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Yemen, la guerra di cui non si può parlare

4 ure 2 min ago

Da quasi tre anni nello Yemen si combatte una guerra tra la minoranza sciita Houthi e il governo (Hadi) che rappresenta l’ala sunnita, quindi vicino all’Arabia saudita. Come ho avuto modo di denunciare nel mio intervento in Senato di martedì, in Yemen, in queste ore è in corso una violentissima battaglia per la conquista della città portuale di Hodeidah. Il porto è una delle poche vie d’accesso per gli aiuti umanitari che alleviano le sofferenze di una popolazione costretta alla fame dall’embargo della coalizione a guida saudita. Nelle ultime 48 ore i morti sono più di 150, inclusi i civili, tra questi anche tanti bambini come la piccola Amal di sette anni morta per fame e indifferenza. La piccola Amal è il simbolo di questo orrore che sembra non abbia fine ma sono 50mila i bambini malnutriti che rischiano di morire quest’anno. Un’ignobile carneficina che deve finire e che dobbiamo condannare con forza.

Il mondo intero si è giustamente indignato per l’uccisione di Kashoggi per mano dei sicari sauditi, come facciamo a rimanere silenti di fronte a una guerra che continua da anni, con immani sofferenze per la popolazione yemenita? Come hanno potuto i media nostrani a dedicare prime pagine all’albero di Natale “spelacchio” e ignorare del tutto chi muore sotto le bombe saudite? Cosa faranno quest’anno i signori dell’informazione mainstream? Continueranno a parlare dell’albero di Natale di Roma per colpire la Raggi o inizieranno, finalmente, a trattare tale argomento? Temo che l’oblio su questa guerra resterà per non contrastare i mercanti di morte che tanto stanno lucrando. L’informazione ha un ruolo centrale in ogni guerra, una volta si chiamava più propriamente propaganda.

I mass media possono scegliere di occuparsi o meno di una guerra, ma così facendo scelgono di schierarsi, con il proprio silenzio, verso uno o l’altro schieramento. L’opinione pubblica non si accorge di ciò che accade in Yemen, quando invece come dimostrano moltissimi casi negli ultimi anni, potrebbe mobilitarsi per chiedere la fine delle ostilità. Nessuno racconta l’epidemia di colera sta provocando la morte di migliaia di civili, le infrastrutture come ospedali, vie di collegamento, ma anche mercati, moschee e centri abitati vengono quotidianamente colpiti, causando la morte di moltissimi civili e l’interruzione di servizi vitali. Il Parlamento europeo ha chiesto l’avvio di un’iniziativa finalizzata all’imposizione di un embargo Ue sulle armi all’Arabia saudita mentre il segretario Generale dell’Onu Guterres ha condannato più volte i raid sauditi.

Come giustificare questo silenzio, se non con l’imbarazzo di contestare un attore internazionale economicamente forte come l’Arabia saudita? Eppure in queste settimane la stampa statunitense riporta sempre più notizie sullo Yemen, racconta storie come quella della piccola Amal, racconta la sofferenza di un popolo intero, come faceva anche Kashoggi prima di essere barbaramente assassinato da sicari sauditi. Se Kashoggi è stato soffocato e fatto a pezzi dai suoi aguzzini nel silenzio di una stanza di un consolato saudita in Turchia, anche lo Yemen è soffocato e fatto a pezzi a causa di un embargo insostenibile e di una violenza senza fine, nel silenzio dei governi e dell’opinione pubblica internazionale. Questo non può essere accettabile specie per noi che abbiamo venduto ingenti quantità d’armi all’Arabia saudita.

Al comunità internazionale deve fare pressioni nell’immediato per fermare la carneficina di civili a Hodeidah il prima possibile con una tregua che permetta di soccorrere i feriti e mettere in salvo i civili da una città sotto assedio da mesi. E’ necessario altresì garantire il transito degli aiuti umanitari alla popolazione yemenita. Secondo l’Onu ci sono 14 milioni di persone in condizioni di precarestia, di questi 2 milioni sono bambini. L’aviazione saudita e quella dei suoi alleati devono interrompere immediatamente i bombardamenti a strutture ospedaliere, mercati e centri abitati e rispettare le regole internazionali, già troppe volte ignorate. Dopo il risultato estremamente positivo del vertice di Palermo sulla Libia, sarebbe auspicabile che il nostro governo anche per lo Yemen intraprenda un’azione decisa all’interno degli organismi internazionali di cui fa parte. Un’azione che potrebbe partire con il sostegno alla Svezia, attualmente impegnata in una proposta di road map per la pace nell’area. Il ministro degli affari esteri degli Emirati arabi uniti, Anwar Gargash ha accolto con favore la proposta di tenere i colloqui di pace in Svezia e si spera che questa volta le cosa vadano diversamente.

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Violate le mail certificate di Ministero Giustizia e Interno, possiamo stare tranquilli? Forse no

4 ure 4 min ago

Le infezioni informatiche e gli attacchi cibernetici somigliano molto a determinati malanni che si manifestano solo a distanza di tempo. E così certi assalti hacker vengono a galla quando qualcuno tra le vittime si accorge (tardi) che è successo qualcosa.

A quanto pare è toccato in sorte a due dicasteri in prima linea sui temi della sicurezza e del contrasto alla criminalità. Il Ministero della Giustizia avrebbe diramato una comunicazione a magistrati e a personale non togato per informare che il servizio di comunicazione mail “certificato” è inutilizzabile. In pratica la “PEC” ha cambiato il proprio significato in Posta Elettronica… Compromessa.

Questa la momentanea traduzione di un acronimo che da qualche anno simboleggia l’inviolabilità della mail e che è stato congegnato per mandare in pensione le raccomandate (nel dire “beate loro” ci si deve riferire alle lettere spedite con particolari modalità e non alle colleghe d’ufficio forti di appoggi politici o di altri pregi non desumibili da curriculum).

Il sistema ha una enorme valenza perché i suoi requisiti tecnici comportano il riconoscimento della certezza del mittente, dell’originalità e della immodificabilità del testo del messaggio e degli allegati a questo acclusi, della data e dell’orario di inoltro e di recapito. I meccanismi digitali che meglio di timbri, bolli e registri possono validare l’autenticità di una comunicazione “ufficiale” perdono la loro forza (o addirittura spaventano) al verificarsi della sottrazione delle chiavi di accesso alle caselle mail di giudici, pubblici ministeri, cancellieri o operatori di polizia giudiziaria. A voler semplificare, l’acquisizione fraudolenta delle “credenziali” (account o identificativo personale e password) da parte di malintenzionati si va a tradurre nella possibilità di sostituirsi ai legittimi intestatari di quegli indirizzi postali nell’invio e nella ricezione di messaggi “in carta bollata”.

Se Atene (il ministero della Giustizia) piange, Sparta (il Viminale) non ride. Gli utenti del dicastero dell’Interno, infatti, una volta collegati al sistema di posta accessibile anche via web, si sono trovati dinanzi ad un avviso inequivocabile:

“Clicca qui per leggere l’informativa sulla possibile compromissione delle credenziali personali di accesso al servizio PEC”

Il gestore del servizio – in ossequio a quanto stabilito dall’articolo 33 del Regolamento Europeo in materia di tutela della riservatezza dei dati personali (il numero 679, noto ai più come GDPR) – deve allertare il Garante della Privacy e tutti i soggetti cui si riferiscono i dati così da informarli dell’avvenuta violazione.

Chi ha cliccato sul link evidenziato sulla pagina di “login” al servizio ha trovato una lettera indirizzata al “Gentile Utilizzatore” (che forse in questo momento rischia di essere legittimamente poco “gentile” ma piuttosto infuriato) con cui gli si dice che “a fronte delle azioni di controllo di sicurezza svolte sulla piattaforma PEC” è stata individuata “una possibile compromissione delle credenziali personali di accesso al servizio PEC, precedentemente acquisite attraverso violazioni messe in atto da soggetti terzi ignoti”. La lettera – inquietante come una cartella Equitalia dall’inconfondibile busta verde – cerca di tranquillizzare il destinatario asserendo che “non vi sono comunque evidenze che siano stati violati o prelevati i contenuti delle caselle di PEC”.

La “missiva” pubblicata online è in realtà il seguito di una comunicazione preliminare che sicuramente è stata inviata non appena è stato riscontrato il “buco” nella recinzione virtuale del sistema. Il testo prosegue con le solite e ritrite raccomandazioni a cambiare la propria password, scegliendone una che corrisponda a requisiti di “robustezza” tali da impedirne l’individuazione da parte di qualche manigoldo.

Peccato che non sia stata “indovinata” o carpita una singola parola chiave di un utente svogliato che aveva scelto la password “Pippo” (comoda da ricordare e anche da digitare vista la sequenza IOP sulla tastiera), ma che la violazione abbia riguardato una inadeguata protezione degli archivi delle credenziali presso il gestore del servizio…

La chiusura della lettera (semplicemente firmata con il nome della società, quasi non vi fosse un responsabile “umano” in grado di sottoscrivere la comunicazione) riduce l’entità dell’accaduto ad un evento di basso profilo: leggere quel “nello scusarci per l’inconveniente occorso, inviamo i nostri migliori saluti” induce a immaginare come il destinatario abbia mentalmente replicato lasciandosi scappare un “ma vaffa…” echeggiato anche su molte scrivanie accanto.

E allora, confortati dalla circostanza che un attacco informatico sia semplicemente un “inconveniente” e non un “gran casino”, possiamo stare tranquilli? Forse no.

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Manovra, Gentiloni: “Numeri non verosimili, la confusione costa. Logica del me ne frego ci spinge ai margini dell’Europa”

4 ure 10 min ago

“Certamente c’è da preoccuparsi per una manovra che danneggia chi produce; poi preoccupa il muro contro muro con l’Ue. Con l’Ue si negozia”. Lo ha detto l’ex premier Paolo Gentiloni a margine della presentazione del suo primo libro “La sfida impopulista” a Roma. “I numeri della manovra sono inverosimili e questa scarsa affidabilità è molto più grave di un 2,4%. La logica del me ne frego e del tanti nemici tanto onore spinge l’Italia ai margini dell’Europa”, ha aggiunto.

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Dl Genova, al via le dichiarazioni di voto al Senato – Diretta tv

4 ure 11 min ago

L’Aula del Senato si è riunita per la conclusione dell’esame del decreto Genova e altre emergenze. Concluso ieri il voto sugli emendamenti, sono cominciate le dichiarazioni di voto. Successivamente, il voto finale sul provvedimento, che è stato approvato alla Camera il primo novembre.

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Alessandria, Mozione anti aborto in consiglio comunale. ‘Non una di meno’ protesta: sospesa la seduta

4 ure 23 min ago

Una mozione anti-aborto, analoga a quella approvata qualche settimana fa a Verona, ha fatto scattare le proteste, questa sera ad Alessandria, in Consiglio comunale. A presentarla il presidente del Consiglio comunale Emanuele Locci e il consigliere Oria Trifoglio, a favore dei movimenti ‘pro-vita’. La discussione del documento è stata però impedita dalla rumorosa protesta dell’associazione ‘Non una di meno‘, che al grido di “vergogna vergogna” hanno portato alla sospensione definitiva della seduta di oggi.

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Roma, occupanti nell’ex Penicillina tra amianto e rifiuti: “Sgombero? Non lasciateci in strada, rischio altri ghetti”

4 ure 36 min ago

Non una zona franca,  ma un “luogo mostruoso” dove nessuno vorrebbe vivere. È così che gli abitanti dell’ex fabbrica della Penicillina di Roma definiscono la loro situazione. “Un posto che nessuno vuole difendere, ma che ci vede qui perché non abbiamo alcuna alternativa”. All’indomani delle ruspe al Baobab, alcuni abitanti dello stabile su via Tiburtina, occupazione il cui sgombero è sul tavolo della Questura (tra i primi nella lista dei 27 edifici con priorità di sgombero), hanno convocato una conferenza stampa proprio all’interno della fabbrica, per raccontare le loro ragioni e fare delle proposte.

“Qui non ci deve essere uno sgombero, ma un’evacuazione con un’alternativa abitativa”, dice John, uno degli occupanti. Viene dal Senegal ed è il portavoce della comunità che vive qui. “Proponiamo poi che dopo l’evacuazione, l’edificio venga requisito dal comune per poi essere bonificato è aperto al pubblico, con spazi per bambini e disabili”. L’ex penicillina “è una vera e propria bomba ecologica dentro Roma”, dice il professore Andrea Turchi, che ha effettuato ricerche all’interno dello stabile. “L’amianto, soprattutto: non ci sono più finestre e viene portato dal vento non solo qui ma per tutta l’area di San Basilio”

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Bosch, dopo tv e smartphone lo schermo curvo arriva anche sulle auto – foto

4 ure 48 min ago

Dalla tecnologia applicata ai televisori e ai modelli più performanti di smartphone, arriva la novità che presto debutterà sul nuovo Innovision Cockpit di Volkswagen Touareg: via quindi il vecchio “vestito” analogico e rigido, il quadro strumenti si fa digitale ma soprattutto curvilineo.

Bosch sta infatti per lanciare sul mercato la prima strumentazione di guida curvilinea al mondo, presentata inoltre non come optional ma come dotazione di serie: misurerà appena 12,3 pollici e, oltre alle informazioni del tachimetro, riprodurrà anche le indicazioni di navigazione e lo stato dei sistemi di assistenza.

A renderla ancora unica nel suo genere, il design curvo che vuole riprodurre la curvatura naturale dell’occhio umano, per consentire a chi è al volante di individuare più facilmente le spie luminose e le informazioni di cui ha bisogno: “Il guidatore trae vantaggio dal quadro strumenti curvilineo in termini di sicurezza e comfort. Al tempo stesso, questo tipo di display offre alle case automobilistiche più libertà e spazio nella progettazione dell’abitacolo” ha spiegato Steffen Berns, presidente di Car Multimedia, la divisione per la produzione di sistemi infotelematici dell’azienda tedesca.

Inoltre il display riuscirà ad evitare, anche sotto luce diretta, il riflesso tanto fastidioso che può creare dei problemi a chi stenta a leggere correttamente la strumentazione: grazie ad una pellicola che viene inserita tra il display e il vetro in fase di “incollaggio ottico”, si crea una sorta di saldatura che impedisce alla luce di essere riflessa.

A gestire le informazioni sullo schermo sarà il guidatore che, tramite appositi comandi posti sul volante e sulla consolle che controlla l’infotainment, sceglierà se visualizzare dei dati uno alla volta e a schermo intero (nel caso della navigazione si potrà effettuare anche lo zoom sulla mappa) oppure vederne più contemporaneamente, in un’interfaccia combinata: ad esempio, si potrà scegliere di vedere la playlist che si sta ascoltando ma anche l’elenco dei contatti telefonici. La visualizzazione, infine, sarà personalizzata anche in base alla modalità di guida scelta.

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Ricercatrice in Svizzera. “Italiani mammoni? Con 1000 euro al mese è ovvio. Qui non dipendo dai miei genitori”

4 ure 53 min ago

“A noi italiani rimproverano sempre di essere mammoni: ma con mille euro al mese, come fai ad andare a vivere da solo?”. Silvia Ronchi da poco più due anni vive a Basilea, al confine svizzero tra Francia e Germania. I luoghi comuni sugli italiani la fanno arrabbiare. Lei, con un assegno di ricerca di 5mila franchi al mese, a 26 anni ha potuto ottenere l’indipendenza economica che a tanti suoi colleghi in Italia non è concessa. La vita in Svizzera costa decisamente di più, ma parliamo comunque di uno stipendio quadruplo rispetto media dei suoi connazionali. “Un ricercatore in Italia viene pagato poco più di mille euro al mese, o anche meno. Se devi pagarne 600 o 700 di affitto, come fai a mantenerti da solo?”. Il suo stipendio le ha permesso di viaggiare, ma è l’indipendenza la soddisfazione più grande: “È molto bello non essere mantenuta dai genitori, senti che la tua vita ti appartiene e puoi gestirla. Puoi scegliere cosa fare e come. In Italia sarebbe stato impossibile durante un dottorato”.

Qui, se sei bravo ce la fai, in Italia non è detto. Ci sono crisi economica e un sistema viziato dalle raccomandazioni

A Basilea è arrivata nel 2016 per scrivere la tesi: “Avevo voglia di fare un’esperienza all’estero e il Federal Institute of Technology era la migliore opzione possibile”. Città che vanta, oltre alla più antica università della Svizzera, anche un importante distretto industriale del settore chimico-farmaceutico. L’Eth l’ha sostenuta con una borsa di studio, e poi le ha offerto di proseguire con un dottorato di ricerca in Neuroscienze ed Elettrofisiologia. A gennaio, Silvia è tornata a Roma per discutere la tesi. A febbraio, ha iniziato la sua nuova vita a Basilea. Il suo è un team di ricerca internazionale, con scienziati provenienti da tutto il mondo: “Conoscere persone con bagagli culturali diversi è una fortuna, soprattutto sul lavoro, si impara molto dagli altri. Il difetto dell’università italiana è di essere troppo chiusa: se si aprisse agli altri Paesi sarebbe un ambiente molto più ricco, culturalmente ed economicamente”. Su 40 ricercatori che lavorano al suo progetto, dieci sono italiani, cosa che all’inizio la riempiva d’orgoglio: “Finché un mio collega non mi ha spiegato che se tanti nostri connazionali lavorano qui non significa che siano più intelligenti degli altri, ma che da noi non c’è lavoro”. Il suo collega è uno dei tanti ricercatori che, arrivati in Svizzera per completare gli studi, non se ne sono mai andati. “Tutti vorrebbero tornare in Italia – spiega Silvia – ma sono preoccupati di non trovare lavoro”.

Anche in Svizzera la competizione è alta, ma ci sono più opportunità: spesso ci pensano le grandi aziende farmaceutiche ad assumere chimici, fisici e ingegneri che non riescono ad entrare nel mondo accademico. “Qui, se sei bravo ce la fai, in Italia non è detto: tra la crisi economica e un sistema viziato dalle raccomandazioni, chi è fortunato diventa professore a 50 anni”. Secondo l’ultimo censimento del 2016 dell’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, sono oltre 600mila i cittadini italiani residenti in Svizzera. La terza comunità di expat più numerosa, dopo quella argentina e quella tedesca. Ad attirare braccia (e cervelli) non è solo una maggiore disponibilità di lavoro, ma la sua qualità: “I diritti dei lavoratori vengono veramente tutelati: il part-time è flessibile, i congedi parentali funzionano e gli straordinari non pagati semplicemente non esistono”. E poi, ovviamente, c’è una migliore qualità della vita: “Quando esci dal lavoro ti godi veramente il tempo libero. Nessuno lavora di domenica: vanno tutti al parco con i bambini, stanno con la famiglia o fanno sport“.

I diritti dei lavoratori vengono veramente tutelati: il part-time è flessibile

A Basilea Silvia è felice, e l’entusiasmo tiene lontana la nostalgia del Belpaese. Anche perché, dice sorridendo, per ora si trova “dietro l’angolo, anche se i treni costano moltissimo”. Al tempo stesso è consapevole che l’ambiente universitario, così aperto e multiculturale, è un luogo privilegiato: fuori non è sempre così, molti italiani hanno denunciato situazioni di discriminazione. “La Svizzera è una bolla, chi porta lavoro e porta soldi è sempre il benvenuto”, conclude pragmaticamente. Ripete spesso di non essersi sentita costretta a partire, ha colto al volo un’opportunità che le si era presentata. Ma quel che ha trovato nell’università elvetica – un ambiente aperto e stimolante, il rispetto per i lavoratori e uno stipendio che le permette di essere indipendente – le rende molto difficile pensare di tornare. “Io amo il mio Paese: ma quando cominci a costruirti una vita all’estero, come fai a tornare?”.

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Rai Pubblicità, la guerra di Mediaset. Confalonieri: “Svendono gli spot in tv”. La corsa per i nuovi vertici: tutti i nomi

4 ure 55 min ago

“La Rai non può svendere la propria merce con sconti del 90-95 percento, solo perché ha la riserva del canone. La pubblicità è contingentata, con questo comportamento butta via la merce. Ecco perché faccio appello all’arbitro. Fatevi aiutare dalla Var se ritenete, ma intervenite”. Fedele Confalonieri attacca i vertici di viale Mazzini nel corso di un convegno Agcom al Senato. “Per abbassare un prezzo ci vogliono cinque minuti, ma per recuperarlo ci vuole la fatica di Sisifo”, continua il presidente di Mediaset.

L’accusa diretta al competitor è quella di fare “dumping” vale a dire vendere spazi pubblicitari a prezzi di saldo o addirittura stracciati. Accusa che l’amministratore delegato Fabrizio Salini rispedisce al mittente: “La Rai non fa dumping, anzi. Abbiamo il tetto pubblicitario, alcuni canali non ospitano la pubblicità e non facciamo pubblicità agli operatori di betting. Non c’è nessuna pratica di dumping. Anzi tutt’altro.” Più volte nei mesi scorsi Fabrizio Piscopo, ex amministratore delegato di Rai Pubblicità, era stato criticato per gli sconti agli inserzionisti. Una scelta che non era piaciuta agli esponenti di Forza Italia.

A dicembre 2017 Anna Maria Bernini, capogruppo al Senato del partito di Silvio Berlusconi, si era mossa sul tema depositando in Vigilanza una “risoluzione sull’adozione da parte della Rai di procedure idonee a valorizzare la vendita degli spazi pubblicitari”. Nel documento si sostiene “che a partire dal 2012 e fino a tutto il 2016, ma con un dato che risulta essere attuale anche per il 2017, gli sconti mediamente praticati dalla Rai, sulla base di dati Nielsen, sono progressivamente aumentati fino a un valore medio superiore all’85 percento con punte superiori anche al 90 percento” riducendo “gli spazi competitivi per tutte le imprese che operano nel settore della comunicazione, deprimendo le loro potenzialità di investimento e di incidere sulla qualità economica e dimensionale degli inserzionisti, sottraendo in tal modo anche risorse al mercato della stampa e dell’emittenza locale. Una politica di vero e proprio dumping che la Rai ha potuto perseguire grazie alle risorse garantite dal canone”.

Parole simili nella forma e nel contenuto a quelle pronunciate da Confalonieri. Che arrivano nello stesso periodo in cui sta entrando nel vivo la “guerra” per occupare la poltrona di amministratore delegato di Rai Pubblicità, lasciata vacante da Piscopo dopo quasi cinque anni e con l’interim affidato al presidente Antonio Marano. Una nomina di peso che si ritroverà a gestire una raccolta pubblicitaria di quasi 700 milioni di euro. A inizio 2018 aveva preso quota il nome di Mauro Gaia, ex manager Seat, che – come raccontato dal Fatto Quotidiano – aveva incrociato gli affari dell’azienda della famiglia Renzi. Nomina poi archiviata. Nelle ultime settimane ha iniziato a circolare il nome di Matteo Tarolli, attuale deputy general manager di Zenith Roma. Sostenuto, scrive Dagospia, da Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega: il candidato al ruolo vertice di Rai Pubblicità è il figlio di Ivo Tarolli, ex senatore Udc, e suo fratello Carlo ha sposato Eugenia Fazio, figlia dell’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio.

Il suo curriculum, però, non sarebbe considerato all’altezza di un incarico così prestigioso. In più sul suo nome il M5s avanzerebbe più di qualche perplessità. Nelle ultime settimane, poi, si è aggiunto alla lista anche Alessandro Ronco, manager di Ferrero. Se Salini e Marcello Foa dovessero confermare la linea di valorizzazione dei dirigenti interni, invece, potrebbero salire le quotazioni di Paolo Del Brocco ma solo se “costretto” a lasciare Rai Cinema. A Viale Mazzini raccontano che, dopo aver abbandonato la poltrona di dg, Mario Orfeo avrebbe iniziato le sue manovre sognando di sostituire proprio Piscopo. Il giornalista, però, ha un problema: è considerato troppo renziano. E la nomina in ballo è importante: decide infatti quale politica pubblicitaria seguire. Una scelta che, come si è visto, ha effetti anche sulla concorrenza, cioè su Mediaset. E in ballo ci sono milioni e milioni di euro.

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Manovra, “1% di pil da privatizzazioni”. Rispunta il sogno di Monti e Letta. L’ultimo a riuscirci? È stato Berlusconi

4 ure 58 min ago

Correva l’anno 2003. Governo Berlusconi, ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Lo Stato vendette il 10,3% di Enel, il 10% di Eni, il 35% di Poste Italiane, il 100% dell’ex Ente tabacchi italiani e il 30% di Cassa depositi e prestiti: una campagna di privatizzazioni con pochi precedenti, che fruttò alle casse pubbliche 16,6 miliardi di euro. E’ stata quella l’ultima volta che le entrate dalla cessione di quote in società partecipate hanno superato l’1% del pil. Era andata meglio solo nel 1997, l’anno in cui fu venduta Telecom, e nel 1999, quando andò sul mercato la prima tranche di Enel. Il governo gialloverde ora mette nero su bianco di voler raggiungere i 18 miliardi, escludendo i ricavi attesi dalla cessione di immobili pubblici. E nonostante come è noto il Movimento 5 Stelle sia, al contrario, incline a riportare competenze nel recinto statale (vedi le prese di posizione sulle concessioni non solo autostradali e sulla necessità di una “banca pubblica“).

La tentazione Cdp. “Ma non c’è ancora una lista precisa” – Che cosa si intenda vendere, per ora, non è dato sapere. Il vicepremier Luigi Di Maio si è limitato a escludere “gioielli di famiglia”, affermando che “Eni, Enel, Enav non finiranno in mani private, devono rimandare saldamente nelle mani dello Stato”. Parole che in teoria non escludono un’eventuale cessione a Cdp, controllata dal Tesoro ma il cui bilancio non incide sul debito perché è fuori dal perimetro della pubblica amministrazione. Il rischio stavolta è che Eurostat stavolta si metta di traverso e obietti che ulteriori acquisizioni farebbero della Cassa un soggetto pubblico a tutti gli effetti. E addio maquillage del debito. Certo per ora nessuna decisione è stata presa: il ministro Giovanni Tria attraverso la portavoce fa sapere che “non c’è ancora una lista precisa, la stanno studiando: sono state identificate delle aziende, sì, ma ora si sta decidendo alla luce degli andamenti del mercato…”. Certo l’idea di ridurre il debito mettendo sul piatto le partecipazioni pubbliche è tutt’altro che originale: inserire nei documenti di programmazione economica ambiziosi obiettivi di privatizzazione è diventata un’abitudine. Ma a consuntivo i risultati hanno puntualmente deluso le attese.

Anche Monti puntava all’1%. Risultato: partita di giro da 8,7 miliardi – Nel 2012 per esempio il governo Monti, insediato al culmine della crisi del debito sovrano e con un’economia in profonda recessione, mise in campo “un piano straordinario di valorizzazione e vendita del patrimonio di proprietà delle Amministrazioni pubbliche” che comprendeva la vendita alla Cdp delle partecipazioni statali in Sace, Fintecna e Simest e da cui contava di ricavare, a regime, “risorse stimate pari a circa 1 punto percentuale di pil all’anno“, esattamente l’obiettivo dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte. In quel caso però avrebbero dovuto contribuire anche gli immobili pubblici, da “valorizzare” sia conferendoli a una Società di gestione del risparmio del ministero dell’Economia (Invimit) sia facendoli acquistare alla stessa Cassa depositi e prestiti. Alla fine non è andata male, se si è disposti a sorvolare sulla partita di giro con la Cdp che è controllata proprio dal Tesoro: dal mattone di Stato è arrivato più di un miliardo e la cessione del 100% di Sace e Fintecna e del 76% di Simest ha fruttato 8,7 miliardi. Il totale è stato comunque ben più basso rispetto al target dell’1% del pil di quell’anno, 15,8 miliardi. Certo non abbastanza per ridurre il rapporto debito/pil, che è passato dal 120,1% del 2011 al 127%.

Il Governo alza l’obiettivo di entrate da privatizzazioni nel 2019 dallo 0,3% del Pil del Documento Programmatico di Bilancio all’1%. È dal 2003 che le entrate da privatizzazioni non arrivano a questi livelli. È credibile? pic.twitter.com/tuSnsaokUe

— Carlo Cottarelli (@CottarelliCPI) 14 novembre 2018

Le ambizioni di Letta e l’obiettivo dimezzato – Non è andata altrettanto bene ai successivi inquilini di Palazzo Chigi. Nella primavera 2013 Enrico Letta e il suo ministro dell’economia Fabrizio Saccomanni decisero di rimanere nella scia dei predecessori e nel Documento di economia e finanza confermarono l’obiettivo dell’1% di ricavi l’anno. Cinque mesi dopo però dovettero ritrattare e non di poco: “Pur restando fermo l’impegno a proseguire sulla strada delle privatizzazioni”, ammisero nella Nota di aggiornamento al Def, “il governo ha ritenuto opportuno dimezzare l’ambizioso obiettivo per renderlo più realistico e fattibile, anche in considerazione delle ancora difficili condizioni del mercato immobiliare e finanziario”. Risultato? Quell’anno, come attesta la Relazione sulle privatizzazioni della direzione Finanza e privatizzazioni del Tesoro di novembre 2016, di quote in aziende pubbliche non ne è stata venduta nemmeno una. 

I flop di Renzi e Padoan – Nel 2014 arriva Matteo Renzi e il nuovo titolare del Tesoro, Pier Carlo Padoan, rialza il tiro e scommette su introiti pari allo 0,7% del pil per quell’anno e i tre successivi. Passa l’estate e le ambizioni si ridimensionano: nella Nota al Def l’obiettivo per l’anno scende allo 0,3% nonostante il Tesoro rivendichi di aver avviato un programma di dismissioni di quote in Poste, Enav e della holding di STMicroelectronics. A fine anno è praticamente un nulla di fatto – la quotazione in Borsa di Fincantieri è un flop – ma Padoan in un’intervista al Messaggero, dopo aver ammesso che “il debito crescerà anche nel 2015”, promette: sarà “l’anno per le privatizzazioni del governo”, “collocheremo subito un’altra quota di Enel, poi procederemo con Poste, Enav e probabilmente Fs“.

A febbraio in effetti va in porto la cessione del 5,7% del gruppo energetico per 2,2 miliardi e a fine ottobre dalla quotazione del 35% di Poste arrivano 3,1 miliardi. Si arriva così a 4,2 miliardi, lo 0,2% del pil. In aprile è tempo di un nuovo Def e il Tesoro deve mettere nero su bianco che “l’anno delle privatizzazioni” sarà meno ricco del previsto: gli introiti attesi per l’anno in corso si fermano allo 0,4% del pil. Non ci si arriverà. Ma si continua a sognare: “Tra il 2016 e il 2018 il programma di privatizzazioni consentirà di mobilizzare risorse pari a circa l’1,3% del pil“. Il debito è al 132,6% del pil.

Gentiloni ridimensiona le attese – Nel 2016 il bagno di realtà è gelato: con l’avvicinarsi del referendum costituzionale sui mercati si balla, la riduzione del debito/pil (che in quell’anno è al 132,8%) viene ulteriormente rimandata e nella Nota di aggiornamento al Def i proventi attesi da privatizzazioni crollano allo 0,1% del pil. La quotazione di Fs è rinviata al 2017. In agosto debutta a Piazza Affari Enav, operazione che porta in cassa poco più di 800 milioni. Il futuro però continua a essere roseo, stando ai documenti ufficiali, che persistono nel puntare su ricavi pari allo 0,5% del pil per gli anni successivi, con un lieve declino nel 2019 (0,3%). Il governo Gentiloni, che si insedia nel dicembre di quell’anno, conferma Padoan sulla poltrona più alta di via XX Settembre ma è più cauto e lima gli introiti allo 0,3% del pil sia quell’anno sia i successivi. Il ministro continua a evocare la quotazione delle Ferrovie, che non andrà mai in porto.

Nel 2018 si insedia il governo gialloverde. Il contratto sottoscritto da Lega e Movimento 5 Stelle non fa cenno alle privatizzazioni come strumento per ridurre il debito. I Cinque Stelle nel loro Programma di sviluppo economico elaborato prima delle elezioni avevano messo in guarda sulla necessità di “subordinare il processo di privatizzazione sia di Ferrovie dello Stato S.p.A. che delle altre società a controllo pubblico ad un ampio confronto tra Governo e Parlamento”, anche per “rivedere la decisione di vendere asset vincenti del patrimonio pubblico per il solo fine di pervenire ad una minima riduzione dello stock di debito pubblico, scelta perdente nel medio e lungo periodo”.

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Mafie e giochi online, come i clan hanno sfruttato la sanatoria del governo Renzi

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I clan malavitosi hanno “sfruttato” la sanatoria per l’emersione del gioco online, varata dal governo Renzi con la Legge di Stabilità 2015, per diversificare l’offerta del settore delle scommesse telematiche e creare attività lecite che coprissero quelle illecite. Lo stesso punto vendita, “sanato”, continuava a destinare parte delle quote incassate sul canale illecito, assicurando vincite più elevate. Emerge dalle carte dell’inchiesta coordinata dalla Direzione nazionale antimafia che ha portato a 68 arresti in tutta Italia e al sequestro di conti off-shore e attività illecite per oltre 1 miliardo di euro. Come i clan pugliesi, siciliani e calabresi abbiano colto l’opportunità normativa, lo ha raccontato nel giugno scorso Fabio Lanzafame, il pentito che ha contribuito alla svolta nelle indagini. “In sostanza – si legge nell’ordinanza emessa dalla Procura di Reggio Calabria – le famiglie mafiose traevano grandi vantaggi dalla commercializzazione di brand secondari ed in cambio il vettore aveva libertà di azione ed espansione commerciale con quelli principali”.

IL CONDONO – Ma come funzionava, nello specifico, questa sanatoria? In pratica, la disciplina introdotta nella Legge di Stabilità 2015 (e confermata nel 2016) consentiva ai soggetti aderenti alla regolarizzazione fiscale per emersione di essere equiparati ai preesistenti concessionari dello Stato “superando così ogni questione di compatibilità del sistema nazionale” rispetto ai principi comunitari. In questo modo, è stato possibile sanare i punti vendita dei concessionari stranieri che hanno potuto svolgere l’attività di raccolta anonima e da banco di giochi e scommesse, depenalizzando le condotte antecedenti. Il condono avveniva attraverso il pagamento di 10mila euro a punto vendita, “prezzo della regolarizzazione fiscale”, che – come documentato dalle inchieste – i clan malavitosi si sono curati di pagare in favore degli imprenditori e dei bookmakers. Una sanatoria solo fiscale, va specificato, che non ha impedito agli investigatori di perseguire gli eventuali reati. Il pentito Lanzafame, ad esempio, ha illustrato ai pm “la sua scelta di approfittare dell’adesione di Sks 365 alla procedura di emersione, prevista dalla Legge di stabilità del 2015, per liberarsi delle reti commerciali infiltrate dalla criminalità organizzata, mantenendo quelle ‘pulite’, incominciando ad illustrate il metodo che ha adottato in quel frangente”.

I CANALI PARALLELI – Le strutture commerciali affiliate, anche dopo la sanatoria 2015, hanno continuato a raccogliere le puntate su giochi e scommesse, convogliandole sul sistema on-line, attraverso l’intermediazione garantita dai gestori dei punti vendita. Questa attività illecita ha consentito al vettore di sottrarre milioni di giocate (e milioni di euro) al fisco, approfittando dalla possibilità che, di lì a poco, il bookmaker estero avrebbe avuto di essere obbligato soltanto a comunicare all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli i dati delle totale delle puntate raccolte. Le attività parallele, lecita e illecita, venivano svolte dallo stesso banco, come si evince in un caso esemplificativo, relativo alla richiesta fatta da una sala scommesse di Roma (quartiere Colleverde), dove il titolare ha chiesto a uno dei collaboratori di giustizia di farlo rientrare all’interno dei mille diritti concessi a Sks365 in seguito alla sanatoria. L’agenzia in questione “una volta che prende la concessione e può giocare da banco raddoppia pure”, lasciando intendere “che la sala, dopo aver ottenuto un diritto Planet per la raccolta terrestre, può aumentare gli utili tramite il doppio canale (attività “terrestre” e raccolta tramite il sito ‘.com’)”.

IL PRECEDENTE DEL 2013 – Non è un caso che nel 2016, quando venne certificato il “flop” del condono fiscale – fu registrato dalle casse dello Stato il recupero del 20% del previsto – la commissione Antimafia presieduta all’epoca da Rosy Bindi chiese di “smetterla con i condoni”. Anche perché già nel 2013 il governo Letta varò un provvedimento beffa, in quel caso sulle slot-machine. Pochi mesi prima, la Guardia di Finanza aveva comminato a dieci concessionarie una multa di 2,5 miliardi, accusandole di aver eluso la bellezza di 98 miliardi di euro. In seguito, i concessionari si ritrovarono a dover rimborsare “appena” 857 milioni in tutto.

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In Edicola sul Fatto Quotidiano del 15 novembre: Autostrade l’indagine dei pm di Avellino sulle barriere sostituite dai Benetton

12 ur 30 min ago
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di Vincenzo Iurillo e Daniele Martini Carenza di fosforo di

Berlusconi che difende i giornalisti (e persino i pm) dal “regime autoritario” gialloverde merita una mesta risata. Ma il guaio è che, in questo Paese privo di memoria e di fosforo, a denunciare gli attacchi alla stampa come “mai visti”, “senza precedenti”, “più gravi che in passato”, sono anche voci autorevoli e amiche. Quello che […]

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Un dossier per il governo sul Tav, in attesa dell’analisi costi-benefici: Paolo Foietta, commissario straordinario alla Torino-Lione (che in passato ha scritto un libro di propaganda Sì-Tav col pasdaran dell’alta velocità Stefano Esposito, ex senatore Pd) ha inviato martedì il Quaderno 11, che contiene osservazioni tecniche sull’opera, realizzato dall’Osservatorio sulla Torino-Lione. E ieri lo ha […]

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di Commenti Nordisti Incredibile ma vero. Anche a Milano ci sono le buche

Notiziona: anche a Milano ci sono le buche nelle strade. Avvertenza preventiva ai lettori: non vogliamo fare alcun confronto con Roma, che ha già i suoi Soloni che sanno tutto di buche, spazzatura, giornalismi e processi alla sindaca. Non ci intromettiamo. Vogliamo semplicemente parlare di Milano e di una sua emergenza. Nella scorsa settimana di […]

di Rimasugli L’io diviso ai tempi dello zero virgola: il caso Tria

Passano i governi, ma c’è una cosa che non cambia: fare il ministro dell’Economia è lavoro di enormi responsabilità e scarse soddisfazioni, il povero Giovanni Tria – l’ennesimo stimato tecnico – non fa eccezione. Leggere la lettera che ha inviato alla Commissione Ue sulla manovra è una cosa che strazia il cuore, perché la sensibilità […]

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Come stanno le cose sul Tav lo sa benissimo chi, oltre a difenderla, la poca stampa libera la legge anche. Una grande opera la cui necessità è “smentita dai fatti”, per citare le parole del commissario dell’Osservatorio sul Tav (che non è una istituzione terza, ma un’emanazione dell’opera). Un’opera fuori tempo, che serve solo a […]

di Politica Monza Assolta la leghista che ha scritto su Fb “Forza Vesuvio!”

Assolta perché “il fatto non sussiste”. La Corte d’appello di Milano ha scagionato l’ex consigliera provinciale di Monza eletta in quota Lega Nord, Donatella Galli, che in primo grado era stata condannata venti giorni di reclusione per un post su Facebook nel quale si augurava “una catastrofe naturale nel centro-sud Italia” al grido di “Forza […]

di Il “metodo Varriale”: usava la sua tv per diffamare

Il “metodo Varriale” esiste ancora. A distanza di quasi venti anni dai volantini disseminati a Napoli per calunniare il giovane pm Raffaele Cantone che indagava sulla compagnia assicurativa Themis e sui miliardi di lire dirottati su conti a lui riconducibili, ieri hanno di nuovo arrestato l’avvocato Lucio Varriale. Stavolta nella qualità di editore di fatto […]

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Il giornalista di Report ha subìto un attentato dopo l’inchiesta sul tifo della Juve

di Lorenzo Giarelli Cronaca Gratosoglio (Milano) Una diciottenne tra i baby rapinatori: spara agli agenti

In fuga dopo una rapina a una farmacia. Milano, zona Gratosoglio, periferia ovest. È successo martedì sera. Lo scooter che corre veloce. Poi il lampeggiante della polizia. Che fare? La fuga pare la soluzione più semplice. A bordo tre giovanissimi. C’è anche una ragazzina di 18 anni che estrae la pistola (una Beretta 9X17 risultata […]

di Desirée e il mix letale, giudici contro giudici

L’omicidio – Il Riesame ha scagionato due dei quattro africani, il gip insiste sul terzo: “Sapeva che il cocktail era mortale”

di Vin. Bis. e Val. Pac. Scuola Il paese va in piazza contro l’insegnante che minaccia “calci”

In calabria – Manifesta quasi un abitante su quattro

di Mondo L’intervista “Salvare, salvarsi: il rebus della mia Germania”

Wolfgang Fischer e i migranti – Il regista di “Styx”, da oggi nelle sale: “I populisti non risolvono i problemi”

di “Sei fuori!”: Melania come Donald in The Apprentice, spietata con chi la intralcia

La first lady prima di scagliarsi su Ricardel aveva già sostituito due collaboratori

di La pace di Bibi non piace ai “falchi”: il ministro va via

Lieberman (Difesa) contesta Netanyahu per la tregua con Hamas, le sue dimissioni potrebbero portare a elezioni anticipate nel 2019

di Fabio Scuto Cultura Milano – La prima “due giorni” di una nuova associazione Da “Kemp” a “Red Shoes”. Il cinema inglese in Italia

Red Shoes, le iconiche scarpette rosse di Michael Powell & Emeric Pressburger del 1948, idolatrate da Martin Scorsese e dai cinefili di mezzo mondo: poteva esistere nome migliore per ribattezzare un’associazione per la diffusione della cultura e della storia del cinema britannico in Italia? Presieduta da Anna Maria Pasetti, membri onorari Stephen Frears, Lynne Ramsay, […]

di Il ricordo “Lennie” il genio compositore fu meglio del Bernstein direttore

Era un musicista di alta sfera, ma quando dirigeva era tutto un ammiccare ridicolo

di Paolo Isotta De André “Madri, prostitute, vergini: le donne simbolo del sacrificio”

Un libro raccoglie i testi delle canzoni e gli interventi in pubblico del cantautore genovese. La moglie Dori Ghezzi: “Aveva previsto tutto, le sue parole spiegano il futuro”

di Dori Ghezzi

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Carovana migranti, i primi 300 arrivano al confine con gli Stati Uniti. Sono soprattutto membri della comunità Lgbt

Sre, 14/11/2018 - 22:20

Hanno camminato per quasi un mese e ora la meta è a un passo. Un primo gruppo di migranti che si è messo in marcia con la carovana partita ad ottobre dall’Honduras è arrivato al confine con gli Stati Uniti, a Tijuana, a pochissimi chilometri da San Diego e dalla California. Si tratta di circa 300 persone e sono solo una piccola parte degli oltre 10mila, soprattutto honduregni, ma anche provenienti dal Guatemala e da El Salvador, che rincorrono il ‘sogno americano’.

Tra loro molti appartengono alla comunità Lgbt e cercano asilo negli Usa perché discriminati o perseguitati nei loro paesi di origine. Ad aiutarli alcune organizzazioni per i diritti delle lesbiche e dei gay americane e messicane che hanno messo a disposizione dei pullman per portarli fino alla frontiera. “Siamo stati discriminati anche all’interno della carovana”, hanno denunciato alcuni dei migranti che ora aspettano di essere ospitati in un rifugio prima di entrare in California. I primi 75 membri della comunità Lgbt erano arrivati a Tijuana già sabato mattina, creando un certo scompiglio in città.

Il grosso della carovana è ancora lontano dal confine con gli Stati Uniti. Domenica scorsa in 6500 hanno lasciato la città di Santiago de Quéretaro, diretti a nord ovest, arrivando nelle zone di Guadalajara e Culiacan, nel Messico occidentale. Da là si sono rimessi in movimento, prima un’avanguardia di 800 persone, poi tutti gli altri, verso lo Stato di Sinaloa, attraversando quello di Nayarit.

Dietro la prima consistente carovana, un altro gruppo di 1600 migranti è arrivato a Città del Messico. Lì hanno ottenuto assistenza medica nella “Ciudad Deportiva”, il centro sportivo già utilizzato dalla prima carovana. Una terza, composta da 2000 persone, principalmente salvadoregni, ha raggiunto Veracruz e dovrebbe arrivare nella capitale domani o venerdì. Una quarta e ultima carovana, formata per lo più da abitanti di El Salvador, è stata segnalata dalle autorità e sarebbe composta da circa 1800 persone divise in due gruppi tra gli stati di Oaxaca e Veracruz.

Intanto gli agenti federali Usa che vigilano sui confini hanno chiuso per precauzione alcune strade e hanno rafforzato le difese con filo spinato, barriere e transenne. Già prima di sapere dell’arrivo di un primo gruppo a Tijuana, il presidente Donald Trump, che dal 10 novembre ha bloccato per 90 giorni il diritto di asilo a chiunque entri dai confini sud degli Stati Uniti, ha inviato il ministro della difesa James Mattis al confine per visitare le truppe mandate dal Pentagono. Sono circa 7000 gli uomini schierati tra Texas, California e Arizona.

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Ddl Anticorruzione, in commissione primo via libera al daspo per i corrotti

Sre, 14/11/2018 - 21:11

C’è il primo via libera al daspo a vita per i condannati per corruzione. Le commissioni Affari costituzionali e giustizia della Camera hanno approvato la norma del ddl Anticorruzione, il provvedimento che nei giorni scorsi ha provocato non poche tensioni dentro il governo e in particolare sul tema della prescrizione.

Tra le altre cose oggi è stato approvato anche un emendamento che stabilisce una diminuzione delle sanzioni in caso di circostanza attenuante speciale. Per una serie di reati come peculato, corruzione e concussione, la pena accessoria dell’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione avrà una durata tra 5 e 7 anni per condanne fino a 2 anni di reclusione; il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione diventa perpetuo per condanne superiori a due anni di reclusione. La condanna per gli stessi reati comporta anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Queste due pene accessorie, tuttavia, scendono (da uno a cinque anni) “quando ricorre la circostanza attenuante prevista dall’articolo 323-bis, secondo comma”, vale a dire quando il soggetto condannato “si sia efficacemente adoperato per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, per assicurare le prove dei reati per l’individuazione degli altri responsabili ovvero per il sequestro delle somme o altre utilità trasferite”.

Grande successo del nostro ministro della giustizia @AlfonsoBonafede. Una nostra battaglia vinta! Ma soprattutto una grande vittoria della legalità.
Finalmente i corrotti saranno fuori dalla pubblica amministrazione!

— Luigi Di Maio (@luigidimaio) November 14, 2018

Il ddl Anticorruzione, dopo le polemiche sull’emendamento che riguarda la prescrizione, continua tra tensioni e rallentamenti. Oggi ad aprire le polemiche è stata la decisione dei relatori di presentare altri due emendamenti durante la seduta delle  suscitando una protesta delle opposizioni, in particolare del Pd e di Fi che, con Enrico Costa ha minacciato che il suo gruppo abbandonasse i lavori delle Commissioni, cosa che ha condotto a una sospensione della seduta di alcuni minuti. La presidente della Commissione Giustizia Giulia Sarti ha dato tempo fino a domani mattina alle 12 per presentare sub-emendamenti ai due nuovi testi. I due emendamenti dei relatori Francesca Businarolo e Francesco Forciniti modificano uno dei punti più discussi del ddl anticorruzione, vale a dire la norma che subordinava la concessione della sospensione condizionata della pena non solo alla restituzione del maltolto per i condannati per reati corruttivi, ma anche delle somme promesse e mai percepite dal pubblico ufficiale. Norma su cui c’erano molti emendamenti delle opposizioni.

Forza Italia, con Enrico Costa e Giusi Bartolozzi, e il Pd con Emanuele Fiano e Alfredo Bazoli, hanno criticato il fatto che gli emendamenti dei relatori arrivino alla spicciolata, dando poco tempo ai parlamentari per studiarli e per presentare subemendamenti. Bazoli ha sottolineato che gli emendamenti dei relatori di fatto sono un “canguro”, dato che fanno decadere moltissime proposte di modifica delle opposizioni: “Come è possibile – ha aggiunto che si modifichi come se nulla fosse una norma che era una porcata ma che era uno dei punti centrali del ddl”. Sull’andamento dei lavori Costa ha chiesto una sospensione per poter parlare con la capogruppo Mariastella Gelmini e valutare insieme se abbandonare i lavori. Dopo la sospensione Costa ha detto che Forza Italia proseguirà ad essere presente in Commissione, ma che Gelmini andrà a protestare con il presidente della Camera Roberto Fico, “per la pesantissima limitazione dei nostri diritti”. Costa e Francesco Paolo Sisto hanno proposto di accantonare gli articoli sulla giustizia (i primi 6) finché la maggioranza non abbia trovato una intesa generale e affrontare prima gli articoli sui partiti. Una proposta non appoggiata dal Pd e comunque respinta dalla presidente Sarti. Si è quindi ripreso a votare gli emendamenti al primo articolo, seppur a rilento.

Nel corso della giornata la commissione ha anche approvato un emendamento di Fi: “La commissione Giustizia di Montecitorio”, hanno dichiarato i deputati azzurri, “ha approvato all’unanimità una nostra richiesta di modifica che esclude l’abuso d’ufficio aggravato dall’elenco dei reati per i quali si prevede l’incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione. La maggioranza Movimento 5 stelle-Lega voleva inglobare la nostra proposta di modifica, ma noi abbiamo deciso di mantenere il nostro emendamento chiedendo un voto alla Commissione, che, a quel punto, lo ha approvato con l’ok di tutti i gruppi”.

In mattinata il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede aveva invece annunciato delle limature al testo: “Mattina di lavoro intenso al Ministero”, aveva scritto su Facebook. “Con i parlamentari del Movimento 5 stelle e della Lega abbiamo fatto le ultime limature alla legge Spazzacorrotti, un provvedimento che rivoluzionerà la lotta alla corruzione in Italia e porterà finalmente il Paese all’avanguardia, anche a livello internazionale, nella lotta a una piaga che sottrae risorse ai cittadini ,indebolisce il mercato e penalizza gli imprenditori onesti. Continuiamo a lavorare per eseguire il contratto di governo. Tutti insieme”.

 

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Brexit, c’è il sì del governo conservatore all’intesa raggiunta con Unione Europea Premier May: ‘Mi aspetto giorni difficili’

Sre, 14/11/2018 - 20:33

Dopo una riunione di cinque ore a Downing Street, Theresa May ha ottenuto il sì del governo conservatore alla bozza di accordo concordata con l’Unione Europea sulla Brexit. Secondo l’intesa annunciata lunedì dopo due anni di negoziati, la Gran Bretagna dovrebbe restare nell’unione doganale europea fino a quando non sarà trovata una soluzione per la questione del confine tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda. Secondo la bozza del piano, l’Ulster continuerebbe a far parte di una sorta di mercato unico e resterebbe ancora più legata all’Europa. Ma l’intesa è ancora tutta da portare a termine sotto il fuoco nemico ingaggiato da tutti i lati del fronte interno britannico, a cominciare dalle trame per una mozione di sfiducia contro la leadership della premier agitate stanotte dai falchi Tory ultrà.

“La scelta di portare avanti questo accordo è difficile, sopratutto in relazione alla clausola di salvaguardia per l’Irlanda del Nord”, ha affermato May al termine della riunione del governo di fronte al portoncino al numero 10 di Downing Street. Secondo il primo ministro, tuttavia, “questo è un passo decisivo che ci permette di andare avanti e di finalizzare l’accordo nei prossimo giorni”. “Quando elimini i dettagli – ha affermato – la scelta che abbiamo di fronte è chiara. Questo accordo esprime il voto del referendum, ci riporta al controllo dei nostri soldi, delle leggi e dei confini, pone fine alla libera circolazione, protegge i posti di lavoro, la sicurezza e la nostra unione”.

Adesso “ci sono giorni difficili davanti a noi, ma l’accordo è nell’interesse nazionale e mantiene la promessa del referendum”. “Credo fermamente con la testa e il cuore che questa sia una decisione che è nell’interesse di tutto il Regno Unito”, ha concluso May. L’alternativa sarebbe stata “tornare alla casella numero 1” – ossia come l’unica alternativa allo spettro del ‘no deal‘ – e rischiare di non attuare il mandato referendario.

Per May si tratta comunque di un modo per andare avanti sulla strada della Brexit, di rispettare il mandato popolare del referendum del 2016 evitando al contempo una rottura traumatica con i 27, chiamati adesso a loro volta a sancire la svolta, innescando con un vertice straordinario da convocare con ogni probabilità il 25 novembre l’iter verso le ratifiche parlamentari, entro il termine fissato da Londra per la sua uscita formale dal club: il 29 marzo 2019.

Sui contenuti della bozza, spalmati in ben 500 pagine e sintetizzati in un libro bianco diffuso stasera, si sapeva già l’essenziale. Confermati gli impegni sulla tutela dei diritti dei cittadini ‘ospiti’, sul conto di divorzio britannico da 39 miliardi di sterline, su una fase di transizione improntata allo status quo di (almeno) 21 mesi, vi s’illustra nei dettagli anche la soluzione ‘a toppè architettata per assicurare il mantenimento d’un confine senza barriere fra Irlanda e Irlanda del Nord: con una permanenza temporanea dell’intero Regno nell’unione doganale in attesa di un successivo accordo complessivo sulle relazioni future post Brexit fra Londra e Bruxelles.

Soluzioni di compromesso che qualcuno già liquida come un patchwork destinato a non funzionare. “Il peggiore dei due mondi”, dicono all’unisono, da sponde opposte, il rampante conservatore euroscettico radicale Jacob Rees-Mogg e il vecchio ex primo ministro laburista eurofilo Tony Blair. Un’intesa che “non soddisfa né i sostenitori di Leave, né quelli di Remain come me”, insiste Blair, ricomparendo sugli schermi della Bbc per tornare a invocare quel secondo referendum che May continua categoricamente a escludere.

Soddisfazione per l’ok del cabinet arriva da Bruxelles. “Questo accordo rappresenta una tappa determinante per concludere questi negoziati”, ha detto Michel Barnier. “Considero che questa sera sono stati fatti progressi decisivi” per un “ritiro ordinato” della Gran Bretagna dall’Ue e per gettare le basi per “la relazione futura” tra le due, ha sottolineato il capo negoziatore dell’Ue. Sarà “possibile estendere il periodo di transizione” della Brexit di 21 mesi previsto dal 29 marzo 2019 al 31 dicembre 2020 “attraverso un accordo congiunto” nel caso in cui “non saremo pronti per il luglio 2020” a un accordo definitivo sulla frontiera irlandese. E “solo se giungerà al termine il periodo di transizione senza accordo, allora scatterà il backstop” sui cui è ora stata trovata un’intesa. “Siamo giunti a un momento importante in questi negoziati straordinari” sulla Brexit, ha concluso Barnier, ma “resta molto lavoro da fare, il cammino è ancora lungo e difficile per garantire un’uscita ordinata e costruire un partenariato futuro”.

La partita è ancora tutta da giocare. E da giocare soprattutto in casa britannica. May dovrà infatti affrontare le incognite di un voto parlamentare, che potrebbe essere calendarizzato la prima settimana di dicembre, dove le opposizioni – al di là delle divisioni fra chi invoca il referendum bis e chi, come il leader del Labour, Jeremy Corbyn, punta invece sulla strada di elezioni anticipate per tagliare i nodi – sembrano compatte sul piede di guerra.

Ma prima ancora di approdare in aula, il problema della premier è salvare la sua poltrona e la maggioranza dall’implosione. Uno scenario tutt’altro che remoto a giudicare dalle divisioni intestine e dai malumori frastagliati dei Tories scontenti: da un lato quelli dei ‘brexiteers’ duri e puri, fra 40 e 80 deputati a seconda delle stime, alcuni dei quali si sono già rivolti a Graham Brady, presidente del comitato organizzativo 1922, per presentare istanze di mozione di sfiducia contro lady Theresa; dall’altra quelli dei moderati pro-Remain (12 o poco più), ormai unitisi al coro trasversale che si aggrappa all’idea (improbabile, non più impossibile) d’una rivincita referendaria.

E questo senza contare la destra unionista nordirlandese del Dup, vitale alleato per la tenuta del governo in parlamento, allarmata da un testo d’intesa – ben visto a Dublino – che lascia aperta la porta per il futuro a un legame fra Irlanda del Nord e Ue “più profondo” rispetto a quello del resto del Regno.

La premier sembra poter contare se non altro sullo zoccolo duro centrista del gruppo conservatore ai Comuni, fra 200 e 260 deputati, stando a un pallottoliere sempre più oscillante: sufficienti a proteggerne la leadership in caso di formalizzazione della mozione di sfiducia (ne bastano 158); non certo a garantire la maggioranza parlamentare quando e se la bozza d’intesa arriverà in aula per il prendere o lasciare.

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Scrisse “forza Vesuvio, forza Etna” su Facebook: ex consigliera leghista assolta

Sre, 14/11/2018 - 20:15

Il fatto non sussiste“. Con questa formula è stata assolta dalla Corte d’appello di Milano l’ex consigliera provinciale di Monza in quota Lega Nord, Donatella Galli, che era stata condannata in primo grado a venti giorni di reclusione per aver pubblicato su Facebook nel 2012 un post con su scritto ‘Forza Etna, forza Vesuvio, forza Marsili’, augurandosi “una catastrofe naturale nel centro-sud Italia”.

“Noi siamo increduli e aspettiamo di leggere le motivazioni tra 60 giorni”, ha commentato l’avvocato Sergio Pisani, parte civile e che in qualità di presidente della Ottava Municipalità di Napoli aveva presentato la denuncia, dando origine all’inchiesta. La donna era stata condannata anche a risarcire la parte civile che aveva chiesto “un euro simbolico“. Galli era accusata di aver propagandato “idee fondate sulla superiorità razziale ed etnica degli italiani settentrionali rispetto ai meridionali” e di “discriminazione razziale ed etnica”.

“Aspettiamo le motivazioni e faremo ricorso – ha spiegato il legale di parte civile -. Questa sentenza può dare il via libera a tutti quegli insulti che si sentono nelle curve degli stadi e contro cui noi abbiamo presentato già delle denunce”. Galli, ha sempre sostenuto la difesa col legale Maurizio Bono, aveva “postato quella frase all’interno di un gruppo privato di amici sulla sua bacheca Facebook” ed era stata solo “una boutade“.

Stando all’imputazione, la donna nell’ottobre del 2012 inserì su Facebook la “foto satellitare dell’Italia priva delle regioni dal Lazio e dagli Abruzzi in giù e la frase ‘il satellite vede bene, difendiamo i confini …'”. E poi scrisse “Forza Etna, forza Vesuvio, forza Marsili”, augurandosi, come ha evidenziato la Procura di Monza, “una catastrofe naturale nel centro-sud Italia provocata dai tre più grandi vulcani attivi là esistenti”. Per il giudice di Monza Elena Sechi quella che la donna definiva una “battuta” era, invece, un’espressione di “chiaro ed inequivoco contenuto razzista, nel senso di pregiudizialmente ostile nei confronti di alcune popolazioni”, “carica di violenza” e idonea a “propagandare l’avversione contro i meridionali“.

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Alghero, assolti dopo 26 anni dall’inizio dell’indagine: lo Stato dovrà risarcirli

Sre, 14/11/2018 - 19:53

Più di ventisei anni per un’assoluzione con formula piena in primo grado. Protagonisti di questa odissera giudiziaria Salvatore Budruni, Giuseppe Ballone, Antonio Martiri e Gervasio Madeddu, tutti di Alghero. I tre, erano finiti sotto inchiesta nel 1991 per un presunto traffico di sostanze stupefacenti, con un’ipotesi della procura che contestava anche l’associazione a delinquere, sono stati assolti dal tribunale di Sassari nel novembre del 2017. A distanza di un anno da quella sentenza, la sezione staccata di Sassari della Corte d’appello di Cagliari ha stabilito che lo Stato dovrà risarcire a ciascuno di loro 600 euro per ogni anno (circa 63mila euro complessivi). “Questo caso conferma quanta urgenza ci sia di intervenire per garantire ai processi una durata ragionevole, e che non è certo l’annullamento della prescrizione la strada perseguibile per una riforma che vada in questa direzione”, spiega all’Ansa l’avvocato Gabriele Satta, difensore con Franco Luigi Satta di Budruni, Ballone e Martiri, mentre tra i legali di Madeddu c’è l’avvocata Paola Milia.

La vicenda riportata da La Nuova Sardegna prende avvio nel 1991. Per alcuni degli indagati nel dicembre di quell’anno scattano anche le manette. Nel 1995 si celebra l’udienza preliminare, ma il gup di Sassari annulla la richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura e rimette gli atti al pubblico ministero, chiedendo ulteriori prove a carico delle persone coinvolte. Il caso finisce nell’oblio sino al 2010, quando la Procura trasmette l’avviso di conclusione delle indagini e chiede di nuovo il rinvio a giudizio per tutti. Un anno dopo il gup accoglie la richiesta e dà il via libera al dibattimento. Dopo sei anni, nel novembre del 2017, vengono tutti assolti. Non completamente soddisfatti della sentenza, i difensori di Salvatore Budruni, Giuseppe Ballone, Antonio Martiri e Gervasio Madeddu presentano un ricorso contro l’eccessiva durata del processo, muovendo dall’assunto che i tempi ragionevoli per un pronunciamento in primo grado è stimato in tre anni. Ai quattro algheresi ne sono serviti ventitré in più.

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Israele, si dimette il ministro della Difesa Lieberman: “Cessate il fuoco è una resa al terrorismo”. Ipotesi elezioni anticipate

Sre, 14/11/2018 - 19:37

Il governo di Benjamin Netanyahu vacilla dopo l’ultimo colpo assestato dal falco Avigdor Lieberman. Il ministro israeliano della Difesa ha annunciato le dimissioni (che avranno valore effettivo tra 48 ore) durante una riunione con i deputati del suo partito. La notizia non potrebbe arrivare in un momento peggiore per il Primo ministro d’Israele, impegnato sul fronte Hamas, e potrebbe far capitolare il Governo, portando alle elezioni anticipate. La naturale scadenza della legislatura, infatti, è a novembre 2019, ma secondo molti si potrebbe andare al voto già in primavera.

“Quello che è successo ieri, il cessate il fuoco, è stata una resa al terrorismo. Non c’è altro significato”, ha spiegato Lieberman che propende da sempre per una risposta più dura contro i terroristi. Il leader dell’Israel Beytenu, il partito ultra nazionalista alleato con la maggioranza, ha spiegato di aver avuto diversi dissensi in passato con il premier, a partire dal “mancato sgombero del villaggio beduino di Khan al Ahmar e l’ok al combustibile del Qatar per Gaza”. “I due punti di svolta che mi hanno spinto alle dimissioni – ha spiegato il leader – sono stati il trasferimento ad Hamas di 15 milioni di dollari da parte del Qatar, e questo significa che abbiamo versato soldi ai terroristi, e la tregua di ieri dopo che loro hanno sparato 500 razzi”.

“È necessario andare al voto anticipato il prima possibile – ha continuato Lieberman – Dobbiamo impedire che il nostro paese si trovi in una condizione prolungata di paralisi”. L’ex ministro della Difesa ha anche sostenuto che domenica prossima si consulterà con le altre formazioni politiche della coalizione di governo per decidere la data del voto. Le elezioni anticipate, però, non sono certe. Ritirando i suoi cinque deputati dalla coalizione di maggioranza, il parlamento, la Knesset, resta di fatto in mano al Likud, il partito di Netanyahu. Una maggioranza risicata, 61 deputati contro i 59 dell’opposizione, ma comunque esistente. Tuttavia un altro partito coalizzato con quello del premier, la Casa Ebraica, guidato dal ministro dell’Educazione, Naftali Bennett, ha dichiarato che se il dipartimento della Difesa non sarà affidato al loro leader lascerà la maggioranza. Intanto non si è fatta attendere la reazione del movimento islamico palestinese, Hamas, che ha esultato per le dimissioni, definendole una “vittoria per Gaza“.

Si preannuncia quindi una lotta intestina alla destra israeliana. E a fare da ago della bilancia sarà proprio il differente approccio dei due al ‘problema sicurezza‘. Come scrive Anshel Pfeffer, analista politico di Haaretz, uno dei maggiori quotidiani di Israele, “le dimissioni di Lieberman costringeranno Netanyahu a difendere le sue impopolari decisioni su Gaza durante la campagna elettorale, che è esattamente quello che il primo ministro sperava di evitare”.

Tre le grandi sfide politiche che si presentano al leader nazionalista, secondo Pfeffer. La prima riguarda il suo partito a rischio già dall’ultima elezione della Knesset. L’Israel Beyteinu infatti ha solo sei seggi in Parlamento e la soglia è fissata a quattro. La seconda sfida riguarda i ‘cuori degli elettori di destra’. Oltre al primo ministro, infatti, anche il leader della Casa Ebraica potrebbe rivelarsi un valido avversario. Il terzo punto che interessa Lieberman, infine, è proprio la sua immagine da ministro della Difesa. Una figura risultata quasi del tutto assente negli ultimi due anni e diventata molto impopolare.

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Condono Ischia, Forza Italia boccia l’emendamento di Forza Italia: così passa la sanatoria infilata nel decreto Genova

Sre, 14/11/2018 - 19:14

Forza Italia boccia l’emendamento di Forza Italia. E così gli azzurri che avevano fatto inciampare il governo in commissione in collaborazione con i due dissidenti M5s Gregorio De Falco e Paola Nugnes al Senato spingono il condono edilizio per Ischia, contenuto nel decreto Genova. In Aula, infatti, la stessa proposta di modifica che martedì era stata approvata è stata respinta dall’assemblea con 200 no, 75 sì e un astenuto. Se si calcola che la fiducia al governo Conte è di circa 171 voti e che non ha partecipato almeno una dozzina di parlamentari di M5s e Lega, sono diverse decine i voti ottenuti dalle opposizioni per riuscire a bocciare la modifica. Pd, Liberi e Uguali e Fratelli d’Italia si sono schierati per tutta la discussione, con numerosi interventi, contro la sanatoria per l’isola. Forza Italia, invece, a sorpresa, con un intervento della capogruppo Anna Maria Bernini ha lasciato libertà di voto ai propri senatori. Un modo per far rientrare la protesta montata per tutto il giorno dentro l’ala campana del partito, con tanto di autosospensioni. E così è quasi certo che dei 61 parlamentari azzurri a Palazzo Madama, molti abbiano votato a favore del condono e quindi insieme alla maggioranza M5s-Lega a favore di quell’articolo che mantiene il riferimento e l’applicazione della legge sul condono del 1985 – approvato dal governo Craxi – per le istanze pendenti sugli immobili danneggiati dal terremoto che colpì Ischia nell’estate del 2017. Il Senato riprenderà i lavori giovedì dalle 9,30 e il voto finale del provvedimento, previsto per la tarda mattinata.

Resta poi, su tutto, il tema politico. De Falco ha votato come in commissione e d’altra parte l’aveva anche anticipato: no al condono, sì all’emendamento (d’altra parte uguale al suo) e anche un applauso all’ultimo intervento prima della votazione dell’emendamento, pronunciato dalla capogruppo di Liberi e Uguali Loredana De Petris che invocava i Cinquestelle a ripensarci. Un’altra dissidente “conclamata”, Paola Nugnes, non ha partecipato al voto. Entrambi, come noto, rischiano un procedimento da parte dei probiviri dei Cinquestelle. Ma anche altri senatori grillini non hanno partecipato al voto sull’emendamento incriminato. Una è molto critica da mesi sulla linea del governo, Elena Fattori (che oggi ha parlato di “terrorismo psicologico” all’interno del gruppo parlamentare), ma gli altri sono sempre stati finora più che leali: Vittoria Bogo Deledda, Manlio Ciampolillo, Mario Michele Giarrusso, Mario Turco e Sergio Vaccaro. Il fatto che non abbiano partecipato al voto non significa che l’abbiano fatto in dissenso aperto, ma può dare l’impressione di un allargamento del fronte dei cosiddetti “ortodossi”.

Quello che si è rivelato anomalo, di sicuro, è stato proprio il voto di Forza Italia: la capogruppo Anna Maria Bernini ha infatti annunciato in Aula libertà di voto sull’emendamento presentato dagli stessi azzurri e che aveva fatto inciampare il governo in commissione. La decisione della Bernini, evidentemente, è stata anche una risposta alla protesta che è montata per tutta la giornata all’interno del partito non avvezzo alle battaglie legalitarie: sei senatori della Campania infatti si sono autosospesi dopo l’emendamento presentato in commissione ieri sera per abolire il condono. Va anche detto che questo atteggiamento ha rivelato la natura del tutto tattica di battaglia parlamentare dell’emendamento di Forza Italia. Al termine del voto al Senato, i sei parlamentari hanno ritirato l’autosospensione. Resta il dubbio su come sarebbe finita se tutti i 61 senatori berlusconiani avessero votato compatti a favore dell’emendamento e quindi contro il condono.

In realtà rimane un giallo – sotto il profilo procedurale – anche la decisione di votare in commissione la sera del 13 novembre la norma sul condono di Ischia. Subito prima della proposta di modifica firmata dalla forzista Urania Papatheu (la 25.12) infatti, era stato messo ai voti l’emendamento (il 25.10) di Gregorio De Falco che prevedeva esattamente la stessa cosa, ma che era stato bocciato. Quindi, quello della Papatheu non si sarebbe dovuto neanche mettere ai voti in quanto si sarebbe dovuto considerare precluso. E invece è stato comunque fatto votare. L’incidente – superato dal voto correttivo dell’Aula – si può riscontrare con facilità guardando la web tv della seduta di ieri: non è stato ancora messo nero su bianco visto che i resoconti della seduta da ieri sera non sono ancora stati pubblicati sul sito.

Di quel ko in commissione si sono pagati gli effetti per tutto il giorno. E ai berlusconiani che hanno deciso di cambiare idea sullo stop, ha risposto Andrea Ferrazzi, senatore del Pd e tra i relatori di minoranza: “E’ sconcertante la posizione di Forza Italia, siccome una parte del partito ha fatto l’apologia del condono. Di fatto siamo abbandonati nel voto rispetto a ieri sera, ma questo non modifica le nostre decisioni”.

Per il governo, durante la discussione sugli emendamenti delle opposizioni, era intervenuto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Vito Crimi che ha assicurato che “non è un condono“, che i numeri delle abitazioni per le quali è stato chiesto il condono rispetto alle normative del 1985 sono poche e ha fatto l’esempio con alcune statistiche del Comune di Lacco Ameno che peraltro è quello più piccolo dell’isola di Ischia. “Alla fine – ha detto Crimi – avremo mille case sicure, antisismiche: questo dovremmo dire ai cittadini”.

In risposta è intervenuto tra gli altri il senatore di Liberi e Uguali Vasco Errani che ha risposto a Crimi spiegando che “non è un problema di numeri, ma di principio”. Salvatore Margiotta, per il Pd, ha ricordato invece che a Ischia per l’unica palazzina crollata per il sisma del 2017 era stato chiesto il condono perché era stato costruito un piano in più. Contrari al condono si sono espressi anche i Fratelli d’Italia. “Volete il condono? Allora ditelo – ha detto nel suo intervento Daniela Santanchè – Ci avete fatto una capa tanta dicendo che tutto si risolveva con la galera e l’onestà. Si può cambiare idea, è umano. Quello che non si può fare è prendere in giro noi e gli italiani. Pensate che con il condono si guadagni consenso elettorale? Allora ditelo. Siete i giacobini dell’ottava Repubblica, ma ora votate il condono. Così alla prima occasione concreta fate l’opposto di quello che dite in piazza”.

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Olimpiadi invernali 2026, anche Calgary dà forfait: resta partita a due Italia-Svezia

Sre, 14/11/2018 - 19:10

Anche il Canada dice no alle Olimpiadi 2026: un referendum popolare ha bocciato la candidatura di Calgary, che a questo punto può essere considerata conclusa. Si tratta della stessa edizione invernale a cui punta la coppia Milano-Cortina: l’Italia è sempre più favorita, anche perché è praticamente l’unica rimasta in corsa. In ballo c’è sempre Stoccolma, ma pure in Svezia ci sono problemi politici: per la vittoria italiana sembra solo questione di mesi.

Intanto anche un’altra rivale si è fatta fuori da sola. Calgary non era particolarmente quotata a livello internazionale, ma poteva essere un’alternativa solida per il Cio vista l’esperienza tutto sommato positiva del 1988. In realtà il progetto non è mai decollato veramente, picconato dall’interno da una serie di scandali e tensioni politiche: i dubbi sui costi (molto alti: si parla di circa 3,5 miliardi di euro mentre l’Italia sostiene di poterle organizzare con meno di 400 milioni), la rivelazione di alcuni documenti che dimostravano la sottostima delle spese sottoposte al consiglio comunale, il braccio di ferro tra governo locale e centrale sulle coperture economiche con un accordo trovato solo in extremis. La candidatura era riuscita faticosamente a sopravvivere a tutti questi problemi, ma è stata affossata dal referendum, che pendeva sul progetto come una spada di Damocle e alla fine l’ha effettivamente cancellato.

Il voto è stato piuttosto netto: 56,4% per il no, il sì si è fermato al 43,3%. Alle urne si sono recati 300mila cittadini (vicino al 40%, piuttosto alto per una consultazione del genere), a dimostrazione di una forte partecipazione al dibattito. E di un sentimento popolare di ostilità sempre più diffuso nei confronti dei Cinque Cerchi: il Canada è solo l’ultimo Paese a pronunciarsi in questo senso. L’elenco è lungo: Innsbruck, AmburgoBudapest, CracoviaMonaco, l’ultima era stata Sion. Senza dimenticare le altre (tra cui Boston, e ovviamente Roma) che hanno dato forfait per la contrarietà dell’opinione pubblica. Negli ultimi anni tutti i referendum tenuti in giro per il mondo si sono sempre conclusi con una sonora bocciatura. Per ora la nuova Agenda 2020 che dovrebbe garantire dei Giochi low cost e le assicurazioni del Cio non servono a nulla, o comunque non bastano a convincere i cittadini che hanno ancora negli occhi le spese faraoniche di Sochi 2014 (vero punto di svolta in senso negativo per le Olimpiadi invernali) e i tracolli di Atene e Rio de Janeiro.

Il Comitato olimpico internazionale presieduto da Thomas Bach è disperato, e per questo ancora più grato al Coni di Giovanni Malagò che, tra mille difficoltà, è riuscito a far approvare la candidatura di Milano e Cortina d’Ampezzo. Per l’edizione 2026 a questo punto restano solo Milano-Cortina e Stoccolma: ufficialmente il Canada non è ancora fuori, in teoria il consiglio comunale potrebbe non tener conto dell’esito del voto (solo consultivo), ma il ritiro di Calgary pare scontato. Sarà una gara a due tra Italia e Svezia, con la differenza però che gli scandinavi sono ancora alle prese con la crisi nel formare il nuovo governo e nessuno ha ancora fornito le garanzie, a differenza dell’Italia. A livello internazionale si rincorrono voci per cui il Cio starebbe persino sondando il terreno per eventuali soluzioni d’emergenza nel caso la situazione dovesse precipitare: si è parlato dell’Argentina, o degli Stati Uniti con un nuovo interessamento di Salt Lake City, già olimpica nel 2002. Per adesso a Losanna si leccano le ferite per l’ennesimo schiaffo referendario e incrociano le dita. Le Olimpiadi non le vuole più nessuno. Tranne l’Italia.

Twitter: @lVendemiale

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