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Via D’Amelio, Scarpinato: “Quasi tutte le indagini sulle stragi italiane sono state depistate da apparati deviati dello Stato”

Pet, 20/07/2018 - 16:47

“Quasi tutte le indagini sulle stragi italiane sono state depistate da apparati deviati dello Stato. È una tragica verità che oggi diventa consapevolezza collettiva”. Sono le parole del procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, ospite di In Onda (La7), commentando la strage di Via D’Amelio, di cui ieri ricorreva il 26mo anniversario e nella quale furono assassinati il giudice Paolo Borsellino insieme agli agenti della scorta. “Questa verità” – continua il magistrato – “ci deve porre un interrogativo: è possibile che ancora oggi non riusciamo a sapere i nomi di queste persone che hanno deviato le indagini? Questo è un buco nero della democrazia italiana. Una buona cosa che è stata fatta qualche tempo fa è l’istituzione del reato di depistaggio. Se fosse esistito 25 anni fa, avrebbe consentito oggi di sapere molte più verità di quanto abbiamo saputo”. Scarpinato fa un excursus sulle stragi la cui verità non è mai stata appurata: “Nelle indagini sulla strage di Bologna è stato accertato che i vertici dei servizi segreti e Licio Gelli hanno svolto attività di inquinamento. La stessa cosa è avvenuta per la strage di piazza Fontana a Milano e per quella di Brescia. Nella strage di via D’Amelio abbiamo avuto un replay: come hanno scritto i magistrati nella sentenza Borsellino Quater, si tratta di un processo pieno di lacune e di anomalie, perché documenti importanti sono stati fatti sparire, come la famosa agenda rossa“. E aggiunge: “Ma ancora prima della strage del 19 luglio 1992 i magistrati sono stati privati della possibilità di una documentazione preziosa che si trovava nel covo di Riina e che fu fatta sparire. Sono sparite anche le memorie dell’agenda elettronica di Giovanni Falcone. Ci sono persone che conoscono fatti importanti e che continuano a tacere, perché hanno paura di qualcosa che è più grande della mafia. Ed è una paura giustificata”

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Trattativa, su molti giornali il ruolo di Berlusconi scompare dai titoli

Pet, 20/07/2018 - 16:42

Il Corriere della Sera la mette a pagina 15 ma senza Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri nel titolo. I due fondatori di Forza Italia non sono neanche nel catenaccio: il quotidiano di via Solverino preferisce titolare collegando l’anniversario dell’eccidio di via d’Amelio con una delle notizie di giornata: “Il dialogo tra Stato e mafia accelerò quella strage“. Dell’Utri spunta nel titolo di Repubblica – a pagina 6 “favorì i piani di Riina” – che invece mette Berlusconi del titolo richiamato in prima: “Stato-mafia, Berlusconi sapeva”. Un passettino in più lo fa la Stampa, sempre nel catenaccio a pagina 15: “Berlusconi nel ’94 sapeva dei rapporti tra lui e Cosa nostra”. Cita il 1994 e pure il nome di Berlusconi direttamente in prima pagina. Un concetto che scompare completamente dalle pagine del Messaggero.

Paradossalmente a titolare meglio lo spazio dedicato al deposito delle motivazioni della sentenza sulla Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa nostra è La Verità: “Il Cav sapeva dei contatti fra Dell’Utri e la mafia”. Solo che lo spazio dedicato è uno spazietto: una grossa foto di Berlusconi e cinque righe di didascalia. E che didascalia: “I giudici hanno coinvolto anche Silvio Berlusconi”. Non Dell’Utri, non Graviano, non Mangano, non decine di pentiti: Berlusconi lo hanno coinvolto i giudici. Dedica una fotonotizia alla vicenda anche il Giornale – titolando però sulla trattativa che accelerò la morte di Borsellino – mentre Vittorio Feltri su Libero si evita ogni dubbio di posizionamento e titolazione: la notizia del deposito delle motivazioni della Trattativa sul suo giornale proprio non c’è.

Quello del Patto Stato-mafia con i quotidiano italiani, insomma, si conferma un rapporto difficile. Ignorato per gran parte del dibattimento, il processo ha avuto nuova breve notiziabilità nel giorno della sentenza. Ma ora che arrivano le motivazioni di quella sentenza, cioè più cinquemila pagine in cui i giudici spiegano come sarebbe nata la Seconda Repubblica e a chi appartengono i morti e le stragi che hanno contribuito a fare cadere la Prima, ecco che sulla vicenda torna di nuovo prepotente il silenzio. Come se non fosse una notizia che i giudici ritengano provato come fino a “dicembre 1994 – cioè dopo le stragi e quando il leader di Forza Italia era già a Palazzo Chigi – Dell‘Utri riferiva a Berlusconi riguardo ai rapporti con i mafiosi, attenendone le necessarie somme di denaro e l’autorizzazione a versare e a Cosa nostra”. Per non parlare del passaggio in cui Dell’Utri “ebbe a riferire a Mangano ‘in anteprima’ di una imminente modifica legislativa in materia di arresti per gli indagati di mafia“. Per carità: si tratta pure sempre di un provvedimento di primo grado, su una vicenda complicata e contestatissima. Le motivazioni della corte d’Assise non sono vangelo: sono criticabili, contestabili e confutabili. Ma per criticare una notizia bisogna darla.

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Decreto dignità, Di Maio: “Boeri? Non ho potere di rimuoverlo, ma dovrebbe dimettersi”

Pet, 20/07/2018 - 16:40

“Boeri? Tenete presente che io non ho il potere di rimuovere questa persona: o scade oppure resta lì, quindi noi più che dire, come un normale cittadino, si dovrebbe dimettere non possiamo dire”. Non si placa lo scontro tra Luigi Di Maio e Tito Boeri, presidente Inps, che ieri ha partecipato all’audizione, a Montecitorio, sul decreto dignità e dopo le polemiche scaturite dalla ‘manina’, ovvero le stime del calo degli occupati a tempo determinato, conseguenza delle norme contenute dal decreto fortemente voluto dal ministro Di Maio.
Ieri Boeri si è difeso dalle accuse, ma per il ministro del Lavoro e allo Sviluppo Economico “ora il piano è un altro – e spiega – se il Presidente dell’Inps ha delle idee diverse dalle mie ha tutto il diritto di dirlo, però se poi cominciamo a dire che io mi sto distaccando dalla crosta terrestre allora qui stiamo andando oltre – e aggiunge – se poi queste persone, sono nominate dai governi precedenti, a me viene il sospetto che più che fare l’istituto, si sta facendo opposizione al governo”.

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68, noi c’eravamo, su Sky lo speciale sull’anno che ha cambiato la nostra società. L’anticipazione

Pet, 20/07/2018 - 16:36

“Una liberazione di energie amorose, una situazione sentimentale della vita”. Con questa immagine l’artista francese Gérard Fromanger descrive il movimento del ‘68. Attraverso le sue parole, insieme a quelle di molti dei protagonisti di quel periodo prorompente e controverso, Sky TG24 ripercorre uno degli anni che ha maggiormente cambiato il mondo con lo speciale “68, noi c’eravamo” in onda venerdì 20 luglio 2018 alle 21.30 e disponibile su Sky On DemandIl doc, a cura di Massimiliano Giannantoni e Moreno Marinozzi, è una narrazione corale: il regista Bernardo Bertolucci, il giornalista Paolo Brogi, lo scrittore e fondatore del movimento giovanile del ’68 Mario Capanna, l’artista Gérard Fromanger, il cantautore e regista Paolo Pietrangeli, il filosofo Toni Negri, e la scrittrice Lidia Ravera sono le voci che spiegano cosa rappresentò quell’anno per chi lo ha vissuto attivamente.

Un racconto concreto e in prima persona di un fenomeno sociale, breve ma potente, che continua ancora ad animare il dibattito, generando suggestioni ed emozioni. Lo speciale cerca anche di capire cosa sia rimasto, a cinquant’anni di distanza, di quel movimento ‘insurrezionale’ che ebbe portata globale e che dopo il suo passaggio ha lasciato in eredità una società profondamente mutata, nei costumi e nelle abitudini, ma anche nella politica. Dalle parole di chi c’era riaffiorano ricordi, conquiste e speranze del movimento studentesco: dalla rottura degli schemi e il rifiuto dei divieti – alla ricerca di una libertà assoluta -, al pacifismo, all’emancipazione femminile, fino alla paura per l’epoca delle stragi, che influì sulla fine del movimento. Le riflessioni degli intervistati si spostano poi sulla società contemporanea e sui nuovi movimenti che nel mondo stanno sorgendo, come quelli che, negli Usa, si oppongono ad un eccessivo uso delle armi. Alcuni di loro arrivano anche ad immaginare la necessità di un nuovo ’68. “Sono i giovani di oggi – dice Mario Capanna – che devono trovare il loro ’68. Deve essere il loro, non quello sovrapposto da qualcun altro. Sapendo che oggi, in relazione ai pericoli più gravi e numerosi che minacciano il mondo, un nuovo ’68 non basterebbe. Occorre qualcosa di più e di meglio”.

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Marco Paolini, dopo l’incidente mortale costato la vita a una donna: “E’ devastato, non riesce neppure a parlare”

Pet, 20/07/2018 - 16:13

A seguito del tragico incidente avvenuto martedì 17 luglio, tutti gli spettacoli teatrali previsti in questi giorni sono annullati”. Dal sito della Jolefilm srl, storica casa di produzione di Marco Paolini, è apparsa una semplice riga. Nessun comunicato ufficiale, almeno per ora. Il 62enne attore bellunese è sconvolto. Non parla con nessuno.

Due giorni dopo l’incidente avvenuto sull’A4, la signora Alessandra Lighezzolo è stata dichiarata cerebralmente morta. La donna viaggiava su una 500 quando la Volvo guidata da Marco Paolini l’ha tamponata scaraventando e ribaltando la Fiat con la Lighezzolo e un’amica a bordo sulla corsia della carreggiata opposta. Fin dal primo momento ai soccorritori Paolini ha detto “È stata colpa mia”. Poi si è subito sottoposto all’etilometro (a cui è risultato negativo), infine ha consegnato immediatamente il telefonino alla polizia stradale per verificarne il possibile uso durante gli attimi dell’incidente (anche qui con esito negativo). Diverse fonti propendono per un colpo di tosse. Fastidio rilevato dagli spettatori che hanno assistito all’ultimo spettacolo a Verona che l’attore ha tenuto la sera precedente il mortale incidente.

Marco è devastato, non riesce neppure a parlare. Per uno come lui, che ha speso l’intera carriera a sensibilizzare gli altri alla “responsabilità dell’adulto”, questa è una tragedia impossibile da superare”, ha raccontato al Corriere della Sera Federico Bonsembiante, storico produttore di Paolini e con la Jolefilm di molti film di Andrea Segre. Anche la moglie dell’attore, Michela Signori, 47 anni, anche lei produttrice della Jolefilm, aveva provato a raggiungere la famiglia della donna 53enne nell’ospedale in cui era ricoverata prima di morire, ma non riuscendo a raggiungere i parenti della vittima prima di entrare avrebbe desistito.

Il figlio della Lighezzolo, Edoardo Meggiolaro, si era lamentato su Facebook sbottando: “Alla faccia che il signor Paolini è vicino a noi. E nessuno si è visto”. Frase di cui si sarebbe poi scusato per bocca di un amico, sempre come riportato dal Corriere, perché detta dopo aver saputo della morte della madre. Ora Paolini è indagato per omicidio stradale. E in molti sottolineano il destino beffardo per una persona umanamente vicina alle persone comuni, sempre attento a “responsabilizzare gli altri” e all’aver raccontato un mondo e un ritmo di vita lontani della frenesia della contemporaneità a partire dai primi spettacoli sui testi di Luigi Meneghello o i primi documentari su Mario Rigoni Stern. Paolini rimane uno dei pionieri, assieme a Marco Baliani, del cosiddetto “teatro di narrazione”, un teatro civile privo di fronzoli scenici e narrativi, incentrato sulla performance oratoria dell’attore in scena. Il più celebre lavoro di Paolini, quello che gli ha dato maggiore celebrità, anche televisiva, è stato Il racconto del Vajont (1994).

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Cda Rai, Riccardo Laganà eletto dai dipendenti: sconfitto Natale dell’Usigrai. Ora mancano solo le nomine del Tesoro

Pet, 20/07/2018 - 16:10

Il nuovo consiglio d’amministrazione della Rai inizia a prendere forma: ai quattro membri già scelti dal Parlamento, si aggiunge ora Riccardo Laganà, il primo consigliere nella storia dell’azienda eletto dall’assemblea dei dipendenti di Viale Mazzini.  La sua figura rappresenta infatti una novità all’interno della governance della tv pubblica, introdotta dalla riforma Renzi del 2016 con l’intento di inserire nel cda un componente in grado di dare voce ai dipendenti. Quarantatré anni, in Rai dal 1996, Riccardo Laganà è assunto come tecnico della produzione nel centro di produzione di Roma ed è molto conosciuto per IndigneRai, sito attento alle vicende del servizio pubblico. Ha presentato la propria candidatura da solo, senza cioè il sostengo dei sindacati, evidenziando nel proprio curriculum la sua “conoscenza della macchina organizzativa tecnica ed editoriale delle produzioni Rai”. È stato eletto con 1916 voti, superando Roberto Natale, espresso dall’Usigrai e Gianluca De Matteis Tortora, esponente dei sindacati del personale non giornalistico. Hanno votato 6.676 aventi diritto su un totale di 11.719 dipendenti, con un’affluenza del 57%.

“La cosa che più mi attira è dare voce a tutti i dipendenti -ha spiegato Laganà –  per avanzare proposte che rilancino l’azienda, ma anche alle associazioni che ruotano attorno al servizio pubblico e a tutti i cittadini che vogliono partecipare in qualche modo alla vita della Rai”. Quanto alla “prima battaglia” da portare avanti, “c’è l’urgenza – prosegue ancora il neo consigliere – di ottimizzare e valorizzare tutte le risorse che lavorano in Rai, 12 mila dipendenti che vogliono poter svolgere il loro lavoro con professionalità, senza essere sottoposti alle aggressioni esterne di agenti che impongono accordi e pacchetti chiusi ai direttori di rete. Nessuna intenzione di demonizzare le collaborazioni esterne, se sono ben giustificate e motivate come valore aggiunto, ma non passi l’abitudine a lasciare immobili fior di professionisti interni”.

Per completare la rosa, ora manca solo la scelta degli ultimi due membri, indicati dal Tesoro, dei quali uno sarà il presidente: il suo nome dovrà essere approvato dai due terzi della commissione di Vigilanza. È possibile, ma non scontato, che i nomi arrivino già lunedì sera, nel corso del prossimo consiglio dei ministri, al ritorno del capo del dicastero del Tesoro Giovanni Tria dal G20. La poltrona del direttore generale spetta, secondo gli accordi, al Movimento 5 Stelle che è a caccia di un manager che accetti il tetto di 240 mila euro allo stipendio: i candidati restano, al momento, Fabrizio Salini, ex direttore de La7, Andrea Castellari, di Viacom, e Andrea Cardamone, ad della banca online Widiba. In alternativa, c’è la soluzione interna che potrebbe portare a Gian Paolo Tagliavia, arrivato in Rai da Viacom nel 2015 con l’ex dg Antonio Campo Dall’Orto.

Per il presidente invece – che dovrebbe essere espresso della Lega – il nome più quotato è quello di Giovanna Bianchi Clerici ma per ottenere l’incarico deve essere approvato dai due terzi della Commissione di Viglilanza.  Ma M5S e Lega non hanno la maggioranza in commissione, quindi sarà necessario un accordo con le opposizioni, per avere il sostegno di almeno uno tra i gruppi di Forza Italia e Pd, su un nome di garanzia. Non è escluso quindi che, in extremis, si viri su uno dei quattro nomi scelti dalle Camera per il cda, come Igor De Biasio, espresso dalla Lega, o Rita Borioni, Beatrice Coletti e Gianpaolo Rossi.

Il clima, tra l’altro, non è dei migliori visto che non si placano le polemiche per l’elezione a presidente della Commissione di Vigilanza di Alberto Barichini, uomo Mediaset vicino a Silvio Berlusconi. “Le opposizioni chi hanno scelto come Presidente, come uomo di Garanzia per la Vigilanza Rai? Un ex uomo Mediaset!”, ha scritto il capogruppo M5S in Vigilanza, Gianluigi Paragone, sul Blog delle Stelle. Sulla Rai fa sentire la sua voce anche il presidente della Camera Roberto Fico. “Sono convinto – afferma – che questa legge vada cambiata. È sbagliato che il governo nomini due Consiglieri e l’amministratore delegato. Io avevo proposto un’altra legge che levava le nomine al Parlamento. Nella mia legge abolivo anche la Vigilanza, volevo essere l’ultimo presidente e in questo senso ho fallito, perché volevo ricondurre gli aspetti di controllo alle Commissioni permanenti”.

 

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Germania, attacco con coltello su un bus a Lubecca. Polizia: “Sono otto i feriti”. L’uomo fermato dagli stessi passeggeri

Pet, 20/07/2018 - 15:53

Un uomo armato di un coltello da cucina ha aggredito i passeggeri di un bus di linea a Lubecca, in Germania. Le ultime notizie fornite dalla Polizia parlano di otto feriti, di cui cinque solo lievemente, e non 14 come riferito in precedenza dai media tedeschi. Viene esclusa la possibilità che qualcuno sia in pericolo di vita. L’uomo è stato fermato: secondo le informazioni del quotidiano Lübecker Nachrichten, sono stati gli stessi passeggeri del bus a sopraffarlo e bloccarlo. L’autore del gesto, riporta lo stesso sito, afferma di essere originario dell’Iran e di avere circa 30 anni. La procuratrice Ulla Hingst per ora conferma che l’uomo “è cittadino tedesco ma non è nato in Germania”, senza specificare la nazionalità. “Non è da escludere niente, anche la pista del terrorismo – ha aggiunto – Ma per il momento i motivi restano ignoti”.

Il sito online riporta la dinamica dell’attacco, avvenuto poco prima delle ore 14 sulla linea 30 nel quartiere Kücknitz. I testimoni raccontano che l’uomo ha fatto cadere lo zaino che portava e ha tirato fuori l’arma con cui ha improvvisamente attaccato le persone al suo fianco. L’autista si è accorto di tutto ed è riuscito a fermare il bus e aprire le porte per far scappare chi era a bordo.

Sul posto sono arrivati anche gli artificieri per un controllo sullo zaino lasciato dall’uomo sul bus, al cui interno è stato trovato un liquido fumante.

In #lübeck #kücknitz kommt es aktuell zu einem größeren #Polizei|einsatz. Wir prüfen die Hintergründe und informieren hier in Kürze weiter.

— Polizei SH (@SH_Polizei) 20 luglio 2018

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Tito Boeri, il tecnico ‘super partes’ che si schiera con il Capitale

Pet, 20/07/2018 - 15:47

È risaputo. Un’ideologia funziona tanto meglio, quanto più si rende invisibile. Fino a presentarsi come naturale. Come l’aria che respiriamo. Più precisamente, ogni ideologia mira a contrabbandare se stessa come naturale. È per questo, tra l’altro, che i cantori del libero mercato deregolamentato presentano la teologia liberoscambista come se fosse naturale al pari delle eclissi e dell’andamento dei pianeti.

L’obiettivo è adamantino. Chi oserebbe criticare il moto dei pianeti? O, ancora, le eclissi? O, dulcis in fundo, il mercato falsamente trasfigurato in fenomeno naturale come l’aria che respiriamo? È secondo questa chiave ermeneutica che possiamo comprendere la funzione altamente ideologica del “tecnico” Tito Boeri, fiduciario dei mercati. Il quale è senza posa osannato dal clero intellettuale e dal circo mediatico.

Lo glorificano come tecnico super partes. Come competente portatore di una visione scientifica, neutra e a debita distanza da ogni basso condizionamento ideologico. È l’uomo delle tabelle e dei dati certi. L’uomo del curriculum e della scienza obiettiva. Dalla sua, insomma, il Boeri avrebbe dati inoppugnabili, certezze insindacabili, verità che noi umani dal basso profilo non saremmo nelle condizioni di capire e apprezzare. Dinanzi alle quali ogni libera interpretazione deve tacere. Insomma, il teologo bocconiano Boeri si presenta come uomo super partes.

In realtà, egli è l’incarnazione massima del sacro verbo liberista, con i suoi comandamenti del taglio alla spesa pubblica, della privatizzazione e della liberalizzazione. Quanto più si presenta come anodino lettore scientifico del reale, tanto più il cosmomercatista Boeri propala il dogma ideologico turboliberista. Ossia il libero mercato come teologia della disuguaglianza sociale naturalizzata in destino irredimibile, in fato intrascendibile.

La difficile situazione “non mi esime dal fare i conti con la realtà”, così ha asserito in questi giorni l’aedo global-liberista Tito Boeri. Senza perifrasi. E fu così che i cantori del liberismo, con l’usuale impeto lirico di servilismo, passarono dal “ce lo chiede il mercato” al “ce lo chiede la realtà”. È l’apice dell’ideologia, direbbe il vecchio e obliato Carlo Marx.

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Dove sta la visione neutra di Boeri? Non esistono visioni neutre e sguardi da nessun luogo. Siamo sempre collocati. Gramscianamente, tutto è politica e nulla è al di fuori della politica. E non bisogna avere necessariamente letto Friedrich Nietzsche per sapere che i fatti puri non esistono, ché si danno sempre mediati dalle interpretazioni. Che tutto sono fuorché neutre e avalutative. Il massimo dell’onestà sta nello esplicitare il proprio specifico punto di vista, la propria collocazione nell’agone sociopolitico.

Boeri è collocato dalla parte del Capitale e non del Lavoro, dalla parte del Signore global-elitario e non del Servo nazionale-popolare. Come spiegare altrimenti l’elogio salmodiante della riforma lagrime e sangue della Fornero cantato in distici elegiaci dal tecnico Boeri? E il suo iperbolico plusimmigrazionismo a beneficio della aristocrazia finanziaria? Insomma, il tecnico Boeri è uno strenuo apologeta della classe dominante e dei suoi desiderata. Altro che super partes!

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Missouri, battello di turisti investito dalla tempesta e affondato: almeno undici i morti. Il video della tragedia

Pet, 20/07/2018 - 15:19

Una Duck Boat, un particolare tipo di veicolo in grado sia di navigare sia di viaggiare su strada, è stato colto da una tempesta in un lago del Missouri. Il video, pubblicato sui social, è stato girato dai passanti che hanno assistito, sulla terraferma, al momento in cui il battello è stato trascinato dalla corrente ed è affondato. Secondo le autorità locali, i morti sarebbero, al momento, 11. Cinque, invece, i dispersi. A bordo, in tutto, c’erano 31 persone.

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Seggiolini anti-abbandono, Toninelli: “saranno obbligatori, contributo statale fino a 200 euro”

Pet, 20/07/2018 - 15:15

Lo aveva annunciato qualche giorno fa il Ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, che una delle sue priorità era quella di mettere un argine all’ormai triste fenomeno dell’abbandono dei bimbi in auto. Troppe le morti di piccoli, dimenticati sotto il sole, per ipotermia e disidratazione, per non allarmare chi di dovere.

Aveva detto, Toninelli, che la soluzione poteva essere quella di dotare i seggiolini di un dispositivo anti-abbandono, con alert sonori o messaggi magari sullo smartphone di mamma e papà per avvisarli della dimenticanza. Congegni non troppo costosi, ma che all’occorrenza salverebbero molte vite. A prescindere dalle cause di dimenticanza, delle quali ancora non si è venuti a capo (stress, frenesia, malattie?).

Oggi il ministro, nel corso di una tramissione su Radio24, è tornato sulla questione, specificando che tale dispositivo verrà reso “obbligatorio”. Il che implica una modifica dell’art. 172 comma 4 del Codice della Strada, quello che regola l’utilizzo delle cinture di sicurezza e dei sistemi di ritenuta (quali sono i seggiolini), a cui bisognerebbe aggiungere una parte relativa per l’appunto ai congegni anti-abbandono.

Operazione che, stando sempre al pensiero di Toninelli, potrebbe essere fatta in autunno. “Quelle poche decine di euro che madri e padri dovranno spendere lo faranno con gioia”, ha dichiarato il ministro, anche perché verranno affiancati con degli incentivi ad hoc: “Penso che lo Stato interverrà dando una detrazione fino a 200 euro del costo, siamo dalla parte dei cittadini ma è una norma fondamentale”, ha chiosato. Buone notizie dunque, ove confermate coi fatti, in tema di sicurezza dei bambini in auto.

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Paolo Savona indagato, Di Maio: “Deve dimettersi? Inchiesta che conoscevamo già. Accusa grave? È atto dovuto”

Pet, 20/07/2018 - 15:03

“Savona deve dimettersi? È un’indagine che già conoscevamo“. Così il vicepremier Luigi Di Maio, dopo l’inchiesta che ha coinvolto il ministro degli Affari Europei Paolo Savona, indagato a Campobasso per usura bancaria. Poche parole da parte di Di Maio, che ha lasciato Palazzo Chigi per pranzare dopo il vertice sulle nomine: “Un’ottima notizia”, ha poi rivendicato, in merito all’intesa raggiunta sul vertice di Cassa depositi e prestiti

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Cina, approvato il nuovo piano triennale anti-smog. E lo stop ai rifiuti inguaia il Giappone, invaso dalla plastica

Pet, 20/07/2018 - 15:00

Pechino è impegnata in una guerra di posizione, che si preannuncia lunghissima. E che il governo cinese non può permettersi di perdere, nonostante i danni collaterali. Il nemico è lo stesso di cinque anni fa: lo smog. Il governo cinese ha approvato un nuovo piano triennale (2018-2020) per la riduzione dell’inquinamento, soprattutto atmosferico, consolidando così un percorso avviato con la presidenza di Xi Jinping a fine 2012, per migliorare la qualità dell’aria nel Paese di mezzo. Un impegno, questo, che passa anche da politiche più rigide in materia di rifiuti, con una limitazione alle importazioni dall’estero che ha effetti su tutta la zone e soprattutto in Giappone. Tokio si ritrova invasa dalla plastica: prima dello stop esportava oltre 510mila tonnellate ogni anno, nel 2018 appena 30mila tonnellate.

Il piano triennale anti-smog è stato pubblicato sul sito del Consiglio di stato, il ramo “esecutivo” dell’apparato statale cinese. Quello del governo di Pechino è un programma strutturato, che prevede uno sforzo economico, giuridico, tecnologico e amministrativo, mirato a “vincere la battaglia per i cieli blu”, un obiettivo tanto caro all’attuale leadership che vuole invertire la rotta di quarant’anni di sviluppo industriale e urbano accelerato.

Il partito comunista cinese è infatti intenzionato ad accrescere la coscienza ecologica del paese e a proporsi, soprattutto dopo gli accordi di Parigi del 2016, come leader globale nella lotta ai cambiamenti climatici. Una battaglia che si allarga a più di ottanta città. Al centro delle politiche ancora una volta Pechino, il porto di Tianjin e le regioni, altamente industrializzate, del Nordest della Cina, come Hebei e Shandong: le amministrazioni locali dovranno garantire un taglio del consumo di carbone (ancora diffuso come combustibile per riscaldare le abitazioni) del 10 per cento entro il 2020.

Le aziende di questa parte della Cina, in gran parte metallurgiche, vedranno un limite nella produzione di acciaio, alluminio e carbon-coke. Lo Hebei, in particolare, limiterà la capacità produttiva a 200 milioni di tonnellate fino al 2020 (contro le 286 milioni del 2013). Misure simili saranno adottate anche nella regione del delta dello Yangtze, un’altra zona altamente industrializzata che ruota intorno alla megalopoli di Shanghai: qui il consumo di carbone dovrà essere ridotto del 5 per cento.

Dopo aver raggiunto il picco di consumo di carbone nel 2017, la Cina cerca oggi di metterlo ai margini delle proprie politiche di approvvigionamento energetico. Nel piano anti-inquinamento del governo, sono state inserite come “osservate speciali” le due regioni di Shanxi e Shaanxi, tra le maggiori produttrici dell’ex Impero di mezzo.

I giorni di aria pulita dovranno essere l’80 per cento del totale con una riduzione dello smog nelle località dove si sono registrati i livelli più alti di inquinanti del 25 per cento rispetto al 2015. Uno studio scientifico pubblicato a fine 2017 da The Lancet ha stimato che nel 2015 quasi due milioni di cinesi sono morti per cause riconducibili all’inquinamento, il 16 per cento del totale globale e oltre quattro volte il numero di morti per Aids, tubercolosi e malaria combinate. Le autorità cinesi hanno investito circa 6,4 miliardi di dollari nel 2017 e puntano ad aumentare il budget per le politiche ambientali del 19 per cento.

Un impegno, questo, che Pechino intende perseguire anche portando avanti le sue politiche più rigide in materia di rifiuti. La decisione di porre un limite alle importazioni dall’estero (di plastica, soprattutto) inizia a portare i primi risultati. Nell’ultimo decennio, la Cina ha importato oltre 7 milioni di tonnellate di rifiuti plastici, gran parte delle quali venivano assorbite dalla rete dei “riciclatori”, aziende specializzate nel riciclo e nella rivendita. Venendo meno la materia prima, il settore sta vivendo una crisi strutturale. E gli imprenditori sono sempre più orientati a portare le proprie attività nel Sudest asiatico (Malaysia e Thailandia su tutti), dove i governi non hanno ancora adottato limitazioni simili a quelle cinesi.

Lo stop ha avuto anche effetti a livello regionale. Il Giappone, uno dei principali esportatori di plastica verso la Cina, è ora, a quanto riporta il quotidiano hongkonghese South China Morning Post, invaso dalla plastica. Prima dello stop cinese, il Giappone esportava oltre 510mila tonnellate di plastica ogni anno. Nel 2018, l’export si è fermato ad appena 30mila tonnellate.

Ora il ministero dell’ambiente nipponico starebbe stilando un piano per aumentare la quota di riciclo della plastica. Tali politiche però sembrano destinate a fallire: serve una transizione culturale, denunciano gli ambientalisti, che porti a limitare l’uso di imballaggi plastici. Accusate soprattutto le grandi aziende del settore delle bevande analcoliche a cui costa meno produrre bottiglie con plastica vergine, rispetto a materiali riciclati.

Ma come altri paesi avanzati, anche il Giappone fatica ad adottare politiche tese a ridurre l’eccesso. Un recente studio della rivista Science Advances ha stimato che, agli attuali livelli di consumo di plastica e con il proseguire dello stop cinese all’import di rifiuti, nel 2030 ci saranno 111 milioni di tonnellate di plastica non smaltibili.

Dai primi anni ’90 la Cina ha assorbito 105 milioni di tonnellate metriche di rifiuti plastici (circa il 45 per cento del totale del mondo), provenienti in gran parte da Germania, Stati Uniti e appunto Giappone.

di China Files

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Cassa Depositi e Prestiti, accordo raggiunto nel governo: l’ad sarà Palermo. Rivera nuovo direttore generale al Tesoro

Pet, 20/07/2018 - 14:53

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e i ministri dell’Economia e del Lavoro Giovanni Tria e Luigi Di Maio, insieme al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti hanno raggiunto l’intesa sul nome di Fabrizio Palermo come nuovo amministratore delegato di Cdp, il motore finanziario su cui si intende far leva per realizzare molte delle politiche economiche del Governo. Palermo è già dirigente di Cassa Depositi e Prestiti come direttore finanziario. La nomina, trapelata da via XX Settembre, non sarà comunicata ufficialmente fino al 24 luglio, perché sarà allora che si riunirà l’assemblea di Cassa depositi e prestiti. Si chiude così la contesa tutta interna al governo per trovare un nome condiviso, dopo che ieri è diventato un caso la convocazione e l’immediato annullamento di un vertice a Palazzo Chigi. Un risultato che sembra vedere vincitori Di Maio e Salvini. “L’obiettivo è trovare i migliori, se nel trovare i migliori c’è una discussione interna al governo ben venga – dice Di Maio – L’importante è che tutto quello che facciamo sia un compromesso sempre al rialzo e mai al ribasso, quindi un punto di caduta al rialzo”. Di Maio spiega che oggi si è parlato solo di Cdp.

Il nuovo vertice a palazzo Chigi ha finalmente risolto lo stallo. Un’impasse durata talmente a lungo da incrinare il rapporto di fiducia con il ministro del Tesoro Giovanni Tria. Già poco gradito alla maggioranza giallo-verde per il suo costante ribadire la necessita di coniugare gli impegni elettorali – flat tax e reddito di cittadinanza – a quelli europei sui vincoli di bilancio, il ministro ha lungamente insistito nei giorni scorsi per ottenere la nomina di Dario Scannapieco, scontrandosi con i partiti che sostengono il governo. In realtà l’accordo si fonda su un pareggio perché da una parte c’è il nome di Palermo, ma dall’altra Tria la spunta sul nuovo direttore generale del Tesoro che, riferiscono fonti del governo, Alessandro Rivera. L’accordo di oggi dovrebbe ridisegnare l’intera governance dell’istituto e portare al rinnovo dell’organigramma, comprese le deleghe da affidare. Verifiche che richiederanno tempo e che potrebbero tardare l’ufficializzazione dei nomi dei candidati.

Palermo, manager tra finanza e risanamenti
Palermo è un interno, dunque: alla Cdp è entrato nel 2014. Per la sua nomina si sarebbe speso in particolare il Movimento 5 Stelle. E’ nato a Perugia nel 1971 e laureato cum laude in Economia e Commercio all’università La Sapienza di Roma nel 1994. Nel diventa 2016 consigliere di Fincantieri ed è stato presente nei consigli di amministrazione di Fincantieri Usa, di Vard Group e di Vard Holdings, società quotata alla Borsa di Singapore per la quale è stato anche membro del comitato remunerazioni. Ha iniziato il suo percorso professionale a Londra come financial analyst nella Divisione Investment Banking di Morgan Stanley, dove si è occupato di operazioni di collocamento azionario e obbligazionario, di acquisizione, di dismissione, di fusione e di creazione di joint ventures per i principali gruppi finanziari ed industriali italiani ed europei. Dal 1998 al 2005 ha poi lavorato come consulente strategico in McKinsey, specializzandosi in operazioni di risanamento, trasformazione e rilancio per grandi gruppi industriali e finanziari italiani ed europei (spaziando dal settore bancario e assicurativo, alle telecomunicazioni, alle utilities, alla meccanica e elettronica fino ai servizi postali).

Approdato in Fincantieri in qualità di direttore business development e corporate finance, svolgendo sin dal suo ingresso un ruolo chiave nel percorso di riorganizzazione e turn around dell’azienda (nelle fasi di espansione – anche mediante importanti acquisizioni cross-border, riorganizzazione post crisi ed infine quotazione) trasformando cosi il gruppo nel leader occidentale del settore per dimensione e diversificazione di prodotto. È stato quindi vice-direttore generale di Fincantieri dal 2011 al 2014 oltre che chief financial officer dal 2006 al 2014. Nell’ottobre 2014 è entrato in Cassa Depositi e Prestiti come responsabile finanziario e dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili del gruppo.

Rivera, caposaldo del ministero
Nato a L’Aquila 48 anni fa, Alessandro Rivera occuperà iln ruolo chiave per la politica economica dei Governi e poltrona di primissimo piano per i grand commis dello Stato, ricoperta a lungo dall’attuale presidente della Bce ed ex governatore di Bankitalia Mario Draghi negli anni Novanta (dal 1991 al 2001) durante il periodo delle privatizzazioni e delle azioni del Paese per fronteggiare la grave crisi politica del 1992. Su quella stessa sedia si sarebbero poi succeduti Domenico Siniscalchi e Vittorio Grilli, saliti poi entrambi nel gradino più alto di ministro dell’Economia. Prende il posto di Vincenzo La Via, che dopo sei anni in questo ruolo chiave, ha lasciato a maggio l’incarico, si ipotizza, per tornare alla Banca Mondiale.

Rivera ha fatto il proprio ingresso nel ministero di Via Venti Settembre poco meno di vent’anni fa ed è attualmente dirigente generale del Mef, responsabile della Direzione IV, che si occupa di sistema bancario e finanziario e degli affari legali. Una carriera fatta in sordina, lontano da eventi e convegni, con il passo lungo di chi – è la sua passione – ama le maratone. E’ fratello di Vincenzo, già consigliere comunale del Partito democratico ed ex capo di gabinetto di Ottaviano Del Turco ex presidente della Regione Abruzzo. La stampa internazionale si è occupata di lui sottolineandone il ruolo positivo con il lavoro continuo nel bel mezzo della peggiore crisi economico-finanziaria dal dopoguerra.

Dalla stampa nazionale si è saputo invece che è stato lui a guidare il team che si è occupato della stesura dei cosiddetti “Tremonti bond“, le obbligazioni emesse dalle banche sane e sottoscritte dal ministero. Si è occupato anche del progetto europeo di freno allo short selling, la vendita allo scoperto di titoli non direttamente posseduti dal venditore, ma prestati da un fornitore. Rivera è stato anche nominato dal Mef presidente della Società per la gestione dell’attivo, la società, controllata al 100% dal ministero nata dal crac del vecchio Banco di Napoli, che ora ha tra i compiti la gestione dei crediti deteriorati delle banche venete (Vicenza e Veneto Banca) messe in liquidazione ed è nel board di Cdp in rappresentanza appunto dell’azionista di controllo della società.

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Emily Ratajkowski, la modella tradisce la Juve: ecco con chi

Pet, 20/07/2018 - 14:53

Il clima di festa che vige da giorni nel quartier generale della Juventus potrebbe esser stato rovinato da un “tradimento” pesante (si fa per dire). Quello di Emily Ratajkowski, modella da 18milioni di follower che con le sue curve fa impazzire i tifosi di mezzo mondo. E se solo un anno fa la supermodella aveva giurato amore ai colori bianconeri postando sui social la maglia personalizzata della Juventus e partecipando come madrina alla presentazione del nuovo logo della squadra torinese, ora la statunitense ha fatto dietrofront pubblicando sul suo profilo Instagram una foto con la maglia della Roma e il numero dieci del fu Capitan Totti. “Daje Roma”, scrive, rinnegando i sentimenti (allora senza dubbio condizionati dal cachet di presenza) giurati a Torino.

Ma i tifosi juventini non si staranno certo disperando, anzi: basterà loro pensare all’idea di avere Cristiano Ronaldo tra le fila della propria squadra per dimenticare tutto. D’altronde, CR7 è arrivato da pochi giorni in quel di Torino, ma ha già sconvolto la città. Che dire, poi, di Georgina Rodríguez? A bellezza la fidanzata dell’asso portoghese non ha nulla da invidiare alla Ratajkowski e ha già espresso la sua simpatia per la città piemontese: “Torino mi piace tantissimo, è una città incredibile”, dice. Lei sì che sarà una tifosa doc.

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Oasis, Liam Gallagher scrive a Noel: “Smettiamo di perdere tempo e rimettiamo insieme la grande O”

Pet, 20/07/2018 - 14:49

Terra chiama Noel, ascoltami, ho sentito che stai facendo concerti dove la gente non può bere alcol. Ora questa è la cosa più strana che tu abbia mai fatto, ma ti perdono, smettiamo di perdere tempo e rimettiamo insieme la grande O. Offro io da bere”. Chi manda questo messaggio? Liam Gallagher. A chi, va da sé: al fratello Noel,altra anima di una delle band più importanti di sempre, gli Oasis, che quasi dieci anni fa si sono sciolti proprio per dissapori tra i due fratelloni. Chiaramente il tweet di Liam (uno che sul social di Dorsey è molto attivo) ha fatto emozionare i fan di tutto il mondo che chiedono a gran voce di concretizzare l’idea. Noel non ha risposto e anzi ha appena pubblicato un singolo con la sua band, gli High Flying Birds. Liam dal canto suo ha aggiunto, rispondendo a un commento, che “sarebbe una cosa bella da fare”. E come dagli torto?

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No Tap, attivisti contestano la ministra Lezzi: “Non hai bloccato il gasdotto, vergogna. Sei come Bellanova”

Pet, 20/07/2018 - 14:41

Un gruppo di attivisti no Tap, che si oppongono all’ approdo nel Salento del gasdotto, ha contestato la ministra per il Sud, Barbara Lezzi, durante un dibattito all’Università, accusandola di avere disatteso alle promesse fatte durante la campagna elettorale di bloccare la realizzazione del gasdotto. A conclusione dell’intervento della ministra nel campus urbano di UniSalento il gruppo di attivisti presenti in aula ha manifestato ad alta voce contro la ministra del M5s. “Melendugno e il Salento ti ringraziano Barbara – hanno gridato esibendo uno striscione – Sei peggio della Bellanova. Vergognati”. La breve protesta è poi continuata all’esterno quando la ministra in auto ha lasciato l’università col figlioletto scortata dalle forze dell’ordine

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Nave Diciotti, Davigo: “Salvini e le manette ai migranti? Un ministro non può dare ordini alla magistratura”

Pet, 20/07/2018 - 14:36

Salvini e il suo tweet in cui invoca le manette per ‘i violenti’ della nave Diciotti? L’ho già detto in una intervista al Fatto Quotidiano: escludo che un ministro possa dare ordini alla magistratura. Non è previsto dalla nostra Costituzione“. Sono le parole pronunciate a In Onda (La7) dal magistrato Piercamillo Davigo, che si sofferma sul ddl leghista relativo alla legittima difesa: “Il testo della legge veramente è stato già cambiato in passato. Però prima di dire che si tratta di una norma dissennata, bisogna tener conto di chi l’ha scritta. Voglio infatti ricordare che la norma iniziale della legittima difesa del codice Rocco non era stata scritta da un pericoloso sovversivo, ma da Alfredo Rocco, il Guardasigilli di Mussolini. Ma c’è di più e di peggio: noi viviamo in un mondo integrato dove ci sono autorità sovranazionali, una delle quali è la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo“. Davigo spiega: “Dopo che fu riunificata la Germania, furono messi sotto processo i dirigenti della Grenzpolizei, che avevano dato ordine di sparare coloro che tentarono di oltrepassare il muro di Berlino. E furono condannati per omicidio. Questi poi fecero ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, affermando che era stato violato il principio di divieto di retroattività in materia penale. La Corte Europea ha detto che, innanzitutto, secondo la convenzione dei diritti dell’uomo sono fatti salvi da quel divieto di retroattività i comportamenti considerati criminali dalle leggi dei Paesi civili. Cioè” – continua – “sparare a persone disarmate è considerato un crimine dalle leggi dei Paesi civili. In secondo luogo, secondo la Convenzione dei diritti dell’uomo, la vita delle persone è protetta dalla legge, quindi anche quella del ladro. Il problema è che tutte le questioni relative alla cronaca sulla legittima difesa in Italia riguardano persone che sono state colpite alla schiena mentre fuggivano, cioè non c’era più l’offesa in corso”. E commenta lo slogan coniato dal ministro leghista della Pubblica Amministrazione, Giulia Bongiorno (“la difesa è sempre legittima”): “La difesa è legittima quando è difesa. Se non è più difesa, non è mai legittima”. Davigo risponde a una domanda di Luca Telese che, a proposito della recente elezione del magistrato a consigliere del Csm, gli chiede se la sua corrente è vicina al governo M5s-Lega: “Non esistono governi amici, né nemici. La separazione dei poteri è questa. Quello che a me ha sempre inquietato, invece, è la carriera trasversale, cioè quella di chi sta in organi associativi e di auto-governo e poi va a ricoprire incarichi politici. Trovo che violi il principio di indipendenza della magistratura

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Stadio della Roma, Luca Parnasi ai domiciliari. Il gip: “Attenuata la possibilità di inquinamento delle prove”

Pet, 20/07/2018 - 14:18

Luca Parnasi,  il costruttore arrestato nell’ambito dell’inchiesta sul nuovo stadio della Roma, è ai domiciliari. È quanto disposto dal gip Maria Paola Tomaselli dopo l’ultimo interrogatorio, durante il quale l’indagato avrebbe reso delle dichiarazioni tali da ridurre le probabilità di inquinamento probatorio. La decisione del giudice per le indagini preliminari arriva dopo le due richieste di scarcerazione presentate dai legali  Emilio Ricci e Giorgio Tamburrini e rigettate.

Dopo un interrogatorio durato 11 ore, i difensori avevano presentato la prima istanza, ottenendo il parere favorevole della Procura, ma il rigetto del gip Tomaselli perché, secondo l’accusa, dalle dichiarazioni del costruttore non erano emersi elementi sufficienti a modificare la misura della detenzione in carcere. Per il giudice, Parnasi si era limitato ad ammettere “fatti inequivoci e incontrovertibili”, riferendosi “esclusivamente a circostanze già note, nonché offrendo ricostruzioni contraddette da chiare emergenze investigative”. Non avrebbe quindi offerto “alcun contributo all’indagini”. E Parnasi era rimasto a Rebibbia. Successivamente, gli avvocati si sono rivolti alla Cassazione, ma i giudici della Suprema corte hanno dichiarato inammissibile il ricorso presentato – le motivazioni saranno presentate entro 45 giorni.

Il costruttore romano è al centro dell’inchiesta sul nuovo stadio della Roma, dal momento che secondo l’accusa, il gruppo Parnasi avrebbe tentato di “oliare” i vari passaggi dell’approvazione del piano dello stadio di Tor Di Valle mettendo in atto una corruzione che la gip definisce “sistemica“. Per arrivare all’approvazione del progetto si sarebbe servito tra gli altri dell’avvocato, ex presidente di Acea, Luca Lanzalone – ai domiciliari con l’accusa di corruzione – che per la giunta Raggi seguiva la trattativa sulla modifica del piano e che in cambio dell’aiuto fornito avrebbe ricevuto incarichi e consulenze del valore di 100mila euro. In carcere, oltre a Parnasi sono finiti cinque suoi stretti collaboratori, uno dei quali, Luca Caporilli – passato ai domiciliari. Tra i 16 indagati nell’inchiesta figurano anche il capogruppo M5s in Campidoglio Paolo Ferrara – autosospesosi dal Movimento a seguito dell’inchiesta – e l’ex assessore e oggi consigliere comunale di Forza Italia, Davide Bordoni. Dal carcere, Parnasi ha ammesso anche i legami con altri due indagati, rappresentanti della politica romana:  l’ex assessore regionale del Pd, Michele Civita e  l’ex vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio, Adriano Palozzi, di Forza Italia.

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Migranti: le politiche di Salvini sono disumane, illecite e sbagliate

Pet, 20/07/2018 - 13:56

Ci sono vari modi e motivi per giudicare e condannare la scellerata politica imposta da Matteo Salvini al governo italiano sulla questione dei respingimenti, con il chiaro intento di sfruttare a fini bassamente elettoralistici paure e paranoie di settori del corpo elettorale sempre più insicuri, impauriti, disorientati e irrazionali. Il primo è la sua assoluta disumanità. Forse non tutti se ne rendono pienamente conto ma l’aberrante slogan “prima gli italiani” su cui vorrebbe costruire le proprie fortune elettorali la Lega, in chiara sintonia con forze d’ispirazione nazifascista in modo conclamato, oltre che con la parte peggiore dei 5 stelle, produce il risultato di negare umanità e diritti a chi non ha la cittadinanza italiana, ivi compresi centinaia di migliaia di giovani nati e cresciuti in Italia da genitori migranti. Il risultato è quindi la divisione della popolazione in esseri umani (gli “italiani”) e no (tutti gli altri).

Gli effetti di questa visione, che possiamo definire razzista da tutti i punti di vista, sono ovviamente disastrosi anche per gli “italiani” sia per quanto riguarda lo Stato sociale che i diritti in genere. Non a caso la Lega è da tempo all’avanguardia nella promozione ed esecuzione di politiche di smantellamento e privatizzazione dei servizi pubblici destinati anche e soprattutto agli “italiani”. Non a caso la Lega, contraria in genere alle pur timidissime proposte di contrasto alla precarietà proposte da Luigi Di Maio, ha sostenuto con veemenza la necessità di reintrodurre i voucher in settori come l’agricoltura e il turismo dove lavorano molti migranti ma anche molti “italiani“.

Laddove si può cogliere la raffinata astuzia di certi sovranisti nostrani che da un lato sostengono che la presenza dei migranti indebolisce la forza contrattuale e i diritti dei lavoratori e dall’altro operano fattivamente in sede legislativa e altrove per demolire definitivamente tali diritti. Solo un popolo istupidito da decenni di berlusconismo e di Pd può non rendersi conto di tanta meschina doppiezza, ma purtroppo è proprio quello che si sta verificando, come dimostrano fra l’altro proprio i successi elettorali e sondaggistici di Salvini & C.

Ma non è solo questione di disumanità, che pure per quanto accennato risulta la dimensione determinante anche sul piano politico e sociale. C’è anche l’aspetto della violazione di obblighi fondamentali di soccorso di esseri umani in pericolo di vita, violazione che avviene mediante la chiusura dei porti e la negazione dei salvataggi. Il nostro ordinamento proibisce l’omissione di soccorso con specifiche sanzioni previste sia dal Codice penale (articolo 593) che dal Codice della navigazione (articoli 113 e 1158).

Tale divieto deve considerarsi espressione di un principio generale ribadito da varie convenzioni internazionali e normative europee. La linea di condotta di Salvini e in buona misura del governo Conte, salve salutari disobbedienze di varie navi civili e militari, è informata al principio opposto: fomentare e promuovere in ogni modo l’omissione di soccorso come mezzo assolutamente illecito di pressione politica e di ottenimento a tutti i costi dell’impossibile obiettivo degli “zero sbarchi”. Linea che ha già determinato problematiche umanitarie molto rilevanti e illiceità gravissime sulle quali appare più che matura l’apertura di un’inchiesta da parte della Corte penale internazionale, che dovrà verificare l’eventuale sussistenza di crimini contro l’umanità. Ciò anche alla luce delle evidenti complicità con gli assassini, torturatori e stupratori libici, a volte travestiti da Guardia costiera.

C’è poi un altro aspetto, di grande importanza, che attiene alla natura strutturale e strategica del fenomeno migratorio, che è il prodotto di secoli di politiche coloniali e neocoloniali nei confronti del continente africano. Politiche fatte di sfruttamento selvaggio, distruzione ambientale, depauperamento delle risorse, genocidio, scientifico sabotaggio di ogni possibile alternativa. Politiche criminali delle quali anche l’Italia si è resa protagonista, anche se forse, per motivi storici, in misura inferiore alle altre potenze coloniali europee.

Sono certamente esagerate e terroristiche certe stime correnti sul numero di africani pronti a riversarsi sul territorio europeo. E tuttavia occorre tener conto, per governare adeguatamente il fenomeno, anche di queste sue radici storiche. Certo, pretendere che lo facciano Conte, Di Maio e Salvini, che hanno (specie l’ultimo qui citato) in Donald Trump il proprio ideologo di riferimento e che ragionano secondo l’ottica dei presunti benefici propagandistici a breve termine da ottenere a ogni costo, è come chiedere a una gallina di risolvere un’equazione di terzo grado. Anche e soprattutto qui risiede la tragedia che stanno vivendo gli italiani senza virgolette. E che non riguarda certo esclusivamente o prevalentemente le migrazioni.

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Miley Cyrus e Liam Hemsworth amore finito, i due si sono detti addio

Pet, 20/07/2018 - 13:27

E’ finita tra Miley Cyrus e Liam Hemsworth, i due si sarebbero lasciati e avrebbero annullato il matrimonio. La notizia arriva direttamente dall’Australia, patria dell’attore di Hunger Games, che assicura la rottura tra la coppia. I motivi? Una diversa visione per il futuro. La popostar si sarebbe tirata indietro non sentendosi pronta per le nozze, smentendo di fatto i numerosi siti di gossip che avevano parlato di una celebrazione avvenuta in segreto nei giorni scorsi.

Stando a quanto riportato dal DailyMail, Liam sognerebbe una famiglia senza nascondere la voglia di paternità: “Lui vuole dei bambini e non vuole continuare a rimandare, ma Miley non ci pensa ancora. Lui ha il cuore spezzato. Miley rimandava i piani per il matrimonio e Liam si stava stancando“. I preparativi si erano infatti protratti a lungo e il rapporto si era impantanato già negli ultimi mesi. Anche amici e parenti avrebbero più volte detto all’attore ventottenne di aprire gli occhi e di accorgersi che la Cyrus non aveva alcune intenzione di arrivare all’altare.

I due ex (?) fidanzati non hanno rilasciato dichiarazioni in merito, la coppia si sarebbe rifugiata nelle rispettive famiglie: lui in Australia, lei a Malibu. Il loro rapporto era è stato ufficializzato nel 2012 con la prima rottura avvenuta l’anno successivo. Nel 2016 il sorprendente ritorno di fiamma e l’annuncio delle nozze, a pochi mesi di distanza, per la coppia che si era conosciuta nel 2009 sul set di “The Last Song”. Non era stato facile ricucire con Liam, aveva ammesso la cantante, nessuno però si sarebbe aspettato l’ultimo colpo di scena.

Pochi giorni fa dal profilo Instagram della Cyrus sono scomparse oltre duemila foto che aveva condiviso con i suoi numerosi fan. Qualcuno aveva pensato ad uno scherzo, altri erano convinti che si trattasse di un hacker. In molti avevano anche ipotizzato che si potesse trattare di una strategia di marketing alla Taylor Swift, usata per lanciate il nuovo album. Nessuno avrebbe però scommesso sull’addio con Liam e sull’annullamento delle nozze.

 

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