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Call of Duty: Black Ops 4, in arrivo ad Ottobre il nuovo capitolo dello sparatutto di Activision

Čet, 17/05/2018 - 20:12

Activision ha presentato oggi a Los Angeles Call of Duty: Black Ops 4, il quindicesimo titolo della remunerativa saga di sparatutto in prima persona – l’ultimo capitolo è riuscito a totalizzare oltre 1 miliardo di dollari nei primi due mesi di vendita– , in arrivo per PlayStation4, Xbox One e PC il 12 Ottobre

Dopo il capitolo dello scorso anno, sviluppato da Sledgehammer Games, che ha riportato i player alle origini della saga con la Seconda Guerra Mondiale,  la palla passa nuovamente in mano alla Treyarch per proseguire il filone BlackOps con un ambientazione tra il moderno ed il futuristico interamente con i “piedi per terra”, quindi niente jetpack e wall running.

Per il multiplayer tornano gli specialisti come su BlackOps3, ognuno con abilità speciali ed una propria storia personale, cambia la gestione delle cure – non più automatiche, ma il player dovrà scegliere il momento migliore per trovare riparo e curarsi -, così come il sistema delle armi: ottimizzato il sistema del rinculo e migliorate le animazioni,  in più ogni arma avrà degli accessori specifici ( permettendo ai player di gestire al meglio il proprio setup).

Come nei precedenti capitoli, anche su Black Ops4 torna la modalità Zombie che offrirà già al lancio tre esperienze differenti, permettendo ai player di sfidare le ordate di non morti gestendo a proprio piacimento vari parametri (dai danni causati dai zombie, alla loro velocità, passando per resistenze) per ottenere l’esperienza più adatta alle proprie skill. Assente invece una vera e propria campagna single player, sostituita da mini campagne dedicate alla storia personale di vari specialisti.

La vera novità è la modalità Blackout, un vero e proprio battle-royale che darà ai player accesso a combattimenti all’ultimo sangue (con l’ausilio di mezzi di terra, aerei e navali), da cui emergerà vincitore l’ultimo sopravvissuto, nella più grande mappa mai sviluppata per Call of Duty che unirà le ambientazioni di tutti i titoli della saga prodotti da Treyarch, incluse quelle delle modalità zombie.

In attesa di maggiori dettagli, che saranno svelati nel corso dei prossimi mesi, nei prossimi giorni, dopo averlo provato in anteprima, vi daremo le nostre prime impressioni sul nuovo Call of Duty e sulle novità che saranno introdotte.

 

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Casa delle donne, la sindaca ci fa la guerra e dimentica che questa è anche casa sua

Čet, 17/05/2018 - 20:06

– Non noti nulla?
– No, cosa?
– Guarda bene, se ti metti al centro del giardino, sotto la magnolia, si nota benissimo che le finestre del primo e secondo piano dell’edificio sono troppo separate tra loro. C’è un piano in mezzo senza finestre, murato. Lo vedi?
– Ora sì.
– L’hanno fatto apposta per confonderle, per non farle scappare.
– Chi?
– Le donne che reclutavano qui nel Seicento per farle convertire. Loro, espressione del sessismo dell’emarginazione sociale, del clima persecutorio, delle violenze dentro e fuori la famiglia.

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Questo edificio ha una storia tutta femminile. Ma il suo presente è femminista, per fortuna. Il complesso del Buon Pastore, con la delibera n. 6325 del Comune di Roma, viene destinato nel 1983 “a finalità sociali, con particolare riguardo alla cittadinanza femminile” e assegnato, in parte, al Centro femminista separatista, costituito da dieci associazioni e gruppi del Movimento femminista.

Al Buon Pastore si inaugura un Consultorio, un asilo nido, il primo Centro contro la violenza e, nel 2000, le femministe propongono l’idea di una Casa Internazionale delle Donne. Dopo aver vinto il bando, i gruppi femministi ristrutturano lo stabile e la Casa nasce attraverso servizi concreti (sportello di ginecologia, psicologia e antiviolenza), ma anche attraverso un lavoro costante di costruzione di coscienza sociale.

In sostanza, vent’anni fa nasce uno spazio femminista che quotidianamente crea uno strato sociale di cultura e di politica ben definita: un lavoro che ha, probabilmente, posto le basi anche per l’elezione di un sindaco donna per la Capitale. Lo stesso sindaco che da mesi ha dichiarato guerra alle donne con la mozione della consigliera Guerrini (M5S) in cui si decide di liquidare il progetto della Casa internazionale delle donne per un calcolo meramente economico, senza considerare i servizi sociali e culturali che la Casa dà ai cittadini come associazione no-profit.

“In un paese civilizzato con una certa consapevolezza dell’importanza della donna non si deve nemmeno discutere se tenere aperto o meno. È una mossa strategica, il fatto che questo posto abbia solo un valore economico, non storico né sociale. Per non parlare delle donne che ci lavorano, tutti i giorni, valorizzate per quello che valgono. Questa è la nostra Casa, ci sembra impensabile”, è l’opinione di alcune lavoratrici che oggi hanno protestato in Campidoglio contro il voto definitivo di approvazione della mozione.

– Insomma, come è andata in Campidoglio?
Hanno approvato la mozione. Guardano solo all’aspetto economico.
– E non notano nulla?
– No, nulla.

Foto di Aleksandra Milosevic

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Roma, approvata la mozione M5s sulla Casa delle donne. Proteste in aula e seduta sospesa: “Vergogna”

Čet, 17/05/2018 - 19:57

L’Assemblea Capitolina ha approvato, con 27 voti favorevoli e 2 contrari, tra il caos delle proteste delle manifestanti e le richieste di rinvio da parte dei consiglieri di opposizione, la mozione del M5S a prima firma della consigliera Gemma Guerrini sulla Casa Internazionale delle donne. I consiglieri del Pd non hanno partecipato al voto. Dopo l’approvazione della mozione, il presidente dell’Aula Marcello De Vito è stato costretto a sospendere i lavori dell’Assemblea Capitolina. “La seduta è sospesa a causa dei disordini. Preciso che la sospensione del servizio è ascrivibile a questi disordini”, ha detto De Vito.

La Casa non si tocca“, “Giù le mani dalla Casa”, “Vergogna“. Sono gli slogan portati in Aula Giulio Cesare, tra urla e striscioni, dalle attiviste della Casa Internazionale delle Donne, che hanno protestato animatamente in Assemblea Capitolina quando è stata annunciata la discussione della mozione a prima firma della consigliera M5S Gemma Guerrini. Nel documento, contestato dalle manifestanti, si prevede l’impegno per la sindaca e la giunta a “riallineare e a promuovere il ‘Progetto casa internazionale della donna’ alle moderne esigenze dell’Amministrazione e della cittadinanza, attraverso la creazione di un centro di coordinamento gestito da Roma Capitale e prevedendo con appositi bandi, il coinvolgimento delle associazioni”.

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Governo Lega M5S, Salvini ad Aosta: “Per la prima volta si parla di temi e non ci si scanna sui nomi”

Čet, 17/05/2018 - 19:36

“Per la prima volta nella storia in Italia per la fase di formazione di un Governo non ci si sta scannando su chi fa il ministro o il viceministro, anzi non ne abbiamo sostanzialmente parlato, ma il confronto è solo e soltanto, sull’ambiente, sulla scuola, sulla legittima difesa, sul jobs act, sulla riforma della giustizia, sulle legge Fornero. E siamo arrivati ad un punto di lavoro molto positivo”. Lo ha detto il segretario della Lega, Matteo Salvini, durante un appuntamento elettorale ad Aosta.

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Morto in carcere a Perugia, il figlio di Aldo Bianzino chiede la riapertura delle indagini per omicidio

Čet, 17/05/2018 - 18:51

Per la morte di Aldo Bianzino, deceduto nel carcere di Perugia Capanne dopo circa 48 ore dall’arresto il 14 ottobre del 2007, c’è già stata una sentenza della Cassazione che ha confermato la condanna per omissione nei confronti di un agente della Penitenziaria. Ma la famiglia del falegname di 44 anni chiede che siano riaperte le indagini sulla base di due perizie svolte da consulenti medici della famiglia in cui emergerebbero nuovi elementi sulle lesioni che portarono alla morte dell’uomo. Il figlio, che all’epoca dei fatti aveva solo 14 anni, ha depositato nelle scorse settimane una richiesta di riapertura delle indagini per omicidio a carico di ignoti, che è ancora al vaglio della Procura.

Secondo le due perizie, effettuate a novembre dai consulenti medici della famiglia Luigi Gaetti e Antonio Scalzo, la causa della morte sarebbe riconducibile a una “emorragia subaracnoidea” provocata però “non dalla presenza di un aneurisma ma da un evento traumatico”, come spiegato oggi in una conferenza stampa. E la lesione epatica, che finora è stata considerata legata alle “manovre di rianimazione“, sarebbe – secondo queste perizie – invece contemporanea all’altra.

“Le lesioni sono sovrapponibili – ha detto in conferenza stampa l’avvocato Cinzia Corbelli, legale di Branzino assieme all’avvocato Massimo Zaganelli – sono insorte contemporaneamente e almeno due ore prima del decesso. La battaglia che sto portando avanti va al di là della voglia di giustizia per mio padre – ha sottolineato oggi Rudra – ha una valenza generale. Bisogna fare chiarezza su questa vicenda – ha aggiunto, citando anche anche i casi Cucchi e Uva – non possiamo permetterci di avere questi dubbi – ha sottolineato definendosi un – figlio senza famiglia che chiede di vivere in uno stato di giustizia”. Nel corso di una conferenza stampa in Senato ha anche lanciato una petizione online per “supportare questa richiesta di verità e giustizia” e ha chiesto che “venga aperta una Commissione di inchiesta parlamentare per tutti i casi sospetti di persone morte sotto custodia delle istituzioni”. Presente anche il senatore Luigi Manconi, all’epoca sottosegretario alla Giustizia, che ha sottolineato: “Un cittadino posto sotto tutela dello Stato deve rappresentare il bene più prezioso”. Il fascicolo per omicidio a carico di ignoti sulla morte di Bianzino venne archiviato dal gip di Perugia nel dicembre del 2009.

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Roma, il progetto delle pecore-tosaerba va avanti. I precedenti, da Torino a Parigi: “Pratica utile, ma non risolutiva”

Čet, 17/05/2018 - 18:30

Altro che Heidi e Clara. Sulle pecore nei parchi il Campidoglio fa sul serio, e – bisogna dire – i riscontri esterni (ed esteri) ci sono tutti. Il giorno dopo l’uscita in diretta Facebook dell’assessora capitolina Pinuccia Montanari rispetto alla possibilità di usare animali tosaerba per contribuire alla cura del verde a Roma, la responsabile all’Ambiente della Giunta guidata da Virginia Raggi ha incontrato il presidente di Coldiretti Lazio, David Granieri, con il quale ha impostato il lavoro per stilare una convenzione che permetta di avviare i progetti nel più breve tempo possibile. Sul piatto ci sono buona parte dei 50 milioni di metri quadrati di verde orizzontale e centinaia di animali pronti per essere ammessi dagli allevatori dell’agro romano. “Non siamo ancora giunti ai dettagli – ha spiegato Granieri appena terminato l’incontro – ma abbiamo concordato la necessità di lavorare insieme su questi punti. Gli ovini possono essere utilizzati non solo nei prati, ma anche per rimuovere le erbacce dai gradini, ad esempio”. Non solo. “In questo modo si può dare impulso anche alla produzione del pecorino romano, uno dei prodotti del Lazio più esportato al mondo”. Concetto rilanciato anche da Montanari che, in un’intervista a InBlu Radio, fra le altre cose ha dichiarato: “Quando l’erba è particolarmente alta si potrebbero utilizzare anche le mucche delle nostre aziende agricole”. Il Campidoglio ha già specificato che si tratta di una soluzione utilizzabile più nei grandi spazi periferici che nelle ville storiche cittadine.

L’ESPERIENZA PARIGINA E IL BOOM FRANCESE – Da due giorni a Roma quasi non si parla d’altro fra sfottò, facili ironie e qualche articolo ironico. In alcuni casi da parte delle stesse testate che nel 2013 davano ampio spazio all’iniziativa dell’allora sindaco di Parigi, Bertrand Delanoë – poi proseguita dall’attuale Anne Hidalgo – di trasferire nella ville lumiere un gregge di pecore provenienti dall’isola bretone di Ouessant per brucare le erbacce di aree verdi periferiche come gli Archives de Paris, il Bois de Boulogne, il Bois de Vincennes e le Tuileries, fino addirittura a portare un piccolo avamposto nel prato sotto alla Torre Eiffel. Pare infatti che questa specie di ovini bretoni sia particolarmente indicata come “tosaerba”. In Francia questa pratica è diventata un vero e proprio business, fiutato fra gli altri da un’azienda, la Ecomouton di Sylvain Girard, divenuta dalla sua fondazione nel 2012 una specie di colosso del settore d’Oltralpe, noleggiando le sue oltre 1.500 pecore a istituzioni pubbliche (scuole, prigioni, parchi) e aziende private di varia natura. “Rispetto alla falciatura meccanica – spiegano dalla sede posizionata a sud della capitale francese – l’eco-pascolo può consentire un risparmio economico fino al 25% sul budget di manutenzione degli spazi verdi”. Se ne sono accorte anche le aziende ferroviarie, che utilizzando le pecore di Ouessant anche per brucare l’erba che invade i binari. Oggi, a Parigi le pecore si trovano dappertutto, perfino in tangenziale e sulle strade a grande percorrenza. Tanto che ora qualche associazione animalista ha iniziato a polemizzare con il Comune parigino lanciando il pericolo di cancro per gli ovini esposti al traffico, come riportato qualche settimana fa dal quotidiano online 20 Minutes.

DUBBI A TORINO, ENTUSIASMO A FERRARA, FLOP ALL’AQUILA – Ancora prima di Parigi, va dato atto all’ex sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, di aver avviato all’ombra della Mole questo singolare eco-progetto, tuttora in voga, anche se il lavoro delle pecore non è mai arrivato davvero sotto il monumento antonelliano. “È una soluzione importante ma non risolutiva – confida a ilfattoquotidiano.it Enzo Lavolta, ex assessore all’Ambiente delle giunte di centrosinistra – Si possono usare negli spazi verdi periferici, come al Parco del Meisino, ma non in centro o dove magari i cittadini si aspettando di giocare a pallone o distendersi all’aria aperta”. E le pecore sembrano non aver aiutato il capoluogo piemontese a risolvere i propri problemi nella manutenzione del verde. “La mia città ha ancora tanti problemi da questo punto di vista – ammette – e le pecore non possono di certo sanare le difficoltà”. Quest’anno invece, la città di Ferrara non verrà raggiunta dalla consueta transumanza del pastore Massimo Freddi, che ogni anno dalla provincia di Brescia portava le sue 600 pecore a brucare l’erba intorno alla cinta muraria della città estense: per lui problemi di permessi. “E’ un vero peccato – ammettono dall’entourage del sindaco Tiziano Tagliani – il suo lavoro era utile e gratuito, i bambini si divertivano e gli escrementi delle pecore aiutavano la concimazione del terreno”. Freddi lasciava le proprie pecore a brucare per circa 20-30 giorni, per poi riportarle a Brescia: “Per noi era anche un risparmio di risorse”. Si è persa nel nulla, invece, la convenzione stipulata nel 2016 fra Coldiretti Abruzzo e l’allora sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente: con l’arrivo dell’attuale primo cittadino Pierluigi Biondi, l’esperienza ovina risulta in stand-by.

ECO-BUSINESS PRIVATO E RISPARMIO PUBBLICO – Nel 2015 fu proprio ilfattoquotidiano.it a raccontare la storia di Silvia Canevara, giornalista lodigiana convertitasi al pascolo di pecore bretoni. Due anni e mezzo fa la lasciammo con 20 ovini e tanti progetti, oggi la ritroviamo con un gregge raddoppiato (sono 40 le pecore) e un’attività ben avviata. “Spero di assumere presto qualche pastore – confida – per ora opero con i recinti”. Suoi clienti sono soprattutto dei privati, le istituzioni sono ancora dubbiose. “Noleggiamo le pecore a 1 euro al giorno l’una. Teoricamente, se qualcuno volesse prenderle tutte e 40 dovrebbe pagare solo 40 euro al giorno. Poi, certo, c’e’ il trasporto e la recinzione, ma non ne servono tantissime. Brucano a una velocità notevole”. E un bel risparmio. Proprio a Roma, in zona Osteria, tempo fa ricercatori del Centro Enea della Casaccia, impiegarono cinque asinelli per la ripulitura di 2,5 ettari, costati 9.500 euro, contro i 13mila di falciatrici e decespugliatori. L’importante è che il terreno non sia contaminato. “Il rischio è quello – spiega Silvia – soprattutto riguardo diserbanti, sversamenti illegali e verderame. Poi ci sono i piccoli rifiuti come i mozziconi di sigaretta o i tappi di birra. Alcuni grandi allevamenti fanno ingerire alle pecore delle calamite per attrarre i pezzi di ferro ed evitare che finiscano nel secondo stomaco”.

LE POLEMICHE SULLA MANUTENZIONE DEL VERDE – Insomma, l’utilizzo delle pecore appare utile ma non risolutivo, sicuramente una pratica ecologica in grado di portare nuove risorse nel settore dell’allevamento. Ma di certo non risolve i problemi di una città, come Roma, messa in ginocchio dall’inchiesta del Mondo di Mezzo. “Il vero problema – afferma Giulio Pelonzi, capogruppo capitolino del Pd – non sono i grandi parchi che preservano l’agro romano, ma l’assenza di manutenzioni dell’arredo urbano destinato a verde pubblico. Lo schloss Sanssouci, la Versailles tedesca dell’area berlinese, non ospita pecore ed è un capolavoro artistico di cura del verde. Le ville storiche romane potrebbero tornare a splendere con la programmazione, l’espletamento di bandi e gare ferme da mesi e la manutenzione cronicamente carente su molti dei settori fondamentali della città”. Mentre qualche nostalgico già immagina la caotica capitale odierna tornare come quella dell’800, immortalata da Ettore Roesler Franz nei famosi 120 acquarelli di Roma Sparita.

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Governo, Toninelli: “Russia? Abbiamo discusso delle sanzioni. Ma non posso dirvi se sono ancora nel contratto”

Čet, 17/05/2018 - 18:29

“Abbiamo discusso in questi giorni delle sanzioni alla Russia, sono state motivo di confronto ma ancora non so dirvi se entreranno nel contratto”. Così Danilo Toninelli a margine dei tavoli operativi per la stesura del contratto di governo.

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Febbre del nichel, così consiglieri di amministrazione e sindaci non hanno evitato il sacco di Safond

Čet, 17/05/2018 - 18:26

Un verminaio. È quello che si inizia a intravvedere sotto la superficie della vicenda del nichel e del finanziere calabrese Giovanni Calabrò, alias “il marchese del Grillo”, come è stato ribattezzato dalla procura di Busto Arsizio all’epoca del crac Algol per il quale è stato condannato in via definitiva a 6 anni e 2 mesi di reclusione. Tolta la patina di folklore che circonda il personaggio e le apparenti modalità con cui ha condotto fino a questo momento i suoi affari in Italia (una via di mezzo tra “Totòtruffa ’62” e “La Stangata”), emerge una realtà ben più variegata e complessa in cui entrano in gioco professionisti, consulenti, revisori, enti certificatori, società terze, funzionari, sottobosco politico e potentati locali.

Lo si è intuito a Roma, dove nel 2004 Calabrò è riuscito a pignorare con successo il conto della Tesoreria del Comune “prelevando” 30 milioni di euro immediatamente trasferiti a Lussemburgo e poi, anziché restituire il maltolto, ha rifilato al Campidoglio (a guida Alemanno) una partita di nichel wire per un valore presunto di 55,4 milioni di euro senza che il Comune si preoccupasse di chiedere pareri terzi e di far eseguire una perizia indipendente. Lo si vede ora, con maggiori dettagli, nel nuovo “colpo” messo a segno nel vicentino ai danni di un’importante azienda dei rifiuti, la Safond-Martini di Montecchio Precalcino. Ne abbiamo scritto sul numero di aprile di FQ Millennium tratteggiando la figura di Calabrò, i suoi rapporti con la famiglia Berlusconi, quelli con il governatore della Liguria Giovanni Toti, gli stretti legami di parentela con killer di ‘ndrangheta e, appunto, gli investimenti in nichel wire che di recente hanno prosciugato le casse dell’azienda veneta gettando ombre inquietanti su molti personaggi, a partire dall’imprenditore Rino Dalle Rive, patron di Safond-Martini, che oggi si professa truffato.

Dalle Rive, però, fino al 2016 – come risulta dagli atti ufficiali – ha utilizzato l’azienda come un bancomat per finanziare le sue passioni personali, fino a spingerla a investire oltre 14 milioni di euro nel nichel di Calabrò, assestandole un colpo (quasi) mortale. Tutta colpa di un fiuto imprenditoriale che si è improvvisamente e irrimediabilmente guastato o dell’eccesso di avidità di un uomo deciso ad andare oltre? Sarà l’inchiesta penale aperta dalla procura di Vicenza a chiarirlo, ma una piccola certezza che emerge da questa vicenda è che fino ad ora gli unici che ci stanno rimettendo davvero sono i creditori chirografari che rischiano di restare con un pugno di mosche in mano (i dipendenti al momento sono tutelati, essendo l’azienda in concordato).

E anche questo dovrebbe far riflettere. Che Calabrò sia abile non c’è ombra di dubbio: lo riconoscono senza difficoltà i pubblici ministeri che lo hanno inquisito in passato e che sono riusciti a ottenerne la condanna in via definitiva. Ma se anche Dalle Rive si fosse fatto incantare da promesse di guadagno facile, risulta molto difficile spiegare come oltre 14 milioni di euro abbiano potuto uscire dalle casse di Safond Martini senza che né il consiglio d’amministrazione, né il collegio sindacale, né la società di revisione abbiano avuto nulla da eccepire. Qui non si sta parlando di un semplice investimento, ma di una presunta operazione speculativa che nulla ha a che fare con il business caratteristico dell’azienda e che – sommata agli ingenti debiti – ha finito con il mettere a rischio la continuità d’impresa.

Per dare un’idea, 14 milioni rappresentano il 27% dell’attivo totale che risulta nel 2015 dallo stato patrimoniale dell’azienda (il 48% nel 2016). Dai documenti ufficiali della società, però, non emerge alcun rilievo sull’opportunità di effettuare quell’investimento e, anzi, nella relazione al bilancio 2015 si legge: “Vi segnaliamo che la voce prodotti finiti e merci mantiene un valore sostanzialmente sovrapponibile a quello registrato alla chiusura del precedente esercizio, quasi esclusivamente connesso all’acquisto di uno stock di filo di nickel, effettuato dalla società sul finire del 2014, il cui valore in giacenza alla data di chiusura dell’esercizio ammonta a €14,1 milioni. Tale materiale ha un elevato valore intrinseco e, pur essendo un prodotto di nicchia, destinato a una pluralità di utilizzi in settori ad alta tecnologia, ma con un relativamente limitato numero di acquirenti finali, presenta importanti potenzialità di profitto e per tale ragione la società ha provveduto all’effettuazione di tale operazione, pur comportando un rilevante impegno in termini finanziari”.

Parole impegnative, anche perché a fine 2015 – a fronte di un’uscita di oltre 14 milioni dai conti della società – il nichel wire di cui si parla non era nella disponibilità della società. E di ciò non fa parola il collegio sindacale presieduto da Paolo Zanconato, uomo di fiducia di Gianni Zonin e, tra le altre cariche, presidente del collegio sindacale della Popolare di Vicenza, banca di cui proprio Safond Martini risulta tra i maggiori debitori. Una singolare coincidenza.

Tornando al nichel, dopo aver inutilmente esperito diversi tentativi di farsi consegnare il materiale da Calabrò, nel giugno 2016 Dalle Rive si rivolge a Riccardo Sindoca e alla sua Veneto Capital Service conferendogli l’incarico di recuperare il metallo acquistato, senza il quale la società avrebbe avuto seri problemi a chiudere il bilancio. Perché Dalle Rive si rivolge proprio a Sindoca, personaggio balzato agli onori delle cronache nel 2005 nell’ambito dell‘inchiesta sulla Dssa, una sorta di “polizia parallela” messa in piedi dal neofascista Gaetano Saya? “Nessun mistero – spiega Sindoca, che rivendica la correttezza del suo operato, la lealtà alla Costituzione e l’appartenenza con il grado di Luogotenente Generale a una struttura informativa che opera in ambito Nato e che ha base Londra -. La frequentazione di Dalle Rive con la mia famiglia risale ai primi anni 2000. Fu presentato da una conoscenza comune, l’ingegner Nicola Galassi, e divenne un amico di famiglia. Mia madre nel tempo lo ha anche aiutato economicamente. Io con lui ho iniziato ad avere un rapporto professionale nel giugno 2016, quando si è presentato da me per chiedermi di recuperare il nichel acquistato da Calabrò”.

Il nichel viene recuperato (“è attualmente depositato a Lugano in una cassetta di sicurezza a firma congiunta, mia e di Dalle Rive”) ed è in virtù di questo contratto e di successive scritture che Sindoca vanta un credito di 5,1 milioni nel confronti di Safond Martini. Sull’ammissibilità di questo credito si è aperta un’aspra battaglia in sede civile ed anche penale, con esposti e contro-esposti su cui è chiamata a esprimersi l’autorità giudiziaria. Sindoca – che lamenta come contro di lui sia stata scatenata dalla controparte una vera e propria campagna calunniosa volta a delegittimarlo per indurlo a desistere –risulta ora iscritto a Vicenza nel registro delle persone offese. Ma il caso Safond Martini non ruota solo sulla questione dei crediti e solleva molti quesiti inquietanti. La questione stessa dell’investimento in nichel wire (un bene di mero uso industriale, sostanzialmente illiquido, non soggetto a quotazione su mercati regolamentati) sembra prefigurare qualcosa di diverso da un mero intento speculativo: nel 2014, quando Dalle Rive decide di lanciarsi in questa operazione, il “caso” Roma era ampiamente noto e lo stesso Calabrò aveva già subito una condanna in primo grado per il crac Algol (condanna poi divenuta definitiva nell’ottobre 2017). Perché e con quali finalità un imprenditore veneto dovrebbe mettersi in affari con un discusso finanziere calabrese acquistando consapevolmente per milioni di euro la stessa tipologia di merce che il Comune di Roma sta tentando infruttuosamente di vendere da anni? A mettere in contatto Dalle Rive con Calabrò è ancora una volta un professionista: si tratta del commercialista Pietro Perissinotto, compagno di molte avventure di Calabrò (è stato anche presidente dei sindaci della sua Calfin) e, al tempo stesso, professionista di fiducia di Dalle Rive.

Il contatto si è avuto per un caso fortuito o invece è stato stabilito allo scopo di soddisfare specifiche esigenze rappresentategli dai clienti? E’ una domanda che al momento non ha ancora una risposta, ma il sospetto che dietro le compravendite di nichel wire ci sia qualcosa di più di una semplice truffa è rafforzato dal fatto che i denari della Safond Martini hanno preso la strada dell’estero e che il metallo acquistato non ha mai varcato i confini nazionali e, anzi, fino all’estate del 2016 non era nemmeno nelle disponibilità dell’azienda, nonostante figurasse a bilancio.

Chissà perché nessuno si è preso la briga di contestare alla Calfin di Calabrò l’inadepienza contrattuale ed eventualmentedi denunciare la presunta truffa. La denuncia arriva molto tempo dopo, nel febbraio 2017, e a presentarla non è Rino Dalle Rive, ma l’allora presidente di Safond Martini, Andrea Barbera. L’esposto di Dalle Rive arriva solo nel febbraio 2018, quando la situazione per l’imprenditore vicentino si fa davvero difficile: la grana del nichel wire e delle presunte distrazioni ai danni della Safond Martini rischia di aggiungersi a quelle del fallimento dell’AltoVicentino, la sua società calcistica, e del fallimento di Fonderia Anselmi srl, la società con cui Dalle Rive aveva preso in gestione l’attività dell’omonima spa padovana in concordato preventivo.

Truffa o non truffa, l’imprenditore dei rifiuti dovrà con ogni probabilità spiegare molte cose assieme ai consiglieri, ai dirigenti, ai sindaci di Safond Martini e alla pletora di professionisti che in questi anni ha assistito l’imprenditore e la sua società.

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Alitalia, il cambio di rotta non interrompe la picchiata dei conti. E la gestione commissariale rischia di costare cifre folli

Čet, 17/05/2018 - 18:13

Alitalia starà pure cambiando rotta, come recita la nuova campagna pubblicitaria della compagnia, ma continua a perdere soldi. L’ex compagnia di bandiera ha chiuso il primo trimestre 2018 con un rosso di 117 milioni. La perdita è dimezzata rispetto allo stesso periodo di un anno fa (-228 milioni), i ricavi sono in crescita (+4%) e in cassa ci sono ancora in cassa 759 dei 900 milioni del prestito ponte erogato dallo Stato. Ma il finanziamento è al centro di un’indagine di Bruxelles sugli aiuti di Stato. “Il carburante si consuma, proviamo a consumarne poco, ma si consuma – ha ammesso il commissario Luigi Gubitosi nel corso dell’audizione alla Commissione speciale del Senato – Qualunque cosa vorrà fare il nuovo governo, (…) che lo faccia presto”. Anche perché per le casse pubbliche il conto dell’amministrazione straordinaria Alitalia sale giorno dopo giorno. Con i tempi dell’intera procedura che rischiano di andare ben oltre il 31 ottobre, data ultima prevista per la cessione della compagnia, o il 15 dicembre 2018, scadenza per la restituzione del prestito ponte. Almeno secondo il decreto legge del 26 aprile 2018 che dovrà essere convertito nei prossimi giorni.

Intanto la procedura di cessione va avanti a rilento e con difficoltà. “A quanto sembra, nessuno dei potenziali acquirenti ha formalizzato una proposta per l’intera società”,  spiega Riccardo Gallo, docente di Economia applicata alla Sapienza di Roma con un passato da vicepresidente Iri e da componente del Comitato permanente di consulenza globale e di garanzia per le privatizzazioni al ministero dell’Economia e Finanze negli anni 2002-2007. “Questo significa che si va verso lo spezzatino. Bisognerà quindi liquidare tutto ciò che non sarà venduto per soddisfare i creditori con una procedura molto lunga e complessa”, aggiunge Gallo che è stato anche commissario della Autovox, azienda con un attivo da appena 25 milioni di euro per la cui liquidazione sono stati necessari 25 anni. “Tra aste deserte e accertamento di attivo e passivo, la liquidazione è una procedura lunghissima”, ricorda il professore. Secondo dati Cerved 2017, in Italia sono infatti necessari, in media, sette anni per liquidare una società. Difficile immaginare che un caso spinoso come quello di Alitalia possa fare eccezione, chiudendo in tempi record la procedura straordinaria avviata il 2 maggio dello scorso anno.

Ma allora, se le cose stanno in questi termini, quanto tempo e quanto denaro pubblico ci vorrà ancora per chiudere la partita Alitalia? E’ davvero difficile dirlo. Basti pensare che ad oggi non è ancora terminata l’amministrazione straordinaria di Alitalia Linee Aeree, la bad company dalle cui ceneri nacque nel 2008 la Cai dei capitani coraggiosi. Benché siano passati ormai dieci anni dall’inizio della procedura, la scorsa estate i tre commissari straordinari (Stefano Ambrosini, Gianluca Brancadoro e Giovanni Fiori) erano ancora alle prese con la cessione di un immobile a Barcellona per far cassa e pagare i creditori e i costi della procedura.

Più i tempi si allungano, più aumenta anche il conto degli ammortizzatori sociali, Alitalia si indebolisce e sale il rischio di non rivedere più il prestito pubblico. Il finanziamento in questione, che dovrebbe pagare il 9,9% di interessi, è in prededuzione. E verrà eventualmente ripagato con l’incasso della vendita. Se non fosse che finora, secondo indiscrezioni, il miglior offerente, Lufthansa, ha messo sul piatto appena 300 milioni per il solo lotto delle attività di volo (senza i servizi) chiedendo peraltro una cura dimagrante lacrime e sangue per il personale. “Nell’ipotesi che sia attendibile la cifra citata di 4mila esuberi, il sostegno pubblico alla loro uscita dall’azienda darebbe luogo a un onere annuo per la finanza pubblica superiore a 200 milioni di euro”, spiega il professor Ugo Arrigo in una nota del centro ricerche Cesisp dell’Università Bocconi. “Qualora la copertura statale dovesse protrarsi per sette anni, come già accaduto in occasione della crisi del 2008, l’onere totale raggiungerebbe 1,5 miliardi”, si legge nel documento stilato da Arrigo. “Ci sono tre possibili esiti – per Alitalia -: il primo è venderla, il secondo è chiuderla, il terzo è ristrutturarla – conclude il docente – Tuttavia il governo ha indirizzato da subito la gestione commissariale verso una rapida cessione (…). Nell’anno abbondante sinora trascorso la rapida cessione non è tuttavia andata in porto né sembra essere a portata di mano neppure qualora anche il governo entrante desiderasse perseguirla. Se questo percorso dovesse chiudersi restano gli altri due, dei quali l’unico favorevole è quello della ristrutturazione. Esso verrebbe tuttavia avviato dopo aver perso inutilmente oltre un anno su una strada senza via d’uscita”.

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La vita in diretta, Francesca Fialdini a Marco Liorni (che sta per lasciare il programma): “Ti trasformerei in principe azzurro”

Čet, 17/05/2018 - 18:01

L’attuale edizione de La Vita in Diretta non è stata proprio un successo, anzi: gli ascolti sono stati inferiori alla concorrenza per tutta la stagione e anche editorialmente, il programma non ha brillato per calore e originalità. E chi ne paga le conseguenze? Marco Liorni. Il “conduttore buono”, volto del contenitore pomeridiano per sei stagioni, era ormai uno di casa per tante signore. Piace così tanto che lo scorso anno quando ha condotto LVID in solitaria, senza Cristina Parodi, gli ascolti sono addirittura saliti. Nonostante questo, a settembre arriverà Tiberio Timperi al suo posto.

Proprio oggi, come ha riportato il blog BubinoBlog, la padrona di casa Francesca Fialdini ha riservato per lui parole dolci: “Ti trasformerei in un principe azzurro Marco, ma lo sei già per le tue figlie, per tua moglie, e lo sei stato per me quest’anno”. Parole che hanno avuto il sapore di un congedo e che sono arrivate a pochi giorni dalle polemiche del web per l’esclusione del buon Liorni dal programma. Qualcuno ha pure scritto e sospettato che sia stata proprio l’ultima arrivata, Francesca, stimatissima dalla direzione generale della Rai, a decidere il suo allontanamento. Ma lei aveva già risposto a queste dietrologie: “Nessuno manda via Marco. Marco ha scelto di fare altri percorsi dopo 7 anni. Lo trovo normale. Sarà lui, e la Rai, a dire cosa accadrà. Anche perché io non ne ho la più pallida idea”. Liorni sarà pure un principe, ma ora è senza il suo castello.

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“‘Ndrangheta e riciclaggio in Canton Ticino? Così fan tutti”. Un fiduciario si confessa alla Tv svizzera

Čet, 17/05/2018 - 17:56

“Sono innocente. Non potevo sapere la provenienza di quei soldi, mi sono comportato come hanno fatto molti altri”. E’ l’autodifesa di Oliver Camponovo, fiduciario di Chiasso, condannato in prima istanza per riciclaggio nell’ambito di un’inchiesta sulla ‘ndrangheta in Canton Ticino. Ma è davvero possibile riciclare milioni di franchi, provenienti dal narcotraffico, di un potente clan mafioso senza rendersi conto di chi siano i propri clienti? E davvero in Ticino “molti altri” operatori finanziari si comportano così?

E’ il tema di un’inchiesta di Falò, la trasmissione di inchiesta della Tv svizzera italiana, in onda questa sera, giovedì 17 maggio, su Rsi La1 alle 21,10 e poi visibile sul web, a cui Camponovo ha concesso un’intervista esclusiva. L’inchiesta di Maria Roselli e Marco Tagliabue, intitolata “Bella Gente”, ricostruisce una delle più importanti indagini contro il crimine organizzato mai arrivate a giudizio in Svizzera, attraverso documenti, testimonianze e soprattutto il racconto del protagonista della vicenda. A discuterne in studio due avvocati: Edy Salmina, rappresentante del fiduciario ticinese, e Marco Bertoli, già procuratore e alto funzionario di banca, oggi responsabile della sorveglianza sui fiduciari.

Il caso parte da un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano, denominata Rinnovamento, che nel 2014 aveva evidenziato fra l’altro l’interesse dei clan reggini per gli affari all’interno dello stadio Meazza.

 

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Padova, incidente alle Acciaierie Venete: sette indagati. “Anche i vertici aziendali”

Čet, 17/05/2018 - 17:48

Per l’incidente di domenica alle Acciaierie Venete di Padova, la procura ha deciso l’iscrizione nel registro degli indagati di 7 persone. Sotto inchiesta, stando a quanto scrive l’Ansa, ci sarebbero i vertici dell’azienda, quelli della sicurezza, e i rappresentanti legali di alcune ditte che lavorano in appalto. Al momento, si tratta di un’iscrizione “tecnica”, necessaria per l’affidamento da parte del pm della perizia sui macchinari.

Nell’incidente sono rimasti feriti 4 operai, due dipendenti dell’azienda e due della Hayama Tech, ditta esterna attiva nello stabilimento di Padova. Due operai – Marian Bartu e Sergiu Todita – hanno riportato ustioni su tutto il corpo e sono ricoverati in condizioni critiche negli ospedali di Padova e Cesena. Un altro è ustionato sul 13% del corpo e il quarto è stato dimesso la sera stessa della tragedia con una prognosi di 15 giorni.

Secondo quanto ricostruito finora, alle 7.50, una siviera con 90 tonnellate di acciaio fuso si è sganciata mentre era in movimento crollando al suolo. L’impatto ha provocato l’apertura della “cesta” con la fuoriuscita di una “bolla di vapore” che ha travolto i due feriti più gravi e lo sversamento di diverse tonnellate di materiale incandescente i cui schizzi ha colpito altri due operai.

Giorgio Gallo, dipendente e delegato Fiom-Cgil dello stabilimento, tra i primi a soccorrere i feriti, ha raccontato che “sembravano ‘fusi’”: “Il calore tremendo gli aveva lasciato addosso solo le scarpe e brandelli dei pantaloni“. Assieme a lui si sono salvati altri cinque lavoratori che si trovavano all’interno del capannone, attuale sotto sequestro da parte della magistratura padovana.

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Digitale, la blockchain “tutela gli utenti e garantisce la trasparenza online”. Il caso di Fidelity House

Čet, 17/05/2018 - 17:47

La blockchain per “democratizzare” il mondo del digitale e garantire agli utenti fiducia, rispetto e soprattutto trasparenza. È questo l’obiettivo di Fidelity House – il social content network di proprietà dell’agenzia padovana Horizon Group – che si affiderà alla tecnologia alla base delle criptovalute per internazionalizzarsi e lanciare su scala globale la piattaforma di aggregazione di contenuti FidelityHouse.com.

Perché proprio la blockchain? La catena di blocchi “aperta a tutti e immutabile senza il consenso di ciascuno”, spiega il presidente della società Francesco Fasanaro, permetterà di porre “particolare attenzione alla sicurezza dei dati condivisi e alla garanzia delle transazioni economiche a favore di quanti partecipano attivamente alla vita della community”. Fidelity House, infatti, è una piattaforma che permette agli iscritti di creare contenuti, condividerli ed eventualmente monetizzare da queste condivisioni. E che ora punta all’estero per ampliare il proprio bacino di utenti (arrivato a 20 milioni e 100 milioni di pagine viste al mese secondo i dati di Google Analytics di giugno 2017).

“La blockchain è una tecnologia che definirei democratica così come lo era il principio alla base di Internet ai suoi esordi: un ambiente che permetteva a tutti di accedere alle informazioni contribuendo alla loro creazione, senza distinzioni di ceto, formazione, cultura”, aggiunge Alessandro Benini, Chief marketing officer di Horizon Group. “La Blockchain è percepita come un’opportunità per portare a un livello ulteriormente raffinato il web in tutte le sue sfumature. Riteniamo nostro dovere partecipare attivamente alla creazione di questo nuovo mondo ponendoci d’esempio per gli utenti che già si sono affidati al nostro modello di social networking basato sui contenuti, tenendoli informati e considerandoli i primi ‘soci’ in questo percorso di innovazione”.

Un’espansione, quella pianificata dalla società padovana, che passa da una precisa roadmap finanziaria: dopo un primo round privato (che ha visto aumentare gli introiti economici e il numero di soci di alto profilo), per il 7 giugno è previsto il secondo round attraverso un’offerta pubblica di Equity Crowdfunding, cui seguirà una Ico (Initial Coin Offering) a fine anno. Il primo Advisor per la Ico è stato individuato in Francesco Nazari Fusetti, fondatore di AidCoin e di Scuolazoo, società da 70 dipendenti e oltre 15 milioni di fatturato. Tutti gli sforzi di Horizon Group sono stati riconosciuti anche all’estero: la società è stata inserita al 490esimo posto in Europa e al 42esimo posto fra le aziende italiane nella classifica stilata dal Financial Times – FT1000 – che segnala le mille aziende europee con maggiore tasso di crescita.

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Troppa Grazia, Alba Rohrwacher è una Madonna che si batte contro contro corrotti e speculatori

Čet, 17/05/2018 - 17:37

Alba dei miracoli. Dopo il “santo” Lazzaro nel film della sorella Alice, ecco che arriva a vedere persino la Madonna. Sì, proprio lei, con tanto di velo e occhi azzurri (quelli bellissimi ) dell’attrice israeliana Hadas Yaron. E così Rohrwacher si trasforma in Lucia, semplice geometra di provincia dotata di principi assai saldi che – naturalmente – contrastano con la fragile moralità circostante. E quando un manipolo di corrotti burocrati inizia un progetto di chiara speculazione edilizia, Lucia è chiamata dalla madre di Dio a “parlare con gli uomini” per impedire l’edificazione di tale nefandezza ma di una chiesa in suo onore. Tutto questo accade in Troppa grazia, la nuova commedia di Gianni Zanasi approdata a Cannes in chiusura fuori concorso della Quinzaine des Realisateurs.

Alba Rohrwacher ne è la protagonista accanto a un cast di italian stars che parte da Elio Germano (nei panni del suo compagno da cui sta per lasciarsi…), Giuseppe Battiston, Carlotta Natoli, Thomas Trabacchi e Teco Celio. Da parte sua Gianni Zanasi, autore ammirevole di commedie intelligenti nel non sempre intelligente panorama italofono, ha ideato questo curiosissimo film senza pensare ai temi. “Altrimenti non ne sarei uscito più. In realtà ho avuto una vera e propria apparizione io stesso di una Lucia che nel reparto tv di un centro commerciale ha visto la Madonna e le ha detto di parlare agli uomini. Al che Lucia le ha risposto ‘parlaci tu’. A quel punto sono scoppiato a ridere… e da una risata è nato questo film”.

Lontano da retoriche di iconografia popolare su apparizioni e dintorni, (“non ho voluto perché in realtà quell’epifania nasce dentro a Lucia”) il regista ha però avuto alcune difficoltà nel look che la “sua” Madonna dovesse avere. “Il discorso sul look della Madonna mi turbava molto, bastava poco a ridicolizzarla: c’è stato il momento pop, il momento Mantegna, delle All stars, e persino quello dei capelli blu, finché ho capito che si parlava dell’infanzia di Lucia e, mettendo insieme anche l’immaginario della mia infanzia, volevo fosse vicina a quelle immagini, dunque ho optato per il velo e lo sguardo, uno sguardo profondo e conquistatore del cuore e dell’anima”. In effetti il discorso portato avanti dal film di Zanasi è laico e nulla ha a che vedere con il senso religioso se non quello innocente e puro legato all’infanzia, “quando crediamo a tutto”. “Ma è anche vero – aggiungono Zanasi e Rohrwacher insieme – che ultimamente il cinema è molto alla ricerca di un soprannaturale religioso e spirituale, qualcosa di non spiegabile ma che non sia di fantascienza naturalmente, in altre parole quell’Altrove che fino a qualche anno fa sembrava smarrito. Forse in una società contemporanea che ha troppe informazioni e comunicazioni ma resta fragile e indifesa, serve tornare alla spiritualità”. Troppa grazia uscirà prossimamente nelle sale italiane per BIM.

Alla Quinzaine des Realisateurs, che chiude stasera, ha trovato spazio anche il bel cortometraggio La lotta a firma di Marco Bellocchio: un breve ma intenso viaggio fra il passato bellico (la seconda guerra mondiale) e il presente visto dallo sguardo di un giovane sulle rive del Trebbia.

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Sanità, curarsi in una regione diversa dalla propria sarà più difficile. “Ma solo per gli interventi più semplici”

Čet, 17/05/2018 - 17:31

È in arrivo un nuovo taglio dei rimborsi alle cure da una regione all’altra. La scure si abbatterà solo sulle strutture private accreditate. Per non aggravare lo stato dei conti pubblici, soprattutto delle regioni in piano di rientro, per tamponare l’emorragia di pazienti lungo lo Stivale e, non da ultimo, per scoraggiare politiche aggressive di attrazione di malati ad opera di reparti o medici in persona. Questa è l’intenzione, il punto è come metterla in pratica. La scadenza è la fine di maggio, quando in Conferenza delle Regioni dovrà essere chiuso l’accordo sui saldi della mobilità 2016, che influiranno sulla ripartizione del Fondo sanitario di quest’anno.

“Il diritto alla salute è sacrosanto, le prestazioni ad alta complessità non verranno messe in discussione – ci spiega Antonio Saitta, coordinatore della commissione Salute della Conferenza delle Regioni -, per quelle più semplici invece stiamo studiando un ridimensionamento. Perché non è possibile che un cittadino di Cosenza vada a Milano, in una struttura privata convenzionata con il Sistema sanitario nazionale, per farsi operare al tunnel carpale quando potrebbe fare lo stesso intervento nell’ospedale della sua città. Ecco in casi come questi il rimborso non sarà previsto. Quale sarà il criterio di selezione delle cure dobbiamo ancora deciderlo. Ma di certo – assicura – non toccheremo la sanità pubblica, quella no”. Già due anni fa fu concordata una riduzione del 50 per cento sugli incrementi di spesa del 2014 e 2015 nel settore privato.

Intanto i viaggi per le cure mediche hanno continuato a crescere. Oggi costano 4,6 miliardi di euro (la cifra relativa alla mobilità del 2016 già tiene conto degli sconti) contro i 4,1 del 2015 e i 3,7 di otto anni fa. Chi ha più debiti è la Calabria, con un saldo negativo di oltre 319 milioni di euro. La seconda regione messa peggio è la Campania (302 milioni) e la terza il Lazio (289 milioni). La Lombardia invece è quella che vanta più crediti in assoluto. Deve incassare 808,6 milioni di euro dal resto d’Italia. “L’anno scorso abbiamo varato uno sconto del 30 per cento sugli aumenti di spesa nel privato per andare incontro alle regioni del Sud in piano di rientro – aggiunge Massimo Garavaglia, presidente del comitato di settore Regioni-Sanità —. Non ha senso però, non è giusto che i cittadini lombardi paghino le cure a quelli di altre regioni senza essere rimborsati. L’unica che ci guadagna davvero è Trenitalia”.

Ma cosa succede se anche i medici del Sud preferiscono farsi curare negli ospedali del Nord? L’oncologo Antonio Marfella e il pediatra Gaetano Rivezzi hanno scelto di uscire dalla Campania per curare il tumore. A dare una risposta è Giuseppina Tommasielli, medico ed ex assessore allo sport a Napoli: “È inutile negarlo, da noi il ricovero è scadente, ci sono liste di attesa infinite, ospedali con sale operatorie inagibili, e la burocrazia è lenta e inefficiente. Pur essendoci tanti bravi medici, in un contesto così è difficile lavorare bene. Mi creda, è anche colpa di una certa mentalità che va corretta. Le faccio un esempio, se hai un tumore e hai bisogno di un intervento urgente il posto salta fuori solo se prima passi dal medico privatamente. Se non vuoi morire a volte ti tocca pagarti anche l’operazione chirurgica”.

Intanto il capoluogo lombardo in questi anni si è attrezzato per ospitare i pendolari della salute, anche quelli con poca disponibilità economica. La onlus “A casa lontani da casa” raggruppa una serie di organizzazioni no profit (associazioni e parrocchie) che a prezzi accessibili offrono 1200 posti letto (a Milano e in altre città della Lombardia) e nel 2017 hanno accolto oltre 17mila persone (per 160mila pernottamenti).

Oltre i calcoli, ci sono storie di persone che lottano tra la vita e la morte. Come Rosario Rubino, 58 anni, di Catanzaro, che per ritirare la dose di chemioterapia deve percorrere mille chilometri. Un viaggio in verticale che fa da quattro anni, e da settembre almeno una volta al mese. “Ho una metastasi al fegato – racconta -. Ho iniziato a stare male sette anni fa, subito i medici qui non capivano cosa avessi, a un certo punto si erano convinti che erano calcoli renali ma io mi sentivo sempre peggio, quindi ho richiesto altri esami e alla fine mi hanno trovato un tumore al pancreas e al fegato. Non mi avevano dato speranze, mi dissero che loro non sapevano dove mettere le mani, che non avevano le competenze per operarmi”. Per questo Rosario se n’è andato fino a Bologna, all’ospedale Sant’Orsola. “Quando sono arrivato avevo ormai una metastasi a milza, fegato, pancreas. Mi hanno operato immediatamente. Ho dovuto subire due interventi. L’estate scorsa il cancro è ritornato. Ora sono al settimo mese di chemioterapia”. Una guerra contro il tumore che gli costa oltre mille euro l’anno tra treni, aerei e hotel. “La regione mi rimborsa solo il 30 per cento delle spese. Finora mi hanno dato poco più di 300 euro per il 2015 e aspetto ancora i soldi del 2016”. Rosario faceva il macellaio. Da quando ha il cancro non riesce più a lavorare. “Ricevo una pensione di invalidità di 290 euro al mese e una di accompagnamento da 500 euro”. Sua moglie fa le pulizie. “Arrivare alla fine del mese è difficile – confessa -. Che cos’altro mi deve succedere per avere tutte le spese coperte dalla regione?”. La Calabria è in piano di rientro da otto anni. “È una situazione insostenibile – commenta Franco Pacenza, delegato del presidente della Calabria Oliverio per le politiche sanitarie -. Abbiamo le mani legate, non possiamo assumere personale, non possiamo fare investimenti”. Dieci anni fa la Regione previde quattro nuovi ospedali, quello di Palmi, quello di Sibari, di Vibo Valentia e di Catanzaro. Ma ancora nessuno di questi è stato realizzato. Così le liste di attesa si allungano e i reparti scoppiano.

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Dogman, metti il cagnetto (e Garrone) nel freezer

Čet, 17/05/2018 - 17:06

Metti la nonna, anzi il cagnetto nel freezer. Una delle sequenze più imprevedibili di Dogman, il nuovo film di Matteo Garrone, è quella in cui il protagonista Marcello (Marcello Fonte), corre a liberare un cagnolino che era stato chiuso dentro un congelatore dal suo amico/complice Simoncino (Edoardo Pesce) durante una rapina in una ricca villa. Marcello appoggia il cane sul lavandino e con una spruzzatina di acqua calda, voilà, torna come nuovo, scodinzolante e felice. Incrociando la fiaba nera garroniana con lo screzio demenziale interpretato recentemente da Fabio De Luigi (anche lì la nonna congelata si scongela col phon) ne esce il tempo di una battuta e di una considerazione percettiva. Dopo aver visto Dogman, nonostante il fascino estetico, la magniloquenza di un’esperienza cinematografica totalizzante tipica del cineasta romano, si rimane come un po’ freddini. Dentro al freezer sembra esserci rimasta anche l’anima mai molto “calda” del cinema di Matteo Garrone che questa storia di cronaca, quella dell’omicidio del “Canaro” della Magliana, ha ripreso nella versione dell’omicida Pietro De Negri (quella definitiva delle sentenze dei tribunali divenne poi differente), rielaborandola da almeno un decennio, aggiungendo tra tanti piccoli dettagli proprio questo momento inventato di tenerezza paterna e animalista.

L’angolo decaduto e disabitato di Castelvolturno, dove produzione e regia hanno ricostruito un set sintesi tra reale ed immaginario, è uno spazio prigione opprimente, senza vie di fuga perfino nella gamma ristretta di colori usata (la fotografia di Nicolaj Bruel è da studiare a a scuola), chiuso attorno al minuto, magrolino toelettatore per cani Marcello, amico dell’erculeo, violento e incontrollabile Simone. Entrambi pippano cocaina, ma è il canaro a fornirla (come nella realtà) all’energumeno sodale. È su questa linea bisettrice basso/alto a tagliare l’inquadratura che Garrone costruisce l’ennesimo conturbante ed universale rapporto di dipendenza caratteriale che aveva la sua sublimazione metafisica più alta nel mostruosamente bello Reality. In Dogman i due protagonisti, oltretutto, vivono questa vicinanza amicale in modo prepotentemente fisico, corporeo, più che a livello psicologico, deviando un poco dalla perversa malia regnante in lavori come L’imbalsamatore o Primo amore; lì dove vigeva con forza una sottomissione cieca prima di tutto mentale del più debole. Oltretutto in Dogman il Marcello trasfigurato caratterialmente, dopo essersi fatto un anno di carcere al posto dell’amico, si vendica dei soprusi subiti ribellandosi al suo oppressore. Una u-turn di senso del racconto mai accaduta nei precedenti titoli del nostro. jwplayer("jwp-SHARWcFC").setup({ playlist: [{"mediaid":"SHARWcFC","description":"","pubdate":1526484807,"tags":"trailer,cinema,GARRONE,dogman","image":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/thumbs\/SHARWcFC-720.jpg","title":"Dogman - trailer","sources":[{"type":"application\/vnd.apple.mpegurl","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/manifests\/SHARWcFC.m3u8"},{"width":320,"height":180,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/SHARWcFC-2kLOQlpN.mp4","label":"180p"},{"width":480,"height":270,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/SHARWcFC-mgX5kRUd.mp4","label":"270p"},{"width":720,"height":406,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/SHARWcFC-DGOVPaTh.mp4","label":"406p"},{"width":1280,"height":720,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/SHARWcFC-00rmffRE.mp4","label":"720p"},{"type":"audio\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/SHARWcFC-jz9FGUIN.m4a","label":"AAC Audio"}],"tracks":[{"kind":"thumbnails","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/strips\/SHARWcFC-120.vtt"}],"link":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/previews\/SHARWcFC","duration":90}] });

Il discorso, insomma, spiazza. Lo smarrimento generale di Marcello sa più di paranoica ossessione verso la società muta attorno a lui che di amorevole devozione al proprio carnefice. Chiaro che al netto di questa variante, rimane l’immensa capacità di Garrone nell’essere un regista totale, uno di quelli che costruisce set ed elabora ogni singola immagine  con una cura maniacale dal particolare al campo lunghissimo, dai muri scrostati nel negozio di toelettatura agli arbusti e i fili penzolanti tra sabbia e mare a un chilometro in profondità di campo, come oggi nessun altro autore almeno in Italia riesce a fare. Garrone è forse l’unico regista italiano che rinuncia alle scorciatoie facili della parola, della battuta, del dialogo ad effetto, concentrando forze, energia e potenza nella dimensione meramente visiva in cui tutto il senso del suo lavoro converge.

Solo che questa sintesi con Dogman non appassiona, e non stuzzica granché intellettualmente nei dintorni di qualche patologia deviante, concentrandosi invece sulla paura degli effetti pratici (i soldi, la miseria) di una scelta sbagliata del singolo grazie anche uno sguardo che finisce per stringere e mettere in risalto soprattutto lapilli, rivoli, chiazze di sangue. Per non dire della crew canina che come nella carrellata iniziale del Mondo Cane jacopettiano introduce e fa da coro/sfondo abbaiante mostrando simboliche analogie che poi accadranno tra gli umani (il cane da domare legato con la catena al collo come accadrà a Simone, i cani in gabbia come succederà sempre per l’amico bestione). Dogman va visto per carità, ma il recente percorso produttivo di Garrone con in mezzo l’affascinante e disorientante Racconto dei Racconti sembra come aprire una nuova strada più astratta e fiabesca (aspettiamo con ansia il tanto atteso Pinocchio) che lascerà ulteriormente il segno.

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