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Tiziano Renzi e l’affare degli outlet, parla l’ex socio Dagostino: “Lo usavo per condizionare psicologicamente i politici”

Sre, 25/04/2018 - 15:28

Perché portava in giro Tiziano Renzi a incontrare i politici? “Perché faceva parte del suo lavoro, quello della lobby. Era un’epoca, quella, dove incontravi un tale per strada e voleva stare con Renzi“. Il padre dell’ex premier era il suo biglietto da visita? “Come l’arbitro che dà il rigore alla Juventus per condizionamento psicologico“. Parola di Luigi Dagostino, che in un’intervista a La Verità di Maurizio Belpietro non usa giri di parole per descrivere in cosa consisteva il suo rapporto con il babbo dell’ex segretario del Pd.

Entrambi (insieme a Laura Bovoli, madre di Matteo Renzi) sono indagati dalla Procura di Firenze per fatture false (si parla di quasi 200mila euro versati dalla Tramor di Dagostino a due società dei Renzi, la Eventi6 e la Party srl), emesse negli anni in cui i due giravano l’Italia per convincere le amministrazioni locali a costruire sul loro territorio gli outlet The Mall di Kering (Gucci). Nel 2015 Il Fatto Quotidiano ha raccontato quegli incontri a Sanremo e Fasano (Brindisi), che vanno ad aggiungersi ad altri appuntamenti di affari della coppia in giro per l’Italia, come emerso da un’agenda sequestrata a gennaio scorso all’imprenditore di origini barlettane. Sono gli anni della nascita della società Party (40% di Renzi, 60% di Dagostino, chiusa nel 2016 per “campagna di stampa avversa”) e, secondo i pm fiorentini, delle fatture false per operazioni inesistenti. Quando però gli si fa notare che evidentemente gli inquirenti sospettano che quei soldi in realtà fossero il corrispettivo per un’attività di lobby, Dagostino sminuisce: “È una storia che ha una rilevanza pari allo zero. Mediaticamente può essere interessante, ma secondo me si sta parlando del niente. Dal punto di vista giudiziario non c’è notizia“.

L’immobiliarista, poi, si dimostra esperto di reati e tempi della giustizia: “Stiamo parlando di una roba del 2015, prima che si vada a processo ci vorrà del tempo e il massimo della pena di quella roba là può essere tre anni”. Quella roba là sarebbe il traffico di influenze illecite, stesso reato per cui Tiziano Renzi è indagato nell’inchiesta Consip. Guai, però, a paragonare le due vicende: “Quella riguarda la pubblica amministrazione, io in vita mia non ho mai emesso una fattura a un ente pubblico”. Tiziano, tuttavia, era sempre presente a incontri, cene, appuntamenti di lavoro con imprenditori, sindaci, assessori regionali, senatori. “In quel periodo tutti cercavano Renzi” aggiunge Dagostino. Sudditanza psicologica tutta italiana? “Esatto. Se mio figlio sta male e vado in ospedale il fatto di dire conosco il professor tal dei tali e ottenere una visita dieci giorni prima, è normale: lo fa il finanziere, lo fa il magistrato”. E lo faceva Dagostino presentandosi agli incontri con Tiziano Renzi, che il 5 ottobre 2017, davanti ai pm che lo stavano interrogando, descrive Dagostino come “persona affidabile e corretta”.

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Di Battista a Marina Berlusconi: “Vero, non sarò nei libri di storia. Lascio per mia volontà e non per le condanne”

Sre, 25/04/2018 - 15:21

“Ha ragione, io non mi sono guadagnato un posto nei libri di storia. E mi sta bene così, mi accontento di aver fatto il Parlamentare senza mai risparmiarmi, di aver contribuito ad un Movimento capace di contrastare con forza l‘immoralità dilagante nel nostro Paese”. E “soprattutto mi inorgoglisce l’essere uscito dal Parlamento per mia volontà e non per via di una condanna per frode fiscale come successo a suo padre”. Alessandro Di Battista risponde con un post su Facebook all’attacco di Marina Berlusconi che martedì ha accusato i pentastellati di “assoluto disprezzo della democrazia” oltre a lamentare come il padre sia stato definito proprio dall’esponente M5s “il male assoluto“.

“La Signora ha rilasciato questa dichiarazione: “Mio padre si è conquistato un posto nei libri di storia, del signor Di Battista non credo che su questi libri troveremo grandi tracce”. Ha ragione”, scrive l’esponente M5s. “Mi accontento di aver rappresentato per 5 anni il popolo italiano comportandomi come ho sempre ritenuto debba comportarsi un parlamentare della Repubblica. Mi accontento di aver denunciato storture, corrotti, ingiustizie. Ho combattuto contro il primato della finanza sulla politica e contro lo strapotere del capitalismo finanziario. Ho fatto tutto questo piazza su piazza, km dopo km e facendolo non soltanto non mi sono arricchito ma sono riuscito a restituire molti più denari di quelli che ho guadagnato”, continua “Dibba”.

“Sono fiero della persona che sono e questo lo devo innanzitutto a mio padre, un piccolo imprenditore che non ha mai abbassato la testa o cercato la via più facile. Anche lui non si è guadagnato un posto nei libri di storia ma si è guadagnato un posto fondamentale nella mia vita. Perché mi ha insegnato l’amore per la legalità e l’intransigenza. Mi ha insegnato ad esser bravo (spero di esserci riuscito) e non ad esser furbo. Mi basta questo Signora Berlusconi e soprattutto mi inorgoglisce l’essere uscito dal Parlamento per mia volontà e non per via di una condanna per frode fiscale come successo a suo padre. Ognuno ha i suoi modelli, le sue aspirazioni e gli esempi da seguire”.

“Concordo con Alessandro Di Battista, ognuno ha i suoi esempi da seguire”, ha subito replicato la presidente di Mondadori. “Io sono sempre più fiera del mio, che è mio padre. Prendo atto che il Signor Di Battista non arriva più a definirlo, con un termine di cui mi auguro non abbia valutato lui per primo tutta l’enormità, “il Male assoluto”. È un piccolissimo miglioramento: se continuasse su questa strada, forse, una nota a margine in qualche libro potrebbe anche arrivare a guadagnarsela”.

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Livorno, il quartiere “del degrado”? Lo salva l’arte di strada: “Così la città di Modì può diventare capitale della street art”

Sre, 25/04/2018 - 15:13

Da piazza Garibaldi si vede la Fortezza Nuova, con disegnata addosso quella scritta “Msi fuorilegge” che, almeno fino a qualche tempo fa, da sola riusciva a dare l’idea di una città e di un popolo. Oggi quello intorno a piazza Garibaldi è uno dei quartieri di Livorno più complicati, soprattutto dopo gli ultimi 15-20 anni di immigrazione. Anche nella città delle Leggi Livornine, che alla fine del Cinquecento aprirono la città ai popoli “di qualsivoglia nazione”, l’integrazione trova qualche difficoltà.

Uovo alla Pop – collettivo nato all’interno del progetto Sicurezza in Garibaldi, finanziato dalla Regione Toscana e abbracciato dal Comune – prova a far ripartire il rione, abbattendo i muri dell’indifferenza e, anzi, colorandoli di creatività.

Una designer, un architetto, una pittrice e una poetessa – Giulia Bernini, Valeria Aretusi, Libera Capezzone e Viola Barbara, le Uovas – usano l’arte e la cultura come volano per far ripartire il quartiere, organizzando eventi con artisti internazionali, come Clet che ha sparso i suoi cartelli per le vie del quartiere, dipingendo le saracinesche dei negozi chiusi e raccogliendo tutto il fermento creativo sotto il logo dell’uovo, simbolo stesso di rigenerazione e livornesità. Adesso il progetto è cresciuto e si appresta a coinvolgere la città intera e ad andare ancora oltre. E’ per questo che il collettivo ha dato il via a un crowdfounding (www.eppela.com/uovoallapop) per raccogliere 15mila euro da destinare all’organizzazione di un festival di street art. “Abbiamo chiuso il nostro primo spazio in piazza Garibaldi con la promessa di continuare a lavorare qui fino a renderlo il quartiere dell’arte. Il nostro più che un crowdfounding è un grow funding, spendere per crescere insieme. Trasformeremo il volto della città di Mascagni, Modigliani, Piero Ciampi e della Gallina Livornese dalle uova bianche” spiegano le Uovas.

Il nuovo spazio di Uovo alla Pop in Scali della Cantine accoglie in mostra i bozzetti arrivati dagli artisti che hanno preso parte alla call per dipingere un grande murale in occasione del festival.

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Favori in cambio di sesso, condannato a 11 anni ex magistrato Roberto Staffa

Sre, 25/04/2018 - 15:13

Era stato arrestato il 13 gennaio del 2013 con l’accusa di “favori in cambio di sesso”. L’ex magistrato, Roberto Staffa, è stato condannato a 11 anni dal tribunale di Perugia per concussione in relazione a presunti favori fatti in cambio di rapporti con alcuni transessuali (la concessione di temporanei permessi di soggiorno), anche nel proprio ufficio di piazzale Clodio dove era in servizio. La sentenza è stata emessa poco dopo la mezzanotte scorsa al termine di una camera di consiglio durata 14 ore.

Secondo l’accusa, sostenuta in aula dal pm Gemma Miliani, Staffa “almeno in due occasioni” avrebbe avuto incontri intimi con l’amante di un boss per il quale avrebbe espresso parere favorevole alla concessione degli arresti domiciliari a casa della donna. All’inizio del processo i giudici di Perugia hanno ritenuto inutilizzabili i filmati delle telecamere piazzate dai carabinieri nell’ufficio di Staffa in procura. L’ex magistrato è stato condannato anche per avere violato il sistema Rege “al fine di rilasciare informazioni alle parti processuali” e per detenzione di materiale pedopornografico. Staffa ha comunque sempre rivendicato la correttezza del proprio comportamento.

Gli accertamenti erano partiti proprio da una segnalazione della procura di Roma circa comportamenti anomali di Staffa. Il pm, recentemente, non era stato riconfermato nel pool della Direzione distrettuale antimafia. La notizia dell’esecuzione della misura cautelare aveva provocato sconcerto a piazzale Clodio, proprio perché il magistrato avrebbe anche consumato alcuni dei rapporti sessuali nel suo ufficio. Il provvedimento era stato deciso dopo mesi di indagini con microspie e telecamere piazzate nella stanza che avrebbero permesso di raccogliere indizi. A mettere nei guai Staffa erano state le dichiarazioni fatte da un transessuale fermato a Roma nel corso di una operazione anti prostituzione. Il viado aveva riferito di aver avuto favori in cambio di sesso da parte del magistrato. Da qui le indagini coordinate per competenza dalla procura di Perugia, che attraverso l’uso di telecamere nell’ufficio del pm, avrebbe trovato i riscontri alle accuse.

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25 aprile, Anpi in corteo a Roma dopo lo strappo della Comunità ebraica. Raggi: “Cammino unitario molto duro”

Sre, 25/04/2018 - 14:55

“Non siamo stati in grado di difendere la nostra manifestazione unitaria. E i fischi non riscriveranno la storia”, dice la sindaca di Roma Virginia Raggi dal palco della manifestazione per la Liberazione organizzata dall’Anpi dopo la rinuncia a partecipare al corteo per la presenza della comunità palestinese che sfila con i suoi simboli, bandiere e kefieh. “Il cammino unitario è molto duro. Rompere è facile: noi non lo faremo mai. Forse l’anno prossimo riusciremo nell’obiettivo unitario”, dice il segretario provinciale dell’Anpi Roma Fabrizio De Sanctis. “La rottura da parte della Comunità ebraica non è colpa nostra”, dice Bassam Saleh della comunità palestinese di Roma. “È una giornata di liberazione per l’Italia dal nazifascismo. E noi crediamo che arriverà anche per la Palestina

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Renzi invoca “un giorno di riflessione”. Poi in piazza a Firenze ferma i passanti: “Vuoi governo Pd-M5s?”

Sre, 25/04/2018 - 14:52

Aveva iniziato la giornata con un Tweet che invocava “una giornata di riflessione senza polemiche” per festeggiare il 25 aprile. E’ finita che, durante le celebrazioni davanti a Palazzo Vecchio, si è messo a provocare i passanti chiedendo: “Vi piacerebbe un governo del Pd con i 5 stelle?”. L’ex segretario e leader Pd Matteo Renzi, come racconta l’agenzia Ansa, passeggiando con la bicicletta a mano tra Palazzo Vecchio e piazza della Signoria a Firenze ha deciso di rivolgere direttamente ai concittadini l’opinione sul futuro del Partito democratico. E, raccontano, c’è chi ha risposto in favore dell’autonomia del Pd. E chi invece gli ha semplicemente sorriso incredulo. Lui ha deciso di non dare nessuna opinione in proposito.

L’ex segretario è accusato da più parti di essere il vero regista delle opposizioni dentro il Pd al tavolo con i 5 stelle. La lotta interna al partito è sempre più aspra e la resa dei conti finale sarà in direzione. Renzi il giorno dopo il voto del 4 marzo aveva annunciato le sue dimissioni da segretario, ma nei fatti poco è cambiato. Continua a controllare parte dei parlamentari e il segretario reggente Maurizio Martina ha poca autonomia di movimento. Anche oggi, dopo che il tavolo Pd-M5s è in qualche modo stato aperto, sono in tanti a rivolgergli appelli perché “dia un contributo”, come ha detto Piero Fassino. O perché si abbandoni la semplificazione degli hashtag, stando alle parole dello stesso Martina.

#25aprile. Che sia giornata di riflessione, di memoria e di festa. Senza polemiche. Viva la libertà, viva la Liberazione. La festeggio in piazza nella mia #Firenze pic.twitter.com/m7XQx3oR1k

— Matteo Renzi (@matteorenzi) April 25, 2018

Renzi nel corso della celebrazioni della mattinata si è intrattenuto a lungo con il partigiano ultranovantenne Silvano Sarti, già presidente dell’Anpi locale, e con dirigenti locali del Pd, poi ha assistito a quasi tutta la cerimonia pubblica davanti all’arengario in piazza della Signoria. Alla stessa cerimonia ha presenziato anche il ministro dello Sport Luca Lotti, un altro dei fedelissimi dell’ex segretario.

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Berlusconi, Travaglio: “Chi pagava mafia eviti di portare corone di fiori sulle tombe di Falcone e di Borsellino”

Sre, 25/04/2018 - 14:48

Il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, spiega durante la trasmissione Dimartedì (La7) il dispositivo relativo alla sentenza di primo grado sulla trattativa Stato-mafia, scindendo il piano giudiziario da quello etico e politico. Poi sottolinea: “Conosciamo una sentenza definitiva, quella per la quale Dell’Utri è in galera per concorso esterno in mafia. In quella sentenza definitiva c’è scritto che Dell’Utri propiziò nel 1974 un patto tra Silvio Berlusconi e Cosa Nostra con quelli che all’epoca erano i capi della mafia: Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Francesco Di Carlo, Gaetano Cinà e il famoso “stalliere” Vittorio Mangano. Quest’ultimo da quel momento stazionò per due anni nella villa di Berlusconi ad Arcore e ogni tanto veniva anche arrestato per delitti. Ma nessuno aveva il coraggio di rimuoverlo. Dal ’74 fino al ’92 Berlusconi ogni sei mesi pagò un tot a Cosa Nostra”. “Non poteva essere un pizzo?”, chiede il conduttore Giovanni Floris. “Ma ti pare che noi possiamo avere in politica uno uno che paga per 20 anni Cosa Nostra?”, ribatte il direttore del Fatto. “Questa è una decisione del singolo elettore di Berlusconi”, commenta Floris. “Ma peggio per loro” – replica Travaglio – “Chi paga la mafia almeno dovrebbe evitare di andare a portare le corone di fiori sulle tombe di Falcone e di Borsellino. E dovrebbe vergognarsi”

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Scioperi, nuovo regolamento: “Intervallo minimo di 20 giorni tra agitazioni che fermano bus e metropolitane”

Sre, 25/04/2018 - 14:46

L’intervallo tra uno sciopero e l’altro “può configurarsi quale prestazione indispensabile a garantire, nel suo contenuto essenziale, i diritti degli utenti”. Parte da questa considerazione il nuovo regolamento provvisorio del Garante degli scioperi nei servizi pubblici. Che raddoppia, da 10 a 20 giorni, la distanza minima tra due agitazioni nel trasporto pubblico locale. “Gli scioperi non vengono eliminati: se ne possono proclamare di meno”, spiega il presidente dell’autorità garante Giuseppe Santoro Passarelli intervistato da Il Messaggero. “La norma sarà in vigore con la notifica alle parti sociali, entro una decina di giorni, e riguarda solo il trasporto pubblico: autobus e metropolitane. In questo settore da anni si registrano troppi scioperi, spesso di venerdì o lunedì“. Contrari i sindacati, che parlano di “censura” e “imposizione”.

Infatti associazioni datoriali del trasporto pubblico locale e sigle sindacali avevano trovato un accordo su un nuovo regolamento, che la Commissione ha valutato nel complesso positivamente. Ma all’articolo 11 il Garante sottolinea che “non si può esprimere una valutazione di idoneità relativamente alla formulazione della regola della cosiddetta rarefazione oggettiva che individua nella misura di 10 giorni l’intervallo che deve intercorrere tra due azioni di sciopero”, perché “si ritiene essenziale individuare soluzioni adeguate a riequilibrare l’eccessiva compromissione del godimento dei diritto dei cittadini alla libertà di circolazione“.

“Gli scioperi ripetuti colpiscono in modo più pesante i cittadini meno abbienti che non possono permettersi il taxi e aumentano a dismisura le difficoltà delle nostre città”, evidenzia Passarelli. La precettazione è “uno strumento è eccezionale. Usandolo senza misura può essere annullato dal tribunale amministrativo“. Con il nuovo regolamento invece, secondo il docente di diritto del lavoro, “si asciugherà il fenomeno delle agitazioni che, legittimamente sia chiaro, quasi sempre vengono indette da sindacati con pochi iscritti“. Inoltre “scatterà un freno anche all’effetto annuncio: non posso dimenticare – come Garante – che pochi mesi fa una grande città italiana è andata in tilt per uno sciopero dei trasporti pubblici indetto da un sindacato che aveva un solo iscritto“.

“Invece di apprezzare l’accordo raggiunto tra le parti sociali il presidente Passarelli e la Commissione di Garanzia hanno scelto la strada della censura e della imposizione”, commentano Vincenzo Colla, segretario confederale Cgil, e Alessandro Rocchi, segretario generale della Filt. Secondo le due sigle si tratta di pronunciamenti “non conformi alla figura di garanzia della commissione” dal momento che l’Autorità ha deliberato “in maniera unilaterale” l’allungamento a 20 giorni (anziché 10) dell’intervallo di sciopero, “pensando che un semplice calcolo ragionieristico possa mettere freno ad un complicato argomento di discipline giuridiche e costituzionali”. I sindacalisti assicurano perciò che la Cgil “difenderà in tutte le sedi il diritto di sciopero”. “Meglio sarebbe stato”, secondo le sigle, “sollecitare il nuovo Parlamento ad approvare una legge sulla Rappresentanza sindacale attingendo agli accordi interconfederali già siglati, e magari, mediante preventiva sottoscrizione di un avviso comune con le parti sociali, già felicemente sperimentata in altri casi di regolamentazione”.

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25 aprile, Adelmo e gli altri: in una mostra a Bologna le storie degli omosessuali al confino

Sre, 25/04/2018 - 14:08

Adelmo che aveva appena 18 anni quando venne mandato al confino. Elio che faceva il ceramista e veniva spesso seguito e picchiato dai carabinieri, per poi finire denunciato per avere organizzato una cena con altri due ragazzi. Giuseppe, siciliano di 22 anni, morto suicida dopo essere stato confinato per il suo

pisticci

rapporto con un marchese. Catullo, confinato a 51 anni per la seconda volta nella sua vita. Sono alcuni dei tanti uomini che sotto il regime fascista vennero perseguitati, arrestati e confinati perché omosessuali. A riportare alla luce le loro storie, finora rimaste sepolte negli archivi storici, è stato Cristoforo Magistro, insegnante di storia in pensione e ricercatore per passione, che ha ricostruito la storia di 29 persone confinate nella provincia di Matera. Quello che emerge è una piccola Spoon River fatta di nomi, soprannomi, foto e aneddoti parziali, ricostruiti attraverso le carte di polizia e gli atti giudiziari analizzati dal professore negli archivi di Aliano, il paese del confino di Carlo Levi, e di Matera. Il suo lavoro è raccolto nella mostra Adelmo e gli altri. Confinati omosessuali nel Materano, progetto di Agedo Torino che sarà visibile al Cassero lgbt center di Bologna fino al 5 maggio e che presto diventerà un libro.

“Ho sempre notato che la Resistenza è un argomento molto studiato, ma solitamente si parla solo dei confinati politici, dei grandi protagonisti – ha spiegato Magistro a ilfattoquotidiano.it – Io invece mi sono voluto occupare dei meno eccelsi, dei non notabili. Insomma, le persone comuni”. Setacciando oltre mille fascicoli, il professore si è trovato di fronte a un tesoro inedito, difficile anche da catalogare. L’idea è stata quella di lavorare per categorie, scegliendo le minoranze confinate: prima un lavoro sulle donne, poi gli zingari e infine gli omosessuali. Sono questi i protagonisti di Adelmo e gli altri: 28 uomini provenienti da tutta Italia e una donna, Gilda, confinata nel 1940 perché tenutaria di una casa di tolleranza nella quale si consumavano rapporti omosessuali, che pur nella sua condizione era timorosa di Dio, tanto da scrivere lettere alle sue parenti chiedendo di pregare per lei e inviarle santini. “Sono tutte storie uniche. Qualcuno di questi uomini si sposò, altri fecero una brutta fine – continua Magistro – ma un elemento che li accomuna è che tutti vennero accolti bene dalla gente del posto”.

I documenti sui confinati dell’epoca sono rimasti inaccessibili per settant’anni, coperti dal segreto previsto dal Codice dei beni culturali e del paesaggio, perché contenenti dati personali sensibilissimi che riguardano la sfera sessuale. Per questo finora delle persecuzioni nazifasciste degli omosessuali si è sempre parlato poco, anche se già dagli anni Venti, ancora prima delle leggi razziali del 1938, il fascismo sanzionava le condotte omosessuali, occultandole con il confino perché considerate lesive del culto della virilità. “Le categorie considerate più pericolose e difficili da collocare erano gli zingari e gli omosessuali – spiega l’insegnante – In particolare, gli omosessuali facevano paura perché si temeva che la loro presenza potesse diffondere il contagio di quella che era considerata una sorta di malattia”.

Nel 1943 il regime cancellò il confino per gli omosessuali, ma le persecuzioni continuarono con il controllo affidato agli organi di polizia, con l’ammonizione e la stigmatizzazione delle pratiche omosessuali. “Oltre alle persecuzioni poi, alcune di quelle persone vivevano una condizione dolorosa anche perché non venivano accettate dalle proprie famiglie – racconta Magistro – Alcuni erano stati allontanati e si erano ridotti a vivere come clochard. Altri non erano in grado di comprendere la propria identità sessuale e avevano chiesto aiuto a medici o a preti”. Tra le storie ritrovate ci sono anche quelle di alcuni giovani veneziani, perlopiù disoccupati o provenienti da famiglie disagiate, che si prostituivano per i turisti stranieri in visita in città, che subirono una vera e propria repressione. Venezia infatti, spiega il professore, era considerata meta di turismo omosessuale per nobili e intellettuali e il regime fascista si produsse in retate condotte dalla polizia e dalle camicie nere. Sanzioni, arresti, pestaggi sono nei verbali della polizia rinvenuti, all’ordine del giorno nelle biografie dei protagonisti della mostra Adelmo e gli altri, che lontani dai loro luoghi di origine e ridotti in miseria, spesso senza una casa, cercarono di rifarsi una vita con espedienti e stratagemmi, anche se non tutti ci riuscirono.

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Livorno, Nogarin rilancia il reddito di cittadinanza: “Soldi da aumento tariffe cimiteriali”. L’assessora al sociale lascia

Sre, 25/04/2018 - 13:37

Aumento delle tariffe cimiteriali per cremazioni di salme provenienti “da fuori comune” e piccole economie di spesa su asili nido e rsa: è grazie anche a questi interventi che il Comune di Livorno guidato dal sindaco pentastellato Filippo Nogarin è riuscito a trovare le risorse per lanciare anche quest’anno il bando del Reddito di cittadinanza locale, un assegno di 200 euro al mese per un anno in favore di 180 beneficiari. Proprio poche ore dopo l’apertura del bando l’assessore al sociale Ina Dhimgjini – ne dà notizia Il Tirreno – ha però protocollato la sua lettera di dimissioni. I motivi non sono chiari, ma secondo il quotidiano livornese tra lei e il primo cittadino “c’è stata un’accesa lite” proprio sulle coperture della misura. Dhimgjini non ha per ora rilasciato dichiarazioni. “L’assessora e io – ha spiegato invece Nogarin – ci siamo presi un paio di giorni per riflettere, capire il perché di questa lettera e sciogliere il nodo. Due giorni e deciderò insieme a lei se accettare o respingere le dimissioni”.

Aumento tariffe cimiteriali e piccoli risparmi su asili nido e rsa – L’edizione 2018 del Reddito di cittadinanza prevede uno stanziamento complessivo pari a 450mila euro: tutto ciò – afferma il sindaco – “senza tagliare altri servizi strategici di assistenza alla persona”. Ai circa 200mila euro fissati inizialmente nel bilancio di previsione si aggiungono le risorse stanziate dalla giunta nella variazione di bilancio dello scorso 17 aprile: per la copertura finanziaria del Reddito di cittadinanza si utilizzerà il “previsto incremento” di 230mila euro derivante dall’aumento delle tariffe cimiteriali relative ai diritti d’ingresso per le cremazioni di salme provenienti “da fuori comune” (la tariffa passa dai 15 ai 100 euro per le salme e dai 10 agli 80 euro per i resti mortali), i circa 22mila euro recuperabili “a fronte di economie nella spesa per acquisto di beni di consumo nella missione relativa agli asili nido” e poco più di 15mila euro grazie a “un’economia sui contratti di servizio pubblico per le rsa“.

“Aumentato il budget e i beneficiari” – “Rispetto al 2016 – afferma Nogarin – abbiamo aumentato il budget di un terzo, quasi raddoppiato il numero di beneficiari e raddoppiato la durata”. L’edizione 2016 prevedeva infatti uno stanziamento di 300mila euro per garantirne 500 per 6 mesi a un centinaio di beneficiari mentre nel 2017 se ne stanziarono 400mila – un quarto di questi reperiti grazie al contributo ministeriale per l’assistenza ai profughi in città – in favore di 358 soggetti beneficiari di un assegno tra gli 80 e i 220 euro per 9 mesi in relazione alla composizione del nucleo familiare.

Fino al 18 maggio per fare domanda. Assegno cumulabile con il Rei – Le domande per beneficiare dell’assegno potranno esser presentate dal 24 aprile fino al prossimo 18 maggio. Il Reddito di cittadinanza 2018, aveva spiegato Dhimgjini, sarà cumulabile con il Rei, il Reddito di inclusione introdotto dal governo: “In questo modo gli indigenti e chi vive in condizioni di particolari difficoltà potranno beneficiare di un contributo più sostanzioso in grado di dare loro l’ossigeno necessario a rimettersi in piedi”.

“Importante per rimettersi in gioco” – Secondo Nogarin il Reddito di cittadinanza “è uno strumento efficace soprattutto per chi vuole rimettersi in gioco”. Duecento euro al mese non sono di certo “sufficienti a vivere di rendita ma sono essenziali per superare momenti di difficoltà e dare serenità necessaria a reinserirsi nel mondo del lavoro“. Il sindaco poi punta il dito contro la normativa nazionale: “E’ necessario creare un sistema virtuoso di formazione e opportunità lavorative al cui interno inserire i beneficiari del reddito di cittadinanza. Bisogna farlo partendo dalla riforma dei centri per l’impiego e del sistema della formazione”.

Opposizioni all’attacco: “Elemosina elettorale, demagogia, propaganda” – A parlare di “demagogia pura” è Elisa Amato, consigliera comunale di Forza Italia: “I cittadini – dichiara la forzista al fattoquotidiano.it – hanno bisogno di lavoro, non di questo specchietto per le allodole“. “Misura propagandistica e superficiale”, ha attaccato nei giorni scorsi Andrea Romano, parlamentare livornese Pd. Critico anche Pietro Caruso, capogruppo Pd in Comune: “Il Reddito di cittadinanza a Livorno non esiste. Non è mai esistito. Non è nient’altro che un cambio di nome a misure preesistenti”, dichiara al Fatto.it. Il Pd anche negli anni scorsi aveva infatti sempre accusato il M5S di recuperare le risorse per il Reddito di cittadinanza da tagli allo stesso bilancio del sociale o grazie a una rimodulazione di alcune voci (accusa sempre rispedita al mittente dai pentastellati). Marco Valiani, consigliere della lista civica “Livorno bene comune”, parla invece di “mancetta” e “elemosina elettorale varata per raccattare voti in vista delle prossime elezioni amministrative”.

Le regole: chi può accedere, cosa comporta – Per il Reddito di cittadinanza 2018 – spiegano da Palazzo civico – potrà far domanda un unico componente per nucleo familiare. Per beneficiarne bisogna essere “cittadini italiani, o di paesi Ue o se extracomunitari, si deve essere in possesso di Carta di soggiorno“. È inoltre necessario essere residenti nel Comune da almeno 5 anni, avere un’età superiore ai 29 anni, essere disoccupati e iscritti al Centro per l’Impiego. Non potrà beneficiare dell’assegno chi già percepisce Naspi o altri ammortizzatori sociali a fronte di disoccupazione. L’Isee del nucleo familiare di riferimento non dovrà inoltre superare i 3mila euro. Niente assegno anche per chi possiede seconde case o “auto di grosse dimensioni acquistate nell’ultimo anno”. Chi accede al Reddito di cittadinanza – spiegano ancora da Palazzo Civico – dovrà “fornire la propria disponibilità per la partecipazione a progetti eventualmente gestiti dal Comune, utili alla collettività, in ambito culturale, sociale, artistico, ambientale, formativo e di tutela dei beni comuni”. Ai beneficiari verrà infatti chiesto di mettere a disposizione fino a un massimo di 8 ore settimanali.

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Pompei, trovato lo scheletro di un bimbo di 7 anni durante i restauri nelle Terme centrali. “Una scoperta eccezionale”

Sre, 25/04/2018 - 13:37

Durante l’eruzione del 79 d.C. aveva cercato riparo nelle Terme centrali. Ma il flusso piroclastico (un mix di gas e materiale vulcanico) è entrato dalle finestre e lo ha sommerso. È questa la storia di un bambino di 7-8 anni il cui scheletro è stato ritrovato nel complesso termale del Parco archeologico di Pompei durante un restauro. Una “scoperta eccezionale“, l’ha definita il direttore del Parco Massimo Osanna, per le peculiarità con cui è arrivata fino a noi.

Il cranio e le ossa del fanciullo sono emerse infatti durante la pulizia di un ambiente di ingresso delle Terme centrali al di sotto di uno strato di circa 10 centimetri. Un ritrovamento senza precedenti, spiegano gli esperti, perché di solito nella stratigrafia dell’eruzione del Vesuvio è presente il lapillo nel livello più basso e poi la cenere che sigilla tutto. Ma non in questo caso. L’ipotesi è che proprio i lapilli non siano riusciti a entrare nell’ambiente, né a sfondare il tetto. È penetrato soltanto il flusso piroclastico che ha ucciso il bambino nelle fasi finali del fenomeno e lo ha ricoperto di uno strato sottile di materiale lavico.

Siamo “a una svolta per la ricerca archeologica, non solo per le scoperte eccezionali che regalano forti emozioni come nel caso di questo ritrovamento, ma anche perché si è consolidato un nuovo modello di approccio scientifico che affronta in maniera interdisciplinare le indagini di scavo”, ha spiegato il direttore Osanna. “Un team di professionisti specializzati quali archeologi, architetti, restauratori ma anche ingegneri, geotecnici, archeobotanici, antropologi, vulcanologi lavora stabilmente, fianco a fianco e con il supporto di risorse tecnologiche all’avanguardia, per non lasciare al caso nessun elemento scientifico, e dunque ricostruire nella maniera più accurata possibile un nuovo pezzo di storia che, attraverso gli scavi, ci viene restituito”. Lo scheletro, fa sapere in una nota il Parco archeologico, è stato rimosso e trasferito al Laboratorio di ricerche applicate. Grazie alle indagini sarà possibile stabilire con più precisione l’età del bambino e determinare eventuali patologie.

Le Terme centrali dove è stata fatta la scoperta erano già state scavate tra il 1877 e il 1878. L’ipotesi degli archeologi è che lo scheletro del bambino fosse già stato ritrovato all’epoca ma non portato alla luce perché lo strato vulcanico non permetteva la realizzazione di un calco. L’intero complesso, che si sviluppa all’interno dell’insula 4 della Regio IX del Parco archeologico, è oggetto di interventi di consolidamento e di restauro da gennaio dello scorso anno.

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Governo, Martina: “Da Di Maio parole nette e chiare”. E ai suoi dice: “Basta hashtag, dobbiamo fare la nostra parte”

Sre, 25/04/2018 - 13:31

“Da Di Maio ho apprezzato le parole nette e chiare con cui ha chiuso la Lega. Se il rischio è di consegnare il Paese a delle derive pericolose, è necessario che il Pd faccia la sua parte. Dobbiamo essere all’altezza di questo passaggio molto complesso e ragionare come comunità”. Così il segretario reggente Maurizio Martina intervenendo al corteo dell’Anpi. “Ora il mio suggerimento è di abbandonare gli hashtag. Se mi rivolgo a Renzi? Non è una questione personale, abbiamo bisogno di tutte le forze del partito democratico per fare questo passaggio”

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25 aprile, “la Liberazione non è completa fino a quando non si garantiscono i diritti sociali e il reddito di dignità”

Sre, 25/04/2018 - 13:30

La Liberazione non sarà completa fino a quando non saranno garantiti diritti sociali minimi anche ai 4,7 milioni di italiani che vivono sotto la soglia di povertà assoluta. E’ partito da questa considerazione, che richiama alla mente il discorso sulla Costituzione di Piero Calamandrei, il tour siciliano della Rete dei numeri pari. Che il 25 aprile ha ricordato la Resistenza discutendo a Palermo – dove in testa al corteo c’era il sindaco Leoluca Orlando – di diritto alla casa, servizi pubblici e soprattutto reddito minimo garantito. Secondo la Rete, nata lo scorso anno su impulso di gruppo Abele Libera di Don Ciotti e della Rete della Conoscenza, occorre riconoscere a ogni cittadino un “reddito di dignità“, non condizionato alla ricerca di lavoro e pari al 60% del reddito mediano pro capite – circa 800 euro al mese – come previsto dalle raccomandazioni del Parlamento europeo sulla base della Carta di Nizza.

“Il fatto che in Italia ci siano quasi 5 milioni di poveri assoluti e 9 milioni di persone in povertà relativa è illegale, perché lo Stato non sta garantendo i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione”, attacca Giuseppe De Marzo, coordinatore nazionale del movimento, a cui hanno aderito centinaia di associazioni, cooperative, onlus e progetti di mutualismo sociale. “Per tutelare l’intangibilità della dignità umana, che era il fine ultimo della Carta uscita dalla Seconda guerra mondiale, i costituenti decisero di accettare l’economia di mercato ma affermare in parallelo la tutela dei diritti sociali. Solo che le politiche di austerità se li sono mangiati e mentre i miliardari italiani triplicavano sono triplicati anche i poveri assoluti. Il buco della crisi finanziaria lo stanno pagando i più deboli: nel 2010, 300 economisti in una lettera aperta avvertirono governo e Parlamento che la strategia “lacrime e sangue” avrebbe fatto salire la disoccupazione e compresso ulteriormente i redditi. Non sono stati ascoltati. Ora, per attualizzare i valori della Resistenza, le politiche sociali vanno modificate. E si deve partire dal reddito per tutti”.

Il Reddito di inclusione (Rei) messo in campo dal governo Gentiloni attuando un ddl di Renzi non ha nessuna delle caratteristiche indispensabili secondo la Rete. “Al contrario: è famigliare invece che individuale, è ampiamente sottofinanziato, va solo a un terzo di quanti ne avrebbero diritto e crea un meccanismo di vessazione del beneficiario perché, per esempio, il limite Isee è così basso che se tuo figlio ha il motorino te lo tolgono. E per non perderlo sei obbligato ad accettare offerte di lavoro non legate al tuo percorso formativo. In più dura solo 12 mesi rinnovabili per altri sei. Poi basta, anche se alla fine di quel periodo la tua condizione non è migliorata. Così si istituzionalizza la povertà”. La proposta della Rete si differenzia però anche dal reddito di cittadinanza ipotizzato dai 5 Stelle: il reddito di dignità, spiega Di Marzo, dovrebbe essere “del tutto incondizionato”. L’inclusione sociale e lavorativa dovrebbe procedere su un binario parallelo, senza che il lavoro “purchessia” diventi un requisito costringendo a dire di sì a proposte non dignitose o lontanissime dalle competenze del beneficiario.

E le coperture? “Secondo l’Istat ci vogliono 15 miliardi: per gli 80 euro, che hanno avuto un impatto minimo sulla domanda, ne spendiamo più di 9. E ben 12,5 miliardi sono andati agli sgravi per le assunzioni con il nuovo contratto a tutele crescenti, che non hanno diminuito la precarietà né la povertà. Ci sono tante poste di bilancio usate male che possono essere riallocate”. Accanto al reddito occorrono poi servizi sociali di qualità forniti dagli enti locali: per garantirli, secondo la Rete, le relative spese dovrebbero essere escluse dal Patto di stabilità interno.

“In Sicilia vogliamo anche verificare se c’è spazio per una proposta di legge di iniziativa popolare sul welfare municipale. Servono 10mila firme”, anticipa De Marzo durante la seconda tappa del tour siciliano partito da Agrigento, dove la gestione idrica è oggetto di un’inchiesta che ipotizza l’associazione a delinquere. “Non a caso al centro dell’incontro di Agrigento abbiamo messo il tema dell’acqua pubblica: anche le ingiustizie ambientali generano povertà e disuguaglianza. A Milazzo e Messina ci concentreremo sulla lotta contro gli inceneritori, un’altra faccia di queste imgiutizie. Nelle scuole, poi, abbiamo parlato di lotta alla mafia e alla corruzione, direttamente legate al reddito di dignità. Perché, come diceva Pio La Torre, la giustizia sociale è la precondizione per sconfiggere le mafie”.

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Vincent Bolloré, prorogato lo stato di fermo. Il tycoon incriminato per corruzione

Sre, 25/04/2018 - 13:22

Vincent Bollorè ancora in stato di fermo. È stato prorogato il provvedimento nei confronti dell’imprenditore francese sospettato di corruzione per ottenere concessioni portuali in Togo e Guinea. Oltre all’industriale e miliardario, che ha 66 anni, altri due dirigenti del gruppo sono sotto interrogatorio alla procura di Nanterre, vicino a Parigi: il responsabile del polo internazionale di Havas e il direttore generale del gruppo Bolloré. Francis Perez, presidente del gruppo Pefaco, società specializzata nel settore alberghiero e molto presente in Africa, è anche lui in stato di fermo da ieri.

I giudici istruttori – secondo quanto si è appreso – stanno cercando di capire se il gruppo Bolloré abbia utilizzato le attività del braccio “politico” della sua filiale Havas per operare a favore di alcuni leader locali e vedersi in cambio attribuire la gestione di porti a Lomé e Conakry, attraverso la Bolloré Africa Logistics. In un comunicato, ieri, il gruppo Bolloré ha “formalmente” smentito di aver commesso irregolarità din Africa. Al centro dell’inchiesta, avviata dopo le denunce di un ex socio franco-spagnolo di Bolloré, Jacques Dupuydauby, c’è l’assistenza prodigata nel 2010 da Havas nel corso delle campagne presidenziali vincenti di Alpha COndé in Guinea e di Faure Gnassingbé in Togo. Entrambi fecero ricorso all’aiuto di Havas, guidata da Jean-Philippe Dorent.

L’eterno rider e capitano d’industria francese, che tramite la sua Vivendi è primo azionista di Tim e in queste settimane protagonista di uno scontro con il fondo Elliott per il controllo del gruppo delle tlc, sarebbe stato informato da almeno due settimane del fermo in arrivo. Pochi giorni fa aveva lasciato la guida del consiglio di Vivendi al figlio Yannick. Alla notizia pubblicata da LeMonde.fr e subito rilanciata dai grandi media di Francia e non solo la direzione del gruppo fondato due secoli fa ha replicato a stretto giro di posta, scartando l’ipotesi di irregolarità e garantendo massima trasparenza. “Il legame che alcuni tentano di fare tra l’ottenimento delle concessioni e le operazioni di comunicazione – è la secca replica – è privo di ogni fondamento e rivela una pesante ignoranza del settore industriale”. Profondamente radicato in Italia – non solo Telecom e Mediaset, ma anche Generali e Mediobanca (il ‘salotto buono’ da cui partì la sua avventura italiana, ormai 19 anni fa,anche grazie ai contatti giusti dell’amico banchiere Antoine Bernheim) – Bolloré è direttamente messo in causa e potrebbe quindi finire nel registro degli indagati. In Francia, il fermo può durare fino a un massimo di 48 ore.

Fu esattamente due anni fa, nell’aprile 2016, mentre pescava gamberetti a Beg-Meil, nella sua Bretagna, che il tycoon apprese della perquisizione negli uffici della sua filiale Bolloré Africa Logistics a Puteaux. Un sopralluogo scattato nell’ambito di un’inchiesta aperta quattro anni prima e durante il quale la polizia trovò (e sequestrò) documenti sulle presunte pratiche irregolari a favore dei leader di Togo e Guinea. A una domanda su quelle concessioni sospette, Alpha Condé disse in passato che “Bolloré riempiva tutte le condizioni della gara d’appalto.È un amico, privilegio gli amici. E allora?”. Il gruppo Bolloré conta circa 80.000 impiegati ed è è tra i primi duecento gruppi globali. Uno straordinario exploit, quello dell’imprenditore nato a Boulogne-Billancourt, che a partire dalle cartiere di famiglia sull’orlo del fallimento (Ocb) riuscì a costruire uno dei colossi più diversificati al mondo. Non solo media e Tlc con Vivendi, ma anche infrastrutture, logistica, trasporti, le avveniristiche auto elettriche di Parigi (Autolib’…non c’è fine ai possedimenti del bretone le amicizie giuste a Parigi e non solo. A cominciare da quella con l’ex presidente Nicolas Sarkozy, che invitò sul suo panfilo di 65 metri subito dopo l’elezione all’Eliseo nel 2007, tra le proteste di tanti connazionali indignati per quel plateale connubio tra soldi, politica e potere. Al punto che in un libro pubblicato tre anni fa, lo stesso Sarkò pronunciò un sentito ‘mea culpà. Lo yacht di Bolloré? “Un indiscutibile errore di valutazione”.

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Consultazioni, i consigli di Gene Gnocchi a Roberto Fico: “Per convincere il Pd aggiungi 20 giga e 1000 minuti verso tutti”

Sre, 25/04/2018 - 13:14

Nella sua copertina settimanale a DiMartedì, su La7, Gene Gnocchi chiama al telefono Roberto Fico e gli dà delle dritte, spiegandogli come non far fallire le consultazioni

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25 aprile, il discorso della sindaca Raggi alla cerimonia della Comunità ebraica: “Noi non all’altezza dei nostri padri”

Sre, 25/04/2018 - 12:47

“Oggi noi come comunità cittadina non siamo stati all’altezza dei nostri predecessori di 70 anni fa. Non siamo stati in grado di preservare l’unità del corteo e abbiamo perso una occasione. Abbiamo lasciato che qualcuno introducesse in una festa dei temi estranei a questa festa.Temi che nulla hanno a che vedere con lo spirito che anima questa festa”. Così la sindaca di Roma Virginia Raggi durante la cerimonia organizzata dalla Comunità ebraica di Roma a via Tasso per il 25 aprile, dopo la rinuncia a partecipare al corteo dell’Anpi per la presenza della comunità palestinese che sfila con i suoi simboli, bandiere e kefieh. “Ma le porte del Campidoglio – ha aggiunto – restano aperte, il tentativo deve continuare”

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Governo, Travaglio: “Di Maio? Ha sempre preferito il Pd, ma ha trovato chiusura. Salvini lo stalkerava al telefono”

Sre, 25/04/2018 - 12:35

Di Maio? Dopo le elezioni, dato che non aveva la maggioranza assoluta, ha sostenuto proprio in questa trasmissione che l’opzione prioritaria del M5S era il dialogo col Pd. Ma quelli del Pd neppure gli rispondevano, mentre Salvini lo stalkerava al telefono. E quindi ha cominciato a parlare coi leghisti”. Sono le parole del direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, ospite di Dimartedì (La7). E spiega: “Successivamente si è scoperto che Salvini bluffava, perché continuava a promettere che Berlusconi si sarebbe fatto da parte e invece non era vero niente. I leghisti promettevano addirittura che Berlusconi avrebbe potuto accettare di appoggiare dall’esterno un governo col M5S, mentre l’ex Cavaliere ha fatto chiaramente intendere che l’unico ruolo che lui vede nei 5 Stelle è quello di lava-cessi. Lava-stalle, no, perché lui le stalle le faceva pulire dallo stalliere famoso. Ma i cessi li affiderebbe ai 5 Stelle e devo dire che a casa sua di merda da spalare ce n’è parecchia”. Travaglio poi definisce positivo il tavolo tra M5S e alcuni esponenti del Pd: “E’ importante che, almeno al momento, sia stato accantonato quel sogno di Salvini e di Di Maio su un accordo basato su una promessa falsa della Lega. Ma ci ha fatto perdere 40 giorni e Mattarella ha provveduto a rimuovere questa super-fandonia”. E sulla chiusura del Pd renziano osserva: “Le regole le ha scritte il Pd con Berlusconi e con la Lega, quando ha deciso che si sarebbe giocato col sistema proporzionale. E’ come se qualcuno decidesse di giocare a scopa, ma durante la partita dicesse che la scopa non gli piace, prendesse il mazzo delle carte e se ne andasse. Non si fa così. Se hanno deciso che si gioca a scopa, si gioca a scopa”.

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Terremoto in Molise, scossa di magnitudo 4.2. Verifiche in corso: “Al momento non ci sono danni”

Sre, 25/04/2018 - 12:18

Una scossa di terremoto ha colpito il Molise alle 11.48. Secondo i dati forniti dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) la magnitudo è di 4.2. L’epicentro è stato localizzato ad Acquaviva Collecroce, in provincia di Campobasso, a una profondità di 31 chilometri. La scossa è stata avvertita anche in Abruzzo, Campania, Puglia e in gran parte del centro Sud. Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni è in contatto con la Protezione Civile e segue personalmente gli sviluppi della vicenda.

Le forze di polizia, i Vigili del fuoco e la Protezione civile stanno facendo verifiche sui territori colpiti dal terremoto: al momento non vengono segnalati danni. Le località a pochi chilometri dall’epicentro sono Palata, Castelmauro, Tavenna, San Felice del Molise e Guardialfiera. “Ho appena parlato con il sindaco di Guardialfiera, hanno sentito la scossa ma non c’è nessun problema”, ha dichiarato all’Ansa il presidente uscente della Regione Paolo Frattura. Anche il sindaco di Larino, Notarangelo, spiega che “noi qui non abbiamo sentito niente, qualcuno solo un leggero tremore ma non dovrebbero esserci problemi”. Il primo cittadino di Montenero di Bisacca, però, ha annunciato la chiusura delle scuole per la giornata di domani, così da consentire i sopralluoghi tecnici delle strutture scolastiche.

Questa scossa di terremoto, ha spiegato il presidente dell’Ingv Carlo Doglioni, è “un evento nuovo” che non rientra nella sequenza sismica iniziata il 24 agosto 2016 nell’Italia centrale. Anche la faglia, ha aggiunto l’esperto, ha un comportamento diverso rispetto ai terremoti di Amatrice perché è molto più profonda e segue un movimento orizzontale.

#terremoto Ml:4.2 25-04-2018 09:48:42 UTC UTC Lat=41.86 Lon=14.76 Prof=31Km Zona=1 km SE Acquaviva Collecroce (CB) https://t.co/nxxGul8Wnw pic.twitter.com/UCd7QOfgcu

— INGVterremoti (@INGVterremoti) 25 aprile 2018

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Governo, Fico vedrà Pd e M5 per secondo giro consultazioni. Fassino: “Errore tirarsi indietro. Renzi dia contributo”

Sre, 25/04/2018 - 12:11

Roberto Fico farà un secondo giro di consultazioni con le delegazioni di Pd e M5s, poi salirà al Colle per riferire le sue valutazioni sui margini di trattativa per fare un governo. Il mandato esplorativo del presidente della Camera continua tra segnali di apertura e nuovi ostacoli interni ai singoli partiti. Oggi, giorno di celebrazione del 25 aprile, i leader sono impegnati nelle commemorazioni della festa della Liberazione. Ma le trattative, anche a distanza continuano. Da una parte il Partito democratico continua ad essere diviso all’interno: Piero Fassino su la Stampa si è rivolto all’ex segretario Matteo Renzi (“Errore tirarsi indietro”), mentre il segretario reggente Maurizio Martina ha fatto un appello ai suoi (“Basta hashtag, il Pd faccia la sua parte”). Intanto l’ex leader, in piazza a Firenze, fermava i passanti per chiedere cosa farebbero loro: “Lo fareste un governo Pd-M5s?”, era la domanda. Dall’altra parte infine, il M5s cerca di mantenersi compatto dietro il leader senza sfociare in troppe polemiche. Il timore è che la base non accetti l’accordo con i democratici e che, qualsiasi tipo di intesa porti a danneggiarli.

Nuovo giro di consultazioni di Fico
Fico il 26 aprile incontrerà le delegazioni del Partito democratico e del Movimento 5 stelle: la prima alle 11 e la seconda alle 13. Le consultazioni si svolgeranno nel Salottino del presidente. La webtv e il canale satellitare della Camera trasmetteranno in diretta le dichiarazioni delle delegazioni. Quindi, come anticipato in mattinata, la terza carica dello Stato prima di salire al Colle per dare l’esito del suo mandato esplorativo vedrà di nuovo i rappresentanti dei due partiti. Tra le ipotesi sul tavolo c’è anche quella che il Capo dello Stato conceda più tempo al presidente di Montecitorio, anche alla luce della aperture raccolte dalle parti in gioco.

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Fassino: “Errore tirarsi indietro, Renzi dia un contributo”
Intanto, nel clima di divisione dentro il Partito democratico, fanno rumore le parole di Piero Fassino. Che, intervistato da la Stampa, si rivolge direttamente all’ex segretario. Alla domanda infatti, “Renzi ha sempre chiuso a ogni accordo. Cambierà idea?”, ha risposto: “Penso che sarebbe un grave errore ritirarsi. E Renzi può dare un contributo prezioso ad aprire una nuova fase. C’è una sollecitazione del Presidente della Repubblica e il momento è delicato: quali sono le alternative? Conosco Matteo come un innovatore e che non teme le sfide. Capisco i dubbi, ma dobbiamo almeno verificare se ci sono le condizioni per dare un governo al Paese”.

Sulla possibilità di fare un referendum tra gli iscritti, “in quale forma è da decidere, ma dobbiamo senz’altro coinvolgere la nostra gente in qualunque scelta”. “Bisogna partire da due dati politici. Primo: il voto ci ha consegnato tre minoranze, nessuna autosufficiente per fare un governo, per cui servono intese. Secondo: dopo le elezioni avevamo detto ‘Tocca a loro’ perché destra e 5 Stelle avevano preso più voti ed era giusto riconoscerlo”, dice Fassino. Ora “sappiamo che quel tentativo è abortito. E Di Maio lo ha certificato ufficialmente”.

In merito agli attacchi del M5s al Pd, “Il tema che abbiamo di fronte è che governo dare all’Italia oggi, non una rassegna retrospettiva su quel che ciascuno ha detto”, rileva Fassino, che osserva: “Cdu e Spd si sono seduti a un tavolo e non è che i socialdemocratici hanno accettato il programma della Merkel o viceversa. Ognuno ha posto le sue priorità, hanno discusso, si sono trovate soluzioni condivise. Un negoziato vero col tempo necessario”. Sull’esclusione del centrodestra, “finché costituiva un soggetto unico, era legittimo che chiedesse di guidare il governo, ma dal momento che si è spaccato con veti reciproci, allora si entra in una fase in cui non sono più la prima coalizione, ma il terzo, quarto e quinto partito, mentre 5 Stelle e Pd sono il primo e il secondo”, osserva Fassino.

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Avengers: Infinity War, in sala l’ultimo attesissimo film Marvel che festeggia i 10 anni

Sre, 25/04/2018 - 12:03

Attesa finita per i fan della saga. Arriva oggi in sala Avengers: Infinity War a firma di Anthony Russo e Joe Russo. Si tratta del terzo capitolo della saga che ha sbancato al box office. Al cinema la pellicola arriva in 900 copie con Walt Disney Pictures. Un caledoscopio in cui si si ritrovano tutti i supereroi possibili e immaginabili e questo per la più grande resa dei conti di tutti i tempi.
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Cast che merita da solo un capitolo a parte, citiamo solo alcuni nomi (Chris Pratt, Scarlett Johansson, Karen Gillan, Zoe Saldana, Tom Holland, Benedict Cumberbatch, Brie Larson, Chris Evans, Dave Bautista, Chris Hemsworth, Robert Downey Jr., Vin Diesel, Sebastian Stan, Josh Brolin, Elizabeth Olsen, Bradley Cooper, Chadwick Boseman, Jeremy Renner, Paul Bettany, Mark Ruffalo e Benicio Del Toro) per raccontare una storia piena di azione ed ironia e con una vena apocalittica.

“È stato veramente eccitante lavorare con attori di diversi franchise che ammiravo tanto. Si può dire che siamo una sorta di famiglia allargata – dice Johansson ovvero la Vedova nera-. E poi naturalmente ci sono i nuovi personaggi che si uniscono alla famiglia. Un’altra parte meravigliosa che la Marvel ha fortemente voluto è stata scritturare attori inattesi, che si dedicano a fondo al compito e sono ‘freschi”. Per i due registi e fratelli, già dietro la macchina da presa per Captain America: The Winter SoldierCaptain America: Civil War) “questo è il piu’ intenso fra i nostri tre film. Come raccontatori di storie vuoi arrivare sempre al punto più estremo. Vuoi che i tuoi eroi siano al punto più basso quando incontrano la loro più grande minaccia”.

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