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Napoli, centri sociali contestano Salvini: scontri con la polizia, un giovane ferito

19 min 26 sek ago

Scontri con la polizia e un 15enne ferito alla testa nelle proteste per la visita di Matteo Salvini a Napoli. Il centro sociale Insurgencia ha contestato il ministro dell’Interno, in città per partecipare al comitato per l’ordine e la sicurezza, con un corteo arrivato fin dentro la Galleria Umberto, a poche decine di metri dalla Prefettura, dove era in corso la riunione del vicepremier con le autorità locali.

Il loro avvicinamento al palazzo di governo è stato frenato dalla polizia che, in assetto antisommossa, blocca l’uscita della Galleria verso il Teatro San Carlo. In una ventina hanno tentato di sfondare il blocco e gli agenti li hanno respinti con una carica di alleggerimento nella quale un minorenne è rimasto ferito alla testa da un colpo di manganello. Dopo aver definito quella di Napoli una “accoglienza straordinaria”, Salvini durante la conferenza stampa ha poi chiamato in causa gli attivisti in piazza: “Mi hanno detto che ci sono i soliti quattro deficienti dei centri sociali”, ha detto.

Poco prima, i partecipanti avevano inscenato una lezione per fare il verso alla partecipazione del ministro alla trasmissione di Rai Tre “Alla lavagna”, durante la quale ha risposto alle domande di una classe di studenti su diversi temi tra i quali il sovranismo. “Salvini alla lavagna a lezione con Insurgencia”, recitava lo striscione portato dai manifestati che hanno tenuto una lezione di antirazzismo, criticando la Lega e Salvini sulla sicurezza ambientale e nella scuola italiana.

“Per noi sicurezza – spiega uno dei manifestanti che fa lezione – vuol dire prima di tutto che non dobbiamo più morire di tumore in Campania per i rifiuti speciali che le aziende del nord continuano da anni a sversare nella nostra Regione”. Al termine della lezione i manifestanti hanno dato appuntamento al corteo studentesco in programma domani mattina a Napoli con lo slogan “Alla vostra sicurezza Napoli si ribella” che partirà da piazza Garibaldi.

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Decreto Genova, ok del Senato: è legge. Caos in Aula, le opposizioni contro Toninelli che esulta con il pugno alzato

20 min 49 sek ago

Il decreto Genova diventa legge, ma subito dopo averlo approvato il Senato va in frantumi. Uno scontro tutti contro tutti che va oltre il merito, che – anzi – non tiene conto del merito, cioè della necessità di un diverso ordine quando ci si occupa di certe questioni, come il crollo di un ponte che ha causato 43 morti. Grida, cori, cartelli, gesti di esultanza, volti arrossati, vene ingrossate. “Quei 43 morti pesano sulla coscienza di tutti: francamente avrei desiderato un Aula diversa” dice sconsolata la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati alla fine della seduta, subito prima di invitare l’assemblea a un minuto di silenzio. Sotto accusa, alla fine, è finita la stessa gestione dell’Aula da parte della Casellati: “Se ci fosse stata un po’ più di gestione dei vari gruppi, senza escandescenze nelle discussioni – dice per esempio il viceministro dei Trasporti, il leghista Edoardo Rixi – probabilmente anche le espressioni da parte del governo non ci sarebbero state, mentre c’è stato un crescendo wagneriano in Aula che a mio avviso non fa onore a nessuno”. Il decreto alla fine è passato con 167 sì, 49 no e 53 astenuti (Forza Italia). Tra i favorevoli ci sono anche i Fratelli d’Italia, ma non il senatore M5s Gregorio De Falco che questa volta però non l’ha fatto apposta: credeva che la seduta fosse sospesa ed è corso per cercare di arrivare in tempo, ma invano. “Tutto sommato meglio così. Evidentemente era destino, il fato…”.

La bolgia è esplosa soprattutto quando il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli ha alzato il pugno in Aula, dai banchi del governo, per esultare dopo che ha visto che il decreto era passato. L’ultimo gesto, secondo le opposizioni, di mancanza di rispetto nei confronti della tragedia di Genova. Alla vista del pugno si scatena soprattutto Forza Italia che denuncia la cosa alla presidente Casellati, costretta a sospendere la seduta per la confusione e le urle belluine. Ad accusare Toninelli, in particolare, è la capogruppo di Forza Italia Anna Maria Bernini, che ha rinfacciato al ministro di “aver sollevato il pugno durante la votazione, parlato al telefonino e masticato la gomma americana durante le dichiarazioni di voto”. “E’ inaccettabile e indecente quello che ha fatto il ministro Toninelli – ha aggiunto – Non gli chiediamo di condividere o comprendere quello che stiamo dicendo, ma ascolti e dia il buon esempio alle scolaresche che ci stanno guardando. Ministro, non venga più in Aula ad alzare i pugni”. Il capogruppo del Pd Andrea Marcucci, invece, se l’è presa con la stessa Casellati che – per il democratico – non avrebbe fatto nulla per sanzionare lo stesso Toninelli e la ministra del Sud Barbara Lezzi tra gli altri “accusati” dalle minoranze. Marcucci ha chiesto alla Casellati “di chiudere con dignità questa seduta con un minuto di silenzio per i morti di Genova”. Una tensione che si trasmette, a sorpresa, perfino nella dialettica tra la stessa Bernini e la Casellati, entrambe storiche esponenti di Forza Italia. Al coro “dimissioni” dai banchi degli azzurri, in particolare, la Casellati ha più volte ripetuto “Non vi fa onore”, uno dei tanti modi in cui ha cercato di placare i gruppi. “Ora basta, non siamo in un asilo“, ha ribadito.

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Altra diavolina è arrivata con l’intervento dello stesso ministro Toninelli: “In questa Aula c’è qualche responsabile che ha permesso ad Autostrade di ingrassare i propri bilanci: non replico a chi mi ha attaccato personalmente” ha scandito, puntando il dito contro i “responsabili” di una “tragedia evitabile“. “Non replicherò a coloro che mi hanno attaccato personalmente perché – precisa – uno è stato già mandato a casa dagli italiani” e l’altro ha ricevuto a Genova un rinvio a giudizio per peculato”. Il riferimento, verosimilmente, è rispettivamente all’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi (intervenuto in Aula a nome del Pd) e all’ex governatore della Liguria Sandro Biasotti, che ha preso la parola per Forza Italia: entrambi avevano criticato in modo molto severo il ministro.

Toninelli ha ricordato che il provvedimento per Genova stanzia 300 milioni di euro per Genova e i genovesi “e chi oggi ha gioito l’ha fatto per i cittadini di Genova e per le 266 famiglie che hanno perso casa e che da domani avranno soldi stanziati per comprare finalmente una nuova abitazione”. A difendere Toninelli, in Aula, è stato anche il capogruppo dei Cinquestelle, Stefano Patuanelli: “Un piccolo gesto di giubilo da parte di un ministro dopo approvazione di un decreto così importante credo che sia più che tollerabile: Toninelli non ha fatto gesti né volgari né inopportuni”. E, rispondendo alla Bernini, il presidente dei senatori grillini ha detto che “non si ascolta con le mani, non si ascolta con gli occhi, ma con le orecchie”.

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Dl Genova, Casellati riprende il Senato: “Rispetto per i morti, pesano sulle coscienze di tutti”. Poi minuto di silenzio

21 min 40 sek ago

“I 43 morti di Genova pesano sulla coscienza di tutti, avrei desiderato un’Aula diversa”. Dopo la bagarre a Palazzo Madama, causata dall’esultanza del ministro Toninelli dopo l’approvazione che ha fatto insorgere le opposizioni, è stata la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, a riprendere l’Aula, ammonendo i senatori. “Vorrei accogliere la proposta del senatore Andrea Marcucci di chiudere questa seduta con un minuto di silenzio”, ha infine concluso Casellati.

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Khashoggi, Riad condanna 5 persone a morte per l’omicidio. E scagiona il principe ereditario

22 min 3 sek ago

Cinque persone sono state condannate a morte per l’omicidio di Jamal Khashoggi, il giornalista saudita corrispondente del Washington Post fatto a pezzi il 2 ottobre dentro al consolato di Riad a Instanbul. Ma una cosa è certa: il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman non è coinvolto nell’omicidio. Questo è quello che sostiene il procuratore saudita Saud al-Mojeb che nel corso di una conferenza stampa a Riad ha chiesto l’esecuzione di chi ha ordinato l’omicidio e di chi lo ha gestito.

Finora sono 18 le persone arrestate in Arabia Saudita per l’uccisione di Khashoggi: la Turchia ha chiesto la loro estradizione per poterle giudicare nel Paese in cui è avvenuto il reato. Al-Mojeb ha precisato però che “il sistema di procedura penale” in vigore nel Regno ”vieta la divulgazione dei nomi delle persone accusate” e ha aggiunto alcuni dettagli sulla morte del giornalista, che è stato avvelenato con una dose letale di droga, poi smembrato e portato fuori dal consolato saudita di Istanbul.

Il cadavere del giornalista, scrive al Arabiya, “è stato consegnato a un agente di sicurezza turco fuori dalla sede consolare” e Riad ha diramato ad Ankara “un ritratto segnaletico dell’agente turco” che avrebbe ricevuto il contenitore con il corpo smembrato. Il portavoce di Al-Mojeb ha poi spiegato che le autorità di Riad hanno chiesto a quelle di Ankara di consegnare alle autorità saudite tutte le prove e le registrazioni in loro possesso, ma stanno ancora aspettando di averle. Sabato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva annunciato di aver consegnato le registrazioni comprovanti l’uccisione all’Arabia Saudita, agli Stati Uniti, alla Germania, alla Francia e alla Gran Bretagna.

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Trapani, l’auto è bloccata sui binari. Ecco cosa accade quando passa il treno

30 min 24 sek ago

Un uomo a bordo di un Fiat Doblò è rimasto incastrato lungo i binari del passaggio a livello di Triglia Scaletta, in prossimità di Petrosino nel trapanese. L’uomo disperatamente cerca di segnalare l’ostacolo per far fermare il treno regionale 26669 partito dalla stazione di Mazara del Vallo. Il convoglio non potendo arrestare la sua corsa travolge l’auto, ma per miracolo il conducente che si trova a pochi passi dal mezzo rimane illeso.

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Mattarella in viaggio nel futuro: il capo dello Stato alla guida di un’auto da remoto con la tecnologia 5G

33 min 43 sek ago

“Viaggio nel futuro” per il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante la sua visita in Svezia. Il capo dello Stato, nella sede Ericsson, ha guidato da remoto un’auto parcheggiata a centinaia di metri di distanza grazie alla tecnologia 5G.

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Gino D’Acampo, lo chef italiano famosissimo in Gran Bretagna perde la testa in tv: l’ospite voleva mettere panna acida sul ragù

36 min 35 sek ago

In Italia non lo conosce quasi nessuno, ma lo chef italiano Gino D’Acampo in Gran Bretagna ha costruito una fortuna. Tutto è iniziato nel 2009 con la vittoria di un reality show stile Isola dei Famosi: da allora non si è più fermato, fino a diventare una vera celebrità. Sui social, giusto per snocciolare qualche numero, ha quasi un milione di follower, mentre in tv conduce da anni il contenitore mattutino This Morning (in onda su ITV). Ogni mattina, con l’ausilio di alcuni ospiti, lo chef che arriva da Torre del Greco entra nelle case degli inglesi cucinando i piatti tipici della cucina italiana.

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Durante la puntata di martedì 12 novembre, però, ha “perso la testa”. Proprio mentre stava spiegando alla cantante olandese Rochelle come preparare un ragù perfetto, seguendo la ricetta originale di sua nonna, l’ugola d’oro ha rivelato di volerlo preparare con la panna acida e i funghi. D’Acampo non c’ha visto più e ha cominciato a inveire contro la sua ospite in napoletano: “Che schifo, che schifo. C’è, tu hai preso una ricetta che mia nonna ha fatto trent’anni fa e ci vai a mettere ‘u cazz’ sour cream sopra? Che schifo!”. Sui social il video è diventato virale, ma c’è da dire che da anni lo chef gioca su ambiguità e giochi di parole, tanto che ci sono molte pagine dedicate ai momenti più divertenti delle sue trasmissioni.

Qualche sua sparata? “Farfalla in Italia è anche un modo carino per dire vagina. Quando dici: ‘Com’è la tua farfallina?’ non vuol dire “Com’è la tua pasta?””, ha detto una volta, mentre stava preparando un piatto di farfalle. “Per motivi di sicurezza l’unica cosa che devo dire del pecorino è la pronuncia. Pecorino con la o è il formaggio. Se aggiungi la a significa ‘doggy style’. Se andate in Italia le troverete entrambe, quindi state molto attenti”, ha detto un’altra. E poi, dopo aver perso una scommessa, ha addirittura cucinato completamente nudo. Emittenti di tutta la Pensiola, fate qualcosa: vogliamo Gino D’Acampo sui nostri schermi.

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Animali al circo, un anno fa l’Italia ha preso l’impegno di vietarne l’uso. Ora agisca

42 min 51 sek ago

Il 70% degli italiani si dichiara contrario all’utilizzo degli animali negli spettacoli (rapporto Eurispes). Il numero di spettacoli e di spettatori sotto i tendoni vanno a calare di anno in anno (rapporto Censis per Lav). La Fve (Federazione dei veterinari europei) ha dichiarato che i bisogni degli animali “non possono essere soddisfatti in un circo itinerante”. La Fnovi (Federazione italiana ordine dei veterinari) si è unita dicendo che “la soluzione non può che essere la progressiva dimissione”. Sono inoltre già 17 i Paesi europei con leggi che vietano o limitano fortemente l’uso di animali negli spettacoli.

Basterebbero questi dati per capire che l’uso di animali al circo dovrebbe essere qualcosa del passato e per convincere il governo italiano che è l’ora di fare un passo storico e dare il via a un circo davvero umano, fatto solo di acrobati, giocolieri, funamboli, clown e grandi artisti. E potremmo essere davvero vicino a questo momento, visto che entro il 27 dicembre il Parlamento dovrebbe discutere la modalità di dismissione degli animali, come deciso con la Legge sullo spettacolo esattamente un anno fa, quando l’Italia ha preso l’impegno per il “graduale superamento dell’uso degli animali in attività circensi e spettacoli viaggianti”.

A distanza di un anno da quel voto però ancora nessun cenno sul tema. E nel frattempo circa 2mila animali, anche appartenenti a specie in via d’estinzione come elefanti, tigri, leoni, ippopotami e rinoceronti, sono detenuti in circa cento circhi italiani. E se i dati esposti prima non sembrassero sufficienti, basterebbe dare uno sguardo a come vivono gli animali. La loro è una vita triste, che per la continua prigionia genera disagi psicologici, evidenziati da continui movimenti stereotipati. E lo abbiamo documentato in prima persona entrando negli spettacoli o nelle aree zoo accanto ai tendoni.

Nel video che abbiamo appena diffuso si vedono animali costretti a compiere movimenti innaturali davanti all’addestratore munito di frusta e bastone con uncino, così come numerose tigri, giraffe ed elefanti che ripetono in continuazione gli stessi movimenti, ora dopo ora, giorno dopo giorno. La vita nel circo per questi animali è innaturale. Vivono in gabbia, sono costretti a lunghi viaggi, esposti a climi per la maggior parte di loro assolutamente inadatti, costretti a esibirsi sotto le luci e in mezzo al fragore di musica e applausi. Sui metodi di addestramento ci sono testimonianze e prove fotografiche che mostrano quanto siano utilizzati per lo più coercizione e violenza, nonostante i circensi dicano di usare solo il rinforzo positivo.

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Il circo con animali è a tutti gli effetti uno spettacolo anacronistico, che non trova più spazio in questa società dove la sensibilità per gli animali è aumentata e dove i bambini e i giovani trovano maggiore interesse in attrattive più moderne. La chiusura dello storico Circo Barnum negli Stati Uniti è un chiaro segno dei tempi che cambiano. E se quello attuale dice di essere il governo del cambiamento, vediamo di non fare passi indietro e di cambiare anche la vita degli animali nei circhi!

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Napoli, bomboniere e confetti a forma di pistola e proiettili in casa di arrestato

48 min 14 sek ago

Bomboniere e confetti a forma di pistola e proiettili dorati, per ricordare il giorno della prima comunione di un nipote, sono stati trovati dai Carabinieri della compagnia Stella a Napoli in casa di una delle tre persone arrestate con l’accusa di detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio. I militari hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Napoli su richiesta della Procura.

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Dl Genova, bagarre in Senato. Toninelli esulta con il pugno, le opposizioni insorgono e Casellati lo riprende

56 min 48 sek ago

Bagarre nell’aula del Senato dopo l’approvazione del decreto Genova. Il motivo? L’esultanza del ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che ha alzato il pugno ripetutamente come segno di giubilo. Così le opposizioni, Pd e Forza Italia su tutte, hanno protestato in modo vivace. Il capogruppo azzurro Anna Maria Bernini, ha attaccato il ministro: “Toninelli ha alzato il pugno durante l’approvazione. Non venga più in quest’aula ad alzare i pugni! Non glielo permetteremo”. A riprendere il ministro, dopo aver sospeso l’Aula, la stessa presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati: “Mi dicono che Toninelli avrebbe gesticolato in modo non molto commendevole per un ministro e io devo necessariamente riprendere certi atteggiamenti”

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Manovra, tagli al servizio civile e niente agevolazioni fiscali per il terzo settore. “Associazioni pagheranno come aziende”

59 min 6 sek ago

Mancano gli adeguamenti della normativa fiscale del terzo settore, che registra anche tagli per progetti e attività di interesse generale. Ci sono meno risorse per il Fondo interventi del servizio civile nazionale, una scommessa che rischia di essere persa, e deludono le previsioni per la cooperazione allo sviluppo. Ecco alcuni dei nodi che la manovra non è riuscita a sciogliere e che in queste ore stanno suscitando diverse preoccupazioni. A cominciare da quelle manifestate dal Forum del Terzo settore che, nel testo della Legge di Bilancio, non trova riscontro soprattutto rispetto ad alcune richieste sugli adeguamenti della normativa fiscale necessari, secondo il forum, “per l’operatività di oltre 340mila organizzazioni”. Parliamo di norme che riguardano in primo luogo le attività del volontariato e dell’associazionismo di promozione sociale “la cui mancata approvazione – spiega a ilfattoquotidiano.it Claudia Fiaschi, portavoce del Forum Nazionale – toglierà alle associazioni la possibilità di autofinanziarsi”.

LE ASPETTATIVE DEL TERZO SETTORE – Per quanto riguarda il Terzo settore le aspettative sulla manovra non possono che fare riferimento alla necessità di realizzare la riforma descritta dal decreto legislativo 117/2017. Una riforma che, tra le altre cose, allarga la platea dei potenziali volontari e concede alle organizzazioni di volontariato e alle associazioni di promozione sociale un anno di tempo per reintegrare, in caso di riduzione, il numero minimo di associati richiesto dalla legge, evitando così la cancellazione dal Registro unico nazionale. Due decreti correttivi hanno prolungato il tempo a disposizione degli enti non profit per adeguare gli statuti alle nuove regole. Per Onlus e associazioni di promozione sociale il termine, prima fissato per il 3 febbraio 2019, è stato prorogato al 3 agosto. Le imprese sociali costituite in base alla vecchia normativa avranno tempo fino al 20 gennaio (prima il termine era fissato al 20 luglio 2018). Si passerà da una fase transitoria che durerà fino a quando il nuovo Registro unico nazionale (Run) non sarà operativo (con l’emanazione di un decreto) e non arriverà l’autorizzazione della Commissione europea sulle misure fiscali. Va sottolineato che tra i numerosi decreti attuativi che devono essere emanati, alcuni servono per rendere operative le norme applicabili fin da subito, ossia già dal periodo transitorio, mentre altri riguardano disposizioni che entreranno in funzione solo successivamente, con l’integrale entrata in vigore del Codice del Terzo settore.

I TAGLI NELLA MANOVRA – In questo contesto la manovra ha portato più di qualche cattiva notizia. Sul fronte delle risorse economiche, il testo della Legge di Bilancio prevede la riduzione del fondo per il finanziamento di progetti e attività di interesse generale nel Terzo settore. Per il 2019 si passa da 40 a 39 milioni di euro. Stesso taglio anche per il 2020 e il 2021, mentre per gli anni successivi si dispone una riduzione di 5 milioni all’anno. Scendono anche gli stanziamenti per il Registro unico nazionale. Per il 2019 e il 2020 le risorse passano da 20 a 18 milioni, si prevede un taglio di 2 milioni anche per il 2021 (anno per cui la dotazione era di 23,9 milioni) e di 5 milioni negli anni successivi. Il testo della Legge di Bilancio in discussione in Parlamento, però, ha suscitato perplessità che vanno oltre la questione dei tagli, tanto da spingere la portavoce del Forum del Terzo Settore, Claudia Fiaschi a lanciare l’allarme sul futuro di tante associazioni e cooperative che operano nel mondo del Terzo settore. Perché alcune norme che avevano già avuto l’approvazione delle commissioni di Camera e Senato e che, per ragioni tecniche, non erano entrate nel decreto correttivo varato prima dell’estate, non hanno trovato spazio neppure nella manovra. Il riferimento è, in primis, al trattamento fiscale del volontariato. “Ad oggi, senza cambiamenti in manovra – spiega Fiaschi – queste associazioni pagherebbero come un’impresa”.

Un altro aspetto è legato alle attività con cui le associazioni si autofinanziano: “Bisogna rimettere il mondo del volontariato nelle condizioni di svolgere attività di autofinanziamento, ovviamente tassandole, quindi con un’entrata per lo Stato”. Secondo il Forum, poi, le nuove norme fiscali introdotte dal Codice sono molto rigide: “Abbiamo proposto l’introduzione di margini di tolleranza, quantomeno per un periodo transitorio”. E poi c’è la richiesta di aumentare la possibilità di avvalersi di lavoratori nelle associazioni di promozione sociale. “Una correzione necessaria – spiega la portavoce del Forum – per consentire a tante organizzazioni, come quelle che operano nel campo della disabilità e non autosufficienza, di poter continuare a fornire il loro sostegno alle persone fragili ed in condizioni di marginalità”.

SERVIZIO CIVILE, DA 152 A 148 MILIONI – La manovra taglia anche i fondi per il servizio civile. Si passa da 152,2 a 148,1 milioni di euro. Un taglio del 3 per cento, ossia circa 4,1 milioni di euro in meno per il 2019 rispetto ai fondi ordinari stabiliti dal governo precedente. Lo stanziamento scenderà a poco meno di 143 milioni nel 2020 e quasi 102 milioni nel 2021. A ciò va aggiunto l’azzeramento, da parte del ministero dell’Interno, del progetto «Integr-azione», varato lo scorso anno grazie ai fondi europei del programma Fami (Fondo asilo, migrazione e integrazione). Parliamo di uno stanziamento di 18 milioni di euro, aggiuntivo al fondo per il servizio civile, con cui era stato possibile prevedere altri 3mila posti da riservare a giovani titolari dello status di rifugiato o di protezione umanitaria o sussidiaria. Cosa accadrà in concreto? Che se nel 2018, tra fondi ordinari e risorse aggiuntive, si era arrivati a 300 milioni di euro con un bando di 53.363 ragazze e ragazzi da avviare, nel 2019 le risorse saranno sufficienti per poco più di 20mila volontari, meno della metà.

Rappresentanza nazionale dei volontari in servizio civile, Cnesc, Forum nazionale per il servizio civile e Associazione Mosaico non ci stanno. “Nessuna smentita è arrivata da chi ha la delega governativa per il Servizio Civile – hanno scritto in una nota – Dal governo non è arrivata neanche una dichiarazione con l’impegno ad aumentare la dotazione durante il percorso parlamentare, oppure il riferimento ad altre fonti da cui attingere i fondi necessari a confermare il contingente degli oltre 53mila volontari del 2018”. Le preoccupazioni, però, non riguardano solo “i fondi, largamente insufficienti”, ma anche “il silenzio sulla ricostituzione della Consulta Nazionale del Servizio Civile, proprio mentre sono urgentissimi i provvedimenti di modifica della normativa, a cominciare da quella in materia di accreditamento degli enti e di organizzazione quotidiana del servizio dei giovani operatori volontari, per dare applicazione alle nuove disposizioni di legge”.

I FONDI PER LA COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO – A porre, invece, l’accento sui fondi per la Cooperazione allo sviluppo è la rete Link 2007. L’associazione di Ong impegnate nella cooperazione ha inviato ai membri del Parlamento un documento di analisi e di proposta in merito agli stanziamenti dell’Italia previsti nella legge di Bilancio. La nota di aggiornamento del Def approvata dal Consiglio dei ministri il 27 settembre scorso – ricorda Link 2007 nel documento – stabiliva per il triennio 2019-2021 “i seguenti obiettivi di spesa intermedi: 0,33% del Rnl nel 2019, 0,36% nel 2020 e 0,40% nel 2021”. Ma il disegno di Legge di bilancio 2019-2021 “ha stroncato le aspettative suscitate dalla nota”. I numeri: secondo la Nota di aggiornamento del Def lo stanziamento per l’Aps (Aiuto pubblico allo Sviluppo) “dovrebbe essere per il 2019 pari a circa 5,8 miliardi, mentre il ddl di Bilancio ne prevede solo 5,077”. Il rapporto Aps/pil pari allo 0,19% nel 2014 ha quasi raggiunto lo 0,30% nel 2017 (0,295%), con l’impegno di allinearsi alla media europea pari allo 0,50% del pil, rendendo così raggiungibile l’obiettivo dello 0,7% secondo gli impegni assunti con l’Agenda 2030. “Per mantenere l’attuale livello dello 0,30 del Pil – ricorda Link 2007 – servirebbero almeno 5,277 miliardi per il 2019, 5,331 per il 2020 e 5,385 per il 2021, mentre le cifre indicate nel ddl in discussione al Parlamento sono inferiori e hanno perfino un andamento decrescente”.

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Davide Cervia, cronaca di un depistaggio: così lo Stato negò la verità alla famiglia

1 ura 6 min ago

Dopo la decisione del ministero della Difesa di ritirare il ricorso contro la sentenza del giudice di Roma, che riconosceva che lo Stato aveva leso il diritto alla verità della famiglia Davide Cervia, pubblichiamo l’articolo di FqMillennium presente nel numero di aprile

ESTATE 1990. In carica c’è il sesto governo Andreotti e il Presidente della Repubblica è Francesco Cossiga. Gli occhi del mondo sono puntati sul Kuwait invaso dall’Iraq e quelli dell’Italia su un appartamento romano di via Poma dove una ragazza è stata uccisa. Davide Cervia, ex sergente della Marina esperto di guerra elettronica, uno dei pochi militari titolari del nulla osta della sicurezza Nato, non rientra a casa. Da quel 12 settembre di lui si perde traccia e solo il 15 gennaio 2018, 28 anni dopo, il giudice di Roma Maria Rosaria Covelli riconosce che il ministero della Difesa «ha leso il diritto della famiglia alla verità» violando ben quattro articoli della nostra Carta costituzionale.

Aveva l’obbligo «di mettere a disposizione dei familiari e degli inquirenti (cui fu detto che Cervia era un elettricista senza competenze che potessero essere appetibili dai Paesi stranieri, ndr) ogni elemento e dato esatto e completo». Invece «i comportamenti omissivi e negligenti da parte di articolazioni della Marina Militare si sono protratti per un lungo periodo di tempo. E non è stata mai opposta, neanche nel presente giudizio, alcuna particolare e rilevante secretazione di quelle informazioni che, pertanto, dai soggetti che le detenevano andavano tempestivamente e compiutamente fornite». Nessun segreto di Stato, in apparenza. E il magistrato non esclude che il depistaggio possa aver avuto una «incidenza» «sull’andamento del procedimento giudiziario penale». Che i giudici hanno dovuto archiviare.

Le indagini sulla «dissoluzione» dell’uomo si sono chiuse con un nulla di fatto della Procura generale di Roma che però certifica che l’ex marinaio, con brevetti e specializzioni come pochi in Europa, è stato probabilmente sequestrato. Un anziano vicino, Mario, sentì il giovane chiedere aiuto e lo vide trascinare via da alcuni uomini. Un autista dell’Acotral raccontò di aver dovuto fare una manovra brusca incrociando due macchine, una Golf bianca e una verde, sulla Torvaianica-Velletri, all’incrocio tra la via Appia e via Colle dei Marmi. Quella bianca, condotta da un giovane con i baffi, gli tagliò la strada. L’auto, secondo la testimonianza, era tallonata da un’altra Golf verde scuro, con a bordo tre persone, che coprivano i finestrini come per impedire la vista all’interno.

Nel dossier dell’inchiesta che di fatto non c’è mai stata si possono leggere gli appunti del Sismi e del Sisde, in cui si ipotizza di un’azione di Paesi come Libia e Iraq, cui il nostro Stato vendeva armi in tempi in cui stava per iniziare la guerra del Golfo. Nazioni che, dopo l’embargo Onu, non potevano più contare sull’assistenza tecnica dei Paesi venditori.

Ma prima di arrivare a questo primo punto fermo giudiziario – grazie agli avvocati Licia D’Amico e Alfredo Galasso – è stata necessaria un’avocazione del fascicolo aperto dalla Procura di Velletri che per otto anni è rimasto a prendere polvere, per carenza di organico pare, dopo aver accolto piste evanescenti come quella dell’allontamento volontario. Un’ipotesi labile visto che Cervia, prima di uscire dall’ufficio di Enertecnel Sud di Ariccia dove lavorava, aveva chiesto al collega di ricordarsi di portare le uova fresche per i suoi bambini, Daniele ed Erika, quattro e sei anni. L’uomo, poco dopo, si era fermato a comprare un mazzo di rose rosse per la moglie Marisa: fiori ritrovati rinsecchiti nell’auto la cui portiera fu fatta esplodere quando la sua Golf bianca fu trovata dopo una segnalazione anonima il primo marzo 1991.

Non solo: fino alla mezzanotte dell’11 settembre Cervia aveva scavato una buca alla luce di una lampada per permettere al tecnico dell’Enel cui aveva dato appuntamento il 13 settembre di lavorare per spostare il contatore della villetta di Velletri.

Cervia era stato un marinaio, non uno qualsiasi. Forse per questo il giorno dopo la sua scomparsa due agenti del Sios (il servizio segreto della Marina) si presentarono a chiedere informazioni ai Carabinieri. L’ex sergente era stato a bordo sulla nave Maestrale sulla quale c’erano apparecchiature «per la prima volta imbarcate su una nave della Marina» per il sistema di guerra elettronica, come durante il processo civile ha testimoniato l’Ammiraglio Michele Saponaro. Sistema che consente «in periodo bellico di sopravvivere oppure no» ha raccontato al giudice un altro ammiraglio, Francesco Loriga. E si parla di intercettatori radar e ingannatori per le azioni di disturbo elettromagnetico.

Eppure quando Cervia scompare, il foglio matricolare consegnato alla famiglia – che deve essere sempre aggiornato per legge ed è unico – non riporta nulla delle specializzazioni e delle competenze che avevano solo sessanta militari in Italia (di cui quindici in congedo). L’uomo aveva seguito corsi che prevedevano che addirittura la brutta copia degli appunti venisse distrutta e i documenti tenuti in cassaforte per ogni allievo.

Solo il 14 settembre 1994 la famiglia ottiene il documento che certifica la sua specializzazione e capisce perché poteva essere una preda da catturare o una vittima da sacrificare. Impossibile invece verificare se fosse su un volo Air France da Parigi al Cairo il 6 gennaio 1991, perché la documentazione non esiste più da tempo. E dove sia, che cosa faccia Davide Cervia è un mistero, o un segreto, che lo Stato non vuole sciogliere.

«Non è una storia che riguarda una sola persona, qui si cerca di nascondere un traffico di personale tecnico, parallelo a quello delle armi» dice a Fq Millennium la moglie Marisa Gentile. «Noi abbiamo ricevuto testimonianze di ex sottufficiali che hanno ricevuto pressioni, offerte di denaro per andare all’estero. Probabilmente esiste una rete, una struttura che gestisce questo traffico. Si rende necessario il commercio tecnici e quando si possono dare in maniera lecita si fa, quando non si può si ricorre a questi mezzi come hanno fatto con Davide».

Durante il processo civile, Marisa e i suoi figli hanno dovuto rinunciare a chiedere 5 milioni di euro di risarcimento, perché i legali dello Stato minacciavano di invocare la prescrizione. La causa è andata avanti con una richiesta simbolica di un euro, poi accolta dal giudice. Ora aspettano, dopo una prima verità, un po’ di giustizia: «Questa sentenza una piccola speranza la riaccende. Ora si tratta solo di volontà politica, vedremo questo Parlamento di che cosa sarà capace. Ci dicono che vogliono riaprire gli armadi, che vogliono far venire fuori vicende oscure, ma a me sembra che passino gli anni e non cambi nulla. Non è solo la nostra storia, ci sono tanti misteri irrisolti e quello di Davide è tra questi. Noi saremo sempre qui a chiedere conto, perché c’è un ministero che ha mentito e vorremmo sapere perché lo ha fatto».

La signora non ha mai voluto dire chi le telefonò per offrirle un miliardo di lire purché smettesse di cercare suo marito: «Io non so se questa persona che mi ha offerto il miliardo faccia parte di una struttura parallela e segreta, non so, penso a qualcosa tipo Gladio… però faceva parte delle istituzioni. Vorrei dirlo ai magistrati, quando un giorno ci sarà qualcuno che con serietà vorrà occuparsi di questa vicenda».

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Disoccupazione e austerità portano al nazismo. Oggi come ieri

1 ura 6 min ago

Negli anni Trenta del secolo scorso la dura austerità imposta in Germania dal cancelliere Heinrich Bruning ha fatto vincere il nazismo. Nei tempi attuali la politica di austerità imposta dall’Eurozona alimenta il populismo di destra in tutta Europa. Se la politica economica restrittiva dell’Euro non cambierà radicalmente, l’Europa a guida tedesca è destinata a favorire nuovamente la nascita di ideologie ultranazionaliste, anti-parlamentaristiche, presidenzialistiche, xenofobe e autoritarie. In Europa da troppi anni la democrazia è minacciata da politiche deflazionistiche analoghe a quelle imposte da Bruning in Germania circa 80 anni fa. Di fronte alla crisi economica, molti chiedono di nuovo un “uomo forte” che risolva i problemi dell’insicurezza, dell’occupazione e del lavoro.

Ripercorriamo la storia approfittando di un recente programma trasmesso da Rai Storia. Nella trasmissione Passato e Presente dedicata alla Repubblica di Weimar e realizzata con la collaborazione del professor Giovanni Sabbatucci, Paolo Mieli, nella sua veste di conduttore del programma, ha commesso un grave errore: si è chiesto perché dalla Repubblica di Weimar è nato il nazismo, ma ha dato una risposta sbagliata: la causa del nazismo sarebbe la… debolezza della democrazia! Mieli e Sabbatucci non hanno saputo comprendere e spiegare le vere ragioni per le quali la Repubblica parlamentare di Weimar – nata con la sconfitta della Germania imperiale nella Prima guerra mondiale e conclusasi con la presa del potere da parte del nazismo – è finita malissimo, con l’ascesa di Hitler e la vittoria definitiva del partito nazionalsocialista.

Mieli ha dimenticato di dire che la Repubblica di Weimar è finita disastrosamente soprattutto a causa delle durissime politiche economiche restrittive di Heinrich Bruning. Questo politico conservatore di formazione cattolica a partire dal 1930, anno della sua elezione a cancelliere, aggravò drammaticamente la crisi del ’29 partita dagli Usa avviando fallimentari politiche deflattive. Bruning promosse l’austerità, impose restrizioni al credito bancario e abbassò i salari: l’economia si contrasse paurosamente e la crisi produsse in poco tempo oltre 6 milioni di disoccupati. Anche pressato dai debiti di guerra, Bruning provocò miseria e disoccupazione per il 25% e oltre della forza-lavoro tedesca. La disoccupazione dilagante e la miseria diffusa presso la popolazione, l’incapacità dei sindacati, dei socialisti e dei comunisti di fronteggiare la situazione, il malcontento sociale dilagante, la protesta diffusa contro l’inetto parlamentarismo, la rivolta contro i debiti di guerra, hanno portato al nazismo. Il nazismo andò al potere grazie alla feroce violenza con cui spazzò ogni tipo di opposizione, ma riuscì a mantenere e a rafforzare il potere perché seppe curare efficacemente e immediatamente la malattia più grave dell’economia tedesca, la disoccupazione di massa. Da qui l’enorme appoggio popolare al nazismo. In solo tre anni, attraverso una politica keynesiana di destra, Hitler, che successe a Bruning nel 1933, rovesciò la politica economica del cancelliere cattolico e riuscì a riassorbire completamente la disoccupazione. Grazie al forte incremento di spesa pubblica e a politiche monetarie espansive avviò la costruzione della rete autostradale e diede lavoro a milioni di persone acquisendone l’entusiastico e fanatico consenso.

Grazie a politiche espansive finanziate da una moneta parallela, i Mefo-bill (obbligazioni/moneta convertibili in marchi emesse da un consorzio della grande industria tedesca e accettate dalla Reicksbank), nonostante le restrizioni monetarie delle potenze alleate vincitrici della prima guerra mondiale, Hitler riuscì a ricostruire l’industria pesante, a raggiungere la piena occupazione e a riarmare, come noto, la Germania. Il successo di Hitler non è dovuto, come spesso si racconta ignorando le date della storia, all’iperinflazione che colpì la prima Repubblica di Weimar negli anni 1921-23, ma alle assurde politiche di austerità realizzate dieci anni dopo da Bruning. Ma questo nella trasmissione di Mieli non è stato minimamente spiegato. Il cancelliere Bruning fu, tra l’altro, responsabile anche delle prime soluzioni politiche di emergenza autoritarie e anti-sindacali; promosse e fece approvare dal presidente Hinderburg le leggi di emergenza contro il “doppio estremismo” contro i comunisti e i nazisti. Così, nonostante che politicamente fosse un avversario di Hitler, Bruning aprì involontariamente la strada al dittatore che – non dimentichiamolo – nel clima economico-politico emergenziale alimentato anche da Bruning, vinse le elezioni e venne eletto premier subito dopo il cancellierato dello stesso Bruning.

Il confronto tra le politiche di Bruning e quelle dell’eurozona è purtroppo evidente: in ambedue i casi si vuole rispondere alla crisi finanziaria e alla crisi del debito con politiche pro-cicliche di austerità suicida, restringendo l’economia con surplus di bilancio pubblico (più tasse, meno spesa pubblica), con meno salari e più disoccupazione. Keynes invece ha dimostrato che solo grazie al deficit pubblico, cioè grazie a spese in eccedenza rispetto alle entrate fiscali, è possibile espandere l’economia quando essa è in crisi di liquidità e quando le risorse produttive sono inutilizzate. Solo con la crescita è possibile pagare i debiti. Paradossalmente Hitler mantenne il potere perché fece politiche keynesiane di spesa pubblica finanziate da politiche monetarie espansive.

Oggi l’Europa teutonica sotto il regime della moneta unica vuole imporre l’austerità a tutti i Paesi, abbattere i salari e il welfare, le spese pubbliche e quelle sociali, imporre il surplus di bilancio pubblico, incurante della conseguente disoccupazione e della povertà crescente. Questa politica folle – che premia l’elite finanziaria ed esportatrice tedesca e la grande finanza francese a scapito dei cittadini europei – ha portato al successo del populismo in tutta Europa, soprattutto del populismo autoritario di destra, xenofobo e ottusamente anti-immigrati. Insieme al populismo in Europa sta risorgendo la destra più estrema. Se i Parlamenti e i governi nazionali resteranno succubi delle politiche di austerità dettate da Berlino, da Bruxelles e Francoforte, se non promuoveranno la piena occupazione e il benessere sociale dei loro cittadini, se le democrazie resteranno dipendenti dai mercati finanziari e non riacquisteranno autonomia e sovranità, se la sinistra europea non si sveglierà dal suo fallito sogno europeista, è probabile che, pur in diverse forme, la storia si ripeta e che in Europa rinascano mostri.

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Irlanda, stupratore assolto perché la vittima indossava biancheria “troppo sexy”. Parte la ‘protesta dei tanga’

1 ura 8 min ago

Sono scese nelle piazze, reali e virtuali, sventolando biancheria intima al grido di “This is not consent” (Questo non è consenso). Sono le donne, ma anche molti uomini, che in questi giorni in Irlanda stanno partecipando alla cosiddetta “protesta dei tanga“. A scatenarla la sentenza del 6 novembre scorso che ha assolto un 27enne accusato di aver stuprato una ragazza di 17 anni di Cork perché lei indossava lingerie “troppo sexy“.

La contestazione è arrivata fino in Parlamento dove lunedì Ruth Coppinger, deputata socialista, è entrata in aula con in mano una mutandina in pizzo blu, denunciando la “routine di incolpare le vittime“. “Potrebbe sembrare imbarazzante mostrare un tanga qui – ha detto la parlamentare – Ma come pensate che si senta una vittima di stupro, quando in modo inappropriato viene mostrata la sua biancheria intima in un tribunale?”. La socialista ha poi lanciato un appello su Twitter, invitando tutti a partecipare alla protesta.

I hear cameras cut away from me when I displayed this underwear in #Dáil. In courts victims can have their underwear passed around as evidence and it’s within the rules, hence need to display in Dáil. Join protests tomorrow. In Dublin it’s at Spire, 1pm.#dubw #ThisIsNotConsent pic.twitter.com/DvtaJL61qR

— Ruth Coppinger TD (@RuthCoppingerTD) 13 novembre 2018

Anche l’associazione I believe her che supporta le donne vittime di violenza ha commentato l’episodio. Intanto il centro anti violenza di Dublino ha chiesto una riforma del sistema giuridico, troppo spesso basato su pregiudizi nei confronti delle donne. Foto di intimo di tutti i tipi, in pizzo o in microfibra, nero o colorato, hanno invaso i social, accompagnate dall’hashtag #ThisIsNotConsent. In diverse città del paese le proteste sono arrivate in strada. Come a Cork dove oltre 200 persone hanno marciato fino al tribunale, appoggiando le mutandine sulla scalinata dell’edificio e accompagnando la protesta con diversi slogan. “Diamo la colpa alle vittime nelle nostre corti, nella nostra società, nelle nostre comunità nelle nostre conversazioni!”, si legge in uno dei cartelli. Tutto per dimostrare che indossare un perizoma di pizzo non è così scandaloso come è stato detto durante il processo.

 

In Cork earlier today

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My Skin Track/UV, l’assistente discreto per proteggervi da raggi UV, pollini e inquinamento

1 ura 8 min ago

Prendersi cura di sé è importante, ma non è sempre facile. È complesso misurare il livello d’inquinamento dell’ambiente in cui ci muoviamo, o la quantità di raggi ultravioletti a cui esponiamo la nostra pelle. Chi soffre di allergie ai pollini, saprà poi che è difficile sapere esattamente a che quantità di sostanze “fastidiose” si espone. Questi tre problemi si possono risolvere in un colpo solo con My Skin Track / UV, un nuovo prodotto realizzato dal colosso francese L’Oreal, in collaborazione con l’azienda di prodotti per il corpo La Roche-Posay e con il ricercatore John Rogers della Northwestern University, nello stato americano dell’Illinois.

Viste tutte le funzioni, starete pensando che My Skin Track / UV sia un dispositivo ingombrante come uno zaino. In realtà è piccolissimo: a vederlo sembra una spilla, o un fermacravatta. Si indossa proprio agganciandolo alla camicia o alla maglietta, si attiva da solo con la luce del sole ed è impermeabile. La sua funzione principale è il monitoraggio dei raggi UV, ma grazie all’integrazione di Apple HealthKit è in grado di raccogliere anche informazioni su umidità, polline e inquinamento. L’applicazione di cui parliamo è un software rodato che funziona su smartphone e smartwatch dell’azienda statunitense, nato per monitorare il benessere fisico degli utenti. My Skin Track / UV può archiviare dati per un periodo massimo di tre mesi; per scaricarli e consultarli si usa lo smartphone.

Chi lo indossa può controllare in tempo reale tutte le informazioni e, per esempio, se risulta un’eccessiva esposizione ai raggi UV, può andare all’ombra o spalmarsi più spesso la protezione solare. Nel caso di livello d’inquinamento elevato si può indossare una mascherina, o evitare di andare a fare jogging. Per com’è presentato sembra molto meglio di soluzioni singole, come i cerotti epidermici che cambiano colore in presenza di eccessivi raggi UV. L’idea è interessante anche perché non ci si rende nemmeno conto di indossare un dispositivo di rilevamento. I dati che fornisce sono utili e il suo prezzo è di 60 dollari, che per tutto quello che fa non è esagerato.

Questo prodotto inoltre è la dimostrazione pratica di come il progresso scientifico possa aiutarci ad assumere abitudini più salutari e a tutelare meglio la nostra salute, con tutti i vantaggi che ne seguono. Oltreoceano si può già acquistare My Skin Track / UV negli Apple Store, auspichiamo che questo prodotto arrivi presto anche in Italia.

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La Prova del Cuoco, Andrea Lo Cicero prima “declassato” da coconduttore a inviato in esterna. Ora “sarebbe fuori dal programma”

1 ura 14 min ago

La Prova del Cuoco, due mesi dopo il debutto, continua a catalizzare l’attenzione tra gaffe, dichiarazioni al vetriolo, polemiche e retroscena. L’addio dopo diciotto anni di Antonella Clerici ha  riportato negli studi del programma culinario Elisa Isoardi, che l’aveva già sostituita nel 2008, ma con risultati molto deludenti, per non dire flop. La nuova Prova del Cuoco ha perso per strada troppi telespettatori e molti punti di share, viaggiando ora intorno al 12%, distante dal competitor di Canale 5 Forum.

La conduttrice e il capoautore Casimiro Lieto, in corsa tra le polemiche anche per una direzione di rete, hanno provato ad aggiustare il tiro richiamando nel programma i vecchi chef e non solo. Nelle scorse settimane Andrea Lo Cicero era stato declassato da coconduttore (sarebbe più giusto definirlo spalla) a inviato in esterna sostituito in studio da Ivan Bacchi che in precedenza si occupava appunto dei collegamenti come Claudio Guerrini.

Non sarebbe finita qui perché, stando a quanto racconta Blogo, Lo Cicero sarebbe ora fuori dalla Prova del Cuoco. L’addio dell’ex rugbista non è al momento ufficiale ma c’è da chiedersi se l’esclusione dal programma sia stata decisa dallo sportivo o dalla Isoardi e dal suo gruppo di lavoro. I cambiamenti in corsa sono necessari per provare a migliorare i risultati ma, com’è noto, raddrizzare il tiro per un programma partito male non è una impresa semplice.

“Quando Elisa sostituì Antonella durante la gravidanza era più spontanea. Mi piacerebbe che ritrovasse un po’ di quella naturalezza”, aveva dichiarato Anna Moroni. “Il calo degli ascolti non è fisiologico. Dipende da una gestione sbagliata. A prescindere da chi lo conduce, questo è un programma che vive di dettagli. È stato un errore cambiarlo totalmente, eliminando tutti i volti a cui gli spettatori erano affezionati”, aveva commentato Antonella Clerici.

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“Nel ragù? Ci metto funghi e panna acida”, le stranezze della cucina inglese fanno impazzire il cuoco italiano

1 ura 18 min ago

“Ma che cazz… una ricetta che mia nonna faceva 30 anni fa”, il cuoco italiano Gino D’Acampo, durante la trasmissione “This Morning” in onda sulla tv inglese iTv perde letteralmente le staffe quando la conduttrice Rochelle “confessa” di fare il ragù con funghi e la panna acida.

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Napoli, dall’allora magistrato Raffaele Cantone all’ex presidente della Campania Caldoro: tutti i “nemici” di Lucio Varriale

1 ura 21 min ago

Il ‘metodo Varriale’ esiste ancora. A distanza di quasi venti anni dai volantini disseminati a Napoli per calunniare il giovane pm Raffaele Cantone che indagava sulla compagnia assicurativa Themis e sui miliardi di lire dirottati su conti a lui riconducibili, hanno di nuovo arrestato l’avvocato Lucio Varriale. Stavolta nella qualità di editore di fatto di Julie Italia Tv, e le circostanze non si discostano molto da quelle di allora. La Procura di Napoli guidata da Giovanni Melillo lo accusa di associazione a delinquere, fatture false e truffe al Corecom grazie alle quali negli ultimi anni avrebbe spillato più di due milioni di euro di finanziamenti pubblici per l’editoria televisiva locale, regolamentati dalle graduatorie del Corecom. Ed a pagina 93 dell’ordinanza il gip di Napoli Valeria Montesarchio spiega una delle ragioni che rafforzano le esigenze cautelari per Varriale: “Si avvale dell’utilizzo delle televisioni al fine di screditare chiunque si frapponga alla realizzazione dei disegni e scopi perseguiti”.

È il ‘metodo Varriale’ aggiornato agli ultimi cinque anni circa. Un metodo ben riassunto, con un capitoletto apposito, in una informativa all’attenzione del procuratore aggiunto Raffaello Falcone. Oltre a orientare la linea della sua televisione verso servizi particolarmente aggressivi su magistrati e avvocati che si erano occupati di lui, Varriale si è autoritagliato un ruolo da editorialista e dal pulpito della rubrica ‘Vostro Onore’, ricorda il gip, ha preso di mira la Guardia di Finanza che ha condotto l’inchiesta sui conti di Julie Italia. Inoltre ha pubblicato un dossier intitolato “375 CP-Depistaggio a Palazzo di Giustizia. Il caso Napoli” con in copertina un berretto simile a quello dei finanzieri.

Dossier e denunce a raffica contro magistrati e finanzieri
Il metodo Varriale presuppone, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, una tv usata in maniera bellicosa contro i nemici affinché tutti gli altri sappiano e si adeguino. In quel ‘tutti gli altri’ ci sono giudici, pm, giornalisti, politici, imprenditori, dipendenti del gruppo televisivo, ufficiali delle forze dell’ordine che potrebbero un giorno avere a che fare con l’avvocato-editore. Ne è parte integrante l’abitudine di sfornare denunce, esposti e querele a raffica contro chi non si adegua, e in procura hanno faticato per recuperarle e raggrupparle tutte e disegnarne la ‘sistematicità’, anche questa un elemento del ‘metodo’. Qualche esempio. Il pm che chiese e ottenne il suo rinvio a giudizio in un precedente filone Corecom, Walter Brunetti (il processo è in corso) è stato denunciato da Varriale alla Procura di Roma per presunte omissioni nelle indagini e la notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati – il quotidiano di destra che la pubblicò non ne fece il nome, ma gli addetti ai lavori capirono – fu inserita nella rassegna stampa del Csm. Su queste presunte omissioni, che secondo la denuncia di Varriale furono utili a proteggere editori concorrenti e contigui alla criminalità, il parlamentare Fdi Marcello Taglialatela depositò un’interrogazione parlamentare ed organizzò una conferenza stampa alla Camera. Mentre un’altra interrogazione, che definiva Julie Italia “molto nota in città per l’attività giornalistica anticamorra”, fu presentata dal deputato Pd Massimiliano Manfredi. Brunetti è stato poi archiviato ed ora a Roma si ragiona su una controindagine per calunnia. Denunciati, ed indagati, anche due finanzieri che hanno svolto verifiche sulle società del gruppo Varriale. Mentre il gip che nel 2015 accolse la richiesta di Brunetti e firmò il rinvio a giudizio di Varriale, Nicola Quatrano, è finito anche lui nel mirino di alcuni servizi tv poco amichevoli insieme al suo amico pm Henry John Woodcock. Uno degli ex dipendenti del gruppo televisivo, Valerio Monge, in servizio a Julie Tv fino al settembre 2016 come responsabile delle troupe esterne, che aveva fatto causa per vedersi corrispondere retribuzioni arretrate, nel giugno 2017 finì al centro di un video mandato in onda ad intervalli regolari che lo accusava di aver fatto sparire “un immenso archivio di immagini” e di aver rubato costose attrezzature all’emittente insieme ad altri due colleghi.

Attaccato anche l’avvocato della transazione di Varriale con Raffaele Cantone
Ma uno dei più ‘massacrati’ negli ultimissimi mesi è stato l’ex legale di Varriale, Domenico Ciruzzi, ex vicepresidente nazionale della Camera Penale, che lo seguiva da più di venti anni e gli chiuse la transazione con Cantone, risarcito con circa 30 milioni delle vecchie lire in cambio della rinuncia a costituirsi parte civile. Dopo la revoca del mandato per un mix di ragioni – una sconfitta processuale in Cassazione su un sequestro giudiziario, profonde divergenze sulla linea difensiva, ed in particolare, come ha confidato ad alcuni amici, perché non condivideva più l’andazzo del suo cliente di attaccare magistrati e finanzieri – Ciruzzi è stato oggetto di almeno sette servizi televisivi ‘contro’, descritto come “un avvocato che commette errori che nemmeno un praticante…”. Ha provato a inviare diffide per chiederne lo stop, invano. Ed è andato a infoltire l’elenco di chi ha denunciato a sua volta Varriale. Come fecero diversi anni fa Gaetano Amatruda e Sandro Santangelo, all’epoca rispettivamente giornalista portavoce e capo della segreteria del Governatore della Campania Stefano Caldoro (Forza Italia). Amatruda in particolare fu vittima insieme a Caldoro di una campagna mediatica di particolare intensità e violenza, veicolata attraverso la trasmissione ‘Il Corvo’, prima e dopo che la notizia della sua denuncia diventasse pubblica per la decisione del pm Vincenzo D’Onofrio e del procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli di sentire Caldoro come testimone e parte offesa di una presunta tentata estorsione di Varriale collegata alla mancata erogazione di finanziamenti regionali alle sue imprese.

La falsa notizia dell’indagine su Caldoro
Caldoro fu ascoltato pochissimi giorni prima delle elezioni regionali del 31 maggio 2015: il pm voleva capire se c’era un nesso tra la candidatura della nuora di Varriale in Forza Italia a sostegno di Caldoro con l’improvvisa cessazione dei servizi televisivi contro di lui. E per comprenderne di più riconvocò Amatruda e interrogò l’addetta stampa di Caldoro Fiorella Anzano, la nuora di Varriale, il deputato di Forza Italia Luigi Cesaro e l’europarlamentare Fulvio Martusciello. Gli attacchi del network Julie a Caldoro erano proseguiti almeno fino a marzo 2015. Con una ricerca google è ancora facile reperire un video del 5 marzo 2015 sul sito di Julie Italia dal titolo: “Trasporti, indagato il Governatore Caldoro”, con l’accusa di abuso d’ufficio in un fascicolo riguardante Ctp, un’azienda regionale del trasporto pubblico. Sarebbe stato uno scoop nell’imminenza delle elezioni, eppure nessuno rilanciava la notizia. Sui social già montava la polemica sull’informazione serva del potere fino a quando il giornalista Enzo La Penna, un cronista dell’Ansa di trentennale esperienza nel campo della giudiziaria e stimato per correttezza e serietà, spiegò perché non aveva battuto l’agenzia: aveva fatto le sue verifiche e aveva scoperto che la notizia non era vera, Caldoro non era indagato. La reazione fu durissima. Carolina Pisani, collaboratrice storica di Varriale e per un periodo amministratrice di diritto di una delle società del gruppo (anche lei è stata arrestata) fece partire un comunicato in cui accusava La Penna “di ignoranza e malafede”. E la malafede, si domandava attraverso una pesante insinuazione, era dovuta al fatto che “la giunta Caldoro finanzia, anche a discapito dell’emittenza regionale non inquadrata, l’azienda Ansa per cui lavora?”.

I verbali di Caldoro e Amatruda e l’informativa della Digos che ha messo insieme le loro vicende sono agli atti del fascicolo, senza essere oggetto della misura cautelare. I nomi letti in questo articolo sono solo alcune vittime del ‘metodo Varriale’. L’elenco è molto più lungo.

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Dl Genova, Renzi: “In nome del condono M5s e Forza Italia cancellano la parola onestà”

1 ura 29 min ago

“In nome del condono a Ischia i 5 stelle, insieme a Forza Italiacancellano la parola onestà, e legalità, dando una chance a chi vive di abusivismo”. Così il senatore Pd ed ex premier Matteo Renzi, nel corso delle dichiarazioni di voto al Senato sul decreto Genova. “La realtà vi sta presentando il conto: avete tradito le aspettative di Genova, avete tradito la vostra storia”, ha concluso.

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Fabrizio Corona: “La madre di Asia? Intervenire così vuol dire che c’è invidia”. E ancora: “Con Lele Mora storia omosessuale? Ma va, no. Però gli voglio bene”

1 ura 39 min ago

Fabrizio Corona continua il suo tour di ospitate nei programmi Mediaset. Dopo l’arrivo al Maurizio Costanzo Show, l’ingresso nella casa del Grande Fratello Vip, l’intervista a Verissimo, ha accettato l’invito di Piero Chiambretti su Rete 4. A CR4-La Repubblica delle Donne ha replicato alle dichiarazioni di Alessandro Cecchi Paone, che aveva attaccato duramente Silvia Provvedi perché fidanzata per quasi tre anni con l’ex re dei paparazzi: “Ma chi, l’amico di Luxuria? Lui ha strumentalizzato la sua omosessualità per fare notizia a fine carriera. Per far parlare di sé, nascondendo la sua vita reale. Lui non sa cos’è la morale, e se hai dei comportamenti scorretti nella tua vita privata non devi essere pronto a insultare qualcuno solo per elevarti a simbolo di quello che non sei. Silvia non c’entrava niente, perché è l’unica ragazza che non ha mai usato la mia popolarità.”

Inevitabile un riferimento allo scontro in diretta tv con Ilary Blasi, Corona aveva fatto intendere che Totti gli aveva dato ragione: “Dietro i meccanismi televisivi ci sono i rapporti famigliari, ci sono delle cose che non possono essere rese pubbliche. Però detto questo, oggi abbiamo messo un punto finale. La storia è finita, non ne parliamo più. È stata una storia che ha avuto i suoi strascichi. Diciamo che abbiamo avuto problemi tutti e due, adesso bene o male abbiamo risolto. Io ho chiesto scusa a chi dovevo chiedere scusa e poi per il resto la cosa è risolta. Alla fine non è che uno può andare a discutere a lungo per una roba, che è una cavolata».

La Argento nelle uscite pubbliche a Domenica In e Le Iene aveva cercato di frenare sulla loro relazione spiegando che si erano visti solo due volte: “Io sono più estroverso in queste cose. Lei non ha voluto raccontare i dettagli intimi, però ti dirò che siamo stati due giorni di fila insieme a casa mia. La reazione di sua madre? Secondo me ha sbagliato, poi se ne renderà conto. Intervenire così e pubblicare dei messaggi privati, in una storia del genere, vuol dire cercare l’attenzione perché c’è dell’invidia“.

Anche lui deve fare i conti con sua madre Gabriella: “Non sento mia madre da più di un anno. Sono una persona che ha bisogno di non avere problemi inutili: quando hai una condanna di 16 anni sulle spalle, che significa che ti devi fare minimo 10 anni di galera, allora sai cosa sono i veri problemi.” Nel corso della lunga chiacchierata replica anche a Lele Mora che aveva parlato del suo rapporto con Corona, sottolineando l’esistenza di una relazione sessuale: “Ogni mese ne tira fuori una. Ma va, no. Però gli voglio molto bene“.

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