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La Dignità è anche potersi curare. Oltre al lavoro va tutelata la salute

Pon, 09/07/2018 - 11:36

Il governo ha appena approvato il decreto Dignità. Bene. L’intento è, a condizioni economiche invariate, quello di ridurre la flessibilità dell’impiego della mano d’opera, condizione che nel Jobs act era necessaria ad accrescere il vantaggio d’impresa. La dignità di chi lavora contro la redditività dell’impresa. Confindustria, ed altri, non solo si sono dichiarati contrari, ma ci hanno avvertito che in ragione delle leggi capitalistiche o se preferite, di mercato, la maggiore dignità di chi lavora nuocerà alla redditività dell’impresa e quindi all’occupazione. Il che è tutt’altro che implausibile.

Il ministro del Lavoro e Sviluppo economico Luigi Di Maio, tuttavia, dimentica che per accrescere la redditività di impresa il Jobs act, a parte la flessibilità, introdusse facilitazioni fiscali per favorire l’espansione del welfare aziendale, copiando il modello dall’esperienza americana del welfare on demand.

Con il welfare aziendale il reddito di impresa aumenta perché il salario in parte viene sostituito con un benefit mutualistico che, interamente defiscalizzato, fa diminuire il costo del lavoro.
Dal Jobs act nacque quel decreto legislativo sulla defiscalizzazione degli oneri per l’assistenza integrativa (aprile 2016) a cui seguì una circolare dell’Agenzia delle entrate (n° 28), un accordo Confindustria/Confederazioni (luglio 2016) e un accordo quadro sul pubblico impiego con il quale il governo Renzi si impegnava a garantire l’introduzione graduale di forme di welfare contrattuale con misure che integrassero e implementassero le prestazioni pubbliche, di fiscalità di vantaggio (30 novembre 2016). Il tutto con la complicità irresponsabile del sindacato confederale.

Tutto ciò diede luogo alla più odiosa delle disparità: proteggere di più chi lavora e non proteggere per niente chi non lavora, e tutti i soggetti deboli di questa società; dare ad alcuni cittadini la possibilità di una doppia tutela (pubblica e aziendale) ed a molti altri, soprattutto se del sud, nessuna tutela neanche pubblica.

E’ a partire da questo decreto che prende forma la più odiosa delle politiche sanitarie del Pd incentivare con la defiscalizzazione, la crescita delle mutue contro il sistema pubblico de-finanziando questo ultimo in modo programmato e progressivo. Defiscalizzazione dell’impresa contro de-finanziamento della sanità pubblica. Come dire, si tratta di correre ma tagliando le gambe ad uno dei corridori. Peccato che questo giochetto spiani la strada alla fine del diritto alla salute uguale per tutti, quindi, alla revoca di fatto dell’articolo 32 della Costituzione.

Resto convinto che il de-finanziamento programmato della sanità sia stato uno dei fattori più decisivi a spaccare definitivamente l’Italia della salute in due il nord e il sud, un dato che a Di Maio e a Giulia Grillo, entrambi parlamentari del sud, non dovrebbe sfuggire, dal momento che il consenso politico al Movimento 5 stelle più significativo è venuto proprio dal sud. Il sud che ha votato Di Maio e la Grillo è l’Italia senza diritti discriminata in tutti i sensi a partire dal Jobs act soprattutto sul piano del diritto alla salute.

Il governo, secondo me, dovrebbe fare, oltre al decreto “Dignità”, un decreto “salute uguale per tutti” per cancellare i benefici fiscali a favore delle mutue aziendali rifinanziando il Ssn con lo scopo dichiarato di offrire a tutti un Ssn migliore cioè sostanzialmente e effettivamente ancor più universalistico. Che ci faccio della dignità se non mi curano quando mi ammalo?

Sorprende quindi che, una questione tanto delicata e nevralgica, non compaia nel programma di governo e meno che mai in quella sua parte dedicata alla sanità. Sorprende e preoccupa perché il programma, mi pare di capire, sta assumendo un valore demiurgico, cioè l’archè da cui tutto dovrebbe nascere e che tutto dovrebbe spiegare. Ma esso, almeno rispetto alla sanità, e non solo per le mutue aziendali, non riferisce se non in minima parte dei grandi problemi della sanità pubblica, delle grandi ingiustizie, delle grandi contraddizioni di cui essa soffre da decenni. Per cui le sue priorità sono risibili. Per me, ad esempio, sarebbe più urgente dare al sud i diritti che non ha, che non abolire il superticket, o occuparmi di intra moenia e di liste di attesa. Come sarebbe più urgente vietare subito con legge la menzogna pubblica, acclarata dallo Stato, che spaccia per mutue integrative le mutue sostitutive ad esempio dei metalmeccanici ma non solo.

Oltre la dignità c’è anche la salute della gente. Mi chiedo come mai la cancellazione degli incentivi fiscali alle mutue aziendali non è una priorità del programma nonostante sia la prima cosa necessaria da fare per mettere in sicurezza la sanità pubblica?

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Violento nubifragio e grandine sul Veneziano: Riviera e Miranese restano al buio, alberi sradicati e disagi al traffico

Pon, 09/07/2018 - 11:32

Domenica 8 luglio una forte tempesta si è abbattuta, introno alle 21, sul Veneziano, in particolare Dolo, Mira e Salzano, a pochi chilometri da Marghera e Venezia. Diversi comuni sono rimasti senza elettricità, mentre gli alberi sono caduti sulle strade, con conseguenti disagi al traffico. Tre anni fa, nello stesso periodo, un tornado aveva interessato le stesse zone della Riviera, provocando un morto, decine di feriti e circa cento sfollati.

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Roberto Saviano presenta ‘Il Mondo dei Narcos’: il viaggio di Beriain nell’inferno Messicano della droga

Pon, 09/07/2018 - 11:25

Il mondo del traffico della droga messicano osservato da pochi centimetri di distanza. Laboratori di metanfetamine e di lavorazione dell’eroina; passeggiate in mezzo ad infiniti campi di marijuana; interi fortini militarizzati a protezione di gruppi di trafficanti; un giovane boss irrequieto e dal grilletto facile; una prostituta scampata alla vendetta mortale del cartello della droga. Questo è molto altro nelle puntate della mini serie Il Mondo dei Narcos. Quattro inchieste (“Il Mercato dell’Innocenza”; “Lo Stato di Sinaloa”; “La guerra di Sinaloa”; “Viaggio oltre confine”) divise in due serate e in onda su canale Nove di Discovery Italia lunedì 9 luglio alle 21.25 e lunedì 16 luglio alla stessa ora.

L’autore dei documentari e protagonista in scena è il giornalista/documentarista David Beriain. Mentre ad introdurre e concludere ogni puntata sarà Roberto Saviano. Proprio in apertura della seconda puntata – Lo stato di Sinaloa – è lo scrittore campano a raccontare la portata impressionante di questo fenomeno criminale. Sinaloa, nella zona centroccidentale del Messico è la “culla del narcotraffico”, spiega Saviano, là dove a fine ‘800 arrivarono migranti cinesi come manodopera e importarono l’oppio. Da ciò, nel corso dei decenni, si è sviluppata la coltivazione/produzione di eroina e marijuana e soprattutto dopo che i colombiani, re incontrastati del traffico di cocaina negli anni Ottanta, subirono una controffensiva statunitense nella rotta del trasporto caraibico, ecco che i messicani già attivi come corrieri e raffinatori si misero in proprio tenendosi il 35%-50% della merce proveniente dalla Colombia per poi rivenderla ad un altro prezzo altamente concorrenziale negli Stati Uniti.

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Gioco facile soppiantare i colombiani e rendere quella zona del Messico il centro di un nuovo traffico di stupefacenti verso il Nord America e l’Europa. “Il traffico di droga non è nient’altro che la forma più spietata, violenta ed estrema di una legge che governa tutti noi, la legge della domanda e dell’offerta”, spiega Beriain al FQMagazine. “Da una parte abbiamo qualcuno nelle strade di Roma o Madrid che paga da 60 a 75 euro per un grammo di cocaina che nella maggior parte dei casi è pura solo al 30 o 40%. Questo prezzo è il doppio di quello che si spende per un grammo di oro. Dall’altra parte abbiamo un altro ragazzo, che dice: ‘Bene, se sei pronto a pagare questa cifra per un grammo, farò qualsiasi cosa per consegnartelo‘. È assurdo pensare che la nostra società occidentale non abbia nulla a che fare con ciò che accade nella parte di mondo in cui si crea l’offerta. Finanziamo i narcotrafficanti comprando la loro droga e poi pagando le tasse finanziamo la lotta armata per contrastarli”.

Impressionante è poi la mimetizzazione di Beriain e del suo gruppo di lavoro nell’essere arrivati letteralmente dentro ai secchi in cui si raffinano eroina e metanfetamine, a ridosso di uomini armati fino ai denti, o di fronte ad un boss pazzo che punta loro la pistola minacciandoli di morte. “A raccontare queste storie non c’è un “io” David Beriain, ma un “noi”. E in questo “noi” al primo posto, e non è pubblicità gratuita, c’è il team di Discovery”, continua il corpulento documentarista spagnolo. “Per ognuno dei nostri racconti ci sono anni di lavoro come preparazione. Un anno l’abbiamo passato solo a Sinaloa. Tutto è fatto con estrema cura e seguendo tre regole. La prima: non mentiamo mai, non lavoriamo sotto copertura e non sottovalutiamo l’impatto che le storie potrebbero avere sui loro protagonisti. La seconda: gli intervistati sono pienamente consapevoli di ciò che stiamo facendo. Non abbiamo telecamere nascoste e chiediamo permesso e accesso per riprendere. Più che giornalismo investigativo io lo chiamerei un “inmersion journalism” (giornalismo d’immersione). Vogliamo che il nostro pubblico si senta benvenuto in quei mondi clandestini e off-limits. Terzo: stiamo vicini agli intervistati dal primo all’ultimo istante. A volte quando sei di fronte a una persona che uccide altre persone per vivere, più che essergli di fianco vorresti essere a un milione di miglia lontano da lui. Ma quando ti avvicini ti rendi conto che la distanza non esiste, che ci sono parti di te che puoi trovare in lui o in loro. E questo è davvero fottutamente spaventoso”.

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Migranti, la sfida dei preti e delle suore di strada: digiuno e presidio di 10 giorni a Montecitorio contro le politiche di Salvini

Pon, 09/07/2018 - 11:25
Il missionario comboniano, padre Alex Zanotelli

I preti, le suore e i vescovi di frontiera ora scendono in piazza con un “digiuno contro le politiche migratorie del Governo”: martedì a mezzogiorno sotto le finestre del Vaticano e poi per dieci giorni sotto quelle di Montecitorio dalle 8 alle 14 ci saranno padre Alex Zanotelli, il vescovo emerito di Caserta monsignor Raffaele Nogarodon Alessandro Santoro della Comunità delle Piagge di Firenze, suor Rita Giaretta di “Casa Ruth” e padre Giorgio Ghezzi. Dopo aver indossato la maglietta rossa lo scorso sabato raccogliendo l’appello di don Luigi Ciotti, di Arci, Anpi e Legambiente, padre Zanotelli – che dopo anni di vita a Korogocho ha scelto di abitare nel rione Sanità di Napoli – ha deciso con altri di continuare a schierarsi in solidarietà ai migranti.

Un digiuno che suona come un appello alla Cei, alle singole comunità parrocchiali ma anche al Terzo Settore. “Proponiamo – scrivono nell’appello il gruppo di preti e suore – un piccolo segno visibile, pubblico: un digiuno a staffetta con un presidio davanti al Parlamento italiano per dire che non possiamo accettare questa politica delle porte chiuse che provoca la morte nel deserto e nel Mediterraneo di migliaia di migranti”.

Il vescovo emerito di Caserta, Raffaele Nogaro

Tra i firmatari anche un nome di spicco come quello di monsignor Nogaro ma anche l’adesione della Comunità del Sacro Convento di Assisi: “Quanto sta accadendo è il naufragio dei migranti, dei poveri, dei disperati, ma è anche il naufragio dell’Europa, e dei suoi ideali di essere la “patria dei diritti umani”. È un crimine contro un’umanità impoverita e disperata, perpetrato dall’opulenta Europa che rifiuta chi bussa alla sua porta. Un rifiuto che è diventato ancora più brutale con lo scorso vertice dell’Ue dove i capi di governo hanno deciso una politica di non accoglienza. Anche l’Italia, ha deciso  di non accogliere, di chiudere i porti alle navi delle Ong e di affidare tale compito alla Guardia Costiera libica, che se salverà i migranti, li riporterà nell’inferno che è la Libia”.

Martedì in piazza ci sarà anche don Alessandro Santoro che da anni vive in un quartiere periferico e difficile di Firenze e non ha mai dimenticato di metterci la faccia nei momenti più difficili in cui i diritti delle persone venivano messo in discussione.

Don Alessandro Santoro

Perché avete deciso di scendere in piazza, don Alessandro?
Le scelte attuate da questo Governo sono incompatibili con il Vangelo e la Costituzione. I politici stanno giocando sulla pelle delle persone. Il principio di umanità, che non è legato solo alla fede delle persone, dev’essere salvaguardato. Scendiamo in piazza per difenderlo con le armi che abbiamo: il nostro corpo. Cercheremo di opporci in maniera pacifica ma determinata a questa scelleratezza che si sta compiendo.

Una voce nel deserto.
C’è un silenzio strano che ha un sapore amaro. Questo silenzio sa di prudenza e di paura di perdere privilegi. Stride soprattutto il silenzio della Chiesa: la Cei deve avere una posizione più netta e chiara. Quello che stiamo facendo noi lo avrebbe potuto fare anche la Cei. Sui principi di umanità è la Chiesa che deve prendere posizione in maniera inequivocabile.

Non solo la Chiesa sembra tacere. Pensi che anche altri possano fare di più?
Ci sono prese di posizioni qua e là ma non c’è un pensiero univoco da parte del Terzo Settore e del sindacato. C’è una prudenza inaccettabile perché nel frattempo ci sono navi ferme, naufragi terrificanti, persone in Libia in situazioni inaccettabili e un processo irreversibile in atto che va fermato. Va cambiato anche l’atteggiamento mentale della gente: va fatto capire che la diversità è una ricchezza. Se non riusciamo a cogliere il senso di tutto ciò non andremo

Suor Rita Giaretta

lontano. Questo imbarbarimento fa molta paura. E’ giunta l’ora di fare qualcosa in più.

Padre Giorgio Ghezzi, anche lui missionario

Un imbarbarimento giocato sul potere della parola?
L’assurdo di Salvini è che gioca con le parole. Sa di dire cose non corrette ma le usa per avere il consenso. Sta usando queste prese di posizione per avere un sostegno che gli viene dato perché purtroppo si è creato un sottofondo culturale che è l’effetto della non attenzione delle politiche di questi anni da parte della sinistra. Il linguaggio di Salvini somiglia molto a quello usato negli anni Venti con Benito Mussolini. Dobbiamo alzare l’antenna perché rischiamo di fare la stessa fine. Quello che dice il leader della Lega va radiografato, non corrisponde alla realtà dei fatti ma quest’ultima non “buca” più. Anche da parte del mondo della comunicazione c’è un asservimento a questo linguaggio. Le cose che dici Salvini si possono smentire facilmente ma nessuno lo fa e chi lo fa non trova lo spazio necessario sui media. E’ stato montato il mito della sicurezza, quello di un esercito di persone che sta arrivando in Italia. Questa logica ha assorbito il cuore e la mente delle persone che non ascoltano più.

Il 7 ottobre si terrà la tradizionale marcia della pace. Sarà una grande manifestazione di popolo contro queste politiche?
La marcia della pace del 7 ottobre deve essere una grande occasione ma serve più coraggio di denunciare le cose come stanno. Dobbiamo ridurre i distinguo. Vanno denunciate le guerre, la marcia della pace deve tornare ai valori iniziali.

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Alessandro Di Battista e #maglietterosse, da ex cinquestelle dico: basta lezioni di moralismo

Pon, 09/07/2018 - 11:06

“Ehi tu che indossi una maglietta rossa sei lo stesso lacché di Napolitano, colui che convinse il governo a dare via libera ai bombardamenti in Libia”. Parole di Alessandro Di Battista, ex parlamentare 5 stelle, il quale – probabilmente allarmato dalle possibili conseguenze politiche dell’iniziativa lanciata da Don Ciotti in solidarietà dei piccoli migranti annegati – sulla sua pagina Facebook (quella per intenderci che lo vede tra i più seguiti esponenti 5 stelle) ha pensato bene di ergersi a paladino della morale universale e criticare, con toni accesi, coloro che hanno manifestato con il prete antimafia: “Ci sono tante bravissime persone che oggi indossano una maglietta rossa ma c’è un mucchio di gente ipocrita che ha deciso di sposare quella solidarietà pelosa ottima alleata del sistema e della reiterazione delle ingiustizie”, chiosa ‘Dibba’.

Caro Alessandro, io conosco “un mucchio di gente” molto più coerente di te che ha sposato l’iniziativa di Don Ciotti e che si batte da sempre contro le ingiustizie, le disuguaglianze e per la tutela dei diritti dei più deboli. “Un mucchio di gente” che sabato indossava la maglietta rossa. “Un mucchio di gente” grazie alla quale vedo ancora un barlume di speranza.

Tra di loro ci sono molte di quelle persone per bene che (come fece un tempo il sottoscritto) si avvicinarono al Movimento 5 stelle, credendo di aver trovato in quell’espressione politica – non solo nei proclami ma anche nei fatti – la risposta alle ingiustizie, alla politica fatta di inciuci, al potere della casta, ai governi sostenuti dalle banche, ai partiti di sinistra che si atteggiano a partiti di destra e viceversa, alla politica di destra della Lega. L’alleata del tuo Movimento.

Il tuo ultimo post e le tue continue interferenze dall’estero, sono sempre più cariche di opportunismo e di populismo.

E te lo dice uno che sposò gli ideali dei 5 stelle tra i quali “onestà, onestà” e “Ehi tu, Dibba” te lo ricordi ancora “nessuno resti indietro”?

Perché, con quel “Ehi tu” usato in maniera spregiativa, da politico scafato, hai scelto la via più breve per deludere gran parte del tuo elettorato. Quell’elettorato che, come dice un amico, non è ancora stato lobotomizzato dalle false notizie che ci propina la rete, e che “partecipa”, “sceglie” e che, prima o poi, ti “cambia”.

Ehi tu, Dibba, ti ho ascoltato ed elogiato, quando smontavi la Lega in cinque minuti al grido “Ladri, nostri nemici” e quando ci regalasti quell’ultima perla: “Salvini, al Colle sembrava Dudù, il cane di Berlusconi”. Poi però, pochi giorni dopo, ti ho visto (ahimè) folgorato sulla via di Damasco, complice la nascita del governo Lega–cinquestelle, cambiare idea optando per il silenzio.

Ehi tu, Dibba, lo voglio dire a te, a colui che ha fatto dei suoi comizi e dirette su Facebook il proprio cavallo di battaglia. Ma ti rendi conto di quanti danni provoca un post come quello che hai scritto? E le responsabilità che hai quando scrivi, anche se il tuo incarico politico è in stand-by?

Sei partito, moglie e prole al seguito, per la tua avventura in America. Che tu pubblichi con Mondadori (qualcuno ti ha fatto notare una scelta incoerente) a me non dà affatto fastidio. Che tu scriva reportage per il Fatto e ti goda la vacanza in America (come è giusto che sia) a me fa piacere. Che tu abbia delle opinioni politiche, per quanto ormai io le ritenga volubili come il tempo, e le voglia esprimere liberamente, a me non dà fastidio.

Però io, caro Dibba, sono anche tra quel “mucchio di gente” che ogni tanto vorrebbe vederti staccare la spina e leggere solo i tuoi reportage dall’estero (conosco tanti bravi giornalisti che pagherebbero per avere la tua stessa opportunità).

Vorrei, insomma, che la smettessi di collegarti a Internet solo per darci lezioni di morale e populismo.

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Iran, quando anche danzare è un crimine

Pon, 09/07/2018 - 11:06

L’Iran è ancora un Paese troppo difficile per le donne. Le autorità iraniane qualche giorno fa hanno arrestato una giovane ragazza di 19 anni, Maedeh Hojabri, con l’accusa di aver postato sul suo account Instagram una serie di video che la ritraevano in casa, mentre ballava. La tv di Stato, la Irib la stessa che ha criticato asprqamente le mie dichiarazioni sulle proteste dei giorni scorsi a Tehran – ha trasmesso un video in cui si vede la giovane ammettere di aver violato le “norme morali” dell’Iran e in cui spiega che non era affatto sua intenzione. Confessione fatta attraverso intimidazioni e contro la sua volontà come le tante che spesso vengono fatte rilasciare a molti detenuti per esercitare una sorta di convincimento nell’opinione pubblica.

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La giovane Hojabri aveva oltre 43mila follower e aveva postato circa 300 video, molti dei quali in cui ballava senza velo. I suoi video avevano spesso il sottofondo di canzoni occidentali e spesso anche musiche persiane. Il suo account Instagram è stato chiuso e le autorità hanno annunciato che chiuderanno altri account rendendo sempre più complicato l’accesso ai social network. Sebbene, una delle tante contraddizioni iraniane consiste proprio nel divieto e nella facilitá di arginare la censura su internet, attraverso filtri speciali, i Vpn e i proxy esterni scaricabili anche’essi in Iran.

Nonostante la censura e i blocchi imposti dalla polizia informatica e dall’intelligence, sono centinaia di migliaia gli iraniani che comunicano attraverso il web spesso proprio per rivendicare il proprio malcontento e denunciare le numerose privazioni alle quali vengono sottoposti. Per capire meglio la situazione di quest’ultimo episodio discriminatorio nei confronti di una donna in Iran, ieri ho avuto uno scambio di informazioni con l’attivista Mashin Alinejad, la giornalista esule che qualche anno fa ha fondato My stealthy freedom, la campagna su Facebook nata per dare sostegno alle donne iraniane obbligate a indossare il velo. Nella nostra conversazione Mashin mi ha detto che la giovane ragazza ha 19 anni e non 17 come erroneamente era stato riportato ed è stata rilasciata su cauzione. Le è stato detto che non può rilasciare interviste o dichiarazioni e che non potrà avere un account su Instagram. Ha confermato di aver dovuto confessare in tv di aver danzato, atto considerato un “crimine”.

Anni fa lo stesso procedimento era stato utilizzato nei confronti di sei ragazzi che vennero arrestati con l’accusa di aver “offeso la castità pubblica” per aver postato la clip di una versione del tormentone americano Happy. Il filmato mostrava tre uomini e tre donne senza velo che cantavano, ballano nelle strade e sui tetti di Teheran la canzone di Pharrell Williams. I ragazzi furono costretti a confessare sulla tv di stato “le loro azioni criminali”. Vennero rilasciati poco dopo e ricevuti dal presidente Hassan Rohani in segno di solidarietà.

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Stessa cosa sta avvenendo in questi giorni in Iran, in cui proprio alcuni religiosi si sono esposti recriminando l’arresto della ragazza contro i metodi della magistratura. La vera solidarietà però sta arrivando in particolare da tante donne, che stanno postando i loro video mentre danzano senza velo, con quell’eleganza e quella grazia che solo le donne persiane possono esibire. Un gesto visto non solo in supporto di Maedeh ma in sostegno di tutte quelle donne che attendono un cambiamento, che auspicano la parità di genere e lottano ogni giorno per il raggiungimento di una sempre lontana libertà.

In Iran (e non solo) la danza da sempre è un modo per esprimersi, per poter dire la propria e dare la propria visione del mondo. La danza spesso è espressione di voglia di libertà, ma nella Repubblica Islamica non è ammesso nemmeno mostrare il proprio malessere; non è contemplato protestare e raccontare al mondo quanto sia difficile vivere in un Paese, in cui la donna è considerata subalterna all’uomo.Sicuramente dal 1979 a oggi le donne in Iran hanno subito notevoli cambiamenti e ottenuto enormi successi ma ancora non sufficienti per definirle “libere”.

Proprio in questi giorni é arrivata la condanna per Shaparak Shajarizadeh la ragazza che lo scorso dicembre aveva rimosso il velo in segno di protesta partecipando alla campagna della Alinejad #WhiteWednesday. La pena inflitta è di 20 anni,di cui 2 anni in carcere e altri 18 in custodia in cui non potrà rilasciare dichiarazioni. Altre donne sono in carcere con la stessa accusa e si attendono i verdetti. C’è da chiedersi perà come mai un Paese al collasso, con imminenti sanzioni dagli Stati Uniti e guardato con perplessità del mondo occidentale, continui imperterrito a mantenere e mettere in pratica leggi obsolete che, oltre danneggiare il futuro del popolo, altro non fanno che attirare nuovamente quell’immagine negativa che per anni abbiamo tentato di cancellare. Il dubbio che sia per spostare l’attenzione da qualcos’altro rimane.

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Rapporto Ecomafia, nel 2017 record di arresti per reati ambientali. Un quarto dei delitti scoperti riguarda i rifiuti

Pon, 09/07/2018 - 10:49

Nel 2017 sono stati accertati in Italia quasi 31mila illeciti ambientali, 84 al giorno e il 20 per cento in più rispetto all’anno prima. I numeri dell’ultimo rapporto Ecomafia di Legambiente, presentato alla Camera, spengono l’ottimismo di chi sperava in una diminuzione del crimine contro l’ambiente e accendono invece l’attenzione sul settore dei rifiuti: qui si concentra un quarto degli illeciti, quasi 7.400, contro i 5.700 del 2016, e crescono le inchieste giudiziarie per traffico organizzato di monnezza. Dati in generale frutto da una parte di una più efficace applicazione della legge sugli ecoreati varata nel 2015 e di una maggiore attenzione delle forze dell’ordine verso le violazioni ambientali ma anche, difficile negarlo, di un rafforzamento del malaffare. Basti pensare che nel 2017 il fatturato delle ecomafie è stato di oltre 14 miliardi, il 9 per cento in più rispetto all’anno precedente: una netta inversione di tendenza in confronto al 2016, quando la cifra era crollata del 32 per cento. “Lo sfruttamento di beni comuni, lo squilibrio, l’inquinamento, le azioni fraudolente, il dissesto – ha scritto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in una lettera al presidente di Legambiente Stefano Ciafani – sono veri e propri delitti compiuti contro le generazioni di domani, e costituiscono, nell’oggi, una violenza che comprime i diritti della persona”. Peraltro l’augurio del capo dello Stato “è che il Rapporto Ecomafia contribuisca a far crescere energie positive e impegno, anzitutto nei giovani, la cui sensibilità per i temi dell’ambiente – e dunque del loro futuro – è molto sviluppata”.

Boom di arresti per crimini ambientali
Nel 2017 si è raggiunto il numero più alto di persone arrestate per crimini contro l’ambiente, con 538 provvedimenti solo per quanto riguarda la custodia cautelare (+ 140% rispetto al 2016). In aumento anche le persone denunciate (39.211, +36%) e i sequestri effettuati (11.027, +52%). Nelle quattro regioni a tradizionale insediamento mafioso si concentra il 44 per cento del totale nazionale delle violazioni, con la Campania al primo posto (da sola vale il 15% dei crimini), seguita da Sicilia, Puglia, Calabria e Lazio. I clan attivi in business illeciti che violano l’ambiente sono 331, a cui si aggiunge una folta schiera di pesci più o meno piccoli non legati direttamente all’orbita mafiosa. In un quadro per niente confortante, Legambiente evidenzia un’applicazione più ampia nel 2017 della legge sugli ecoreati, varata due anni prima: con il risultato di ben 614 procedimenti penali avviati nel 2017 contro i 265 del 2016 e 158 arresti per i delitti di inquinamento ambientale, disastro e omessa bonifica introdotti dalla norma di due anni fa. “La legge 68 è stata applicata dalle forze dell’ordine 484 volte, portando alla denuncia di 31 persone giuridiche e 913 persone fisiche, arrestandone 25, chiudendo il cerchio con 106 sequestri per un valore complessivo di oltre 11,5 milioni di euro”, evidenzia l’associazione.

Cresce il malaffare nella monnezza
Il settore più a rischio rimane quello dei rifiuti, dove appunto si concentra quasi un quarto dei crimini ambientali, seguito da animali e fauna selvatica (23%), incendi boschivi (21%), ciclo illegale del cemento e abusivismo edilizio (13%). Nel 2017 sono state avviate 76 inchieste per traffico organizzato di rifiuti (erano 32 nel 2016), con 177 arresti, 992 presunti trafficanti denunciati e una montagna di spazzatura sequestrata di 4,4 milioni di tonnellate, otto volte in più rispetto alla mezza tonnellata del 2016. “Una fila ininterrotta di 181.287 tir per 2.500 km”, calcola l’associazione, con fanghi industriali, polveri di abbattimento fumi, rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, materiali plastici, scarti metallici, carta e cartone tra i tipi di rifiuti più trafficati. Tra i procedimenti avviati c’è anche quello di Dda di Brescia e Noe di Milano che ha fatto luce sulle nuove rotte dei flussi di monnezza, da Sud verso Nord, o quella di Dda di Firenze, Carabinieri forestali e procura di Livorno, che ha mostrato una volta di più come la cultura mafiosa sia ormai percolata anche nel malaffare di più piccola taglia ed estraneo agli interessi dei clan. L’obiettivo di base è sempre ridurre al minimo le spese e massimizzare i guadagni, fingendo operazioni di trattamento mai fatte, simulando uno smaltimento legale mai avvenuto, o cambiando sulla carta la tipologia di rifiuti gestita con un semplice giro bolla.

Edilizia abusiva in ripresa
Diminuiscono lievemente invece, come riscontrato anche nel 2016, i reati legati al ciclo illegale del cemento, con 3.908 infrazioni e quasi 5mila persone denunciate. Quasi la metà delle violazioni si consuma in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria. L’edilizia abusiva non si ferma, con circa 17mila case senza permessi costruite nel 2017 secondo le stime: la leggera flessione del dato sui reati in questo settore, infatti, denuncia Legambiente, “testimonia come – dopo anni di recessione significativa – l’edilizia, e quindi anche quella in nero, abbia ricominciato a lavorare”. In questo quadro, molto rimane da fare perché le demolizioni degli ecomostri grandi e piccoli arrivino a compimento: “Solo pochi e impavidi sindaci hanno il coraggio di far muovere le ruspe, rischiando in prima persona. Più in generale, le poche demolizioni realizzate sono da attribuire al lavoro delle procure”.

Agroalimentare, animali e arte a rischio 
Crescono i reati nell’agroalimentare, con 37mila reati e sequestri per oltre un miliardo di euro. I numeri parlano di 22mila persone denunciate o diffidate e 196 arresti. Continua anche la violazione del patrimonio italiano di biodiversità, sulla pelle di lupi, aquile, pettirossi, tonni rossi, pesci spada. I reati contro la natura, primo tra tutti il bracconaggio, si concentrano per il 43 per cento nelle regioni a tradizionale presenza mafiosa, anche se la Liguria arriva in quarta posizione con 565 illeciti. Nel 2017 sono state 7mila le infrazioni accertate, il 18% in più rispetto al 2016. non va meglio per il patrimonio artistico e culturale italiano: nel 2017 ci sono state 1.136 denunce, 11 arresti e 851 sequestri effettuati in attività di tutela. La stima economica sul fatturato incassato dai furti d’arte è di circa 340 milioni di euro.

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Follia alla corrida portoghese, il torero con un bambino in braccio. E i presenti reagiscono così

Pon, 09/07/2018 - 10:36

Ci troviamo sull’isola Terceira, parte delle Azzorre. Nella località Casa de Ribeira è in corso un festival, lungo le strade, con tanto di sfilata. Tra le “attrazioni”, c’è anche un toro legato a una fune. A un certo punto spunta un torero, con una specie di muleta di colore rosa in una mano, e un bambino in braccio. Inizialmente la persone sembrano sorprese, ma quando il toro inizia a carica e l’uomo riesce e evitarlo, partono gli applausi. L’episodio vergognoso è stato denunciato dall’associazione “Basta“, che ha descritto l’episodio come “una situazione di totale irresponsabilità e una chiara violazione della legislazione che protegge i bambini in Portogallo, così come una violazione della convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del bambino”, e che ha presentato una denuncia alle autorità competenti.

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Torino, attende il suo turno e poi rapina il supermercato. Ai Carabinieri dice: “Fatto per pagare i debiti”

Pon, 09/07/2018 - 10:23

Rapinatore per necessità. Bandito, senza troppa fortuna, per pagare i debiti dopo essere rimasto a casa dal lavoro. Questa la giustificazione fornita in caserma ai carabinieri di Chivasso, in provincia di Torino, da Marco Giovara, 33 anni, senza fissa dimora.  Agiva a volto scoperto, con un collare la collo, armato di pistola giocattolo e non si preoccupava di lasciare le sue impronte digitali. Era incensurato e sconosciuto agli investigatori. Nel mese di giugno ha messo a segno almeno tre rapine. I militari sono arrivati a lui dopo aver analizzato le immagini di videosorveglianza e aver monitorato decine di supermercati della zona. Agiva da solo, faceva la fila, attendeva il suo turno e rapinava la cassiera. L’uomo ha ammesso le sue responsabilità ma ha precisato che lo ha fatto per poter pagare i debiti dopo essere rimasto a casa dal lavoro. Era cuoco in Olanda.

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Dispersione scolastica, non tutti i ragazzi vogliono studiare. Se non lo capiremo continueremo a perderli

Pon, 09/07/2018 - 10:13

di Giovanna Borrello, Armida Filippelli e Francesco Pastore

Purtroppo l’abbandono scolastico prima dell’obbligo è un grande problema nel Paese e, in particolare a Napoli e nel Mezzogiorno. Sul tema siamo tornati già in alcuni editoriali precedenti. Finché l’abbandono resta così alto, la disoccupazione, la povertà e anche la criminalità saranno sempre di casa. Pur essendo un problema così importante se ne parla troppo poco sia nella letteratura che nei media. Speriamo con questo articolo di sollecitare una riflessione, ma anche concreti interventi di policy.

Quando si candidò a sindaco di Napoli nel 1994, Antonio Bassolino indicò nella lotta all’abbandono scolastico il problema dei problemi e il centro del suo programma politico. Sembra un secolo fa ma l’abbandono è ancora in gran parte là. Eppure, durante la consiliatura di Bassolino ci fu il progetto Chance, il più importante tentativo di capire le ragioni profonde del fenomeno e le sue conseguenze. Ancora oggi la metodologia dei Maestri di strada è uno strumento per affrontare i problemi degli adolescenti, conosciuta in tutta Europa. Poi ci furono i Nidi di mamma, per agire sulla prevenzione. Si sono fatti tanti seminari, convegni internazionali, gemellaggi con università straniere. Purtroppo, occorrono ancora tanti investimenti e buona volontà da parte di tutti, anche politica.

Come spesso accade, quando una battaglia è troppo lunga, pian piano si è perso di vista l’obiettivo che, invece, dovrebbe essere sempre al primo posto. Comunque le statistiche dimostrano che un po’ di passi avanti sono stati fatti anche se l’obiettivo di scendere sotto il 10% indicato in Europa 2020 non è stato ancora raggiunto. Occorre qualcosa in più. La legge punta molto sulla repressione con un paternalismo un po’ autoritario e poco benevolo. Purtroppo, non ci sono sanzioni efficaci. Se l’alunno salta le lezioni alla scuola elementare, la responsabilità ricadrà sui genitori che rischiano anche un’ammenda salata (fino a 10mila €) ma che non morde molto, poiché molti dei genitori che dovrebbero subirla sono nullatenenti. Se l’alunno salta la scuola media o il liceo, i genitori non ne rispondono più. Non esistono norme penali che sanzionino le violazioni previste per le classi superiori alle elementari.

Forse bisogna dare anche sostegno, oltre che ammende esemplari. La carota non si mangia senza bastone, ma il bastone non basta da solo senza carota. In un editoriale precedente uno di noi ha proposto di dare una borsa di studio di €100 collegata alla frequenza per i bambini a rischio, la cui famiglia ha un reddito al di sotto di un certo minimo. Una carotina potrebbe funzionare. Si potrebbe anche collegare la percezione di un Rei rafforzato in termini monetari alla frequenza scolastica dei figli nell’età dell’obbligo. Le scuole devono poi essere aperte al territorio tutti i giorni fino a sera.

Inoltre, la scuola dovrebbe sviluppare le abilità lavorative dei giovani fin da piccoli. La maggioranza dei giovani vuole studiare, ma altri vogliono imparare un mestiere e guadagnare il prima possibile. Se non diamo una risposta concreta anche al secondo gruppo, finiscono per abbandonare. Il sistema duale tedesco può essere una risposta e lo è stato di sicuro in Germania, dove l’abbandono è ridotto ai minimi termini. L’apprendistato scolastico già da una età abbastanza giovane può essere una risposta ma va fatto bene, con lavoro in azienda, formazione in aula con programmi adeguati e un reddito anche piccolo per chi vi partecipa.

Il sistema duale tedesco ha i suoi limiti, che non vogliamo di certo importare, ma ha anche i suoi pregi. Un pregio è saper dare risposte che noi non riusciamo a dare agli ultimi, a quelli che non vogliono studiare nel modo tradizionale e che spesso hanno un’urgenza economica familiare impellente che toglie loro la serenità che lo studio richiede. A costoro dobbiamo offrire qualcosa di diverso. Dobbiamo dare una risposta alla loro domanda di capacità lavorativa.

Diversi progetti pilota finanziati con il Fondo sociale europeo hanno dimostrato che con le botteghe del fare (o qualcosa del genere) le scuole riuscivano a riportare alcuni di quelli che abbandonavano a scuola, anche alla primaria. La verticalità è importante: se garantisco un contratto di apprendistato alle superiori, magari vale la pena fare la media di primo grado e anche e le elementari.

Il sistema regionale può dare un contributo importante per far fare esperienze laboratoriali, anche rivitalizzando botteghe di mestieri antichi e preziosi, che hanno reso Napoli una grande capitale nel passato (ceramisti, ottonari, restauratori di mobili, sarti, pellettieri, calzolai, intagliatori di pietre dure etc etc).

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Migranti, il colore della pelle non può essere il confine di un uomo

Pon, 09/07/2018 - 10:12

Omàr ha la pelle così nera che se chiude gli occhi perdi la geografia del suo viso. Saluta, siede, sorride. I piedi sono cuoio sulla sabbia. Svuota lo zaino di oggetti con cui apparecchia la sua merce. Non sono interessato, ma è il benvenuto. Ci distingue il suo italiano e il mio francese, ma entrambi stentati e ci completiamo così. Ha due figli e una moglie, come me. Ha un lavoro, come me. Ci separa l’equatore ma viene dal Madagascar, dove mio zio è missionario da oltre 50 anni. È un attimo esser parenti.

I miei figli ci guardano, vedono me e Omàr parlare, ridere, come amici ritrovati. Non serve spiegare. Vedranno che non serve la paura quando fai parte di una “famiglia umana” (per dirla con le parole di Vittorio Arrigoni). Gli chiedo di mostrarmi i braccialetti, non mi interessano ma ne voglio uno, voglio trattenere quest’uomo perché ho bisogno di aver fiducia, voglio per alcuni minuti spazzare quella nuvola di razzismo che percorre la nostra terra.

Omàr mi racconta di un mercato e di una donna che vende arance e di un uomo che alle 8 del mattino è disposto a comprare tutto. Ma la donna non accetta nonostante il prezzo concordato. “Perché?” domanda l’uomo “Perché se vendo tutto, adesso, fino a mezzogiorno con chi parlo?”. Non serve dire ai miei figli che ho parlato con Omàr,  quando imparano quello che vedono. Mi guardano con un ragazzo africano, che sorridiamo, quasi amici e imparano a crescere al di sopra di quest’Italia di bassa lega.

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Egitto, il Parlamento prepara la legge d’immunità per i militari

Pon, 09/07/2018 - 09:59

A poco più di un mese dal quinto anniversario della “Tiananmen de Il Cairo” o massacro di Rabaa, il parlamento egiziano si appresta ad approvare una legge che garantirà la più completa immunità dai procedimenti giudiziari agli “alti ranghi delle forze armate” per “ogni atto commesso durante lo svolgimento del proprio dovere nel periodo compreso tra la sospensione della Costituzione del 3 luglio 2013 e la convocazione di questo parlamento, il 10 gennaio 2016”.

Il periodo di validità dell’immunità coprirà dunque il primo atto repressivo successivo al colpo di stato del 3 luglio 2013. A metà agosto di quell’anno, le forze di sicurezza egiziane uccisero almeno 900 manifestanti della Fratellanza musulmana durante lo sgombero di due sit-in a Il Cairo, nelle piazze di Rabaa e Nahda. In relazione a quel massacro, è ancora in corso un processo nei confronti di 739 imputati, tra cui il giornalista Mahmoud Abu Zeid (noto come Shawkan), il cui verdetto è previsto il 28 luglio.

Sempre in relazione a quel massacro, un cittadino irlandese di origini egiziane si è fatto oltre quattro anni di carcere prima di essere assolto da ciascuno dei 19 capi d’accusa. Per i fatti accaduti nel periodo di validità della legge, gli unici procedimenti potranno essere avviati dal Consiglio supremo delle forze armate: è assai presumibile che non ce ne sarà alcuno.

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Migranti, sotto il tendone del circo si raccontano storie di viaggio e di speranza: “Così combattiamo il pregiudizio”

Pon, 09/07/2018 - 09:41

“Vorrei dedicare questi racconti a chi non è arrivato: anche ognuno di loro aveva la sua storia”. Con questo omaggio si apre lo spettacolo “Caleidoscopio: History of your dreams” che ha debuttato all’interno del festival di circo contemporaneo Cirk Fantastik!, nel Parco dell’Acciaiolo di Scandicci (in provincia di Firenze), lo scorso fine settimana. La magia del circo per raccontare storie di migrazione, sogni e speranze di ragazze e ragazzi che provengono da 17 paesi tra Africa, Medio Oriente e Sudamerica, con il loro vissuto che si fonde in un’unica narrazione, mescolandosi come i colori di un caleidoscopio. Come Osmane Camara, di 18 anni, arrivato dalla Guinea dopo la morte del padre e detenuto prima in Algeria e poi in Libia, dal gruppo criminale Asma Boys. E Safaa Mataich, italiana di origine marocchina di 26 anni, che racconta il senso di appartenenza all’Italia delle seconde generazioni. Il tendone nomade del circo come metafora di un mondo in movimento, inclusivo e fantasioso, che rompe con irriverenza ogni pregiudizio. Un progetto nato da Le Vie del Circo | Caleidoscopio, sostenuto dal Mibact nell’ambito del bando MigrArti Spettacolo 2018, che è partito dalla selezione delle venti persone partecipanti, formandole nelle discipline di circo, teatro e scrittura e ha poi ha portato alla creazione collettiva dello spettacolo Caleidoscopio- History of your dreams, ispirato al vissuto di coloro che vi hanno partecipato, per raccontare delle storie di vita universali in cui ogni persona possa riconoscersi

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Parcheggiatori abusivi, Corte di Cassazione: “se minacciano è estorsione”

Pon, 09/07/2018 - 09:40

Giù le mani da quel parcheggio: un parcheggiatore abusivo che chieda denaro a un automobilista che ha posteggiato il suo veicolo in un’area pubblica e che minacci il malcapitato di arrecare danni alla vettura, rischia la condanna per estorsione. Lo ha confermato la seconda sezione Penale della Corte di Cassazione con la sentenza numero 30365/18, depositata il 5 luglio.

Tutto nasce da un episodio che ha coinvolto un automobilista a cui un parcheggiatore abusivo aveva cercato di estorcere due euro all’interno del parcheggio dell’ospedale di Eboli. Fra l’estorsore e il malcapitato ne era nato un diverbio con tanto di minacce da parte dell’abusivo: ne è scaturita una denuncia alle Forze dell’Ordine e relativo procedimento legale. Gli avvocati dell’abusivo avevano provato a far derubricare il reato a violenza privata.

Tuttavia, la Corte non ha avuto dubbi, come scritto nella sentenza: “non è configurabile il reato di violenza privata per la semplice ragione che il suddetto reato ha natura sussidiaria rispetto all’estorsione dalla quale si differenzia per l’assenza dell’ingiusto profitto che, invece, nel caso di specie, è configurabile (richiesta di una somma di denaro non dovuta)”.

Come riporta il quotidiano di informazione giuridica dirittoegiustizia.it, “in merito alla minaccia, riguardante i possibili pericoli per l’integrità della vettura in caso di mancato pagamento dei 2 euro, è stato considerato irrilevante il fatto che l’automobilista non si sia sentito intimidito: questo elemento non rende meno grave la condotta tenuta dal parcheggiatore”.

Attenzione, però, perché la sola richiesta di denaro da parte dell’abusivo non è sufficiente per configurare il reato penale d’estorsione: quest’ultimo si delinea esclusivamente nel caso di minaccia (anche in non forma esplicita) di danno fisico o materiale da parte dell’abusivo. La minaccia può concretizzarsi anche in un gesto o in un comportamento che sia inequivocabilmente intimidatorio.

Negli altri casi, quelli senza minacce, non resta che chiamare i vigili urbani (e sperare che arrivano, cosa improbabile nei grandi centri urbani) e segnalare il parcheggiatore abusivo: chiedere i soldi per un parcheggio, infatti, è un illecito amministrativo sanzionato dal Codice della Strada con una pena da 1.000 a 3.500 euro (che raddoppia se nell’attività sono impiegati minori, o nei casi di reiterazione) ed è prevista la confisca delle somme percepite.

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Emanuela Folliero, il saluto dell’ultima annunciatrice tv: “Vi auguro una vita piena di gioia” (ma farà ancora la conduttrice)

Pon, 09/07/2018 - 09:40

“Vi ringrazio per aver seguito i programmi della nostra rete, vi auguro una felice notte, un’estate meravigliosa, e una vita piena di gioia. Ciao a tutti“: il saluto dell’ultima annunciatrice tv, Emanuela Folliero, arriva all’1.35 di questa notte su Rete4. Niente lacrime e nessuna dedica commovente, solamente un augurio a tutti i telespettatori che l’hanno seguita in 28 anni di carriera. La fine di un’epoca televisiva, quella delle “signorine buonasera”, come venivano soprannominate le annunciatrici tv, che la Rai ha “dismesso” da alcuni anni e che gli altri canali Mediaset non hanno più da molto tempo.

La rete, infatti, si appresta ad un restyling completo, come annunciato alla presentazione dei palinsesti. Un cambio di immagine che tocca anche il ruolo dell’annunciatrice tv, già cancellato da Italia1, nel 2001, e da Canale5 nel 2005 e sostituito da grafiche e siti internet costantemente aggiornati. Ad attendere ora Emanuela Folliero una nuova sfida: una striscia quotidiana, a partire dalla prossima stagione, a tema salute e benessere.

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Milan, l’ipotesi Rybolovlev dura solo qualche ora: ecco chi è il re del potassio

Pon, 09/07/2018 - 09:20

È solo un’ipotesi, remota, insieme a quella del self-made man italo americano Rocco Commisso. E molto meno realistica della prospettiva ormai in fase di realizzazione e che vede fondo Elliott al comando del Diavolo. Ma nel futuro del Milan che cerca di uscire dall’impasse di mister Li è comparso anche il nome di Dimitri Rybolovlev. Se in Italia lo conoscono in pochi, nel Mediterraneo è una star. Dall’isola di Onassis (Skorpios) comprata per una cifra oscillante tra i 100 e i 200 milioni di dollari, al Monaco calcio, passando per un divorzio record: l’oligarca classificato da Forbes nella lista degli 80 uomini più ricchi del pianeta è il re del potassio russo. Possiede infatti l’industria di fertilizzanti Uralkal ed è uno dei frutti della neo politica russa post Eltsin.

Non solo miliardario e filantropo, ma già nei libri di storia per un acquisto praticamente unico al mondo: dopo una trattativa lampo condotta in parallelo in due studi legali, uno di Ginevra e l’altro di Atene nell’aprile del 2014, fece sua l’isola che dagli anni Sessanta in poi vide soggiornare nello Ionio il gotha dell’economia mondiale, da Winston Churchill a Jacqueline Kennedy, che proprio sull’isola greca celebrò le sue nozze con l’armatore fresco di separazione con Maria Callas e poco simpatico agli Usa. Il fil rouge con Grecia e Cipro non è casuale. A Nicosia uno degli studi legali internazionali più in vista è stato fondato dall’attuale Presidente della Repubblica, Nikos Anastasiadis, che nel suo portafoglio clienti ha avuto ricchi oligarchi.

Il suo successo nasce dalle risorse naturali. Risale al 2005 la fusione in un unico operatore, la Belarusian Potash Company (BPC), di cui Rybolovlev divenne amministratore delegato, delle società Uralkali e Belaruskali. Nel 2008 i prezzi del cloruro di potassio aumentarono di oltre cinque volte, con un netto guadagno proprio per la Uralkali che era nata con meno di cento milioni di dollari di capitale per poi, in pochissimi anni, sfondare quota 35 miliardi alla Borsa di Londra. Passaggio che consentì a Uralkali di acquistare Silvinit nel 2010, un altro player nel settore del potassio, creando così un blocco fortissimo tra i produttori di cloruro nei cinque continenti. Lo dimostra il recordo raggiunto nel 2013, quando Rybolovlev è stato il numero uno tra i produttori mondiali di sali di potassio ed è diventato in Russia uno dei leader di imprese industriali globali più influenti.

A Cipro continua ad essere presente dopo che nel 2010 divenne azionista della più grande banca di Cipro, con la quota del 9,7%. L’investimento fu il frutto di un lavorìo di penetrazione socio-culturale sfociato nella costruzione della St. Nicholas Russian Orthodox Church di Limassol, il porto dove praticamente tutti i ristoranti e i giornalai usano la doppia lingua per le insegne, greco e russo. Il calcio è stata la naturale protesi di dividenti azionari e voglia di jet set: nel 2011 prende il 66% della squadra di calcio del Monaco, all’epoca in Ligue 2, che grazie a campagna acquisti e l’allenatore italiano Claudio Ranieri conquista la massima serie. L’anno dopo non bada a spese per il campionato di Ligue 1 con campioni del calibro di Falcao, Carvalho e Rodríguez. Il titolo non tarda ad arrivare, nel 2017. I tabloid inglesi hanno avuto parecchio materiale su di lui grazie al divorzio record costatogli cinque miliardi di dollari, passando per le performarnce di sua figlia 24enne Giekatrina che ha acquistato un appartamento a Manhattan per oltre 88 milioni dollari, in cui precedentemente aveva soggiornato l’ex presidente di Citigroup, Sanford Weill.

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Alluvione Giappone, oltre 100 morti e sei milioni di sfollati. Si fermano anche le fabbriche di auto

Pon, 09/07/2018 - 09:18

Devastazioni e morti in Giappone, a causa delle forti piogge torrenziali che hanno colpito soprattutto le zone occidentali, le regioni di Kansai e del Kyushualito. Secondo le autorità locali, il numero delle vittime è salito a 100 nelle ultime ore, a cui si devono aggiungere almeno 50 persone disperse. Intanto i 54mila uomini di esercito, polizia, vigili del fuoco e guardia costiera impegnati nel soccorso e nell’assistenza stanno lavorando senza sosta, in una drammatica corsa contro il tempo. Il premier Shinzo Abe ha annullato il previsto viaggio in Francia, Belgio, Arabia Saudita ed Egitto, per restare alla guida dei soccorsi.

Gli ordini di evacuazione hanno riguardato un totale di 5,9 milioni residenti in 19 prefetture, con 30mila persone costrette a pernottare nei centri di accoglienza da domenica.Nella prefettura di Okayama, tra le aree maggiormente colpite dalla furie delle intemperie, più di mille persone che avevano trovato rifugio sui tetti delle proprie abitazioni sono state messe in salvo dagli elicotteri e dalle imbarcazioni. Nel distretto di Mabicho circa 2300 ettari di terreno risultava sommerso dall’acqua, con 4600 case completamente inondate.

Per il ministero delle Infrastrutture, 17 operatori ferroviari hanno sospeso i servizi, e si stima che il processo per ripristinare i collegamenti di trasporto potrebbe durare mesi ferme anche diverse aziende del settore auto, costrette a sospendere le produzione. I dirigenti della Daihatsu hanno deciso lo stop nelle catene di assemblaggio dei veicoli in quattro prefetture – incluse quelle di Kyoto e Osaka – a causa delle difficoltà nel reperire i pezzi di ricambio. Decisione analoga presa dalla Mazda, almeno fino a martedì, negli stabilimenti delle prefetture di Hiroshima e Yamaguchi. I costruttori auto tengono in considerazione le problematicità per i dipendenti nel raggiungere il posto di lavoro, in seguito alle vaste alluvioni che hanno interrotto numerose arterie stradali e ferroviarie

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Decreto Dignità, Di Maio: “Modifiche? Migliorare significa solo aggiunte. Il M5s non arretrerà sulle norme”

Pon, 09/07/2018 - 08:49

Le modifiche significano solo aggiunte e non modi per annacquare il decreto Dignità. Lo dice, anzi lo ripete, il vicepresidente del Consiglio e ministro del Lavoro Luigi Di Maio in vista dell’avvio dell’iter parlamentare che da domani porterà in Aula per la prima volta un provvedimento legislativo del governo Conte. Nei confronti del decreto sono state espresse numerose critiche da parte delle associazioni di categoria dei datori di lavoro (praticamente l’intero spettro delle “Conf”), ma promette battaglia anche Forza Italia che da lontano continua a mandare messaggi alla Lega, partner di governo del M5s. L’ultimo, il più autorevole, quello di ieri di Silvio Berlusconi. E così Di Maio a Radio1 Rai avverte: “Il Parlamento deve avere la possibilità di discutere il decreto e di migliorarlo, credo non ci sia bisogno della fiducia ma, lo dico da capo politico del M5s, non arretreremo sulle norme“. “Migliorare significa aggiungere”, ribadisce, e non “annacquare”, dicendosi aperto a emendamenti per “eliminare qualche altra scartoffia burocratica per le imprese o aumentare le pene per le aziende che delocalizzano”. Per il momento non si parla di fiducia, ma i borbotti all’interno della maggioranza (lato Carroccio) fanno interrogare sul percorso parlamentare del decreto.

“Devo dare certezze ai giovani e ai meno giovani che lavorano quindi la stretta sui contratti a tempo determinato e il loro abuso credo non si debba cambiare”, aggiunge Di Maio. “Chi non ha sfruttato in passato i nostri giovani e meno giovani con l’abuso di questi strumenti non ha nulla da temere. Noi incentiveremo il contratto a tempo indeterminato, andremo in quella direzione. L’obiettivo principe è quello di diminuire il costo del lavoro, quindi diminuendo il costo del contratto con grandi tutele, quel contratto è più agevole per l’imprenditore e permette il passaggio dal determinato all’indeterminato il che significa permettere di formare una famiglia”.

“Dire che il Decreto Dignità danneggia gli imprenditori perché tutela i lavoratori vuol dire continuare a ragionare con logiche vecchie – prosegue Di Maio -. Abbiamo messo un freno al precariato perché stava rendendo insopportabili le condizioni di vita per tantissime persone. L’Italia fino all’approvazione del Decreto Dignità aveva molti meno vincoli per i contratti a termine rispetto a Francia, Germania e Spagna: tutte nazioni che rispetto a noi negli ultimi anni sono cresciute di più. Rendere incerta e instabile la vita delle persone non aiuta l’economia, è un’ovvietà che abbiamo sancito con una legge”. “Il Decreto Dignità non risolve in un colpo i problemi degli italiani, ma è il primo passo che indica la direzione che seguiremo. Prima i miliardi li spendevano per le banche e per aiutare le lobby dell’azzardo, noi abbiamo cambiato le priorità: adesso li spenderemo per rendere migliore la vita dei cittadini”, sottolinea il vicepremier.

Nell’intervista alla radio Di Maio parla anche dell’atteggiamento del governo sulle politiche migratorie. “Finchè la missione Eunavformed rimane in piedi, gli unici porti sono quelli italiani ma l’obiettivo nostro è cambiare le regole di ingaggio della missione” dice il vicepresidente del Consiglio inserendosi sulla polemica fra il ministro dell’Interno e della Difesa (in quota M5s). “Mi ricordo che un anno fa sono stato a parlare con Frontex e mi spiegarono che il governo Renzi diede la disponibilità di portare i migranti nei porti in cambio di punti di flessibilità usati per il bonus degli 80 euro“. “Noi chiederemo flessibilità senza barattarla in cambio dell’apertura dei porti” assicura. Di Maio ha quindi aggiunto che, a livello europeo, “deve cambiare la musica. Sull’ immigrazione questi navi devono portare i migranti in tutti i porti. Se c’è bisogno di flessibilità (di bilancio ndr) non la baratteremo con l’apertura dei nostri porti ma la chiederemo perchè è un diritto dell’Italia come quella degli altri paesi europei”.

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La frenata è troppo brusca e l’automobilista va su tutte le furie: l’incredibile reazione ripresa dalla dashcam

Pon, 09/07/2018 - 08:46

Il video è stato girato dalla dashcam di Marie Kervelle, francese trasferita da poco nel Regno Unito. È stata lei stessa a pubblicare il filmato sui social network: “Sono in Inghilterra da due settimane e questo inglese mi ha accolto così”. Dopo una frenata brusca (non si sa esattamente di chi sia la responsabilità), il passeggero della macchina di fronte esce con la camicia tutta imbrattata di caffè e se la prende con la donna, che nel frattempo si chiude in auto. L’uomo è furibondo (“Ho un colloquio di lavoro” le urla) colpisce la carrozzeria e poi lancia il suo caffè (o quello che ne rimane) sul parabrezza della ragazza

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Cina, caffè sta prendendo il posto del tè: piantagioni raddoppiate e 600 Starbucks in un anno. E’ il simbolo dei borghesi

Pon, 09/07/2018 - 08:29

Le regioni del diventano leader nel produrre caffè. Lo Yunnan, regione cinese famosa per la coltivazione di tè tradizionali come il Pu’er, produce il 99% del caffè cinese, quanto Kenya ed El Salvador messi insieme. Nonostante la minaccia di un ingente perdita culturale, qui le piantagioni sono raddoppiate negli ultimi 7 anni e in sinergia col tè stanno generando nuove qualità di arabica e robusta. Nel mentre il caffè diventa uno status, affermandosi come bevanda dei millennials. Ogni anno i suoi consumi crescono del 16% e nascono 600 nuovi Starbucks, uno ogni 15 ore. Saranno 6mila entro il 2022.

Da quando la Cina ha aperto le frontiere con le riforme di Deng Xiaoping nei primi anni ’90, i prodotti occidentali hanno iniziato ad invadere la Terra di Mezzo. Sono arrivati la Coca Cola, il vino, l’olio d’oliva e le prime catene di Fast food. Alcuni di questi prodotti, seppur non sempre graditi al palato asiatico, sono gradualmente divenuti un fatto di costume, ma soprattutto, di affermazione del proprio status sociale, di media o alta borghesia. E negli ultimi anni, la produzione e il consumo di caffè è cresciuta a tal punto da iniziare a contendere il primato del famoso tè cinese.

A rivelarlo è uno studio dell’Università di Leicester. “È uno strumento per dimostrare il proprio status”, afferma la dottoressa Maguire, “sia come classe sociale, sia per caratteristiche soggettive come l’essere moderni, internazionali e alla moda”. I consumi sono in crescita del 16% l’anno, soprattutto tra millennialsbusiness man, un processo certamente influenzato anche dall’avvento di grandi catene come Starbucks, che vengono viste come una rassicurazione sulla qualità del prodotto. “In un mercato pieno di imitazioni”, racconta una giovane donna cinese di 28 anni. “ho bisogno di trovare dei brand affidabili”.

Se infatti l’Italia, patria dell’Espresso, ha resistito a lungo all’avvento di queste multinazionali del caffè, lo stesso non si può dire per la patria del tè. Mentre la multinazionale americana arriverà in Italia soltanto il prossimo settembre, in Cina gli Starbucks sono ormai oltre 3300 e si prevede che saranno circa 6mila entro il 2022, con una media di 600 nuove rivendite all’anno, una ogni 15 ore, e con un aumento dei profitti annuale di circa il 54 per cento.

L’impatto del caffè non è solo descrivibile sul piano socio-culturale, di consumi e di distribuzione, ma anche a livello produttivo. La regione dello Yunnan, a sud del Tibet, è sempre stata rinomata per la sua biodiversità e per la produzione di celebri qualità di tè tradizionali come il Pu’er, un tè nero fermentato. Oggi la zona raccoglie il 60% del caffè cinese, all’interno di una regione in grado di produrre il 99% dei chicchi del Paese.

Ovviamente il è ancora preferito dalla gran parte dei cinesi, che ne consumano otto volte tanto. Tuttavia, qui le piantagioni di caffè sono raddoppiate negli ultimi 7 anni (da 439mila ettari nel 2011 ai 789mila del 2018) e in sinergia col tè stanno generando nuove qualità di arabica e robusta. Questo è dovuto in particolare all’introduzione di varietà estranee all’ecosistema, una questione che ha portato gli agronomi e specialisti del tè, insieme a produttori di caffè e organizzazioni di ricerca come il Coffee Quality Institute, a sfruttare le proprie conoscenze nel campo per rendere le diverse qualità adatte alla crescita e al mercato.

Nell’ultimo secolo sono stati numerosi i tentativi di introdurre il caffè in Cina, ma è stato solo con l’avvento della Nestlé, della Banca Mondiale e dei piani di sviluppo delle Nazioni Unite che, negli anni ’80, migliaia di coltivatori dello Yunnan si sono convinti a introdurre nuove piantagioni. All’estero questo fenomeno è tutt’ora poco conosciuto, nonostante la Cina produca 138mila tonnellate metriche di caffè l’anno, quanto Kenya ed El Salvador combinate. Oggi si producono prevalentemente chicchi di bassa qualità per derivazioni solubili, ma con lo sviluppo della classe media e l’aumento del costo della vita anche le produzioni si stanno gradualmente adeguando a qualità e rendite maggiori.

Circa metà della produzione dello Yunnan è destinata ai mercati esteri, nel 2016 l’export ha raggiunto un valore pari a 280 milioni di dollari ed è in continua crescita, soprattutto grazie ad iniziative come la Nuova Via della Seta, un immenso progetto infrastrutturale per collegare Cina e Europa attraverso il l’Asia centrale e il Medio oriente. Non a caso, il più grandi mercato estero del caffè cinese è oggi l’Ue, trainata dagli acquisti tedeschi. La Cina comunque importa ancora ingenti quantità di caffè, oltre 48mila tonnellate l’anno, e i brand italiani più influenti stanno già beneficiando dalla crescita dei consumi e dal cambio di abitudini e dei gusti cinesi.

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