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Porto Sant’Elpidio, litiga con la moglie e la uccide a colpi di fucile: fermato dai carabinieri

Pon, 21/05/2018 - 14:18

Una lite domestica come tante, ma con un finale purtroppo diverso. Contrada Pian, nel Comune di Porto Sant’Elpidio, in provincia di Fermo: un uomo litiga con la moglie in casa, poi prende il fucile e la uccide. Ignoti, al momento, i motivi che hanno fatto scaturire il diverbio sfociato in omicidio. Sul fatto indagano i carabinieri di Fermo: primo obiettivo è capire cosa sia successo nell‘abitazione in cui si è verificato il fatto di sangue.

Il presunto omicida si chiama Giuseppe Valentini e ha 78 anni. La sua coniuge, Silvana Marchionni, ne aveva 75: è morta dopo che il suo uomo l’ha colpita con due colpi, al petto e al volto nella loro casa, isolata dalle altre in una zona di campagna. Secondo le prime informazioni, a scoprire quanto è accaduto è stato il figlio della coppia che, a sentire gli inquirenti, mai in passato aveva avuto problemi. Giuseppe Valentini è stato accompagnato alla caserma dei carabinieri insieme al figlio, che abita nella casa accanto: il presunto uxoricida è in stato di fermo.

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M5s, Telese vs Moretti (Pd): “Ha letto programma o era in India a un matrimonio?”. Poi la battuta di Giletti

Pon, 21/05/2018 - 14:01

Bagarre a Non è L’Arena (La7) tra la consigliera regionale Pd del Veneto, Alessandra Moretti, e il giornalista Luca Telese. L’ex deputata dem critica duramente il M5s, a partire dall’intervista di Massimo Giletti all’ex parlamentare Alessandro Di Battista: “Ha fatto un monologo, i 5 Stelle non si confrontano mai con nessuno. Fanno queste belle sparate con sorriso abbastanza beffardo. Ma poi sul reddito di cittadinanza Di Battista cosa ha risposto? Lo fanno o non lo fanno?”. “La gente li ha votati, Moretti”, commenta il giornalista Klaus Davi. “Il reddito di cittadinanza costa ben 60 miliardi di euro”, continua Moretti. E Telese insorge, chiedendo reiteratamente: “Il governo Renzi quanto ha speso in deficit?”. Esplode la polemica in studio e Moretti ribatte: “Guardi, lei fa sorridere, perché noi siamo rimasti all’interno dei vincoli europei. Lei non è un professore e io non faccio gli esami da lei”. Telese rincara: “Lei non sa quanto avete fatto di deficit, perché dimostra come avete governato. E infatti vi hanno mandato a casa. Come sono stati fatti gli 80 euro?”. La consigliera regionale risponde: “Siccome io mi sono laureata e ho subito tante interrogazioni, subire un esame da Telese mi fa ridere. Ripeto: Di Battista ha risposto come faranno il reddito di cittadinanza? Io sono una veneta e vi assicuro che, se parlo di reddito di cittadinanza ai veneti, che pagano le tasse e si spaccano la schiena tutti i giorni, un po’ le scatole gli girano”. “Ecco perché al Sud non avete preso un voto”, osserva Davi. “E’ evidente che il M5s racconta favole e che non ci sono le coperture”, prosegue Moretti. “Ma lei ha letto il programma?” – controbatte Telese – “Non c’è scritto da quando vogliono fare il reddito di cittadinanza”. “Dal 2020”, puntualizza Klaus Davi. “I 5 Stelle stanno prendendo in giro gli italiani, dicendo che faranno il reddito di cittadinanza”, commenta Moretti. “Ha letto il programma del M5s, sì o no?” – ribadisce Telese – “Oppure si trovava in India a un matrimonio?”. “Lei è talmente acido che mi fa ridere e sta dicendo calunnie”, ribatte Moretti. Giletti, ex compagno della consigliera, cerca di sedare gli animi e pone fine alla concitata querelle con una battuta, rivolgendosi ad Alessandra Moretti tra le risate in studio: “Io sono uno che non vuole sentir parlare di matrimoni, abbia pazienza”

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Lazio-Inter, la fortuna (e De Vrij) regalano la Champions League ai Nerazzurri. Ma ora Suning deve meritarsela

Pon, 21/05/2018 - 13:41

C’è voluto un colpo di fortuna. Uno scivolone di Stefan De Vrij, proprio lui, il neoacquisto nerazzurro, dopo che per una settimana intera si era parlato dell’opportunità di farlo giocare o meno contro la sua futura squadra. Un paio di episodi (rigore, espulsione, gol in una manciata di minuti), che hanno cambiato una partita che la Lazio stava vincendo, meritando di stravincere, e invece ha finito incredibilmente per perdere. Insomma, praticamente un miracolo, di quelli che solo il calcio sa regalare, di quelli che spesso l’Inter, squadra pazza se ce n’è una, può realizzare. Quello che è successo ieri all’Olimpico non si può spiegare diversamente.

Sei anni dopo l’ultima partita (13 marzo 2012, in panchina c’era Claudio Ranieri: 2-1 in casa contro l’Olympique Marsiglia nel ritorno degli ottavi di finale e qualificazione per i francesi in virtù dell’1-0 dell’andata) l’Inter è di nuovo in Champions League. Decisiva la vittoria per 3-2 in casa della Lazio, in quello che di fatto era un vero e proprio spareggio per la qualificazione in Europa. Ed è stata una partita senza molto senso, come tutte le finali, e ancor di più quelle con in campo queste due squadre, una più folle dell’altra. Se qualcuno avesse spento la tv a fine primo tempo, o anche solo a metà ripresa, sarebbe difficile convincerlo del risultato finale. A un quarto d’ora dal termine la Lazio era qualificata: le bastava un pareggio e vinceva, di più dominava, con i nerazzurri completamente allo sbando. Icardi non pervenuto, Rafinha sostituito, Spalletti che guarda in faccia il fallimento, con la peggior prestazione stagionale nella sera più importante. Poi il ribaltone.

La Lazio sicuramente avrebbe meritato di vincere ieri sera, come probabilmente in tutta una stagione eccellente, in cui tanti obiettivi (dalla semifinale di Europa League buttata via a Salisburgo alla Coppa Italia persa ai rigori) sono sfumati per un nulla. Se c’è un briciolo di giustizia nel risultato dell’Olimpico, è proprio nelle colpe dei biancocelesti. E non parliamo dell’errore di De Vrij, promesso sposo nerazzurro e autore del fallo da rigore che ha cambiato tutto. La squadra di Inzaghi nelle ultime settimane aveva avuto tanti match point per chiudere il discorso: dalla sfida in casa all’Atalanta, al pareggio contro il Crotone di Walter Zenga; persino nello scontro diretto dell’Olimpico potevano avere 3-4 gol di vantaggio all’intervallo. Quando uno spreca troppe occasioni, spesso nel calcio viene punito: anche i diretti interessati, dalle parole di fine gara senza recriminazioni, ne sembrano consapevoli.

Il colpo di testa di Vecino vale 35 milioni di euro. Tanto significa in termini economici la qualificazione in Champions League. E per l’Inter vuol dire salvare la stagione, forse l’intero progetto traballante dei cinesi. Luciano Spalletti è riuscito a centrare l’obiettivo minimo con una rosa che nel corso della stagione si è rivelata palesemente inadeguata: attacco sterile e circoscritto ai soli Icardi e Perisic (Candreva, titolare nel tridente, ha chiuso a zero gol, un caso più unico che raro in tutta la Serie A); centrocampo macchinoso, nessuna alternativa per risolvere le partite in panchina, per i primi sei mesi neanche mezzo difensore di riserva in caso di emergenza. Nonostante tutto ciò, il quarto posto è arrivato ugualmente. Ma l’anno prossimo sarà anche peggio, con l’impegno su tre competizioni. E non una coppa qualsiasi, la nuova Champions con tante big in corsa, in cui l’Inter dopo sei anni di assenza ripartirà dalla quarta fascia. Dal mercato è già arrivato De Vrij (parametro zero di lusso), insieme ad Asamoah e alla giovane stella argentina Lautaro Martinez, ma non può bastare: sono tante le incognite da sciogliere, dalla permanenza di Icardi e Skriniar, ai possibili riscatti di Cancelo e Rafinha, passando per l’arrivo di almeno altri due rinforzi pesanti a centrocampo e in fascia. Suning ha avuto la fortuna di qualificarsi per la Champions, nonostante in tutto l’anno la società non abbia fatto nulla per guadagnarsela. Ora però se la deve meritare, costruendo una squadra all’altezza. In caso contrario il rischio di andare a schiantarsi e compromettere pure il prossimo campionato, come una provinciale qualsiasi impreparata per giocare su più fronti, sarebbe altissimo. E della serata dell’Olimpico resterebbe solo il ricordo di un’impresa un po’ inutile della solita pazza Inter.

Twitter: @lVendemiale

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Come sta, signora Regeni?

Pon, 21/05/2018 - 13:38

Come sta, signora Regeni? Anzi no. Come fa, signora Regeni? Come fa a non urlare di rabbia, come fa a non avere paura quando uno Stato intero ingoia chi pronuncia il suo nome?

Lo stomaco cavo per lo sciopero della fame; nel cuore un chiodo che non trova parole. Le hanno rubato un figlio e peggio ancora il perché. Alle sue domande risposte illusorie, opprimenti, amputate. A chi l’aiuta sbarre e intimidazioni. Navi di legno per sfidare Cariddi.

Eppure lei, signora Paola, è un esempio. Lei brucia il male per farne falò di verità. Lei è la pila che il dolore non ossida mentre sola accende centinaia di torce testarde, indagatrici di un buio enorme. Per merito suo Giulio è un amico, per merito suo Giulio è il nome vivo di chi cerca giustizia. La sua fermezza ispira e asseta, non ci dà pace.

Se posso permettermi una speranza, io vorrei che sentisse almeno il conforto della sua Italia, Paese distratto ma sincero e che lei riempie d’orgoglio. Lei, Paola, è la prova di quanto può essere strenua una madre, di quanto sa essere caparbio un italiano.  A lei, suo marito Claudio, Alessandra Ballerini, Haitham Mohammedine, Ahmad Abdallah, Ibrahim Metwally, Mohamed Lotfy e a sua moglie Amal Fathy, tutta la vicinanza che mi è possibile.

Alla politica, ai volontari, a tutti noi, l’invito a non cedere un millimetro d’attenzione. La verità è per chi non arretra.

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Sanità Campania, 7mila assunzioni. De Luca ai giovani medici: “Mi commuovete, non come quelli dei centri sociali”

Pon, 21/05/2018 - 13:31

“Sono orgoglioso di potervi dire che sulla base di un lavoro faticoso ed intenso per la prima volta dopo dieci anni abbiamo approvato il piano regionale per il personale del sistema sanitario regionale che prevede l’assunzione di 7000 nuovi dipendenti. Parlo di lavoro che non è fatto di demagogia, chiacchiere al vento e di spazi pubblici regalati ai nuovi clienti. Voi siete quella parte della gioventù che mi piace e mi commuove, non come i giovani dei centri sociali che vengono a fare ammuina sotto la regione. Loro pensano che le prospettive di vita si aprano con l’ammuina e le intimidazioni. Avete buttato il sangue sui libri per 6 anni e questa è l’immagine di Napoli, quella del rigore, della disciplina, della fatica” Così Vincenzo De Luca dal palco del teatro Augusteo dove si è svolto il giuramento di ippocrate per le nuove leve della medicina campana.

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Contratto di governo, il debito pubblico non si può cancellare. Vi spiego perché, attraverso il baratto

Pon, 21/05/2018 - 13:24

Il contratto di governo discusso da Lega e Movimento 5 stelle ha suscitato fin dalle prime indiscrezioni forti perplessità in tema di coperture, per tacere del potenziale del dirompente di provvedimenti quali la revisione di trattati internazionali o la cancellazione di parte del debito pubblico.

In questo post vorrei concentrarmi proprio sulla ventilata ipotesi di “far sparire” una parte del debito pubblico, una fallacia logica che Tommaso Monacelli ha definito “mistica della moneta salvifica” e che Fabio Scacciavillani sul suo blog ribattezzò efficacemente “moneta filosofale”.

Proviamo a fare un passo indietro e a partire dal baratto, la forma più elementare di commercio tra due individui: la transazione si perfeziona solo quando entrambe le parti hanno consegnato la merce che intendevano scambiare. Se manca il contributo di uno dei due, siamo di fronte a una donazione o a un furto, a seconda che l’altro sia o meno d’accordo a cedere beni senza contropartita.

Questa condizione iniziale – ovvia ed evidente per chiunque abbia superato con profitto le scuole elementari – non si modifica a causa dell’introduzione di tecnologie come la moneta o il credito che servono a rendere le operazioni di scambio più agevoli. Se lavoro un’ora e ottengo in cambio 10€, che poi utilizzo per comprare un piatto di pasta al ristorante, vuol dire che io sono disponibile a scambiare un’ora del mio lavoro con un pasto e la moneta ha agevolato la conclusione di questo scambio. Ma tutto si regge sulla mia convinzione che la moneta ricevuta in pagamento possa comprare beni e servizi di valore uguale o maggiore rispetto a quello che attribuisco al mio lavoro.

Discorso analogo per il credito che equivale a uno scambio nel quale la consegna delle contropartite non avviene allo stesso tempo e tipicamente prevede un compenso per l’attesa e il rischio a cui va in contro la parte che viene pagata in modo differito. Se ho la percezione che la mia controparte non possa rimborsare in tutto o in parte quanto pattuito, non sarò più disponibile a dargli credito o lo farò a condizioni molto più restrittive.

È certo possibile imbrogliare qualcuno temporaneamente, inducendolo a credere che una certa valuta abbia una spendibilità o un valore diverso da quello realmente verificabile, oppure che un debitore sia affidabile, quando invece poi rivelerà inadempiente, ma appunto si tratta di illusioni temporanee, che verranno sfatate quando si cercherà di chiudere nuove transazioni.

Dovrebbe dunque essere chiaro a questo punto perché non è possibile far sparire un debito pubblico e perché se viene ripagato stampando moneta esso non sparisce affatto. Quando è stato emesso quel debito, come quello dei privati cittadini, incorporava la promessa di venire ripagato con valuta spendibile in una certa quantità di beni e servizi. Cancellarlo implica venir meno alla promessa iniziale e – ritornando al baratto iniziale – equivale a prendere le merci altrui senza consegnare le proprie: nessuno vorrà più fare scambi con noi o sottoscrivere titoli del nostro debito.

Ripagarlo con una moneta che vale di meno – perché non è stata ottenuta in cambio di beni e servizi reali, ma è stata generata mediante una mera scrittura contabile – equivale a tentare di imbastire una bugia dalle gambe corte: ben presto tutti si accorgeranno che quella moneta non si può spendere nei termini ipotizzati all’inizio e si regoleranno di conseguenza. Sul tema suggerisco anche il dialogo (tecnicamente rigoroso ma divulgativo) tra Francesco Lippi e Michele Boldrin.

Per concludere, ogni volta che qualcuno vi racconta che il debito può sparire senza conseguenze o che si può creare contabilmente moneta analoga a quella ottenuta con transazioni reali, ricordate che il pasto che in quella rappresentazione sembra gratuito avrà invece un conto salato da pagare e che, come in una partita di poker, se non vi è chiaro fin dall’inizio chi è il pollo, vuol dire che il pollo siete voi.

@massimofamularo

 

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Falcone, il pg Scarpinato: “Molte persone sanno la verità sulle stragi ma tacciono. C’è una parte di storia che è segreta”

Pon, 21/05/2018 - 12:42

“C’è una parte della storia che è segreta, ma purtroppo non è una novità. È inquietante che sulle stragi ci siano tante persone che sanno e che continuano a tacere. Perché?”. È una domanda retorica quella che si pone il procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, nel corso di un incontro per ricordare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino alla vigilia del ventiseiseimo anniversario della strage di Capaci. “Questo è un paese che non è riuscito a sapere la verità sulla strage di Portella della Ginestra del 1947, che inaugurò la strategia della tensione in Italia. Un paese che non è riuscito a conoscere la verità sulle stragi neofasciste. Sappiamo, però, con sentenze definitive che, ad esempio, per la strage di Bologna ci sono stati i servizi segreti che hanno depistato le indagini. Ed è angosciante dovere prendere atto che la storia dei depistaggi non si ferma alle stragi neofasciste, ma arriva fino ai nostri giorni. E il processo Borsellino è una summa di tutti i depistaggi della storia italiana”, dice il magistrato che da procuratore aggiunto ha coordinato l’inchiesta sui cosiddetti Sistemi criminali, poi parzialmente confluita nell’indagine sulla Trattativa che il 20 aprile scorso ha portato alla condanna dei carabinieri Antonio Subranni, Mario Mori, Giuseppe De Donno, e del fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri

“Documenti spariti, la famosa agenda rossa, che sparisce nella immediatezza di un fatto immane quando ancora tutti sono stravolti dell’esplosione, c’è qualcuno che lucidamente prende la borsa e pochi minuti dopo la rimette nell’auto in fiamme. E non si capisce perché, perché se prendi la borsa la dai ai magistrati come corpo di reato, ha detto Scarpinato citando i pezzi mancanti della strage di via d’Amelio.  E continua: “Abbiamo dei falsi collaboratori, c’è un processo a carico di esponenti delle forze di Polizia che sono accusati di avere costruiti a tavolino questi falsi collaboratori – dice – abbiamo una intercettazione tra il collaboratore di giustizia Santino Di Matteo (il padre del piccolo Giuseppe Di Matteo sciolto nell’acido ndr) e la moglie, che parlano dopo pochi giorni dal sequestro del figlio. La moglie dice al marito: Hai capito perché hanno sequestrato nostro figlio? Ricordati che abbiamo un altro figlio, non parlare mai degli infiltrati nella polizia nelle stragì e non abbiamo mai saputo niente su questa”.

L’ex pm del processo a Giulio Andreotti ha poi ricordato che sulle stragi ci sono testimoni eccellenti ancora oggi in silenzio. “I Graviano, ad esempio, hanno ancora 50 anni e potrebbero rifarsi una vita, eppure stanno in silenzio”, ribadisce il pg di Palermo. “C’è una storia inquietante anche da questo punto di vista – ricorda ancora Scarpinato – Abbiamo avuto uno degli infiltrati, Luigi Ilarda, il primo che ci ha dato notizie preziose sull’artificiere della strage di Capaci, ci fece arrestare 15 capi importanti di Cosa nostra. Incontrò anche Provenzano per mesi, aveva anticipato che avrebbe rivelato degli scenari politici dietro le stragi. Ma è stato assassinato poco dopo”.

Allo stesso incontro ha partecipato anche Pietro Grasso, ex presidente del Senato e  già procuratore nazionale Antimafia. “Noi sapevamo fin dagli anni Cinquanta e Sessanta che la mafia era a Milano ma nessuno ha mai voluto ammettere che la mafia fosse a Milano. Fino a poco tempo fa il Prefetto di Milano diceva che la mafia non esisteva lì“, ha detto l’ex magistrato, ricordando una relazione fatta nel 1991 “per la Commissione nazionale antimafia in cui dicevamo quello che sarebbe stato Tangentopoli e nessuno aveva voluto ascoltare l’allarme”. Grasso denuncia, quindi, “la carenza della politica, e parlo della Commissione nazionale antimafia, che pur avendo messo in risalto quei segnali, poi non è stata capace né di prevenirlo né di fare in modo, con provvedimenti legislativi, di combatterla efficacemente, o di contrastarla”.

E visto che solo pochi giorni fa l’inchiesta della procura di Caltanissetta su Antonello Montante ha svelato l’esistenza di un sistema creato sulla legalità di facciata, il leader di Liberi e Uguali ha parlato anche della crisi dell’antimafia.  “L’antimafia della società civile è qualcosa di assolutamente necessario. La repressione non basta da sola, senza l’appoggio dell’antimafia del società civile”, ha detto citando associazioni come Addiopizzo o Libera. “Tutto questo – dice Grasso – è la testimonianza di un contrasto all’organizzazione mafiosa che non va dimenticato”.

L’ex procuratore di Palermo ha poi parlato del maxiprocesso – dov’era giudice a latere – spiegando che “è stato uno spartiacque” perché “mai come allora lo Stato era stato vicino nella lotta alla mafia”. Anche dal punto di vista legislativo “per far si che il maxiprocesso andasse a compimento”. “In quel periodo il Parlamento ha voluto la lotta alla mafia, c’è stato un esecutivo che dava tutte le risorse umane e finanziarie a Falcone e Borsellino, un ministero che ha aderito alla richiesta dei due giudici di celebrare il maxiprocesso a Palermo. Così, in sei mesi fu costruita l’aula bunker“. “Alla fine – dice – la magistratura, la società civile, le parti civili tra cui il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, erano tutti lì insieme contro Cosa nostra. E anche il Parlamento”.

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Contratto M5s-Lega, se lo avesse fatto il Pd i media lo avrebbero distrutto

Pon, 21/05/2018 - 12:26

E dopo due mesi e mezzo dalle elezioni è pronto il fantomatico contratto di governo fra la Lega e il Movimento 5Stelle. Dopo aver fatto uscire volutamente qualche bozza per vedere l’effetto sull’opinione pubblica, possiamo leggere nero su bianco le barzellette giallo-verdi. E non c’è dubbio: è una ca**ta pazzesca.

Se tutta questa sceneggiata fosse stata fatta dal Pd non oso pensare cosa avrebbero detto i “grandi opinionisti” fissi delle solite trasmissioni di Giovanni Floris e Bianca Berlinguer. E figuriamoci i grandi costituzionalisti. Ora sono spariti.

Per non parlare di quelli della sinistra-sinistra. Ma dopo aver assistito a cinque anni di esaltazione generale contro Matteo Renzi e a favore del populismo spinto difficile ora aspettarsi un grande mea culpa di tutti questi personaggi. Un minuto di silenzio, poi, per i grandi oppositori interni del Pd. Vivono nel loro piccolo mondo, fatto di poltroncine e citazioni famose. Come se ai cittadini importasse qualcosa di queste grandi menate pseudo- intellettuali. Leggere il “programma di governo” giallo-verde è veramente un fatto storico, ma ovviamente in negativo sia per i contenuti e per le affermazioni. Inutile commentare il Comitato di Conciliazione. Basterebbe un po’ di buon senso per capire che dette previsioni sono del tutto fuori dal mondo, oltre che – per come la vedo io – dalla Costituzione.

Troppo facile evidenziare l’assurdità di tale comitato. Utile, invece, notare che gli ex grillini e la Lega dovranno cooperare anche per le elezioni europee.

Di fatto, quindi, le prossime Europee vedranno Lega e Di Maio già alleati. Nel merito del programma, si fa per dire, è facile notare solo enucleazioni di principio senza alcuna reale proposta di legge con relativa copertura. Ci sono poi bellissimi richiami alle riforme costituzionali volute da Renzi ma tanto criticate. Riduzione drastica dei parlamentari, abolizione del Cnel e via dicendo.

Per arrivare, addirittura alla reintroduzione dei voucher. Nessuna reintroduzione del fantomatico articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Stupendo il capitoletto sul conflitto d’interessi. Dieci righe che non hanno alcun significato. Si critica la giunta per le elezioni ma non dicono nulla come eventualmente modificarla. E soprattutto, sui reali conflitti d’interesse non dicono cosa vogliono fare e in che modo. Insomma, chiacchiere, tabacco e legno. Il banco di Napoli non si impegna.

Ed ora arriva il bello. Il premier “non eletto dal popolo”. Come direbbero gli ex grillini e i leghisti, nessuno ha votato il possibile futuro premier (il nome al momento probabile è quello di Giuseppe Conte). Neanche la finta democrazia diretta si è espressa sul premier scelto da Di Maio e Salvini. Sarà, poi, divertente vedere Di Maio al ministero dello Sviluppo economico. Sempre per usare le parole ex grilline, una persona senza laurea e senza esperienza lavorativa che dovrà fare il ministro del Lavoro. Una barzelletta tutta italiana.

E vedremo, poi, gli altri ministri e sottosegretari. Finalmente ogni ipocrisia è caduta definitivamente. Vedremo a chi sarà scaricata la colpa dei fallimenti certi di questo governo. Ma una cosa è certa. Sarà uno spasso vedere improvvisamente risolti con un click tutti i problemi del Paese.

E via con il governo brasiliano.

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Musica, la stoccata di Vasco Rossi: “Non mi piacciono i duetti. Baglioni a Sanremo? Poteva evitare di farsi cantare le canzoni”

Pon, 21/05/2018 - 12:15

“Non sopporto i duetti, lo so che piacciono alla gente, ma non mi piacciono”. Parla anche di Sanremo, in particolare dell’ultima edizione, Vasco Rossi, in una lunga intervista rilasciata alla stampa alla vigilia del suo Non stop live tour, che partirà il 27 maggio da Lignano. ” Ho un grande repertorio ma non sono Baglioni. Purtroppo perché Baglioni è stato un genio, è bravo anche a organizzare le cose, ha del garbo, è educato, questa volta poteva evitare di farsi cantare le canzoni da tutti i superospiti. Mi aspettavo che facesse il direttore artistico. Quando ho visto la Nannini, ho pensato ma stiamo scherzando, ma dove siamo?”

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Accordi & Disaccordi, Luciano Moggi sul Nove: “Il mio passato calcistico? Non mi pento di nulla. Ho subito di tutto”

Pon, 21/05/2018 - 12:13

Il campionato di serie A si è concluso e la Juventus si è cucita il settimo scudetto consecutivo sul petto. Ma le polemiche non sono mancate anche in questa stagione appena conclusa. ‘Accordi & Disaccordi’, condotto da Andrea Scanzi e Luca Sommi il lunedì alle 21,25 sul Nove, questa sera avrà come protagonista uno che la Signora la conosce bene: Luciano Moggi. L’ex dirigente sportivo del club bianconero, al centro dello scandalo Calciopoli, si confronta col giornalista partenopeo Raffaele Auriemma, telecronista e tifoso del Napoli.

Moggi rifiuta ogni addebito sul suo passato e Scanzi lo paragona a Giulio Andreotti: “Ogni cosa che la riguarda, lei Moggi dice che non c’entra niente, mi ricorda Andreotti…”. L’ex procuratore tira dritto: “Lascia perdere Andreotti. Io ti dico: ‘Dimostrami il contrario’. Nessuno riesce a dimostrarmelo”. Luca Sommi ricorda le sentenze: “Però, Moggi, i giudici di primo e di secondo grado sono stati in grado di dimostrarlo …”. Moggi si difende alludendo al complotto: “Eh lì purtroppo vi auguro di non capitare dove sono capitato io, per voi e i vostri eventuali figli. Io ho subito di tutto e di più”. Sommi lo invita a redimersi: “Sa cosa diceva Carmelo Bene? Che alla fine il protagonista del dramma si pente sempre. Si penta Moggi”. Niente da fare, Moggi non ha dubbi: “No. Non posso pentirmi perché ho fatto del bene a troppi, compreso il calcio italiano. Se volete mi pento, volete che pianga?”.

“Accordi&Disaccordi”, in onda tutti i lunedì alle 21.25, è una serie originale prodotta da Loft Produzioni per Discovery Italia e sarà disponibile anche su Dplay (sul sito www.it.dplay.com – o scarica l’app su App Store o Google Play). Nella prima puntata, Alessandro Di Battista e l’ex magistrato e senatore Pd Gianrico Carofiglio si sono confrontati sulla difficile alleanza tra il Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio e la Lega di Matteo Salvini. Nove è visibile al canale 9 del Digitale Terrestre, Sky Canale 145 e Tivùsat Canale 9.

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Giovanni Ciacci a Domenica Live: “Victoria Beckham non sorride mai? Ecco perché”

Pon, 21/05/2018 - 11:51

Dopo l’esperienza a Ballando con le Stelle, Giovanni Ciacci è approdato negli studi Mediaset per una ospitata a Domenica Live. E alla conduttrice Barbara D’Urso ha raccontato un gossip ‘succoso’ per gli amanti del genere. Argomento, Victoria e David Beckham, con lei sempre più imbronciata anche in occasioni liete come il matrimonio regale tra Harry e Meghan Markle. La motivazione per Ciacci sarebbe cosa nota, soprattutto in Spagna dove, dice Ciacci, “lo sanno tutti”. “Perché Victoria non sorride mai? Perché lui la riempie di corna. Pure con una mia amica, una tua collega spagnola! Quando Victoria è andata a Madrid l’ha trovata in una palestra, l’ha presa per i capelli e la ha trascinata per terra”. Queste le parole di Ciacci che alla D’Urso ha anche suggerito di “chiedere ad Aida Nizar“.

 

 

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Mondo di mezzo, 20 rinvii a giudizio e una condanna in abbreviato: a processo anche ex capogruppo Pd in Campidoglio

Pon, 21/05/2018 - 11:39

Una condanna col rito abbreviato e altri venti rinvii a giudizio, compreso l’ex capogruppo del Pd in Campidoglio. Inizierà il prossimo 19 settembre un altro processo su uno dei filoni dell’inchiesta sul Mondo di Mezzo. Lo ha deciso il gup di Roma Monica Ciancio ordinando il rinvio a giudizio per Francesco D’Ausilio, ex numero uno del Pd in consiglio comunale, l’ex direttore generale di Ama, Giovanni Fiscon e il ras delle coop Salvatore Buzzi. Contestati vari episodi, tra il 2011 ed il 2014, di corruzione, turbativa d’asta, rivelazione del segreto d’ufficio e finanziamento illecito.

È stato condannato con l’abbreviato, invece, Emilio Gammuto, collaboratore di Buzzi, a cui erano già stati inflitti tre anni nel filone principale. Finiranno alla sbarra anche gli imprenditori Fabrizio Amore e Flavio Ciambella, Fabio Tancredi, ex direttore del decimo Dipartimento Tutela Ambientale e del Verde-Protezione civile di Roma Capitale. A processo anche Nadia Cerrito, ex collaboratrice di Buzzi, Clelia Logorelli, quale dirigente preposto al settore verde di Eur spa, Giampaolo Cosimo De Pascali, appuntato dei carabinieri e all’epoca dei fatti in servizio presso l’Ufficio direzione Sovrintendenza centrale Servizi di Sicurezza, il presidente della cooperativa Capodarco Maurizio Marotta.

Per l’ex sindaco di Sant’Oreste Sergio Menichelli e Raniero Lucci (collaboratore di Buzzi) e Marco Placidi (ufficio tecnico comune di Sant’Oreste) il giudice ha disposto la trasmissione degli atti per competenza alla Procura di Tivoli. In totale il pm Luca Tescaroli aveva chiesto il rinvio a giudizio di 24 persone. Il processo principale sul Mondo di Mezzo, nel frattempo, è approdato alle battute finali dell’Appello.  L’accusa, nella parte finale delle richieste sostenuta dal procuratore generale Antonio Sensale, ha chiesto 26 anni e mezzo per Massimo Carminati e 25 anni e 9 mesi per l’ex ras delle cooperative romane Salvatore Buzzi per associazione a delinquere di stampo mafioso. “Chiediamo di ripristinare il 416bis nelle forme pluriaggravate nelle quali viene contestato. Riteniamo sussistente l’articolo sette per le estorsioni e gli episodi corruttivi contestati” ha detto il magistrato. In primo grado Carminati e Buzzi sono stati condannati rispettivamente a 20 e a 19 anni di carcere per associazione a delinquere senza l’aggravante mafiosa e detenuti dal dicembre del 2014.

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Contratto di governo, Zagrebelsky: “È patto per il potere. Sulla sicurezza emerge uno Stato spietato con deboli e diversi”

Pon, 21/05/2018 - 11:26

Da una parte c’è il voto del 4 marzo che “ha detto una cosa semplice e una difficile. Quella semplice è un desiderio di rottura; quella difficile è il compito ricostruttivo“. Dall’altra ci sono i poteri di Sergio Marttarella che “teoricamente potrebbe respingere le proposte fattegli. Ma, se lo immagina il caos che ne deriverebbe?”.  Sono gli scenari disegnati da Gustavo Zagrebelsky in un’intervista al quotidiano Repubblica. Il capo dello Stato riceverà nel pomeriggio le delegazioni di Lega e Movimento 5 stelle per le consultazioni che potrebbero essere decisive per il governo.

Ma non è scontato che dal presidente della Repubblica arrivi un avallo totale alle proposte di Matteo Salvini e Luigi Di Maio. “Sembra si stia configurando un governo a composizione e contenuti predeterminati, totalmente estranei al Parlamento e al presidente della Repubblica. Il quale rischia di trovarsi con le spalle al muro per effetto di un contratto firmato davanti al notaio. Eppure, la nomina del governo spetta a lui. Lui non è un notaio che asseconda muto”, ha detto il presidente emerito della Corte costituzionale. “Se egli accettasse a scatola chiusa ciò che gli viene messo davanti, si creerebbe un precedente verso il potere diretto e immediato dei partiti, un’umiliazione di Parlamento e presidente della Repubblica, una partitocrazia finora mai vista”.

Quindi, come si comporterà il capo dello Stato? “Il presidente, ricordando vicende del passato, ha detto con chiarezza ch’egli intende far valere le sue prerogative. Potrebbe procedere a nuove consultazioni, e poi conferire un incarico corredato da condizioni che spetta a lui dettare, come rappresentante dell’ unità nazionale e primo garante della Costituzione“. Zagrebelsky ha qualche perplessità anche sui contenuti del contratto di governo siglato da Lega e M5s. “Questo – spiega – non è un contratto ma un accordo per andare insieme al governo. Insomma, un patto di potere, sia pure per fare cose insieme. Niente di male. Ma chiamarlo contratto è cosa vana e serve solo a dare l’idea di un vincolo giuridico che non può esistere”.

A focalizzare la preoccupazione del costituzionalista sono soprattutto “i vincoli generali di bilancio. Mi pare che, sulle proposte che implicano spese o riduzioni di entrate, si discuta come se non ci fosse l’ articolo 81 della Costituzione che impone il principio di equilibrio nei conti dello Stato e limiti rigorosi all’ indebitamento. Ciò non deriva (soltanto) dai vincoli europei esterni, ma prima di tutto da un vincolo costituzionale interno che non riguarda singoli provvedimenti controllabili uno per uno, ma politiche complessive”. L’ex presidente della Consulta si dice poi “colpito dalla superficialità con la quale si trattano i problemi della sicurezza. Dall’insieme, emerge uno Stato dal volto spietato verso i deboli e i diversi”, dall’autodifesa all’uso del Taser”, fino alle misure contro l’immigrazione clandestina: il presidente della Repubblica avrebbe motivo di intervenire, “contro involuzioni che travolgono traguardi di civiltà faticosamente raggiunti”. Quanto al “comitato di conciliazione“, osserva, è “cosa piuttosto innocua se rimane nella dinamica dei rapporti politici tra i contraenti. Cosa pericolosissima, anzi anticostituzionale, se dalle decisioni di tale comitato si volessero far derivare obblighi di comportamento nelle sedi istituzionali, del presidente del Consiglio, dei ministri, dei parlamentari”.

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Clima, la rivoluzione energetica si è fermata. E il contratto di governo non la aiuta

Pon, 21/05/2018 - 11:12

di Mario Agostinelli e Roberto Meregalli

Con una lettera aperta pubblicata dal Financial Times perfino le società petrolifere riconoscono che devono fare di più per combattere il cambiamento climatico. Arrivando ad “assumere la responsabilità di tutte le emissioni” di gas serra, comprese quelle prodotte dall’impiego di combustibili fossili come la benzina per le auto o il gas con cui scaldiamo le nostre case. A chiederlo è un gruppo di 60 grandi investitori-fondi, banche e assicurazioni, che insieme gestiscono più di 10mila 400 miliardi di dollari e che alzano la pressione sulle major a livelli senza precedenti proprio a pochi giorni dalle assemblee degli azionisti, in cui l’ambiente promette di essere un tema centrale.

La Royal Dutch Shell voterà una mozione che chiede un taglio più aggressivo delle emissioni di Co2 rispetto al dimezzamento a cui il management “ambisce” entro il 2050. Nonostante le riserve, si sono schierati a favore anche la Church of England e il fondo pensioni dell’Agenzia per l’ambiente britannica. Il testo afferma che “a prescindere dal risultato all’assemblea di Shell” tutte le compagnie del settore dovrebbero “chiarire come vedono il loro futuro in un mondo low-carbon“. La richiesta in particolare è che le major assumano “impegni concreti” per ridurre in modo significativo la Co2, per stimare l’impatto delle emissioni legate all’impiego dei combustibili che producono e per “spiegare come i loro investimenti siano compatibili con il percorso verso gli obiettivi di Parigi“, che impegnano a contenere il riscaldamento globale almeno entro 2° C. Sono ormai diversi anni che il mondo della finanza ha preso coscienza dei rischi legati al cambiamento climatico: rischi non solo per l’ambiente, ma anche per gli investimenti stessi

Il 2018 è l’anno in cui dovrebbero essere realizzate le prime bozze  dei Piani energia e clima, gli strumenti con cui i Paesi membri dell’Unione europea dovranno mostrare le politiche e le strategie per raggiungere gli obiettivi fossati per il 2030 e che per l’Italia rappresentano l’occasione per dare concretezza a quanto scritto nella Strategia energetica nazionale (Sen), predisposta oramai da quasi un anno.

Della Sen in verità, al di fuori degli addetti ai lavori e della stampa specializzata, se ne è parlato poco. Probabilmente non a torto perché si tratta di un documento che ha solo valore di indirizzo, approvato da un governo in scadenza, quasi un lascito a quello successivo per la sua messa in pratica. È comprensibile quindi che dopo la sua approvazione l’ad di Enel Francesco Starace, rispondendo ai giornalisti, abbia detto che “abbiamo la direzione ma non ci sono stati dati strumenti per arrivare agli obiettivi indicati”. Il tema di cui si era dibattuto era soprattutto quello della chiusura delle centrali a carbone entro il 2025, decisione che porrebbe qualche problema all’impianto di Torrevaldaliga nord, avviato nel 2009 e che quindi avrebbe bisogno di qualche anno ancora dopo il 2025 per ammortizzare l’investimento. La realtà però è che la politica si muove più lenta delle imprese perché il ministero ancora non ha dato l’ok a dismettere la centrale di umbra di Bastardo, che Enel ha deciso da tempo di non utilizzare più.

La Sen, ricordiamolo, prevede una decarbonizzazione completa (ossia chiusura di tutte le centrali a carbone) entro il 2025, produzione con fonti rinnovali del 55% dei consumi elettrici (quindi significa arrivare a generare 184 miliardi di chilowattora l’anno con le Fer (Fonti energetiche rinnovabili)] e riduzione dei consumi finali di energia dell’1,5% annuo fra il 2021 e il 2030.

Qual è la realtà? La realtà è che i consumi non scendono; Nel 2017 i consumi di energia primaria sono aumentati dello 0,8% rispetto al 2016. Di positivo è da segnalare che sono aumentati della metà rispetto all’aumento del Pil, che nel 2017 è cresciuto dell’1,5%. I consumi finali di energia sono invece aumentati dell’1,3% circa, dunque in misura di poco inferiore all’aumento del Pil; per citare Enea: “un segnale che nella forte contrazione dei consumi di energia dell’ultimo decennio l’auspicato disaccoppiamento tra crescita economica e consumi energetici ha avuto un ruolo meno rilevante di quello avuto dalla crisi economica”.

Nel 2017 si è consolidato il ruolo del gas naturale come prima fonte primaria del sistema energetico italiano, coprendo il 36,5% del totale. Per il terzo anno consecutivo i consumi sono aumentati in modo significativo (+6%, dopo il +5% del 2016). I consumi di petrolio sono invece diminuiti di un punto percentuale, il carbone presenta per il secondo anno consecutivo un calo in doppia cifra (-12% dopo il -10% del 2016) e si riduce al 6% del mix.

E le fonti rinnovabili? Per il terzo anno consecutivo sono in calo! L’aumento del solare e dell’eolico non hanno compensato la perdita dell’idroelettrico. Più volte abbiamo sostenuto che un sistema basato su queste fonti deve prevedere un mix dimensionato in modo da rendere complementari le fonti; e in Italia solare ed eolico sono fortemente sottodimensionate se si vuole che siano in grado di supplire all’acqua negli anni di siccità. Il risultato è stato l’aumento della generazione termoelettrica: +4,6% (dopo il +4,3% del 2016 e il +9,4% del 2015), che ha raggiunto i massimi degli ultimi cinque anni.

Questi pochi numeri mostrano come la rivoluzione energetica sia ferma, mostrano che gli obiettivi della Sen al momento sono delle chimere: dal 2015 al 2030 per raggiungerli la generazione da Fer dovrebbe aumentare del 70%. I dati delle istallazioni dei primi tre mesi 2018 sono impietosi: fotovoltaico, eolico e idro non hanno superato i 138 Mw, con un calo del 5% rispetto al primo trimestre 2017.

Cosa scoveremo dal cilindro per implementare la Sen? Cosa scriverà il nuovo governo nel Piano per l’energia e il clima? Il contratto di governo Salvini-Di Maio appare estremamente deludente, clima ed energia emergono (o meglio scompaiono) come problemi molto secondari. La parola clima non è mai citata, compare il termine “cambiamento climatico” solo nella parte finale della sezione intitolata Ambiente, green economy e rifiuti zero (il che già stupisce): “In tema di contrasto al cambiamento climatico sono necessari interventi per accelerare la transizione alla produzione energetica rinnovabile e spingere sul risparmio e l’efficienza energetica in tutti i settori”; una frase così generica da essere perfetta forse per un programma elettorale non di certo per un programma di governo. E la parola “fonti rinnovabili” compare una sola volta in tutto il testo, sempre nelle righe finali di questa sezione. Impossibile commentare, manca qualsiasi elemento di concretezza.

Nessuna citazione sul decreto per le rinnovabili abbozzato dal ministero, nessun chiarimento se davvero per effetto della flat tax scompariranno tutte le detrazioni in vigore (senza le quali le installazioni casalinghe di pannelli fotovoltaici sparirebbero perché i tempi di payback praticamente raddoppierebbero), niente su come rinnovare il parco eolico, sul tema batterie, sulle comunità energetiche, sulla questione che si trascina da anni dello sblocco dei sistemi di distribuzione chiusa per dare la possibilità di fornire elettricità generata da un impianto rinnovabile, ad altre utenze contigue. Niente su questa già debole Sen o sul piano per il clima. Insomma, al momento il piatto è davvero vuoto. Il clima invece non sta fermo. Clima e ambiente sono uno dei nostri maggiori problemi, insieme alle diseguaglianze sociali. Come scrisse anche papa Francesco nella Laudato sì. L’avranno letta?

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Come sta Nadia Toffa? La conduttrice assente anche per l’ultima puntata de Le Iene. E Nicola Savino aggiorna i fan

Pon, 21/05/2018 - 10:56

Stasera ci guarda da casa, sta riposando“: con queste parole Nicola Savino ha aggiornato gli spettatori de Le Iene su Nadia Toffa che anche ieri sera non era presente in studio. La conduttrice de Le Iene sta combattendo una dura battaglia contro il cancro, come lei stessa aveva annunciato in trasmissione lo scorso febbraio. E con grande forza e positività, Nadia aggiorna sempre i suoi tantissimi fan attraverso i suoi profili social, cosa che stavolta non ha fatto. Ecco perché nelle ultime ore in molti scrivono messaggi e cercano di capire qualcosa di più sulle sue condizioni di salute. Quella di domenica 20 maggio è stata l’ultima domenica della stagione de Le Iene. Chissà se Nadia deciderà di fare “un’incursione” mercoledì, durante la puntata condotta da Ilary Blasi e Teo Mammucari, o se invece occorrerà aspettare la prossima edizione del programma per vederla di nuovo in pista.

 

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Nicaragua, la rivoluzione tradita da chi si definisce ‘sandinista’

Pon, 21/05/2018 - 10:50

Il video è virale: frati con le loro tonache bianche che stanno in quello spazio vuoto tra la polizia in tenuta antisommossa e i manifestanti disarmati. Si pongono come scudi umani per evitare altro sangue, altri morti.

Somos estudiantes, no somos criminales scrivono i giovani sui cartelli, per contrastare le bugie governative a cui non crede nessuno, per affermare la loro dignità. E’ paradossale che coloro che si chiamano sandinististi, si trovino ora dalla parte della repressione del popolo.

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Daniel Ortega era il capo dei Sandinisti che rovesciarono il dittatore Somoza, ultimo di una dinastia che ha tiranneggiato per 200 anni il Paese. Sandinisti nel nome di Sandino, che aveva sconfitto gli americani che hanno sempre considerato questi Paesi il cortile di casa, sostenendo prima i Somoza e armando i Contras che dall’Honduras lottavano per sostenere gli interessi americani nel paese, uno dei più poveri del centro e Sud America.

Purtroppo il potere esercitato troppo a lungo corrompe, e la coppia Ortega non era più popolare da tempo, in particolare la moglie. L’idea di aumentare i contributi per le pensioni e dare poi meno ai pensionati per rimpinguare le casse depredate del governo è la prova della distanza dal popolo del governo, ed è stata la scintilla che ha incendiato il pagliaio. Non è bastato ritirare la sciagurata riforma, studenti, contadini, il popolo tutto si è messo in marcia, incontrando una repressione che ha lasciato moltissimi morti sul terreno.

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Le cronache mediorientali di Robert Fisk e Hamid Sulaiman. Parole e disegni fra sangue e inchiostro

Pon, 21/05/2018 - 10:49

A terra giaceva un uomo diviso in due. C’era una donna incinta: riuscivo a vedere il braccio e la gamba del bambino non ancora nato che le spuntavano dalla pancia. Poi c’era un uomo con schegge di shrapnel nella testa. Non era morto, ma si vedeva un pezzo di metallo infilato nel collo, Ha chiesto alla figlia di aiutarlo ad alzarsi. e le ho sentito dire: “Aspetta un attimo, sto cercando di rimettere insieme mio fratello: è diviso in due”. C’era un altro fratello che teneva un bambino fra le braccia. Il bambino era senza testa.

Il martirio di una nazione. Il Libano in guerra

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Si tratta probabilmente di uno dei brani più laceranti de Il martirio di una nazione di Robert Fisk (traduzione di Alessandra Maestrini e Bruna Tortorella; il Saggiatore) e riguarda l’episodio – divenuto tristemente celebre e poi di nuovo dimenticato – del massacro a Qana, compiuto dalle forze israeliane su civili rifugiatisi nel compound dell’Onu; 106 i morti, più della metà bambini, e 116 i feriti, quasi tutti con arti amputati.

Il pregio del libro di Fisk – opera che dovrebbero leggere tutti: chi vuole capire il Medio Oriente, chi vuole capire come si scriva un reportage, chi vuole capire cos’è il new journalism, chi vuole capire come si sta dalla parte di chi subisce la Storia, chi vuole capire che per raccontare le cose devi conoscerle a fondo e non scrivere mai per sentito dire – è quello di dimostrare che le vittime non sono mai necessariamente solo di una confessione religiosa. Un testo che dovrebbe essere reso obbligatorio nelle scuole, nei circoli di lettura, nei corsi di giornalismo, nelle università. Rispetto al più vasto (geograficamente parlando, monumentale) Cronache mediorientali, in questo lungo resoconto Fisk analizza le lacerazioni del Libano per tracciare un profilo, drammaticamente attuale di tutta l’area.

Cronache mediorientali. Il grande inviato di guerra inglese racconta cent'anni di invasioni, tragedie e tradimenti

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Dai sopravvissuti di Auschwitz alla fondazione di Israele e la diaspora palestinese, dall’ascesa e caduta dello stato libanese all’ingerenza europea e siriana, dalla rabbia cieca delle milizie cristiane all’incapacità dell’Olp, dalle Nazioni unite prigioniere in Libano al radicamento del jihad islamico, dal massacro di Sabra e Shatila ai 106 civili trucidati a Qana e a quelli sterminati nel 2006 nella nuova guerra israeliana, il giornalista inglese scrive uno straordinario spaccato di profonda umanità, non risparmiando critiche a nessuno attraverso la lucida e puntuale analisi del testimone oculare (almeno dai fatti accaduti dal 1975 in poi). E così Ghazi Kanaan, re Hussein di Giordania, Philip Habib, Camille Chamoun, Terry Anderson, Nabih Berri, Yasser Arafat, Pierre e Bashir Gemayel, Hussein Mussawi (per citarne solo qualcuno), diventano personaggi e protagonisti di un’epopea straziante, drammatica e vivida, riportata nel modo più onesto possibile.

Freedom Hospital di Hamid Sulaiman (traduzione di Marco Ponti, prefazione di Cecilia Strada; Add Editore), è una graphic novel che narra l’odierna quotidianità siriana. La primavera araba è ormai sprofondata in una melma di sangue e odio e i tg hanno trasformato in loop la sofferenza di un intero popolo. Yasmine, una tenace pacifista, ha aperto un ospedale clandestino in una cittadina controllata dall’esercito regolare di Bashar al-Assad. Al suo interno vivono malati e medici dai profili umani e psicologici più disparati: un islamista radicale, un curdo, un alauita, un ex tassista, una cuoca sunnita, una giornalista. Le stagioni si succedono, nascono e si disfano amicizie, i tradimenti, così come i gesti di profonda solidarietà, si avvicendano. Ne viene fuori un ritratto unico, un collage di volti e situazioni di drammaticità universale, utile per capire un punto di vista particolare: quella del creatore dell’opera. L’esigenza di raccontare e disegnare quello che molto spesso non ci viene illustrato.

Freedom hospital. Una storia siriana

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Come scritto dallo stesso Sulaiman: “Sono fuggito dalla Siria il 17 agosto 2011, la mia prima destinazione è stato l’Egitto. Un giorno, in taxi, il conducente mi ha chiesto se Assad stava dalla parte dell’armata libera siriana: ho capito che la mancanza di mezzi di informazione liberi aveva creato enormi fraintendimenti. Quando sono arrivato in Francia, nel 2012, la confusione sulla Siria era ancora più grande. Penso che nessuno possa raccontare quel che succede in Siria, nemmeno le persone che vivono quegli avvenimenti terribili. Ho scritto Freedom Hospital per raccontare il mio punto di vista su quel che succede, non per spiegarlo. Non ho cercato di essere neutro e non pretendo di scrivere l’esatta realtà delle cose, ma dovevo dar forma a questo grido che avevo in gola.”

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Contratto di governo Lega-M5s, manca un’adeguata tutela delle donne

Pon, 21/05/2018 - 10:30

“In quel contratto tra Lega e Movimento 5 Stelle le donne stanno tra gli anziani e la periferia”. Lo scrivono in un comunicato le attiviste di Rebel Network quando criticano l’impalcatura del Contratto stilato tra da Lega e Movimento 5 Stelle. Anche Donne in rete contro la violenza (D.i.Re ) esprime un giudizio negativo: ieri l’ appello al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, affinché sia rispettata la Convenzione di Istanbul. Il documento dei giallo verdi contiene passaggi che sono pericolosi per le donne vittime di violenza e lascia al palo le politiche per la parità di genere, seguendo il pessimo esempio dei governi precedenti.

L’associazione nazionale dei Centri antiviolenza stigmatizza diversi passaggi. Il Contratto introduce l’equiparazione delle figure genitoriali ma non tiene conto che le famiglie italiane non abitano tutte nel Mulino Bianco. Nei casi di violenza non si può applicare l’affidamento condiviso perché si espongono le donne e i minori, alle vessazioni di mariti e padri violenti. Gli studi confermano che è soprattutto nel momento della separazione che aumenta la violenza. Invece il documento impone la mediazione familiare senza eccezioni e dimentica che la Convenzione di Istanbul la vieta nei casi di violenza. Sono trascorsi pochi mesi dalla strage di Cisterna di Latina compiuta da Luigi Capasso che si uccise dopo aver assassinato le figlie e ferito gravemente la moglie.

La mediazione familiare fu l’unica risposta che le istituzioni offrirono ad Antonietta Gargiulo. Sappiamo come è andata a finire. Il rischio di rappresaglia e uccisione dei figli da parte di uomini maltrattanti non è trascurabile. Ieri Pasquale Filippone, un imprenditore 49enne, ha lanciato da un viadotto la figlia tredicenne della compagna, morta poche ore prima cadendo dal balcone. Forse assassinata anche lei. La superficialità e il pressapochismo del documento di Lega e 5 Stelle allarma  i Centri antiviolenza: come è possibile continuare ad ignorare direttive internazionali che prevedono una sospensione del diritto paterno se ci sono stati maltrattamenti?

Così l’inserimento  nel Contratto dell’alienazione parentale, pregiudica la tutela delle donne:  presuppone che la paura del padre sia sempre frutto della manipolazione materna invece che della violenza. Un altro aspetto negativo sottolinea D.i.Re è che “la violenza maschile contro le donne, non è mai nominata come tale, limitandosi il Contratto a riferirsi alla sola violenza sessuale mentre  l’approccio scelto è meramente securitario e repressivo, pur essendo ormai nota e scientificamente provata l’inefficacia di tale orientamento ai fini della prevenzione”. Un approccio già duramente criticato con i governi precedenti. Di.Re conclude stigmatizzando “la violazione dei diritti umani fondamentali di donne, bambini, bambine e migranti, tra i quali moltissime donne con alle spalle dolorose esperienze di violenza e tratta , che il Contratto manifesta nel suo complesso”.

Rebel Network giudica negativamente “l’assenza di consapevolezza di nuove istanze sociali volte a considerare la parità di genere. La conciliazione famiglia-lavoro prevista nel contratto esclude gli uomini (in un Paese dove la cura della casa, dei figli e degli anziani è già in gran parte sulle spalle delle donne), ostacolando così una più moderna visione della genitorialità e della cura responsabilmente condivisa”. I congedi parentali, introdotti in diversi Paesi del nord Europa sia per madri che per  padri,  favoriscono la  distribuzione equa del lavoro di cura e l’indipendenza economica delle donne. Nel Contratto non se ne vede nemmeno l’ombra! L’equiparazione delle figure genitoriali è furbescamente  prevista solo con la separazione ma non durante il matrimonio.  Non c’è traccia nemmeno di politiche volte a contrastare la povertà  e la disoccupazione femminile  ma “la parità” viene con disinvolta paraculaggine perorata solo per escludere l’automatismo dell’assegno di mantenimento, previsto fino ad oggi, in favore del coniuge economicamente più debole.

Torna la nostalgia canaglia del “premio” per la maternità riportandoci, dicono le attiviste Rebel Network “ all’insopportabile retorica da ventennio fascista di dare figli alla patria e della maternità come dovere sociale e non come desiderio e scelta individuale”.

“Le donne – osserva Rebel Network – stanno tra periferie e anziani” oppure, spiega D.iRe, sono lasciate ostaggio degli autori di violenza: è questo quindi il progetto politico giallo verde?

Vignetta di Anarkikka

@nadiesdaa

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Vasco Rossi torna sul palco con il Non stop live: “Mai pensato di smettere, riparto con un never ending tour”

Pon, 21/05/2018 - 10:25

“Dopo Modena Park potevo smettere, molti pensavano che smettessi, dopo una cosa del genere così un po’ sugli allori, aspetti. Ma io non sono fatto così. Andare sul palco vuol dire dovermi tenere anche un po’ in riga”. A poco meno di un anno dal concerto dei record di Modena, Vasco Rossi si prepara per salire di nuovo sui palchi d’Italia, con il Non Stop Live Tour (parte il 27 maggio da Lignano). “Mai pensato di smettere. Dopo Modena Park ho fatto una seduta psicanalitica: mi sono ritrovato a cantare delle canzoni che non cantavo da 30 anni e che avevo scritto quando ne avevo 20. Quando ho iniziato le prove, i primi due tre giorni mi sentivo un po’ spaesato. Dicevo io non sono più quello di Bollicine, non mi ricordavo neanche più le parole. Poi dopo due tre giorni sono ritornato nel clima, mi sono ritrovato dentro, ed è stato come ritornare a casa. Mi sono riappacificato con me stesso”

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Bolzano, ordigno con svastica esplode davanti a centro profughi. Lega: “La gente è stufa”

Pon, 21/05/2018 - 10:18

Una forte esplosione e un cartello con una svastica, una croce celtica e una scritta razzista. Tutto contro i 39 richiedenti asilo ospiti nel Centro di accoglienza di Appiano, paese di 15mila abitanti vicino a Bolzano, in Alto Adige. L’esplosione è avvenuta nella notte tra sabato e domenica: l’ordigno, sulla cui natura gli inquirenti stanno ancora indagando, è stato piazzato sul cancello d’entrata dell’ex caserma Mercanti, la struttura che si trova alle porte del paese. L’assessore alle politiche sociali della Provincia autonoma, Martha Stocker, non esita a definire l’azione un “attentato”. Invece Massimo Bessone, coordinatore della Lega Alto Adige, condanna ma giustifica: “La gente è sempre più stufa”.

Ad Appiano, paese di vigneti, meleti e turismo, in cui l’80% della popolazione è di madrelingua tedesca, il centro di accoglienza è gestito per conto della Provincia dall’Associazione Volontarius. La struttura è attiva da due anni e organizza percorsi di accoglienza e inclusione sociale. Tanto che dei 39 ospiti, 28 hanno un contratto di lavoro a tempo determinato e altri dieci stanno svolgendo corsi di formazione per poi poter trovare un impiego in alberghi e ristoranti. “La popolazione è molto impegnata in attività di volontariato“, fa presente l’assessora Stocker, che poi dichiara: “L’attentato costituisce quindi un affronto non solo nei confronti dei profughi, che hanno già sofferto molto e che ora si impegnano per crearsi una nuova vita, ma anche per tutte le persone che come operatori del volontariato e come volontari lavorano e collaborano in favore dei richiedenti asilo”.

“Si tratta di un atto criminale – scrive in una nota Volontarius – che evidentemente vuole minare gli sforzi messi in atto da parte della Provincia, del Comune di Appiano, della nostra Associazione e delle altre organizzazioni che operano in questo campo”. “Va sottolineato – aggiunge – che nel corso di questi mesi di attività vi è stata una proficua collaborazione con la popolazione locale, testimoniata anche dalla presenza di volontari che dedicano con impegno il loro tempo ad assistere queste persone”.

Proprio i volontari, vittime dell’intolleranza come i richiedenti asilo, denunciano la loro preoccupazione. “Il fatto ha sconvolto gli ospiti ma anche gli operatori”, spiegano gli attivisti di Antenne Migranti, il progetto che monitora la rotta dei migranti verso il Brennero. “E’ un caso che richiede una riflessione su come garantire maggiore sicurezza ai richiedenti asilo accolti e all’equipe di lavoro, specialmente nei turni notturni”, avvertono. “Pensiamo inoltre sia importante che gli stessi abitanti di Appiano partecipino alla discussione dell’accaduto e prendano posizione contro questo atto violento e vigliacco“, conclude il loro comunicato.

La condanna per un gesto che “produce paura e ulteriore violenza” arriva infine dal presidente della provincia di Bolzano, Arno Kompatscher. “Noi condanniamo fermamente questo vile atto”, scrive anche Bessone, coordinatore del Carroccio altoatesino. “Detto questo – si legge nella sua nota – pare evidente che la gente è sempre più stufa della politica sin qui intrapresa dagli ultimi governi in materia di immigrazione. Speriamo vivamente che il governo che sta per nascere possa occuparsi e risolvere al più presto queste problematiche di primaria importanza”.

(immagine d’archivio)

L'articolo Bolzano, ordigno con svastica esplode davanti a centro profughi. Lega: “La gente è stufa” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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