Il Fatto Quotidiano

Syndicate content Il Fatto Quotidiano
News, inchieste e blog su politica, cronaca, giustizia, economia
Updated: 15 min 1 sek od tega

Alessandro Borghese e i giovani che vogliono più soldi per fare i cuochi, così la teoria del Nobel Krugman arriva in cucina

31 min 25 sek ago

Come era immaginabile le parole di Alessandro Borghese hanno sollevato un polverone e ondate di commenti sui social. Al di là del merito delle sue parole lo chef, che lamenta la carenza di giovani disposti a fare il lavoro del cuoco perché faticoso, tocca un argomento molto caldo e attuale. Il cambio di paradigma che in tutto il mondo sta interessando il lavoro dopo la pandemia. Lo scorso agosto più di 4 milioni di statunitensi hanno dato le dimissione, nella maggior parte dei casi per quello che si chiamo “burnout”, una sorta di esaurimento psicofisico da lavoro.

La pandemia ha concesso alle persone un periodo per riflettere sulle proprie scelte di vita e alzare lo sguardo dalla routine quotidiana. In molti oggi non accettano più di fare quello che facevano prima alle stesse condizioni retributive e occupazionali. Un fenomeno che era stato descritto nel corso dell’estate dal premio Nobel all’Economia Paul Krugman che sul New York Times ha scritto: “Alcuni hanno realizzato i soldi che ricevevano per lavori poco piacevoli semplicemente non erano sufficienti. Ora non vogliono tornare alla loro vecchia occupazione se non a fronte di un aumento di stipendio sostanziale e/o condizioni di lavoro migliori”. Una lettura fatta propria dal presidente Usa Joe Biden che alle imprese che denunciavano la carenza di manodopera ha risposto semplicemente “pay them more”, pagateli di più e li troverete.

Negli Usa la tendenza è forse più accentuata che altrove ma dimissioni e carenze di personale interessano mezzo mondo, Cina compresa. L’Italia è storia a sé. L’Ocse ha recentemente evidenziato come il nostro sia l’unico paese tra le economie avanzate in cui i salari sono più bassi oggi che nel 1990. Eppure misure come il salario minimo vengono rigettate non solo da Confindustria e altre associazioni datoriali ma anche dai sindacati che temono un erosione del loro potere contrattuale a livello di Contratti collettivi dove oggi vengono definiti i minimi retributivi.

L'articolo Alessandro Borghese e i giovani che vogliono più soldi per fare i cuochi, così la teoria del Nobel Krugman arriva in cucina proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Tesla sfonda quota mille miliardi di capitalizzazione dopo un maxi ordine di “Model 3” da parte di Hertz

43 min 59 sek ago

Hertz attacca la spina e Tesla decolla. Il gruppo di noleggio auto ha annunciato che acquisterà 100mila vetture elettriche nell’ambito del piano di progressiva elettrificazione della la sua flotta e il gruppo di Elon Musk ha sfondato quota mille miliardi di dollari di capitalizzazione (861 miliardi di euro). Mai nessuna azienda automobilistica aveva raggiunto un valore di Borsa paragonabile, basti pensare che oggi Volkswagen, primo produttore al mondo insieme a Toyota, vale 127 miliardi di euro. Nell’ultimo anno le azioni Tesla sono salite del 137%.

Le vetture Tesla “Model 3” comprate da Hertz con una spesa di oltre 4 miliardi di dollari verranno consegnate nell’arco dei prossimi 14 mesi. Hertz dispone di una flotta di circa mezzo milione di veicoli. Lo scorso giugno il gruppo ha dichiarato bancarotta ed è stato acquistato dai fondi Knighthead Capital Management and Certares Management.

L'articolo Tesla sfonda quota mille miliardi di capitalizzazione dopo un maxi ordine di “Model 3” da parte di Hertz proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Neymar, in Marsiglia-Psg lancio di oggetti dagli spalti: il brasiliano batte il corner protetto dagli scudi della polizia

1 ura 2 min ago

Dalle gradinate gli hanno tirato di tutto, tanto che per battere il corner ha dovuto farsi proteggere dalla polizia. Protagonista della vicenda è Neymar, che nella sfida di campionato tra Olympique de Marseille e Paris Saint-Germain disputata il 24 ottobre è stato preso di mira dai tifosi avversari con il lancio di bottiglie, accendini, caricatori per il telefono mentre si apprestava a tirare un calcio d’angolo. Un assalto in piena regola che ha costretto le forze dell’ordine presenti al Vélodrome di Marsiglia, dove si è disputato il match, a intervenire con tanto di scudo antisommossa per proteggere il brasiliano. Le immagini hanno fatto il giro del mondo.

L’episodio si verificato al 27esimo minuto di una gara che fin dall’inizio si prospettava incandescente: la partita è infatti considerata Le Clasique della League 1, cioè la sfida più importante del campionato francese, e anche per questo tra le rispettive tifoserie non corre buon sangue. Neymar, incaricato di battere il calcio d’angolo, si è posizionato sulla bandierina di fondo campo ma all’improvviso è stato sfiorato da una pioggia di oggetti proveniente dagli spalti dei padroni di casa. Dopo un breve consulto tra arbitro e funzionari della Lega, la decisione di proiettare sul maxi-schermo dello stadio un messaggio con tanto di annuncio dello speaker sul rischio di sospensione del match. L’assalto all’attaccante non si è però fermato e così la polizia è dovuta intervenire a fargli letteralmente da scudo contro la furia degli ultras marsigliesi. Alla fine la gara si è conclusa 0-0 con gol annullati e un’espulsione, ma adesso la giustizia sportiva potrebbe intervenire e togliere all’Om il punto conquistato.

Quello con protagonista Neymar non è stato l’unico episodio spiacevole della serata. E neanche il più grave. Durante la gara i tifosi dei padroni di casa se la sono presi anche con Lionel Messi, bersaglio di cori e insulti, mentre fuori dallo stadio nove agenti sono rimasti feriti per cercare di fermare alcuni ultras che volevano entrare al Vélodrome senza avere il biglietto. Per decisione della prefettura, i tifosi del Paris Saint-Germain non erano invece ammessi nella struttura.

“Sappiamo quello che rischiamo, possono penalizzarci. Non bisognerà piangere a fine stagione se ci mancheranno uno o due punti”. Questa la frase pronunciata a fine partita dell’esterno del Marsiglia Dimitri Payet. Che ha aggiunto: “Questi non sono tifosi”. La reazione è figlia dei precedenti di cui si sono resi autori i sostenitori del club, che già in un precedente match contro il Paris avevano lanciato oggetti contro Neymar e che da inizio stagione hanno già fatto comminare due sanzioni al club per le loro condotte violente.

L'articolo Neymar, in Marsiglia-Psg lancio di oggetti dagli spalti: il brasiliano batte il corner protetto dagli scudi della polizia proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Nigeria, al via la prima criptovaluta pubblica dell’Africa: si chiamerà eNaira

1 ura 5 min ago

Una criptovaluta di Stato. È l’ultima trovata del presidente Muhammadu Buhari per rilanciare l’economia della Nigeria dopo la crisi innescata dalla pandemia di Covid-19. Ad annunciarlo è stato il 25 ottobre lo stesso leader dal Paese africano, spiegando che la valuta si chiamerà eNaira e sarà prodotta direttamente dalla banca centrale come versione digitale della moneta fisica attualmente in uso.

“Siamo diventati il primo Paese dell’Africa e uno dei primi al mondo ad aver introdotto una moneta digitale per i nostri cittadini”, ha dichiarato Buhari, secondo cui l’iniziativa “faciliterà il commercio transfrontaliero, l’inclusione delle persone attualmente al di fuori dell’economia formale e il trasferimento di fondi da e verso l’estero”. L’iniziativa, originariamente prevista per l’1 ottobre ma poi slittata di quasi un mese per alcune celebrazioni nazionali, permette allo Stato di bruciare sul tempo il vicino Ghana, che di recente ha annunciato un progetto simile chiamato eCedi. A fare da apripista in questo senso era stata però la Cina, che lo scorso anno è diventata la prima grande economia a lanciare la versione immateriale della propria moneta nazionale.

Secondo uno studio del centro di ricerca Statista, portale web tedesco specializzato in materia, la Nigeria non è solo la prima economia africana e il Paese più popoloso del continente con oltre 200 milioni di abitanti ma anche il terzo Stato al mondo per trading di criptovalute: davanti a lei solo Stati Uniti e Russia. Alla luce di questi dati la mossa del governo può essere interpretata come il tentativo di arginare il ricorso a mezzi di pagamento che sfuggono al controllo dei regolatori pubblici. Del resto, indicazioni in tal senso erano arrivate dalle stesse autorità locali, che a febbraio avevano vietato le transazioni di Bitcoin e Co. nel settore bancario temendo potessero servire per attività illecite come riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo. Un provvedimento sul quale stanno riflettendo anche i grandi del mondo visti i recenti meeting organizzati sul tema dai ministri delle finanze del G7.

L'articolo Nigeria, al via la prima criptovaluta pubblica dell’Africa: si chiamerà eNaira proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Germania, ha lasciato morire di sete la figlia della sua schiava yazida incatenata al sole: condannata una ex foreign fighter di Isis

1 ura 6 min ago

Ha lasciato che la figlia piccola della sua schiava yazida morisse incatenata, sotto il sole cocente di Fallujah, in Iraq, mentre suo marito, un combattente dello Stato Islamico, la stava punendo per aver bagnato il letto. Così il Tribunale di Monaco di Baviera, in Germania, ha condannato a 10 anni di reclusione la foreign fighter tedesca 30enne Jennifer Wenisch per supporto di un gruppo terroristico, concorso in tentato omicidio e in tentati crimini di guerra e per crimini contro l’umanità. È stata lei la prima combattente straniera delle Bandiere Nere portata alla sbarra, ma nel corso dei due anni di processo ci sono state altre condanne.

La storia di Wenisch è molto simile a quella di altre ex aderenti a Isis: senza un’istruzione e un lavoro, un patrigno con cui non ha punti di contatto e una madre in perenne conflitto, scopre una fascinazione per l’Islam che sfocia poi in una conversione. Un processo, questo, che va oltre il semplice avvicinamento spirituale a una nuova religione, con la donna che rimane ammaliata dalla propaganda dei miliziani in nero e che nel 2014 decide di entrare in Siria attraverso la Turchia. Si sposa una prima volta con un combattente, ma divorzia. Torna in una delle case per donne dove Isis raccoglie le future spose per i propri guerrieri, percepisce uno stipendio di 70 dollari al mese finché non conosce il suo secondo marito, il predicatore Taha al-Jumailly, e con lui, viaggia da Raqqa a Mosul fino a Fallujah. Al-Jumailly porta con loro una schiava yazida, Nora T., e la figlioletta della donna.

Nora era stata deportata assieme alla piccola: dei suoi figli non sa più nulla, mentre il marito e la famiglia sono stati tutti ammazzati dalle Bandiere Nere. È già stata venduta più volte, stuprata e annientata psicologicamente. Col nuovo padrone le percosse sono quasi quotidiane. Alla sua bimba viene dato un nuovo nome che sia idoneo alla dottrina coranica, è percossa anche lei se non piega bene la testa pregando. Le condizioni igieniche in cui sono tenute sono scarse e la bimba un giorno urina sul materasso. Per punizione la madre deve uscire e stare a piedi nudi nel cortile, con il selciato che brucia. Può rientrare ma è la volta della piccola: al-Jumailly la lega stretta all’intelaiatura della finestra, le braccia sopra il capo, i piedi che non arrivano a toccare la soglia. Wenisch capisce che la bimba rischia di morire, ci sono quasi 50 gradi, ma non fa nulla e la piccola dopo un po’ perde conoscenza. Solo allora al-Jumailly la riporta dentro, ma non apre più la bocca per bere. Così l’uomo la porta in ospedale e lascia Wenisch e Nora da sole. Nora piange e si dispera, ma la sua padrona le punta una rivoltella alla tempia per farla tacere. Dopo qualche giorno, al-Jumailly torna insieme ad altri combattenti di Isis: Nora deve andare con loro.

Secondo quanto ricostruito, anche grazie alla ong Yazda, c’è stato un processo di fronte a un tribunale di Daesh e al-Jumailly è stato ritenuto colpevole della morte della piccola. Dove si trovi il corpo della bambina, però, non si sa. Si scoprirà che al-Jumailly è riuscito a convincere i suoi carcerieri a rilasciarlo e scappa in Turchia dove si riunisce alla famiglia. Wenisch lo segue e si fa raggiugere dalla madre: vuole registrarsi e va a chiedere i documenti al consolato tedesco, dove però viene arrestata e successivamente rimpatriata in Germania, dove partorirà la figlia di al-Jumailly. L’uomo entrerà in contatto più volte con lei, Wenisch racconta che lo teme, che le chiede soldi, che la minaccia di rapire la figlia e cerca in rete aiuto per ottenere il divorzio. Confessa a un’altra ex militante che c’è stato un processo di Daesh al marito perché aveva lasciato morire la bambina. Cerca di tornare ancora in Siria con la bimba di due anni, ma non sa che il suo contatto è un informatore dei servizi segreti statunitensi che registra tutti i colloqui. Wenisch confessa ancora una volta che il marito ha lasciato morire la loro piccola schiava, che lei gli aveva detto che sarebbe morta ma a lui non importava, era solo una schiava. Racconta di aver avuto un ruolo di rilievo nell’organizzazione dello Stato islamico di Fallujah, facendo parte della polizia del costume di Isis che si occupava di far rispettare i dettami del gruppo alle donne. Così, viene arrestata in una stazione di servizio.

Ad inchiodarla le sue stesse confessioni, ma in aula tace a lungo. Solo verso la fine del processo decide di prendere posizione e racconta che aveva mischiato menzogne con la realtà, aveva cercato di rendersi più importante per ottenere aiuti. I suoi avvocati fanno di tutto per scagionarla. Cercano di far valere documenti ospedalieri che testimonierebbero che la bimba ha lasciato l’ospedale viva, ma i giudici li ritengono incompatibili con lo svolgimento dei fatti.

I togati invece hanno creduto in pieno al suo racconto precedente, ma riconoscono che all’epoca Isis aveva già effettuato l’attacco contro gli yazidi nell’area di Sinjar, da dove provenivano le due schiave, che non ha acquistato lei le due donne e che quando voleva tornare in Siria Isis era già in disfatta. Wenisch, ha testimoniato un’altra ex combattente, comunque non avrebbe mai voluto occuparsi delle vicende domestiche: era chiaro che Nora T e la figlia erano state in casa sua e lei ne aveva approfittato. Per la corte presieduta dal giudice Joachim Baier, Wenisch non ha fatto nulla per evitare la morte della bimba, una persona bisognosa di tutela secondo il diritto internazionale e che lei avrebbe dovuto garantire. I giudici hanno tuttavia riconosciuto una colpa ridotta e perciò declinato la richiesta della procura generale all’ergastolo. Siccome è incensurata, ha una figlia di 5 anni ed è in carcere preventivo già da 3 anni e 4 mesi, in caso di buona condotta potrebbe uscire scontando due terzi della pena. Per questo la difesa considera questa sentenza un risultato non negativo, anche se ha già annunciato che ricorrerà in appello, visto aveva chiesto solo una condanna a due anni.

Per la procuratrice generale Claudia Gorf le tesi dell’accusa sono state tutte confermate. L’avvocatessa Natalie von Wistinghausen, che rappresenta Nora T con il collega Wolfgang Bendler e l’avvocatessa Amal Clooney, ha dichiarato che la sua cliente è soddisfatta che almeno una dei responsabili della morte della figlia sia stata giudicata colpevole. Si riserva però di presentare appello: avevano chiesto una condanna per concorso in omicidio, invece i giudici hanno individuato solo il tentato omicidio perché non si è potuto appurare il momento della morte. La loro assistita ha ottenuto il diritto a un risarcimento dei danni psicofisici ma la Corte ha subordinato la sua determinazione ad una perizia. Una causa civile per determinarne l’entità potrà essere iniziata solo dopo il deposito delle motivazioni scritte della sentenza.

L'articolo Germania, ha lasciato morire di sete la figlia della sua schiava yazida incatenata al sole: condannata una ex foreign fighter di Isis proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Joshua Kimmich, la stella del Bayern Monaco rifiuta il vaccino anti-Covid: “Mancano studi a lungo termine, ognuno deve poter decidere”

1 ura 19 min ago

Fa discutere da giorni in Germania il caso di Joshua Kimmich, 26enne centrocampista star del Bayern Monaco e della Nazionale tedesca che ha dichiarato di non volersi vaccinare contro il Covid-19. “Sono preoccupato per l’assenza di studi sugli effetti a lungo termine“, ha dichiarato lunedì il calciatore a Sky Sport. “Sono cosciente della mia responsabilità, seguo ogni misura igienica e faccio un tampone ogni due o tre giorni. Ognuno dovrebbe essere libero di decidere per se stesso“. Kimmich non vuol essere definito anti-vaccinista e non esclude di accettare la dose in futuro: “Ci sono ottime possibilità che decida di vaccinarmi”.

La scelta del giocatore – considerato un esempio di maturità anche fuori dal campo – è stata accolta con una certa sorpresa, tanto più che Kimmich, insieme al compagno di squadra Leon Goretzka, aveva lanciato l’iniziativa filantropica WeKickCorona a supporto degli ospedali in difficoltà per la pandemia. Il Bayern Monaco ha spinto tutti i propri tesserati a vaccinarsi e critiche alla scelta di Kimmich sono arrivate anche dall’amministratore delegato, la bandiera del club Karl-Heinz Rummenigge: “In quanto personaggio pubblico, ma anche in generale, sarebbe meglio se si vaccinasse”, ha detto.

L'articolo Joshua Kimmich, la stella del Bayern Monaco rifiuta il vaccino anti-Covid: “Mancano studi a lungo termine, ognuno deve poter decidere” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Banca Mps, cosa succede ora. Il Tesoro spera nella proroga dell’Europa della scadenza per la vendita che potrebbe riaprire i giochi

1 ura 33 min ago

Fine di giochi? Non è detto. La partita di scacchi tra il Tesoro ed Unicredit per Monte dei Paschi di Siena potrebbe essere solo sospesa. Al momento nulla si può escludere. Certo, nel week end le due parti hanno diffuso una nota congiunta per dire che, a queste condizioni, la trattativa è finita. Stamane in apertura degli scambi, entrambi i titoli hanno accusato pesanti cali. Mps è arrivata a perdere circa il 20%, Unicredit più del 10%. Poi gli animi si sono raffreddati e la razionalità ha preso il sopravvento tra gli investitori (non dimentichiamo che la violenza delle oscillazioni è favorita anche da scambi gestiti ormai per oltre due terzi da algoritmi). Il ragionamento che si fa è che è molto improbabile che Mps venga abbandonata al suo destino, impossibile in una fase come quella attuale in cui l’economia italiana si sta risollevando da il calo del Pil più marcato del dopoguerra.

Il Tesoro ha in mano il 64% della banca senese, comprato nel 2017. In teoria, per impegni presi con Bruxelles che hanno scongiurato l’applicazione delle norme sui salvataggi bancari, il Mef dovrebbe vendere la sua partecipazione entro fine anno. Ma al ministero sembra esserci un certo ottimismo sul fatto che la data possa essere spostata, forse di un anno. In fondo si è visto che, con Draghi a palazzo Chigi, l’Europa sembra essere un po’ meno severa con Roma. E una crisi bancaria che deflagra nella terza economia d’Europa non fa bene a nessuno.

Il fattore tempo è l’asso nella manica dei compratori e quindi di Unicredit, da anni individuato come il soggetto privilegiato a cui affidare Mps. Trattative ufficiali sono state avviate però solo lo scorso luglio. Da quel momento la banca guidata da Andrea Orcel ha avuto accesso a tutti i numeri del gruppo senese e le richieste nei confronti del Tesoro hanno iniziato a lievitare. Dai 4-5 miliardi di cui si parlava all’inizio si è saliti fino ad 8,5 miliardi: un aumento di capitale da 6,3 miliardi più 2,2 miliardi di agevolazioni fiscali. Rispetto alla valutazione del Tesoro un gap di oltre 3 miliardi di euro. Difficile dire capire quanto ci sia della sapienza del giocatore e quanto di condizioni della banca senese effettivamente peggiori di quanto ipotizzato nelle richieste di Orcel.

Su Mps “abbiamo messo in chiaro fin dall’inizio delle trattative che il coinvolgimento di UniCredit sarebbe dipeso dal verificarsi di una serie di principi e condizioni concordati da entrambe le parti, posti per proteggere gli interessi di tutti i nostri stakeholder”, ha detto oggi il numero uno di Unicredit spiegando poi che “l’operazione sul Monte dei Paschi l’abbiamo sempre vista come un’occasione per rafforzare il settore bancario di questo Paese, e al tempo stesso garantire un futuro brillante tanto ai clienti quanto ai dipendenti di Mps. L’accordo avrebbe potuto creare valore aggiunto per UniCredit e avrebbe potuto rafforzare il nostro posizionamento nei nostri mercati principali e aumentare la nostra base clienti è una parte fondamentale del nostro nuovo piano strategico”.

Ammesso e non concesso che la partita con Unicredit sia chiusa le carte che restano in mano al Tesoro per non ricorrere ad un salvataggio in piena regola della banca sono due, entrambe condizionate dalla disponibilità di Bruxelles a concedere più tempo. La prima è la ricerca di un nuovo acquirente al posto di Unicredit. Il gruppo Banco Bpm, che si dall’inizio della vicenda è stato considerato il “panchinaro” di questa partita, ha chiarito oggi di non avere nessuna intenzione di scendere in campo. Si sussurra, senza troppa convinzione, il nome di Bper o non meglio precisate “banche francesi”.

A questo punto però chiunque decidesse di sedersi al tavolo con il Tesoro, in ogni caso, difficilmente partirebbe da condizioni meno ambiziose di quelle poste da Unicredit. Un’altra possibilità è che il Tesoro tenga in piedi la banca da sola per un altro anno, in tal caso si ipotizza un aumento di capitale da circa 3 miliardi di euro e poi una gestione dei crediti malati attraverso Amco, la “bad bank” pubblica che si occupa di smaltire i “non performing loan”. Verrebbe forse rispolverato il piano messo a punto dall’attuale amministratore delegato Guido Bastianini che oltre alla ricapitalizzazione prevede 2,700 esuberi. Uscite che in ogni caso ci saranno. Non va esclusa neppure la possibilità che il governo faccia ancora un po’ di pulizia a Siena e poi riapra la porta ad Unicredit.

Le certezze sono due. La prima è che i contribuenti dovranno sobbarcarsi i costi di accasamento/salvataggio della banca con un esborso finale ancora difficile da quantificare. La seconda è che l’organico della banca sarà significativamente ridimensionato. Mps ha chiuso il secondo trimestre dell’anno con 202 milioni di utili, risultato che è visto in miglioramento nella prossima trimestrale. Ma il male oscuro di Mps, come di tutte le banche italiane andate a gambe all’aria nell’ultimo decennio, sono i crediti deteriorati, ossia finanziamenti erogati che non vengono più rimborsati o lo sono solo in parte e in tempi lunghi a causa del fallimento del debitore. Finché non vengono ceduti o svalutati, questi crediti sono perdite solo in potenza. Si sa che ci sono ma non si sa esattamente quanto siano grandi.

I fattori di incertezza sono tanti, e lo si vede anche dall’andamento dei bond subordinati della banca oggi precipitati sui mercati. Si tratta di titoli più simili alle azioni che alle obbligazioni tradizionali che verrebbero coinvolti nel salvataggio della banca (quindi subirebbero delle perdite) qualora si seguisse questa strada e dunque non la vendita dell’istituto a condizioni di mercato. I subordinati Mps valgono nel complesso 1,5 miliardi di euro e in buona misura sono stati collocati anche presso piccoli risparmiatori. Non esattamente il cliente tipo per questo genere di prodotti finanziario.

Si qui l’aspetto economico finanziario, ma quando si parla di banche, e di Mps in particolare, c’è sempre anche un risvolto politico. Presto per dare un giudizio definitivo ma certo è che il presidente del Consiglio Mario Draghi (che quando era a capo di Banca d’Italia diede via libera alla acquisizione strapagata di Antonveneta da parte di Mps, l’inizio della fine della banca senese e in cui Andrea Orcel, allora in forze a Merrill Lynch, ebbe un peso importante come consulente del Monte), l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che oggi è presidente di Unicredit, e il ministro dell’Economia Daniele Franco e il suo direttore generale Alessandro Rivera non si sono distinti per una gestione molto diversa dalle precedenti. C’è poi la questione delle tempistiche della rottura che qualcuno guarda con sospetto. Lo stop delle trattative avviene infatti ad elezioni suppletive archiviate con il segretario del Pd Enrico Letta eletto deputato proprio in quel di Siena dove si assegnava il seggio lasciato libero dall’ex deputato Padoan.

Letta ieri ha applaudito la decisione del Tesoro di stoppare le trattative affermando che “Unicredit voleva una svendita”. Poco fa in una nota congiunta Antonio Misiani, responsabile Economia nella Segreteria del PD e Simona Bonafè, segretaria regionale PD Toscana hanno scritto che “l’interruzione dei negoziati tra Mef e UniCredit su Mps rende necessaria la ricerca da parte del Governo di soluzioni alternative di mercato per garantire al meglio il futuro del gruppo bancario di Siena. Auspichiamo che il Governo concordi con la Commissione Ue un rinvio della scadenza per la fuoriuscita dello Stato dal capitale sociale di Mps, mettendo in campo tutte le iniziative utili a perseguire il rafforzamento della banca e del sistema creditizio italiano nel suo complesso”. “Sono questioni su cui ci vuole molta attenzione, molto lavoro e silenzio” è il breve commento del presidente della Camera Roberto Fico.

“La Commissione europea deve concedere la proroga alla scadenza, fissata per fine anno, per individuare il partner destinato a rilevare il Monte dei Paschi di Siena. La soluzione Unicredit si è rivelata non praticabile viste le condizioni onerose per le casse dello Stato poste dal gruppo bancario internazionale”, dichiara la capodelegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo, Tiziana Beghin. Sulla stessa linea il sindaco di Siena Luigi De Mossi che afferma: “Credo che la proroga sia auspicabile e anche importante perché abbiamo la fortuna di avere un presidente del Consiglio che ovviamente è autorevole in Italia, ma lo è anche in Europa. Quindi se perviene da lui e anche da Franco, un’altra persona molto autorevole, la richiesta di proroga l’Europa si porrà una domanda in maniera molto specifica”.

Da Bruxelles la Commissione fa sapere di seguire “da vicino i recenti sviluppi su Mps ed è in contatto con le autorità italiane. L’Italia si è impegnata a vendere tutte le azioni della banca entro una certa scadenza. Il termine non è scaduto. Non possiamo commentare la scadenza, che è considerata informazione riservata. E’ responsabilità dei Paesi rispettare gli impegni sugli aiuti di Stato ed è loro compito proporre le modalità per adempiervi. Spetta” a Roma “decidere e proporre la modalità di uscita dalla proprietà Mps tenendo conto degli impegni in materia di aiuti di Stato del 2017”.

L'articolo Banca Mps, cosa succede ora. Il Tesoro spera nella proroga dell’Europa della scadenza per la vendita che potrebbe riaprire i giochi proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Morti in corsia, Daniela Poggiali torna libera: l’ex infermiera romagnola assolta per la terza volta in Appello. “Non poteva che andare così”

1 ura 35 min ago

Doppia assoluzione per Daniela Poggiali, l’ex infermiera imputata per l’omicidio di due pazienti all’ospedale Umberto I di Lugo (Ravenna). La Corte d’Assise d’Appello di Bologna l’ha giudicata, per la terza volta, non colpevole della morte della 78enne Rosa Calderoni; e l’ha assolta anche per quella del 94enne Massimo Montanari. Entrambi i pazienti erano deceduti in corsia tra marzo e aprile 2014. Nel primo caso, all’ergastolo inflitto in primo grado (2016) erano seguite due assoluzioni in Appello (2017 e 2019), annullate da altrettante Cassazioni (2018 e 2020): una situazione quasi inedita a livello nazionale. Nel caso Montanari, invece, la pena inflitta in primo grado a dicembre 2020 era stata di trent’anni per la scelta del rito abbreviato. Per entrambe le vicende la Corte ha ritenuto il fatto non sussistente. La Procura generale emiliana aveva chiesto la conferma delle due condanne. Ora i fascicoli sono attesi in Cassazione.

I giudici hanno ordinato l’immediata scarcerazione di Poggiali, che quindi tornerà libera come già nel luglio 2017, dopo la prima assoluzione per il caso Calderoni arrivata dopo mille giorni di carcere. “Sono felice, non poteva che andare così”, ha detto. Calderoni era entrata in ospedale con un banale malore ed era morta senza spiegazioni pochi giorni dopo, l’8 aprile del 2014. Gli accertamenti avevano svelato nel suo sangue una presenza anomala di potassio che aveva insospettito l’azienda sanitaria, da cui la segnalazione alla Procura di Ravenna e il successivo arresto: nel cellulare di Poggiali era stato trovato anche un macabro selfie accanto a un cadavere. Nel chiedere l’assoluzione, i difensori dell’ex infermiera hanno definito le indagini sul caso “fai da te“, “inaffidabili” e “abusive“, con particolare riferimento alle modalità di repertazione di un deflussore con tracce di potassio da parte degli infermieri dell’Azienda sanitaria.

Diversi i contorni del caso di Massimo Montanari, ricoverato a Lugo per un’infezione polmonare – regredita grazie agli antibiotici – e morto in corsia la notte prima delle dimissioni, il 12 marzo del 2014. Secondo la tesi accusatoria, quella notte Poggiali si era offerta di sostituire una collega nel “giro delle glicemie” ai pazienti del settore, un espediente per poter entrare nella stanza di Montanari e somministrargli la dose di sostanza letale, presumibilmente cloruro di potassio: il gup di Ravenna aveva accolto la ricostruzione condannando l’imputata a trent’anni per omicidio aggravato da premeditazione, uso di sostanza venefica, abuso di potere e motivi abbietti. Il movente, infatti, era stato riconosciuto in una minaccia di morte rivolta nel 2009 all’uomo, al tempo datore di lavoro dell’ex compagno della Poggiali.

L'articolo Morti in corsia, Daniela Poggiali torna libera: l’ex infermiera romagnola assolta per la terza volta in Appello. “Non poteva che andare così” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Manovra, Conte chiede la riattivazione del cashback. M5s a Draghi: “Rispetti gli impegni presi coi ministri. La lotta all’evasione deve essere una bandiera di tutti’

1 ura 39 min ago

“Il governo riattivi il cashback”. Giuseppe Conte e il M5s, mentre il cantiere della manovra è ancora aperto, prendono posizione su uno dei provvedimenti principali dell’esecutivo giallorosso. Mentre le trattative per chiudere la manovra finanziaria sono ancora in corso e dopo aver ribadito già due volte negli ultimi giorni che la fiducia a Draghi “non è in bianco”, il presidente 5 stelle spinge perché venga considerato il reintegro della misura. “Può essere rivista ma è essenziale per contrastare l’evasione e incrementare i pagamenti digitali e quindi i consumi a beneficio dei negozi delle nostre città: il Politecnico di Milano nei primi sei mesi dell’anno ha registrato un più 41% di pagamenti digitali“, ha scritto su Facebook. Chi ha usato toni ancora più netti è stato, in serata, uno dei neo vicepresidente M5s Michele Gubitosa: “Ora il Presidente Draghi rispetti gli impegni presi in Consiglio dei ministri”, ha dichiarato, “il cashback riparta dopo la sospensione, con gli opportuni aggiustamenti. Come ha detto il presidente Giuseppe Conte pretendiamo chiarezza sull’impegno che era stato preso da Palazzo Chigi” e “la lotta all’evasione non è una bandierina del M5S, dovrebbe essere la bandiera di tutti”. Intanto oggi Conte ha pranzato con il segretario del Pd, Enrico Letta, fanno sapere dal Nazareno, i temi affrontati sono stati le amministrative, ma soprattutto la legge di Bilancio. Draghi invece, che domani martedì 26 settembre vedrà i sindacati alle 18, ha ricevuto Matteo Salvini. Tra i nodi da affrontare infatti anche il superamento di quota 100.

Il post di Conte su Facebook – L’intervento di Conte è arrivato nel primo pomeriggio. E ha voluto replicare al presidente di Confindustria Carlo Bonomi che oggi, parlando davanti agli industriali, ha ribadito il suo malumore per i partiti “che mettono le bandierine” sulla manovra. L’ex premier su Facebook ha dichiarato: “Sono d’accordo con lui. Il M5s è già da tempo concentrato su strumenti che consentano al Paese di ripartire”, ha detto.

Il presidente M5s ha quindi rilanciato altri dei temi fondamentali per il Movimento come “la centralità del Superbonus, del Reddito di cittadinanza, il cashback, il salario minimo, il taglio del cuneo fiscale e il no al ritorno della legge Fornero. “È il tempo di darsi da fare”, ha scritto. “Noi abbiamo scelto da tempo la concretezza”. E in particolare: “È il momento del Superbonus, ideato dal Movimento 5 Stelle, che contribuisce per 12 miliardi l’anno al Pil e per oltre 150mila unità all’incremento dell’occupazione. È il tempo dei miglioramenti che abbiamo proposto sul lato delle politiche attive del Reddito di cittadinanza, che resta un sostegno irrinunciabile per cittadini che vogliono formarsi e tornare sul mercato del lavoro, famiglie in difficoltà, lavoratori sottopagati, soggetti fragili”. Inoltre, ha concluso, “è il tempo di tagliare le tasse e continuare ad aumentare gli stipendi, con salario minimo e interventi sul cuneo fiscale. Il momento di graduare i prepensionamenti in base alla gravosità dei lavori evitando un ritorno alla Legge Fornero”.

Proprio il cashback rischia di creare molti malumori dentro l’esecutivo. “Se i 4,7 miliardi stanziati da Conte per il cashback fossero stati indirizzati alla riduzione del carico fiscale”, ha detto il deputato Fi Luca Squeri, “oggi saremmo già un passo avanti. Una cosa è certa: non ne faremo due indietro continuando a buttare risorse al vento per far contento il leader grillino”.

Le trattative sulla manovra – Il consiglio dei ministri dovrebbe essere convocato giovedì e Mario Draghi ha convocato per domani martedì pomeriggio alle 18 i sindacati. Le prossime ore serviranno a trovare, con la maggioranza e con le parti sociali, una difficile intesa sui tanti nodi ancora da sciogliere, a partire dal meccanismo per superare Quota 100. Un tavolo con i sindacati, che hanno già bocciato la proposta del governo sulle pensioni, e una riunione della cabina di regia dovrebbero precedere l’approdo della manovra in Cdm. Matteo Salvini, che con Silvio Berlusconi riunirà i ministri di Lega e Fi sulla manovra, si dice pronto a incontrare Draghi per affrontare i temi aperti. E un colloquio, secondo fonti parlamentari, potrebbe esserci anche con il leader M5s Giuseppe Conte, che preme per la proroga (ad oggi non prevista) del ‘suo’ cashback. Per tutto il weekend è andato avanti il lavoro dei tecnici, con contatti informali con i ‘luogotenenti’ dei partiti. Il nodo resta quello delle risorse, perché per aumentare (si parla di circa un miliardo) i fondi della manovra, bisogna trovarli o toglierli altrove. Ancora da definire è anche il capitolo del taglio delle tasse, tanto spinoso che la decisione potrebbe essere rinviata all’iter parlamentare della manovra: Draghi e Franco vorrebbero destinare gli 8 miliardi disponibili a tagliare il cuneo per i lavoratori, ma centrodestra e imprese insistono per cancellare o almeno ridurre l’Irap. Sul capitolo dei bonus si annuncia un’altra battaglia. Perché l’estensione al 2023 dell’incentivo al 110% non solo per i condomini ma anche per le villette, come chiedono tutti i partiti, avrebbe costi troppo elevati, secondo le stime del governo. Non è escluso che alla fine venga concessa una proroga di pochi mesi – da giugno a dicembre 2022 – anche per le abitazioni unifamiliari, ma le perplessità dell’esecutivo restano, visto che la misura nel lungo periodo è insostenibile e la ripresa dell’economia la rende meno essenziale a spingere il settore edile. Un’altra delle proposte è quella di mettere un tetto di reddito per permettere una proroga dell’incentivo al 110% anche per case singole, ville e villette da inserire in manovra.

L'articolo Manovra, Conte chiede la riattivazione del cashback. M5s a Draghi: “Rispetti gli impegni presi coi ministri. La lotta all’evasione deve essere una bandiera di tutti’ proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Vaccino anti-Covid, via libera dell’Ema anche alla terza dose di Moderna per gli over 18

1 ura 40 min ago

La terza dose del vaccino Spikevax di Moderna “può essere presa in considerazione” per tutti gli over 18. È quanto ha stabilito il Chmp, il comitato per i medicinali umani dell’Ema: “La decisione segue i dati che mostrano come una terza dose di Spikevax, somministrata da 6 a 8 mesi dopo la seconda dose, ha portato a un aumento dei livelli di anticorpi negli adulti i cui livelli di anticorpi stavano diminuendo”, spiega l’Agenzia europea del farmaco sul proprio sito specificando che la dose ‘booster’ dovrà consistere nell’equivalente della metà di una dose utilizzata per nella vaccinazione primaria.

“I dati attuali indicano che l’andamento degli effetti collaterali dopo il richiamo è simile a quello che si verifica dopo la seconda dose”, puntualizza Ema sottolineando che il “rischio di condizioni cardiache infiammatorie o altri effetti collaterali molto rari” dopo un richiamo “viene attentamente monitorato”. E l’Agenzia specifica che “come per tutti i medicinali” continuerà “a esaminare tutti i dati sulla sicurezza e l’efficacia” del vaccino ideato da Moderna.

Dopo il via libera del Comitato per i medicinali umani, ricorda Ema, le autorità sanitarie nazionali possono emettere raccomandazioni ufficiali sull’uso delle dosi di richiamo, tenendo conto della situazione epidemiologica locale, nonché dei dati di efficacia emergenti e dei dati di sicurezza limitati per la dose di richiamo. A inizio ottobre il Chmp aveva già dato il via libera alla dose ‘booster’ di BioNTech/Pfizer, fissandola ad almeno 6 mesi dopo la seconda dose per tutta la popolazione over 18. Contestualmente era arrivata anche la raccomandazione di somministrare una dose extra di BioNTech/Pfizer e Moderna alle persone immunodepresse, almeno 28 giorni dopo la seconda dose.

L'articolo Vaccino anti-Covid, via libera dell’Ema anche alla terza dose di Moderna per gli over 18 proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Ballottaggi in Sicilia: l’asse Pd-M5s vince a San Cataldo e Lentini, Favara e Vittoria al centrosinistra. Male Fratelli d’Italia e la Lega

1 ura 44 min ago

La Sicilia boccia i sovranisti. È questo l’esito finale delle amministrative siciliane che hanno visto la conferma della vittoria del centrosinistra e in particolar modo dell’asse Pd-M5s, che vince nei Comuni chiave (San Cataldo e Lentini). Mentre i candidati dem vincono anche a Favara e Vittoria. La sfida all’interno del centrodestra sembra, invece, dar ragione a Fi e alla Dc del redivivo Totò Cuffaro, mentre va male Italia Viva nei pochi comuni in cui correva (e proprio adesso verrà presentato l’intergruppo all’Assemblea regionale Fi-Sicilia futura-Iv, previsto per martedì 26 alle 12). E di certo non va bene Fratelli d’Italia che perde in sei su 7 comuni in cui era presente col simbolo. Non brilla neanche il neo-leghista, Luca Sammartino, che perde la sfida etnea con Raffaele Lombardo e con Fi. Si votava domenica 24 e lunedì 25 ottobre per otto ballottaggi, dopo il primo turno del 10 e 11. E in questo secondo appuntamento elettorale perde soprattutto Giorgia Meloni che aveva scommesso sulla vittoria del suo candidato, Salvo Sallemi ma ha perso. A Vittoria, unica cittadina siciliana dove la leader di Fdi aveva fatto un comizio per sostenere Sallemi, ha vinto l’eterno Francesco Aiello, che diventa sindaco per la settima volta (su 9 candidature totali). A 76 anni, Aiello torna primo cittadino della cittadina ragusana, che ha governato per la prima volta nel 1978. Prima del Pci, poi Pds, poi Ds, Aiello, che non aveva aderito al Pd, era sostenuto dal Partito democratico, dalla lista di Claudio Fava e due liste civiche. Ha battuto Sallemi che era invece sostenuto da Fdi, Lega e Diventerà bellissima, il movimento di Nello Musumeci.

Si conferma così in Sicilia la vittoria del centrosinistra, quando al primo turno aveva incassato l’elezione in luoghi chiave come Caltagirone, dove aveva vinto il candidato sostenuto anche dal M5s, Fabio Roccuzzo.

Il centrosinistra vince in tutti e quattro i comuni in cui era al ballottaggio (su altri 4 la sfida era tutta interna al centrodestra), e il segretario regionale dei dem, Anthony Barbagallo festeggia: “Il Pd vince tutti i ballottaggi – commenta Barbagallo – insieme al M5s. Vinciamo anche a Favara in una sfida difficilissima e la sentitissima sfida di Vittoria. Anche nei ballottaggi il Partito Democratico marchia la differenza e da oggi inizia la riscossa che ci porterà verso le prossime elezioni Regionali”. Soddisfatto anche il presidente M5s Giuseppe Conte: “Ottime notizie dai ballottaggi in Sicilia dove si registrano vittorie importanti dei nostri candidati o comunque sostenuti dal M5s”, ha scritto su Twitter. “Un segnale importante in vista delle Regionali del 2022, che ci dà fiducia e ci sprona a dare sempre il massimo per tutti i cittadini”.

A Favara, vince il candidato del Pd, Antonio Palumbo, che batte Salvatore Montaperto, sostenuto da Fdi e Diventerà bellissima, il movimento del presidente Nello Musumeci. A San Cataldo, invece, vince, sostenuto da Pd e M5s, Gioacchino Comparato, che batte il candidato di Meloni, Claudio Vassallo, mentre a Lentini vince Rosario Lo Faro, sostenuto da tutto il centrosinistra (asse Giallo-Rosso e sinistra) che batte il candidato renziano, Saverio Bosco (l’unico renziano ai ballottaggi). In queste due città – secondo i più maligni – a fare la differenza ci sarebbero stati i voti di Totò Cuffaro, che avrebbe spostato l’asse sul centrosinistra. Di sicuro la nuova Dc di Cuffaro, stando ai voti di lista al primo turno era andata bene in entrambi i comuni. Delusione, invece, per i candidati sostenuti da Luca Sammartino, che perde la sfida interna al centrodestra catanese: a Misterbianco vince Marco Corsaro, sostenuto da Fi (e anche da Fdi), contro Ernesto Calogero, sostenuto da Sammartino che è appena passato da Italia Viva alla Lega ma ha presentato una lista col simbolo del quadrifoglio e nessun riferimento al Carroccio. In questo Comune – dove si votava al primo turno, assieme a Torretta, entrambi sciolti per mafia – il Pd che puntava sull’ex primo cittadino, Nino Di Guardo, e andava senza l’appoggio del M5s, non ha raggiunto la soglia di sbarramento e non è entrato in consiglio comunale.

Restando ai piedi dell’Etna, il candidato sostenuto da Sammartino, Carmelo Pellegrito, perde contro il candidato di Raffaele Lombardo, Fabio Mancuso, adesso primo cittadino di Adrano. Fratelli d’Italia perde anche a Canicattì, dove sosteneva il candidato Cesare Sciabarrà e a Porto Empedocle contro il candidato sostenuto da Fi, Calogero Martello. Fdi perde in sei dei 7 comuni in cui aveva presentato il simbolo (Canicattì, San Cataldo, Vittoria, Favara, Porto Empedocle e Rosolini). Non va meglio per il movimento del governatore (movimento autonomo ma vicino a Fdi), che dopo avere perso la roccaforte Caltagirone nel primo turno (lì governava il braccio destro di Musumeci), ha perso a Favara, nonostante la sua consigliera regionale, Giusi Savarino, avesse sventolato il risultato della lista al primo turno: “A Favara siamo primi, aveva detto Savarino. “La chiave di lettura è semplice: queste amministrative sono il de profundis per il governo Musumeci”, così commenta il capogruppo del M5S all’Ars, Giovanni Di Caro. Che continua: “I successi di oggi a Lentini, San Cataldo e Favara, uniti a quelli del primo turno di Caltagirone e Alcamo, dimostrano, da un lato, che il M5s del nuovo corso Conte è più vivo che mai e che con le alleanze giuste sui temi che interessano alla collettività è in grado di dire prepotentemente la sua – aggiunge – dall’altro comunicano la chiarissima volontà dei siciliani di chiudere al più presto con questo governo del nulla, di cui si ricorderanno, forse, solo i cavalli di Ambelia”.

L'articolo Ballottaggi in Sicilia: l’asse Pd-M5s vince a San Cataldo e Lentini, Favara e Vittoria al centrosinistra. Male Fratelli d’Italia e la Lega proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Ddl Zan, il Pd cerca una mediazione. Zan: “Ma prima Lega e Fdi ritirino la tagliola”. Maiorino (M5s): “Sull’identità di genere non si contratta”

1 ura 45 min ago

Si apre la settimana più difficile per il ddl Zan e forse una di quelle decisive per il provvedimento contro l’omotransfobia. La cautela è d’obbligo visti i continui rinvii e i tentativi dei partiti di evitare di arrivare al voto finale. Il primo a dare un segnale domenica sera è stato il segretario dem Enrico Letta: “Chiederò ad Alessandro Zan di fare un’esplorazione con le altre forze politiche per capire le condizioni che possano portare a un’approvazione del testo rapida“, ha detto ospite a Che Tempo Che Fa su RaiTre. Ma non solo. Ha ufficializzato l’apertura a delle modifiche, “purché non siano cose fondamentali, sostanziali, ma mi fido di Zan”, ha aggiunto affidandosi al primo firmatario dem del provvedimento. Ma cosa significa nel concreto? Mercoledì 27 ottobre il testo torna in Aula a Palazzo Madama e sarà necessario capire se ha i voti sufficienti per passare. Il tavolo di discussione sulle modifiche con il centrodestra e Italia viva (le forze che si oppongono al ddl), non si prospetta facile e finora non è stato possibile trovare un’intesa senza snaturare il provvedimento. Zan, su Twitter, ha ringraziato “per la fiducia e per l’impegno“. Il primo punto di mediazione, Zan lo ha proposto in serata: “La cosa importante è superare l’ostacolo della tagliola di mercoledì proposta da Fdi e Lega: se passasse la legge morirebbe. Se FdI e Lega volessero partecipare all’interlocuzione dovrebbero cancellare questa” proposta procedurale”, ha detto a RaiNews 24. “Io sentirò tutti non ho pregiudizi di fondo ma certo è che Lega e Fdi hanno fatto di tutto per affossare la legge, non di trovare accordo. Ci batteremo perché questo non accada” ha aggiunto. Mercoledì il Senato è chiamato a votare la proposta dei due partiti di “non passaggio all’esame” degli articoli del Ddl Zan: è una richiesta che verrà votata in Aula e, se la Presidente del Senato lo concederà, anche a scrutinio segreto. Se dovesse passare la proposta di Fdi e Lega l’intera legge finirebbe su un binario morto.

I due tavoli convocati: quello di maggioranza e quello dei capigruppo – Intanto, dopo il mandato ricevuto dal segretario del Pd Enrico Letta per “un’esplorazione con le altre forze politiche” il deputato dem Alessandro Zan – insieme alla capogruppo dem a Palazzo Madama, Simona Malpezzi – sta invitando i gruppi della maggioranza al Senato per incontri da tenere – singolarmente – da oggi ai prossimi giorni. E’ quanto si apprende da fonti parlamentari. Intanto, il presidente della commissione Giustizia di palazzo Madama, il leghista Andrea Ostellari, ha convocato per domani alle 17, al Senato, il tavolo politico con i capigruppo, attorno al quale già in passato sono stati cercati accordi sul Ddl Zan. Quelle di Zan e di Ostellari sono iniziative parallele, indipendenti l’una dall’altra. Nel Pd viene spiegato di nutrire una certa diffidenza per una iniziativa promossa dall’esponente di una forza politica, la Lega, che – sostengono i dem – mercoledì mira ad affossare la Legge, visto che ha chiesto di votare in Aula e a scrutinio segreto il “non passaggio agli articoli”.

M5s: “Non si contratta sull’identità di genere”. Ma Renzi e le destre non vogliono fare passi indietro – Chi ha ribadito quali sono i paletti per l’ex maggioranza giallorossa è stata invece la senatrice M5s Alessandra Maiorino: la parlamentare, anche lei tra le prime firmatarie del testo, ha infatti blindato sia l’estensione dei crimini d’odio alle discriminazioni sulla base di identità di genere e orientamento sessuale, sia il riferimento alle attività di prevenzione nelle scuole. “Il diritto all’identità di genere è stato inserito nella nuova Carta dei principi e dei valori del Movimento 5 stelle guidato da Giuseppe Conte“, ha scritto su Facebook. “Per questo motivo vigileremo affinché l’apertura di Letta non conduca a menomazioni inaccettabili della legge di contrasto all’omolesbobitransfobia. L’identità di genere, così come l’orientamento sessuale, non possono essere oggetto di contrattazione, e sono certa che Alessandro Zan convenga con me su questo. Irrinunciabili sono anche i percorsi di educazione al rispetto nelle scuole, da noi fortemente voluti. Ogni forma di discriminazione deve essere combattuta innanzitutto sul piano culturale, affinché il contrasto all’odio e al pregiudizio sia efficace e fondato su solide basi. La repressione del fenomeno, pur necessaria, non è da sola sufficiente. Detto questo, siamo pronti a trovare un’intesa per dare all’Italia questa legge di civiltà”.

Sia i renziani che il centrodestra vorrebbero proprio che saltasse il riferimento all’identità di genere. Una modifica che però, non permetterebbe di tutelare le persone trans. Senza contare che l’articolo 1, quello che anche Italia viva chiede di modificare in senso restrittivo, è stato sottoscritto proprio dalla deputata renziana Lucia Annibali. L’altro grande argomento usato dal centrodestra per tentare di bloccare la legge, riguarda le iniziative nelle scuole per la giornata contro l’omotransfobia: attività non obbligatorie e che sarebbero concordate con genitori, presidi e insegnanti, ma che sono contestate dalle destre.

Sul tema è intervenuto anche il presidente della Camera Roberto Fico. “A Montecitorio il ddl Zan è stato approvato, ora è al Senato e il dibattito dev’essere importante, però bisogna arrivare a un’approvazione”, ha dichiarato a margine di un evento a Napoli. “Se poi ci sono aperture da parte del Pd questa è una questione, ma l’importante è che vada a buon fine il provvedimento e vada a buon fine con i contenuti del provvedimento”. Letta su RaiTre ha rivendicato la decisione di non accettare modifiche al testo: “Sono stato molto rigido nei mesi scorsi e questo ci ha consentito di arrivare all’Aula del Senato”. Letta nella sua intervista ha anche aggiunto: “Io non voglio lasciare nulla di intentato, poi ognuno si assumerà le proprie responsabilità”. Il problema però rimangono i numeri a Palazzo Madama. Innanzitutto, mercoledì ci saranno due voti a scrutinio segreto per decidere il via libera all’esame degli articoli del disegno di legge. E l’ago della bilancia rischiano di essere proprio i 18 voti in mano a Italia Viva. E infatti Matteo Renzi ora esulta: “Hanno capito che senza modifiche rischia davvero di non passare“, ha detto da Cagliari. E ancora: “Ci sono punti dello Zan in cui non c’è consenso. Se si modifica il testo in 15 minuti si porta a casa il risultato, ci si mette d’accordo sui tempi alla Camera”. Al tavolo delle trattative siederà anche Matteo Salvini e già in estate i due Matteo avevano siglato un patto a Palazzo Madama, ma le condizioni poste rischiano di essere inaccettabili per Pd e M5s.

L'articolo Ddl Zan, il Pd cerca una mediazione. Zan: “Ma prima Lega e Fdi ritirino la tagliola”. Maiorino (M5s): “Sull’identità di genere non si contratta” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Il Sole 24 Ore chiude la stamperia di Carsoli in Abruzzo. Trasferimento a Milano e Roma per 73 dipendenti

2 uri 16 min ago

La notizia era nell’aria ma ora c’è l’ufficializzazione. Il gruppo Sole 24 Ore chiuderà la stamperia di Carsoli in provincia de L’Aquila con il conseguente trasferimento di funzioni produttive e personale da Roma a Milano. Da tempo le rotative erano ferme, i dipendenti in solidarietà. Ora, se vorranno mantenere il posto di lavoro 73 poligrafici dovranno insomma fare le valigie e spostarsi a Milano o Roma. Stando a quanto rende noto l’azienda, il piano si rende necessario per efficientare le attività e accelerare la trasformazione digitale dei prodotti editoriali. La mossa del gruppo di Confindustria fa parte di un più ampio piano, l’ennesimo, di riduzione dei costi che prevede, tra l’altro, l’uscita di 60 giornalisti su 273 tra quotidiano, Radio24 e agenzia Radiocor e di 80 dipendenti amministrativi.

“Da tempo sosteniamo che il settore dell’editoria ha bisogno di interventi strutturali per accompagnare i cambiamenti in atto, scongiurando catastrofi occupazionali. Il rischio, senza misure di sostegno adeguate, è che le ristrutturazioni consistano solo in tagli e prepensionamenti, ossia in un impoverimento professionale. Il Governo deve intervenire con urgenza attuando una riforma strutturale del settore, finanziata anche da parte delle risorse europee messe a disposizione per il Pnrr. L’obiettivo da conseguire è favorire la trasformazione digitale, tutelando la libertà di informazione, vale a dire: assicurandole la solidità economica necessaria per poter essere corretta e trasparente” scrive la Slc Cgil in una nota a commento della chiusura di Carsoli.

Un piano di tagli che va incontro alle volontà del presidente di Confindustria Carlo Bonomi intenzionato a ridurre del 25% il costo del lavoro, puntualmente messa in atto dall’amministratore delegato Giuseppe Cerbone e dal direttore Fabio Tamburini. Una cura dimagrante che potrebbe far ricorso ai prepensionamenti, finanziati con soldi pubblici, qualora la prossima legge di bilancio dovesse rifinanziare la dotazione per questo tipo di interventi. Il prossimo 30 novembre scadrà il termine per gli esodi volontari per cui il gruppo offre una dote di due annualità di stipendio. Una proposta che non deve aver raccolto sinora grandi adesione visto che i toni si stanno facendo via via più aspri. Dal primo dicembre, in teoria, potrebbero partire le prime lettere di licenziamento.

L'articolo Il Sole 24 Ore chiude la stamperia di Carsoli in Abruzzo. Trasferimento a Milano e Roma per 73 dipendenti proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Cannabis, nessuna resistenza politica: c’è semmai indifferenza

2 uri 19 min ago

Dopo troppe chiacchiere alle spalle dei malati, è ormai chiaro quale sia il vulnus nella distribuzione della cannabis medica ai pazienti terminali, ai sofferenti di Parkinson, Alzheimer, fibromialgia, epilessia e tante altre gravi patologie. Ed è proprio la confusione fra la proibizione della marijuana ad uso ludico e quella destinata a chi soffre ad aver creato numerosi equivoci, alimentati anche da secolari pregiudizi anche se, dal 1840 ad oggi, sono ben 26.626 i lavori scientifici pubblicati che confermano gli effetti terapeutici della cannabis.

Atteggiamenti ostili hanno pesato, illo tempore, sulla marijuana: anche per precisi interessi economici. Pensiamo al magnate dei giornali Usa William Randolph Hearst che, già negli anni Trenta, per utilizzare solo lui la cannabis (o canapa) a basso prezzo, per stampare i propri giornali in alternativa alla cellulosa attivò, in linea con il cosiddetto yellow jounalism (le odierne fake news) una potente campagna che portò alla proibizione della pianta da parte del presidente Roosevelt. Persistono però, a tutt’oggi, ombre ideologiche su questa controversa pianta.

“Mettiamo anche che, nel mondo più liberale che ci sia, la cannabis venga liberalizzata”, spiega il dottor Marco Bertolotto, primario di Terapia del dolore e Cure palliative al Santa Corona di Pietra Ligure (del resto una legge in questo senso, se mai verrà approvata, è oggi al vaglio della Camera e il risultato di un referendum staziona alla Corte Costituzionale). “Per noi medici il problema è un altro. La cannabis terapeutica va utilizzata con continuità, nella stessa quantità come si fa per un farmaco, e per un risultato sicuro abbiamo bisogno di un prodotto perfettamente standardizzato, coltivato da un’azienda farmaceutica o agricola ad altissima tecnologia: il terreno in cui la cannabis viene coltivata dev’essere privo di sostanze nocive come i metalli pesanti: la cannabis, infatti, è un fitoaccumulatore che assorbe tutto ciò che sta nella terra, ma anche nell’aria, sennò può essere nociva. Inoltre la cannabis che si vende oggi al mercato nero, rispetto a quella degli anni sessantottini – e ci sono degli studi su questo – spesso viaggia con un THC, un suo principio attivo, che può arrivare al 30-40% contro il 3-4% di allora. E spesso ci spruzzano sopra la chetamina per creare particolari effetti”.

Ma veniamo al nodo gordiano della vicenda: “Al Ministero della Salute c’è un ufficio apposito per la cannabis terapeutica in base a una risoluzione dell’Onu del ’64” prosegue Bertolotto. “In realtà la quantità ordinata è sottostimata di almeno due terzi. E la cannabis manca. Adesso, per esempio, io ho attivi quasi duemila pazienti che restano, per ora, senza terapia. Il Ministero olandese che fornisce mensilmente la cannabis all’Italia manda quella che chiediamo. Inizialmente gli italiani hanno detto: ce la produciamo noi con l’Istituto farmaceutico militare di Firenze che, però, senza una specifica preparazione, non può farcela. Oggi producono cinquanta, massimo cento chili all’anno. In Germania, che è partita cinque anni dopo di noi, se ne producono dalle sei alle otto tonnellate. Ne ho parlato spesso con i politici: non serve una nuova legge, quella che abbiamo è una delle migliori al mondo. Tanto che vennero da noi molte aziende, israeliane, canadesi e altre ancora che si offrivano di produrre cannabis in Italia, ma le hanno stancate tutte a forza di cavilli e rinvii. In realtà, non c’è resistenza politica, semmai indifferenza trasversale: la resistenza sta, invece, all’interno dell’amministrazione sanitaria. Noi medici che ci occupiamo di questo tema dicevamo ai politici: guardate che la cannabis prodotta non ci basta. Loro chiamavano i funzionari del Ministero della Sanità e loro obiettavano: non è vero, non serve, negando persino i dati. Vorrei vedere se mancassero i farmaci antitumorali o per il diabete… a pensar male direi: manca il business? Spero, a questo punto, che comincino a produrla le industrie farmaceutiche, oggi impotenti per via del brevetto mancante, brevetto che esiste invece per la somministrazione”.

Qual è la trafila? “Il paziente con la mia ricetta deve andare in una farmacia galenica o in quelle degli ospedali”. E qui ogni regione ha legiferato a modo suo. In Lombardia, ad esempio, le farmacie non fanno pagare la cannabis, basta presentare la ricetta del medico di base su richiesta di un centro antidolore (a Milano c’è, ad esempio, la Clinn, un organismo che utilizza il sistema ennacannabinoide e che fornisce ai pazienti anche un sistema di monitoraggio). In altre regioni non è così: in Liguria la si può avere gratis solo in ospedale, a Savona, pensate ai disagi di un malato, ad esempio di una malattia degenerativa che abita a Genova o a La Spezia.

Uno spiraglio proprio nei giorni scorsi si è aperto: il sottosegretario Andrea Costa ha ammesso i disagi attuali (“Oggi il fabbisogno è di 1400 chili l’anno, ma l’Istituto farmaceutico militare di Firenze è in grado di produrne 300”) e ha promesso che “nelle prossime settimane saranno pronti i bandi per la coltivazione di cannabis terapeutica da parte di aziende pubbliche e private”. Ne sarebbero felici anche i farmacisti che ribattono come “nelle regioni in cui le preparazioni galeniche della cannabis non sono rimborsate, il costo per i pazienti può arrivare anche a 500 euro al mese”. I malati, speranzosi, ringraziano.

L'articolo Cannabis, nessuna resistenza politica: c’è semmai indifferenza proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

No green pass, dirigente del ministero della Giustizia insulta Draghi e il governo: “Banda di delinquenti, capeggiata da vile affarista”

2 uri 30 min ago

Il governo? “Una banda di delinquenti“, capeggiato con un presidente del Consiglio “vile affarista“. Inizia così un video pubblicato sulla propria pagina Facebook da Antonio Pappalardo, funzionario del ministero della Giustizia, capo centro per la giustizia minorile di Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e provincia di Massa Carrara (che si trova a Torino). Candidato alle ultime amministrative nel capoluogo piemontese con il partito fondato da Gianluigi Paragone, Pappalardo è un fervente oppositore dell’obbligo di green pass. E ne parla in decine di post e video, in cui espone tutti i cavalli di battaglia dei No green pass e dei No vax, a metà tra negazionismo, fake news e politica. In un video, ad esempio, commenta con “bugiardi e criminali” alcuni dati sull’andamento dell’epidemia di Covid, mentre in un altro ancora invita Draghi e i ministri Speranza a Lamorgese alle dimissioni

L'articolo No green pass, dirigente del ministero della Giustizia insulta Draghi e il governo: “Banda di delinquenti, capeggiata da vile affarista” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Boom di iscrizioni al corso di esorcismo: 137 ‘in classe’, ci sono anche laici. “Con il virus crescita di richieste di sostegno psicologico”

2 uri 41 min ago

A scuola di esorcismi dopo la pandemia. Ha registrato un boom di iscrizioni il corso sull’esorcismo e la preghiera di liberazione organizzato dall’Istituto Sacerdos dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum in Roma e dal Gruppo di ricerca e informazione socio-religiosa (Gris). Giunto ormai alla 15esima edizione, il corso, che si terrà fino al 30 ottobre prossimo, è il primo al mondo nel suo genere. Come spiegano gli organizzatori, “propone una ricerca accademica attenta e multidisciplinare sul ministero dell’esorcismo e della preghiera di liberazione. Una risposta concreta, approfondita e professionale a questa tematica attuale e spesso ancora poco ben conosciuta”. Tra le principali novità dell’edizione 2021, ci saranno la presentazione di un’importante ricerca sull’esorcismo realizzata da Sacerdos in collaborazione con il Gris e l’Università di Bologna; una tavola rotonda tra esorcisti di diverse confessioni cristiane; e, inoltre, l’intervento di un sacerdote francese, don Olivier Rolland, esperto in preghiera di guarigione. Il corso è in italiano con traduzione simultanea in inglese e spagnolo.

Le iscrizioni sono aumentate notevolmente dopo il Covid-19. Dei 100 iscritti in presenza e dei 37 che seguiranno le lezioni online, circa la metà sono laici, anche di altre confessioni cristiane, ha spiegato il coordinatore del corso, padre Luis Ramirez. Il sacerdote ha sottolineato che in questi anni si è registrata una partecipazione sempre crescente, inizialmente di vescovi e sacerdoti, per lo più esorcisti, e successivamente anche di numerosi laici. Nonostante non possano eseguire una preghiera di liberazione, padre Ramirez ha precisato che è importante la formazione dei laici proprio perché spesso affiancano un esorcista, facendo parte stabile del suo staff, e partecipano al rito “con un ruolo di sostegno alla preghiera, ai familiari o anche, se si tratta di medici, con un supporto medico-scientifico”. Il sacerdote ha, inoltre, spiegato, che “con la pandemia non sono aumentate le richieste di esorcismi, ma di aiuti e sostegni psicologici. Oggi, rispetto per esempio agli anni Novanta, nella Chiesa in generale, sia da parte dei vescovi, sia dei laici, si è diffusa una maggiore coscienza di questa tematica”. Da qui, l’interesse sempre crescente per il corso organizzato dall’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.

Un interesse alimentato anche dalla predicazione di Papa Francesco che ha parlato dell’argomento: “Quando si avvicina il seduttore, incomincia a sedurci: ‘Ma pensa questo, fa quello’. La tentazione è di dialogare con lui, come ha fatto Eva; e se noi entriamo in dialogo con il diavolo saremo sconfitti. Mettetevi questo nella testa e nel cuore: con il diavolo mai si dialoga, non c’è dialogo possibile”. E ha spiegato: “Il demonio, quando prende possesso del cuore di una persona, rimane lì, come a casa sua e non vuole uscirne. Per questo tante volte quando Gesù scaccia i demoni, questi cercano di rovinare la persona, di fare del male, anche fisicamente. Pensiamo a quel ragazzino che il papà presenta a Gesù perché sia guarito, cioè perché il demonio sia scacciato via. E quando esce il demonio lo lascia come morto sul pavimento. Non vuole uscire da noi quando è dentro. Non vuole uscire”. Invitando più volte i fedeli a starne lontani: “Per favore, non facciamo affari con il demonio”. E aggiungendo spesso che “il diavolo entra dalle tasche”.

La predicazione di Bergoglio contro il demonio si è resa necessaria anche perché ci sono ancora molti cristiani che negano la sua esistenza. Lo ha spiegato fra Benigno, al secolo Calogero Palilla, uno dei massimi esorcisti a livello internazionale: “Negare l’esistenza del diavolo e, conseguentemente, la possibilità dei disturbi di origine diabolica, significa non capire il senso del Rito degli esorcismi, un testo liturgico, questo, che la Chiesa ha messo nelle mani di noi esorcisti. Se, infatti, il diavolo e i demoni non dovessero esistere e, conseguentemente, neppure le possessioni diaboliche, le vessazioni e le infestazioni, allora che senso avrebbero gli esorcismi fatti da noi esorcisti in nome della Chiesa? Noi saremmo degli incaricati da parte della Chiesa per combattere in suo nome degli esseri che non esistono? Assurdo solo pensarlo”.

Per il religioso, infatti, “se la Chiesa, attraverso il Rito degli esorcismi, prega per la liberazione di una persona dal diavolo, vuol dire che essa crede all’esistenza del diavolo e alla possibilità delle possessioni o vessazioni diaboliche e, quindi, è rivelativa, questa preghiera, del fatto che l’esistenza del diavolo sia una verità trasmessa a noi da Dio e, quindi, da credere per fede con la Chiesa”. Per questo motivo, secondo fra Benigno “quei cattolici, che ancora si ostinano a non credere all’esistenza del diavolo e dei demoni e, conseguentemente, alla possibilità delle possessioni e vessazioni diaboliche, farebbero bene a recedere da questa loro posizione e ad aprirsi finalmente alla rivelazione che Dio ci ha fatto di questa verità”.

Twitter: @FrancescoGrana

L'articolo Boom di iscrizioni al corso di esorcismo: 137 ‘in classe’, ci sono anche laici. “Con il virus crescita di richieste di sostegno psicologico” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Referendum sull’abolizione della caccia, raggiunto l’obiettivo del mezzo milione di firme: “Altre 100mila e poi il voto”

2 uri 48 min ago

Nuovo passo in avanti verso il referendum per lo stop alla caccia. Il “Comitato Sì Aboliamo La Caccia” ha comunicato che sabato 23 ottobre è stato raggiunto l’obiettivo delle 500mila firme necessario per avviare l’iter di validazione del quesito referendario. Un traguardo decisivo fissato l’1 luglio scorso, quando l’organizzazione di attivisti a tutela dell’ambiente e degli animali ha deciso di scendere in campo per riportare il tema all’attenzione del dibattito pubblico dopo 30 anni dal tentativo fallimentare del 1990. Ora la palla passa alla Corte di Cassazione, che dovrà verificare la validità delle adesioni e poi cedere il testimone alla Consulta per il controllo di legittimità costituzionale.

“Siamo felici di aver raggiunto un traguardo di tale portata, è stata dura ma ce l’abbiamo fatta”. Così il presidente del Comitato Tony Curcio ha commentato la notizia al fattoquotidiano.it. “Il prossimo obiettivo è quello di raccogliere altre 100mila firme ‘di scorta’ per supplire a quelle che verranno annullate”, ha spiegato Curcio, precisando che “sarà possibile aderire all’iniziativa direttamente sul sito web dell’organizzazione entro le ore 12.00 del 28 ottobre“. “All’inizio pensavamo sarebbe stato più facile arrivare a questo punto ma senza la giusta copertura mediatica abbiamo dovuto lavorare solo tramite il passaparola e le cose si sono complicate”, ha detto l’attivista. Da qui, il suo “grazie agli oltre 1.500 volontari che hanno contribuito a questo importante risultato”. Quanto alle prossime tappe, il percorso tracciato da Curcio è chiaro: “Sabato depositeremo le firme raccolte in Cassazione, che valuterà se sono valide. Toccherà poi alla Consulta esprimere il suo parere sul testo: in caso di esito positivo, la speranza è che il voto sia fissato la prossima primavera. Ci auguriamo possa volgersi in concomitanza con quelli degli altri referendum oggetto di discussione perché un eventuale election day potrebbe portarci indirettamente più consensi“.

UN SOGNO CHE DIVENTA REALTÀ

Stiamo raggiungendo un traguardo storico: siamo arrivati alle 500 mila firme!

Il lavoro di volontarie e volontari è stato strepitoso, senza sosta. Stanno affrontando una corsa contro il tempo.

Non possiamo fermarci: servono altre firme di sicurezza pic.twitter.com/XtvHNEhlWi

— Comitato Sì Aboliamo la Caccia (@AboliamoCaccia) October 23, 2021

Come precisato dal presidente di “Comitato Sì Aboliamo La Caccia”, alla base del referendum non c’è sono la questione etica incentrata sul rispetto della vita animale ma anche gli altri danni causati dall’attività venatoria: “Ogni anno molte persone vengono ferite o uccise accidentalmente dai cacciatori mentre con ancor più frequenza a rimanere coinvolti sono gli animali domestici”. Non solo, spiega Curcio: “Occorre anche considerare l’inquinamento causato dal piombo delle cartucce, che si deposita sul terreno e in certi casi penetra fino alle falde acquifere contaminandole”.

Quella del Comitato non è la prima iniziativa promossa in questo senso. Un tentativo di abolizione della caccia era stato fatto anche nel 1990, quando Partito Radicale, Verdi, Partito Comunista, Democrazia Proletaria e svariate associazioni ecologiste avevano proposto due quesiti referendari volti a porre restrizioni sulle normative che regolano l’attività venatoria e l’accesso ai fondi privati da parte dei cacciatori. Il 3 giugno gli aventi diritto furono chiamati a esprimere il loro giudizio ma i referendum non raggiunsero il quorum e la consultazione fu dichiarata non valida. Una seconda iniziativa di questo tipo fu tentata nel 1997, quando i Radicali proposero l’abolizione della possibilità per il cacciatore di entrate liberamente nel fondo altrui: anche in questo caso il numero minimo di votanti non venne raggiunto.

L'articolo Referendum sull’abolizione della caccia, raggiunto l’obiettivo del mezzo milione di firme: “Altre 100mila e poi il voto” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Colpo di Stato militare in Sudan: il presidente Abdalla Hamdok ai domiciliari. Esercito contro manifestanti: “2 morti e 80 feriti”

3 ure 3 min ago

Il piano che era fallito appena un mese fa, conclusosi con 40 arresti all’interno dell’esercito, è stato portato a compimento oggi: colpo di Stato in Sudan, dove alcuni militari legati al generale Abdel Fattah al-Burhan hanno assediato l’abitazione del primo ministro Abdalla Hamdok, dichiarandolo agli arresti domiciliari. Il ministero dell’Informazione ha emesso una nota in cui, senza parlare di golpe, conferma che “membri civili del Consiglio sovrano di transizione e un certo numero di ministri del governo di transizione sono stati arrestati da forze militari congiunte”, e ha precisato che gli arrestati sono stati condotti in un luogo non precisato. “L’accesso alle telecomunicazioni è stato limitato – fa sapere al-Jazeera da Khartum – quindi è molto difficile ottenere informazioni su cosa stia succedendo”. Intanto l’ufficio del primo ministro ha invitato i manifestanti a scendere in piazza: “Chiediamo al popolo sudanese di protestare usando tutti i mezzi pacifici possibili per riprendersi la rivoluzione dai ladri”, ha scritto l’ufficio di Hamdok in una nota. Intanto, però, al-Burhan ha dichiarato lo stato d’emergenza e imposto il coprifuoco nel Paese, oltre a sciogliere il governo, pur assicurando che “l’esercito assicurerà il passaggio democratico fino all’attribuzione del potere a un governo eletto”.

Un appello che rischia di finire nel sangue, dato che le forze armate hanno sparato contro manifestanti che rifiutavano il colpo di Stato militare a Khartum: l’esercito ha usato “munizioni vere” contro i contestatori fuori dal quartier generale dell’esercito nel centro di Khartum, al quale l’accesso è impedito da blocchi di cemento e militari da diversi giorni, provocando almeno 2 vittime e 80 feriti, secondo al-Jazeera.

Non ci sono al momento rivendicazioni dell’operazione, ma secondo alcune fonti ad aver preso il controllo sono militari fedeli al generale Burhan, in un momento delicatissimo della transizione del Paese diviso in due fazioni dopo la cacciata dell’ex presidente Omar al-Bashir. Di recente i gruppi pro-democrazia avevano messo in guardia da un possibile colpo di mano dopo che le forze di sicurezza avevano disperso con i lacrimogeni una manifestazione di filomilitari che chiedeva lo scioglimento del governo di transizione. I manifestanti avevano bloccato per breve tempo le strade e i ponti principali di Khartum, isolando l’area centrale dai quartieri settentrionali.

Internet è bloccato in tutto il Paese e le strade principali e i ponti di accesso alla capitale sono stati chiusi, ha riferito il ministero dell’informazione. Decine di manifestanti hanno dato fuoco a pneumatici di auto durante raduni formatisi in strada per protestare contro gli arresti, ha constatato un corrispondente dell’Afp. La televisione di Stato ha iniziato a trasmettere canti patriottici. La Sudanese Professionals Association, un gruppo di sindacati che ha avuto un ruolo primario nella guida delle proteste contro il regime del presidente-autocrate Omar al Bashir del 2019, ha denunciato un “golpe militare” e ha esortato i manifestanti a “resistere strenuamente”.

“Condanno il colpo di stato militare in corso in Sudan. Il primo ministro Abdalla Hamdok e tutti gli altri funzionari devono essere rilasciati immediatamente“, ha detto il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. In un messaggio su Twitter ha sottolineato che “deve esserci il pieno rispetto della Carta costituzionale per proteggere la transizione politica faticosamente conquistata”, assicurando che le Nazioni Unite “continueranno a stare dalla parte del popolo del Sudan”. Gli Stati Uniti, invece, si sono detti “profondamente allarmati” dalle notizie sul colpo di Stato in Sudan e “chiedono l’immediato rilascio del primo ministro e delle altre persone che sono state arrestate”, ha detto un portavoce della Casa Bianca. “Le azioni di oggi sono in duro contrasto con la volontà del popolo sudanese e le sue aspirazioni di pace, libertà e giustizia”, ha sottolineato il portavoce, aggiungendo che “gli Stati Uniti continuano a sostenere fortemente la domanda del popolo sudanese per una transizione democratica”.

Il Sudan sta attraversando una transizione segnata da divisioni politiche e lotte di potere dopo la cacciata di Bashir nell’aprile 2019. Dall’agosto di quell’anno, il Paese è guidato da un’amministrazione civile-militare incaricata di sovrintendere alla transizione verso un governo del tutto formato da civili. Ma il principale blocco civile – le Forze per la libertà e il cambiamento (Ffc) – che ha guidato le proteste anti-Bashir nel 2019 si è frammentato in due fazioni.

La scorsa settimana decine di migliaia di sudanesi avevano sfilato in diverse città per sostenere il pieno trasferimento del potere ai civili e per contrastare un sit-in rivale allestito da giorni davanti al palazzo presidenziale di Khartoum chiedendo il ritorno al “governo militare”. Il premier Hamdok in precedenza aveva descritto le divisioni nel governo di transizione come la “crisi peggiore e più pericolosa” che deve affrontare la transizione.

L'articolo Colpo di Stato militare in Sudan: il presidente Abdalla Hamdok ai domiciliari. Esercito contro manifestanti: “2 morti e 80 feriti” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Criminalità, Milano è il peggior capoluogo d’Italia: allerta per risse, stupri e traffico di droga. Picco anche dei reati informatici

3 ure 5 min ago

Milano è la prima provincia italiana per indice di criminalità nel 2021, dice una classifica stilata dal Sole 24 Ore basata sul numero di denunce ogni centomila residenti. Tra i capoluoghi di provincia seguono Bologna, Rimini e Prato, mentre l’ultimo – considerato il più sicuro – è Oristano. L’allerta riguarda soprattutto le violenze sessuali, le risse urbane e il traffico di droga: si registra anche un picco di reati informatici, oltre 800 nei primi sei mesi dell’anno.

Le criticità in materia di sicurezza – osserva il quotidiano finanziario – sono presenti in particolare nelle grandi aree metropolitane, tutte tra le prime venti posizioni in graduatoria. Milano è in testa, ma rispetto al 2019 fa segnare un – 27% di reati. Roma invece è scesa al settimo posto con una flessione del 18,3% nel 2020, bilanciata da un aumento del 12,5% nei primi sei mesi del 2021. Firenze è quinta, ma segna il calo più marcato (-31% rispetto al 2019). Primato negativo di Padova per quanto riguarda i reati di droga, di Parma per le rapine nei negozi e di Imperia per percosse e lesioni dolose.

In totale le denunce sono state il 7,5% in più del 2020 (ma ancora -17% dal 2019). A crescere, dopo la brusca flessione nei mesi di lockdown, sono stati scippi (+35%), furti di auto e moto (+16%), mentre si è rubato di meno negli appartamenti. Anche le violenze sessuali crescono del 18% in un anno: in media sono 13 le denunce ogni giorno. Sono aumentate anche le violenze urbane e le risse, con 224 episodi di minacce e percosse ogni ventiquattr’ore.

L'articolo Criminalità, Milano è il peggior capoluogo d’Italia: allerta per risse, stupri e traffico di droga. Picco anche dei reati informatici proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Milano, i commercianti esasperati dai cortei No Green Pass: “Costretti a chiudere i negozi, perdiamo il 25% del fatturato” – Video

3 ure 7 min ago

A Milano è stato l’ennesimo sabato di forti disagi causati dal corteo, non autorizzato, dei No Green Pass. Partito da piazza Duomo ha sfilato per diverse ore per le vie di Milano causando, come spiegano diversi commercianti di corso Buenos Aires, “moltissimi disagi, tra i quali: chiusura forzata del locale, assenza dei clienti nei negozi e problemi alla circolazione urbana.” Una situazione che per molti dei commercianti sta diventando un problema anche di natura economica: “Perdiamo in media il 25 per cento del fatturato del sabato”, spiega un esercente che ha un negozio di abbigliamento storico. “Siamo costretti a subire senza la possibilità di farci nulla”, conclude.

L'articolo Milano, i commercianti esasperati dai cortei No Green Pass: “Costretti a chiudere i negozi, perdiamo il 25% del fatturato” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija