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Lodi, bambini stranieri tornano in mensa: spese coperte grazie alla raccolta fondi

2 uri 10 min ago

La raccolta fondi ha raggiunto il suo obiettivo e da oggi, martedì 16 ottobre, i bambini stranieri di Lodi che nei giorni scorsi avevano pranzato su un tavolo a parte con cibo portato da casa possono tornare in mensa con i loro compagni di classe. Il Coordinamento Uguali Doveri che ha raccolto gli oltre 60mila euro ricevuti in donazione, ha infatti contattato le famiglie che denunciano l’impossibilità o la difficoltà ad accedere alle agevolazioni per pagare meno il buono mensa, spiegando che quando ci sarà da pagare, loro potranno saldare al costo ridotto. Il resto della spesa verrà appunto coperto dalle donazioni.

I bambini extra Ue sono stati esclusi dalla mensa a Lodi per una delibera della sindaca leghista, Sara Casanova, che chiede agli stranieri di portare, in aggiunta alla normale dichiarazione del reddito, anche le certificazioni di non possesso di case, conti correnti e auto nel loro Paese di origine (leggi il reportage di Davide Milosa). Documenti da recuperare in originale e per i quali non vale l’autocertificazione, quindi molto difficili da reperire, soprattutto in alcuni Stati africani e sudamericani. E non sempre sono sufficienti per ottenere la tariffa agevolata.

Sulla vicenda è intervenuto anche il vicepremier M5s Luigi Di Maio, criticando la decisione della sindaca: “I bambini non si toccano“. Mentre il presidente della Camera Roberto Fico ha chiesto “scusa” per “una che, in modo conscio o inconscio, crea discriminazioni. Le sue parole hanno scatenato la reazione della Lega: “Pensi a Montecitorio, l’ultimo presidente della Camera che ricordo entrare così tanto nel dibattito politico era Fini, spero che Fico abbia più fortuna”, ha detto il capogruppo del Carroccio alla Camera Riccardo Molinari.

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Tap, il tubo che risucchia le stelle. Se M5s dà l’assenso all’opera i pugliesi non perdoneranno

2 uri 33 min ago

Su Tap il Movimento 5 stelle rischia di perdere la base fondamentale su cui si fonda la sua filosofia: il rapporto di correttezza tra promesse e fatti. Un eventuale assenso a Tap significherebbe che tutto il consenso ottenuto qui al Sud verrebbe risucchiato in un nanosecondo. Anche la stessa Lega, perderebbe quella sua caratteristica di essere un movimento che garantisce il controllo territoriale di sindaci ed amministratori locali… altro che padroni a casa propria!

Un tubo che sarà per questo governo l’annuncio dell’estinzione come le trivelle lo furono per Matteo Renzi. Le prime avvisaglie si sono viste in piazza con gli studenti: è la prima volta che i ragazzi bruciano in piazza i manichini con le facce di due leader. Un gesto simbolico alto, per chi ha creduto nel cambiamento e si ritrova col vuoto proprio sui fondi per scuola e ricerca.

Le elezioni in Baviera con il successo dei Verdi, dovrebbero far capire ai penta stellati che enormi masse di consenso qui al Sud, potrebbero presto migrare. La caduta del renzismo partì proprio dalla Puglia e la stessa fine rischia di fare Di Maio se non emerge una posizione chiara ed inequivocabile sulla Tap. Quando ci si trova davanti ad un bivio, non bisogna parlare con lingua biforcuta. Bisogna scegliere.

La vicenda pugliese è chiara e rischia di svelare l’inconsistenza della truppa di parlamentari 5 stelle che ha invaso i palazzi romani dopo il 4 marzo. Questi signori, latitanti ed inconsistenti nei territori, hanno perso l’onore della parola data. I pugliesi si sono fidati ed ora non li perdoneranno. Anche il tentennamento, qualora il governo dovesse giungere ad un No, comporterebbe comunque a una rottura. Su Tap la decisione doveva essere netta così come lo furono i comizi a San Foca di Di Battista e della Lezzi. Nascondersi dietro le penali e i costi per le inadempienze svela come non si siano lette le carte e non si sia affrontato sul serio il tema.

Ha ragione Marco Potì, sindaco di Melendugno, quando dice che a Roma nei Ministeri non hanno visto le carte. Ha ragione il primo cittadino che rischia di fare la fine di Mimmo Lucano, perché la lotta di resistenza andrà avanti così come il tentativo di normalizzare i territori che Matteo Salvini cercherà di stimolare attraverso il Viminale. Eppure una cosa sembrava chiara dopo il 4 dicembre ed il 4 marzo, ovvero che non sarebbe stato più possibile calpestare le volontà dei territori. Presto nasceranno altre stelle, con sindaci e leader delle popolazioni in lotta che acquisiranno sempre più consenso sui temi legati alla difesa dell’ambiente e delle proprie terre.

Quando le stelle diventano stellette su una divisa governativa e non rispettano i patti col popolo, sono destinate a riempire i tanti dimenticatoi della Storia.

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Migranti, Salvini non accetta le scuse della Francia su Claviere: “Lasciarli nel bosco non può essere un errore”

2 uri 50 min ago

“Non può essere considerato un errore o un incidente”. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini rigetta la giustificazione della Francia sul caso Claviere, tenendo vivo il nuovo caso diplomatico scoppiato tra Roma e Parigi. Venerdì scorso due agenti della Digos hanno visto alcuni gendarmi francesi che facevano scendere da un furgone due migranti, scaricati quasi di nascosto in territorio italiano, in una zona boschiva sulla strada che da Claviere conduce a Cesana, in alta Valle di Susa. Dopo le richieste di chiarimento partite da Roma, lunedì sera Parigi ha fornito la sua versione dei fatti: “Si è trattato di un deplorevole errore, i gendarmi non conoscevano il luogo”.

“Abbandonare degli immigrati in un bosco italiano non può essere considerato un errore o un incidente”, replica martedì Salvini. Per il vicepremier leghista “quanto successo a Claviere è un’offesa senza precedenti nei confronti del nostro Paese”. “Mi chiedo se gli organismi internazionali non trovino ‘vomitevole‘ lasciare delle persone in una zona isolata senza assistenza”, continua il vicepremier leghista, citando l’aggettivo che il portavoce di En Marche, il partito del presidente francese Emmanuel Macron, aveva utilizzato nel giugno scorso per commentare l’atteggiamento dell’Italia sul caso Aquarius. Al responsabile del Viminale ha risposto la ministra francese degli Affari europei, Nathalie Loiseau: “La cooperazione tra Francia e Italia sulla migrazione è importante. Faremo in modo che questi incidenti non accadano più”.

A marzo l’episodio di Bardonecchia
Le tensioni al confine tra Italia e Francia proseguono ormai da tempo e si erano già inasprite nel marzo scorso quando una pattuglia di doganieri transalpini fu protagonista di un altro sconfinamento: gli agenti fecero irruzione a Bardonecchia in una sala utilizzata da una Ong e perquisirono alcuni stranieri. I rapporti tra Roma e Parigi sono poi peggiorati durante l’estate, con i continui botta e risposta tra Macron e il governo italiano sulle navi con a bordo migranti lasciate fuori dai porti siciliani.

“Siamo di fronte a una vergogna internazionale, e il signor Macron non può far finta di nulla. Non accettiamo le scuse“, attacca ancora Salvini. “Chi erano – chiede il ministro dell’Interno – questi immigrati? Da dove venivano? Perché sono stati abbandonati? E ancora: per la civile Parigi è normale scaricare delle persone nei boschi? Perché i francesi parlano di ‘gendarmi che non conoscevano la strada’, se poi il furgone è rientrato nel proprio paese a gran velocità e senza esitazioni? Andremo fino in fondo”, conclude il ministro.

Intanto la Procura di Torino ha aperto un fascicolo sulla vicenda dopo aver ricevuto l’informativa della Digos. Gli agenti, secondo quanto riferito all’Ansa da fonti investigative, hanno fotografato il furgone e annotato il numero di targa. Sul fronte francese, la prefettura del Dipartimento delle Alte Alpi ha fatto sapere che “i primi controlli effettuati confermano questo attraversamento, in contrasto con le disposizioni in vigore. Sembra che la stazione di polizia di Bardonecchia fosse informata correttamente in relazione al trasferimento di due stranieri. È stata richiesta un’indagine congiunta da parte dell’Ispettorato generale della Gendarmeria nazionale (IGGN) e dell’Ispettorato generale della Polizia nazionale (IGPN) per chiarire i termini di questo intervento”. E  la ministra francese degli Affari europei, Nathalie Loiseau, ha poi aggiunto che “dalle prime informazioni si tratta di gendarmi arrivati da poco nella regione, che hanno avvertito la polizia italiana. Sono entrati senza volerlo in Italia. Abbiamo disposto un’inchiesta e un’ispezione. È stato un evento accidentale”.

 

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Ponte Morandi, la ricostruzione e il rischio che si trasformi in una farsa

3 ure 3 min ago

Nel terzo millennio più di cento ponti sono crollati nel mondo in modo disastroso. Quasi sempre sono stati ricostruiti. Come? Quando? Un confronto con l’Oriente sarebbe impietoso: il ponte tra Mumbai e Goa, crollato nell’agosto del 2016, fu ricostruito in 165 giorni. Per impatto mediatico e importanza strategica del manufatto, il caso più simile alla tragedia genovese è il ponte della I-35W a Minneapolis, 8 corsie che superavano le cascate di Saint Anthony del Mississippi a Minneapolis. Sul ponte, aperto nel 1967, transitavano 140mila veicoli al giorno. Crollò una sera d’agosto del 2007, provocando 13 vittime e 145 feriti. Tredici mesi dopo fu inaugurato il nuovo ponte a 10 corsie. Era stato ricostruito in base a un progetto avveniristico, aggiudicato dopo una gara a chiamata tra 5 compagnie. Il nuovo manufatto ha vinto più di 20 premi internazionali.

A Genova, il ponte sul Polcevera crollò il 14 agosto 2018. Il giorno dopo la concessionaria fece sapere con una nota di lavorare «alacremente alla definizione del progetto di ricostruzione del viadotto, che si completerebbe in 5 mesi dalla piena disponibilità delle aree». Il 16 il governatore e il vice-ministro dalle Infrastrutture dichiararono all’unisono che «entro il 2019 i genovesi avranno un nuovo viadotto autostradale sul torrente Polcevera al posto del ponte crollato» e, il giorno successivo, il primo alzò la voce, invocando «un commissario con poteri straordinari che rimetta in piedi il ponte nel più breve tempo possibile, pretendo che il ponte in un anno sia di nuovo in piedi». Ma 5 giorni dopo il crollo, il concessionario cautamente si corresse: non più 5 ma 9 mesi. Dopo 10 giorni il vice-ministro parlò di settembre per l’inizio della demolizione. A fine agosto il governatore prevedeva di finirla in ottobre. Dopo 20 giorni i partiti di governo s’impegnarono ad «assicurare che la ricostruzione avvenga in tempi non superiori a un anno».

Passò un mese e il governatore dettò su Facebook i nuovi «tempi previsti da noi: entro settembre inizio demolizione, entro novembre inizio cantiere». Nell’anniversario della breccia di Porta Pia, il sindaco parlò ai media di rispetto dei tempi previsti. Ma il giorno dopo rispose il governatore che il ponte andava ricostruito in 11-15 mesi ossia entro dicembre 2019, mentre per i sindacati ci volevano 10 mesi di lavoro. Il 30 settembre, un commissario in pectore, affermò alla stampa che otto mesi gli sembravano pochi, mentre il premier promise ai genovesi: «Faremo di tutto per consegnarvi il ponte entro la fine del 2019». Il Decreto Genova vide la luce (salvo modifiche parlamentari) dopo 45 giorni dalla tragedia, il commissario fu nominato dopo 51 giorni investendo del sindaco degli agognati super-poteri, le previsioni delle autorità promisero l’inaugurazione del nuovo ponte per la fine del 2019. Il 4 ottobre il sindaco-commissario affermò con coraggio che «le cose si possono fare in 12-16 mesi». Quattro giorni dopo il concessionario, durante un’audizione parlamentare, fece sapere che la società aveva «studiato diverse possibili soluzioni» e, tra queste, «quella con i tempi più accelerati» prevedeva circa 9 mesi tra demolizione e ricostruzione del viadotto.

La normativa europea prevede procedure semplificate «per ragioni di estrema urgenza derivanti da eventi imprevedibili dall’ente aggiudicatore», fatto salvo che «le circostanze invocate per giustificare l’estrema urgenza non devono essere in alcun caso imputabili all’ente aggiudicatore». L’interpretazione della norma si presta a un certo grado di soggettività. Ma, se dopo due mesi nulla ancora ancora deciso, per declinare il concetto di urgenza si dovrà ricorrere alla curvatura dello spazio cosmico. Se tutto andrà bene, la strada europea E80 da Lisbona a Gürbulak sarà di nuovo integra un anno e mezzo dopo l’interruzione. Se va male, chissà. Genovesi, italiani ed europei erano e sono preoccupati. Vorrebbero ricordare ai decisori che il meglio è nemico del bene, come disse Voltaire, perché fare presto e bene è nell’interesse di tutti. Il crollo è stato una tragedia con un’eco mondiale. La ricostruzione rischia di diventare una farsa tutta italiana. È un ponte di dimensioni tutto sommato modeste: poco più di un chilometro se rifatto del tutto, da 200 a 400 metri se s’integrasse una nuova campata nella struttura preesistente, rinforzata e rimodernata.

Il governo federale degli Usa aveva stanziato immediatamente 50 milioni di dollari sul totale di 250 autorizzato dal Congresso per sanare il vulnus di Minneapolis, 7 giorni dopo il crollo. Il Decreto Genova è costituito da quasi 21mila parole, quasi un quarto di quante compongono l’intera Divina Commedia. Una summa che spazia dal terremoto di Casamicciola del 2017 (non quello del 1883) all’uso dei fanghi di depurazione come letame artificiale. A Genova, dove non si parla mai a vanvera di soldi, aspettano ancora i primi spiccioli. Al luce della mia lontana esperienza di commissario alle dighe — troncata in anticipo da ragioni del tutto estranee alla pericolosità di certi manufatti un po’ antiquati — auguro al sindaco-commissario di trovare sulla propria strada meno impicci burocratici e più collaborazione istituzionale. E di costituire un team di tecnici competenti, efficienti e indipendenti in grado di recuperare il tempo perduto. È la sfida più ardua. Se le strade, i torrenti e perfino le infrastrutture più banali di Genova come lo stadio giacciano in condizioni che, a differenza dei palazzi dei Rolli, pochi “foresti” invidiano, un’intera generazione di politici, burocrati e tecnici non ha risposto in modo brillante alla sfida della storia.

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Pace fiscale, Di Maio: “Con la Lega raggiunto buon compromesso. Per noi impossibile fare condoni tombali”

3 ure 22 min ago

Il vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, al termine della conferenza stampa, ha dichiarato sulla pace fiscale: “Per noi non si potevano fare condoni tombali, il compromesso raggiunto è buono perché riguarda il dichiarato e utilizza strumenti già esistenti”. Il tetto è fissato a 100mila euro.

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Luigi Bernardi, a 5 anni dalla scomparsa le sue parole tornano a vivere ne L’intruso

3 ure 27 min ago

Il 16 ottobre di cinque fa anni è morto Luigi Bernardi (1953-2013), scrittore, ma non solo. Sul mio blog, in questo post, lo definii “Lo Zeman dell’editoria”. Pensieri e parole di Luigi Bernardi si trovano, oltreché nei suoi libri, in rete; qui sul Fatto, per esempio, aveva questo blog.

A distanza di cinque anni l’Associazione culturale Lugi Bernardi annuncia che, martedì 16 ottobre, esce in libreria l’ultimo suo libro inedito L’intruso, pubblicato da DeA PlanetaQuesta è la scheda del libro.

L’associazione Luigi Berrnardi descrive così L’intruso:

“Nel momento in cui la malattia è entrata nella sua vita, portando una sentenza senza appello, Bernardi ha deciso di consegnarci un autoritratto privo di qualunque indulgenza o retorica, mostrandosi nudo di fronte allo specchio: semplicemente un uomo, con le sue grandezze e le sue miserie. L’intruso è il diario, lungo un anno, di qualcuno che ha molto amato le parole – ‘nel raccontare, non tutte le parole sono uguali’ – e non ha rinunciato a cercarle, a spremerne tutta la bellezza, persino quando la fine era vicina. È una lucida presa di coscienza che nella vita non si è pronti quasi a niente – ‘l’angolo delle sorprese è sempre pronto a riempirsi’ – e la scrittura può diventare la più profonda, eterna forma di condivisione”.

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L’intruso verrà presentato martedì 16 ottobre, alle ore 18 presso Libreria Trame, via Goito 3/c, Bologna, con Marco Bernardi, Patrick Fogli, Otto Gabos, Stefano Izzo e Alberto Sebastiani e mercoledì 24 ottobre, alle ore 19 presso Verso Libri, corso di Porta Ticinese 40, Milano, con Marco Bernardi, Luca Crovi, Stefano Izzo e altri ospiti.

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Stefano Cucchi, perché i test d’ammissione alle forze dell’ordine vanno ripensati

3 ure 30 min ago

Le confessioni del vicebrigadiere Francesco Tedesco non hanno solo infranto il muro di omertà dietro il quale si è tentato di nascondere le vessazioni inferte a Stefano Cucchi, ma hanno chiaramente indicato l’urgenza di rivedere e migliorare i criteri di reclutamento con i quali si accede alle forze dell’ordine.

Oggi esistono a tale scopo vari strumenti di valutazione finalizzati ad assodare l’idoneità psico fisica del candidati, affiancati a colloqui individuali. Tra questi troviamo il Minnesota multiphasic personalità inventory (Mmpi), un test atto a indagare le caratteristiche di personalità normali e patologiche, capace di quantificare depressione, paranoia, ansia. Il Big Five valuta, tra le altre cose, introversione ed estroversione del candidato. Il test 16 Pf 5 dice qualcosa sulle tendenze paranoiche e la presenza di stati ansiosi.

Chi si occupa di psicoanalisi sa che la standardizzazione alla quale sono soggetti questi test attitudinali, che pure hanno un indubbia base scientifica, riduce l’individuo a un elemento sì valutabile, ma non ne esaurisce completamente l’animo e la storia pregressa. Traumi, momenti critici, violenze o soprusi patiti, famiglie disequilibrate, sono sovente la base sulla quale si modellano strutture di personalità poco adatte a garantire un equilibrio in condizioni di forte stress.

Lo Stato non indaga l’animo di chi domanda di esserne il difensore, cercando di capire quali siano i motivi, attuali o antichi, che spingono un individuo a scegliere una divisa. In pratica lo Stato non assume la posizione dell’analista, chiedendo se fare il carabiniere o il poliziotto risponda a un desiderio primario di difesa della legge, di protezione del debole, di riscatto da soprusi subiti o osservati o sia, più prosaicamente e legittimamente, legato al bisogno di avere un lavoro che permetta di campare. E non è certo pensabile che ciò avvenga.

Tuttavia qualcosa va rivisto. Dopo la vicenda Cucchi, lo Stato ha più che mai il dovere di porre in essere strumenti utili a individuare e fare desistere chi sceglie di indossare una divisa per motivazioni che esondano dal desiderio di garantire la difesa dal crimine e dall’illegalità . Anche se supera brillantemente la batteria di test sopracitata, la quale non dice nulla di zone grigie intrise di sadismo o tendenze autoritarie che, come abbiamo modo di vedere, troppo spesso balzano agli onori delle cronache. Ne parlai proprio in un precedente post.

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Dal G8 di Genova in poi questa urgenza si è mostrata in tutta la sua drammatica evidenza. Come ha stabilito la corte Europea, sadici torturatori vestiti con gli abiti dello Stato hanno abdicato alla loro funzione, esercitando violenze inaudite nei confronti di quei cittadini che avevano giurato di difendere. Uomini violenti si sono sentiti liberi di mostrare la loro peggior natura, esercitando liberamente un potere autoconferito di punire e far soffrire coloro i quali, a loro discrezione, costituivano un elemento insopportabile: i manifestanti con idee e orizzonti diversi dal loro.

Un uomo delle forze dell’ordine che picchia un detenuto o che viene ritenuto colpevole di stupro è il prodotto di una lente clinica non del tutto precisa, resa opaca dal tempo, incapace di riconoscere chi cerca in una divisa una modalità di espressione tollerata di proprie pulsioni violente. Riempire di botte un ragazzo, come accadde ad Aldrovandi, è il risultato di una mancata vigilanza su inclinazioni coercitive che non sono state riconosciute e indagate. Percuotere con violenza un uomo in stato di arresto, intimidirlo, soggiogarlo, sono la risposta drammatica a domande che non vennero fatte a tempo debito.

Quale è il suo rapporto con l’alterità? Con la diversità? Come si applica la legge nei confronti di chi delinque senza esprimere giudizi morali? Lei crede che la violenza contenga un fine rieducativo? Cosa pensa della donna? Queste sono le domande che nessun test pone. Se non ci vedi più, non puoi guidare. Se per te un uomo privato della libertà è un corpo sul quale infierire, non puoi indossare una divisa. E questo va, nei limiti del possibile, appurato prima che tu faccia il giuramento.

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Cina, come convivere con la nuova superpotenza globale. L’alternativa è essere travolti

3 ure 33 min ago

La Cina è la seconda economia al mondo e si sta avviando a diventare la prima. È un paese comunista, con un controllo politico accentrato al vertice. Il leader del Partito, Xi Jinping, dopo l’incoronazione a presidente inamovibile – il più potente dai tempi di Mao Zedong – ha confermato tutta la sua ambizione annunciando esattamente un anno fa una strategia che entro il 2050 farà del gigante asiatico la vera grande superpotenza del futuro. In concorrenza diretta con gli Stati Uniti e con un’Europa che non esiste e non si riforma, in gravissima crisi politica.

Pur senza conoscerne i dettagli, sappiamo che gli interessi economici e politici di Pechino trovano sbocchi territoriali ovunque. I cinesi comprano centinaia di aziende nella Ue, per esempio la Pirelli è “Made in China” da anni, Candy è passata di mano poche settimane fa. Investono miliardi e finanziano progetti strutturali e aziendali in Medio Oriente, Africa, Asia meridionale, in tutto il mondo. La politica estera del Dragone è quindi molto più attiva di prima, proprio per garantire i nuovi interessi all’estero, di pari passo con una proiezione e progressione della forza militare – armi convenzionali, nucleari (260 bombe atomiche), tattiche e strategiche – che non ha eguali in nessun’altra nazione. In teoria la Repubblica Popolare Cinese potrebbe anche sfidare l’Occidente e aggiungere nuovi teatri di competizione. Di qui una domanda sorge spontanea: è il partner commerciale, finanziario e forse anche politico ideale la Cina o è un potenziale nemico?

Xi Jinping, leader unico del ‘socialismo quasi realizzato’, ha ispirato e guiderà il profondo processo di trasformazione di questa immensa nazione da 1 miliardo e 400 milioni di abitanti, seguendo una visione chiara e di lungo periodo. Con una citazione presa dalla pseudo-cultura americana Xi ha parlato di “sogno cinese”. L’obiettivo è realizzare a tappe, senza rivoluzioni e senza guerre, una società “moderatamente prospera” entro il 2020, una “progressiva modernizzazione” tra il 2020 ed il 2035, ed entro il 2049 il consolidamento di una nazione “socialista moderna forte, prospera, culturalmente avanzata e democratica”.

Alcuni dicono che una Cina troppo potente sia una minaccia più che un’opportunità. Ma è davvero così? Il G7 (G8 prima che la Russia ne fosse esclusa dopo l’annessione della Crimea e i fatti di Ucraina) come comitato direttivo dell’Occidente diffida della Cina: infatti non è mai stata invitata nel club dei ricchi, per via dei “diritti civili” violati, non essendo una democrazia. Eppure qualcosa sta cambiando, anche se il cambiamento potrebbe volgere al peggio. L’ipernazionalista e sovranista Trump ha instaurato un pericoloso “nuovo disordine mondiale” spaccando l’Occidente e rendendo i rapporti tra Washington, Pechino e Bruxelles molto difficili. Siamo di fronte alla rottura unilaterale degli accordi e strategie politico-commerciali adoperati negli ultimi decenni: il G7 snobbato dalla Casa Bianca è ormai G6+1, tutti da una parte e l’America isolata dall’altra. L’obiettivo del gruppo di miliardari di estrema destra che governano gli Usa è far saltare rapporti consolidati in base a tattiche (e pulsioni biecamente bottegaie) che sul momento piacciono magari al popolo ma mandano in pezzi gli equilibri internazionali.

La guerra commerciale Usa-Cina (è una guerra vera anche senza i missili, i cui danni collaterali in termini di Pil calante e nuove recessioni non sono ancora chiari) implica una visione semplificata di un mondo post-multilaterale in cui l’America First, in teoria, è vincente perché gli Usa sono, e si sentono, la nazione più grande e più potente rispetto a ciascuno dei partner. Uno scenario quindi in cui contano solo i rapporti bilaterali. Eppure oggi il “divide et impera” non funziona. Sarebbe un ritorno agli anni Cinquanta e ridurrebbe lo sviluppo di tutti.

Anche se a prima vista il principale avversario di Trump è proprio la Cina (il più grande surplus commerciale con gli Usa) come possono l’Occidente e l’Europa sopravvivere a tali lacerazioni? Vero è che l’atteggiamento trumpiano potrebbe anche provocare l’effetto opposto, ovvero ricompattare la debole Ue. Vedremo, anche se è lecito dubitare che nella volata da qui alle elezioni europee del maggio 2019 Bruxelles abbia quei sussulti d’orgoglio, d’unità e di volontà autoriformatrice che sarebbero necessari. Nel frattempo però Trump ha rovesciato il tavolo e la globalizzazione con lui è entrata in acque inesplorate. L’abbandono americano del Tpp e la dichiarazione sull’inutilità del WTO accelererà lo spostamento del magnetismo commerciale dal polo America al nuovo polo Cina. E noi europei graviteremo sempre più verso un’Eurasia in rafforzamento.

L’altra faccia della medaglia è: se Trump continuasse una guerra commerciale dura con la Cina, gli effetti più profondi sarebbero avvertiti soprattutto in lande desolate della provincia Usa. Per cui la sconveniente verità non detta dalla Casa Bianca agli americani è che Pechino emergerebbe quasi intoccata da uno scontro globale sul commercio innescato dal neo-protezionismo di Washington. Non vi sono dubbi, per esempio nel settore auto, che tutti conoscono e sono in grado di giudicare: in futuro centinaia di milioni di automobilisti cinesi sceglierebbero Mercedes, BMW oppure Honda e Mitzubishi e non modelli Ford, GM o Chrysler (a meno che non sia una Jeep fabbricata in Italia da Fca a Pomigliano d’Arco).

In un libro uscito da poco, Intervista sulla Cina, viene raccontato per quale motivo i rischi di una guerra commerciale fuori controllo sono pericolosissimi. E si chiarisce perché i cinesi è meglio averli alleati e non come nemici, visto che la Cina sta per diventare l’economia n.1 al mondo. L’obiettivo di Xi Jinping di traghettare il colosso asiatico verso un diffuso livello di prosperità, affinché possa assumere il ruolo globale che gli compete per popolazione e forza dell’economia – ruolo che finora si è ben guardato dal reclamare preferendo un basso profilo nelle vicende geopolitiche ‘calde’, in Siria, Iran e all’Onu – è certamente ambizioso ma anche raggiungibile.

La Cina insomma ha la statura da superpotenza, ma deve averne anche lo status. I temi prioritari trattando con Pechino sono vari: la concorrenza commerciale con l’Occidente (non su prodotti di consumo a basso costo tipo magliette e giocattoli come accadeva anni fa ma su produzioni sofisticate in settori come auto, elettronica, macchinari, medicale); l’educazione (molto più avanzata rispetto alla nostra); lo statalismo pervasivo e la “mano visibile” del Partito Comunista in ogni transazione commerciale e finanziaria; l’ambiente e l’inquinamento; la lotta alla corruzione; l’uscita dalla povertà di ottocento milioni di cinesi (il più vasto fenomeno di questo tipo nella storia economica mondiale); la mancata “reciprocità” negli affari; il fresco rapporto privilegiato con la Russia di Vladimir Putin e il rafforzarsi del polo euroasiatico (conseguenza diretta dell’ostilità trumpiana; al punto che il mese scorso si sono svolte maxi manovre militari congiunte Russia-Cina con 300.000 soldati e migliaia di carri armati); infine, il grandioso progetto chiamato “Belt and Road Initiative” (BRI) – circa 70 paesi e un valore complessivo a regime di $1 trilione di dollari – voluto dallo stesso Xi Jinping, al cui confronto il Piano Marshall per finanziare la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale era poca cosa.

La BRI è una global strategy formidabile, sulla carta e sul territorio, da cui si deduce che in decine di nazioni di quattro continenti l’egemonia economica Usa sarà prima circondata, poi respinta e in seguito emarginata dai cinesi. È chiaro quindi che nessun politico – nel nuovo governo populista a Roma o nelle sedi Ue attanagliate da una crisi devastante – e nessun imprenditore, gruppo industriale, piccola o media azienda, potrà prescindere dal conoscere i piani di espansione di Pechino, soprattutto nell’instabile scenario del “nuovo disordine mondiale” inaugurato con miope e sguaiata arroganza da Trump.

Bisogna quindi saper trattare senza complessi di inferiorità con la ‘forza tranquilla’ del gigante asiatico, sia sul fronte economico che geopolitico. E mentre l’Unione Europea mette a repentaglio il proprio ruolo globale (mezzo miliardo di cittadini), impotente e incapace com’è di parlare con una sola voce, Pechino, con una strategia e un soft power non comuni, si appresta a diventare la terza superpotenza aggiungendosi a Stati Uniti e Russia. I superblocchi dovrebbero essere in verità quattro, ma ci vorrebbe davvero più Europa affinché la globalizzazione non vada maledettamente alla malora, travolgendo tutti.

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Lo show di Tria in conferenza stampa: “Scusate, c’è Crozza in sala?”. Poi Conte e i vicepremier se ne vanno e lui…

3 ure 36 min ago

“C’è Crozza in sala, scusate?”. La conferenza stampa di presentazione della manovra e del dl fiscale deve ancora iniziare, ma all’ingresso nella sala stampa di Palazzo Chigi, il ministro dell’Economia prova a sciogliere le tensioni con questa battuta. Poi il titolare di via XX Settembre risponde alle domande su sue possibili dimissioni: “Sarei masochista se mi dimettessi dopo l’approvazione della manovra da parte del Parlamento, sarebbe più logico farlo prima, quindi smentisco”. Poi al termine della conferenza stampa, Tria resta seduto, mentre Di Maio, Salvini e Conte lasciano la sala, ripetendo la scena della precedente conferenza nella quale il ministro Tria, attorniato dai giornalisti, venne poi allontanato da una addetta stampa.

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Tap, governo si prende altre 36 ore. Ma Lezzi dice: “Abbiamo le mani legate, lo stop avrebbe un costo troppo alto”

3 ure 38 min ago

Il governo prende tempo sulla sorte del gasdotto Tap, ma la strada sembra ormai portare al via libera ai lavori. È quello che emerge dopo l’incontro avuto nella tarda serata di lunedì dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dalla ministra del Sud Barbara Lezzi e dal collega dell’Ambiente Sergio Costa a Palazzo Chigi con il sindaco di Melendugno, Marco Potì, e alcuni esponenti e parlamentari pugliesi del M5s per fare il punto sul progetto. Prima della decisione definitiva passeranno altre 24-36 ore, in cui il ministero di Costa effettuerà nuove verifiche, ma è la stessa Lezzi a dire: “Abbiamo le mani legate“. Il problema è principalmente il “costo troppo alto che dovremmo far pagare al Paese” per fermare l’opera, un costo che “per senso di responsabilità non possiamo permetterci“.

Di fatto comunque la riunione non ha comunque messo la parola fine all’incertezza sul completare o meno il Tap (Trans Adriatic Pipeline), il condotto trans-adriatico di 878 chilometri che porterà in Europa il gas dell’Azerbaijan arrivando nel Salento. “Ci saranno verifiche sulle cartografie” del progetto, ha puntualizzato il ministro Costa: “Parlo in particolare di eccesso di potere“.

Prima dell’incontro, il sindaco di Melendugno aveva ribadito il suo no: “E’ un’opera inutile, dannosa e molto pericolosa per le popolazioni e il territorio. Questo progetto si ferma perché Tap ha commesso delle illegalità e illegittimità: ci sono errori progettuali e falsificazione dei documenti, quindi si ferma non per responsabilità politica ma per responsabilità di Tap stessa”. Al termine dell’incontro, il sindaco pugliese ha invocato la creazione di “un clima politico ostile nei confronti del progetto Tap. Noi saremo i cani da guardia”.

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E Gianluca Maggiore, portavoce del Movimento No Tap, da Lecce ha rincarato: “La battaglia continua e pure la richiesta di dimissioni in blocco degli eletti del Movimento 5 stelle in caso ricomincino i lavori di Tap. Quello che è chiaro – afferma – è che si sta giocando. I ministeri non hanno i documenti, non sanno nulla“. Già lunedì mattina contro la realizzazione del gasdotto si era svolto un sit-in di protesta nel porto di Brindisi dove è ormeggiata la nave Adhemar D/Snt Venant, pronta a iniziare il cantiere per i lavori in mare al largo di San Foca di Melendugno (Lecce).

Sul posto alcuni esponenti dei movimenti No-Tap di Brindisi e Lecce che hanno fortemente criticato i 5 Stelle. Contestazioni ai parlamentari e consiglieri del Movimento che proseguiranno e saranno più dure in caso di “via libera”.  Il M5s, soprattutto nel collegio centrale del Leccese, quello in cui ricadono gli impatti del gasdottoha fatto man bassa di voti alle elezioni politiche del 4 marzo scorso. Le proteste contro la ministra per il Sud Barbara Lezzinel capoluogo salentino, in estate, sono state solo un’anticipazione.

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Tap, i ministri Lezzi e Costa: “Abbiamo mani legate, no alternative”. Il sindaco di Melendugno: “Servono indagini”

3 ure 49 min ago

Dopo il Consiglio dei ministri a Palazzo Chigi, si è svolto un incontro sul Tap. Presenti il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, il ministro per il Sud, Barbara Lezzi, con i parlamentari pugliesi del M5S e il sindaco di Melendugno, Marco Potì. Al termine Lezzi ammette che per lo stop all’opera ci sono poche speranze: “Purtroppo il sentiero è molto stretto, ci sono ancora delle verifiche che verranno svolte nelle prossime 24-36 ore e che verranno svolte dal ministro Costa”. Si cercano profili di illegittimità. “Stiamo facendo una verifica sulle cartografie – dichiara il ministro dell’Ambiente – ma se non ci saranno profili di illegittimità, non c’è alternativa. Abbiamo le mani legate ma non perché l’abbiamo voluto noi”. Il sindaco di Melendugno, Potì confida in questo supplemento d’indagine per cercare possibili falle nel processo di realizzazione del Tap.

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Il messaggio di Orlando al Pd: “Qui ho vinto parlando di accoglienza, lista Salvini all’1%. Lucano? Distrutto un modello che salva vite”

4 ure 24 min ago

“Qui ho vinto le amministrative l’anno scorso, dopo un primo mandato, che in genera logora chi ha governato, parlando di accoglienza come faccio ora. E la lista Salvini quanto ha preso? Meno dell’1% (Ismaele La Vardera ha ottenuto il 2,59%, ma era sostenuto da Noi con Salvini, Fratelli d’Italia e dal movimento Centrodestra, ndr)”. Il messaggio del sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, è molto chiaro ed è diretto soprattutto allo schieramento politico al quale appartiene dallo scorso gennaio, cioè il Partito democratico. Intervistato dal Fatto.it, Orlando ha proposto il suo modello di alternativa, nella gestione dei flussi migratori, a quello proposto dalla Lega e, per certi versi, sostenuto anche dal Pd (con la legge Minniti prima e, in seconda battuta, con le posizioni assunte negli ultimi mesi dai suoi esponenti). “Non si può seguire Salvini nell’approccio securitario, perché dirà sempre qualcosa di più ‘radicale’ di te. E allora bisogna affermare che la mobilità è un diritto umano inalienabile, come abbiamo scritto nella carta di Palermo. In questo senso, l’Europa può e deve accogliere tutti i migranti che desiderano partire e venire da noi.

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Leoluca Orlando: “Valori positivi del M5s fagocitati da Salvini, c’è rischio per la democrazia. Pd? Me ne tengo lontano”

4 ure 24 min ago

“Il patrimonio positivo di valori che il M5s ha utilizzato ed evocato rischia di dissolversi nel braccio di ferro tra Di Maio e Salvini. Alla fine chi ne pagherà il conto non sarà il ministro dell’Economia, ma la democrazia in Italia”. Intervista, in esclusiva, del Fatto.it al sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, sui temi dell’attualità politica: il rapporto tra i due partiti di governo, M5s e Lega, il ruolo delle opposizioni, la ricerca del Partito democratico (a cui Orlando si è iscritto da nove mesi) di una propria identità e il futuro dell’Italia. “Oggi riscontro un populismo dell’intolleranza che ricorda il primo Mussolini. Siamo in una fase storica pre-fascista”.

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Caporalato, prima passata di pomodoro NoCap: “Mettiamo in contatto clientela sensibile con i produttori etici”

4 ure 25 min ago

Dare al consumatore la possibilità di scegliere un prodotto certificato per il suo valore etico, contribuendo allo stesso tempo a sensibilizzare compratori e produttori e, dall’altra parte, a mettere pressione sulla grande distribuzione, “quella che oggi decide i prezzi di mercato”. Con questi obiettivi Yvan Sagnet ha fondato, nel 2017, l’associazione NoCap che oggi ha eseguito la sua prima attività di controllo e apposto il suo primo bollino sulla prima passata di pomodoro etica in Italia. Sei mani, questo il simbolo, ognuna delle quali rappresenta uno dei principi cari all’associazione: etica, utilizzo di energie rinnovabili, limite alla produzione dei rifiuti, principio della filiera corta, lotta ai maltrattamenti sugli animali e quello che hanno ribattezzato “il valore aggiunto”, ossia la capacità dell’azienda di commercializzare anche i derivati dei prodotti che coltivano.

Sagnet ha alle spalle anni di militanza a sostegno dei diritti degli immigrati sfruttati nei campi del sud Italia, ma non solo, da quando nel 2011, lui stesso vittima del caporalato, ha guidato la rivolta dei braccianti di Nardò. Da lì le lotte nella Cgil, dove ha continuato a combattere per i diritti dei suoi ex colleghi. “Oggi siamo passati dalla protesta alla proposta – dice a Ilfattoquotidiano.it – Questa idea è nata da me e da altri amici impegnati nella lotta al caporalato. Abbiamo capito che il lavoro svolto dal sindacato era importante, e lo è davvero, ma che serviva anche un passo in avanti ulteriore: non bastava più concentrarci sugli effetti del caporalato, dovevamo indagare sulle cause e cercare di cambiare il sistema che ne è all’origine”.

Così, Sagnet ha capito che le responsabilità non erano da ricercare solo nei campi, andando a scontrarsi con i produttori che impiegano manodopera irregolare a basso costo, ma “nella grande distribuzione e nelle multinazionali che ormai assorbono gran parte del mercato e impongono ai contadini dei prezzi che non tengono conto dei costi di produzione. La necessità di trarre un guadagno dalle vendite spinge gli agricoltori, già colpiti dalla crisi del settore, a cercare di abbattere il più possibile i costi, anche sulla pelle dei braccianti”.

Così, il bollino NoCap vuole entrare nel mercato inserendosi in “un sistema perverso” cercando di cambiarlo dall’interno. “L’obiettivo è duplice: offrire a coloro che davvero sentono l’esigenza di consumare un prodotto ‘etico’ di avere a disposizione una certificazione che offra garanzie. Ma soprattutto cercare di sensibilizzare tutti gli altri clienti. La grande distribuzione comanda il mercato, ma c’è un attore che può influenzare le loro politiche: il consumatore. Se il consumatore inizia a chiedere loro delle garanzie sull’eticità del prodotto, dovranno adeguarsi”.

Per il momento, il marchio si svilupperà nella piccola-media distribuzione, cercando collaborazioni anche con le scuole e altri enti pubblici. “Qualche supermercato ci ha corteggiato – rivela Sagnet -, ma per il momento vogliamo svilupparci tra le piccole e medie imprese“.

E la prima ad aver richiesto il certificato etico sono state l’azienda agricola Giuseppe Vignola e l’azienda conserviera Biologica Vignola di Grassano, in provincia di Potenza, che hanno prodotto la prima passata di pomodoro NoCap. “Come avverrà con tutte le altre aziende che vorranno aderire – spiega Sagnet -, noi conduciamo una campagna di promozione nella speranza di attirare l’attenzione dei produttori e, parallelamente, offriremo ad alcuni di loro di sottoporsi ai nostri controlli per ottenere la certificazione. Una volta presi i contatti, con degli esperti scelti per ogni settore seguiremo tutto il processo produttivo, di eventuale lavorazione e di distribuzione e daremo un punteggio (da 1 a 5 come le dita delle mani scelte come simbolo, ndr) per ognuno dei sei principi tenuti in considerazione dal nostro bollino”. Il principio etico sarà quello che non potrà avere meno di cinque punti, una base dalla quale non si potrà prescindere.

Una volta ottenuta la certificazione, però, l’associazione, che si appoggerà anche a un soggetto terzo, non lascerà il suo marchio in mano a chi ha intenzione di sfruttarlo senza rispettare i principi NoCap: “Svolgeremo dei controlli periodici – assicura Sagnet – per verificare che i produttori rispettino i nostri principi. Se così non fosse, ritireremo il nostro marchio. Credo che questo sia un incentivo a rispettare le regole perché come associazione non offriamo solo una semplice certificazione ma, nel tempo svilupperemo ancora di più questo aspetto, ci stiamo ritagliando una nuova fetta di mercato che offriremo a chi aderisce alla nostra iniziativa. Perdendo la certificazione, perderanno anche il mercato”.

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Genova, vigili in trincea nell’emergenza traffico dopo il crollo del ponte Morandi: “70 agenti in malattia, effetti dello smog”

4 ure 26 min ago

“Non solo esposizione continua allo smog e problemi per la salute legati a quello che gli operatori di Polizia Locale respirano durante l’orario di lavoro, ma anche rischi per l’incolumità fisica”. La denuncia è del segretario della Uil Liguria Mario Ghini. Il sindacalista si riferisce a a Fulvio Ferretti, vigile sbalzato in mezzo alla strada da un Tir mentre tentava di governare il traffico cittadino: “Mi è andata bene se consideriamo che sono ancora qui e ho riportato solo una settimana di prognosi- racconta – Sono uno dei 70 agenti di polizia locale in malattia, e non si dica che è una forma di protesta, perché dovreste vedere come arriviamo a fine giornata, l’affanno nel respirare, il mal di testa e quello che espettoriamo dopo diverse ore di contatto diretto con traffico intenso”. Dal giorno del crollo del Ponte Morandi, diverse zone della città sono interessate da ingorghi per tutta la giornata, per questo gli operatori di polizia chiedono maggiori tutele per la salute e turni più brevi: “Anche perché fino ad oggi il problema sono le esalazioni dei fumi del traffico – aggiunge Mario Ghini – ma quando inizieranno le operazioni di demolizione e ricostruzioni avremo anche a che fare con polveri e ulteriori disagi, per questo chiediamo il ripristino delle assunzioni a tempo determinato per le forze dell’ordine genovesi”.

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Aemilia, il pentito: “Reggio Emilia è sotto un assedio della ‘ndrangheta senza precedenti. Neanche i terroristi erano arrivati a tanto”

4 ure 29 min ago

“A Reggio Emilia siete tutti, e nessuno escluso, sotto uno stato di assedio e assoggettamento ‘ndranghetistico che non ha eguali nella storia reggiana. Nemmeno i terroristi erano arrivati a tanto”. Sono state queste le parole pronunciate al processo Aemilia l’11 ottobre scorso da Antonio Valerio, detto “Il Pulitino”, collaboratore di giustizia che ha dato un contributo decisivo alla ricostruzione dei 30 anni di penetrazione delle cosche Arena/Dragone/Grande Aracri in Emilia Romagna. “La cosa che fa specie”, ha detto, “è che la ‘ndrangheta ha impresso e marchiato a fuoco con il sangue chi doveva comandare a Reggio Emilia. E poi è sceso il silenzio tombale, cosa che sa fare bene la ‘ndrangheta”.

Quindi, alla vigilia dell’ultima udienza, ha dichiarato: “Non illudiamoci che verrà eliminata (la ‘ndrangheta ndr) con le condanne di questo processo. Perché altri ‘ndranghetisti fuori si stanno riorganizzando. Con mezzi e metodi diversi da quelli odierni. Perché vanno oltre”. Valerio ha parlato poi dei nuovi metodi utilizzati: “Noi usiamo gli appartamenti venduti in nero e il credito d’Iva come una criptovaluta molto più spendibile dei bitcoin“. E ha continuato: “La ‘ndrangheta è una holding in continua evoluzione. Da qui a quattro cinque anni vedrete che cambiamento ci sarà dentro e fuori dalla Calabria. Non illudetevi che la ‘ndrangheta è finita qui. A Reggio Emilia non è finito niente. Sarconi and family continuano imperterriti a dare ordini a chi è fuori”.

L’udienza numero 195 in calendario martedì 16 ottobre è l’ultima del processo, poi la corte si riunirà in Camera di Consiglio per scrivere la sentenza del rito ordinario. 149 le richieste di rinvio a giudizio, con richieste del pm che superano i 1700 anni complessivi di carcere. Le ultime battute in Aula sono per ascoltare le dichiarazioni spontanee degli uomini alla sbarra e Valerio è stato il primo a parlare. Lo ha fatto per tre ore, giovedì 11 ottobre, leggendo un memoriale che fotografa lo stato di salute (a quanto pare ottimo) della ‘ndrangheta in regione.

“A Reggio Emilia la famiglia Amato vuole comandare. Va gridato in Aula, tant’è temeraria la famiglia Amato”, ha detto ancora Valerio. “Tutti coloro che hanno commesso dei reati lo hanno percepito molto bene. Nessuno escluso. Donne comprese. Poiché sono le donne il cordone ombelicale di questa associazione. Da quando i mariti, i fratelli e i cognati sono in carcere. Il potere non lo mollano a nessuno i Sarcone e la linea di comando c’è. Dopo Carmine Sarcone, c’è Beppe Sarcone. Gli Amato devono aspettare, altrimenti i Gitani devono sparare se vogliono il comando come abbiamo fatto noi cutresi nel ’90”.

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Aemilia, ultima udienza del maxi-processo per ‘ndrangheta in Emilia: verso la sentenza per 149 imputati

4 ure 30 min ago

Aemilia, il primo maxi processo per ‘ndrangheta in Emilia Romagna, è alle battute finali. Il presidente del collegio giudicante Francesco Maria Caruso ha chiuso il dibattimento del primo grado e nell’aula bunker di Reggio Emilia martedì 16 ottobre vanno in scena le ultime dichiarazioni spontanee degli uomini alla sbarra. Poi ritiro in Camera di Consiglio e sentenza attesa per i primi di novembre. 149 rinvii a giudizio, due anni e mezzo di processo, 300mila pagine scritte, 195 udienze, una sola proposta di assoluzione per prescrizione del reato e più di 1700 anni di galera chiesti per gli altri imputati nella requisitoria del 22 maggio dai pm Beatrice Ronchi e Marco Mescolini. Mentre a Bologna nel rito abbreviato oltre 300 anni sono già stati confermati in appello ad altri 90 imputati che attendono ora il pronunciamento della Cassazione previsto per il 24 ottobre.

Oltre due millenni di carcere in complesso, per 239 persone che debbono rispondere di 201 capi di imputazione: estorsioni, usura, incendi, frodi economiche e finanziarie, caporalato e sfruttamento di mano d’opera, riciclaggio e reimpiego di denaro sporco, possesso di armi e munizioni, affari illeciti in collusione con forze di polizia, funzionari e dirigenti di pubbliche amministrazioni, giornalisti e liberi professionisti della Regione Emilia Romagna.

Sotto accusa i capi e gli uomini della cosca Grande Aracri che si è stabilmente insediata nelle ricche province di qua e di là dalle sponde del fiume Po. Sono le 54 persone a cui è contestato il capo uno di imputazione, il 416 bis, appartenenza ad associazione mafiosa. In trent’anni di crescita inarrestabile hanno conquistato il monopolio degli affari sporchi nell’edilizia e offerto le risposte migliori alla dilagante domanda di soluzioni facili proveniente dall’economia locale. Perché sotto accusa sono anche tutti coloro che alla ‘ndrangheta si sono rivolti per abbattere le tasse e aumentare i profitti, per ottenere provviste di contanti e vincere gli appalti, per eludere norme e controlli alterando le regole di mercato.

Tre uomini imputati di Aemilia, Giuseppe Giglio, Antonio Valerio e Salvatore Muto, hanno deciso di collaborare con la giustizia a processo in corso, primo caso nella storia della ‘ndrangheta, portando conferme e nuovi elementi che rafforzano l’impianto accusatorio frutto di anni di indagini e intercettazioni. Grazie a loro e ad altri pentiti, primo fra tutti Angelo Salvatore Cortese, ex braccio destro di Grande Aracri, sono stati aperti nuovi fascicoli ed è iniziato il processo Aemilia 92 sugli omicidi che in provincia di Reggio segnarono l’inizio della guerra per il controllo del territorio. La combatterono i Dragone/Grande Aracri contro le famiglie Ruggiero e Vasapollo, con l’appoggio economico degli Arena e dei Ciampà; fu il primo passo verso la conquista totale dell’Emilia occidentale da parte di Nicolino Grande Aracri che terminò il lavoro il 10 maggio 2004 facendo uccidere Antonio Dragone sulla strada che in provincia di Crotone conduce da Cutro verso il mare. Nei giorni scorsi al rito abbreviati di Bologna Nicolino Sarcone, ritenuto ancora oggi benché in carcere il capo a Reggio Emilia della ‘ndrangheta cutrese, è stato condannato a 30 anni per l’omicidio di Giuseppe Ruggiero. Antonio Valerio, che faceva parte del commando di finti carabinieri sceso a Brescello per ucciderlo, a otto. Altre quattro persone, tra cui il boss Nicolino Grande Aracri, hanno scelto il rito ordinario e risponderanno di omicidio volontario a partire dal 12 febbraio prossimo.

Ma l’importanza del processo Aemilia va oltre la ricostruzione del passato, perché racconta il presente e delinea il futuro della penetrazione mafiosa nel nord Italia. La ‘ndrangheta non ha nostalgia dei riti passati, ci raccontano le storie trattate in aula, e sa coniugare tradizione e modernità. Oggi è una ‘ndrangheta 5.0, come dice il collaboratore Antonio Valerio, moderna, tecnologica, evoluta. Che si affida alle donne, “cordone ombelicale della cosca” se gli uomini sono in carcere, che non molla il territorio e se lo contende, tanto che nuove famiglie sono pronte a subentrare ai Sarcone a Reggio Emilia o ai Diletto a Parma. E potranno esserci nuovi spargimenti di sangue, dice sempre Valerio, perché il territorio fa gola ma se altri vorranno prenderne il controllo “dovranno farlo con le armi”.

L’udienza n. 194 del processo, l’11 ottobre scorso, ha consentito a tutti di ascoltare in video conferenza la dichiarazione spontanea del collaboratore di giustizia che a lungo gli avvocati avevano cercato di smontare durante le loro requisitorie. Valerio ha parlato tre ore, leggendo un memoriale e attaccando, più che difendendosi. I messaggi che lascia alla comunità locale, prima della sentenza, non autorizzano alcun ottimismo. Il processo inchioda in carcere i responsabili della cosca Grande Grande Aracri, ma fuori in Emilia, ha dichiarato Valerio, “non è finito niente”. E le nostre città, dice, restano “sotto scacco”: “La ‘ndrangheta è una holding in continua evoluzione e non saranno certo le condanne del processo Aemilia a mettere fine al suo radicamento a Reggio Emilia“.

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Decreto Fisco, l’articolo fantasma pro Croce rossa: 84 milioni all’insaputa di Conte e ministri. Poi il premier lo stralcia

4 ure 33 min ago

Domenica sera, preconsiglio dei ministri, vigilia di approvazione del Decreto Fiscale. Attorno al tavolo ci sono Giuseppe Conte, i suoi ministri e sottosegretari, vari tecnici. Arrivano le bozze aggiornate del decreto e, racconta chi c’era, il capo del governo in persona alza il sopracciglio: “Scusate, che roba è?”. Tra le mani tiene il testo dell’articolo 23: due commi che muovono 84milioni di euro in tre anni intitolati a “Disposizioni urgenti relative alla gestione liquidatoria dell’Ente strumentale alla Croce rossa Italiana”. Righe così urgenti, che nessuno sa chi le abbia scritte: si materializza, insom- ma, la solita “manina”, l’eterna burocrazia senza nome che sa erigere muri sulle virgole e abbattere montagne in una riga. E così facendo, fatalmente, comanda.

La norma, in soldoni, stabilisce che i 117 milioni di euro l’anno appena stanziati dal Mef a favore della Croce Rossa siano da rimodulare almeno in parte, conferendo annualmente una quota significativamente maggiore alla struttura commissariale retta da Patrizia Ravaioli, già direttore generale della Cri e liquidatore, nonché moglie di Antonio Polito, notista politico e vice direttore del Corriere della Sera. Il commissario, evidentemente, ha bisogno di soldi per il personale e per le “spese correnti di gestione”. E prontamente qualcuno li trova.

Nel decreto che ha sbloccato i fondi, quelli per l’ente liquidatore si fermavano a 15.190.765 l’anno per tre anni. La rimodulazione spuntata nel ddl ne assegna alla struttura oltre dieci di più, sempre a valere sul Fondo sanitario nazionale, arrivando c0sì a 28,1 l’anno. Magari è un bene, magari no. Il punto è che nessuno,  a quanto pare, ne sapeva nulla. Un “dettaglio” che fa correre nuova bile tra tecnici e politici ormai ai ferri cortissimi, come ha rivelato il famoso trovino i soldi o li cacciamo tutti”, lanciato come un guanto di sfida dal portavoce di Conte, Rocco Casalino, ai cronisti. E rilanciato dallo stesso Luigi Di Maio che a stretto giro ha attaccato i dirigenti del Mef e il Ragioniere generale dello Stato, Daniele Franco (“C’è chi rema contro, faccio controllare ogni norma dai miei collaboratori perché non mi fido).

Letta la norma, stando a ricostruzioni convergenti, Conte ha fatto un rapido giro di consultazione tra i presenti e nessuno l’ha rivendicata. Non il ministro della Difesa Trenta che, non ha più competenze sul riordino della CRI. Non quello della Salute Grillo, che pure è autorità vigilante (e non nasconderà di nutrire alcune perplessità sulle cifre).

Alla fine sarà Roberto Garofoli, grand commis del Mef, a spiegare ai presenti che la norma è stata effettivamente scritta dal Mef, a livello di Ragioneria Generale dello Stato, al seguito di una interlocuzione con l’ente in liquidazione e col ministero. Garofoli è il capo di Gabinetto di Tria, lo era anche di Padoan e prima ancora di Patroni Griffi. Ma è stato anche segretario della presidenza del Consiglio con Enrico Letta, prima ancora capo del legislativo con D’Alema e Prodi. Inutile bussare alla sua porta per dettagli, non risponde. “Di quell’articolo non so nulla”, taglia corto il commissario Ravaioli che, a precisa richiesta, non fa nomi, ma a sua volta chiama in causa il Ragioniere dello Stato e il ministero della Salute. Prevedendo poi la bufera, precisa: “Io sono un tecnico, mi attengo alle opzioni politiche che stanno in capo al ministro”.

Nella serata di ieri il Mef ha poi inviato una nota tecnica per spiegare la genesi della norma e rivendicarne la bontà (scarica). Sarebbe legata alle perplessità sulla possibilità di finanziare (con il decreto di metà settembre) alcune voci di costo della gestione liquidatoria, diverse e aggiuntive rispetto al costo del trattamento del personale funzionale alla liquidazione richieste dall’ente. Perplessità comunicate al Ministero della Salute ma non raccolte, che vengono ripresentate e sciolte ora con un finanziamento che in parte compensa anche il fatto che i 15,2 milioni di euro appena conferiti all’ente commissariale non comprendono l’importo di circa 7 milioni di euro che l’ente valuta di dover pagare nel 2018 a titolo di trattamento di fine rapporto.

Sia come sia la “manina” resterà ufficialmente ignota, e il testo non passerà. Conte in persona, stando a chi c’era, l’avrebbe giudicato  estraneo al decreto per materia e scritto in modo da non diradare del tutto il sospetto che risorse stanziate per servizi finiscano a coprire altre spese. Così, è arrivato l’aut-aut: o mi sapete indicare esattamente a quale urgenza risponde, come e perché o questa cosa non passa. E così è stato, ma per fermarla c’è voluto l’intervento diretto del Presidente del Consiglio. Perché la guerra di potere, ormai, si combatte ai più alti livelli.

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Sul Fatto del 16 ottobre: La Francia ci invade ancora. Nuovo sconfinamento a Claviere

12 ur 19 min ago
L’Italia accusa: “La Francia scarica i migranti”

Al confine di Claviere (To) la Gendarmerie lascia due migranti. Da Parigi la conferma: “Un errore”

di G.B. Attendiamo fiduciosi di

Quando avranno finito di lamentarsi (sbagliato) perché i media ce l’hanno con loro e raccontano balle su di loro (vero), i gialloverdi dovrebbero rispondere a una semplice domanda: ma quando invece i giornali dicono la verità, che si fa? La si ignora lo stesso o si replica nel merito (come Conte sui suoi concorsi universitari), […]

Il caso Lodi Niente asilo già per 5 bambini. E la sindaca non cambia linea

Non hanno portato da Benin, Togo ed Ecuador le carte chieste dal Comune finendo per dover pagare 570 euro. Ad altre 11 famiglie chiesti gli “arretrati” dell’anno passato

di Il compromesso Manovra, alla fine Lega e 5 Stelle fanno pace fiscale

Approvata la legge di bilancio, confermato il contratto di governo. Tria: non mi dimetterò

di Rai, nomine quasi fatte: al Tg1 la sorpresa Sciarelli

Salvini annuncia: “Non epuriamo i renziani” e fa arrabbiare Di Maio. Ma i giochi sono quasi fatti: Sangiuliano al Tg2, al Tg3 resta Mazzà

di Gianluca Roselli Commenti Il peggio della diretta Rete4 non fa più la populista, ma Greco sbraca uguale

C’è il Greco di tufo e c’è il Greco di alabastro, altrimenti detto Gerardo Greco. Greco è un Funari dei nostri tempi; anche lui deambula senza posa per lo studio del talk W L’Italia, valuta le truppe, dosa le risse (“L’obiezione è l’anima del dibattito”), poi volta le spalle alla telecamera e torna indietro a […]

di Lo dico al Fatto Santità. Il filo evangelico della povertà che lega Paolo VI al papato di Francesco

Papa Francesco ha reso ufficiale il riconoscimento della santità che papa Montini praticò in vita, dando inizio alla sociologia del nuovo umanesimo, che si svilupperà fino ai nostri giorni. Desidero ricordare alcuni tratti della sua storia personale dei quali ben pochi si occuperanno. Non potrei non cominciare da quella baracca trasformata in Chiesa dove […]

di I giovani in piazza hanno solo ragione

Non è un nuovo ’68. Ma hanno ragione da vendere questi ragazzi a sfilare contro il governo gialloverde, accusato di non pensare al loro futuro. Quando scendevamo in piazza noi cinquant’anni fa, mio Dio quanto tempo è passato!, la contestazione era contro il mondo degli adulti, imputati di soffiare sulla repressione e combattere in Vietnam. […]

di Politica La riscoperta Ora fa il moderato, ma Silvio B. è stato il profeta dei populismi

Discesa in campo – La breccia sovranista in Europa, non solo in Italia, si aprì il 26 gennaio 1994 con un video di nove minuti

di Fabrizio d’Esposito Regione Liguria Spese pazze, chiesti 3 anni e 4 mesi per Rixi capogruppo leghista

Guai per l’amico di Salvini. Tre anni e quattro mesi. È la pena richiesta dai pm per Edoardo Rixi. Il viceministro leghista è imputato nel processo genovese per le spese pazze che sarebbero state compiute dai consiglieri della Regione Liguria della passata legislatura. Con Rixi i pm hanno chiesto di condannare altri 19 ex consiglieri […]

di Il dossier L’azienda è paralizzata mentre tutti aspettano la nuova lottizzazione

E si pensa alle poltrone – Viale Mazzini senza piani industriali ed editoriali: fermi da oltre un anno

di Cronaca Roma, clan Casamonica Assalto “mafioso” al barista romeno. Condannati i Di Silvio

Violenza privata, lesioni, minacce aggravate dal “metodo mafioso”. Sono stati condannati a Roma, col rito abbreviato che prevede lo sconto di un terzo della pena, tre degli autori del raid al “Roxy Bar” della Romanina, appartenenti a una delle più note famiglie criminali della Capitale, i Casamonica-Di Silvio. Il 1° aprile scorso Antonio Casamonica e […]

di V. Bisb. Questura di Milano, ora indaga la Boccassini

Giri di denaro – Dopo l’ispezione del Viminale aperto fascicolo sulle donazioni di mezzi fatte da privati al reparto volanti

di Torino Stile Marotta con i cronisti: “Se ne scrivete mi arrabbio”

L’inchiesta – Dalle intercettazioni sulle infiltrazioni criminali nella curva Juve emergono le pressioni dell’ex dirigente su Repubblica e Gazzetta dello Sport

di Italia Il caso – La raccolta “in fuga”? Milano, sopralluogo della Soprintendenza in casa della Crespi

Ieri mattina la Soprintendenza per l’Archeologia, le Belle Arti e il Paesaggio di Milano ha effettuato un primo sopralluogo a casa Crespi, in Corso Venezia. Al Ministero per i beni Culturali non risultano infatti vincoli sulle singole opere, né tantomeno ne esiste uno contestuale sull’intera, preziosa raccolta che comprende le due enormi, celebri tele di […]

di FQ L’Inchiesta – Mali culturali Non solo Burri: ‘furti’ a regola d’arte

Il monumentale Alberto Burri che ha lasciato casa Crespi, e l’Italia, salutato da un’esplosione di servo encomio, è solo l’ultimo di una lunga serie di capolavori sottratti al “patrimonio storico e artistico della Nazione” (art. 9 Cost.). Una tappa simbolica di questo smontaggio risale al 1753, quando la Madonna Sistina di Raffaello, conservata dai monaci […]

di Infrastrutture e caselli Gigante delle strade: Atlantia sempre più vicina ad Abertis

Atlantia, la società dei Benetton, sempre più vicina a chiudere l’operazione sulla spagnola Abertis che farà nascere un campione transnazionale delle infrastrutture. La tragedia del Ponte Morandi di Genova non sembra averla rallentata e il closing, con il conferimento del controllo della concessionaria spagnola, è imminente. È stata infatti creata Abertis holdco – la nuova […]

di Mondo Il sequestro dell’uomo più ricco del Paese: la famiglia offre taglia di 440 mila dollari

Tanzania – Dewji prelevato mentre andava in palestra

di Gran Bretagna Brexit, il Nord Irlanda torna alla “guerriglia”

Il divorzio dall’Ue – Gli Unionisti si oppongono all’allineamento con Bruxelles e minacciano Londra

di Turchia Fanta-Trump: “Khashoggi ucciso da malviventi”

Il presidente scagiona il regime saudita che avrebbe fatto ammazzare l’oppositore: “Il re mi dice di non saperne nulla”

di Cultura Masterizzati Le prime “Transitions” di Gold Mass dalla Scozia

Con una laurea in Fisica e un lavoro nel campo dell’acustica, che l’hanno agevolata nella sua preparazione musicale, Emanuela Ligarò in arte Gold Mass, è pronta per lanciare il suo disco d’esordio Transitions, registrato tra l’Italia e la Scozia. Già perché, come racconta, “ho avuto la fortuna di avere come produttore Paul Savage (Mogwai, Franz […]

di Look now Costello e i venerati maestri: Elvis, Burt, King

L’ultimo lavoro è pieno di collaborazioni e omaggi: una ritrovata vitalità dopo la malattia

di L’ex Verve Ashcroft sempre ribelle, ma un po’ meno indie

Il nuovo album del vecchio leader della band è un mix riuscito di rock e blues. Lui, però, è finito griffato su un’auto di lusso

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Sondaggi, la Lega resta prima forza ma perde lo 0,5%. M5s cala di quasi un punto

Pon, 15/10/2018 - 22:29

Rallentano le prime quattro forze politiche, guadagnano voti i partiti minori. È il riassunto del sondaggio settimanale commissionato a Swg dal Tg La7, che mostra sia Lega che Movimento 5 Stelle in leggera flessione rispetto a sette giorni fa. Il partito di Salvini resta la prima forza politica ma perde lo 0,5 per cento, assestandosi al 30,5; l’alleato di governo, invece, lascia sul terreno quasi un punto percentuale, passando dal 29,0 al 28,1 per cento. Calano anche il Partito democratico (dal 17,2 al 17,1, -0,1%) e Forza Italia (dall’8,3 all’8,0, -0,3%).

A guadagnare consensi, invece, sono le forze più piccole: Fratelli d’Italia passa dal 3,5 al 4,1 (+0,6%). Bene anche Liberi e Uguali, che guadagna lo 0,6% (dal 2,3 al 2,9) e Potere al Popolo, che sale dal 2,1 al 2,5 (+0,4%). In controtendenza +Europa di Emma Bonino (-0,1%, dal 2,7 al 2,6).

Nella rilevazione del Tg di Enrico Mentana c’è anche un quesito su quota 100: il 64% del campione ritiene la riforma “giusta, perché corretta verso i lavoratori e potrebbe creare posti di lavoro per i giovani”, il 26%sbagliata, perché fa aumentare il debito pubblico che i giovani dovranno ripagare”. Inoltre, il 54% degli intervistati si dice “preoccupato dall’andamento delle borse e dello spread”, il 33% “poco o per niente”.

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