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Italia-Svezia, la delusione dei tifosi fuori da San Siro: “Questo è il calcio italiano, non commentiamo per non offendere”

Tor, 14/11/2017 - 10:46

Non la prendono bene i tifosi italiani all’uscita dallo stadio dopo lo 0-0 che ha condannato l’Italia all’esclusione dai Mondiali del 2018. “È colpa di Ventura, il cambio di modulo è stato determinante” afferma un giovane tifoso. “È il giorno della vergogna – si sfoga un altro – sono venuto qui con la mia famiglia dall’Isola d’Elba”. “Fa molto male – proseguono – ma già dall’arrivo a San Siro si vedeva che ci credevano in pochi”

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Italia-Svezia 0-0, la disfatta italiana sui principali giornali italiani e stranieri. “Un fiasco storico!”

Tor, 14/11/2017 - 10:28

La nuova caporetto italiana finisce in prima pagina su tutti i principali quotidiani sportivi mondiali. Se per la Marca un mondiale senza Italia è “incredibile”, i francesi de L’Equipe giudicano la sconfitta “Un fiasco storico!”. Sconfitta che si prende anche l’apertura della sezione sportiva della Bild, il principale giornale tedesco: “Un terremoto. Peccato per il mondiale, ma meglio per noi”. Spazio anche all’ultima di Buffon, che ha salutato in lacrime la Nazionale dopo 175 presenze e una coppa del mondo. L’uscita dell’Italia arriva anche oltreoceano. “Un giorno tristissimo” è il titolo di Olé, sito argentino. Mentre in Svezia, il passaggio del turno è “Un miracolo a Milano“.

In Italia, l’eliminazione prende ovviamente tutte le prime pagine nazionali. Inequivocabile l’apertura del Tempo: “Andate a lavorare”, con la foto di una vanga sbattuta in prima pagina. Per la Gazzetta è la “Fine“. In caratteri cubitali.

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Musei, i numeri distorti di Franceschini

Tor, 14/11/2017 - 10:24

Dario Franceschini è un uomo ambizioso. Ma anche deciso. Non c’è incontro, manifestazione, occasione in Italia oppure all’estero, nella quale non lanci il suo sasso nello stagno. Nella quale non rivendichi il suo grande lavoro. La sua rivoluzione. Altro che patrimonio in abbandono! Altro che luoghi della cultura per pochi intimi! L’Italia dei musei, delle aree archeologiche e dei monumenti regala numeri incredibili. Incassi e ingressi crescono in maniera impressionante.

Circa 50 milioni di euro in più di incassi tra il 2013 e il 2016, pari ad un + 38,4%, con un trend ancora in crescita nel 2017, pari ad + 13,5%, mentre i visitatori passano dai 38,4 mln del 2013 ai 45,5 del 2016, con un incremento del 18,5%. “La riorganizzazione sta dando i suoi frutti”, dice il ministro.

I dati regionali lo dimostrano. In cima alla classifica c’è il Lazio che è passato dai 17,7 milioni di visitatori del 2013 ai 20,3 del 2016. Con un incasso cresciuto da 55,2 a 67,6 milioni di euro. Il tutto per non parlare dei 30 musei autonomi, insomma i Musei di Franceschini. Lì si è registrata una crescita del 28,4% degli introiti e del 19,3% dei visitatori e un trend in crescita anche nel 2017, con un + 14,5% introiti e un + 11% visitatori.

È un bilancio entusiasmante”, ha detto il ministro. Come dargli torto? Perché provare a ridimensionare quel quadro così straordinario? Nel quale ci sono solo dei “più”. Più visitatori e più incassi. Ma anche più politica nelle politiche culturali, come forse mai prima.

Se non accadesse che quel bilancio entusiasmante è il risultato di una concezione distorta del patrimonio, Franceschini avrebbe ragione. Ma non è così. Non è così perché il suo Ministero ha suddiviso l’Italia dei Beni culturali. Da una parte una sparuta élite, insomma i siti da record che sono nella top ten degli ingressi e degli incassi. Dall’altra tutti gli altri, quelli che sopravvivono, nell’emergenza. Lo dimostrano quegli stessi numeri che orgogliosamente presenta.

Prima di lui il Mibact era un dicastero con pochi fondi e scarsa autorevolezza, nel quale il ministro di turno prendeva decisioni una tantum. Nessun disegno complessivo, nessuna strategia che non fosse funzionale alla sistemazione di qualche uomo di partito oppure alla realizzazione di qualche operazione dalla scientificità incerta. Con lui, ecco il cambio. Il ministero negletto diventa la plancia di comando, dalla quale muovere le pedine. Musei e aree archeologiche sono laboratori nei quali sperimentare la nouvelle vague. Regole? Certo, le regole ci sono, ma sono nuove anche esse. Sono quelle che prima stabilisce insieme a Renzi e poi, una volta uscito di scena l’ex sindaco di Firenze, decide lui solo. Così il ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo diventa il ministero del Turismo. Un dicastero per il quale il patrimonio è lo strumento per far cassa. Per rastrellare soldi dove possibile.

Ma il problema non è neppure questo. Il problema non è l’adoperarsi per accrescere gli introiti, ma sostanzialmente il disinteressarsi delle modalità che permettono di raggiungere lo scopo. Un Museo cresce se aumentano gli ingressi e quindi gli incassi, naturalmente. Ma anche se quel Museo diventa realmente un luogo della cultura di un pezzo di città, oppure di un paese, come di un territorio. Un Museo non è un’attività commerciale e neppure una sala da ballo, oppure passerella per sfilate di moda. Mischiare mozzarelle di bufala, balli e capi di una griffe e shakerarli nelle sale di un Museo non è entusiasmante. E’ solo un ibrido senza identità.

I numeri di Franceschini sono l’inizio della fine. Un fuoco fatuo. Un insuccesso mascherato da successo. Il risultato di un processo che prosegue sulle gambe, anche se non ha testa. Numeri dietro i quali c’è un vuoto sempre più incolmabile. Accorgersene non è poi così arduo. E’ sufficiente viaggiare per l’Italia, soprattutto attraverso le parti meno pubblicizzate.

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Italia-Svezia 0-0, Tavecchio: ‘Domani incontro per decidere’. Malagò: ‘Fossi in lui mi dimetterei’. Lotti: ‘Rifondare tutto’

Tor, 14/11/2017 - 10:23

“Se fossi al posto suo mi dimetterei“. Giovanni Malagò, presidente del Coni, non ha dubbi sul futuro che dovrebbe intraprendere Carlo Tavecchio, presidente della Figc.”Siamo tutti amareggiati e delusi – ha dichiarato il massimo dirigente sportivo italiano – è stata una triste serata sportiva”. Parole che seguono quelle di Luca Lotti, ministro dello Sport, che ha aperto a una rifondazione totale del movimento calcistico italiano. Segno che la politica voglia intervenire nel futuro della federcalcio. Tavecchio che questa mattina rientrando a Roma aveva rilasciato alcune dichiarazioni all’Ansa: “È un insuccesso sportivo che necessita una soluzione condivisa”. Se lunedì Gian Piero Ventura ha detto che non si dimetterà dall’incarico di Commissario tecnico, il presidente della Federcalcio incontrerà i vertici federali per prendere una decisione. “Ho convocato una riunione con le componenti federali per fare un’analisi approfondita e decidere le scelte future. Siamo profondamente amareggiati e delusi per la mancata qualificazione al Mondiale”. Il Ct non sarà presente all’incontro fissato per domani alle 16.

“No al commissariamento”
– Malagò, nella sede del Coni per presentare il nuovo stadio dell’Atalanta, ha definito la scelta di affidare la nazionale a Ventura una “scommessa persa“: “Probabilmente sul ruolo di Ventura, che poi è diventato responsabile di tutte le squadre nazionali, c’è stata una valutazione sbagliata. Non cambio giudizio su di lui, è stato un direttore generale senza l’amministratore delegato”. Malagò si riferisce al progetto iniziale di Tavecchio, che oltre al ruolo di Ct per Ventura prevedeva l’inserimento di Marcello Lippi come direttore tecnico. Una nomina che era saltata per un conflitto d’interesse: il figlio Davide è il procuratore di diversi calciatori italiani. “Non credo il punto siano le dimissioni di Ventura, non penso che il problema sia solo lui – ha continuato Malagò – Che si dimetta oggi o tra venti giorni o un mese cambia poco”. Sul futuro della federazione, il numero uno del Coni non ha dubbi: “Oggettivamente non ci sono gli strumenti procedurali per procedere a un commissariamento“. Un’ipotesi che era ventilata dopo la mancata qualificazione ai mondiali. “Il presidente del Coni ha il potere di commissariare una federazione ma solo in tre casi: se non funziona la giustizia sportiva, i campionati o per gravi irregolarità amministrative. Ad oggi questi tre fatti non ci sono”. Poi, un paragone rispetto alla mancata qualificazione del 1958: “Va detto che oggi c’erano più possibilità, in quell’edizione ci andarono 16 squadre. Purtroppo veniamo da tutto un periodo senza grandi risultati”.

Lotti e Renzi: “Rifondare subito” – “È una giornata molto deludente, il mondo del calcio va rifondato e vanno prese scelte che forse non si è avuto il coraggio di prendere negli anni passati”. Così il Ministro dello Sport Luca Lotti a margine di un evento al Coni. Sul futuro del commissario tecnico e del presidente federale, Lotti non si sbilancia: “Spetta a loro decidere, ma dobbiamo mettere a posto il calcio anche dal punto di vista culturale, di come si insegna a fare calcio ai ragazzi ed educare i genitori sotto questo aspetto. Noi, come governo, ci stiamo provando nei diritti televisivi e di come si vende il prodotto calcio italiano all’estero”. Una rifondazione che è necessaria anche secondo il segretario del Partito democratico Matteo Renzi: “Il calcio in Italia è un’emozione fantastica ma mai come in questo momento ha la necessità di essere totalmente rifondato, a cominciare da come stiamo in tribuna nelle partite giovanili noi genitori fino ai diritti televisivi e alla promozione del calcio italiano all’estero.”. Nel lungo post pubblicato dall’ex premier sul proprio profilo Facebook c’è spazio anche per un attacco a Salvini: “Ci sono leader politici che hanno dato la colpa all’immigrazione. Chi conosce il calcio sa che gli argomenti di Salvini sono ridicoli: gli stranieri stanno in Germania, Francia, Inghilterra, Spagna. Molti di noi hanno nella mente l’immagine della Francia multietnica campione del mondo nel 1998. Non partecipare al mondiale di Russia è una sberla enorme“. Un mondiale che nel giugno 2015 Renzi aveva dichiarato di voler vincere, una profezia che si è trasformata in una clamorosa e inconsapevole gaffe.

I ragazzi dell’82 – In gioco però non c’è soltanto il futuro del Ct ma anche quello del presidente federale, considerato il capro espiatorio al pari di Ventura della disfatta italiana. Secondo un ex campione del mondo come Marco Tardelli, il numero uno della federcalcio “dovrebbe andarsene, se solo avesse la stessa dignità di Giancarlo Abete“, ex presidente della Figc dal 2007 al 2014. Tardelli, intervistato da Agorà, attacca duramente il presidente federale: “Tavecchio in Inghilterra non sarebbe più entrato in uno stadio, da noi è il presidente della federazione”. Un altro dal passato glorioso in azzurro è Alessandro Altobelli, a segno come Tardelli nella finale di Madrid contro la Germania. “Ventura si è preso le sue responsabilità, ma dopo di lui ci sono anche i giocatori. Il nostro calcio va rivisto” dice all’Adnkronos. Altobelli attacca poi il sistema di composizione dei gironi: “Non è possibile che una Nazionale come l’Italia, che ha vinto 4 coppe del mondo, vada a finire in un girone con la Spagna dove ne passa solo una. L’Italia, dopo 4 mondiali, deve sempre partire testa di serie”. Nella finale dell’82, Francesco Graziani giocò soltanto sette minuti, lasciando spazio proprio ad Altobelli: “Alcune scelte dell’allenatore non mi sono piaciute – commenta Graziani – Abbiamo penalizzato il più bel talento che abbiamo in Italia, Lorenzo Insigne. Ventura può fare ciò che vuole, ma non si può sacrificare un giocatore così”. Secondo l’ex attaccante di Roma, Fiorentina e Torino, il problema sta nei troppi giocatori stranieri impiegati nei settori giovanili, una visione condivisa anche da Giorgia Meloni e Matteo Salvini: “Il calcio italiano non si deve rifondare, l’unico problema sono i tanti stranieri che arrivano penalizzando la crescita dei nostri giovani. Molte società di Serie A investono poco sui settori giovanili e alla lunga paghiamo qualcosa”.

Un’eliminazione che brucia e che peserà anche in termini economici: “La perdita sarà di 500-600 milioni – ha dichiarato Franco Carraro, ex presidente del CONI – Se contiamo l’indotto indiretto invece si supera il miliardo“. Una battuta sul momento del calcio italiano è arrivata anche da Walter Veltroni, ex segretario nazionale del Pd: “Forse è la più grande catastrofe sportiva italiana degli ultimi 60 anni, che non può essere scaricata solo sul commissario tecnico”. Secondo Veltroni, il problema riguarda non soltanto la nazionale ma anche i club e l’intero movimento: “C’è un problema nel calcio italiano che riguarda la gestione. Serve un nuovo presidente, un nuovo allenatore. Dopo Del Piero e Totti c’è un problema di fondo del calcio italiano. Manca autorevolezza”.

L’Italia non mancava alla rassegna mondiale dal lontano 1958, in quella che fino a ieri era stata l’unica edizione senza la nazionale italiana. Un mondiale che per uno strano scherzo del destino si giocò proprio in Svezia.

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Emissioni zero, è l’obiettivo per il 2050 di 25 città del mondo. C’è anche Milano

Tor, 14/11/2017 - 10:20

Diventare centri urbani a zero emissioni entro il 2050: è l’obiettivo che si stanno ponendo le amministrazioni di 25 fra le più importanti città del mondo, fra cui figura anche Milano. Secondo Legambiente oggi il capoluogo lombardo è 31° nella classifica dei centri più ecologici dello Stivale: già entro la fine di questa decade potrebbe inoltre essere varato un piano strategico a lungo termine per la riduzione delle emissioni inquinanti e per il raggiungimento dei target previsti dall’Accordo di Parigi.

Per la definizione del cronoprogramma e relativi traguardi sarà fondamentale il contributo di C40 Cities, una rete di 80 città mondiali impegnate nella lotta ai cambiamenti climatici (rappresenta più di 600 milioni di persone e un quarto dell’economia globale): questo network aiuterà Milano – nell’elenco ci sono anche Barcellona, Buenos Aires, Copenaghen, Londra, Los Angeles, New York, Parigi e Stoccolma, etc – a limitare drasticamente l’inquinamento nei prossimi 10 anni per arrivare alle zero emissioni nel 2050, con tutti i benefici ambientali, sociali ed economici del caso.

“L’Accordo di Parigi è molto chiaro su cosa serve per intraprendere azioni per il clima coraggiose”, ha affermato il sindaco di Parigi e presidente di C40, Anne Hidalgo. “I sindaci delle città più grandi del mondo modelleranno il prossimo secolo e apriranno la strada a un futuro migliore, più sano e più sostenibile. I sindaci facciano quello che devono fare, non quello che possono”.

Una rivoluzione che passerà anche per l’Africa: 9 megalopoli – fra cui Durban, Johannesburg, e Nairobi – saranno supportate nel raggiungimento degli obiettivi da C40 Cities, con Città del Capo (Sudafrica) che potrebbe essere pronta per le zero emissioni già entro il 2030. “Con l’aiuto di partner fondamentali, come il C40, anche le città africane giocheranno un ruolo chiave nell’adempimento dell’Accordo di Parigi”, ha dichiarato Anne Hidalgo.

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Disuguaglianza sociale: i figli di famiglie povere vengono bocciati sei volte di più

Tor, 14/11/2017 - 10:15

In un’Italia in cui le famiglie con minori in povertà assoluta sono quintuplicate in dieci anni, non sempre la scuola riesce a colmare le disparità. La disuguaglianza sociale condiziona il rendimento scolastico: il tasso di ripetenze è sei volte maggiore nelle scuole che presentano un indice socio-economico e culturale più basso. Ogni anno oltre 130mila ragazzi sono a rischio dispersione scolastica. Questi alcuni dei dati contenuti nell’VIII Atlante dell’infanzia a rischio ‘Lettera alla scuola’ presentato oggi in anteprima da Save the Children, pubblicato da Treccani e disponibile nelle librerie italiane dal 23 novembre. “Un viaggio attraverso l’Italia con gli occhi dei bambini – spiega l’organizzazione – partendo dalla scoperta del luogo più strategico dell’infanzia, la scuola e delle sue risposte alle sfide di oggi”.

POVERTÀ, DISUGUAGLIANZA E RENDIMENTO – In Italia vivono 669.000 famiglie con minori in condizione di povertà assoluta che, una volta sostenuti i costi per la casa e per la spesa alimentare, possono spendere solo 40 euro per la cultura e 7.60 per l’istruzione al mese. È un fenomeno che investe tutto il paese: i bambini in tale situazione – 1.292.000, il 14% in più in un anno – rappresentano il 12,5% del totale dei minori (il 12% al Nord, l’11,6% al Centro, il 13,7% al Mezzogiorno). La correlazione tra la condizione socio-economica e il successo (o l’insuccesso) scolastico in Italia è più forte che altrove: nelle scuole che presentano un indice socio-economico basso l’incidenza di ripetenze rispetto alle scuole con un indice elevato è 23 punti percentuali maggiore, laddove la differenza media nei paesi Ocse è del 14,3%. Uno studente di 15 anni su 2 (il 47%) proveniente da un contesto svantaggiato, inoltre, non raggiunge il livello minimo di competenza in lettura, otto volte tanto rispetto a un coetaneo cresciuto in una famiglia agiata.

LA DISPERSIONE SCOLASTICA – Tra i bambini e i ragazzi che vivono in condizioni di disagio è ancora elevato il rischio di dispersione scolastica: nelle scuole secondarie di secondo grado il tasso di abbandono in un anno è stato del 4,3%, pari a 112mila adolescenti, mentre in quelle di primo grado il tasso scende all’1,35%, che corrisponde a 23mila alunni. “Sebbene negli ultimi decenni siano stati compiuti importanti passi in avanti nel contrasto alla dispersione scolastica – sottolinea Save The children – con una tendenza positiva che ha visto il tasso di abbandono abbassarsi progressivamente dal 2008 a oggi, il fenomeno della dispersione continua a rappresentare una delle principali sfide con cui la scuola italiana deve fare i conti, come mostrano i nuovi dati dell’anagrafe nazionale studenti del MIUR resi disponibili nell’Atlante”. Tra i ragazzi delle secondarie di II grado, possibilità superiori di abbandono sono registrate tra i maschi, in particolare tra coloro che vivono nelle regioni del Mezzogiorno, soprattutto in Campania e Sicilia e tra quelli con i genitori di origine straniera. Il divario non è solo tra Italia e Europa, ma anche tra Nord e Sud del territorio nazionale: nel Settentrione i 15enni in condizioni socio-economiche svantaggiate che non raggiungono le competenze minime nella lettura sono il 26,2%, cifra che sale al 44,2% nel Meridione.

MOTIVAZIONI E ANSIA SCOLASTICA – La crisi economica, inoltre, rischia di avere un effetto negativo anche sulla motivazione degli studenti. In Italia meno di un giovane laureato su 2 ha un lavoro (nell’Unione Europea il 71,4% di chi ha terminato l’università trova un’occupazione, in Italia appena il 44,2%, nel Mezzogiorno il 26,7%). Non sorprende, dunque, che gli ‘scoraggiati’ tra i 15 e i 34 anni, che hanno smesso di cercare un’occupazione, siano cresciuti del 43% in dieci anni, raggiungendo quota 420mila, 340mila di loro al Sud. La scuola italiana, poi, è vissuta con preoccupazione da molti alunni: il 56% studia con grande tensione, il 70% prova molta ansia prima di un test anche se preparato, il 77% si innervosisce se non riesce a eseguire un compito a scuola, l’85% teme di prendere brutti voti. Sentimenti che pongono il paese al primo posto, insieme al Portogallo, nell’indice elaborato dall’Ocse sull’ansia scolastica.

Si assiste poi a due tipi di fenomeni opposti. Con l’aggravarsi delle condizioni socio-economiche di molte famiglie, tanti bambini non hanno accesso ad attività culturali. Sei ragazzi su 10 (il 59,9%) tra i 6 e i 17 anni in un intero anno non arrivano a leggere almeno un libro, fare sport in modo continuativo, andare a concerti, spettacoli teatrali, visite a monumenti e siti archeologici, visite a mostre e musei e non hanno accesso a internet. Mentre i bambini in condizioni svantaggiate non accedono mai, in un anno, al web, c’è una folta schiera di ultraconnessi: in Italia quasi un 15enne su 4 (23,3%) risulta collegato a internet più di 6 ore al giorno, ben al di sopra della media Ocse ferma al 16,2%. L’età in cui un bambino riceve il primo smartphone è scesa a 11 anni e mezzo (erano 12 e mezzo nel 2015), l’87% dei 12-17enni ha almeno un profilo social e uno su 3 vi trascorre 5 o più ore al giorno.

UNA SCUOLA (NON) A MISURA DI BAMBINO – Con solo il 4% del PIL nazionale speso nel settore dell’istruzione, contro una media europea superiore del 4,9%, non è facile per la scuola pubblica offrire una risposta alle problematiche che incontra. Così, ad esempio, il 41% delle scuole secondarie di I grado lamenta una scarsa dotazione di laboratori e ambienti di apprendimento adatti a sperimentare nuove prassi didattiche, con 4 scuole su 10 che possono fare affidamento su meno di un laboratorio ogni 100 studenti. Solo il 17,4% degli istituti (una scuola su 6) è dotato di almeno una palestra in ogni sede, mentre, sebbene quasi tutte abbiano una biblioteca, meno di 3 su 4 danno la possibilità di effettuare un servizio prestito e meno di un terzo del patrimonio librario risulta utilizzato. Evidente il divario tra Nord e Sud: se in Settentrione 2 biblioteche su 3 sono dotate di almeno 3mila volumi, in Meridione lo è solo una su 3.

DALLA DENATALITÀ ALLA SFIDA DELL’INCLUSIONE – Tra i fenomeni che condizionano la scuola di oggi anche la denatalità: in cinquanta anni gli under 15 sono passati da 12 a 8 milioni, perdendo circa un terzo della popolazione in età della scuola dell’obbligo: l’Italia conta 165 anziani ogni 100 bambini sotto i 14 anni. Nonostante la tendenza fosse stata invertita dall’ingresso di molti bambini di origine straniera, negli anni scolastici dal 2015/2016 a quello in corso è stata registrata un’ulteriore contrazione di 100mila alunni. Nel caso in cui questo trend proseguisse, tra cinque anni ci saranno 361mila alunni in meno e tra dieci 774mila. Lo scenario somiglierebbe a quello che oggi già sperimentano da numerose aree interne: qui le scuole secondarie di primo grado sono presenti solo nel 60% dei comuni e quelle di secondo nel 20%. Sebbene il numero totale di alunni diminuisca, aumenta invece quello dei bambini di origine straniera, che rappresentano il 9,2% degli studenti; tra coloro che non hanno la cittadinanza italiana il 58,7% è nato nel nostro Paese. Di fronte alla sfida dell’inclusione, tuttavia, solo nel 2,2% delle scuole del primo ciclo gli insegnanti ricevono una formazione specifica.

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Italia fuori dai Mondiali di calcio: ora azzerare, ripartire, ripensare

Tor, 14/11/2017 - 10:04

L’incubo di non vivere le solite “notti magiche”, in piazza, al bar, ovunque ci sia uno schermo con la partita è realtà. L’aspetto socializzante, quello aggregante che, ogni quattro anni scattava in automatico a ogni edizione dei campionati del mondo di calcio verrà meno nel 2018. Tra il 14 giugno e il 15 luglio noi italiani faremo altro, o comunque, proveremo una sensazione nuova: guardare una competizione senza pathos, più o meno, ma molto in piccolo ciò che successe nel 1992 quando non partecipammo alla fase finale del Campionato Europeo in Svezia (il fatto che le grandi furono bastonate dal miracolo Danimarca alleviò il dolore). L’Italia fuori dal mondiale, dopo 60 anni, è il capolinea di una generazione. I rimasugli di quella che ha vinto il titolo nel 2006, disputato una finale all’Europeo 2012 e fatto vedere ancora qualche cosa buona fino all’era Conte, non bastano più. Quest’altalena di risultati, che solleva e sotterra gli umori azzurri in base al punteggio, è priva di disegno, di progettualità.

Rifondare, azzerare, ripartire, ripensare. In questi e in altri mille modi verrà chiamato quel “nuovo corso” che urge inaugurare quanto prima. Non tutte le “tragedie”, calcistiche s’intende, vengono per nuocere, anche se sono certo che oltre la metà dei tifosi avrebbe preferito l’ennesimo rimando, con un’Italia che magari, fra sofferenze immani, avesse staccato il biglietto per Russia 2018, tanto poi tutto può succedere. In parte è vero, anzi, una squadra disastrata ha spesso tirato fuori orgoglio e risultati insperati ma, fermiamoci alla cruda realtà. L’Italia non ci sarà, e bisogna studiare soluzioni valide a medio/lungo termine per creare un gruppo decente che insegua un disegno solido.

Non m’improvviserò docente in “soluzioni calcistiche”, in giro ce ne sono già milioni, quindi ho semplicemente analizzato i percorsi delle altre big del calcio mondiale che della tragedia hanno fatto tesoro. Un popolo, molto vicino a noi, questa “tragedia” la visse due volte, per di più consecutivamente. La Francia, non si qualificò per i Mondiali del 1990 e del 1994. Ma come, proprio loro che erano reduci dal terzo posto a Messico ’86 ed erano stati campioni d’Europa nel 1984. Sì proprio loro, arrivarono alla fine di un ciclo al termine degli anni 80, la generazione dei Rocheteau, Bossis e Giresse e ovviamente Platini, aveva dato tutto e anche la “spremitura” dei reduci, generò solo delusioni. Dopo due mancate partecipazioni arrivò la prima Coppa del Mondo della storia transalpina (e poi l’Europeo del 2000), un caso? Forse no. Quali furono le mosse che costruirono un futuro ai Bleus? L’11 giugno 1988, in piena crisi d’identità, la federcalcio francese inaugurò il Centro tecnico nazionale Fernand-Sastre (Clairefontaine). Una vera accademia per la formazione dei talenti calcistici francesi. Qualche nome? Nicolas Anelka, Louis Saha, William Gallas, Thierry Henry. Per arrivare ai giorni nostri il nome Kylian Mbappé vi dice qualcosa?

Andiamo oltre: anche i francesi andarono oltre le due mancate qualificazioni mondiali e l’Europeo in Svezia disastroso nonostante in panchina sedesse da tempo l’idolo assoluto Michel Platini. La breve avventura di Houllier che portò alla mancata spedizione a Usa ’94 fu la goccia che fece traboccare il vaso con Libération che all’indomani dell’eliminazione titolò ironicamente: “Francia qualificata ai Mondiali del ’98” (certi solo di essere presenti ai Mondiali successivi poiché paese ospitante). Houiller fu rimpiazzato da Aimé Jacquet, assunto provvisoriamente e confermato solo dopo una striscia positiva di 30 partite. Jaquet, che aveva comunque vinto scudetti sia da giocatore che da allenatore, mica un signor nessuno, puntò su una Francia multietnica accantonando “bandiere” ammainate o appannate dal tempo come Cantona, Jean-Pierre Papin o David Ginola per dirne alcuni. La semifinale agli Europei del 1996 fu l’anticamera dei successivi cinque anni trionfali che ricorderete tutti (Mondiale ’98, Europeo 2000 e Confederation Cup 2001). Jaquet, Lemerre, Domenech furono i tecnici cosiddetti “di federazione” che godettero della rinascita mentre la nuova crisi, inevitabile al cambio della guardia dopo il 2006, è stata gestita ancora con intelligenza e affidata, dopo Laurent Blanc, a Didier Deschamps. Volto felice dell’epoca dei trionfi ma che in quella nazionale aveva iniziato a sgomitare negli anni bui, subendoli perché lo spazio per giocare era ristretto per via dei “senatori” che non mollavano il campo.

Non so se l’esempio può aiutare la nostra nazionale di calcio, imitare i francesi non è mai bello, di solito sono loro a farlo (perdonate un attimo di sano campanilismo) ma apriamo gli occhi e ricalchiamo gli indizi. Creare un’accademia sempre attiva, pensionare i senatori e far sedere in panca un allenatore che ha indossato quella maglia, nei momenti bui e in quelli radiosi. È così difficile ipotizzare qualcosa del genere? Per provare a fare qualcosa di nuovo, adesso, bisogna far sloggiare chi abita ai piani alti e forse proprio per questo, da lassù, non vede bene la partita che si sta giocando.

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La gioia dei giocatori svedesi è incontenibile: dopo la partita con l’Italia travolgono i giornalisti e distruggono tutto

Tor, 14/11/2017 - 09:48

Dopo la sconfitta dell’Italia, la gioia dei giocatori svedesi per la qualificazione dei Mondiali 2018 in Russia è incontenibile. E così mentre festeggiano travolgono i giornalisti di Eurosport, impegnati in un collegamento

Il video è tratto dal profilo twitter di sebastianlaneby‏

 

 

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Strage di Lampedusa, senza una traccia pubblica del caso il gip avrebbe archiviato?

Tor, 14/11/2017 - 09:45

“Stiamo morendo, per favore”.

Il medico siriano a bordo del barcone lancia l’sos e ottiene come risposta quella di chiamare un altro numero di telefono. È la burocrazia. Secondo la normativa internazionale doveva essere Malta a coordinare le operazioni. A molti basta questo per dare un senso e una risposta a 300 morti di cui oltre 60 bambini. Il barcone stava affondando perché la motovedetta militare libica, quella grazie a cui sono diminuiti gli sbarchi sulle nostre coste, ha sparato sulle persone colpendo anche lo scafo. Come più volte abbiamo sentito dire da Matteo Salvini, un capo scuola per quanto riguarda l’incitazione a sparatorie sui barconi, con molti allievi sparsi in tutto il territorio nazionale. A destra e a “sinistra”.

Ad altri però non basta questa risposta. Qualcuno pensa sia proprio sbagliato respingere uccidendo e lasciare morire restando a guardare.

Sul barcone ci sono medici che qualcuno chiama “papà”. Il giornalista Fabrizio Gatti vede in questa storia anche quella di tre papà, medici che scappano dalla Siria con le loro famiglie perché nel paese mancano le condizioni per proseguire il loro lavoro. Salvare vite umane. Gatti rintraccia e pronuncia la parola “amore” per dire di quel sentimento provato dai medici per i loro figli che stanno affogando.

Medici che non riescono più a salvare. Nemmeno le vite generate. Vite umane che dovrebbero avere lo stesso valore in ogni angolo della terra.

Gatti pubblica le sconvolgenti intercettazioni delle conversazioni intercorse quel giorno tra la centrale operativa di Roma, quella di Malta e il comando della nave italiana Libra. Ne esce un ritratto sconvolgente dei nostri tempi nel film documentario Un Unico Destino. Un lungometraggio sul più grande massacro di civili di cui è accusata la Marina militare italiana.

Questo importante lavoro, insieme al lavoro dei legali di Mohammad Jammo, primario anestesista dell’ospedale siriano di Aleppo, che dal barcone chiamò ripetutamente con un telefono satellitare sia le autorità italiane sia quelle maltesi sono, credo, le condizioni che hanno portato il Gip a non archiviare il caso.

Spero di sbagliarmi ed essere smentito, ma mi chiedo: se su quella nave non ci fossero stati i medici, il telefono satellitare e poi i loro legali e se Gatti non avesse tenuto traccia pubblica della strage il Gip avrebbe invece archiviato il caso? Non credo ci sarebbe state grande resistenza visto il contesto politico e sociale prevalente attuale.

Secondo il dizionario una strage è un delitto di chi, al fine di uccidere, compie atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità. Quella di Lampedusa è stata chiamata così. Strage. Per sua natura, una strage implica qualcuno che l’ha causata. Lasciamo alla giustizia stabilire le responsabilità.

Mi chiedo anche se, questo episodio possa avere un epilogo diverso la prossima volta che arriverà a qualche umano orecchio la sovruaumana richiesta di un “Stiamo morendo, per favore”.

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Italia-Svezia 0-0. Gian Piero Ventura perde, non si dimette e incassa: mezzo milione per non qualificare l’Italia

Tor, 14/11/2017 - 09:44

Non ha ammesso l’errore, non ha chiesto scusa “se non per il risultato”. Non si è dimesso. Il giorno dopo Italia-Svezia e il più clamoroso fallimento nella storia del nostro calcio, Gian Piero Ventura è ancora al suo posto, sulla panchina azzurra di una nazionale senza Mondiali e senza partite ufficiali fino al settembre 2018, a cui lui evidentemente non intende rinunciare: il rinnovo fino al 2020 non scatterà per l’eliminazione, ma restano comunque otto mesi di contratto. E di stipendio da 1,3 milioni di euro a stagione, che la Federazione dovrà riconoscergli. È uno dei temi che dovrà affrontare il presidente federale (per quanto ancora?), Carlo Tavecchio, quando uscirà dall’imbarazzato e imbarazzante silenzione di 48 ore in cui si è trincerato, per evitare le tante accuse e richieste di addio che sono piovute anche su di lui.

Tre anni fa, ai Mondiali in Brasile, andò così: Cesare Prandelli, dopo la disastrosa eliminazione al girone per mano di Costa Rica e Uruguay, si presentò davanti alle telecamere a pochi minuti dal fischio finale, ammise le sue responsabilità e si dimise. Se ne andò sconfitto ma da signore, come avrebbe fatto per altro anche l’ex presidente federale, Giancarlo Abete. Ventura no. Dopo essersi chiuso per oltre un’ora nello spogliatoio, in conferenza stampa il mister genovese ha offerto solo qualche frase di circostanza, senza però mai pronunciare la parola fatidica “dimissioni”. E all’insistenza dei giornalisti, ha risposto: “Non ho ancora parlato con il presidente, ci sono delle valutazioni da fare, accetterò le decisioni prese”. Come a dire: io non me ne vado, se volete dovete cacciarmi voi.

Dopo una disfatta del genere, è pacifico che l’esperienza di Ventura in azzurro sia arrivata al capolinea: lo sanno tutti. Lo sa anche il diretto interessato, che però evidentemente vuole far valere il suo contratto fino in fondo. Mettendo una volta di più in difficoltà la Figc. Lo scorso agosto Carlo Tavecchio gli aveva persino fatto firmare un prolungamento fino al 2020: quel rinnovo è carta straccia, conteneva una clausola di annullamento (pubblicamente sempre smentita dal numero uno, ma confermata a collaboratori e dirigenti in FederCalcio) in caso di mancata partecipazione ai Mondiali. Il ct non incasserà nemmeno il premio qualificazione (a cinque zeri) che gli era stato promesso. Restano, però, otto mesi di contratto da onorare, fino al 30 luglio 2018, al termine di quella Coppa del Mondo a cui non parteciperemo.

La Federazione, invece, non può permettersi di lasciare Ventura sulla panchina azzurra un giorno di più: anche se non ci sono partite ufficiali (solo un paio di amichevoli di lusso a marzo contro Argentina e Inghilterra, senza più alcun significato), è una questione di immagine. Trovare il sostituto sarà processo lungo e delicato (nell’attesa probabilmente toccherà a un traghettore: in pole Gigi Di Biagio dell’Under21): prima bisognerà capire come si risolverà la crisi politica, se a scegliere il nuovo ct dovrà essere ancora Tavecchio o un suo eventuale successore. In un caso o nell’altro, però, Ventura deve andar via subito. Ma se non si dimette lui (e non l’ha fatto) bisognerà cacciarlo. E pagarlo. Otto mesi di contratto a 1,3 milioni a stagione fanno quasi 850mila euro. Il ct probabilmente si accontenterà di meno, tratterà con la Figc una buonuscita per togliere il disturbo: qualche centinaia di migliaia di euro, forse anche mezzo milione. Non male, per il più grande fallimento della storia del nostro calcio.

Twitter: @lVendemiale

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Troppa cucina in tv, il mezzo subdolo per distrarre i giovani

Tor, 14/11/2017 - 09:40

Un ragazzo di 20 anni viene da me perché, dopo aver frequentato con ottimi risultati il primo anno di ingegneria, si sente insoddisfatto. Ha la sensazione che le materie studiate siano aride e troppo tecniche. Durante il liceo ha conseguito sempre risultati strepitosi e sognava un futuro in cui divenire importante e famoso. Pensa al suo eventuale lavoro di ingegnere con una certa tristezza. La sorella, più grande di alcuni anni, già ingegnere lavora per una ditta. Lui la vede bloccata in una occupazione che le assorbe tutta la giornata, dalle sette del mattino quando parte da casa, alle 18,30 quando rientra. Immagina se stesso in questo ruolo e prova profonda tristezza e mancanza di desiderio per raggiungere questo traguardo. Ha comunicato ai genitori la decisione di abbandonare ingegneria per cercare altre professioni. Quello che mi colpisce è che una delle opzioni più gettonate è l’idea di intraprendere la strada per divenire un cuoco.

Non sopporto più le trasmissioni dei cuochi in tv. A pelle sento una repulsione verso questo eccesso di esposizione della “filosofia” del cucinare. Alcuni anni orsono ero più tollerante e ben disposto verso la cucina. Mia moglie, come preside di una scolaresca, e mio figlio andarono a Milano in occasione dell’Expo a un evento organizzato da Massimo Bottura, cuoco celebratissimo di Modena, fra i pochi a non andare in tv, e mi riportarono le sue “visioni” di una cucina sostenibile. Mi piacquero e in seguito quando, sempre Bottura, fece una conferenza con colleghi psichiatri sarei voluto andare ad ascoltarlo. Non ero pregiudizialmente contrario ai cuochi. Ora lo sto diventando.

Questa sovraesposizione mediatica di tutto quello che riguarda il cucinare mi sta rompendo le scatole. Mi viene voglia di mangiare una scatoletta di tonno con un tozzo di pane per ribadire la mia libertà di nutrirmi come mi pare. Soprattutto mi viene la pelle d’oca a sentire filosofeggiare sulla cucina. Non se ne può più!

Ho raccontato prima la storia del mio paziente e, successivamente, la mia emozione per introdurre ora una riflessione. Il sistema pubblicitario vuole imporre una visione consumistica del vivere. Tutti i giorni ribadisce negli spot, nelle trasmissioni, sui giornali e sui media che occorre godere qui ed ora le delizie della vita senza imbarcarsi in progetti per il futuro. I nostri ragazzi lo hanno fortemente recepito per cui la tendenza a costruire una famiglia sposandosi e avendo un figlio sta drasticamente crollando.

Non mi si venga a dire che è solo un problema di mancanza di prospettive lavorative o di denaro. Certamente, in alcuni casi questo potrà incidere, però non si spiegherebbe l’enorme aumento dei consumi nel campo della cura della persona, dei viaggi, dei mezzi di trasposto e di tutto ciò che è voluttuario. I nonni degli attuali ragazzi di vent’anni avevano meno possibilità di loro però decidevano di andare in affitto per sposarsi e mettere al mondo un figlio.

La società consumistica ha inculcato l’idea che occorre godere ora. Quelli che un tempo erano vizi capitali stanno gradualmente divenendo virtù. La gola sembra debba divenire centrale nella nostra vita mettendo in sordina l’impegno, la dedizione e il sacrificio. Forse in queste mie elucubrazioni domenicali che offro ai lettori sono troppo drastico? Anche nella cucina esiste l’impegno per imparare una tecnica, la dedizione all’altro che mangerà e sicuramente il sacrifico. Quando però alla tv imperversano trasmissioni sui cuochi e la cucina ho la sensazione che sia solamente un mezzo subdolo per distrarre la gente, e soprattutto i nostri giovani, dalle sfide ben più importanti e fondamentali per la loro vita.

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No pasta no show di Claudio Trotta, rockstar si diventa

Tor, 14/11/2017 - 09:40

Sarà che vivendo a stretto contatto con le più grandi rockstar del pianeta, alla fine, per forza di cose, uno rockstar sente di esserlo diventato per davvero, magari per osmosi. Provando sulla propria pelle le stesse emozioni provocate da ovazioni, luci della ribalta, urla di giubilo dei fan. Ma anche dalla rabbia che resta dietro le quinte, dal sudore e dalla fatica profusi affinché lo spettacolo riesca alla perfezione.

È così che funziona il grande circo del rock and roll, ed è questo ciò che è capitato a Claudio Trotta, stimato produttore e promoter di spettacoli dal vivo (basti sapere che è colui che ha portato a esibirsi in Italia per la prima volta uno del calibro di Bruce Springsteen). Una vera e propria rockstar, almeno a sentire i racconti di chi ha lavorato con o per lui. Nonostante – ammette candidamente Trotta – non sappia “manco suonare il campanello”, e viva spesso “con la sensazione di essere un tantinello suonato”.

Una rockstar che, dopo 40 anni di carriera, ha deciso di raccontare la sua storia nel libro No pasta no show (chiaro riferimento alla richiesta fatta da più d’un artista), un’autobiografia che è al tempo stesso il racconto di un pezzo di storia della scena musicale italiana e internazionale, narrato da una prospettiva particolare: dietro un palco.  E non è un caso se ha scelto di  intitolare il tour di presentazione nelle librerie di Italia Whole Trotta tour, richiamando alla mente un celebre pezzo dei Led Zeppelin.

“Non so neanche fischiare – prosegue con una certa dose di ironia –  eppure la musica è la mia vita, il palco la mia casa, il pubblico la mia famiglia”. Sarà per il fatto che discende da una famiglia di artisti: la mamma Luciana era ballerina contorsionista, mentre i nonni materni recitavano, ballavano e cantavano. Per non parlare dei nonni paterni, Radames e Lina, che erano uno violinista del Teatro alla Scala e impresario e l’altra soprano, una cantante d’opera insomma.

L’arte, la musica e lo spettacolo, insomma, Claudio ce li ha nel sangue: dopo alcuni anni di militanza nelle radio libere degli anni Settanta, nel 1979 fonda la Barley Arts di cui è tuttora titolare e anima, con la quale ha organizzato oltre 15mila eventi tra concerti, spettacoli dal vivo e festival in Italia e nel mondo.

Ha lavorato con moltissimi artisti internazionali e italiani, tra cui Bruce Springsteen, Pearl Jam, AC/DC, Kiss, Sting, Metallica, David Bowie, Guns N’ Roses, Iron Maiden, Aerosmith, Frank Zappa, Stevie Wonder, Elio e le Storie Tese, Litfiba, Renato Zero, Luciano Ligabue. E in questo libro ci sono gli aneddoti di una vita, riguardanti importanti figure della musica e dello spettacolo. Quelli ad esempio sul leader dei Guns N’ Roses, Axl Rose, su Bruce Springsteen, Motörhead, Van Halen, Eels e tanti altri.

C’è il racconto di come, Claudio Trotta  in quarant’anni di carriera sia riuscito a promuovere e a far conoscere nel nostro Paese le stelle di prim’ordine della scena musicale internazionale, organizzando show e festival di  gran successo. Ma anche di come stia tentando di opporsi al fenomeno del Secondary ticketing e alla strategia delle multinazionali che sempre più presidiano il mercato della musica portandolo all’omologazione. E se gli chiedi qual è il segreto del suo successo, di getto risponde: “Avere un’alta considerazione del pubblico, superiore di gran lunga a quella per le stesse rockstar”, perché dice in maniera sibillina, “se non ci fosse un pubblico che andrebbero ad ascoltarle, queste rockstar suonerebbero nel salotto di casa loro”.

Immagine in evidenza tratta dalla pagina Facebook di Claudio Trotta

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Italia-Svezia, quando Renzi disse: “Vogliamo vincere i mondiali di Russia 2018”. La “profezia” dell’ex premier

Tor, 14/11/2017 - 09:32

Nel giugno del 2015, in occasione della visita di Vladimir Putin all’Expo di Milano, l’allora premier Matteo Renzi salutò i cronisti in sala stampa con una battuta calcistica: “Non parlo di Mondiali, perché vogliamo vincere quelli di Russia 2018“. Parole che oggi, all’indomani dell’eliminazione della Nazionale ai playoff, suonano come una clamorosa (e inconsapevole) gaffe

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Italia-Svezia, troppo brusio dopo la partita: l’allenatore Andersson si arrabbia e zittisce i giornalisti

Tor, 14/11/2017 - 09:30

Il tecnico Andersson non ha gradito il chiacchiericcio durante la conferenza dopo la partita con la nazionale italiana, che è valsa alla Svezia la qualificazione ai Mondiali del 2018

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Italia-Svezia 0-0, Salvini e Meloni: “Fuori dai mondiali per colpa dei troppi stranieri nel nostro calcio”

Tor, 14/11/2017 - 09:25

Le occasioni sprecate, le idee confuse, i campioni lasciati in panchina? Niente di tutto questo. Secondo i leader del Carroccio e di Fratelli d’Italia, la débâcle dell’Italia a San Siro ha un’origine univoca: gli “stranieri in campo”. “#STOPINVASIONE e più spazio ai ragazzi italiani, anche sui campi di calcio”, ha twittato lunedì sera Matteo Salvini. “Riprendo le parole dell’allenatore della Ternana: con un po’ meno di stranieri in campo nelle giovanili e nei campionati di A, B e C probabilmente ci sarebbe una nazionale più competitiva”, aveva anticipato qualche ora prima il segretario della Lega, “ispirato” appunto dal ct della Ternana Sandro Pochesci che dopo il ko degli Azzurri a Stoccolma, durante una conferenza stampa show, aveva sostenuto che “oltre ad avere perso contro una squadra di profughi, ci siamo fatti pure menare. Ma che siamo diventati tutti ‘pariolini’? Il calcio italiano è finito. Ecco cosa accade a portare tutti questi stranieri in Italia: non c’è più un italiano che mena”.

Poco dopo Giorgia Meloni, via Facebook, ha rincarato: “Fuori dai mondiali. Per molti di noi sarà la prima volta da quando siamo nati. E vorrei poter dire che è stata colpa della sfortuna, dell’arbitro o di chissà cosa, ma non è così. Il fatto è che nello sport, come in ogni altro ambito, se punti tutto sugli stranieri e trascuri gli italiani, poi ne paghi le conseguenze. Ora, per favore, ripartiamo dai nostri giovani. Viva l’Italia, anche stanotte”.

“Troppi stranieri in campo, dalle giovanili alla Serie A, e questo è il risultato. #STOPINVASIONE e più spazio ai ragazzi italiani, anche sui campi di calcio. #italiasvezia”. Così il segretario della Lega Matteo Salvini commenta su twitter la sconfitta dell’Italia che non giocherà i Mondiali 2018.

Troppi stranieri in campo, dalle giovanili alla Serie A, e questo è il risultato.#STOPINVASIONE e più spazio ai ragazzi italiani, anche sui campi di calcio.#italiasvezia

— Matteo Salvini (@matteosalvinimi) 13 novembre 2017

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Pd, le priorità? Lo Ius soli viene prima dei vitalizi. Ecco perché: le risposte dei dem alla direzione nazionale

Tor, 14/11/2017 - 09:11
“Io penso che lo Ius Soli sia molto più maturo”. Luigi Zanda, così all’uscita della direzione del Partito Democratico. Il tempo stringe, e sia la legge sulla cittadinanza, che la legge ‘Richetti’ sui Vitalizi. sono ferme al Senato. “Dipenderà dalla durata della legislatura. Credo vada chiarita bene la questione sull’incostituzionalità” conclude il capogruppo dei Senatori dem. A Zanda replica il primo firmatario della legge sui Vitalizi, Matteo Richetti: “Se il Senato vuole approvare la legge ricetti lo fa. Punto”. Per Richetti il dubbio di costituzionalità “è un pretesto” ed il deputato dem spiega: “Non troviamo scuse. Non mi dite che un problema di tempi – semmai – è un problema politico”. E in mattinata, dopo l’incontro tra Renzi e i Radicali, accompagnati da Benedetto Della Vedova, promotore della lista ‘Forza Europa’, sollecitano al Pd l’approvazione entro fine legislatura, della legge sullo Ius Soli e sul biotestamento: I renziani ortodossi scelgono di dare priorità alla legge sulla cittadinanza e accantonare la legge sui vitali dei parlamentari

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Sicilia, candidato M5s arrestato per estorsione: “Buste paga false”. Verso sospensione dal Movimento

Tor, 14/11/2017 - 09:03

Arrestato con l’accusa di estorsione per aver costretto due dipendenti del suo albergo a firmare buste paga false e accettare stipendi inferiori. Fabrizio La Gaipa, uno dei candidati della lista M5s alle scorse regionali in Sicilia e primo dei non eletti ad Agrigento con 4357 voti, è finito ai domiciliari dopo essere stato fermato dalla squadra mobile di Agrigento. Dopo l’arresto del consigliere neo eletto Udc Cateno De Luca e dopo l’avviso di garanzia per Edy Tamajo, deputato regionale sostenitore del candidato di centrosinistra Micari, ora tocca ai 5 stelle dover fare i conti con i problemi con la giustizia di uno dei loro candidati che però, a differenza degli altri due, non è stato eletto. Dal Movimento ancora nessuna reazione, anche se fonti interne fanno sapere a ilfattoquotidiano.it che si va verso la sospensione dal M5s.

Imprenditore del settore alberghiero, 42 anni, La Gaipa è titolare dell’hotel Costa Azzurra Museum sul litorale agrigentino di San Leone, ma è anche giornalista ed è stato presidente del Distretto turistico Valle dei Templi, incarico che ha lasciato dopo aver annunciato la candidatura in Regione. Con lui risulta indagato anche il fratello Salvatore per il quale i magistrati hanno disposto il divieto di dimora in città. Secondo il procuratore Luigi Patronaggio, che coordina l’inchiesta con il pm Carlo Cinque, i due fratelli minacciavano i due dipendenti di licenziamento nel caso non avessero accettato uno stipendio inferiore a quello che risultava in busta paga. “I dipendenti, parti offese del reato”, ha dichiarato Patronaggio, “hanno offerto riscontri documentali ed audio alle loro dichiarazioni accusatorie nei confronti degli indagati. Il fenomeno delle ‘false buste paga’ è particolarmente diffuso nell’agrigentino e oggetto di particolare attenzione investigativa da parte dell’Ispettorato del Lavoro oltre che delle forze di polizia. Nei prossimi giorni ci sarà l’interrogatorio di garanzia da parte del gip Stefano Zammuto”.

La Gaipa era l’unico candidato del capoluogo nel collegio di Agrigento per le elezioni regionali dove è arrivato terzo con 4357 voti, risultando il primo dei non eletti. “Sono un imprenditore turistico di seconda generazione, con un passato da giornalista e scrittore”, si presentava durante la campagna elettorale sulla piattaforma Rousseau del M5s. La Gaipa nelle scorse settimane ha fatto anche un comizio alla presenza degli esponenti nazionali del Movimento Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista e naturalmente del candidato grillino alla presidenza siciliana Giancarlo Cancelleri. “Nutro una passione profonda, consolidata nel nostro territorio, per l’arte antica”, continuava nel video di presentazione in rete. “Recentemente mi sono impegnato in iniziative culturali innovative legate all’archeologia come l’apertura ad Agrigento dell’Hotel Costazzurra Museum Spa, primo archeo-hotel del mondo, eventi culinari legati alle tradizioni gastronomiche dell’antichità e persino la riscoperta di trattamenti e rituali estetici del passato quali il massaggio con lo strigile”. Secondo alcune indiscrezioni, La Gaipa, dopo la sconfitta delle regionali, si stava preparando alla candidatura delle Politiche sempre con il Movimento 5 stelle.

#Sicilia Un certo La Gaipa, uno dei candidati del Movimento 5 stelle alle scorse regionali, è stato arrestato dalla squadra mobile di Agrigento con l’accusa di estorsione. Com’era la storia degli impresentabili? Che dicono Di Maio, Di Battista e Cancelleri? Onestà-tà-tà-tà-tà-tà

— Renato Brunetta (@renatobrunetta) November 14, 2017

Nessun commento ancora dai 5 stelle, mentre arrivano gli attacchi dagli avversari politici. “Un certo La Gaipa”, ha scritto su Twitter il deputato di Forza Italia Renato Brunetta, “uno dei candidati del Movimento 5 Stelle alle scorse regionali, è stato arrestato dalla squadra mobile di Agrigento con l’accusa di estorsione. Com’era la storia degli impresentabili? Che dicono Di Maio, Di Battista e Cancelleri? Onestà-tà-tà-tà-tà-tà”. Così anche la presidente di Fdi Giorgia Meloni: “Nelle liste siciliane è successo che purtroppo ci sono state delle persone che obiettivamente non erano candidabili e non erano da candidare. Il punto è che è molto difficile per i partiti politici avere la certezza di tutti i candidati che mettono nelle loro liste. E’ successo che molti di quelli che si vantavano di essere i più presentabili in realtà alla fine erano i più impresentabili. È il caso del M5s e di una campagna elettorale fatta tutta cercando di gettare fango sui propri avversari”.

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Monaco, due italiani tentano di dar fuoco a un senzatetto e si scattano un selfie: arrestati. “Lo abbiamo fatto per gioco”

Tor, 14/11/2017 - 08:18

Prima hanno scattato qualche selfie per schernirlo, poi hanno incendiato un sacchetto di plastica ai suoi piedi e se ne sono andati. Due italiani sono stati arrestati a Monaco di Baviera per aver tentato di dare fuoco a un senzatetto che stava dormendo su una panchina della stazione centrale della città tedesca. “Lo abbiamo fatto per gioco”, hanno confessato agli agenti bavaresi, come ha riferito Castro Tellez, portavoce della polizia. Per i due, un 25enne senza fissa dimora e un cuoco di 29 anni, l’accusa è di tentata lesione aggravata.

Secondo quanto ricostruito dalle autorità, il senzatetto, 51 anni, ha rischiato di morire. Addormentato, non si era accorto delle fiamme che avrebbero potuto raggiungere i suoi pantaloni. A salvarlo sono stati dei passanti, intervenuti appena hanno compreso il pericolo e visto il fuoco. Nel frattempo i due ragazzi erano già scappati prendendo il primo treno disponibile. Era la notte del 2 novembre e da quel momento sono cominciate le ricerche della polizia tedesca.

I due giovani sono stati infatti ripresi dalle telecamere di sorveglianza della stazione. Su una banchina della parte sotterranea, quella in cui arrivano i treni che collegano il centro di Monaco alla periferia, si vede uno di loro sedersi accanto al senzatetto e farsi fare una foto dall’amico. Scattano immagini e selfie. Poi gettano un mozzicone di sigaretta nel sacchetto che conteneva alcuni oggetti del 51enne. Infine decidono di dare fuoco alla busta di plastica e salire sul treno in arrivo al binario, sempre ripresi dalle telecamere. Poco dopo alcuni passanti, attirati dalle fiamme, riescono a gettare via dalla banchina gli oggetti incendiati e svegliare il senzatetto.

Analizzando i filmati di sorveglianza, gli agenti sono riusciti dopo qualche giorno a risalire agli identikit dei due italiani. Uno di loro, il 25enne, ha deciso di costituirsi alla stazione di polizia di Starnberg, città della Baviera a circa 25 chilometri da Monaco. Ha poi fatto il nome del suo amico cuoco, fermato nella notte di sabato 11 novembre. Due giorni dopo i due hanno confessato. “Hanno detto di averlo fatto per scherzo. Come fosse un gioco”, ha riferito il portavoce della polizia. Precisando però che le indagini sono ancora in corso. Per i due italiani, i cui nomi non sono stati resi noti, il giudice competente ha emesso un mandato d’arresto. Al momento rimangono in custodia cautelare.

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‘Ndrangheta, dall’Africa al Belgio il business europeo della cocaina è controllato da un paesino della Calabria

Tor, 14/11/2017 - 08:15

Ventimila container al giorno. Sulle banchine del porto di Anversa colossali gru lavorano senza sosta, impilandoli in alte torri. Nelle decine di chilometri di canali che compongono il secondo porto d’Europa le navi si fermano per poche ore e solo una minuscola parte dei loro carichi viene ispezionata. I costi di attracco sono alti e, per fare profitti, la velocità è tutto. E’ così che, nell’autunno 2015, un particolare container passa inosservato. Arriva direttamente dalla Costa d’Avorio e porta un carico prezioso: decine di chili di cocaina purissima diretta ai clan della ‘ndrangheta calabrese. I carichi che non vengono scoperti spariscono tra i magazzini e da lì trasportati lontano su gomma, senza venire più rintracciati. Ma questa volta una parte della spedizione fantasma è stata tracciata alcune settimane dopo, a migliaia di chilometri.

E’ ottobre nelle campagne di Siderno (Reggio Calabria). Gli agenti della Squadra Mobile sono al lavoro, nascosti tra i campi tengono d’occhio un “dead drop”, uno scambio nascosto. Un uomo spunta da una baracca spingendo una carriola di calcinacci. Estrae una busta bianca e la nasconde in un deposito di copertoni. Poco dopo, un altro uomo arriva in jeep e la recupera (foto sotto, fonte Polizia di Stato). La polizia lo guarda allontanarsi, ma poi lo ferma con la scusa di un normale controllo e, nella busta, trova 900 grammi di cocaina. A nasconderla era stato Claudio Spataro, luogotenente di Giuseppe Commisso, alias U’Mastru, boss dell’omonimo clan di ‘ndrangheta. Spataro è sotto controllo da tempo. Gli uomini del Servizio Centrale Operativo, coordinati da Andrea Grassi, hanno piazzato cimici nella lavanderia di U’Mastru e sanno che quel chilo viene da lontano. Era una piccola frazione di un carico partito da Abidjan, in Costa d’Avorio, arrivato in Belgio e poi da lì diviso in più parti: una delle quali giunta fino a Siderno.

E’ proprio dal triangolo fra Anversa, Rotterdam e Duisburg che entra oggi il grosso della cocaina consumata in Europa. La ‘ndrangheta ha da tempo capito l’importanza logistica di questa “porta” e uno dei cartelli che meglio ha imparato a sfruttarla è proprio quello dei Commisso di Siderno, che assieme a Crupi e Figliomeni e con gli Aquino-Coluccio di Marina di Gioiosa Jonica costituiscono il cosiddetto Siderno Group of Crime. Piccole città diventate capitali globali del crimine, dove si prendono decisioni che impattano tanto le comunità di contadini dell’America Latina quanto gli instabili paesi dell’Africa occidentale. Non importa se in uno scantinato o in mezzo ad un campo: è qui che alcuni degli uomini più potenti d’Italia decidono il fato del narcotraffico internazionale facendo della piccola Siderno una Beverly Hills del crimine.

TERREMOTO A SIDERNO

Le rigide regole dei clan, dove il valore principale resta la fedeltà alla famiglia, hanno reso la ‘ndrangheta impervia alle infiltrazioni, solida e in grado di riorganizzarsi dopo ogni operazione di polizia. Ma le leggi che regolano la famiglia e la tradizione ‘ndranghetista non prevedono molti diritti per le donne e i matrimoni sono solitamente organizzati per garantire una sorta di successione dinastica tra le famiglie mafiose. Le donne che si sottraggono a queste logiche sono destinate a destare scandalo e, a volte, a dover scappare. Nel 2008 è proprio il Siderno Group of Crime ad essere scosso da uno di questi scandali, quando un Crupi si innamora di una Figliomeni. Di per sé nulla di strano, i matrimoni tra famiglie del cartello sono comuni. Ma Giuseppe Crupi è un uomo sposato, e per giunta con la sorella di Giuseppe Commisso, capo dell’intero cartello. Certe trasgressioni per la ‘ndrangheta sono inammissibili. U’Mastru, furioso, non la vede solo come una questione personale. Ai suoi occhi il principale colpevole è il padre della giovane Jole Figliomeni, Alessandro, reo di non aver tenuto a bada la figlia e di avere così ridotto l’autorità di U’Mastru di fronte alla società mafiosa.

I rapporti tra Figliomeni e Commisso si incrinano irreparabilmente. Ma in ballo ci sono troppi interessi perché il cartello possa implodere. Alessandro Figliomeni, all’epoca sindaco di Siderno, riveste un ruolo cruciale per il controllo della politica locale. La famiglia Crupi, invece, è la punta di diamante per il narcotraffico del cartello: tonnellate di cocaina purissima dalla Colombia all’Olanda grazie alla copertura del business della floricoltura. Insomma, non si poteva dare il là ad una faida, anche perché, come ha spiegato a Irpi il pm della Dda di Reggio Calabria Antonio De Bernardo, “sarebbe stata una lotta intestina, perché le famiglie del cartello sono legate tra di loro da una serie di matrimoni.”

A gettare altra acqua sul fuoco contribuisce poi l’arresto, a dicembre 2010, di Alessandro Figliomeni. Il sindaco stava raggiungendo la figlia Jole in Australia, forse con la speranza di lasciarsi alla spalle gli screzi con U’Mastru. Ma l’operazione “Recupero-Bene Comune” lo spedisce in carcere per mafia e spinge la figlia a tornare a Siderno solo per fare i bagagli di nuovo, e questa volta in modo molto più definitivo: destinazione Abidjan, capitale commerciale della Costa d’Avorio.

NESSUN LUOGO E’ LONTANO

Ma nessun luogo è abbastanza lontano. A febbraio 2014 Jole Figliomeni riceve una visita. A bussarle alla porta è Claudio Spataro, luogotenente di U’Mastru. Secondo un’informativa dello Sco trasmessa alla Dda di Reggio Calabria, sarebbe stato mandato dal cartello a organizzare la logistica di un traffico di cocaina dall’America Latina all’Europa, con tappa proprio il porto di Abidjan (nella foto sotto). “Si muore di caldo, si schiatta, – mancu i cani”, racconta Spataro a un uomo di U’Mastru che da Siderno chiede notizie. “Come sta la ragazza? ti sta portando in giro?” gli chiede il sidernese. “Sì sì, sta lavorando duro” risponde Spataro. “Se non fosse per lei sarei rovinato, qui non capisco la lingua, non so nulla”.

Ufficialmente Spataro è in Africa per avviare un commercio di pneumatici usati. Ma qualcosa non torna. Spataro risponde delle sue mosse a un luogotenente del clan Commisso, con conversazioni quotidiane. I discorsi al telefono sono criptici, la missione fumosa. E le famiglie del cartello di Siderno sembrano essere tutte coinvolte: quando acquista il biglietto aereo, infatti, Spataro, lascia come contatto il numero del fratello di Jole Figliomeni.

L’AFRICA OCCIDENTALE TERRA DI ‘NDRANGHETA

Il narcotraffico richiede che decine di rotte siano aperte contemporaneamente, affinché un eventuale sequestro non fermi il flusso di droga nel mercato europeo. Negli ultimi dieci anni l’Africa occidentale è diventata una tappa sempre più importante di queste rotte. Le navi provenienti dall’Africa fanno scattare meno campanelli d’allarme di quelle che vengono dal Sud America e i porti africani hanno pochi controlli doganali, gli agenti sono quasi sempre sottopagati, e di conseguenza il prezzo della corruzione è più basso.

Paesi così poveri non mettono certo in piedi severe legislazioni anti-riciclaggio, e le mafie spesso scelgono di investire i loro profitti per aprire aziende di import-export in questi luoghi, che servono sia da lavatrice di denaro che da vettore dei carichi in transito verso l’Europa. La Guinea-Bissau e il Ghana sono stati i primi a finire nel mirino delle mafie, ma la Costa d’Avorio sta diventando una cruciale base logistica per i narcos. Questa situazione ha un profondo impatto sulle popolazioni locali. Il consumo di cocaina, prima praticamente nullo, è aumentato vertiginosamente, assieme ai livelli di corruzione negli apparati pubblici. E in alcuni casi gruppi paramilitari e ribelli hanno stretto la mano ai trafficanti, offrendo appoggio logistico in cambio di risorse da investire nelle guerre locali.

DA ABIDJAN ALLE FIANDRE

Spataro al telefono spiega che “la ragazza” ha preso tre giorni liberi dal lavoro per aiutarlo. Poi parla di “pericoli lontani” e “costo di un container” e gli investigatori non hanno dubbi: si riferisce al traffico di droga. E del resto proprio nelle sue mani è stata trovata una parte del carico di coca che da Abidjan aveva preso la rotta del Belgio. Quanto Jole Figliomeni fosse a conoscenza della vera natura della missione di Spataro è incerto. Ma, e questo lo dicono le intercettazioni, cerca di aiutarlo anche dopo la sua partenza. In una chiamata avvenuta una settimana dopo il ritorno di Spataro in patria, i due intrattengono una lunga conversazione rispetto a costi e autorizzazioni di un macchinario per la pulitura della sabbia.

Che lavoro svolgesse Jole Figliomeni all’epoca della visita di Spataro, e da cui si era assentata, non è noto, ma probabilmente lavorava già per un’importante azienda di IT e cyber-security di Abidjan. Un’azienda che si occupa di bussiness intelligence e infrastrutture delle telecomunicazioni e che annovera tra i clienti anche la multinazionale della telefonia Orange. Jole Figliomeni, contattata da Irpi, si era detta disponibile a rilasciare un’intervista e “contribuire alla lotta della criminalità organizzata”, salvo poi non rispondere più alle ripetute richieste di intervista, evitando di chiarire che tipo di aiuto avesse realmente fornito a Claudio Spataro. Solo dopo che Irpi ha contattato i suoi datori di lavoro, Jole Figliomeni ha scritto che le domande dei giornalisti avevano “distrutto tutto il lavoro fatto negli ultimi quattro anni, con grandi rinunce e sacrifici” e individua nelle vicende giudiziarie che hanno toccato la sua famiglia la molla che l’ha “costretta a trovare lavoro in Africa, nel terzo mondo, al fine di poter essere valutata sulla scorta delle mie competenze senza pregiudizi derivanti dalle vicende personali di mio Padre”.

Non è stato possibile chiedere chiarimenti neppure a Claudio Spataro, che è in carcere da gennaio 2016 con l’accusa di essere un narcos al servizio di U’Mastru. Per il pm Antonio De Bernardo che ha chiesto 18 anni, tanto i suoi viaggi in Africa, quanto quelli verso il Brasile, sarebbero stati fatti per organizzare spedizioni di cocaina.

Quel che è certo è che l’operazione Apegreen, che prende il nome dalla lavanderia che i Commisso gestiscono a Siderno, ha inferto un colpo pesante alle attività del potente clan sidernese. “Ascoltandoli per oltre due anni abbiamo potuto confermare che U’Mastru (nella foto sotto) era a capo di un potentissimo cartello di narcotrafficanti della Locride”, spiega De Bernardo. “È una sorta di signore feudale dalle cui mani doveva passare l’interezza dei traffici illeciti del clan, compreso naturalmente quello della droga”.

Un traffico che non aveva confini. Mentre l’operazione Apegreen Drug dimostra l’intento di importare cocaina dal Venezuela, la successiva informativa dello Sco mette nero su bianco un piano ancora più ampio: usare territori come il Brasile, la Costa d’Avorio, il Belgio, i Paesi Bassi, Stati dove il reato di associazione mafiosa non è riconosciuto, dove per la polizia italiana diventa difficile, se non impossibile, chiedere collaborazione giudiziaria, intercettare, pedinare, seguire carichi e trafficanti (come racconta lo speciale di ilfattoquotidiano.it “Mafie unite d’Europa”). Eppure sono paesi in cui, lo si intuisce dai discorsi degli uomini di U’Mastru intercettati, i clan sono forti, fortissimi, grazie anche e soprattutto ai legami di sangue. Ed emerge chiaramente il ruolo del Belgio, con il mastodontico porto di Anversa e con la regione delle Fiandre, tassello chiave del puzzle. È lì che, nella cittadina di As, abita un siciliano chiave per il traffico. È in contatto con un misterioso “pesce grosso” olandese titolare di un’azienda “ponte” per un “oggetto standard” dal peso di “250 unità”. E l’ordine arriva preciso da Siderno all’uomo nelle Fiandre: “Fai andare in porto la cosa”.

di Cecilia Anesi e Giulio Rubino

* Questo articolo è stato prodotto dal centro di giornalismo d’inchiesta IRPI in collaborazione con i centri di giornalismo d’inchiesta Correctiv e Occrp e al sostegno del Flanders Connecting Continents Grant

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Italia-Svezia, Ventura: “Chiedo scusa agli italiani del risultato, ma abbiamo lavorato con impegno e professionalità”

Tor, 14/11/2017 - 01:35

“Mi sento di chiedere scusa agli italiani, per il risultato, non per l’impegno. Ma so che conta il risultato”. Lo ha detto il ct azzurro Gian Piero Ventura, dopo la mancata qualificazione ai Mondiali

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