG5 Monde – Capisco che siano in una posizione difficile con la Siria e con la Russia”, ha detto il leader di Kiev ricordando come lo Stato ebraico abbia fornito aiuti umanitari, ma abbia rifiutato tutte le richieste di armi, in particolare di sistemi antiaerei di cui, ha detto Zelensky, l’Ucraina ha disperatamente bisogno per mettersi al riparo dai raid russi. “L’opinione pubblica israeliana – ha poi aggiunto – non è per niente così e penso che ci sostenga. Non accuso i suoi dirigenti. Ma i fatti sono questi. Ci sono state discussioni con i dirigenti israeliani e ciò non ha aiutato l’Ucraina. Invece si può osservare l’influenza della Russia in Israele, che considero uno Stato indipendente. Mi dispiace che i mezzi di difesa antiaerea di cui abbiamo bisogno non siano stati consegnati. Voglio essere chiaro, questo mi sciocca perché nello stesso momento Israele esporta i suoi armamenti in altri Paesi”.

Questa mattina all’alba a Zaporizhzhia c’è stato un altro attacco russo: secondo quanto riferiscono i media ucraini, altre sette persone sono rimaste ferite, anche gravemente, nell’edificio residenziale colpito da un missile. “A seguito di un attacco nemico a Zaporizhzhia, un edificio residenziale è stato danneggiato. Ci sono vittime”, ha scritto su Telegram il sindaco ad interim Anatoliy Kurtiev. Sul luogo del raid sono al lavoro i servizi di emergenza sanitaria. Ieri, sempre a causa dei bombardamenti russi, le infrastrutture civili della città sono state danneggiate e sono state “segnalate altre vittime”, come riferiscono fonti ucraine.

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Acea, Gualtieri chiama Fabrizio Palermo (ex Cdp) alla guida della multiutility di Roma

1 ura 31 min ago

Acea cambia amministratore delegato. Alla guida della multiutility romana arriva, per decisione del Campidoglio, l’ex numero uno di Cassa depositi e prestiti Fabrizio Palermo. Sostituisce Giuseppe Gola, nominato nel 2020 dopo essere stato quasi tre anni direttore finanziario, il cui mandato sarebbe scaduto nella prossima primavera.
ll cda “ha preso atto della comunicazione del socio Roma Capitale del 20 settembre – spiega il gruppo in una nota – con la quale quest’ultimo ha formulato la richiesta di sostituzione del capo azienda e della successiva comunicazione” dello stesso azionista “arrivata nel pomeriggio” di venerdì, “nella quale viene indicato Fabrizio Palermo come candidato alla carica di componente del consiglio di amministrazione e di prossimo amministratore delegato”.

Palermo, che ha iniziato in Morgan Stanley, è stato prima Cfo in Fincantieri e poi alla Cassa depositi e prestiti come direttore finanziario e, dal luglio 2018 al maggio 2021, amministratore delegato. Dal settembre 2019 al febbraio 2021 l’attuale sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, era al Tesoro come ministro dell’Economia.

La società, che lunedì ha già convocato un nuovo board (per la cooptazione e le deleghe) ed è quotata a Piazza Affari (nell’ultima seduta ha ceduto il 2,28%), è controllata con il 51% da Roma Capitale. Altri soci sono la francese Suez con il 23,33% e Francesco Gaetano Caltagirone, con il 5,45% del capitale. Il resto, ossia il 20,22%, è mercato.

Ad agosto la Commissione europea ha dato il via libera alla joint-venture tra Acea e Suez per la progettazione di un sistema evoluto di misurazione intelligente per il servizio idrico. I servizi antitrust di Bruxelles hanno, infatti, ritenuto l’operazione compatibile con le norme che regolano la concorrenza e le concentrazioni. Il progetto si qualifica come operazione tra parti correlate dal momento che Suez è uno degli azionisti di riferimento del gruppo romano.

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Indispensabile l’indipendenza di magistratura e politica: alle destre forse non è chiaro

1 ura 41 min ago

di Chiara Piana

“Il diritto non deve mai adeguarsi alla politica, ma è la politica che in ogni tempo deve adeguarsi al diritto.” Questa è una citazione del filosofo settecentesco Immanuel Kant, il quale sostenne modernamente la supremazia del diritto sulla politica, riconoscendo che non possano esistere i cosiddetti “intoccabili” e che, pertanto, anche e soprattutto chi governa debba conformarsi alle leggi del proprio Paese, senza pretendere impunità o privilegi per via della propria posizione apicale. Si tratta di una concezione della giustizia riscontrabile già presso gli antichi greci, secondo cui essa era contraddistinta dall’incorruttibilità, la quale poteva garantire un giudizio equo e limpido sullo stato di colpa o innocenza degli uomini. Spesso, tuttavia, nel corso della storia la giustizia ha perso la propria purezza originaria e si è trasformata in uno strumento della classe dominante per contrastare qualsiasi forma di dissenso, pensiero critico o tentativo di cambiamento dell’ordine vigente.

A mio avviso, a onorare degnamente la giustizia autentica è stata la nostra Costituzione, la quale, oltre a sancire i diritti e i doveri dei cittadini, è stata imperniata su un altro sacrosanto e democratico principio: quello della separazione dei poteri, teorizzato da Montesquieu. Ai Padri Costituenti era chiaro, infatti, che l’indipendenza della magistratura dalla politica fosse un presupposto indispensabile per garantire l’effettiva uguaglianza dei cittadini e per assicurare che l’organo giudiziario si impegnasse ad amministrare la giustizia senza piegarla a gerarchie sociali e annessi privilegi.

Questa garanzia non può, però, essere data per scontata, specie in questi ultimi tempi; come ha ricordato l’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato alla Festa de Il Fatto Quotidiano, una parte del nostro Paese non ha mai gradito la Costituzione del 1948 e ora vede soprattutto nelle forze politiche di destra la possibilità di intervenire per attuare cambiamenti a sé confacenti. Un’idea della linea che intendono seguire viene dalla riforma Cartabia, che (oltre all’orripilante improcedibilità) attribuisce al Parlamento il compito di indicare alle procure i criteri di priorità secondo cui affrontare i casi a loro pervenuti.

Essa legittima, così, una manifesta infrazione del principio di cui sopra, poiché consente alla politica (potere legislativo) di indicare alla magistratura (potere giudiziario) di cosa debba occuparsi primariamente e cosa, invece, debba momentaneamente o eternamente ignorare. Questa questione è spesso secondaria o inesistente per gli elettori (e nelle campagne elettorali), sia a causa della situazione globale contingente – l’attenzione va alla guerra e alla conseguente crisi economica dagli effetti ancora non del tutto prevedibili – sia per la diffusa percezione della giustizia come di un’entità astrusa e distante, le cui riforme non sembrano avere ripercussioni sui propri diritti costituzionali democratici.

È invece fondamentale ricordare, anche nei momenti di grave difficoltà, che la “madre di tutte le leggi” tutela diritti e libertà che riguardano ciascuno di noi, compreso quello alla giustizia, attraverso la cui amministrazione si può capire se si vive in una società orizzontale, nella quale tutti meritano lo stesso trattamento di fronte alla legge, o se la comunità ha un assetto verticale, per cui chi è in alto domina e chi è in basso subisce. Quest’ultimo è l’assetto, incarnato dal dottor Azzeccagarbugli ne I Promessi Sposi, contro cui le classi sociali inferiori hanno lottato per affermare la giustizia autentica e non quella di parte. Oggi, invece, la maggioranza della popolazione rischia di trovarsi nei ruoli di Renzo e Lucia, ossia in balia di una giustizia che non tende al socratico benessere collettivo, ma che è l’utile del più forte, come suggerito da Trasimaco nella Repubblica di Platone. È opportuno esserne consapevoli, per poter assegnare coscientemente il proprio voto.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione. Scopri tutti i vantaggi!

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Milano, sit-in di Non una di meno per il diritto all’aborto: “Soffiano venti reazionari in tutto il mondo. E in Italia la situazione non è migliore”

1 ura 46 min ago

Le attiviste del collettivo Non una di meno si sono ritrovate sabato 24 settembre davanti alla sede della Regione Lombardia per rivendicare il diritto all’aborto e difendere la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. La manifestazione è stata organizzata per lanciare la mobilitazione prevista per mercoledì 28, Gornata mondiale per l’aborto sicuro

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Silenzio elettorale per tutti i partiti, ma non per la Lega: sui social c’è un post ogni mezz’ora. Attacchi al Pd e a Letta, polemiche e appelli al voto

2 uri 8 min ago

La Lega sceglie di infrangere in modo macroscopico il silenzio elettorale, l’interruzione della campagna che la legge impone nel giorno del voto e in quello precedente per incoraggiare la riflessione serena degli elettori (la cui violazione, in teoria, è punita con una multa da cento a mille euro). Mentre i profili social degli altri partiti si attengono (chi più chi meno) alle regole, gli account Twitter e Facebook di via Bellerio sfornano un post ogni mezz’ora, ignorando del tutto il divieto. E in mattinata la pagina Instagram ha pubblicato una foto di una bandiera dell’Unione sovietica nella piazza di chiusura della campagna elettorale del Pd, con questo commento: “Il Pd ha aperto questa campagna elettorale con un suo alto dirigente che grida per strada “in ginocchio, vi ammazzo, vi sparo”, è proseguita con le candidature di odiatori di Israele, si è caratterizzata per il fango, le falsità, la voglia di nuove tasse e più sbarchi, la scelta di evitare il confronto con la Lega. Ieri Letta ha chiuso con un flop in piazza del Popolo davanti a una bandiera dell’Unione sovietica. Il vessillo comunista è finalmente una piccola grande verità: ricorda a tutti qual è stato l’unico partito ad aver incassato dei rubli insanguinati, altro che ingerenze russe nel 2022. Domani decideranno gli italiani. #credo nella Lega!”.

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Un post condiviso da Lega – Salvini Premier (@legaofficial)

La polemica sulla bandiera: “Chi l’ha autorizzata?” – Un post che mischia presente e passato in modo piuttosto approssimativo: a essere finanziato dall’Unione sovietica non è ovviamente mai stato il Partito democratico ma il Partito comunista italiano disciolto nel 1991, di cui il Pd è ormai lontanissimo erede. Sulla polemica però si avventa il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Francesco Lollobrigida, che chiede a Bruno Astorre, coordinatore del Pd laziale, di smentire “di aver autorizzato a portare in piazza i simboli di una dittatura cruenta e sanguinaria che ha prodotto milioni di morti nel mondo”. “Bandiere rosse con la falce e martello nella piazza del Popolo di Letta, autorizzate dai vertici del Partito democratico per ammissione degli stessi militanti che le sventolano festanti. Conoscendo la tradizione democratica del collega Astorre, siamo certi che smentirà prontamente di aver permesso un tale sfregio e vorrà ribadire la sua posizione che lo ha visto storicamente e culturalmente agli antipodi delle posizioni che quelle bandiere rappresentano ed esprimono”, scrive.

Gli account della Lega – Ma sui profili ufficiali Twitter e Facebook della Lega – Salvini premier e di Noi con Salvini i post di propaganda sono tantissimi e si accavallano al ritmo di uno ogni mezz’ora, tanto da far pensare che i social media manager di via Bellerio li abbiano programmati scegliendo consapevolmente di non rispettare il silenzio elettorale (o ignorino la sua esistenza). Ecco qualche esempio: “Difesa degli animali, nessuna pietà per chi maltratta” (ore 15:06), “Letta stava bene a Parigi, in questa campagna non ne ha azzeccata una” (ore 14:39), “Mentre gli italiani erano costretti al lockdown, mezza Africa sbarcava in Italia” (ore 14:06), “#Credo nell’Italia sicura” (ore 13:39), “Il programma di Letta per l’Italia: ius soli e nuove tasse” (ore 13:19) e così via. Intorno alle 15:30 su Twitter e Facebook compaiono addirittura tre post in tre minuti: alle 15:32 leggiamo “++ Maratona Salvini, numeri da record per la diretta social ++”, alle 15:31 “#Credo negli italiani, fermiamo insieme la sinistra delle tasse”, alle 15.30 “Il reddito di cittadinanza solo a chi non può lavorare, non a chi non vuole”.

IL PROGRAMMA DI LETTA PER L’ITALIA: IUS SOLI E NUOVE TASSE!#domanivotoLega pic.twitter.com/sM9NyuhZyM

— Lega – Salvini Premier (@LegaSalvini) September 24, 2022

L’account di Salvini – Non è solo l’account del partito, però, a non rispettare il silenzio. Salvini ha anche pubblicato un post su Facebook e Twitter in cui se la prende con l’ex governatore toscano Enrico Rossi, che commentando la proposta leghista di una flat tax al 15% durante un comizio ha detto che “La demenza andrebbe abolita per legge“: “Vergognati, ignorante. Non hai mancato di rispetto a me, ma a milioni di famiglie e di persone che convivono con questi problemi. #domanivotolega e diciamo “Ciaone” anche a lui”, scrive, approfittandone per un po’ di campagna elettorale fuori tempo massimo. Come approfitta di una foto con la prima pagina di Libero che apre con una sua intervista (“Bollette bloccate e autonomia, ecco le cose da fare subito”): “Vi aspetto in edicola“, scrive. Poi pubblica un video in cui, con la scusa di spiegare le modalità di voto, fa un altro pezzettino di campagna: invita al “voto per un’Italia più forte, più libera e con più spazio per i giovani” e al “voto che salva l’Italia”, concludendo “da domani finalmente tocca a noi”.

???? PER VOTARE BASTA UNA X SUL SIMBOLO DELLA LEGA
ℹ️ ALCUNE ISTRUZIONI
QUANDO SI VOTA?
Si vota solo domenica 25 settembre dalle 7.00 alle 23.00.
Le elezioni servono per rinnovare la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica.
(1/5) pic.twitter.com/3KURRQg7lN

— Matteo Salvini (@matteosalvinimi) September 24, 2022

L’account di Calenda – Micro-violazione di legge anche per Carlo Calenda, che non tiene a freno Twitter e due minuti dopo la mezzanotte posta un video-spot motivazionale con musica epica: “Noi saremo quelli che faranno diventare popolari le scelte giuste. La campagna non è finita, ora tocca a voi. Il 25 settembre (ma avrebbe potuto anche scrivere “domani”, ndr) vota l’#ItaliaSulSerio“. E nelle ore successive rilancia le sue interviste ai giornali di questa mattina (Repubblica e Corriere), e al telegiornale de La7, pur stando attento a non commentarle. Poi ritwitta, soddisfatto, quello che definisce un “grande lavoro investigativo” di Domani che ha ricostruito storia e precedenti penali di Lodovica Mairè Rogati, la donna presunta accusatrice di molestie nei confronti di Matteo Richetti. E nelle ore successive ritwitta vari endorsement in suo favore, convinto evidentemente di poterlo fare. Tutto a beneficio della serena riflessione pre-elettorale.

Dopo la chiusura della campagna elettorale, la chiusura della campagna del fango di @fanpage. Fittipaldi con noi non è mai stato tenero, anzi, ma su questa vicenda ha fatto un grande lavoro investigativo. Vero. https://t.co/vcH5WQCJSh

— Carlo Calenda (@CarloCalenda) September 24, 2022

Chi rispetta le regole (e chi meno) – Allergico alle regole sembra anche chi gestisce l’account Twitter di Italia viva: anche qui ci si è limitati a ritwittare interviste degli esponenti renziani e post che rinviano al sito ufficiale, ma lo si è fatto a un ritmo forsennato, ai limiti del “social bombing” (ben 22 post tra le 10:30 e le 11). Diligente, per ora, il Partito democratico, che non twitta dalla mezzanotte esatta, così come Sinistra italiana e Unione Popolare, mentre Europa verde si lascia scappare un appello alla legalizzazione della cannabis. E il resto del centrodestra? L’ultimo tweet dell’account ufficiale di FdI risale alle 23:33 di venerdì, quello di Forza Italia alle 23:49 (se si esclude il “buon voto” di Tajani e il “gioco degli aggettivi” con Barbara d’Urso riproposto da Berlusconi). Matteo Renzi si è fermato alle 23:54 con l’ultimo tweet di ringraziamento, cinque minuti prima di Enrico Letta (23:59). Fuorilegge, invece, Gianluigi Paragone, che posta contenuti su Facebook per tutto il giorno e alle 17 lancia addirittura una diretta, chiedendo di votare Italexit come “vendeta democratica contro chi ci sta svendendo”.

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“Meghan Markle voleva essere pagata per i viaggi reali ufficiali, non riusciva a capire il senso di stringere la mano a innumerevoli sconosciuti”

2 uri 13 min ago

“Non posso credere di non essere pagata“, si lamentava per questo ‘piccolo dettaglio’ Meghan Markle durante il primo viaggio ufficiale all’estero con il principe Harry. Era il 2018: il duca e la duchessa di Sussex visitavano Australia, Fiji, Tonga e Nuova Zelanda. come coppia della Royal Family. Lo racconta Valentine Low, nel suo libro in prossima uscita “Courtiers: The Hidden Power Behind the Crown“, pubblicato da The Times. La rivelazione arriva fonti interne al suo staff, Meghan avrebbe preteso che il suo fosse un lavoro retribuito. Ma non solo. Low raccoglie tutta una serie di critiche pesanti da parte dei suoi informatori sul comportamento della duchessa.

E svela un imbarazzante retroscena. I calorosi abbracci e i sorrisi alla gente da ore in attesa per un fuggevole contatto con lei non erano graditi. I membri dello staff regale raccontano a Low del suo disappunto nello stringere mani e sorridere a degli sconosciuti durante gli eventi ufficiali. “Dietro le quinte era tutta un’altra storia – scrive l’autore – e anche se le piaceva l’attenzione, Meghan non riusciva a capire il senso di tutti quei passaggi, di stringere la mano a innumerevoli sconosciuti”. Quel tour in Australia è stato descritto da Jason Knauf, l’ex segretario alle comunicazioni della coppia, “molto impegnativo” e “peggiorato dal comportamento della duchessa”. Che aveva persino sbottato così: “Non è il mio lavoro coccolare le persone”.

Una Meg ben diversa da quella che appariva in pubblico, sorridente nelle sue mise perfette. A proposito di look: si dice anche che la duchessa si sia scontrata con la sua assistente Melissa Toubati, la quale ha lasciato il posto alcuni mesi dopo il suo matrimonio con Harry. Ne erano nati uno scontri accesi. Perché? Meghan voleva tenere con sé i vestiti in omaggio da parte delle aziende, che arrivavano continuamente a Kensington Palace. Vestiti, monili, candele. Ma la regola è che i membri della famiglia reale non possono accettare omaggi da organizzazioni commerciali. E su questo Toubati era molto puntigliosa. C’è altro? Il racconto del suo rapporto con lo staff è davvero nutrito di episodi sgradevoli. Di critiche durissime. La duchessa del Sussex trattava con sgarbo e arroganza i membri della squadra che lavorava per lei e per Harry.

Aveva ammonito un assistente del marito: “Lo sappiamo entrambi che presto sarò uno dei tuoi capi”. E aveva “distrutto” il lavoro di una donna del suo staff. E quando la donna le spiegò che era difficile rifare tutto da capo, ecco la risposta: “Se c’è qualcun altro a cui posso affidarlo, lo chiedo a lui invece che a te”. Quando William era venuto a conoscenza del comportamento della nuora aveva rassicurato la donna dello staff: “Stai facendo un ottimo lavoro”. E Meghan era scoppiata in lacrime.

Ma nel libro Low va giù ancora più pesante. Sostiene che molti degli assistenti minori e senior di Meghan si consideravano come vittime di comportamenti prepotenti da parte della duchessa. Insomma, si comportava da bulla. Persino la segretaria privata Samantha Cohen cita il caso di una persona dello staff che voleva licenziarsi per gli atteggiamenti offensivi. Non rispettosi. Il libro di Low svela anche alcuni particolari sulla dinamica della relazione fra Meghan e Harry prima del matrimonio. Meghan aaveva minacciato di scaricare il principe. Non lo avrebbe mollato a una condizione: che rendesse pubblica la loro relazione . Queste le parole: “Se non fai una dichiarazione di conferma che sono la tua ragazza, ho intenzione di rompere con te”. Un ultimatum che Harry ha accolto.

La relazione è poi stata resa pubblica nell’ottobre 2016, il loro fidanzamento annunciato nel novembre 2017. Infine il matrimonio, nel 2018. Solo due anni dopo, la rinuncia al servizio per la Corona e la partenza per gli States. Già nel 2019 la coppia non vedeva un futuro come Working Royals, racconta l’autore di “Courtiers: The Hidden Power Behind the Crown“. E, sempre secondo Low, già allora avevano firmato un accordo per essere intervistati da Oprah Winfrey. La famosa platea televisiva da cui partirono da Meghan accuse di razzismo contro la Corte.

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Crozza-Draghi e il premio come “statista dell’anno”: “Perché me l’hanno dato? Va bè, ci vediamo al Quirinale”

2 uri 22 min ago

Maurizio Crozza, nella prima puntata della nuova stagione di “Fratelli di Crozza” in prima serata sul Nove e in streaming su Discovery+ -, porta sul palco la maschera di Mario Draghi premiato come miglior statista a New York: “In questo momento di difficoltà per gli italiani, questo premio non è poco. C’è la guerra in Ucraina, le bollette per gli italiani andranno alle stelle, l‘inflazione aumenterà, chiuderanno i negozi, i ristoranti, le aziende. A me danno il premio come miglior statista. Va be’ ci vediamo al Quirinale…

“Live streaming ed episodi completi su discovery+ (www.discoveryplus.it)”

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