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Caso restituzioni M5s, gli impresentabili indignati per le mele marce di Di Maio

Čet, 15/02/2018 - 12:10

Nella campagna elettorale peggiore della storia repubblicana, a quattro giorni dal divieto di diffusione dei sondaggi che il 14 febbraio confermano il M5S prima forza politica nel paese, ha fatto irruzione il caso delle irregolarità delle restituzioni e del relativo tradimento di valori costitutivi del movimento da parte di un numero di eletti che è andata definendosi. Ai cinque confermati dal gruppo di comunicazione del M5S impegnato nei controlli si sono aggiunti, secondo quanto diffuso dalle Iene sempre grazie alla loro “fonte anonima”, altri cinque nomi che includono anche una parlamentare nota come Barbara Lezzi, accusata di aver saltato un solo bonifico.

Le modalità e l’entità degli “ammanchi” sono tuttora in corso di verifica da parte del Movimento e Luigi Di Maio ha fornito per il momento una lista di 8 irregolari accertati (in cui non compaiono Barbara Lezzi né Giulia Sarti) definiti in modo chiaro “persone che per noi si autoescludono dal Movimento”.

E se – come hanno rilevato i sondaggisti – dopo lo scandalo per la mancata restituzione di ciò che i partiti con la bava alla bocca contro i grillini mentitori-truffatori-scrocconi si tengono ben stretto, il M5S continua a mantenere il suo patrimonio di preferenze al 27/28% non è solo perché può contare sulla “impermeabilità” del suo zoccolo duro “acritico” e “beota”, secondo la vulgata partitico-mediatica, ma soprattutto perché, come spiega la Ghisleri, è una forza che espelle facilmente chi sbaglia e quindi capace di una pronta auto-ripulitura.

In effetti se è ancora da verificare come sostiene Beppe Grillo che “alla fine il caso delle mancate restituzioni ci favorirà perché tutti si renderanno conto che sono stati restituiti i soldi ai cittadini”, è impossibile negare come in tutto questo scandalo il M5S sia obiettivamente parte lesa dal comportamento sleale e/o truffaldino di quella che per ora risulta una contenuta minoranza.

Naturalmente secondo i retroscenisti e i bene informati, come Jacopo Iacoboni della Stampa, alla sede delle Iene sta arrivando “una pioggia” di altre segnalazioni di “ammanchi grillini di altri big” e ci sarebbe materiale per altre due puntate, anzi si tratterebbe di un work in progress che sarà “centellinato” (ci azzardiamo di prevedere fino alla vigilia del voto), dato che come sottolinea con enfasi l’autore nel darci la sorprendente notizia “a Mediaset non hanno nessuna intenzione di fermare il lavoro delle Iene”. Ma non basta perché da Mediaset, se non sbaglio sempre saldamente nelle mani di Berlusconi Presidente & family, fanno sapere, si badi bene, “in maniera del tutto neutrale senza compiacimento né dispiacere”, come ci rassicura Iacoboni, che è stato aperto “un vaso di Pandora” ovviamente senza fondo, e ci mette sull’avviso che non si tratta di una questione di rimborsi ma di “politici che mentono”, nel caso che da soli non l’avessimo capito, senza farci mancare la sottolineatura d’obbligo che per un politico si tratta di “una suprema colpa”.

Quanto sia grave la colpa e quanto vada ad incidere nel caso specifico sull’identità del M5S l’ha spiegato molto chiaramente Peter Gomez, indicando con precisione le strade da seguire: dall’espulsione, alla richiesta di risarcimento per il danno di immagine fino alla denuncia penale per truffa là dove si possano ravvisare gli elementi oggettivi e soggettivi della fattispecie, tenuto conto che i casi e le situazioni degli “irregolari” sembrano tra loro differenti.

Sul fatto che la menzogna sia “una suprema colpa” per un politico siamo, credo, tutti d’accordo. Solo che l’indignazione dei grandi giornali, della stragrande maggioranza dell’informazione televisiva e dei politici “moderati” e “antipopulisti” scatta solo quando quando la difformità tra dichiarazione e comportamento riguarda un esponente del M5S. Quanto siano credibili, al di là dei punti deboli del M5S incapace di effettuare un controllo incisivo sulle restituzioni, gli attacchi virulenti di quei partiti che i mentitori seriali li hanno come capi, e le “mele marce” e gli impresentabili li cercano invece di cacciarli, in quanto voto et pecunia non olet, lo decideranno tra breve gli elettori.

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Incendio Milano, morto il 13enne intossicato nel palazzo di case popolari. Indagati i proprietari di un appartamento

Čet, 15/02/2018 - 12:02

È morto il ragazzo di 13 anni che ieri era rimasto gravemente intossicato durante l’incendio di un appartamento in via Cogne 20, a Milano. Poco dopo le 10 i medici dell’ospedale Sacco hanno dichiarato il decesso. Il ragazzino – di origini marocchine – era l’unico in condizioni gravissime dei condomini soccorsi durante il rogo scoppiato al decimo piano della palazzina di proprietà di MM. Il 13enne viveva all’undicesimo piano e al momento dell’emergenza si trovava in casa da solo perché non era andato a scuola per un principio di influenza. Il 13enne che ha perso la vita viveva nel monolocale con la madre e le sorelle di 10 e 18 anni, tutte fuori casa all’ora dell’incendio. Il padre, invece, ha lasciato la casa da un paio d’anni. Sono ancora in corso le indagini sull’incendio, violento a tal punto che – hanno raccontato i vigili del fuoco all’Ansa – le visiere dei loro caschi si sono sciolte. Sono 15 le persone ricoverate in vari ospedali della città, mentre altre 27 sono state controllate sul posto dai paramedici.

Il pm Ilaria Perinu ha aperto un’inchiesta con le ipotesi di incendio colposo e omicidio colposo e a breve iscriverà per le due ipotesi di reato i proprietari dell’appartamento al decimo piano da cui si sarebbe sviluppato l’incendio (il ragazzo viveva al piano di sopra). Si sospetta, al momento, un guasto della caldaia dell’appartamento del decimo piano come causa dell’incendio. Le iscrizioni nel registro degli indagati sono anche un atto dovuto a garanzia per compiere tutti gli accertamenti tecnici nell’ambito delle indagini condotte dai vigili del fuoco. E’ stato disposto il sequestro del decimo e dell’undicesimo piano del palazzo e anche l’autopsia sul corpo della vittima.

 

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Non paga le tasse per garantire stipendi agli operai, Cassazione accoglie ricorso imprenditrice contro condanna

Čet, 15/02/2018 - 11:59

Tra pagare le tasse e garantire gli stipendi una imprenditrice sostiene di aver scelto scelto la seconda possibilitàe ora i giudici d’appello dovranno stabilire se è stato proprio così. È stato accolto dalla Cassazione il ricorso – contro la condanna a un anno di reclusione per omesso pagamento delle tasse come sostituto di imposta – di Vanessa Zaniboni, legale rappresentante della Lupini Targhe, azienda del settore automotive con stabilimento a Pognano (Bergamo) travolta dal fallimento dopo un investimento industriale in Messico che ha generato un crac milionario sul quale la Procura di Bergamo ha aperto un’inchiesta per bancarotta fraudolenta.

Ad avviso dei supremi giudici, la Corte di Appello di Brescia che ha condannato l’imprenditrice pur avendole ridotto l’iniziale condanna a un anno e sei mesi, deve riesaminare la vicenda per appurare se effettivamente la Zaniboni abbia deciso di non pagare le tasse per utilizzare la liquidità per pagare gli stipendi a circa 250 tra operai e collaboratori ritenendo in questo modo di non compiere un illecito.

Ad avviso della Cassazione, sentenza 6737 anticipata nei giorni scorsi dal sito Cassazione.net, occorre tenere presente che l’esigenza di considerare in una luce diversa l’imprenditore che non paga il debito d’imposta è già all’attenzione della “dottrina” ed è “insorto da una globale situazione economica”, insomma dalla crisi, che apre “spazi di manovra” per non considerare più come dovuta esclusivamente alla ‘mala gestiò del singolo imprenditore la “sopravvenuta crisi di liquidità dell’impresa”. In altre parole, e non si sa se questo è il caso della Zaniboni, i giudici quando valutano il comportamento di un imprenditore in crisi che decide di pagare gli stipendi anziché le tasse, devono essere anche pronti a riconoscere la mancanza di dolo in chi ‘onestamente’ compie questa scelta con la convinzione che i lavoratori necessitino dell’immediata corresponsione “non di somme di denaro di per sé”, ma di “mezzi di sostentamento necessari” per loro e per le loro famiglie.

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Spese pazze Liguria, anche pop corn e caramelle tra gli acquisti con i soldi pubblici. Gip dispone il sequestro

Čet, 15/02/2018 - 11:45

Pranzi al ristorante, pernottamenti in alberghi e ricevute di taxi. Ma anche videogiochi, fazzoletti, sigarette, i popcorn al cinema, le caramelle. E poi merendine, gratta e vinci, gelati, frutta e verdura, libri e dvd, ma anche manuali per smettere di fumare, le gomme da masticare, colazioni al bar e aperitivi rinforzati. C’è di tutto nelle spese contestate dal pubblico ministero Massimo Terrile agli ex 19 consiglieri regionali della Liguria, per la legislatura 2005-2010. Il pm ha chiesto e ottenuto il sequestro per equivalente dal giudice per le indagini preliminari Massimo Cusatti per alcuni consiglieri della regione Liguria della legislatura 2005-2010 avrebbero speso per acquisti personali e non istituzionali. Il gip ha accolto la richiesta del pm e la Guardia di finanza ha avviato le procedure di sequestro. Tra gli ex consiglieri a cui verranno bloccate le somme c’è anche il senatore uscente Vito Vattuone, capolista del Pd nel collegio plurinominale per il Senato in Liguria alle prossime elezioni: gli vengono contestate spese non istituzionali per circa 7mila euro. Le spese “pazze” vanno da un massimo di 55mila euro a un minimo di circa 900 euro.

Gli ex consiglieri per cui è stato disposto il blocco delle somme sono 16 su i 19 per i quali il pm aveva chiesto nei giorni scorsi il rinvio a giudizio per peculato. In tre, Gianni Plinio, Gabriele Saldo e Matteo Rosso, hanno già restituito le somme contestate. Le accuse sono per tutti di peculato per avere usato fondi pubblici per spese non istituzionali. Carlo Vasconi ha messo a disposizione delle fiamme gialle un conto corrente con la cifra contestata (17mila euro). Il pm aveva chiesto nei giorni scorsi il rinvio a giudizio per Matteo Rosso, unico ancora in Consiglio regionale, oggi esponente di Fratelli d’Italia, allora con Forza Italia. Insieme a lui, per Fi, è stato chiesto il giudizio per Franco Orsi, Gabriele Saldo, Gino Garibaldi, Luigi Morgillo e Pietro Oliva. Per quanto riguarda il Partito Democratico, il magistrato ha chiesto il rinvio a giudizio per Vito Vattuone, ora segretario regionale e candidato alle prossime elezioni politiche nel collegio proporzionale per il Senato in Liguria, Michele Boffa, Luigi Cola, Nino Miceli, Ezio Chiesa, Moreno Veschi e Minella Mosca. Per i Verdi risultano coinvolti nell’inchiesta Cristina Morelli e Carlo Vasconi, mentre per Rifondazione comunista Giacomo Conti e Vincenzo Nesci. Infine per l’allora Alleanza Nazionale Gianni Plinio (adesso passato a Casapound) e Alessio Saso. L’udienza preliminare è fissata per il prossimo 20 marzo davanti al gup Massimo Cusatti.

Per quella legislatura sono già state rinviate a giudizio 13 persone di vari schieramenti: per il centrodestra, allora all’ opposizione, l’attuale presidente del consiglio regionale Francesco Bruzzone (Lega), Sandro Biasotti (deputato e attuale coordinatore di FI in Liguria), Nicola Abbundo, Angelo Barbero, Fabio Broglia, Giovanni Macchiavello, Matteo Marcenaro, Luigi Patrone e Franco Rocca, attuale sindaco di Zoagli. Poi Tirreno Bianchi, Rosario Monteleone (Udc), Carmen Patrizia Muratore e Giovanni Battista Pittaluga del centrosinistra. Sempre per la legislatura 2005-2010 sono già stati condannati la nuora di Mastella Roberta Gasco (Udeur), Lorenzo Castè (Prc) e Franco Bonello (Unione a sinistra). Gasco era stata condannata a 2 anni e 4 mesi e aveva risarcito il danno, Castè a 4 anni e 11 mesi, Bonello a 4 anni e 5 mesi.

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Belen Rodriguez e Andrea Iannone, il video dalle Maldive. Eppure lui qualche tempo fa diceva: “Noi non pubblichiamo foto sui social insieme”

Čet, 15/02/2018 - 11:34

Il gossip li vuole in crisi, e almeno una volta al mese le voci di una possibile separazione si fanno strada sul web o sui giornali di settore. Ma tra Belen Rodriguez e Andrea Iannone le cose vanno più che bene. E i due ci tengono a farlo sapere, ovviamente attraverso i social. Il pilota ha postato un video su Instagram nel quale bacia la fidanzata e lei ha ricambiato con una foto. I due sono alle Maldive. Uno strappo alla “regola Iannone”? “Io preferisco la realtà vera a quella social – ha detto il pilota in un’intervista, poco tempo fa– Belen e io non amiamo farci foto insieme, adoriamo goderci il tempo insieme e questo, per chi vive sui social o sui giornali, è un grandissimo male. Noi veniamo anche giudicati per questo. Le faccio un esempio: noi non pubblichiamo foto sui social insieme e per tutti siamo: in crisi, lasciati, separati, eccetera.Leggo commenti, magazine, telegiornali, messaggini sul mio cellulare, ma a volte nemmeno io so cosa rispondere. Cioè cosa dovrei dire: ‘No guarda, siamo in vacanza insieme, ma non ci facciamo le foto?’. Ma il linguaggio dell’amore deve essere per forza questa storia qui? I nostri genitori sono cresciuti così? Ma dai. Invece poi succede che la sera mi ritrovo con Belen, mangiamo un brodino insieme e alle dieci a nanna. Mentre fuori il mondo parla”. Stavolta però Iannone ha ceduto, festeggiando San Valentino (anche) sui social.

Non ho parole, ne frasi per spiegarlo … ❤️ we are … @belenrodriguezreal

Un post condiviso da Andrea Iannone (@andreaiannone) in data: Feb 14, 2018 at 4:24 PST

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Migranti, truffa nella gestione di un centro accoglienza in Calabria: sequestrati beni per 1,5 milioni di euro

Čet, 15/02/2018 - 11:32

Ricavi ottenuti gestendo un centro di accoglienza per migranti indirizzati, con un giro di false fatturazioni, a una “holding di fatto” riconducibile a due persone. Per questo la Guardia di finanza di Reggio Calabria ha sequestrato beni per oltre un milione e mezzo di euro nell’ambito di un’indagine per truffa aggravata ai danni dello Stato, bancarotta fraudolenta, appropriazione indebita, riciclaggio, emissione ed utilizzo di fatture per operazioni inesistenti.

Su richiesta del procuratore vicario Gaetano Paci, dell’aggiunto Gerardo Dominijanni e dei sostituti Massimo Baraldo e Stefano Musolino, il Tribunale di Reggio Calabria ha emesso un decreto di sequestro preventivo delle quote di due società, la Ma.Co. Costruzioni e la cooperativa sociale Le Rasole che aveva gestito fino al 2013 un centro di accoglienza per migranti e richiedenti asilo a Rogliano in provincia di Cosenza. Gli uomini dei colonnelli Flavio Urbani e Agostino Brigante hanno sequestrato anche due immobili a Reggio Calabria. Con lo stesso provvedimento, la Procura ha disposto il sequestro “per equivalente” anche dei beni che costituiscono il profitto dei reati tributari per oltre 440mila euro.

Complessivamente sono 17 gli indagati nell’inchiesta, partita da un’indagine che il Nucleo di polizia economico-finanziaria delle fiamme gialle stava conducendo sui reati fallimentari e fiscali che hanno riguardato due società, I Picari e Termoidea.

Gli accertamenti, attraverso una puntuale ricostruzione documentale e dei flussi finanziari, hanno consentito agli investigatori di scoprire l’esistenza di una società di fatto riconducibile a due degli indagati, Giuseppe Sera e Caterina Spanò. Questi ultimi, secondo gli inquirenti, anche attraverso l’interposizione fittizia di terzi soggetti, hanno posto in essere operazioni societarie e immobiliari con chiare finalità fraudolente. Operazioni che hanno riguardato, per esempio, l’effettuazione di spese personali (per oltre 150mila euro) attraverso carte di credito intestate a società fallite, contratti simulati di immobili, contratti di affitto di rami d’azienda che prevedevano la cessione di tutti i beni della Termoidea in favore della General Service. Ma anche l’indebita appropriazione degli incassi di questa società per un importo superiore a 425mila euro utilizzati poi per l’acquisto di immobili. Soldi questi che in gran parte (quasi 400mila euro) provenivano in realtà dalla società cooperativa Le Rasole, rappresentata da Daniela Ferrari, che aveva gestito fino al 2013 il centro di accoglienza per migranti e richiedenti asilo di Rogliano.

Il giochetto era semplice: attraverso le convenzioni con la Protezione civile della Calabria e il ministero degli Interni, la società Le Rasole aveva disponibilità di soldi pubblici che doveva spendere per la gestione dei migranti. Con false fatturazioni, relative a lavori di manutenzione e ristrutturazione degli edifici presso cui erano ospitati i migranti (di fatto mai eseguiti), circa 353mila euro finivano nelle casse della General Service.

Come se non bastasse, gli amministratori della cooperativa hanno falsamente attestato agli enti pubblici l’idoneità della struttura ricettiva per il ricovero dei migranti. Ecco quindi che i 300 posti letto dichiarati, in realtà erano 155 effettivi e la disponibilità di due strutture alberghiere, di fatto era una sola con il risultato che Le Rasole avrebbe percepito indebitamente quasi 210mila euro.

“L’attività di accoglienza degli immigrati, sovvenzionata dalla prefettura di Cosenza, – è scritto nel decreto di sequestro – ha garantito, difatti, agli indagati grossi introiti che sono stati indirizzati alle società di quella che, correttamente, viene definita come la holding di fatto Sera-Spanò. Ciò è avvenuto, in specie, mediante un sofisticato sistema di fatturazioni per operazioni inesistenti”.

La cooperativa Le Rasole, infatti, partecipava ai bandi del 18 febbraio 2011 e del 13 aprile 2011 per la gestione dell’emergenza migranti, “stipulando poi – ricordano i magistrati – due convenzioni con il ‘Settore Protezione civile del Dipartimento Presidente della Giunta Regionale della Calabria’ che le facevano incassare, nel tempo, ben 3milioni 266mila euro. Il denaro così guadagnato veniva, poi, disperso tra le varie società del gruppo Sera-Spanò e, successivamente, diveniva oggetto di appropriazione da parte degli indagati”.

I migranti dovevano essere ospitati in due strutture, “La Calavrisella” a Rogliano e il “Mediterraneo Park Hotel” a Sant’Eufemia d’Aspromonte. In quest’ultimo residence dovevano però essere eseguiti lavori di ristrutturazione. Ma “dalle indagini – scrivono sempre i magistrati – emerge come questi siano stati fatturati e pagati, ma non eseguiti”.

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Sicilia, aumentano le assunzioni: ma all’Ars. Ai gruppi 4 milioni in più ogni anno per pagare nuovi collaboratori

Čet, 15/02/2018 - 11:28

Non bastano 177 dipendenti, non bastano 70 lavoratori ‘quasi stabilizzati’, che da anni, legislatura dopo legislatura, lavorano nei gruppi parlamentari. Non bastano neanche i portaborse, i collaboratori personali dei consiglieri regionali siciliani, che però sull’isola si chiamano deputati, come a Roma. Nossignore. I tre milioni di euro risparmiati dalla cura dimagrante imposta dal decreto Monti all’Assemblea regionale siciliana sono stati subito spesi per nuove assunzioni. Anzi per la verità di quei soldi messi da parte il parlamentino siciliano ne spenderà addirittura di più. Saranno quattro i milioni di euro in più che ogni anno serviranno a pagare gli stipendi ad almeno 70 nuovi collaboratori, uno per ogni deputato. Ma i nuovi assunti potrebbero essere anche di più. La ragioneria generale di Palazzo dei Normanni non riesce ancora a quantificare quanti contratti stanno facendo i parlamentari, dall’insediamento del dicembre 2017.  “Il numero è in continua evoluzione”, dicono i burocrati. I nuovi dipendenti, tra l’altro, non saranno semplici collaboratori dei politici, ma andranno ad allargare il già nutrito personale al servizio dei gruppi parlamentari, che pagheranno i nuovi assunti a tempo determinato con un contributo ad hoc da 4 milioni e 88 euro l’anno.

Per i portaborse si spendono già 2,7 milioni – La misura, introdotta nella scorsa legislatura, è contenuta in un articolo della legge con cui l’Assemblea regionale aveva recepito lo stesso decreto del governo di Mario Monti sulla spending review. Era il 2014, e l’Ars aveva due anni di ritardo rispetto al resto del Paese in materia di contenimento della spesa. La legge entrò in vigore l’1 gennaio del 2015, tranne – appunto – la parte sul nuovo contributo ai gruppi parlamentari per i collaboratori ancora da assumere, valida invece dal giorno dell’insediamento della nuova Assemblea. Un gradito regalo per i parlamentari eletti alle regionali del novembre scorso, visto che quei quattro milioni non sostituiscono ma si sommano alle somme già previste per l’assunzione dei portaborse. Ogni mese, infatti, l’Assemblea elargisce a ogni parlamentare 3.180 euro per la contrattualizzazione dei collaboratori personali. In totale, in un anno, sono altri 38.000 euro a deputato, quasi 2 milioni e 700mila euro se moltiplicati per i 70 onorevoli di Palazzo dei Normanni: soldi chhe entrano direttamente in tasca ai consiglieri regionali che poi pagano gli stipendi ai collaboratori.

Il numero dei nuovi assunti? Non si sa – A questi andranno sommati gli oltre 4 milioni per i nuovi collaboratori dei gruppi. Una cifra calcolata sulla base di un contributo di 58.400 euro all’anno per ogni deputato, somma che però viene trasferita dalle casse dell’Ars direttamente a quelle dei gruppi parlamentari, che poi assumeranno seguendo le indicazioni dei deputati. L’erogazione dei fondi, però, non sarà legata all’assunzione di un singolo collaboratore. Nulla, insomma, vieterebbe ai singoli consigliori regionali di dividere gli oltre 58mila euro per pagare gli stipendi di più di un dipendente. Ben più di un’ipotesi visto che alla ragioneria generale dell’Ars sono già arrivate, e continuano ad arrivare, decine di richieste per nuovi contratti. Un numero talmente alto che ai capigruppo è arrivata una lettera del presidente dell’Assemblea, Gianfranco Micciché: non esattamente il sostenitore numero uno dei tagli.  “Si raccomanda – scrive il leader di Forza Italia – che i soggetti contrattualizzati utilizzando i contributi in qualità di dipendenti del gruppo siano chiamati a svolgere unicamente compiti e mansioni coerenti alla natura del gruppo e per far fronte alle esigenze di funzionamento dello stesso, e che percepiscano, entro il limite del contributo erogabile, una retribuzione adeguata ai compiti e alle mansioni svolte da ciascun lavoratore”.

Spending review? Vade retro – E dire che la nuova legislatura doveva iniziare all’insegna del risparmio, con venti deputati regionali in meno rispetto ai 90 che fino a qualche mese fa popolavano la Sala d’Ercole. Ma questa nuova Assemblea, un po’ per effetto delle vecchie norme, un po’ per il nuovo corso incarnato dallo stesso Micciché, sta già deludendo le aspettative. Il risparmio di tre milioni, calcolatrice alla mano, sarà abbondantemente superato dalla spesa per i collaboratori esterni. A tutto questo si aggiunge poi la somma che l’Assemblea sta già sborsando per l’aumento delle paghe del proprio personale interno. Come è successo alla Camera dei deputati e al Senato, al quale è equiparata secondo Statuto, anche all’Ars i tetti agli stipendi del personale imposti dalla spending review di Monti sono scaduti il 31 dicembre 2017. E se a Montecitorio e a Palazzo Madama aspetteranno le prossime elezioni per decidere se e come ripristinare i tetti, all’Assemblea regionale sono già tornati a pagare ai 177 dipendenti lo stipendio pieno.

Tornano i tetti. Ma col trucco – Una novità che ha costretto il Consiglio di presidenza di Palazzo dei Normanni a stanziare 900mila euro nell’esercizio provvisorio del bilancio in attesa di concludere la trattativa coi sindacati dei dipendenti. Una situazione che, una volta a regime,  potrebbe costare circa 300mila euro all’anno in più. Alla fine, il 14 febbraio, la presidenza dell’Assemblea ha trovato l’accordo con il personale per reintrodurre il tetto degli stipendi a 240mila euro. In pratica lo stesso salary cup della scorsa legislatura: non certo una paga da fame. A questo giro, però, le indennità di funzione (per esempio per i direttori dei servizi) e di mansione (straordinari, notturni, festivi) saranno pagati come extra: il tetto da 240mila euro, dunque, è solo ipotetico. Facendo felici i dipendenti, che torneranno a guadagnare di più di quanto percepito negli ultimi tre anni, e la politica, che così probabilmente eviterà la fuga di altro personale verso una più sicura – e più sostanziosa – pensione.

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La Confessione torna su Nove il 16 febbraio con un’intervista a Marco Baldini: “Il gioco d’azzardo mi ha rovinato”

Čet, 15/02/2018 - 11:13

La Confessione torna su Nove, domani 16 febbraio alle 23, con un’intervista a Marco Baldini. Il deejay toscano, noto per aver inventato numerosi programmi radiofonici in molte tra le radio più famose d’Italia, da Radio Deejay a Rai Radio 2, accetta di parlare del suo demone più  insidioso, il vizio del gioco d’azzardo, “quello che mi ha portato a non avere più niente”. “Eppure lei guadagnava moltissimo, lavorava con Fiorello, faceva trasmissioni di grande successo sia in radio che in tv”, spiega Peter Gomez, conduttore del format prodotto da Loft produzioni per Discovery. “Sì, però, purtroppo i soldi, a causa del mio vizio, li ho sempre visti solo passare“, risponde Baldini ricordando di avere ancora “mezzo milione di euro da restituire“. Perché “il gioco d’azzardo è una malattia molto grave”, come ricorda il direttore de Ilfattoquotidiano.it, una malattia che ha portato Baldini a perdere non solo i soldi, ma anche la famiglia e le amicizie e a tentare il suicidio. Eppure, ammette lui stesso “sarei un’ipocrita se dicessi che ho smesso totalmente di giocare”.

L’intervista a Marco Baldini apre la seconda stagione del programma che, dopo i buoni risultati d’ascolto, torna sul canale Nove il venerdì, alle 23, subito dopo Fratelli di Crozza, lo show satirico di Maurizio Crozza. Tutte le puntate della prima stagione (Emilio Fede, Alex Schwazer, Lele Mora, Vittoria Schisano, Vittorio Sgarbi, Alba Parietti, Antonio Di Pietro, Erri De Luca, Malena, Giacobbe Fragomeni, Vanna Marchi, Vittorio Cecchi Gori) e l’intervista esclusiva a Fausto Bertinotti sono disponibili in abbonamento sul sito e sulla applicazione di Loft.

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Severino Antinori, il ginecologo condannato a 7 anni e 2 mesi a Milano: “Espiantò ovuli senza il permesso”

Čet, 15/02/2018 - 11:12

Il Tribunale di Milano ha condannato il ginecologo Severino Antonori a 7 anni e 2 mesi di carcere e a pagare 3500 euro di multa per avere espiantato 8 ovuli a un’infemeriera spagnola senza il permesso della ragazza nella clinica milanese Matris. Lo ha deciso l’ottava sezione penale, presieduta da Luisa Ponti, condannando anche altri 4 imputati a pene fino a 5 anni e 2 mesi. L’inchiesta, che aveva portato ai domiciliari il ginecologo, era partita due anni fa dopo la denuncia della giovane. L’imputato è stato anche “interdetto dall’esercizio della professione medica” per “5 anni e 6 mesi”. Disposta la confisca degli embrioni ancora sotto sequestro mentre la clinica, dove operava Antinori, rimarrà sotto sequestro fino alla sentenza definitiva.

I giudici hanno anche disposto la trasmissione degli atti in Procura per indagare su una presunta falsa testimonianza resa da un infermiere della clinica Matris nel corso del dibattimento. L’infermiere, infatti, ha sostenuto, in sostanza, che la vittima del prelievo forzato di ovociti non venne legata sul lettino e non venne costretta a subire l’intervento. Nel novembre scorso, tra l’altro, il gip Luigi Gargiulo aveva disposto l’imputazione coatta per calunnia per la giovane, decisione seguita alla denuncia presentata dai difensori di Antinori, gli avvocati Carlo Taormina, Gabriele Vitiello e Tommaso Pietrocarlo. Contro questa decisione, però, che potrebbe dare vita ad un processo ‘parallelo’ in cui la vittima è imputata per calunnia, la Procura ha presentato ricorso in Cassazione. Il gip Gargiulo, tra le altre cose, aveva chiesto proprio di sentire quell’infermiere (secondo il Tribunale, la sua versione ha profili di falsità) che lavorava alla Matris, perché “profondi sono i dubbi che lasciano gli atti di indagine sulla presunta sottrazione degli ovuli e sulla denunciata costrizione” della spagnola “sul lettino della sala operatoria”.

Per il medico la procura aveva chiesto nove anni e tremila euro di multa per l’ipotizzato  prelievo forzoso di otto ovociti a una infermiera spagnola avvenuto il 5 aprile 2016 alla clinica Matris di Milano. Per i pm Maura Ripamonti e Leonardo Lesti, titolari delle indagini, il medico non meritava nemmeno le attenuanti generiche “per il suo ruolo preminente e perché è protagonista di gravi reati”. L’inchiesta, che aveva portato ai domiciliari il ginecologo romano, era partita due anni fa dopo la denuncia della giovane, che raccontò di essere stata immobilizzata, sedata e poi costretta a subire l’intervento. Nella sua deposizione in un’aula protetta del Palazzo di Giustizia, la 23enne, di origini marocchine, raccontò di avere inizialmente accettato di donare i suoi ovuli, dietro la promessa di ricevere 7000 euro, ma di essersi infine rifiutata perché “vietato dalla religione musulmana“. Nonostante il suo ‘no’ Antinori e la segretaria Bruna Balduzzi l’avrebbero “afferrata con la forza” e portata in sala operatoria dove l’anestesista Antonino Marciano’ le avrebbe “messo un braccialetto verde al polso” per poi procedere con l’anestesia. La ragazza avrebbe tentato fino all’ultimo di evitare il prelievo, al punto da aver “urlato ad Antinori e alla Balduzzi di lasciarmi – aveva detto ai giudici – ma poi Marciano’ mi ha fatto una puntura. Da quel momento in poi non ricordo più nulla”.

Diversa la versione del ginecologo, che aveva ribadito di essere stato “infangato ignobilmente” e aveva parlato di persecuzione. Nei suoi confronti i pm avevano chiesto l’assoluzione “perché il fatto non sussiste” dal reato di sequestro di persona, originariamente contestato a lui e alla segretaria Bruna Balduzzi. Per lei e per un’altra dipendente della clinica, Marilena Muzzolini, la Procura aveva chiesto una condanna, rispettivamente, a 6 anni di carcere e 2000 euro di multa, e a 5 anni di carcere e 1800 euro di multa, mentre per Marciano’ la pena richiesta era stata 5 anni di carcere e 1800 euro di multa. I pubblici ministeri avevano proposto anche una condanna a 5 anni di reclusione e 1800 euro di multa per Gianni Carabetta, coimputato di Antinori per un presunta tentata estorsione: avrebbe minacciato al telefono una coppia di clienti della Matris, in via dei Gracchi a Milano, per ottenere il pagamento di oltre 25 mila euro per avere un figlio con la fecondazione assistita. Va ricordato che nel novembre scorso il gip Luigi Gargiulo ha disposto l’imputazione coatta per l’infermiera spagnola, seguita alla denuncia per calunnia presentata dai difensori di Antinori. Contro questa decisione la Procura ha presentato ricorso in Cassazione.

Nei giorni scorsi la Procura di Milano aveva chiesto il rinvio a giudizio del ginecologo anche per un traffico di ovuli alla clinica milanese Matris, di proprietà del ginecologo. Il gup Alfonsa Ferraro, invece, ha fissato per il 26 marzo l’udienza preliminare, per valutare la richiesta di processo per questo nuovo filone che vede Antinori accusato di associazione per delinquere finalizzata al commercio illegale di ovociti destinati alla fecondazione eterologa.

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Chiede l’elemosina per strada e la comunità la difende. Una bella storia da Spoleto

Čet, 15/02/2018 - 11:08

La signora Maria chiede l’elemosina nella città di Spoleto. È una signora minuta, riservata, che nel tempo si è fatta benvolere dalle persone del luogo. I negozianti della via che la signora frequenta le aprono volentieri le porte, chi passa ogni giorno di lì per recarsi al lavoro la saluta e le lascia qualcosa, gli abitanti dei dintorni le portano vestiti per i suoi quattro bambini.

Il 17 gennaio 2018 è entrata in vigore l’ “Ordinanza per fenomeni di accattonaggio e mendicità nel territorio della città di Spoleto”. È firmata dal vicesindaco. Si tratta di una delle Ordinanze seguite al Decreto Legge – richiamato nel testo – recante “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”, voluto dal ministro dell’Interno Marco Minniti e convertito in legge lo scorso aprile.

Al primo comma del primo articolo, l’Ordinanza vieta di “porre in essere qualsiasi forma di accattonaggio molesto”. Ma la signora Maria, a detta di tutti, non è affatto molesta. Sta lì seduta con il suo bicchiere e non utilizza minimamente “modalità ostinate, reiterate, continuative ed insistenti o minacciose, che turbino l’incolumità e la sicurezza dei cittadini”. Qualche giorno fa i vigili urbani sono andati da lei e le hanno detto che doveva andare via da lì altrimenti, secondo la nuova ordinanza, sarebbe stata arrestata. La signora Maria si è terrorizzata. Gli abitanti della zona sono andati a leggersi l’Ordinanza e hanno rassicurato la signora: avrebbe potuto avere una multa fino a 500 euro, un ordine di allontanamento, ma non il carcere. Queste stesse persone hanno chiesto un appuntamento al vicesindaco per spiegare che non c’è niente di molesto nel comportamento della donna e che davvero non dà fastidio a nessuno.

Rincuorata da questa solidarietà, Maria è tornata su quella strada. D’altra parte non ha troppa scelta: è lì che la conoscono e che può ricevere un po’ di aiuto quotidiano. Sono tornati i vigili – forse altri – e le hanno suggerito di non rimanere ferma e seduta ma di alzarsi ogni tanto, soprattutto quando intravedeva dei controlli, e passeggiare. Così sarebbe passato più inosservato il suo accattonaggio. Poi però sono arrivati i carabinieri e hanno portato la signora Maria in caserma. Per adesso pare non l’abbiano multata. Si sono limitati a sequestrarle i pochi soldi (circa dieci euro) che aveva racimolato quel giorno.

La storia di Maria ci rimanda una realtà schizofrenica. Da un lato abbiamo l’istituzione, che deve fare a gara nell’usare il pugno duro. E che sindaco sei se in nome del decoro non fai un’Ordinanza contro qualcuno in difficoltà? Eppure, chi può mai davvero pensare che la povertà si combatta combattendo i poveri? Come un centro di ricerca che proponga di far fuori tutti i malati come cura contro il cancro. Dall’altro lato abbiamo le persone ordinarie, le comunità locali, gli stessi agenti delle forze dell’ordine, chi più duro e chi meno, che non si capacitano che i problemi della città possano essere identificati in quella piccola signora educata al lato della strada, che quando conoscono non hanno paura e che sono capaci di una grandissima solidarietà. Davvero una bella pagina che oggi ci arriva da Spoleto.

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Bollette luce e gas, il costo della speculazione sui Certificati Bianchi è sempre più salato per i consumatori

Čet, 15/02/2018 - 11:03

Continuano ad impennarsi senza freni i prezzi dei titoli di efficienza energetica (tee), ossia quei titoli (detti anche Certificati Bianchi) che i distributori di elettricità e gas oltre una certa dimensione sono obbligati a comprare se non vogliono realizzare interventi di efficientamento nella loro struttura. Un fenomeno iniziato e denunciato già da oltre un anno, che evidentemente le autorità preposte riescono a fermare. La questione sembra tecnica e distante, ma in realtà coinvolge da vicino tutti i consumatori: questi titoli beneficiano di un “contributo”, legato proprio all’andamento dei prezzi, che pesa sulle bollette di gas ed elettricità. Dunque più i prezzi sono alti, più lo è anche il contributo, più noi dobbiamo rimpolparlo. E non di poco: in questi giorni i titoli hanno sfondato i 425 euro per certificato quando un anno fa erano sui 250 e due anni fa sui 100. Oltre in quadruplo in due anni.

Il Gestore dei Servizi Energetici (Gse) ha calcolato che gli oneri per i tee, che appunto pagano i consumatori, già nel 2016, anno in cui è cominciato il fenomeno, sono raddoppiati a quasi 1,4 miliardi di euro (dai circa 700 del 2015). Dati per il 2017 ancora non ce ne sono, ma sicuramente sono più alti. E lo saranno ancora di più per il 2018, vista la nuova impennata. A beneficiarne sono i distributori elettrici e del gas. Questo perché se una società ad esempio ha fatto un intervento in efficienza energetica e ha ottenuto dei titoli a 100 euro, oggi  li può rivendere a oltre 420 euro a chi non ha fatto interventi ed è obbligata a comprarli. Ma anche questi ultimi operatori che si ritrovano a dover comprare i titoli a questi prezzi non ci perdono: il Gse è comunque obbligato a rimborsare una quota dei certificati secondo un parametro calcolato dall’Autorità per l’Energia. Più è alto il prezzo e più è alto il rimborso. Che va a finire, anche quello, in bolletta.

L’incapacità di intervenire e rompere il meccanismo è probabilmente dovuta anche al fatto che non esiste una posizione comune sul perché questi titoli si impennano. Con l’impressione che ci sia un continuo rimpallo di responsabilità che fa il gioco delle società. Ci sono gli operatori che sostengono che i rialzi siano dovuti al fatto che ci sono troppo pochi titoli, insomma il mercato sarebbe “corto”. Tesi rimandata al mittente dal Gestore dei Servizi Energetici (Gse) che invece sostiene che di mezzo c’è la speculazione da parte proprio degli operatori. C’è poi l’Autorità per l’Energia che, dopo aver condotto un’indagine, è arrivata alla conclusione che tra le cause ci siano l’incertezza normativa, lo scarso coordinamento tra domanda e offerta e l’aspettativa di una futura restrizione dell’offerta.

E infine c’è il ministero dello Sviluppo economico che invece al momento ancora non si è espresso nonostante abbia annunciato da molto tempo di voler intervenire sul meccanismo. A novembre dello scorso anno il Movimento 5 Stelle ha anche presentato un’interrogazione urgente al ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, per chiedere di rivedere immediatamente il meccanismo dei certificati bianchi. Ma risposte ancora non ce ne sono state. “Il costo delle bollette continua a salire in maniera costante, senza che se ne veda la fine, a causa dell’inerzia del Governo e del ministro Carlo Calenda, che a distanza di mesi ancora non risponde all’interrogazione parlamentare M5S presentata a novembre 2017 e di conseguenza agli operatori del settore energetico, lasciando che le cose vadano per conto loro”, commenta il senatore del Movimento 5 Stelle Gianni Girotto.

Secondo la testata specializzata in energia Staffetta Quotidiana, il ministero sarebbe al lavoro su un intervento correttivo del sistema dei Certificati bianchi attraverso la predisposizione di uno schema di decreto. Un provvedimento che dovrà essere condiviso con il ministero dell’Ambiente. Ma, sostiene il giornale, “i tempi non sembrano essere brevissimi”. Dopo oltre un anno di inerzia quindi bisogna aspettare ancora, nonostante i prezzi continuino a schizzare irrefrenabili di giorno in giorno.

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I Metallica ci ricascano: dopo quello a Vasco Rossi, ecco l’omaggio a Lucio Dalla. Caruso in versione metal manda in delirio i fan

Čet, 15/02/2018 - 10:44

Dopo quello a Vasco Rossi sul palco di Torino, i Metallica fanno un altro omaggio all’Italia (e a Bologna in particolare), questa volta intonando le note di Caruso di Lucio Dalla e di Volare di Domenico Modugno. È successo durante la tappa bolognese del tour. Numerosi i video pubblicati dai fan sui social, eccone alcuni

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Debito pubblico, Bankitalia: “A fine 2017 era a 2.256 miliardi”. In tre anni è salito di 119 miliardi

Čet, 15/02/2018 - 10:43

A fine 2017 il debito pubblico italiano ammontava a 2.256,1 miliardi di euro contro i 2.219,5 del dicembre 2016, i 2.173 di fine 2015 e i 2.137 di fine 2014. In un anno la zavorra è dunque aumentata di 36,6 miliardi e negli ultimi. A pesare, si legge nel comunicato diffuso giovedì dalla Banca d’Italia, è stato il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche, pari a 51,8 miliardi, in parte compensato dalla riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro scese di 13,8 miliardi. A dicembre, come era emerso già nelle precedenti rilevazioni, il ministero dell’Economia ha di fatto usato la liquidità di cassa per far scendere il fabbisogno (e il debito) oltre le previsioni., riducendolo rispetto ai 2.289 miliardi toccati in ottobre. Ci sono poi gli scarti e premi all’emissione e al rimborso, la rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e la variazione del cambio, che hanno contenuto il debito per 1,5 miliardi.

Nell’ultimo rapporto sulla sostenibilità dei debiti pubblici degli Stati Ue, la Commissione ha sottolineato che quello italiano resta vicino ai picchi e per questo resta esposto a “rischi sfavorevoli”. Tanto che, in uno scenario in cui la Bce rialzasse i tassi del 100%, entro il 2028 aumenterebbe di 9 punti percentuali. Per Bruxelles nessun Paese rischia stress di bilancio nel breve termine, ma per Italia, Spagna, Francia, Portogallo e Belgio la Commissione Ue vede “alti rischi per la sostenibilità a medio termine” su tutti e due gli indicatori utilizzati per valutare il rischio. “In questi cinque Paesi c’è bisogno di un aggiustamento significativo di bilancio per assicurare la sostenibilità a medio termine raggiungendo il target del debito al 60% nel 2032″, si legge nel rapporto.

L’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, peraltro, in un’analisi recente ha evidenziato che stando alla Nota di aggiornamento al Def 2017 del settembre scorso nei prossimi tre anni il debito pubblico dovrebbe crescere di ben 55 miliardi in più di quanto sarebbe spiegato dall’andamento del deficit. Infatti il deficit (cumulato per tre anni) sarà di circa 49 miliardi. Il debito invece aumenterà di 87 miliardi, ben 38 miliardi in più. “Le carenze di trasparenza che caratterizzano i conti pubblici rendono particolarmente complesso trovare una spiegazione per questo fenomeno”, ha lamentato Cottarelli, secondo cui “un primo motivo è che ci sono operazioni che, sulla base delle convenzioni statistiche adottate in Europa, non devono essere considerate nel calcolo del deficit ma devono comunque essere finanziate indebitandosi. Una di queste operazioni è il pagamento di spese relative ai contratti derivati“. Infatti “se il paese ha dei contratti sui derivati che, come in Italia, comportano il pagamento di svariati miliardi alle banche internazionali quando i tassi di interesse scendono, questa spesa non rientra nel calcolo del deficit”.

In seguito il ministero dell’Economia e delle Finanze ha fatto sapere che i 55 miliardi includono “le partite finanziarie, le stime riguardanti la rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione, la spesa per interessi sugli swap, la spesa per interessi sui Buoni Postali fruttiferi e gli introiti delle aste delle frequenze UMTS (conteggiate nel triennio solo nei dati di competenza)”.

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Bibi Ballandi morto, addio allo storico produttore televisivo. Fiorello sospende il suo programma di Radio Deejay

Čet, 15/02/2018 - 10:32

È morto a 71 anni il produttore televisivo Bibi Ballandi, che nella sua carriera ha lavorato con nomi come Celentano, Gianni Morandi, Fiorello, Panariello, Renato Zero. Ballandi, bolognese di nascita, era da tempo malato di tumore, come lui stesso aveva raccontato. “Questa sera il rosario della sera su radio deejay non andrà in onda. Neanche domani. BiBi Ballandi è volato in cielo. Profondo dolore”. Così su Twitter Fiorello ricorda la scomparsa dello storico produttore tv.

Questa sera#ilrosariodellasera su @radiodeejay non andrà in onda.Neanche domani.
BiBi Ballandi è volato in cielo.

Profondo dolore.

— Rosario Fiorello (@Fiorello) 15 febbraio 2018

Anche Antonella Clerici, sempre su Twitter, ricorda il produttore. “Ciao bibi non dimenticherò il tuo buonumore, la tua emilianità i tuoi saggi proverbi e parole. E i nostri successi con i bambini di tluc, tanti anni insieme. So che mi guarderai da lassù mangiando un piatto di tortellini della Lella”.

Ciao bibi non dimentichero’ il tuo buonumore,la tua emilianita’i tuoi saggi proverbi e parole.e i nostri successi con i bambini di tluc, tanti anni https://t.co/eIA7LBZfoQ che mi guarderai da lassu’mangiando un piatto di tortellini della Lella❤️

— Antonella Clerici (@antoclerici) 15 febbraio 2018

Milly Carlucci, che era ospite a Uno Mattina per presentare i nuovi concorrenti di Ballando con le stelle, ha appreso in diretta la scomparsa del produttore. I due conduttori Benedetta Rinaldi e Franco Di Mare l’hanno fermata e Benedetta ha detto: “Dobbiamo dare una notizia che credo ti coinvolga, sto cercando un modo delicato di dirtelo. Però è delle 9.36. È morto all’età di 71 anni il produttore televisivo Bibi Ballandi che tu conosci bene. Forse non è un momento per chiederti un commento…”. La Carlucci è rimasta visibilmente sconvolta, è al produttore scomparso che si deve anche il successo di Ballando con le stelle condotto, il sabato sera, proprio dalla Carlucci.

 

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Iva e spesa pubblica, i vincoli alle promesse dei partiti

Čet, 15/02/2018 - 10:24

I partiti, tutti, non stanno dicendo la verità sui numeri. Quando fanno promesse elettorali nascondono un dato decisivo: le clausole di salvaguardia, cioè aumenti di tasse futuri già approvati per finanziare spese passate già sostenute. I conti pubblici italiani, ad oggi, incorporano un aumento dell’Iva già stabilito e duraturo, sia nel 2019 che nel 2020: 12,5 miliardi l’anno prossimo e 19,2 miliardi quello dopo. E’ il primo e il più consistente vincolo esterno – e interno – alla prossima legislatura.

Ci sono solo due possibilità: o si lascia salire l’Iva, con immediato impatto sui prezzi, o si cercano coperture alternative. Nel 2018 la parte di quest’anno della clausola di salvaguardia, ben 15,7 miliardi di pesante eredità dal governo Renzi, è stata disinnescata per il 70 per cento in deficit. Ma è difficile continuare così in eterno, perché già abbiamo usato tutta la flessibilità di bilancio che le regole europee concedevano. Tradotto: prima di finanziare le proposte elettorali dei loro mirabolanti programmi, i partiti dovrebbero spiegarci che vogliono fare sull’Iva: lasciarla salire o bloccare l’aumento? E in questo secondo caso, con quali risorse? Il prossimo governo parte con una zavorra da 12,5 miliardi solo nel 2019.

In privato i vertici del Pd renziano dicono che la questione Iva è stata volutamente omessa dal programma: il Partito democratico non prende alcun impegno a evitare l’aumento che quindi, almeno in parte ci sarà. Ma tra dirlo e farlo c’è un abisso. Anche il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, già sul 2018, avrebbe voluto far scattare parte della clausola, ma politicamente era un suicidio e Renzi lo ha fermato. Su cosa pensino gli altri partiti, o se anche soltanto siano consapevoli della questione, resta il mistero.

L’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) guidato da Giuseppe Pisauro è l’autorità indipendente che vigila sui conti pubblici e porta alcuni elementi concreti in questo assurdo dibattito elettorale. In un recente Focus che presenta il contesto della prossima legislatura, l’Upb ha chiarito che gran parte delle coperture che i partiti presentano per i loro programmi non si può ottenere. Ci sono dei limiti a quanta spesa pubblica si può tagliare senza distruggere lo Stato. Inutile dire, come fa Luigi Di Maio imitando i suoi competitor, che il bilancio pubblico vale 800 miliardi e quindi non è un problema trovarne 20-30. Sono balle. Vediamo perché.

L’Upb spiega che in questi anni la spesa pubblica corrente si è già molto stabilizzata, di grasso da tagliare ne resta poco “in generale, solo attraverso interventi selettivi sarà plausibilmente possibile ottenere ulteriori contenimenti in voci di spesa che già mostrano una tendenza alla riduzione in rapporto al Pil da vari anni, come ad esempio quelle relative ai consumi intermedi”. Sono i famosi “sprechi”, quelli che sembra si possano ridurre in modo indolore. E invece oltre il 50 per cento della spesa corrente delle amministrazioni pubbliche è destinato a “voci riguardanti la spesa sanitaria e che incorpora anche altre poste difficilmente comprimibili e in alcuni casi già oggetto di passate manovre, come ad esempio quelle relative agli aggi di riscossione, alle commissioni su titoli pagate alla Banca d’Italia, alle spese per missioni internazionali”.

Quanto alle famose Tax Expenditures, cioè le agevolazioni fiscali che M5S, Forza Italia e Pd vogliono tagliare per decine di miliardi, “sono stati ripetutamente oggetto di analisi e impegni programmatici, che tuttavia non hanno finora avuto seguito. Interventi su questo fronte implicano importanti effetti redistributivi e settoriali che potrebbero essere stati un freno alla loro adozione”. Tutti dicono di volerle tagliare ma nessuno lo fa, perché gran parte di quelle voci non si possono toccare pena gravi squilibri (per esempio quelle per il lavoro dipendente o per i familiari a carico).  

Il commissario alla spending review del Pd, Yoram Gutgeld, ha tagliato quasi 30 miliardi, ma praticamente tutti sono subito stati riallocati. Quindi non di veri tagli si è trattato ma di una “riqualificazione” della spesa. E sembra che questo approccio sia ancora inevitabile.

Come ricorda l’Upb e come si vede in questa tabella, tutte le voci della spesa  sono destinate a ridursi anche a politiche invariate. Alcune in maniera drastica, per effetto delle scelte di questi anni, in particolare gli investimenti (spesa in conto capitale) e i redditi da lavoro, cioè gli stipendi pubblici. Già nel 2018, osserva l’Upb, potrebbe esserci bisogno di trovare soldi per onorare l’ultimo rinnovo contrattuale. E poi bisognerà assumere gente, perché il blocco del turn over ha prodotto un invecchiamento insostenibile del personale.

Secondo i calcoli della Cgil, ormai in tutti i comparti della Pa l’età media è sopra i 50 anni e con questo trend nel 2020 circa 262.000 lavoratori saranno nella fascia 65-67 anni. E quindi, osserva il sindacato, “per mantenere almeno l’attuale livello dei servizi e delle prestazioni negli stessi comparti è necessario assumere nei prossimi 3-6 anni 550.000 lavoratrici e lavoratori”.

Morale: sui consumi è quasi impossibile tagliare senza massacrare la sanità, sulle agevolazioni fiscali i margini di manovra sono stretti, ridurre ancora gli investimenti sarebbe un suicidio, incidere sul costo del lavoro non è pensabile, anzi, ci vorrebbero assunzioni di massa. Dunque, cari partiti, dove volete tagliare esattamente? Non sarebbe il caso di essere più specifici?

Già garantire lo status quo sarebbe difficile. Promettere riallocazioni di spesa pubblica per decine o centinaia di miliardi serve solo a dimostrare ignoranza sulla composizione del bilancio pubblico e una certa presunzione di coglionaggine dell’elettore.

E’ appena uscito il nuovo libro di Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano: “Populismo sovrano” per la collana Le Vele di Einaudi. Lo trovate qui.

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M5s, la lista dei parlamentari che hanno restituito di più. In testa Massimiliano Bernini, Marco Da Villa e Luigi Gallo

Čet, 15/02/2018 - 10:17

Il parlamentare M5s che ha restituito più soldi è anche uno di quelli che erano stati messi sotto accusa da le Iene. Luigi Di Maio ha fatto l’elenco degli otto eletti uscenti che hanno mentito sui rimborsi, ma ha anche rivelato la lista dei più virtuosi. Il primo è proprio Massimiliano Bernini che al termine della legislatura può dire di aver dato indietro 334.398 euro. Di lui il candidato premier ha detto: “Abbiamo fatto le dovute verifiche: ci aveva segnalato i suoi errori in tempi non sospetti e li ha già ripianati”. Segue Marco Da Villa con 298mila euro, poi Luigi Gallo (279.884 euro), Paola Carinelli (261mila) e Giovanna Mangili (268mila).

Gli eletti M5s, al momento della candidatura, hanno accettato di restituire metà dello stipendio (2500 euro netti al mese) e la parte della diaria non rendicontata. I fondi sono destinati alla piccola e media impresa e vengono versati periodicamente dai singoli parlamentari. Nei giorni scorsi ha fatto molto discutere la scoperta che alcuni di loro fingevano di ridare indietro i soldi, salvo poi bloccare i bonifici. Di Maio e il suo staff hanno fatto verifiche incrociate per trovare chi ha mentito e quei nomi sono stati segnalati ai probiviri che procederanno all’espulsione. In due casi si prevede che non ci saranno sanzioni: Barbara Lezzi e Giulia Sarti. Nel primo la cifra contestata è ritenuta minima, nel secondo si sta procedendo a verifiche ulteriori perché la deputata ha detto di “essere stata tradita”.

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Sparatoria Florida, studenti sotto i banchi e urla di terrore: il video girato dentro l’aula del liceo di Parkland

Čet, 15/02/2018 - 09:44

Il video è stato girato con un cellulare da uno studente della Marjory Stoneman Douglas High School, il liceo americano dove ieri, 14 febbraio, un ex studente ha aperto il fuoco uccidendo 17 persone. Nel filmato, poco più di 10 secondi girati in un’aula della scuola, si vede una studentessa accucciata a terra e sentono gli spari e le urla terrorizzate dei ragazzi

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Agro Romano, quali interessi prevalgono sulla tutela della natura?

Čet, 15/02/2018 - 09:42

Qui da due settimane ho preso coraggio; ho portato meco alcuni piccoli fogli nelle vallette, sulle alture delle ville, e senza porvi importanza di sorta, ho fatta una serie di schizzi, i quali portano propriamente l’impronta meridionale della campagna di Roma, ed ora proverò, confidando nella mia buona stella, ad aggiungervi la luce e le ombre.

Così Wolfgang Goethe della campagna romana nel suo “Viaggio in Italia”. Quella campagna romana sempre più erosa dall’espandersi disordinato della cerchia cittadina. Quello che oggi gli urbanisti chiamano “sprawl”. Ma qualcosa per fortuna rimane ancora di quegli splendidi paesaggi che contornavano la cerchia urbana ai tempi del poeta.

Ad esempio, leggiamo sul sito di Roma Natura, l’ente pubblico che gestisce le aree naturali protette del comune di Roma: “La Riserva naturale Decima Malafede è la più grande area protetta del sistema dei parchi gestito da RomaNatura. Le maggiori aree boschive dell’Agro Romano sono comprese in questa zona e costituiscono una delle maggiori foreste planiziali del bacino del Mediterraneo”. In effetti, la riserva di Decima è fra le aree protette romane quella più estesa e che conserva la maggiore biodiversità: 25 specie di mammiferi (che vanno dal minuscolo mustiolo etrusco al daino ed al cinghiale), 13 di pesci, 8 di rettili, 9 di anfibi (fra cui il rarissimo ululone dal ventre giallo, che vive proprio in quest’area), circa 200 di uccelli di cui poco meno della metà nidificanti, un elenco floristico che conta un quinto di tutta la flora italiana, con presenza di numerosi esemplari plurisecolari, fra cui le sughere dei monti della Caccia e di Macchiagrande di Trigoria, i lentischi di Monte Cicoriaro, il pioppo del Risaro, le farnie del fosso della Torretta e così via.

Orbene, all’interno della riserva, vi sono le spallette boschive di Castel Romano, 21 ettari di bosco misto (Quercia, Cerro e Leccio, Corbezzolo, Lentisco, Fillirea, Ginestra, Perastro, Prugnolo), con presenza di numerose specie faunistiche. Il territorio è di proprietà della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli (Propaganda Fide), ente religioso impegnato nelle missioni nel mondo, con sede in un bellissimo palazzo (possedimento extraterritoriale della Santa Sede) con affaccio su Piazza di Spagna. Questo ente – per la gestione della proprietà agricola – ha creato una tal società agricola Le Tenute s.r.l. Appare evidente ciò dal fatto che Monsignor Viale Ermes Giovanni, Rappresentante della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, è anche amministratore della società.

Ora, cosa accade? Accade che Roma Natura abbia autorizzato il taglio dei 21 ettari di bosco, evidentemente ritenendo prevalenti gli interessi economici della congregazione religiosa rispetto alla tutela della natura. Il fatto non è passato inosservato agli occhi di chi ama l’Agro romano (e vorrebbe che diventasse Patrimonio dell’Umanità), nonché all’associazione ambientalista Gruppo di intervento giuridico, che il 9 febbraio ha inoltrato agli enti competenti (Ministero, Soprintendenza, RomaNatura) una richiesta di accesso agli atti, anche perché non risulta che sussista il nulla osta paesaggistico.

Ma il caso non è solo emblematico del fatto che in Italia gli interessi economici prevalgano sempre e costantemente su quelli della natura (ormai si afferma addirittura che le aree protette debbano produrre ricchezza). Esso si segnala anche per un episodio curioso. Il presidente di RomaNatura è tal Maurizio Gubbiotti, il quale, su Flickr si presenta così: “Sono uno dei fondatori di Legambiente Lazio di cui sono stato Presidente dal 1989 al 1995 segretario”.

Non è singolare che chi è di Legambiente trovi spazio in politica (Roberto Della Seta, Ermete Realacci, Chicco Testa sono solo alcuni esempi), quanto il fatto che egli affermi in data 10 febbraio che l’autorizzazione al taglio sarebbe una bufala (adesso si chiamano “fake news”), quando esistono sia il nulla osta sia l’autorizzazione, in data 19 settembre il primo e 19 ottobre la seconda.

Ultima ma non meno importante annotazione. Quello che sta accadendo nella riserva di Decima Malafede è facilitato dal fatto che nella riserva manca il piano di assetto, che dovrebbe prescrivere divieti più stringenti per l’area. Esso è fermo dal 2002. Si potrebbe anche pensare male, come diceva il buon Andreotti: non lo si approva dimodoché i vincoli sono meno stretti e più facile per i privati portare a termine i loro progetti.

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CNH New Holland, il trattore del futuro va a biometano – FOTO

Čet, 15/02/2018 - 09:30

Il trattore di domani? E’ quello che si autoalimenta con l’energia prodotta dagli stessi terreni dove è impegnato, come il nuovo concept della CNH New Holland che vedete nelle foto qui sopra. Si tratta di un mezzo che usa come propellente non i tradizionali combustibili fossili bensì il metano ricavato da prodotti di scarto dell’agricoltura e reflui. Un circolo virtuoso, oltretutto, che consente alle aziende agricole di essere parzialmente indipendenti dal punto di vista energetico, anche perché il gas può essere impiegato anche per il riscaldamento e l’elettricità. Il prototipo in questione è equipaggiato con un motore FPT Industrial da 180 cavalli, con un serbatoio (che si rifornisce come quelli normali) studiato appositamente per ospitare il biometano necessario a spingere il mezzo per una giornata intera di lavoro. Biometano che si ottiene da colture energetiche, scarti di prodotti agricoli e altri rifiuti, con una percentuale di CO2 praticamente prossima allo zero. Dentro l’abitacolo, una messe di dotazioni high-tech: dal triplice display al joystick per comandare il caricatore frontale, fino ai comandi vocali, passando per l’interfaccia con lo smartphone.

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Olimpiadi invernali, bronzo per Federica Brignone nello slalom gigante. Delusione Moelgg, quinta Marta Bassino

Čet, 15/02/2018 - 09:18

Federica Brignone conquista la medaglia di bronzo nello slalom gigante femminile. E’ la prima gioia azzurra nello sci alpino alle Olimpiadi di Pyeongchang, ma per l’Italia poteva andare molto meglio. Dopo la prima manche infatti, davanti a tutte con il miglior tempo c’era Manuela Moelgg e in quinta posizione Marta Bassino. Nella seconda però, la 34enne altoatesina ha dilapidato il suo vantaggio chiudendo ottava, mentre la 21enne di Cuneo non è riuscita a migliorare il suo piazzamento, terminando a 21 centesimi dal podio. Il medagliere azzurro conta ora due bronzi, oltre all’oro di Fontana e all’argento di Pellegrino.

Nello slalom gigante sulla pista dello Yongpyong Resort ha vinto la favorita, l’americana Mikaela Shiffrin, seguita dalla più sorprendente Ragnhild Mowinckel. Poi l’azzurra Brignone, distante 46 centesimi dal primo posto e capace di mettersi alle spalle le altre campionesse della disciplina: Viktoria Rebensburg e Tessa Worley. La 27enne, alla sua terza Olimpiade, non si è fatta tradire dall’emozione e ha messo sugli sci due manche solide. Terza dopo la prima discesa, è stata ordinata e non ha sbagliato nella seconda, tagliando il traguardo appena sette centesimi distante dall’argento della norvegese.

Delusione invece per Manuela Moelgg che a 34 anni aveva la grande chance di conquistare una medaglia alle Olimpiadi. Una possibilità che si era costruita lei stessa dopo una prima manche in cui aveva messo a due decimi di distanza anche la Shiffrin, poi vincitrice. Non è mai veramente uscita dal cancelletto di partenza nella seconda, accumulando ritardo intermedio dopo intermedio. Più soddisfatta del suo quinto posto Marta Bassino, alla sua prima esperienza a cinque cerchi. Sorride anche Sofia Goggia, nonostante una brutta gara e l’11esimo posto finale: per lei è stata soprattutto l’occasione per rompere il ghiaccio in attesa delle gare veloci: SuperG e discesa libera. E una delle sue principali avversarie sarà proprio Federica Brignone, pronta a bissare la medaglia appena conquistata in gigante.

Figlia d’arte – la mamma Maria Rosa Quario è un’ex sciatrice, il padre Daniele è maestro di sci – Federica è diventata l’atleta di punta della Nazionale azzurra dal gennaio 2017: nell’ultimo anno ha vinto cinque gare di Coppa del Mondo. Nel 2011 fu argento ai Mondiali di Garmisch, poi tante stagioni difficili, compresi i Giochi di Sochi 2014, fino alla rinascita e al bronzo sudcoreano. Una medaglia nello slalom gigante che prima di lei avevano vinto solo Giuliana Minuzzo nel 1960 e due volte Deborah Compagnoni. Lo sci alpino femminile non saliva sul podio olimpico da 16 anni e dall’oro in superG di Daniela Ceccarelli a Salt Lake City 2002.

La discesa maschile – Solo medaglia di legno invece per Dominik Paris nella discesa libera maschile. L’altoatesino è arrivato al traguardo lontano 36 centesimi dallo svizzero Beat Feuz, terzo dietro ai due norvegesi Aksel Lund Svindal e Kjetil Jansrud. Svindal, dominatore della specialità per diversi anni, ha regalato così la prima medaglia d’oro alla Norvegia in discesa. In una pista poco tecnica e quindi non adatta alle caratteristiche degli azzurri, buona prova anche per Peter Fill, in linea con il podio per tre quarti di gara e poi sesto all’arrivo. Male invece Christof Innerhofer, 17esimo con un pettorale alto che lo ha penalizzato nelle parti di scorrimento.

Pattinaggio artistico coppie – Finiscono non lontani dal podio anche Valentina Marchei e Ondrej Hotarek nel pattinaggio artistico di coppia. Snobbati dalla diretta Rai, i due azzurri hanno realizzato 142.09 punti nel programma libero, totalizzando un 216.56 finale che è anche il nuovo record italiano. Il punteggio è valso alla fine un inaspettato sesto posto. Hanno vinto a sorpresa i tedeschi Savchenko e Massot, davanti ai cinesi Sui e Han e ai canadesi Duhamel e Radford. Nonostante una caduta, soddisfacente anche la prova di Nicole Della Monica e Matteo Guarise, che hanno chiuso la top ten con 202.74 punti finali, loro miglior punteggio stagionale.

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