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Alzheimer, occhiali e smartphone per la diagnosi precoce: il progetto delle Molinette di Torino

Tor, 16/01/2018 - 14:26

Non si ferma la lotta all’Alzheimer. La ricera prosegue ed è di queste ore l’annunciod che la diagnosi precoce sarà fatta con occhiali avveniristici o con il semplice smartphone. Sembra fantascienza e invece è realtà: questa nuova tecnologia sarà a disposizione dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino dalle prossime settimane. Per la diagnosi, i pazienti indosseranno occhiali in grado di registrare i movimenti del corpo e del capo, valutando, grazie ad un giroscopio ed un accelerometro, il grado di equilibrio del soggetto nello spazio.

Altri sensori sulle stanghette registreranno anche i movimenti oculari, che si modificano con l’età e con la patologia. La qualità del sonno di questi stessi soggetti verrà monitorata grazie all’applicazioni di bande di una ditta tedesca, poste sul materasso. Una novità assoluta, sviluppata nell’ambito del progetto internazionale My-AHA, (My Active and Healthy Ageing), coordinato da Alessandro Vercelli, che riunisce numerosi Istituti di ricerca ed aziende di Information e Communication Technology, tra cui l’Istituto Boella di Torino, sia europei sia extraeuropei, giapponesi, australiani e coreani.

Anche gli smartphone di uso quotidiano saranno muniti di giochi di memoria, messi a punto specificamente per questo studio, giochi che il soggetto sarà in grado di autosomministrarsi per testare lo stato della memoria, dell’orientamento e la capacità di risolvere problemi più o meno complessi. Lo smartphone raccoglierà i dati di tutta la strumentazione e li invierà ad un sistema in grado di riconoscere eventuali peggioramenti nel tempo.

Per questo progetto verranno reclutati 600 pazienti nel mondo, 80 dei quali da Innocenzo Rainero alle Molinette di Torino. A partire dalle prossime settimane nei soggetti reclutati si valuterà mediante moderni e rivoluzionari devices il rischio di Alzheimer e di decadimento cognitivo, psicologico, fisico e sociale. Di tutti i soggetti, metà saranno solo monitorati nel tempo, l’altra metà invece beneficerà di un intervento di stimolazione motoria, psicologica, cognitiva e sociale, grazie all’uso degli stessi apparecchi. Al termine dello studio sarà possibile definire con maggior chiarezza l’utilità delle nuove tecnologie nella diagnosi precoce, nell’invecchiamento in salute e nella prevenzione del decadimento dell’anziano. L’annuncio di questo progetto arriva all’indomani della decisione del colosso farmaceutico Pfizer di interrompere la ricerca su Alzehimer e Parkinson.

L’Alzheimer, o più in generale la demenza, è una patologia molto comune nei Paesi occidentali: in Italia si calcola che sono affette circa 1.300.000 persone, la patologia cresce con l’età ed il Piemonte è tra le prime 5 regioni italiane con il maggior numero di over 65 (il 24,5% della popolazione). Nella regione è stato stimato che su 1000 persone sopra 65 anni, 33 sono affette da una forma di demenza.

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M5s, Villarosa difende l’onore grillino contro Berlusconi: “Siamo quasi tutti laureati, io ho creato una start-up”

Tor, 16/01/2018 - 14:24

Berlusconi ci attacca e ci dice che siamo nullafacenti ma io prima di entrare qua ho creato una mia start-up che ha raggiunto il pareggio di bilancio in un biennio quindi evidentemente qualcosina la sappiamo fare pure noi, che oltretutto nel M5s siamo quasi tutti laureati. Poi Berlusconi dovrebbe ricordarsi che se tanti ragazzi non lavorano la colpa è principalmente la sua e delle sue politiche sbagliate“. Così il deputato del Movimento 5 stelle Alessio Villarosa in sala stampa a Montecitorio

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Strage di Erba, Rosa Bazzi e Olindo Romano di nuovo in aula. Oggi giudici nominano periti

Tor, 16/01/2018 - 14:21

Nonostante si tratti di un’udienza tecnica e che non entra nel merito, Olindo Romano e Rosa Bazzi sono tornati oggi in aula a Brescia. I due condannati per la strage di Erba del 2006 si sono presentati davanti alla corte d’Appello presieduta da Enrico Fischetti. La Corte deve nominare i periti che analizzeranno i reperti che secondo la difesa non sono mai stati presi in considerazione nell’ambito delle indagini sulla strage. A Erba l’11 dicembre 2006 vennero uccisi Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk, la madre Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini. I coniugi Romano sono stati condannati definitivamente all’ergastolo per pluriomicidio. L’analisi dei reperti – un accendino, una tenda, un mazzo di chiavi e alcune formazioni pilifere su indumenti – potrebbe portare la difesa a presentare istanza di revisione del processo.

Sette mesi fa la Cassazione aveva dato ragione ai due coniugi annullando con rinvio l’ordinanza che escludeva la possibilità di test sui reperti. I coniugi di Erba avevano chiesto l’incidente probatorio per l’analisi, ma la domanda dapprima dichiarata inammissibile da parte della Corte d’appello di Brescia era stata annullata dagli ermellini. I giudici di merito hanno quindi dato il via libera alla richiesta dei due coniugi che l’11 dicembre 2006 sono stati condannati. Quella notte rimase gravemente ferito Mario Frigerio, marito della Cherubini, che nel processo rappresentò il principale teste d’accusa morto nel 2014.

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Morti in corsia, l’infermiera Laura Taroni e altri quattro medici scelgono il rito abbreviato

Tor, 16/01/2018 - 14:10

Si separa il destino processuale degli “amanti killer”. Sarà processata secondo rito abbreviato Laura Taroni, che in servizio dell’ospedale di Saronno (Varese), accusata in concorso con l’ex vicedirettore del pronto soccorso Leonardo Cazzaniga di aver ucciso suo marito Massimo Guerra, il suocero Luciano e sua madre Maria Rita Clerici, dandogli procurandogli overdose con i farmaci.

La richiesta è stata presentata questa mttina in aula in Tribunale a Busto Arsizio (Varese) dal suo avvocato Monica Alberti, durante la ripresa dell’udienza preliminare per l’indagine “Angeli e Demoni” a firma del Pm Maria Cristina Ria e del procuratore Gianluigi Fontana, sulle morti sospette di pazienti in cura da Cazzaniga al pronto soccorso di Saronno. Nei giorni scorsi i periti nominati dagli inquirenti avevano depositato la consulenza sostenendo la capacità di intendere e di volere dei due imputati.

Hanno scelto l’abbreviato anche alcuni dei medici della commissione interna all’ospedale di Saronno, indagati a vario titolo per favoreggiamento, omessa denuncia e falso ideologico. Si tratta di Claudio Borgio, Giancarlo Favia, Fabrizio Frattini e Daniele Sironi: secondo l’accusa sapevano che Cazzaniga, che si definiva Dio e l’angelo della morte, applicava un protocollo per uccidere i pazienti in fase terminale, na non denunciarono. Ha invece scelto la via del patteggiamento la dottoressa Simona Sangion, per cui fu deciso un concorso ad hoc perché tacesse su quello che sapeva. In prova ai servizi socialmente utili la collega Elena Soldavini che inviò un esposto anonimo per segnalare i decessi tra i familiari della Taroni.

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Crozza distrutto dalla par condicio, l’intervento sottotono a Che Fuori Tempo che Fa: “Ecco cosa non posso dire”

Tor, 16/01/2018 - 14:05

E’ un Maurizio Crozza affranto per colpa della par condicio quello apparso ieri sera nella copertina di Che Fuori tempo che Fa di Fabio Fazio in onda su Rai1 (Tutte le puntate sul sito www.raiplay.it): “A me la par condicio mi ammazza! Non posso nemmeno parlare di Orietta Berti.  Se non ci fosse la par condicio potrei dire che il Pd ha fatto la battaglia contro la Berti e non contro la corruzione, l’evasione, il capitalismo e la disoccupazione… il problema per l’Italia, secondo il Pd, è Orietta Berti solo perché ha detto che voterà i 5 Stelle. Non posso neanche dire che un movimento rivoluzionario come i 5 Stelle che un tempo voleva scardinare il sistema e parlava di decrescita felice, di democrazia liquida, ora – riferendosi a Luigi Di Maio – è guidato da uno che si fa le foto con Orietta Berti!”  E ancora: “Per questa par condicio mi tocca citare pure Pietro Grasso che  l’unica cosa che è riuscito a fare questa settimana è stata litigare con Laura Boldrini, sai che impresa… era l’unico italiano che non aveva ancora litigato con lei, si è solo messo in pari con tutti noi.” L’artista genovese ha dovuto quindi parlare anche di Attilio Fontana,  il candidato leghista della Regione Lombardia che ha affermato la necessità di difendere la razza bianca dagli immigrati: “Ma come si fa oggi a parlare di razze? Uno come Fontana non me lo devi candidare in Lombardia nel 2018, lui è perfetto per le Regionali dell’Alabama del 1802″. E infine su Berlusconi, recentemente ospite dalla D’Urso, ha ironizzato: “Hanno dovuto mettere così tanti filtri nelle telecamere che sembrava una chiacchierata tra due insegne al neon.  Dopo 40 minuti di deliri,  ha promesso che se andrà al Governo si impegnerà a recuperare almeno 40 miliardi dall’evasione fiscale… proprio lui che è stato condannato in via definitiva per frode fiscale! E’ come se Pablo Escobar si fosse impegnato a combattere la dipendenza da cocaina…”

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Dolores O’Riordan, con lei se ne va un frammento di adolescenza collettiva. Addio alla chanteuse di Limerick

Tor, 16/01/2018 - 14:02

La famiglia ha chiesto silenzio, ma il mondo continua a chiedersi in che modo Dolores sia andata via così, d’improvviso. La polizia metropolitana di Londra ha aperto un’indagine per capire cosa sia accaduto ieri mattina in quella stanza d’albergo dietro Westminster, dove la frontwoman dei Cranberries alloggiava. Era in città per una session di registrazione, e gli amici che l’avevano sentita nelle ore precedenti l’hanno descritta come “piena di vita”.

Intorno a mezzanotte Dan Waite, manager dell’etichetta discografica Eleven Seven, aveva ricevuto sul telefono un messaggio vocale in cui la O’Riordan elogiava la cover di “Zombie” messa a punto dai Bad Wolves, e “progettava di vedermi in settimana: voleva registrare alcune parti cantate. Era entusiasta, guardava avanti”. Ma Qualcosa ha strappato via tutti i fogli del futuro dall’agenda della 46enne cantante irlandese. Cosa, esattamente? Gli inquirenti hanno prontamente definito la sua morte come “non sospetta”, rimandando al coroner l’analisi delle cause.

Un malore fatale? Una dose incauta dei medicinali che servivano per curare l’ernia del disco e il mal di schiena che avevano costretto la band a cancellare il tour della scorsa estate? Psicofarmaci? O una di quelle malattie incurabili, pietosamente taciute fino all’estremo pur di non turbare i figli adolescenti? Se così fosse, il colpo di maglio del destino spunterebbe subito le penne a quanti sono pronti a iscrivere Dolores O’Riordan nel club delle rockstar suicide, dove da mesi tengono banco Chris Cornell e Chester Bennington, anche loro “pieni di vita” e di impegni all’orizzonte, ma determinati a uscire di scena in modo traumatico e volontario, costringendo familiari e fans a interrogarsi sulla fragilità degli idoli, e se ci ragioni su puoi prendere le distanze da chi decide di togliersi di mezzo, perché ogni suicidio è un tradimento nei confronti di quanti restano da questa parte.

Ma se invece è stato un Fato accidioso a ghermire la musa di Limerick, sarà ancora più complesso elaborare un lutto tanto inaspettato. Che fosse “esposta”, Dolores non lo nascondeva più. Di suicidio parlava, di tanto in tanto, ma quasi come una valvola di sfogo, chiedendosi pubblicamente se quella non fosse la soluzione per trovare pace nel mezzo di un’esistenza tormentosa. Però si sentiva devota madre dei suoi ragazzi, non avrebbe mai compiuto gesti autodistruttivi. La famiglia era la sua “salvation” e il suo Demone. A partire da quel padre che, ancora prima che lei nascesse, aveva subìto danni cerebrali in un incidente, costringendo la figlia a venire a patti con quell’inafferrabile Edipo fondante. Un altro uomo avrebbe abusato di lei quand’era bambina nelle campagne attorno a Limerick, la città che Brendan Behan definiva “piena di religiosità e di merda”, in uno scenario torbido e ancestralmente violento che pareva uscito dai racconti di Edna O’Brien. L’oltraggio al corpo avrebbe fatto sanguinare anche l’anima di Dolores, che avrebbe scoperto la depressione e l’anoressia, fino a una conclamata bipolarità.

Sono una persona estrema, non ho zone grigie”, ammetteva. A salvarla – e a soffocarla – era arrivata, negli anni Novanta, la fama mondiale con i Cranberries. “La celebrità è una cosa bizzarra”, disse poi, in quel periodo di separazione dal gruppo nel decennio Zero del nuovo millennio, “ti pensi indistruttibile, ma se mi guardo indietro scopro di aver avuto un aspetto orribile. Senza rendermene conto, mi ritrovavo da sola nell’oscurità”. Un cono d’ombra psichico dal quale riusciva a sfuggire grazie a un terzo uomo, il marito (e manager dei Duran Duran) Dan Burton, una storia d’amore durata vent’anni e coronata dalla nascita di tre figli. “Resto aggrappata al tuo dito”, cantava Dolores in “Linger”, ogni volta che le cose non andavano bene. E quando il matrimonio si ruppe, la O’Riordan andò in pezzi. Ne fu prova clamorosa l’arresto all’aeroporto di Shannon, quattro anni fa: aggredì fisicamente un poliziotto e un’assistente di volo, alla fine se la cavò con una maximulta. Sperava in una pace interiore, ma sapeva che non l’avrebbe mai trovata.

Il Demone personale l’assediava, quel Demone di ogni irlandese, di chi è nato in una terra scissa e ossessionata da Dio. In “Zombie” aveva cantato delle divisioni d’Irlanda, alluso all’Insurrezione di Pasqua del 1916, gridato alla ricomposizione di quelle fratricide guerre che avevano insanguinato l’isola per decenni, anzi per secoli. Con quella canzone i Cranberries erano stati sinceri e rilevanti almeno quanto gli U2 di “Sunday Bloody Sunday”, ma questi ultimi si erano poi dimostrati ben più paraculi nel giostrare attorno a una credibilità di segno politico, mentre Dolores e i suoi erano rimasti confinati in una nostalgica aura da Anni Novanta che ha indotto ieri, davanti alla tragica breaking news, a commemorare la O’Riordan come un frammento di un’adolescenza collettiva da archiviare definitivamente, l’amarcord diffuso di una nostalgia pop.

Tra i milioni di tweet di tributo spuntati in queste ore, quello dei quattro dublinesi superstar: “Dall’Occidente sorgeva la tempesta della sua voce, lei possedeva questa forza che ti catturava, ma sapeva parlare alla fragilità di tutti noi. Firmato Bono, The Edge, Adam, Larry”. Anche i colleghi italiani l’hanno salutata: Giuliano Sangiorgi (uno che aveva duettato con Dolores, al pari di Pavarotti, Zucchero, Elisa), ha descritto il loro incontro come “un sogno”. Veniva spesso nel nostro Paese, la chanteuse di Limerick. E non disdegnava, tra Sanremo e il Vaticano, di intonare Ave Marie per nulla profane, lei così tosta e ribalda. Il nostro pubblico la amava anche per la quota di sangue latino che le scorreva nelle vene, lei discendente degli spagnoli dell’Invincibile Armada naufragata mezzo millennio fa sulle coste d’Irlanda per generare il melting pot degli Irish Moors, i mezzosangue un po’ celti e molto mediterranei nell’indole e nell’aspetto.

La tragedia di Dolores era partita da molto lontano, nel tempo e nello spazio, e poco conta adesso se l’abbia stroncata la folgore dello spietato Dio irlandese o un Qualcosa che ancora non sappiamo. Oggi conforta immaginarla tra i cavalli del suo allevamento di Killmallock, forse rassenerata nell’alzare lo sguardo verso quelle “Stars” di cui cantava con i suoi Cranberries. Se cercava pace, potrebbe averla trovata. A carissimo prezzo.

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Milano, 13enne abusata sul pianerottolo: condannato a 10 anni di carcere il “maniaco dell’ascensore”

Tor, 16/01/2018 - 13:48

Il Tribunale di Milano ha condannato a 10 anni di carcere con rito abbreviato Edgar Bianchi, il “maniaco dell’ascensore“. Così, infatti, lo avevano soprannominato i giornali nei primi anni duemila quando aveva scatenato il panico a Genova. Dal 2004, infatti, il barman oggi quarantenne ha compiuto almeno 20 violenze sessuali, tutte su ragazze minorenni. L’ultima di queste risale al 27 settembre scorso, quando l’uomo ha abusato di una 13enne sul pianerottolo di un palazzo a Milano. 

Bianchi era stato condannato in primo grado a 14 anni per le violenze commesse agli inizi del duemila, ma in appello la pena gli fu scontata a 12. Dopo 8 anni di prigione, nell’agosto del 2014 è tornato in libertà. Nel periodo trascorso in carcere, il 40enne ha seguito un percorso psicoterapeutico e, stando a quanto precisato dal suo difensore, sentiva di “esserne uscito”. Per 3 anni avrebbe condotto una vita normale, prima a Genova e poi a Milano dove si è trasferito. Adesso Bianchi tornerà in carcere, per scontare i 10 anni stabiliti dal Tribunale di Milano. “Curatemi, da solo non ce la faccio”, ha ribadito oggi davanti al gup prima del verdetto.

Un metro e ottanta, atletico, secondo la perizia psichiatrica del tempo Bianchi è affetto da “narcisismo istrionico con tendenze sadiche”. Sempre identica la tecnica seguita dal maniaco dell’ascensore: individuava una ragazzina tra i 12 e i 15 anni, la seguiva, entrava con lei nel portone di casa e, una volta sul pianerottolo, la minacciava, la palpeggiava, oppure la costringeva a un rapporto. La stessa dinamica seguita a Milano, dove la 13enne è stata adescata mentre stava rientrando a casa da scuola verso le ore 14.

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Interviste fai da te, per Richetti (Pd) niente domande, solo dichiarazioni. “Com’è andata?”, “Ottimo, 18 secondi”

Tor, 16/01/2018 - 13:47

Mentre tv e giornalisti attendono l’annunciato incontro tra Matteo Renzi ed Emma Bonino per l’alleanza elettorale, nell’ingresso del Nazareno, sede del Pd, arriva Matteo Richetti per “una dichiarazione di venti secondi sui vaccini”. Richetti non è tra quelli che si negano alle domande, ma decide ugualmente di prestarsi alla pratica della ‘dichiarazione‘ per le tv, in questo caso sul tema vaccini, che i tg infileranno nel cosiddetto ‘pastone’. “Com’è andata?”, “Ottimo”. Diciotto secondi appena, tutto finito, e niente più. Come già altri prima di lui: Fiano, Guerini, Boschi, Rosato

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Consip, l’addio dell’indagato Del Sette. Il generale Nistri: “Tempo galantuomo” e il ministro Pinotti: “Servitore dello Stato”

Tor, 16/01/2018 - 13:45

A un anno della sua proroga il generale dei carabinieri Tullio Del Sette lascia il comando. L’alto ufficiale è indagato per favoreggiamento e rivelazione del segreto d’ufficio. L’ipotesi della Procura di Roma è che abbia riferito ai vertici di Consip (centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana) l’esistenza di un’indagine della Procura di Napoli su presunti appalti truccati.

La vicenda, rivelata dal Fatto Quotidiano, è partita da Napoli ma poi è stata trasferita a Roma per competenza. Del Sette è “uno straordinario esempio” e “voglio dirgli che ho la certezza che il tempo è galantuomo, sempre” ha detto il nuovo comandante generale dell’Arma, Giovanni Nistri, rivolto al suo predecessore. Che ha parlato di un “ultimo anno per me a volte amaro“. Nel corso di una carriera iniziata nel 1970, ha aggiunto, “ci sono state pochissime amarezze, qualcuna difficile da assorbire”.

Nel corso della cerimonia di passaggio di consegna al vertice ha fatto così riferimento, senza mai nominarla alla vicenda Consip che lo vede coinvolto.Anche il capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Claudio Graziano, ha rilevato che Del Sette ha servito “con impegno e onore l’Italia con le spalle dritte e onestà intellettuale”, accennando a sua volta “a qualche amarezza del comando”. Parole di stima anche da parte del ministro della Difesa Roberta Pinotti che ha definito Del Sette “un vero e indefesso servitore delle istituzioni”.

Era stato Luigi Marroni, ex ad di Conspi, vicino al Pd e tra l’altro ex assessore alla Sanità in Toscana a mettere nei gai Del Sette. A fine 2016 Marroni aveva incaricato una società privata di compiere una bonifica degli uffici, così da individuare eventuali microspie e così agli inquirenti aveva spiegato che “è stato il presidente della Consip Luigi Ferrara a dirmi che lo aveva messo in guardia il comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette“.

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Dolores O’Riordan morta: voleva incidere nuova versione di ‘Zombie’ con i Bad Wolves

Tor, 16/01/2018 - 13:37

“Quando abbiamo sentito che le piaceva la nostra versione di Zombie e che voleva cantarci sopra, è stato il più grande complimento che avremmo potuto ricevere”. Tommy Vext, cantante del gruppo hard rock Bad Wolves su Facebook ha spiegato che la cantante dei Cranberries Dolores O’Riordan, scomparsa a Londra a 46 anni, stava per registrare insieme a loro una nuova versione del grande successo della band.

“Abbiamo sempre sentito la crudezza e l’onestà che metteva sul palco e nelle sue registrazioni – ha continuato Vext – era qualcosa a cui tutte le band dovrebbero aspirare, indipendentemente dal genere”. Il produttore Dan Waite, amico di Dolores, ha raccontato che la cantante gli ha lasciato un messaggio vocale poco prima di morire, dicendogli quanto amasse la versione di Zombie dei Bad Wolves e di quanto non vedesse l’ora di andare a registrarla in studio. “Sembrava piena di vita – ha detto Waite – scherzava ed era felice del fatto che avrebbe visto me e mia moglie questa settimana. La notizia della sua scomparsa è stata devastante”.

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Wendi Deng, 007 Usa avvertirono Jared Kushner, genero di Trump: “L’ex moglie di Murdoch è un’agente della Cina”

Tor, 16/01/2018 - 13:35

Wendi Deng, ex moglie del magnate dei media Rupert Murdoch, potrebbe essere un’agente segreto della Cina. È il sospetto dei funzionari dell’Fbi, l’intelligence americana, che all’inizio del 2017 informarono Jared Kushner, genero di Donald Trump, della possibilità che la donna d’affari potesse sfruttare la stretta amicizia con lui e la moglie Ivanka Trump per promuovere gli interessi di Pechino. A riferire i sospetti degli 007 è il Wall Street Journal, quotidiano di proprietà dello stesso Rupert Murdoch, che cita fonti vicine al dossier.

In particolare, il Wsj sostiene che Wendi Deng avrebbe fatto fatto pressioni sul genero e la figlia dell’attuale Presidente degli Stati Uniti perché il governo cinese potesse realizzare, a sue spese, un’area da 100 milioni di dollari all’interno del National Arboretum, il giardino botanico di Washington, in cui sarebbe sorta una torre di oltre 25 metri d’altezza. Struttura – sospettano gli 007 – che sarebbe servita per attività di spionaggio sia sulla Casa Bianca che su Capitol Hill, la sede del Congresso americano, entrambi in linea d’aria a meno di 8 chilometri di distanza.

Rupert Murdoch divorziò da Wendi Deng nel 2013, dopo le voci su un rapporto tra la donna e l’ex premier britannico Tony Blair, ma si dice che la donna fosse ancora molto influente nonostante il divorzio. Il quotidiano precisa anche che questo avvertimento è arrivato a Kushner un anno fa, quando ha assunto il ruolo di Consigliere del suocero Donald Trump. Da parte sua, Wendi Deng ha fatto sapere al Journal di non essere a conoscenza dei sospetti dell’Fbi su di lei e sui progetti finanziati dal governo cinese. Sulla vicenda è arrivato anche il “no comment” dell’ambasciata cinese a Washington.

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Legge elettorale, tre ricorsi contro il Rosatellum: “Diritto di voto violato e sbarramenti paradossali”

Tor, 16/01/2018 - 13:32

Tre ricorsi “inediti”. Depositati nei tribunali civili di Firenze, L’Aquila e Roma contro il Rosatellum. La nuova legge elettorale, secondo i deputati di Alternativa libera che hanno deciso di impugnarla, sarebbe illegittima almeno per tre ragioni. Perché lede il diritto di voto (articolo 48), viola le modalità di elezione del Senato su base regionale (articolo 57) e il principio di uguaglianza (articolo 3) sanciti dalla Carta costituzionale. Non solo. È la prima volta, infatti, che un ricorso contro la normativa elettorale viene proposto con la procedura d’urgenza prevista dall’articolo 700 del codice di procedura civile.

Controllo preventivo – Una scelta mirata come spiega Enzo Di Salvatore, professore di diritto costituzionale all’Università di Teramo e consulente dei ricorrenti per la redazione dei tre ricorsi (identici) depositati dall’avvocato Paolo Colasante: “L’obiettivo è quello di ottenere che la Corte Costituzionale venga investita della questione prima che siano celebrate le prossime elezioni politiche”. I ricorrenti puntano, in sostanza, ad ottenere dalla Consulta, un “controllo ‘preventivo’ di costituzionalità delle disposizioni” del Rosatellum prima del suo debutto. Per impedire che si ripeta quanto già accaduto con il Porcellum, dichiarato incostituzionale quando ormai il Parlamento si era già insediato. Un rischio che il ricorso alla procedura d’urgenza, accelerando i tempi, punta a prevenire. Evitando che una eventuale “decisione postuma” di incostituzionalità, pronunciata dalla Corte ad elezioni ormai celebrate, lasci “intatta la composizione di un Parlamento eletto sulla base di una normativa costituzionalmente illegittima”.

I ricorrenti puntano ad ottenere dalla Consulta un “controllo ‘preventivo’ di costituzionalità delle disposizioni” del Rosatellum prima del suo debutto

Tempi stretti – Le 39 pagine del ricorso, che analizza analiticamente le criticità e i possibili profili incostituzionalità del Rosatellum, si concludono proprio con la richiesta al giudice civile di rimettere la legge elettorale al vaglio della Consulta. Richiesta che, se l’istanza venisse accolta, aprirebbe scenari difficili da prevedere. “La Corte potrebbe adottare una decisione prima delle elezioni o, se non ci fossero i tempi, rinviarla a dopo le elezioni”, spiega ancora Di Salvatore. Quanto al merito, i pronunciamenti potrebbero essere ancora più disparati. Una declaratoria di illegittimità di alcune norme della legge, renderebbe il Rosatellum applicabile al netto delle disposizioni ritenute incostituzionali. E se la decisione arrivasse dopo il voto, potrebbe spingere il prossimo Parlamento a varare l’ennesima legge, utilizzabile però solo per il futuro, nel giro di pochi anni. Quel che è certo è che non occorrerà attendere a lungo per capire che piega prenderà la vicenda. Il 17 gennaio, infatti, è fissata l’udienza dinanzi al giudice di Firenze che esaminerà il ricorso presentato per conto del deputato Massimo Artini di Alternativa libera. Il 31, invece, la scena si ripeterà al Tribunale dell’Aquila, dove il ricorso è stato invece promosso su mandato di Stefano Moretti, presidente dell’Osservatorio Antimafia Abruzzo. Quindi sarà la vota di Roma (la data non è stata ancora fissata), dove a prendere l’iniziativa è stata la parlamentare Eleonora Bechis.

Sbarramenti paradossali – Ma su cosa vertono, nel dettaglio, le obiezioni sollevate dai ricorrenti? Sotto accusa finiscono, innanzitutto, le soglie di sbarramento fissate dal Rosatellum. In particolare il combinato disposto delle soglie del 3 e dell’1% previste, su base nazionale, per le singole liste. “I voti ottenuti dalle liste che abbiano conseguito meno dell’1% sono dispersi – si legge nel ricorso –. I voti ottenuti dalle liste che abbiano conseguito fra l’1% e il 3% (che non accedono al riparto dei seggi) sono utili ai fini del calcolo della cifra elettorale della coalizione”. A beneficio delle forze politiche che, all’interno della stessa coalizione, hanno ottenuto più del 3% dei voti. Con un effetto paradossale: il voto espresso da un elettore per un partito può finire per essere conteggiato a favore di un’altra lista. Per questo, spiegano i ricorrenti, si configurerebbe una “violazione palese del principio del voto diretto”. Oltre che, per entrambe le soglie (del 3 e dell’1%), una “palese violazione del principio di ragionevolezza e del principio di eguaglianza del voto”. C’è poi la questione dell’applicazione per il Senato “di uno sbarramento determinato a livello nazionale”. Un elemento, sottolinea il ricorso, “inedito nella sua storia” e di “dubbia compatibilità con la previsione costituzionale di un Senato eletto a base regionale (articolo 57)”.

Nel mirino le soglie del 3 e dell’1% previste, su base nazionale, per le singole liste

Porte girevoli – Ma tra i profili di incostituzionalità, non manca neppure la discussa previsione del Rosatellum che consente al candidato in un collegio uninominale di candidarsi anche nei collegi plurinominali fino ad un massimo di cinque. Una norma che finisce per determinare “una mobilità delle liste di candidati del collegio plurinominale e, perciò, una loro non conoscibilità”. Una disposizione definita nel ricorso “paradossale e irragionevole”, che di fatto consente ad “un candidato sconfitto nel collegio uninominale”, e quindi bocciato dagli elettori, una volta “uscito dalla porta”, di rientrare “dalla finestra”. Grazie, appunto, al paracadute del proporzionale. Ma altrettanto irragionevole, scrivono i ricorrenti, è la previsione che stabilisce che, se il candidato è eletto in più collegi plurinominali, viene proclamato eletto nel collegio nel quale la lista ha preso meno voti. Un’ulteriore violazione “del principio del voto diretto ed eguale”. Che tradisce, secondo i ricorrenti, la malizia del legislatore: “Far scattare il seggio nel collegio in cui il candidato abbia ottenuto la cifra elettorale inferiore implicitamente consente di utilizzare un candidato avente un particolare seguito politico in un certo territorio al fine di consentire l’attribuzione ad altri (che lo seguono in lista) del proprio seggio, mentre costui può andare a collocarsi altrove”. E così, il solito elettore che ha votato per far eleggere il primo della lista si ritrova eletto il secondo.

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Cile, il difficile viaggio di Papa Francesco: nel Paese crollata la fiducia nella Chiesa “Chiedo perdono per i casi di pedofilia”

Tor, 16/01/2018 - 13:23

Che non sarà un viaggio facile per Papa Francesco lo ha ammesso lo stesso Vaticano. Ma il Cile si sta presentando come una meta più difficile del previsto, senza contare i malumori dell’Argentina per essere stata, ancora una volta, ‘evitata’ dal proprio Pontefice. Dopo gli attacchi incendiari dei giorni scorsi a diverse chiese della capitale cilena Santiago, i dati appena pubblicati dall’istituto di ricerche Latinobarometro mostrano la forte sfiducia verso la Chiesa e il suo pastore. Il Cile è infatti il paese con il maggior grado di diffidenza tra i paesi latinoamericani con 5,3 punti su 10 di di fiducia verso il Papa, contro una media di 6,8 in tutta l’area.

Secondo l’indagine, Paraguay e Brasile sono quelli che danno i voti più alti a Papa Francesco, con rispettivamente 8,3 e 8 punti, mentre l’Argentina si pone al 10° posto, con 6,6 punti. Del resto negli ultimi 20 anni la Chiesa Cattolica ha perso appoggio in tutta l’America Latina. Solo in Messico è aumentata la quantità di cattolici, mentre in tutti gli altri Paesi il numero di credenti è calato ovunque: in Honduras del 39%, in Nicaragua del 37% e in Cile del 24%.

Chi ne ha beneficiato sono le altre confessioni, soprattutto quella evangelica, che in Latinoamerica attirano sempre più fedeli grazie ad una relazione con Dio più concreta e meno astratta. Per quanto riguarda il Cile a incidere c’è stato anche il caso di Fernando Karadima, il sacerdote della Santiago bene, accusato di numerosi abusi sessuali su giovani, per anni coperto dalla Chiesa, e solo nel 2010, sei anni dopo le prime denunce, condannato dal Vaticano e costretto a ritirarsi ad “una vita di preghiera e penitenza”.

Le sue vittime, come quelle di altri sacerdoti accusati di abusi, si aspettano, o sperano fortemente in parole di scuse da parte del Papa. A scavare un solco ancora più profondo c’è stata poi la nomina tre anni fa a vescovo di Osorno di Juan Barros, uno dei sacerdoti del circolo di Karadima, accusato di essere a conoscenza dei suoi abusi. Una scelta contestata fin dall’inizio dalla comunità della città, che ha fatto arrivare nelle mani di Papa Francesco una lettera di protesta.

“Qui non posso fare a meno di esprimere il dolore e la vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa – ha detto Bergoglio salutato da un applauso, nel suo discorso alle autorità e alla società civile al Palazzo della Moneda – desidero unirmi ai miei fratelli nell’episcopato, perché è giusto chiedere perdono e appoggiare con tutte le forze le vittime, mentre dobbiamo impegnarci perché ciò non si ripeta”.

Sarà forse per tutto questo che questo viaggio è stata atteso con meno entusiasmo del previsto. Molti cileni non hanno gradito le spese eccessive per la visita, ritenuta importante solo dal 23% della popolazione, e finora le vendite dei gadget papali non sono decollate. Anche gli argentini arrivati, che si aspettavano in massa in visita, sono stati meno del previsto. Alla frontiera dei due Paesi nel fine settimana c’è stato un aumento dei viaggiatori solo del 10%.

Nella patria del Papa molti sono rimasti delusi per essere stati ancora una volta, nel suo sesto viaggio in Latinoamerica, ‘dribblati’ senza spiegazioni chiare. Jorge Oesterheld, portavoce della Conferenza episcopale argentina, ha definito “doloroso che lui passi sopra di noi e atterri dall’altro lato”. I prossimi giorni diranno se il Papa sorprenderà tutti con un gesto inaspettato, come spesso fa, per cercare di sanare una frattura che per ora non accenna a ricomporsi.

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Disastri naturali, perché quelli del 2017 sono stati fra i più costosi del millennio

Tor, 16/01/2018 - 13:16

A fine anno le maggiori compagnie di ri-assicurazione hanno pubblicato valutazioni provvisorie sull’entità dei disastri naturali dell’anno 2017 e sul loro impatto economico e finanziario. Secondo quanto pubblicato da Swiss Re nel 2017 le perdite economiche complessive dovute ai disastri naturali (e a quelli provocati dall’uomo) si possono stimare in 306 miliardi di dollari. È un aumento stratosferico rispetto ai 188 miliardi di dollari del 2016, un anno in linea con la media del millennio: tra 160 e 190 miliardi a seconda delle stime. Perché nel 2017 i disastri sono stati così costosi?

A differenza degli anni precedenti, i disastri hanno colpito anche zone ricche del pianeta, dove la copertura assicurativa è, oltre tutto, un rimedio diffuso. Le perdite coperte da polizze assicurative sono state perciò ingenti, ben 136 miliardi di dollari, quasi la metà del totale. Un dato che pone il 2017 al terzo posto nella classifica degli anni peggiori. Gli Stati Uniti sono i maggiori responsabili dell’aumento dei costi. Gli uragani Harvey, Irma e Maria (confidenzialmente: Him) hanno fatto sì che nel 2017 si sia verificata la peggior stagione degli uragani costieri dopo il 2005, l’anno di Katrina. Ma l’interno del paese è stato flagellato quasi ovunque da flash floods, le piene torrentizie rapide e impulsive ben conosciute anche dalle nostre parti, e da mudslides, le colate di fango, giacché nell’interno degli Stati Uniti la vulnerabilità urbana è drammaticamente cresciuta nel nuovo millennio. E gli incendi californiani hanno fatto la loro parte.

Dopo 12 anni senza grossi uragani sugli Stati Uniti, gli Him hanno reso il 2017 la seconda stagione più costosa per gli uragani dopo il 2005. Kurt Kahn, economista di Swiss Re, ha commentato che “da diversi anni c’è stata una pausa nell’attività degli uragani negli Stati Uniti. Per contro, c’è stata una crescita significativa del numero di residenti e di nuove case nelle comunità costiere rispetto ai tempi di Katrina, Rita e Wilma del 2005. Quando un uragano colpisce, in questi posti il potenziale delle perdite è ora molto più alto di prima”. Sono a rischio non solo le case dei poveri e degli immigrati, come accaduto prevalentemente in Texas, ma anche quelle dei ricchi che adorano la vista mare e il privilegio del fronte spiaggia, come accade in Florida.

Tra i disastri di origine meteo, gli Stati Uniti hanno sofferto un crescente impatto dei nubifragi. Cinque diversi eventi, da febbraio a giugno, hanno causato perdite (assicurate) superiori a un miliardo di dollari ciascuno. Quello più intenso e costoso è stato il nubifragio di maggio in Colorado, accompagnato da forte vento e dalla grandine, che in quattro giorni ha prodotto 2,8 miliardi di dollari di danni, ben 2,5 dei quali coperti da assicurazione.

Il mercato alternativo dei capitali (leggi Cat Bond) ha condiviso ampiamente queste perdite, con un ritorno negativo per i suoi investitori, per la prima volta da quando questo mercato esiste. Proprio nel 2017, il mercato dei Cat Bond aveva toccato la vetta dei 9,14 miliardi di dollari di emissioni. Le perdite del 2017 sono state valutate in 706 milioni di dollari. Ciò nonostante, c’è chi, come Aaron Koch, direttore di Insurance-Linked Securities Group, che vede il bicchiere mezzo pieno: quanto accaduto “Offre anche ai Cat Bond la possibilità di guadagnare una buona reputazione quali controparti affidabili che pagano le perdite in modo efficiente e s’impegnano a riassicurare il rischio a lungo termine. Col tempo, probabilmente vedremo gli Him come l’inizio di un nuovo capitolo per il mercato alternativo dei capitali”. E forse ha ragione, poiché il rendimento dei Cat Bond ha iniziato a crescere di nuovo nei primi giorni del 2018.

Nella California centro-meridionale, i nubifragi di inizio anno 2018 hanno provocato enormi colate di fango e vasti allagamenti, replicando in peggio quanto accaduto all’inizio del 2017 nel nord dello stesso stato, con le forti piogge che segnarono la fine della più lunga siccità dopo quella del 1982-1983. Non è azzardato pronosticare che nuovi disastri colpiranno le aree più pericolose, esposte e vulnerabili del pianeta, povere e ricche. E il pronostico si tradurrà in una facile profezia per i prossimi due secoli se la posizione dell’attuale governo americano sui temi ambientali godrà di ulteriori consensi, stimolando altre nazioni ad allinearsi agli Stati Uniti. Indovinare il futuro dei Cat Bond è, invece, una scommessa più incerta.

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Dolores O’Riordan nei nostri cuori anni 80, tra VideoMusic e ‘Zombie’ registrata alla radio

Tor, 16/01/2018 - 13:07

Era il 1994. Eravamo adolescenti di provincia, sommessi e un po’ annoiati. Nel turbinio di quell’età dove senti crescere dentro i conflitti e solo gli amici possono capirti. A scuola anche i prof ci dicevano che era normale sentirsi così, e adesso lo sappiamo. Ma allora no. Erano turbamenti nuovi che arrivavano con un’intensità sconosciuta. In radio passava un pezzo, sempre e più degli altri. Zombie. Chitarre pesanti, una voce sexy, affilata, sottile e potente, fatta di scalini imprevisti e armoniosi. Sciolta in un lamento. Il timbro di un angelo, sconvolgente. Il video sempre in rotazione su VideoMusic, a quel canale ci eravamo incollati. Dolores O’Riordan era fatta di treccine color oro come il vestito e il suo corpo, un crocifisso di legno enorme dentro la scenografia dell’inferno. Non capivamo che quello era un video politico, sull’Ira, su un Paese che viveva conflitti distanti da noi. Ci interessava poco. Prima del contesto veniva quella voce cristallina che si infilava dentro. Mettevamo Rec sui registratori quando la radio la mandava –  noi che registravamo su Vhs o dalla tv anche il Festivalbar per metterlo su cassetta -, e speravamo che lo speaker non coprisse troppo l’intro così la canzone assomigliava quasi alla versione del cd originale dei Cranberries.

Dolores non seduceva intenzionalmente. Non ammiccava, non fingeva di piacere. Non sorrideva, si vestiva come se si fosse buttata addosso cose a caso dall’armadio e questo ci piaceva. Perché allora valeva tutto, era stile anche quello e rompeva gli argini di quello che ti sta bene e quello che no. Passava dalla canotta bianca con bretella nera alla tutina superaderente fatta con la bandiera americana fino al gilet di paillettes rosso fuoco e alle cuffie ad uncinetto. Sulle orecchie una sfilza di anelle d’argento, che in tanti abbiamo imitato. A volte sembrava una gitana, a volte una post punk molto folk. Senza il suo dress code apripista ci avrebbero preso in giro per come ci vestivamo.

I capelli cortissimi, quasi rasati. Bionda platino, rosso fuoco o viola. Mascara e eyeliner nero. Ombretto deciso e sfumato verso l’esterno, scuro. Sul palco non diceva niente, ci andava spesso scalza. Ballava a modo suo – schiena inarcata, braccia lanciate energiche e rapide dritte ai lati, il viso imbronciato e lo sguardo sottile rivolto verso le luci e il suo mondo interiore. Non verso il pubblico. Uno stile che potevamo riconoscere in mezzo alla moltitudine, non modaiolo, intimista e senza ambiguità. Allora era vero quello che lei diceva, perché lo vedevamo: si può essere sexy anche se si è bassine e casual. Conta la voce, le melodie che senti dentro. Niente glamour, niente stereotipi da gattina piaciona. Non doveva convincere nessuno, voleva solo suonare e cantare.

Loro quattro, seri e seduti sul divano marrone nelle copertine dei primi due cd, quelli della svolta. I Cranberries ci piacevano perché erano autentici, perché erano un po’ depressi (ma non troppo) come noi, anche se loro, di Limerick, erano più grandi. La differenza d’età non la vedevamo neanche e loro erano all’apice del successo. Ci sentivamo capiti, con quelle canzoni mai canzonette che parlavano di amicizie, amori. Di nostalgia, di attaccamento e affetti, di giovani adulti che senza urlare instillavano il riscatto e l’orgoglio di essere noi stessi. Non pensavano alla grande città, non scrivevano del loro successo. Potevamo capirli. Si guardavano dentro, e con loro lo facevamo anche noi. Erano lontani anni luce dalle boyband da cuoricini sulla Smemo che esplodevano in quegli anni. Erano sensibili ed emotivi ma lucidi, mai sdolcinati. Ci piacevano perché entravano nelle nostre penombre in bianco e nero. Non erano una truffa, erano veri. Compravamo le riviste di settore dove c’erano loro in copertina, attaccavamo i poster in camera. Eravamo un po’ delusi quando ce li rubavano riviste di massa come Tv Sorrisi e Canzoni, perché sapevamo che così finivano tra le mani di persone che non potevano capirli come facevamo noi. Erano dappertutto, ma non erano mai primedonne. L’egocentrismo non era la loro casa, lo sentivamo. E come noi, conoscevano le sabbie mobili di quell’età dove in potenza sei tutto ma puoi fare quasi niente. Ci acquietavano, ci facevano sfogare, rilassare, pensare. Con loro abbiamo imparato a suonare la chitarra, perché “alla fine sono quattro accordi” si poteva dire per i loro pezzi e per nostra fortuna. E alla fine con Zombie e una chitarra cantavamo tutti e tutti provavamo a imitare il suo timbro, il suo marchio.

Buon per noi, che con loro qualche parola di inglese abbiamo anche imparato. Abbiamo preso familiarità con l’accento irlandese, lo stile yodel che affiorava sempre, di più nella scia finale di Dreams. Lei si vantava di parlare gaelico con gli irlandesi che la additavano come la starlette che si sarà dimenticata delle sue radici perché ormai era famosa anche in America. E noi con lei ci vantavamo delle nostre radici, non dovevamo fingere di essere qualcun altro. Chi di noi aveva la fortuna di avere comprato il cd lo masterizzava agli altri, e con il lusso di una fotocopia a colori della copertina era come avere l’originale. Ricordiamo chi ci aveva fatto quella copia (Letizia, nel mio caso) e di quanto l’avessimo ascoltata. Abbiamo scoperto Everybody Else is Doing It so Why Can’t We (un regalo di compleanno delle mie tre compagne di classe: Rita, Nunzia e Benedetta) dopo avere imparato a memoria No Need To Argue.

Tra il ’95 e il ’96 – per chi aveva genitori automuniti o una data del tour nei paraggi – il sogno era di andare a un concerto. Era il primo per tanti, e il primo di un certo livello, visto che erano famosi nel nostro universo di riferimento musicale. Tutto anglosassone, Regno Unito e Usa. Allora si andava a fare il pellegrinaggio nel negozio di dischi in città per capire se fossero già arrivati i biglietti o quando arrivavano o “se ti do già i soldi adesso me ne tieni due? No, non possiamo. Ripassa nei prossimi giorni“. Non c’erano i social, c’era solo il telefono fisso. Quindi, si chiamava il negozio rivenditore fino allo sfinimento (a Modena c’era Fangareggi). Eravamo emozionati e preoccupati, perché magari i biglietti sono già andati via tutti. Vabè, speriamo. Io e la Fra ci proviamo a metà anni Novanta e ce la facciamo, ma Dolores annulla le date perché già allora stava male. Riportiamo il biglietto in negozio tristissime e addio. Qualche anno dopo con Isa andiamo a segno all’Alcatraz, Milano. Ma era il periodo di Bury the Hatchet e noi due in realtà speravamo che tagliasse corto coi pezzi del nuovo album e di To The Faithful Departed, dove i suoni dei primi anni Novanta erano stati scalzati da un’impronta di morte che aleggiava volutamente sulle tracce.

I Cranberries come li conoscevamo noi erano già finiti, sapevamo che a quell’epoca non si tornava e anche anche noi, nel frattempo, eravamo cresciuti. Diventavamo grandi e iniziavamo a guardare Dolores con empatia, ma da lontano. Lei, che vedevamo divincolarsi tra la magrezza sospetta di Salvation, le sue giravolte pop, i video con le farfalle di Just My Imagination e quei capelli corvini e stirati che avevano messo ordine alla testa fosforescente. Apparteneva già al nostro passato, ai nostri pomeriggi in attesa di qualcosa per dare voce alla noia, alle emozioni forti e all’inquietudine, tra decine di cassette e i primi cd. Masterizzati. Anche se non la seguivamo più, le auguravamo tutto il meglio. E non sapevamo che quegli anni in cui era una di noi sono stati il suo massacro. Lo ha sempre detto, si era rotta dentro. E se n’è era accorta quando noi, nel frattempo, eravamo già cresciuti.

I have decided to leave you forever
I have decide to start things from here
Thunder and lightning won’t change
What I’m feeling
And the daffodils look lovely today

(Daffodil Lament. No Need To Argue, 1994)

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Sondaggi, M5s in calo ma resta primo partito. Cresce coalizione di centrodestra, ancora giù il Pd, bene Grasso

Tor, 16/01/2018 - 13:00

Un punto e mezzo percentuale di crescita rispetto a una settimana fa. E a far da contraltare la flessione (quasi identica nelle cifre) del principale competitor. Il tradizionale appuntamento del lunedì sera con i sondaggi di Emg Acqua per il TgLa7 di Enrico Mentana offrono un quadro per certi versi sorprendente, specie sull’andamento della coalizione di centrodestra, che rispetto all’8 gennaio ha fatto registrare un +1,5 per cento. Per molti si tratta del cosiddetto ‘effetto Berlusconi‘ sulla campagna elettorale. Al netto delle interpretazioni, fatto sta che Forza Italia in una settimana ha guadagnato lo 0,9%, contro il +0,2 della Lega Nord e il +0,4 di Noi con l’Italia-Udc, ovvero la quarta gamba del centrodestra. Stabile, invece, Fratelli d’Italia. Alla luce di questi numeri, la coalizione è arrivata al 37,6% di gradimento, 1,5% in più rispetto all’8 gennaio. Un trend che non può non preoccupare gli avversari, specie di centrosinistra.

A far notizia, però, non è tanto l’ennesimo calo del Pd, quanto il crollo del Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio, che in una settimana ha perso l’1,4% dei consensi. Al 15 gennaio, quindi, i grillini sono al 26,8%, contro il 28,2% di sette giorni fa. Bene, invece, Liberi e Uguali del presidente del Senato Pietro Grasso, che dall’8 gennaio a oggi ha racimolato uno 0,4% in più, assestandosi al 6%. Consenso che, inevitabilmente, viene a mancare al Partito democratico e alla coalizione guidata da Renzi.

Il centrosinistra, infatti, continua a perdere terreno, ma in questa settimana è riuscito a limitare i danni, assestando la perdita allo 0,2%. Una percentuale che è la media tra l’erosione dei consensi del Pd (-0,3%) e il piccolo incremento di Civica Popolare con Lorenzin (+0,1%), con il risultato finale di una coalizione ferma al 28,2%, quasi 10 punti percentuali in meno rispetto al centrodestra. Per quanto riguarda astensione e indecisi, invece, le variazioni sono significative: sono il 33,9% (+1,3) coloro che non andranno a votare, mentre quelli che non sanno cosa votare sono il 15,1%, con un -0,6% rispetto all’8 gennaio.

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Sono Tornato, dal 1 febbraio in sala lo “strampalato” ritorno di Benito Mussolini

Tor, 16/01/2018 - 12:49

Un brindisi all’Italia tra un documentarista e un uomo della “Provvidenza” che dice di volerla riconquistare. Dice tanto di questo film la clip in esclusiva per il FattoQuotidiano.it di Sono Tornato, il film tratto dalla pellicola tedesca Lui è TornatoSono Tornato racconta un ipotetico ritorno di Benito Mussolini ai giorni nostri. Un film politicamente scorretto che affronta argomenti sociali e politici di grande attualità.

La guerra è finita, la sua Claretta non c’è più e tutto sembra cambiato. All’apparenza. Il suo ritorno viene casualmente filmato da Andrea Canaletti, un giovane documentarista con grandi aspirazioni e all’attivo ancora nessun lavoro. Credendolo un comico, Canaletti decide di renderlo protagonista di un documentario che finalmente lo consacrerà al mondo del cinema.

Scritto da Luca Miniero insieme a Nicola Guaglianone, ha come protagonisti Massimo Popolizio nel ruolo del Duce e Frank Matano in quello di Andrea Canaletti. Nel cast anche Stefania Rocca, Gioele Dix, Eleonora Belcamino, Ariella Reggio, Massimo De Lorenzo e Giancarlo Ratti. Prodotto da Indiana Production e Vision Distribution uscirà nelle sale l’1 febbraio distribuito da Vision Distribution.

La clip in esclusiva per il Fattoquotidiano.it

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Patrizia Pellegrino: “Ho amato il principe Alberto. Mi lasciò per un topless”

Tor, 16/01/2018 - 12:45

Patrizia Pellegrino mancata principessa di Monaco? La showgirl ospite di Pomeriggio 5 ha infatti raccontato di aver avuto una storia con il principe Alberto di Monaco, trent’anni fa. Otto mesi d’amore ai quali in principe avrebbe messo fine perché Patrizia aveva uno stile di vita che poco si conciliava con il suo: “Era una relazione a distanza, lui tra Montecarlo e Parigi, io a Roma. Poi lui si freddò quando uscì il mio servizio su “Playmen”. “C’incontrammo a Venezia. Lui mi ripeteva che avevo lo stesso sorriso della mamma”, ha detto ancora la Pellegrino.

 

 

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Elezioni 2018, De Girolamo: “Berlusconi sarà premier, con noi fisco amico”

Tor, 16/01/2018 - 12:39

“Il nostro programma avrà pochi punti e tutti realizzabili: a partire dalla sicurezza arrivando fino al fisco, che con un governo di centrodestra tornerà ad essere amico dei cittadini. Per quanto riguarda Fontana, penso si sia trattato di un semplice peccato di ingenuità. Per quanto riguarda invece le regionali nel Lazio, vogliamo vincerle: Pirozzi è un ottimo sindaco, ma serve un candidato che metta d’accordo tutti e lui si è fatto avanti molto presto. Chi sarà il premier in caso di nostra vittoria? Ovvio, Silvio Berlusconi“. Così Nunzia De Girolamo, deputata di Forza Italia.

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Un consiglio

Tor, 16/01/2018 - 12:26

Un consiglio – da il fatto Quotidiano #nagasaki #papa #chiesa #natangelo

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