Il Fatto Quotidiano

Syndicate content Il Fatto Quotidiano
News, inchieste e blog su politica, cronaca, giustizia, economia
Updated: 4 min 21 sek od tega

Grecia, estremisti di destra aggrediscono migranti a Lesbo con lanci di pietre e bottiglie. Decine di feriti

Pon, 23/04/2018 - 11:28

Era nell’aria da settimane ma negli ultimi giorni, complice la stagione favorevole a nuovi sbarchi, la tensione è sfociata in violenza. Domenica 22 aprile, la piazza centrale dell’isola greca di Lesbo è stata trasformata in un campo di battaglia con 35 feriti tra cui pare ci sia anche l’avvocato Ariel Ricker, che collabora con i gruppi di solidarietà.
L’isola più orientale della Grecia, che di fatto è il primo approdo dei migranti via Turchia, ha vissuto momenti di scontro fisico tra un gruppo di estrema destra che si è scagliato contro una carovana di 60 migranti che occupava da alcuni giorni la capitale dell’isola, per protestare contro le lunghe procedure di asilo. Gli attivisti di ultradestra hanno lanciato petardi, bottiglie e pietre contro i richiedenti asilo, poco dopo è intervenuto il gruppo dei Mat, le teste di cuoio greche, che hanno ingaggiato uno scontro fin nei vicoli della cittadina. In seguito li hanno diradati con lacrimogeni e manganelli.

Il gruppo si era riunito in centro in segno di solidarietà ai due militari greci detenuti da due mesi in Turchia, ma subito la protesta si è spostata alla questione migranti: da alcuni giorni infatti sia a Lesbo che a Salonicco una carovana di rifugiati si trova in pianta stabile nel centro città in attesa delle procedure di asilo. L’hotspot isolano di Moria è al collasso, ospitando già 6500 persone, mentre la capienza massima è di 3000. Il partito comunista greco, il Kke, condannando l’episodio di stampo razzista, ha chiesto al governo di utilizzare i nuovi fondi che Bruxelles invierà ad Atene, circa 180 milioni, per trasferire i migranti dalle isole di Lesbos, Chios e Kos a siti nell’interno del Paese.
In questo modo potrebbe essere più agevole ridurre la tensione delle popolazioni locali, che con l’avvicinarsi della stagione estiva vedono minacciato il loro unico sostentamento economico (il turismo), e al contempo avere un controllo più diretto dei centri con la regia del ministero degli interni ellenico. Lesbo, infatti, si trova a 2 ore di volo ad Atene, in nave è raggiungibile dopo 15 ore, mentre a est è vista come primo approdo dalle coste turche da cui dista solo 2 chilometri.

Da mesi ormai a Lesbo i migranti chiedono migliori condizioni di vita, procedure burocratiche più veloci e la possibilità di lasciare l’isola trasformata in un centro detentivo dopo l’accordo tra l’Ue e la Turchia. E proprio su questo punto, il 17 aprile si è espressa la Corte suprema greca, che con una sentenza ha annullato la decisione del governo di imporre limitazioni geografiche a chi arriva sulle isole greche. Una decisione che però non è retroattiva, e quindi non riguarda chi è già sbarcato. Per questo Amnesty international, pur accogliendo con favore il provvedimento della più alta corte greca, ha sottolineato come questo non “risolva il problema del sovraffollamento”, e per questo ha fatto di nuovo appello al governo perché interrompa la politica adottata finora e permetta a tutti il trasferimento sulla terraferma.

Nel solo mese di aprile gli arrivi dal confine turco sul fiume Evros sono arrivati a 1500, mentre nello stesso periodo di dodici mesi fa erano stati solo 400. Nel frattempo oggi a Chios verrà celebrato il processo a 35 immigrati accusati di aver causato disordini nell’hotspot di Moria lo scorso 18 luglio: dovranno rispondere di incendio doloso, tumulti, lesioni agli ufficiali di polizia e distruzione della proprietà privata e pubblica, resistenza e disturbo della quiete pubblica. Per la liberazione dei 35 migranti si stanno mobilitando associazioni di volontariato, ong e riviste online.

I video delle manifestazioni sono stato girati da Ariel Ricker, dell’ong Advocate abroad
twitter@FDepalo

L'articolo Grecia, estremisti di destra aggrediscono migranti a Lesbo con lanci di pietre e bottiglie. Decine di feriti proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Germania, non solo Merkel: 5 partiti su 6 guidati da una donna. Ma il gap salariale tra lavoratori e lavoratrici è del 21%

Pon, 23/04/2018 - 11:25

Weiblich. Donna, femminile, come la politica tedesca o perlomeno come le Parteivorsitzende, presidenti dei maggiori partiti della Germania. Con l’elezione di Andrea Nahles alla guida di SPD, anche il partito socialdemocratico ha, dopo 155 anni di storia, un presidente donna e si allinea con gli altri partiti, la maggior parte guidati, o co-guidati, da una figura femminile. Lo Stato più ricco d’Europa, governato, ormai da 13 anni, dalla Kanzlerin per eccellenza, vede in cinque dei sei maggiori partiti una donna alla guida. Non sarà certo un caso che al congresso socialdemocratico di Wiesbaden, la sfidante di Nahles fosse Simone Lange, sindaca di Flensburg. L’unica formazione politica che ha ancora un uomo alla guida è Fdp, i liberal democratici con il loro leader Christian Lindner. Ma anche qui, se si guarda bene, il segretario generale è ancora una donna, Nicola Beer.

La delfina di Merkel e la populista controversa
Alla guida di Cdu c’è Annegrette Kramp Karrenbauer, leader dei Cristiano Democratici nel piccolo stato francofono del Saarland, dove nel 2017 riuscì a vincere un’elezione difficile e a dare il primo colpo a Martin Schulz. Cinquantacinque anni, da 37 nella Cdu, è considerata leggermente più a destra di Merkel, rigida sull’immigrazione e ultracattolica, si oppose al voto sui matrimoni omosessuali. Famosa la sua frase durante la votazione “non vorrete che si arrivi ai matrimoni tra parenti oppure tra più di due”. Definita come una klein-Merkel (piccola Merkel) per la sua pacatezza, è il compromesso tra coloro che volevano un rinnovamento nel partito e la kanzlerin e il suo desiderio di lasciare un eredità pilotando il suo addio. A proposito di omosessualità, Alice Weidel, che condivide la guida di Afd (Alternative Für Deutschland) con Alexander Gauland, è uno dei personaggi più controversi della politica tedesca. Gay dichiarata, convive da anni con la sua compagna in Svizzera, dove paga le tasse. Sposa in tutto e per tutto la linea dura del proprio partito, opponendosi al matrimonio tra persone dello stesso sesso e all’accoglienza di rifugiati, salvo poi assumere “a nero” una rifugiata come colf. Nega il riscaldamento climatico e sostiene a gran voce l’uscita della Germania dalla moneta unica. Succede a Frauke Petry, colei che ha fatto crescere il partito e che voleva utilizzare i fucili contro gli immigrati regolari.

Bearbock: madre, femminista, ecologista
Eletta insieme a Robert Habeck nell’ondata di rinnovamento che ha investito i Bündnis 90/Die Grünen (Verdi), Annalena Baerbock, 37enne rampante del partito ecologista, ha partecipato alle trattative fallimentari sulla Jamaika Koalition. Ha vinto la presidenza contro Anja Piel dell’ala sinistra del partito. Insieme ad Habeck sta cercando una politica più coesiva all’interno della formazione politica che negli ultimi anni ha sofferto di una guida con due presidenti rappresentanti delle diverse anime del raggruppamento. A favore dell’accoglienza dei rifugiati è anche una femminista convinta. Sostenitrice che il sessismo riguardi sempre il potere e che la linea tra potere e potere sessualizzato sia molto ristretta, ha fatto delle quote rosa un suo cavallo di battaglia. “Con una maggiore percentuale di donne nelle aziende, combatteremo il sessismo di successo. La quota (rosa, nda) garantisce semplicemente più uguaglianza”.

La sinistra e i socialdemocratici ritardatari
A sinistra, nonostante il ritardo socialdemocratico, Die Linke, la formazione che raccoglie le ceneri dell’ex partito comunista della Repubblica Democratica Tedesca, vede come personaggio principale Sarah Wagenknecht, la pasionaria sfidante di Merkel. Alla guida, dal 2012, ci sono Katja Kipping e Bernd Riexinger, che rispettando la tradizione appartengono una alla Germania Est e l’altro a quella Ovest. La Kipping, che si definisce “Marxista femminista”, si batte per la parità salariale tra uomini e donne e ritiene che ci sia bisogno di un femminismo rinnovato che operi “cambiamenti fondamentali nella politica, nella società e nell’economia”. I socialdemocratici sono stati (quasi) gli ultimi ad essere guidati da una donna. Il secondo partito più grande della Germania ha impiegato ben 155 anni ad eleggere un presidente che non fosse uomo, nonostante abbia annoverato tra i suoi membri, dal 1898 al 1918, Rosa Luxemburg. Con la nomina di Andrea Nahles il rinnovamento del partito, almeno sotto il punto di vista della parità di genere può dirsi ad un buon punto, un po’ meno dal punto di vista politico. Nahles, ministro del lavoro nel passato governo di Große Koalition e anima sinistra del partito, ha partorito la legge sul reddito minimo e l’integrazione previdenziale per le donne rimaste a casa ad allevare i figli. Politica di lungo corso, ha prima guidato la formazione giovanile di Spd per poi entrare nel Bundestag nel 1998, dove criticò il governo Spd-Verdi sulla riforma sociale Agenda 2010, di cui è una strenua oppositrice. Avrà il duro compito di ricompattare le fila dopo la sconfitta rimediata a settembre e cercare di riconquistare il voto dell’elettorato di sinistra moderato.

C’è ancora molto da fare
Sebbene i socialdemocratici stiano festeggiando, secondo Bettina Martin, rappresentante Spd nel piccolo Land del Mecklenburg-Vorpommern, nonostante questo rappresenti un notevole passo in avanti c’è ancora molta strada da fare e la vera parità si raggiungerà solo con “il 50% di donne in tutti i livelli del partito”. Al momento all’interno del Bundestag i socialdemocratici hanno solamente il 32% di donne. Certamente una quota maggiore del 26% di Cdu, del 23% di Fdp, del 20% di Csu e del 16% di Afd. Virtuosi solamente Die Linke con il 37% e Verdi con il 39%, il primo partito a guida femminile, nel 1987 con Jutta Ditfurth. La rappresentanza femminile nel Bundestag è attualmente intorno al 36%, per fare un paragone in Italia un terzo dei parlamentari è donna, e fino al 1972 equivaleva solo al 5,8% dei Bundesabgeordnete, cresciuto poi nel 1988 grazie alle “quote” introdotte da Spd e Verdi. Nonostante nei maggiori partiti solo Fdp sia guidato da un uomo, la questione di genere è ancora aperta. Infatti, non si tratta solamente di politica, ma piuttosto di parità salariale. In Germania, la busta paga di una donna è mediamente del 21% inferiore a quella di un uomo, sempre per avere un punto di riferimento, in Italia si attesta al 6,9%.

I Verdi e il ruolo simbolico di Merkel
Se dal punto di vista di un partito come Afd è chiaro quale sia il significato di un presidente donna: nascondere dietro il volto femminile la visione di una società patriarcale e di un partito antiabortista, oltre a sfruttare il femminismo per combattere l’immigrazione e l’immaginario collettivo sull’Islam. Da quello del partito che si pone all’opposto sull’asse politica, Die Linke, una spiegazione può essere dovuta alla percezione delle donne sotto la Repubblica Democratica Tedesca: le donne venivano incoraggiate a partecipare alla forza lavoro e a prendere parte alla vita sociale, pur dovendosi comunque occupare del ruolo casalingo. Da quello dei partiti meno radicali, sia conservatori che progressisti, invece, si è registrato un cambiamento culturale teso a rivalutare il ruolo femminile anche sotto il profilo lavorativo. Una legge introdotta nel 2015, grazie alla spinta di Spd, impone il 30% di rappresentanza per le donne nei board aziendali. Inoltre, escludendo le istanze femministe di cui, fin dagli anni ’80, si è fatto portavoce il partito dei Verdi, Angela Merkel, nonostante non abbia portato avanti grandi riforme sociali sulla questione di genere, ha svolto un ruolo simbolico e catalizzatore per il cambiamento ai vertici degli altri partiti. La probabilità che sia un’operazione di facciata sotto certi aspetti è alta ma in ogni caso negli ultimi 20 anni la Germania è progredita sotto questo aspetto e adesso si attende il cambiamento nella vita quotidiana. Non sarà un presidente di partito a cambiare la società, ma, certamente, è un punto di partenza.

L'articolo Germania, non solo Merkel: 5 partiti su 6 guidati da una donna. Ma il gap salariale tra lavoratori e lavoratrici è del 21% proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Salah Abdeslam e Sofien Ayari condannati a 20 anni per la sparatoria di Bruxelles

Pon, 23/04/2018 - 11:21

Tentato omicidio, attività terroristica e possesso illegale di armi. Con queste accuse, il Tribunale di Bruxelles ha condannato a 20 anni di prigione Salah Abdeslam e Sofien Ayari. Lo jihadista francese e il suo complice tunisino erano sotto processo per la loro partecipazione alla sparatoria nel quartiere di Forest contro la polizia del 15 marzo 2016, quando furono feriti 4 agenti e un sospetto terrorista rimase ucciso. Abdeslam è l’unico sopravvissuto agli attentati di Parigi del novembre 2015. Il procuratore aveva chiesto 20 anni di carcere per entrambi.

Per il Tribunale i due complici hanno partecipato attivamente alla sparatoria avvenuta nell’appartamento dove erano barricati e condotta con armi da guerra di tipo kalashnikov. Inoltre è “incontestabile” che avessero come obiettivo quello di far parte di un gruppo terrorista e che si muovessero come tali. I due erano “galvanizzati dall’ideologia salafita“, scrivono i giudici. Né Abdeslam né il complice erano presenti in aula al momento della sentenza. Dopo la sparatoria di Forest i due riuscirono a scappare, e Salah fu arrestato quattro giorni dopo in un appartamento del quartiere Molenbeek. Dopo altri quattro giorni, tre kamikaze si fecero esplodere nell’aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles.

L'articolo Salah Abdeslam e Sofien Ayari condannati a 20 anni per la sparatoria di Bruxelles proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Quello che Salvini ha ereditato da Renzi

Pon, 23/04/2018 - 11:19

“Matteo dice ai suoi”. In questa fase post-elettorale che assomiglia a una serie tv con una sceneggiatura di massima, nella quale le singole puntate hanno un inizio definito e un finale aperto, la frase sembra un déja-vu. “Matteo” in questo caso è Salvini, i “suoi” non sono ben identificati. In attesa di vedere come va a finire, il leader del Carroccio in ascesa continua pare aver ereditato dal suo omonimo decaduto a senatore di Scandicci una serie di pregi e difetti. Con un rebus da risolvere: come consolidarsi ed espandersi, senza perdere la sua carica di rottura?

Salvini sta in politica da sempre (e quindi ne conosce le regole), ma prova a giocare il ruolo del leader nuovo; è a capo di un partito strutturato come la Lega, ma intanto cerca di prendersi l’eredità di Forza Italia, con tutti i rischi del caso: altro elettorato, altra ragione sociale, altre dinamiche; vorrebbe fare il governo, ma sa pure che gli conviene fino a un certo punto: con Matteo Renzi è impossibile, con i Cinque stelle sarebbe una partnership dalla quale rischia di uscire annacquato; vuole fare l’opposizione, ma sa bene che il governo logora chi ce l’ha ma anche chi non ce l’ha.

Per ora, dunque, si rifugia in quella che fu la specialità dell’altro Matteo: la campagna elettorale permanente, tra comizi di rottura, dichiarazioni improvvise dai toni moderati, retroscena sui giornali, post Facebook d’impatto, continui cambi di registro, uscite che paiono colpi di scena e contraddicono quelle precedenti, disfide a tutti, a partire da Sergio Mattarella. Aspettando di vedere se per caso tutto questo si rivelerà una strategia vincente, la domanda sorge spontanea: “Sicuro sicuro” (cit.) che l’eccesso di tattica non sia pericoloso?

L'articolo Quello che Salvini ha ereditato da Renzi proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Milano, anziano in coma dopo la rapina: arrestato un cittadino romeno. Le immagini choc dell’aggressione

Pon, 23/04/2018 - 11:15

Sono gravi ma stazionarie le condizioni dell’anziano aggredito tre giorni fa da un rapinatore e ricoverato in rianimazione, in coma, a Milano. L’aggressore gli ha sferrato dei pugni facendolo cadere rovinosamente a terra, sotto casa, davanti all’ingresso condominiale.

Il rapinatore è stato rintracciato e arrestato dalla Polizia: si tratta di un romeno di 29 anni, Chestor Caldararu. Nelle immagini riprese dalle telecamere del palazzo in via dei Valtorta il 20 aprile, si vede l’anziano rientrare a casa con un sacchetto della spesa e lo straniero in agguato che improvvisamente lo colpisce con brutalità, pare senza dire nulla. L’anziano è caduto e ha violentemente battuto la nuca, prima di essere derubato dall’aggressore che poi lo ha abbandonato agonizzante sul selciato.

L'articolo Milano, anziano in coma dopo la rapina: arrestato un cittadino romeno. Le immagini choc dell’aggressione proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Papa Francesco offre 3.000 gelati ai poveri per festeggiare il suo onomastico

Pon, 23/04/2018 - 11:01

Tremila gelati destinati ai poveri della capitale. Jorge Maria Bergoglio ha deciso di festeggiare il suo onomastico offrendo il dolce a chi si siederà a tavola in una delle mense di Roma, la città della quale papa Francesco è vescovo. Il 23 aprile è il giorno in cui il calendario liturgico della Chiesa celebra San Giorgio, in spagnolo Jorge, il martire vissuto nel nel III secolo e  rappresentato nella tradizione popolare come il cavaliere che affronta il drago, simbolo della fede che trionfa sul maligno.

“Il Santo Padre desidera festeggiare il giorno del suo onomastico insieme ai più bisognosi e ai senzatetto di Roma” ha annunciato l’Elemosineria Apostolica. “Papa Francesco ha deciso di distribuire 3.000 gelati alle persone che vengono quotidianamente accolte nelle mense, nei dormitori e nelle strutture della Capitale, gestite in gran parte dalla Caritas”.

L'articolo Papa Francesco offre 3.000 gelati ai poveri per festeggiare il suo onomastico proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Juve-Napoli, il gol al 90′ è un segno del destino. Che per una volta ha premiato gli audaci

Pon, 23/04/2018 - 10:54

Per una volta hanno vinto i migliori, non come sempre i più forti. Juventus-Napoli 0-1, all’ultimo secondo, con il classico episodio un po’ fortuito e inatteso, che di solito premia i campioni d’Italia, i favoriti, la squadra da battere che non si batte mai. Ovvero la Juve. Era successo anche nel 2016, per esempio: scontro diretto decisivo per lo scudetto, gli azzurri di Sarri che vanno a Torino e dominano per novanta minuti senza riuscire ad affondare il colpo, e poi la beffa finale di Zaza che indirizza tutto il campionato. Invece ieri è andata diversamente. Anche perché questo Napoli è un’altra squadra rispetto ad allora, cresciuta nel gioco, nella testa e nello spirito: basti dire che ha fatto 10 punti in più dello scorso anno, e 11 di due anni fa. E allora stavolta la fortuna ha aiutato gli audaci. Ovvero il Napoli.

Non si poteva sbagliare, del resto: audaci i bianconeri non lo sono stati per nulla. Per tutta la partita hanno speculato sullo 0-0: Massimiliano Allegri sapeva di avere due risultati su tre a disposizione e ha giocato dichiaratamente per l’obiettivo minimo. È questo che ha fatto pendere la bilancia dalla parte degli altri: non le occasioni, nulle da ambo i fronti (anzi, se vogliamo il palo su punizione di Pjanic è stata quella più nitida di tutto il match), non l’inerzia dell’incontro che non aveva nel suo dna la vittoria del Napoli. Gli ospiti non hanno praticamente mai tirato in porta, il pareggio sembrava scritto. Ma la Juventus, che si considera a buon diritto ormai una delle squadre più forti d’Europa, pronta a cucirsi sul petto il settimo scudetto di fila e scrivere l’ennesimo record della Serie A, ha rinunciato a priori a giocare la partita più importante dell’anno in campionato, per giunta in casa. Inaccettabile, imperdonabile. Ed è come se qualcuno dall’alto avesse voluto punire questo peccato capitale, molto più della prestazione opaca ma tutto sommato ordinata dei bianconeri, dell’ennesimo fallimento stagionale di Dybala o dell’ingratitudine di Higuain che all’andata aveva esultato in maniera smodata sotto la tribuna del San Paolo e ieri non ha toccato palla.

Per questo stavolta nell’eterna lotta tra belli e forti, perfettamente incarnata dai due tecnici, ci sono vincitori e vinti ben precisi anche in panchina: l’esteta Sarri con le sue idee ha battuto il pragmatico Allegri, che ha sempre rivendicato il primato dei suoi titoli contro il bel gioco altrui. Se all’andata il capolavoro l’aveva fatto il secondo, imbrigliando gli azzurri con un paio di mosse, oggi gli applausi sono tutti per il primo. Si è presentato a Torino senza cambiare una virgola del suo credo: pressing altissimo e asfissiante che ha tolto aria e tranquillità ai bianconeri, manovra avvolgente, palleggio finalmente di nuovo fluido. Tutto questo in casa dei campioni d’Italia, dove il Napoli non vinceva da quasi un decennio. Così Sarri ha dominato la sfida tra i due allenatori più forti e diversi della Serie A. Almeno per oggi, almeno sul piano tattico. Perché poi nel concreto, senza il gol di Koulibaly arrivato un po’per caso al 90’, l’avrebbe avuto vinta ancora Allegri, con la difesa a specchio, il catenaccio senza nemmeno il contropiede, il suo cinismo che non crede nel bel gioco, solo negli episodi. Proprio come quel colpo di testa su un angolo qualsiasi a fine partita, che ora rischia persino di diventare il gol scudetto.

Twitter: @lVendemiale

L'articolo Juve-Napoli, il gol al 90′ è un segno del destino. Che per una volta ha premiato gli audaci proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Bullismo, tutte le colpe di noi genitori

Pon, 23/04/2018 - 10:44

Ragazzi che minacciano prof, adolescenti che bullizzano i compagni, bambini che mettono in atto comportamenti aggressivi verso coetanei e insegnanti. La cronaca di questi mesi è ormai un bollettino di guerra, e di fronte a professori messi letteralmente sotto assedio, le scuole si scoprono prive di strumenti. Trovare strategie per arginare e punire i violenti è oggi un tema all’ordine del giorno, così come mettere in atto programmi (ri)educativi verso bambini e ragazzi che hanno perso ogni senso del limite. Ma mentre le scuole si interrogano, noi genitori dovremmo fare una riflessione sulle nostre colpe. Che sono enormi, visto che tutto ciò che facciamo fin da quando nostro figlio nasce non fa altro che alimentare quell’individualismo e quell’indifferenza verso l’autorità che sono il segno distintivo dei bulli.

Partiamo dell’inizio: quando un bambino oggi viene al mondo quasi sempre non ha fratelli, mentre ha molti nonni, zii, persone adulte che lo circondano. Tutti gli adulti sono protesi verso il nuovo bambino, lo ricoprono di oggetti per lo più inutili, lo trattano come fosse, letteralmente, un principe. Il bambino cresce in quest’atmosfera di permissivismo totale. Può fare ciò che vuole, dormire nel letto dei genitori, avere il seno ogni volta che vuole (attenzione: questa non è una critica all’allattamento al seno, ma una riflessione educativa ed etica), ottenere tutto ciò che desidera perché i genitori, spesso avanti negli anni, vivono per soddisfare ogni richiesta. Di fatto, questi stessi genitori che leggono manuali e saggi sull’importanza del no, non sono capaci di mettere dei paletti rigidi, insuperabili. I loro divieti sono lievi, spesso sono messi e subito tolti. Soprattutto credono, in buona fede, che la cosa importante sia sviluppare empatia e vicinanza col bimbo, sviluppare un rapporto al tempo stesso protettivo e paritario. Il rapporto autorevole-autoritario di un tempo, quello del libro “Cuore” per intenderci, appare qualcosa di spaventoso, antico, sbagliato.

Così i ragazzini crescono spesso figli unici, gratificati in tutto ciò che vogliono fare. Chiede di praticare un certo sport? Subito, la mamma si organizza. Vuole i vestiti di una certa marca? Perché no, altrimenti gli altri lo prenderanno in giro. Desidera le vacanze estive migliori? Senza dubbio, e pazienza se magari i genitori ne faranno meno o dovranno rinunciare a qualcosa, ciò che conta sono loro. Che non devono soffrire in nessun modo, non devono essere impediti nella loro autoespressione individuale, come sostengono anche i programmi didattici degli asili nido e scuole dell’infanzia (un esempio emblematico? Il fotografo di fine anno, che fa una sorta di book fotografico al bambino, da solo).

È chiaro che quando questo bambino, a cui i genitori allacciano le scarpe ancora a dieci anni e infilano le mutande a otto, arriva a scuola, sarà veramente difficile per lui accettare le regole di un contesto comunitario che per lui è qualcosa di estraneo. E proprio dallo scontro tra bambini cresciuti in maniera totalmente individualistica e senza reali confini e un’istituzione che ancora mantiene regole e divieti nascono tutte le difficoltà che vediamo: bambini incapaci di fare i compiti da soli, irrequieti e agitati, subito etichettati, per proteggerli, come minori con deficit di attenzione o altre patologie, preadolescenti e adolescenti che diventano bulli, ragazzi che lasciano la scuola. In modi diversi, tutti esprimono il disagio di un conflitto con una realtà impone doveri con i quali i nostri figli non hanno idea di come rapportarsi.

E allora quello che possiamo fare è una riflessione urgente sui nostri comportamenti, per correggere la rotta rispetto ai nostri valori e alla (non)educazione data ai nostri figli.

Cosa può fare un genitore:

1. La prima cosa che possiamo fare è smettere di iper-proteggerli. Ma farlo seriamente. Lasciare che si facciano male, sbattano la testa (in ogni senso), lasciarli andare. Arretrare, come dice un bel libro di Luciano di Gregorio (Genitori fate un passo indietro, appena uscito per Franco Angeli).

2. La seconda cosa è ricordare che i bambini hanno non solo diritti, ma anche doveri (di studiare, aiutare in casa, rispettare etc). Un tempo l’educazione infantile si basava soprattutto su quelli, oggi sono incredibilmente dimenticati.

3. Ancora: ricordare che voi siete sopra e vostro figlio sotto, riscoprire cioè una dimensione di verticalità rispetto ai nostri figli e non solo di orizzontalità.

4. Quarto: porre dei no, fermi, ineluttabili. Pure se nostro figlio soffre, anzi ancora meglio, perché poi soffrirà di meno.

5. Quinto: riscoprire contesti collettivi, che sono terapeutici. Che siano la parrocchia, gli scout, un kibbutz, qualsiasi cosa. Preferite gli sport di squadra a quelli individuali.

6. Infine: sottrarsi al consumismo sfrenato che ormai segna le vite dei nostri figli. Vedo dodicenni con smartphone superiori a quelli dei genitori, una cosa assurda. Il consumismo li sta distruggendo, e pure noi, visto che fatichiamo sempre di più stargli dietro, specie in una società in cui il lavoro non dà reddito e che si sta sempre più impoverendo.

Insomma: dovremmo rovesciare completamente il nostro modello educativo. Comportarci duramente con i nostri figli,  ricordargli fin da piccolissimi i loro doveri e punirli severamente se non li rispettano. Riprendere in mano la letteratura educativa ottocentesca, perché no. Ci sono spunti meravigliosi, dove bambini che hanno infranto le regole vengono umiliati ma al tempo stesso aiutati a capire le devastanti conseguenze dei loro errori.

Paradossalmente, oggi tutto questo potrebbe aiutarci a riscoprire un nuovo modo di essere genitori, dopo anni di conformismo-consumismo, esaltazione del bebè, paura di ogni minima sofferenza e conseguente iperprotezione. Ricominciare dai valori, che abbiamo per primi dimenticato. Forse così avremo meno ragazzi violenti e meno bulli. Ragazzi che si alzano in piedi quando i professori entrano in classe e che mai oserebbero fare certe cose. Ragazzi che hanno ancora timore, e dunque più felici. Perché chi non ha più timore non crede più a niente. E chi non crede più a niente è un adolescente disperato.

Chi volesse può seguirmi sulla mia pagina Facebook o scrivere a elisabetta.ambrosi@gmail.com

L'articolo Bullismo, tutte le colpe di noi genitori proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Governo, Salvini: “Datemi ancora un paio di giorni. Partita troppo importante non possiamo sbagliare”

Pon, 23/04/2018 - 10:27

“Datemi ancora qualche giorno, preferisco attendere ancora un poco piuttosto che sbagliare e dover poi chiedere scusa per anni”. Lo ha detto il leader della Lega Matteo Salvini a Monfalcone (Gorizia) riferendosi alla formazione del governo. “È passato molto tempo dal 4 marzo, ma vi chiedo ancora qualche giorno”, ha aggiunto. Per Salvini fondamentale è che il futuro governo si occupi di “lavoro lavoro lavoro” e “cancelli la legge Fornero e applichi la flat tax di cui oggi tutti stanno cominciando a parlare?”.

L'articolo Governo, Salvini: “Datemi ancora un paio di giorni. Partita troppo importante non possiamo sbagliare” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Governo, Salvini: “M5s la smetta di imporre diktat e iniziamo a governare già da questa settimana”

Pon, 23/04/2018 - 10:24

“Consiglio caldamente ai secondi arrivati di smetterla di imporre diktat o veti e di dire ‘io, io, io’ di metterci intorno ad un tavolo e scrivere la riforma del lavoro, la riforma dell’immigrazione, la riforma della scuola. Centrodestra e 5 Stelle comincino a governare già da questa settimana, con l’impegno che a guidare il Paese siano i primi arrivati”. Lo ha detto il leader della Lega Matteo Salvini nel corso del suo comizio a Trieste, durante la prima tappa del suo tour in Friuli Venezia Giulia dove domenica prossima si voterà per le Regionali

L'articolo Governo, Salvini: “M5s la smetta di imporre diktat e iniziamo a governare già da questa settimana” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Trapani, 537 migranti arrivati al porto a bordo della nave Aquarius

Pon, 23/04/2018 - 10:16

Sono 537 i migranti arrivati lunedì mattina al porto di Trapani a bordo della nave Aquarius, noleggiata dalla Ong Sos Mediterranèe e gestita in partnership con Medici senza frontiere, dopo essere stati salvati in acque internazionali al largo della Libia in quattro diverse operazioni tra mercoledì e domenica. Tra loro, fa sapere l’organizzazione, ci sono 452 uomini, 85 donne, di cui quattro incinte, tre neonati e 125 minori. La gran parte proviene dall’Eritrea, ma anche da Algeria, Guinea e Ghana.

Le operazione di recupero sono state condotte da Sos Mediterranèe con la cooperazione di altre Ong come Sea Eye, ProActiva e Sea Watch. “Due delle barche che abbiamo soccorso nei giorni scorsi erano decisamente sovraccariche. Sulla base della nostra esperienza, in media, sui gommoni vengono spinte da 120 a 140 persone”, ha detto Nick Romaniuk, coordinatore dei soccorsi di Sos Mediterranèe. “Mercoledì c’erano 164 persone, comprese donne e bambini, stipate su un gommone inaffidabile, mentre sabato mattina abbiamo trovato 222 persone su un vecchio barcone da pesca in legno. Qualunque reazione di panico avrebbe potuto provocare il capovolgimento della barca e non avrebbe lasciato alcuna possibilità alle decine di persone all’interno del barcone”.

Intanto, le forze navali libiche hanno recuperato 11 corpi senza vita durante un’operazione che ha portato soccorso ad altri 83 migranti a cinque miglia nautiche al largo della costa di Sabrata, nella Libia nordoccidentale. Lo hanno comunicato le stesse forze navali libiche affiliate dal governo di consenso nazionale, spiegando che i migranti soccorsi, che viaggiavano su un gommone, sono di diverse nazionalità africane. Sono stati trasferiti nel distretto di Zawiya in un centro contro l’immigrazione illegale.

L'articolo Trapani, 537 migranti arrivati al porto a bordo della nave Aquarius proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Porsche Boxster GTS, la prova de Il Fatto.it – A cielo aperto con stile e cavalli – FOTO

Pon, 23/04/2018 - 10:14

Per qualche strano motivo, fino a qualche anno fa la Boxster si portava appresso la sgradevole nomea di essere la “Porsche dei poveri”. Come se in circolazione ci fossero davvero dei poveri in grado di comprarsi una Porsche: forse non avrà lo charme di una 911, ma di certo non è mai stata offerta a prezzo di saldo. Tuttavia dal 1996, anno di debutto del modello, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia ed è stata parecchia anche la strada fatta dalla Boxster.

Con l’ultima evoluzione, la spider tedesca è stata dotata di nuovi motori boxer turbo a quattro cilindri in luogo dei precedenti 6 cilindri aspirati: la cilindrata è scesa a 2 litri e 2.5, ma sono aumentate la potenza, la coppia motrice e l’efficienza. Rivisti anche sterzo e assetto. A perdere, semmai, è l’orecchio, orfano del bel sound del precedente frazionamento: ma, si sa, non si può avere tutto dalla vita.

Con l’arrivo della bella stagione, viene voglia di viaggiare a cielo aperto: quale auto migliore di una Boxster GTS, quindi? Trattasi della versione più performante della spider due posti secchi di Zuffenhausen. In cifre, significa che il propulsore eroga la bellezza di 365 Cv di potenza massima e la robusta coppia motrice di 430 Nm: rispetto al motore della versione “esse” (che ha 15 cavalli in meno), ci sono un nuovo condotto d’aspirazione e un turbocompressore ricalibrato nel funzionamento.

Per i puristi è disponibile pure il cambio manuale, specie in via di estinzione. Tuttavia, dopo aver provato l’automatico a doppia frizione PDK, non ci sono reali motivi per non preferirlo (costa altri 3.300 mila euro): massimizza le prestazioni, è fulmineo nei cambi marcia ed è appagante in ogni modalità di guida, anche quando si richiamano i suoi 7 rapporti manualmente, tramite i comandi al volante. Si parlava di “Porsche dei poveri” poche righe sopra. Bene, allora mettiamo subito le cose in chiaro: la GTS non è affatto per portafogli leggeri, visto che per mettersela in garage servono oltre 81 mila euro. Altro che “vorrei ma non posso”.

Le malelingue potrebbero obiettare che il livello prestazionale è inferiore a quello di una 911: sarà, ma la scheda tecnica racconta che la GTS scatta da 0 a 100 km/h in 4,1 secondi e raggiunge una velocità massima di 290 km/h. Roba da supercar. Fanno parte del corredo di serie l’assetto con sospensioni attive, ribassate di 1 cm, Torque Vectoring con blocco meccanico del differenziale posteriore, cerchi in lega da 20” e sistema di scarico sportivo (regolabile nel volume).

Per quanto concerne l’abitacolo, la capacità di carico e l’infotainment, valgono le medesime considerazioni fatte per la 718 Cayman, che abbiamo gustato lo scorso anno. Rispetto a quest’ultima, però, l’interno della GTS è un trionfo di pelle e Alcantara, che ne nobilita ulteriormente il tono generale. Il posto guida è perfetto, con sterzo e volante regolabili a piacimento: si sta seduti in basso, con lo sterzo quasi verticale. La visibilità è buona davanti, mentre dietro non si vede un granché con la capote chiusa.

Il pane della Boxster GTS sono i percorsi tortuosi, intervallati da generosi rettilinei: l’auto vanta, infatti, una capacità di inserimento in curva fulminea e infonde molta sicurezza, perché tenuta di strada e stabilità sono elevatissime. Il differenziale autobloccante posteriore permette di aprire il gas in anticipo in uscita di curva, senza che ciò scateni pattinamenti: complice il motore centrale, la GTS ha sempre una trazione invidiabile. Sterzo e freni sono un riferimento assoluto per reattività, efficacia e comunicatività: bastano davvero pochi chilometri per sentirsi “l’auto in mano”.

E poi c’è l’accoppiata motore-cambio: vanno uno meglio dell’altro e la capacità di accumulare velocità è davvero notevole. Il propulsore sale di giri che è un piacere, ha un’erogazione lineare e “piena” ad ogni regime, mentre il doppia frizione non sbaglia mai un colpo: sempre velocissimo dei cambi marcia, fa il funambolo fra sportività ed efficienza a seconda delle modalità di marcia impostate. Queste ultime possono essere richiamate tramite un piccolo selettore circolare sul volante.

Guidando spediti emerge il cristallino equilibrio dell’auto, ottimamente bilanciata e dotata di un assetto piatto, che permette di bersi curve su curve senza sacrificare eccessivamente il comfort. All’occorrenza, poi, l’assetto può essere ulteriormente irrigidito, magari quando si scende fra i cordoli di una pista. La Boxster GTS sa essere anche confortevole nonostante la capote in tela: ogni tanto c’è solo qualche scricchiolio, ma niente di preoccupante per una spider. Consumi? Diciamo che i 10, 11 km al litro non sono difficili da raggiungere, a patto di non farsi prendere la mano dall’acceleratore.

Porsche 718 Boxster – LA SCHEDA

Il modello: è l’edizione più potente della spider tedesca a motore centrale: è spinta da un 4 cilindri turbo da 365 Cv

Dimensioni: lunghezza 4,38 metri, larghezza 1,8 metri, altezza 1,27 metri

Motore benzina: 2.5 turbo da 365 CV

Velocità massima: 290 km/h

Prezzi: a partire da 81.498 euro

Piace: handling, stile, prestigio, qualità costruttiva

Non piace: sound del motore meno coinvolgente che in passato

L'articolo Porsche Boxster GTS, la prova de Il Fatto.it – A cielo aperto con stile e cavalli – FOTO proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

‘Non c’è posto in cui non ci si possa sentire a casa’, Esther ci racconta la sua esperienza in Turchia

Pon, 23/04/2018 - 09:57

Oggi vi raccontiamo la storia di Esther Zanda, ragazza di 24 anni di origini sarde, che nel 2017 ha partecipato a due progetti di volontariato in Turchia, a Sivas e a Mersin. Vi raccontiamo la sua esperienza appena in tempo, prima che parta per un nuovo progetto in Israele della durata di un anno. Sì perché – come avrete modo di leggere – il viaggio per Esther è un’avventura da vivere a pieno, una gemma preziosa da aggiungere al proprio bagaglio esperienziale.

Preceduta dal suo stesso interesse personale e accademico per la cultura e la politica turca, Esther giunge a Sivas in pieno periodo di referendum. Da qui, l’apprendimento delle prime due parole turche : evet e hayır (“sì” e “no”). Le prime di una lunga serie, fino ad augurare kolay gelsin a un lavoratore o anche gözün aydın, letteralmente “che i tuoi occhi possano illuminarsi”.

Il primo ambientamento deriva, quindi, dalla gioia e dalla sicurezza di poter comunicare nella lingua del posto, vedendo davvero gli occhi dei tuoi interlocutori illuminarsi di fronte alla tua abilità. I primi passi verso il sentirsi a casa. “Nella mia vita ho vissuto e lavorato in svariati Paesi e la domanda a cui sento di aver risposto è che non c’è posto in cui non ci si possa sentire a casa”.

Per Esther il fatto di abitare più Paesi, parlare molteplici lingue e incontrare infinite realtà, è come avere la possibilità di vivere più vite. Scoprire oltre il confine geografico anche un tuo limite personale, di pregiudizio o capacità di adattamento, e superarlo. Molto al di là di ciò che tu stesso potresti aspettarti. “Qualunque periodo trascorso a contatto con nuove realtà non può che ampliare le nostre vedute”.

Tutto molto suggestivo, certo. Ma noi – che ci teniamo a spaccare il capello in quattro, come si dice – non possiamo fare a meno di conoscere qualche ostacolo incontrato, qualche difficoltà insormontabile. Esther in primis resta sorpresa dalla sua incapacità di rispondere alla domanda. Forse perché, dice, dietro a ogni ostacolo si cela un’imperdibile opportunità di crescita. Ogni ostacolo, insomma, qualsiasi esso sia, non riesce ai suoi occhi ad avere un’accezione negativa.

Indubbiamente, dice lei stessa, in un Paese come la Turchia le differenze culturali sono svariate. Essendo uno Stato molto vasto, ogni regione ha le sue peculiarità e un attaccamento alla tradizione molto differente. Ma nel complesso, sono tutti elementi di ricchezza: “Una buona parte di ragazze che porta l’hijab e un’altra parte piuttosto cospicua che sceglie invece di non indossarlo, un’altissimo numero di çay serviti su piattini colorati, un’accoglienza infinita e della buona musica”. Sorrido quando racconta del suo amico turco che, per paura che il suo capo lo potesse veder bere alcolici, chiude le tende della finestra che dà sulla strada.

Inevitabile riconoscere l’aspetto più “romantico” della nazione e cultura italiana. Una nota stonata risuona, però, pensando all’approccio più teorico e formale che si mantiene qui nello sviluppo delle proprie competenze. Siano esse accademiche, professionali o personali. Una nota stonata, che secondo Esther compone sempre la stessa cantilena di: “Faccio il master, sono specializzato, io”, quando nella pratica effettiva il solo titolo di studio non dovrebbe essere esattamente un lasciapassare.

Nonostante questo, il suo approccio mantiene un occhio di riguardo per tutti i Paesi in cui vive e vivrà, portando con sé l’amore per la sua terra sarda, ma senza farsi prendere dalla nostalgia. Un passione per l’esperienza del viaggio, la sua, che non vede confini spaziali o ideologici. “In realtà, credo di essere ormai al punto di non credere più ai confini, se non geograficamente parlando e per una questione di mera organizzazione e ordine”.

L'articolo ‘Non c’è posto in cui non ci si possa sentire a casa’, Esther ci racconta la sua esperienza in Turchia proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

‘Avvocato, avremo giustizia?’. Tutte le volte che me lo chiedono cerco conforto in Randazzo

Pon, 23/04/2018 - 09:56

La giustizia nonostante, edito da Sellerio, è un saggio del compianto Ettore Randazzo (noto avvocato penalista) dedicato agli addetti ai lavori. Di piacevole lettura anche per chi non ha scelto di percorrere il lungo e tortuoso sentiero che porta alla carriera forense. Un manuale breve da leggere tutto d’un fiato, ogni volta che sorgono dei dubbi sulla funzione della difesa tecnica nel processo penale e sul funzionamento del nostro sistema giudiziario.

Come succedeva a Randazzo, capita di sentirmi rivolgere dal cliente la domanda: “Ma almeno, avvocato, otterremo giustizia?”. E come l’autore del libro non sempre sono in grado di rispondere affermativamente o evito di azzardare prognosi favorevoli se non in quei casi in cui, da una veloce lettura degli atti, mi sono già fatto un’idea della strategia difensiva da adottare. Ma la difesa tecnica in un processo penale non è roba semplice e la prudenza va sempre mantenuta.

Mi è capitato di riprendere in mano il saggio di Randazzo pochi giorni fa, spinto da vicende analoghe trattate dal libro e per via di quei processi in cui la figura dell’avvocato rischia di assumere un ruolo marginale. Tra le pagine del libro, scritte sapientemente da Randazzo, ritrovo l’entusiasmo di un tempo.

La procedura penale nella teoria è assai diversa dalla sua applicazione pratica. I titoli dei capitoli del libro sono una sintesi ricca di significati: “L’inganno della presunzione dell’innocenza”, “La difesa nel e dal processo mediatico”, alcuni “casi irrisolti”, nonostante le lunghe battaglie delle Camere penali per una giustizia più equa e nonostante siano trascorsi 12 anni dalla pubblicazione del saggio. “Le auguro ogni bene”. Mi rispose Randazzo ad una mail che gli inviai per ringraziarlo di aver scritto “La giustizia nonostante”, pochi mesi prima del mio giuramento.

Già nella veste di patrocinatore legale, avevo tastato il terreno di gioco e avevo preso atto dell’esistenza di alcune storture presenti nel “regolamento”. Come ad esempio la consapevolezza che con la presunzione di non colpevolezza (principio tanto caro a noi garantisti), che vale per qualsiasi cittadino non ancora condannato in via definitiva, coesiste quella “disciplina repressiva sfrontatamente improntata alla presunzione di colpevolezza” ovvero la possibilità di applicare il regime carcerario anche al presunto innocente. Argomento sul quale si potrebbe discutere ore e che di solito, ricorda anche l’autore, diventa importante solo per colui che è coinvolto personalmente. Per chi non ha avuto a che fare con la giustizia: indagato, imputato e condannato in via definitiva sono la stessa cosa, criminali.

E del rapporto della giustizia con gli organi di stampa, cosa ne pensa Randazzo? “Esiste un’intrusione nel processo, specie in quello politicamente appetibile”, “una sorta di arma impropria …. spesso nella disponibilità dell’organo d’accusa; quando va bene, piegata quasi esclusivamente ad esigenze di mercato. Apprese le notizie sull’inchiesta giudiziaria… gli organi di stampa mettono in atto la loro attività ordinaria: un vero e proprio confezionamento della notizia”. Notizia “debitamente corredata di sensazionalismo, se non di una buona dose di abile distorsione per adeguarsi ai fini politici… nonché di enfasi laudatoria, espressa e sottintesa, in favore degli inquirenti”.

“La giustizia nonostante” è l’ultimo capitolo. Prima dell’appendice costituita dal codice deontologico forense e (buona cosa) anche dal codice deontologico del magistrato.

Ma quale funzione hanno gli avvocati? La stessa funzione dei magistrati: fondamentali perché la legge venga applicata correttamente. Perché anche gli avvocati come i magistrati hanno le loro responsabilità se il sistema giudiziario risulta inadeguato. Non basta “la mera e burocratica abilitazione” per esercitare la professione forense.

“Allora avvocato, quando otterrò giustizia? E quando la otterrò, e quindi sarò assolto, chi mi risarcirà dei danni subiti?”. Do un colpo con i palmi delle mani alla scrivania e mi lascio trasportare dalle ruote della sedia verso la parete dietro di me. Lascio l’ennesimo sbaffo nero sul muro. Ecco l’ultima fatidica domanda che gli assistiti rivolgono a noi operatori del diritto.

Nel saggio, la domanda del “maltrattato” al suo avvocato è più diretta: “Se il giudice sbaglia, perché non paga di persona, come sono costretti a fare gli altri cittadini, dipendenti pubblici e non?”. Secondo Randazzo vi sono due ordini di motivi: la libertà del magistrato di operare “senza il condizionamento del rischio di rispondere dell’errore” e la legge sulla responsabilità civile dei magistrati che viene applicata come extrema ratio.

Richiudo il libro, dal quale ho preso spunto, che ho sostituito al codice per rispondere a tutte le domande del mio assistito. Senza usare un gergo tecnico, che per lui sarebbe risultato incomprensibile, cerco sempre di ricordare a me stesso che la sua vicenda giudiziaria è prima di tutto un fatto umano.

La giustizia nonostante

Prezzo: 8.5€

Acquista su Amazon

L'articolo ‘Avvocato, avremo giustizia?’. Tutte le volte che me lo chiedono cerco conforto in Randazzo proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

‘Legami con l’Isis’, donne e bambine irachene abbandonate nei campi profughi

Pon, 23/04/2018 - 09:55

La guerra contro lo Stato islamico sarà pure finita ma la sofferenza dei civili iracheni no.

Una ricerca condotta da Amnesty International in otto campi profughi delle province di Ninive e Salah al-Din ha rivelato che donne e bambine sospettate di legami col gruppo terrorista non ricevono aiuti umanitari, non possono tornare a casa e subiscono sfruttamento e violenza sessuale.

Una vera e propria punizione collettiva nei confronti di persone che non hanno commesso alcun reato se non essere madri, mogli, sorelle o figlie di uomini appartenenti allo Stato islamico, o fuggiti dalle roccaforti del gruppo armato o “colpevoli” di avere un nome simile a quelli presenti nelle liste dei ricercati.

E poiché questi uomini sono agli arresti, sono spariti nel nulla o sono stati uccisi, nei campi profughi iracheni ci sono migliaia di nuclei familiari guidati da donne costrette a badare a sé stesse e ai propri figli. Senza nessuno cui chiedere aiuto, senza un posto dove andare. Senza documenti con cui uscire.

Disperate e isolate, le donne corrono elevati rischi di essere sfruttate sessualmente da parte delle forze di sicurezza, del personale armato dei campi e da miliziani presenti all’interno e all’esterno di quelle strutture. In ciascuno degli otto campi visitati, Amnesty International ha incontrato donne costrette o spinte ad avere rapporti sessuali in cambio di denaro, aiuti e protezione.

Il destino per queste donne e le loro famiglie è di rimanere in questi o altri campi. In diverse parti dell’Iraq, infatti, le autorità locali e tribali hanno vietato il ritorno delle donne e dei propri figli sospettati di avere legami con lo Stato islamico.

Nelle zone in cui sono riuscite a tornare a casa, molte donne rischiano sgomberi forzati, sfollamenti, saccheggi, intimidazioni, molestie e minacce sessuali. In alcuni casi, le loro abitazioni sono state marchiate con la scritta “Daeshi” (il nome arabo dello Stato islamico). In seguito sono state distrutte o non hanno più ricevuto elettricità, acqua e ulteriori forniture.

E la situazione rischia persino di peggiorare dato che i finanziamenti internazionali per la crisi umanitaria in Iraq si stanno riducendo notevolmente.

L'articolo ‘Legami con l’Isis’, donne e bambine irachene abbandonate nei campi profughi proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Di Maio e Salvini, come i pifferi di montagna. Andarono in Molise per suonare e furono suonati – L’istantanea

Pon, 23/04/2018 - 09:48

Ecco finalmente il Molise. Lo aspettavano, molto oltre il senso della misura, sia Salvini che Di Maio. Avrebbe dovuto regolare i rapporti di forza, per l’uno nel centrodestra e per l’altro nel Parlamento. Il voto regala ai due vincitori delle politiche due sonori ceffoni. Il centrodestra vince, ma deve ringraziare Aldo Patriciello, l’imprenditore della sanità titolare di un partito transumante che ogni cinque anni sceglie con chi transitare al traguardo.

Salvini che voleva fare le scarpe a Berlusconi, arriva terzo senza un voto in più. Amen. E Luigi Di Maio prova sulla sua pelle cosa significhi mettere giacca e cravatta al movimento e imbarcarlo in trattative infinite, fargli poggiare i piedi nella palude della prima Repubblica.

I Cinquestelle dovevano vincere, potevano avere il primo governatore regionale e invece eccoli di nuovo al punto di partenza: primo partito ma arretrato di molti punti rispetto alle politiche. Opposizione era e opposizione sarà.

I Cinquestelle perdono soprattutto perchè l’astensione è giunta a un livello record. Metà degli elettori ha rinunciato a votare. In questa moltitudine tanti sono quelli storici del centrosinistra che hanno scelto, a differenza del 4 marzo, di non scegliere, come ultima chance, il Movimento.

Se Di Maio voleva provare i costi della sua spregiudicata tesi dei due forni, l’idea che Lega e Pd siano uguali, che il governo sia una forma neutra sulla quale adagiare ogni possibile alleanza, eccolo accontentato.

L'articolo Di Maio e Salvini, come i pifferi di montagna. Andarono in Molise per suonare e furono suonati – L’istantanea proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Torino, il pullman del Napoli sfila tra gli insulti degli juventini. Sarri risponde col dito medio

Pon, 23/04/2018 - 09:38

Juventus-Napoli ‘incandescente’ ancora prima del fischio d’inizio. I bianconeri hanno accolto all’Allianz Stadium il pullman del Napoli con insulti, a cui dall’interno qualcuno ha replicato mostrando il dito medio. “E’ stato Sarri, è una vergogna”, è l’accusa di alcuni tifosi juventini che hanno ripreso la scena con i loro smartphone

L'articolo Torino, il pullman del Napoli sfila tra gli insulti degli juventini. Sarri risponde col dito medio proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Foggia, tragedia alla Corsa dei buoi di Chieuti: uomo muore travolto da un cavallo fuori controllo

Pon, 23/04/2018 - 09:14

Indagini sono in corso da parte dei carabinieri del Comando provinciale sulla morte di un uomo di 78 anni, avvenuta ieri durante la tradizionale corsa dei buoi che si svolge ogni anno a Chieuti, in provincia di Foggia. L’anziano stava assistendo alla manifestazione quando è stato travolto prima da un cavallo lanciato ad alta velocità e che, come si può osservare da alcune immagini video diffuse in rete, aveva disarcionato il cavaliere.

La vittima è finita per terra sulla strada dove è stata schiacciata anche da un paio di buoi. Per l’anziano, originario della vicina provincia di Campobasso, giunto vivo in ospedale, non c’è stato nulla da fare. I carabinieri dovranno accertare se sono state osservate tutte le misure di sicurezza e se lo spettatore sia stato imprudente ad avvicinarsi troppo al punto di passaggio di cavalli e buoi. Come hanno fatto del resto anche altri spettatori che invece di restare su un prato più lontano si sono avvicinati pericolosamente alla corsa. Si dovranno anche verificare la veridicità e le circostanze del disarcionamento del fantino.

La manifestazione, nota anche come ‘Carrese‘, già negli anni scorsi era stata al centro di polemiche per presunti maltrattamenti nei confronti degli animali. Qualche giorno fa il sindaco di Chieuti Diego Iacono aveva emesso un avviso alla cittadinanza affinché la Carrese, tradizione antichissima e molto sentita tra la popolazione, fosse rispettosa “della tutela e del benessere degli animali e della sicurezza pubblica”, sottolineando che uno degli aspetti critici delle passate edizioni era stata “la presenza indisciplinata”, nonostante specifiche ordinanze di divieto, ”di numerosi motoveicoli non autorizzati circolanti in prossimità della cavalcata e tra i carri e costituenti pericolo per l’ordinato svolgimento della manifestazione”.

Il primo cittadino aveva invitato ad osservare le disposizioni, le ordinanze, gli avvisi e “in particolare la disposizione relativa al divieto assoluto di transito di motoveicoli, ciclomotori, cavalieri coi rispettivi cavalli, non inclusi nell’elenco dei partecipanti alla Carrese ecc., sull’intero percorso della manifestazione”.

 

L'articolo Foggia, tragedia alla Corsa dei buoi di Chieuti: uomo muore travolto da un cavallo fuori controllo proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Ten Talking Points – Se la Juve perde uno scudetto così diventa quasi il 5 maggio bianconero

Pon, 23/04/2018 - 09:03

Benvenuti a Ten Talking Points, l’unica rubrica che fa scorta di Pitaya. Altre considerazioni.

1. Nelle due gare più importanti della stagione, la Juventus è inciampata allo stesso modo: con due gol allo scadere. Per una squadra nata per vincere (in Italia), è qualcosa di inaudito. Di clamoroso, di inspiegabile. A questo punto può davvero succedere di tutto.

2. Il Napoli ha provato a fare la partita e la Juve ha provato ad addormentarla. Come nelle previsioni. Lo 0-0 sembrava lo sbocco naturale e per la Juve avrebbe significato scudetto sicuro. Invece Allegri, che ha impiegato sette mesi per decidere chi mettere al posto di Chiellini, sconta ora la croce: aveva 6 punti a 6 giornate dalla fine, a un certo persino 9 quando vinceva a Crotone e il Napoli implodeva con l’Udinese. E adesso se ne trova solo uno. Acciughina ha smarrito cinque incollature in tre giorni: colpa gravissima se alleni la Juve, dove concepiscono la sconfitta come Genny Migliore in mutande e infradito. Ovvero come una cosa oltremodo orripilante.

2 bis. La Juve è attesa ora a Milano dall’Inter. E alla penultima giornata, ancora in trasferta, affronterà la Roma. Il Napoli ha un calendario meno spinoso. Di fatto, per vincere uno scudetto che fino alle 22.30 di ieri era già suo, la Juve rischia di doverle vincerle tutte.

2 ter. Se la Juve perde un campionato così, non dico che è il 5 maggio bianconero ma quasi.

3. Allegri aveva preparato una barricata così catenacciara e passiva che, per tutta la partita, Reina è stato al telefono con Mattarella per dargli consigli su come uscire dallo stallo.

4. Il Che Gue Sarri, quando ha visto Koulibaly librarsi in volo come un gabbiano definitivo, all’apparenza ha esultato sobriamente. Ma dentro no: dentro aveva più smottamenti del vulcano Tambora nel 1815 in Indocina. Se il Commodoro Marxista vince lo scudetto, come minimo per festeggiare corre nudo per tutta la Costiera Amalfitana col batacchio garrulo al vento, cantando l’Internazionale e gridando “No pasaran” come se non ci fosse un domani.

5. Roma e Lazio continuano a spezzare le reni ai rivali, ma tutto risulta inutile come un mandato esplorativo della Casellati perché l’Inter le vince tutte. Gli uomini di Spalletti sono già certi della quarta posizione, ma in virtù del Decreto Pucci del 12 dicembre 1768 sono già anche terzi ontologicamente. L’Inter arriverà dunque terza e quarta contemporaneamente. Quindi niente Champions l’anno prossimo per le romane.

6. Il migliore in campo del Milan col Benevento è stato Calhanoglu, che infatti non giocava. Il Milan è settimo a -4 dall’Atalanta, tenendo conto che i ragazzi di Gasperini giocheranno in casa lo scontro diretto tra due settimane e faranno scempio dei rossoneri. La Juve in finale di Coppa Italia potrà scegliere se vincere di goleada o di cinismo. Quindi, per andare in Europa (League), al Milan non resta che pregare in aramaico che Fiorentina (scontro diretto all’ultima giornata) e Samp non le tolgano la settima piazza.

6 bis. Per dirla in breve: un’altra annata di merda. Agili, in scioltezza e media atarassia.

7. Gattuso soffrirà sempre con De Zerbi perché pagherà in eterno la vittoria irripetibile nei playoff del suo Pisa contro quel Foggia lì, che giocava da Dio ma sotto porta si faceva più seghe mentali di Diego Fusaro a L’aria che tira.

8. Oddo le perde tutte da quando nei Radicali c’era ancora Capezzone. Zenga sciaborda cipiglio d’altri tempi. Il Cagliari non vince mai. Cadono con efferatezza Chievo e Spal. Sassuolo salvo. Onore e gloria al Benevento, retrocesso con onore. Stasera Genoa-Verona. Gasperini di nuovo in Europa, Mazzarri di nuovo a casa sua.

9. Ultimamente Higuain è decisivo come la Meloni nel centrodestra.

10. Netflix ha ufficializzato la terza stagione de La casa di carta. Stavolta la banda del Professore cercherà di rapinare il luogo più sicuro del mondo: il tinello di casa Nardella. Inizialmente Nardella cercherà di resistere ai rapinatori felloni, vestito da Rambo in bermuda e brandendo la spada di Hattori Hanzō rubata alla Morani. Poi si romperà le palle anche lui e andrà a comprarsi un gelato da Grom con Helsinki e la Meli. A lunedì.

L'articolo Ten Talking Points – Se la Juve perde uno scudetto così diventa quasi il 5 maggio bianconero proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija

Toto Cutugno a Che tempo che fa: “L’Italiano? Scritta per Celentano, ma mi disse ‘non la canterò mai'”

Pon, 23/04/2018 - 08:58

Toto Cutugno a Che tempo che fa di Fabio Fazio su Rai 1 racconta la genesi de L’Italiano, brano del cantante diventato ormai celebre in tutto il mondo: “lo scrissi per Adriano Celentano, ma  mi disse ‘non lo canterò mai perché non ho bisogno di dire sono un italiano vero, la gente lo sa…‘”

L'articolo Toto Cutugno a Che tempo che fa: “L’Italiano? Scritta per Celentano, ma mi disse ‘non la canterò mai'” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Kategorije: Italija