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Firenze, pass per parcheggiare ovunque ad Agnese Renzi. Nardella: ‘Richiesta della prefettura’. Che smentisce: ‘Non ci risulta’

Tor, 20/02/2018 - 20:19

Parcheggiare ovunque sulle strisce blu senza pagare, girare nelle aree pedonali e a traffico limitato come se nulla fosse, utilizzare le corsie preferenziali, guidare nel centro storico senza nessun problema: Agnese Renzi a Firenze può farlo. A bordo del suv a lei intestato. Grazie a un permesso (valevole fino al 2021) chiesto dalla segreteria del sindaco del capoluogo toscano (e renziano doc) Dario Nardella il 21 settembre 2017, ovvero quando l’ex Rottamatore non aveva più alcun ruolo istituzionale, e rilasciato dalla Sas, società che si occupa dei servizi alla strada del capoluogo toscano. “È l’ennesimo privilegio, uno schiaffo ai cittadini” accusano Francesco Torselli e Giovanni Donzelli, capogruppo in Consiglio comunale e candidato alla Camera in Toscana per Fratelli d’Italia, che hanno reso nota la questione. “È arrivata una richiesta direttamente dalla prefettura: motivi di sicurezza” spiegano dall’entourage del primo cittadino. Contattata da ilfattoquotidiano.it, la prefettura però smentisce: dagli uffici di Palazzo Medici Riccardi non risulta esser mai partita alcuna richiesta che riguardasse l’auto in questione.

Un groviglio che si ingarbuglia ulteriormente ogni volta che qualcuno del Pd fiorentino apre bocca. In un primo momento, imprecisate fonti dem fanno sapere alle agenzie di stampa che “il permesso era stato rilasciato a Matteo Renzi, avendone diritto prima come sindaco e poi ricoprendo cariche istituzionali. Un permesso – si legge ancora nella velina – di cui la famiglia Renzi continua ad avere diritto automaticamente avendo il segretario la residenza nel centro storico della città. Il permesso viene utilizzato per l’auto di famiglia intestata al leader del partito (l’unica che hanno)”. Una nota, tre bugie: Renzi non ricopre più cariche istituzionali, i residenti non possono transitare e parcheggiare dove vogliono, l’auto (come da visura Pra pubblicata dai due esponenti di Fratelli d’Italia) è intestata ad Agnese Landini Renzi, non all’ex sindaco.

A questo punto ilfattoquotidiano.it contatta direttamente lo staff di Dario Nardella, che spiega – come poi farà anche alle agenzie di stampa –  che quel permesso è il frutto di una richiesta arrivata direttamente dalla prefettura per motivi di sicurezza. Una richiesta, aggiungono da Palazzo Vecchio, che è documento riservato. Tradotto: non può essere reso noto, non è possibile visionarlo. Ma la procedura seguita – assicurano – è obbligata: le misure di protezione personale, in cui rientra anche la concessione dei permessi di circolazione speciali, vengono comunicate dalla prefettura al sindaco. Quest’ultimo non interviene personalmente, ma è la sua segreteria, sulla base di quanto comunicato dalla prefettura, ad attivare gli uffici. Dopodiché, il permesso lo rilascia la Sas e non il Comune. Sempre dallo staff di Nardella, inoltre, fanno sapere che l’ultima comunicazione della prefettura per le misure di protezione personale fa riferimento alla riunione di coordinamento delle forze di polizia del 25 settembre 2017. Quindi quattro giorni dopo la firma del permesso a circolare e parcheggiare ovunque concesso ad Agnese Renzi. Le date non tornano. E neanche il contenuto.

Contattata da ilfattoquotidiano.it, infatti, la prefettura di Firenze ha fatto sapere, dopo aver consultato gli uffici preposti, che da Palazzo Medici Riccardi non risulta esser partita nessuna richiesta di quel tipo per l’auto intestata ad Agnese Landini Renzi. Se la prefettura non ha chiesto nulla, quindi, l’iniziativa non può che essere arrivata dal sindaco Nardella, il quale – da regolamento comunale sulle ztl – ha facoltà di chiedere questo tipo di eccezioni. In pratica ciò che sostengono Torselli e Donzelli. Che parlano di un privilegio a tutti gli effetti. “È un vero e proprio schiaffo ai semplici cittadini. Questa vicenda – attaccano – mette in luce ancora una volta l’arroganza della sinistra al potere: i suoi esponenti fanno la morale e poi sottobanco concedono privilegi soltanto agli amici, calpestando i diritti di tutti gli altri”. Torselli e Donzelli, poi, oltre al documento della Sas e alla visura del Pubblico registro automobilistico pubblicano anche alcune fotografie che ritraggono l’auto in sosta e in transito in zone a traffico limitato e l’intero carteggio intercorso con Palazzo Vecchio sulla questione.

Che sembra sempre più una storia di piccoli favori tra amici di politica e di vita. Stando al regolamento del Comune, del resto, non ci sarebbero i requisiti per il pass. Perché Matteo Renzi non ha più nessun ruolo istituzionale, perché Agnese Landini Renzi non è residente a Firenze e perché, a leggere il documento di Palazzo Vecchio, poco o nulla conta il fatto che il segretario del Pd e sua moglie si siano trasferiti nel centro città dopo l’estate scorsa. Per un motivo semplice. Come in tutte le città d’Italia, chi ha diritto a un pass residenti (l’ex premier – dicono da palazzo di città – è residente nel centro storico) ha due facoltà: parcheggiare negli stalli riservati (a Firenze le cosiddette strisce bianche) e transitare nella zona in cui si trova l’abitazione. Agnese Renzi, invece, può andare e parcheggiare ovunque, come si legge nel documento della società Sas: “Su indicazione della segreteria del sindaco, contrassegno rilasciato per funzione ‘istituzionale-sicurezza’, valido per transito corsie e aree pedonali, sosta spazi residenti Ztl- Zcs e blu promiscui“. Insomma: valido per tutto. Più che un pass, un passepartout. “Per motivi di sicurezza, su richiesta del prefetto”. Una circostanza che supererebbe e annullerebbe i limiti imposti dal regolamento comunale. Se solo fosse vera.

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Palermo, responsabile provinciale di Forza Nuova legato e aggredito in centro

Tor, 20/02/2018 - 20:08

Lo hanno bloccato, legato mani e piedi e pestato a sangue nella centrale via Dante, a Palermo. La vittima dell’aggressione è il responsabile provinciale di Forza Nuova, Massimo Ursino. Gli autori dell’agguato – secondo quanto si apprende – lo hanno fermato con il volto coperto da sciarpe attorno alle 19, all’altezza di piazza Lolli.

Ursino sarebbe stato accerchiato da almeno 6 persone, vestite di nero e con il viso travisato. Del gruppo farebbe parte anche una ragazza che, secondo i testimoni, ha documentato il pestaggio con uno smartphone. Il dirigente di Forza Nuova, titolare di un laboratorio di tatuaggi nella vicina via Marconi, è stato legato con del nastro da imballaggio e picchiato a sangue riportando contusioni al volto e una ferita alla testa che hanno richiesto l’intervento di un’ambulanza e il trasporto al pronto soccorso dell’ospedale Civico.

Immediata la reazione del movimento di estrema: “Chi arma la mano di questa feccia sono i vari Parenzo, i vari Boldrini e compagnia: piccoli uomini che trovano in branco il coraggio che altrimenti, da soli, non troverebbero mai. Vicini a Massimo”, scrive su Facebook il movimento guidato da Roberto Fiore. Lo stesso leader ha poi aggiunto: “Ritorno alle tecniche brigatiste, contro la violenza comunista chiamo alla piena mobilitazione. Dopo una campagna d’odio seminata dal Gruppo Espresso e seguita da tutta la sinistra inclusa Liberi e Uguali, si scatena l’odio comunista”. Nelle scorse ore Forza Nuova aveva parlato di un “clima da Anni di Piombo” per le proteste di questi giorni in vista dell’arrivo in città di Fiore, che terrà un comizio in città sabato prossimo.

Un appuntamento che ha spinto alcune associazioni a richiedere alla prefettura e al Comune di negare gli spazi pubblici per la manifestazione. Il partito di estrema destra in giornata aveva denunciato che lunedì sera “sotto casa di uno dei militanti e candidati alle politiche di Forza Nuova, ha stazionato per ore un gruppo di dieci persone armate il cui atteggiamento non ha mancato di richiamare l’attenzione preoccupata del quartiere”.

L’8 febbraio aveva suscitato forti polemiche la decisione di Forza Nuova di inaugurare le ronde sui bus della linea 101. Un’iniziativa stigmatizzata dalla stessa Amat: “Un fatto gravissimo, a mio avviso, queste persone non meritano alcuna visibilità – aveva detto il presidente della società di trasporti pubblici, Antonio Gristina – Non c’è stata alcuna intesa con Forza Nuova. L’unico aiuto che ci aspettiamo è quello dell’intera collettività senza senso di appartenenza alcuno”.

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Boldrini contro ‘i manager che guadagnano centinaia di volte più degli operai’. Ma sbaglia

Tor, 20/02/2018 - 19:36

Laura Boldrini è stata ripetutamente vittima di campagne di odio sessista infarcite da notizie false inventate ad hoc, la qual cosa ho trovato disgustosa tanto quanto ho trovato disgustosi gli insulti sessisti da maschio minus habens rivolti a Maria Elena Boschi o a Mara Carfagna o a qualsiasi altra donna in politica e non. La Boldrini si è giustamente e vivamente lamentata di queste aggressioni e ha reagito pubblicando in rete, insieme ai nomi degli utenti, alcuni post offensivi indirizzati a lei e procedendo a denuncia penale a seguito della quale, come spiegato dalla stessa Boldrini, la campagna di odio si è attenuata.

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Con ogni evidenza Laura Boldrini è ben consapevole di quanto l’uso della rete possa essere malvagio, di come notizie false possano essere utilizzate per amplificare l’odio che si cerca di scatenare e di cosa significhi essere oggetto di campagne tendenti a screditare, offendere, mettere alla gogna, incitare all’odio. Nonostante questa consapevolezza, forse nel tentativo di raccattare un po’ di voti per una formazione politica che stenta, la presidente della Camera ha replicato le modalità delle campagne contro di lei con un improvvido tweet del 18 febbraio nel quale accomuna i “manager” in una categoria di  persone che “guadagnano centinaia di volte (!) più degli operai” e che più licenziano più guadagnano.

I #manager guadagnano centinaia di volte più degli #operai E spesso accade che più licenziano più guadagnano. Tutto questo è inaccettabile #disuguaglianze

— laura boldrini (@lauraboldrini) 18 febbraio 2018

In due frasette messe male insieme, la Boldrini ha condensato: generalizzazione, notizie false, diffamazione e incitamento all’odio sociale.

Partiamo dalla notizia palesemente falsa: la retribuzione lorda media di un operaio nel 2016 è stata di circa 24.000 €. Moltiplicandola per qualche centinaio (la Boldrini non è stata precisa, ma facciamo almeno due, altrimenti avrebbe dovuto usare il singolare) si ottengono 4 milioni e ottocentomila euro. Immagino che dirigenti e quadri, appartenenti alle generalizzata categoria di “manager” sarebbero ben lieti di avere una retribuzione media di 4.800.000 € annui, ma purtroppo non è così. Infatti nel 2016 i quadri hanno percepito in media circa 54.000 € lordi e i dirigenti circa 101.000 € lordi, rispettivamente circa il doppio e circa quattro volte la retribuzione media di un operaio e, ciò che sembra più rilevante, circa la metà (i quadri) e un po’ meno (i dirigenti) della retribuzione della Boldrini come presidente della Camera.

Non si sa se nel caso specifico Boldrini diffonda consapevolmente una notizia falsa o se sia ignorante in materia di retribuzioni; sta di fatto che a un lettore poco analitico, esemplare piuttosto comune in rete, il messaggio (falso) arriva forte e chiaro: ogni manager percepisce una retribuzione pari a quella di duecento operai (!), iniziate a odiarlo un po’.

Non contenta, Boldrini ci ha messo il carico, indicando che non solo “i manager” sono dei ricchi satrapi ma che per di più si guadagnano l’assurda ricchezza (anche) licenziando persone, anzi, quest’ultima attività li farebbe guadagnare anche di più. Insomma, una categoria di cinici e perversi con redditi mai visti; ora è il momento di odiarli con tutte le vostre forze!

Non so che dimestichezza Laura Boldrini abbia con le imprese, ma ritengo molto poca, altrimenti non solo conoscerebbe i livelli retributivi dei manager, ma anche i loro ruoli, compiti, parametri sui quali vengono valutati, responsabilità alle quali sono chiamati e caratteristiche del lavoro; un’esperienza in azienda di un paio di anni potrebbe aiutarla a capire prima di esprimersi. Potrebbe capire che quasi tutti i “i manager” provengono da lunghi anni di studio, che per moltissimi di loro il lavoro non finisce quando suona la sirena della fabbrica, che sono responsabili non solo della propria attività ma anche di quelle di altri, compresi gli errori che altri possono commettere, che hanno responsabilità legali oggettive, che molto spesso devono fare da mediatori tra gli interessi divergenti di proprietà e maestranze, ma soprattutto che quasi nessuno di essi può licenziare, con l’eccezione di qualche dirigente apicale. Attizzare l’odio contro questa categoria è immotivato e malvagio, oltre a far pensare che l’uguaglianza alla quale punta la sua formazione politica sia perseguita impoverendo i manager anziché arricchendo gli operai.

Non so se Boldrini si sia resa conto dell’enormità di quanto ha twittato; se non se ne è resa conto, sarebbe lecito aspettarsi un tweet di scuse alla categoria, se invece ne è stata consapevole dovrebbe aspettarsi una protesta formale da parte delle categorie che rappresentano i manager. Soprattutto, come si fa a sollecitare solidarietà quando si è vittime e a utilizzare gli stessi deprecati sistemi verso gli altri?

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Erostrato, i due accusati di Cesiomaggiore si difendono: “Caccia alle streghe degli inquirenti. Ci siamo finiti dentro”

Tor, 20/02/2018 - 19:35

I sospettati hanno deciso che ogni resistenza era inutile, che il tentativo di sottrarsi alle domande, per tutelare la propria privacy, era destinato a non reggere. Gli investigatori sono riusciti a tenere coperta solo per qualche settimana l’identità delle tre persone indagate nel caso di Erostrato, un mitomane a basso potenziale che si ispira a un criminale greco vissuto nel quarto secolo avanti Cristo e lancia minacce in Val Belluna. Adesso tutti sanno che a Cesiomaggiore nel mirino degli inquirenti sono finiti il trentunenne Samuele Aquini, il padre 72enne Nemesio, originario di Marghera, e la madre Fiorella Vescovo. L’indagine per procurato allarme, minaccia grave e tentata estorsione, non punta tanto sulla donna, quanto su padre e figlio, dopo che i carabinieri hanno sequestrato numeroso materiale nella loro casa.

E così un paese di neppure 4mila anime si trova al centro di un interesse senza precedenti, almeno da queste parti. Gli indagati hanno alzato bandiera bianca e adesso rilasciano interviste. “Questa faccenda ci metterà in ginocchio economicamente: non ho un impiego e mio padre è pensionato – ha detto Samuele – Dovremo pagare le spese legali, un perito di parte per contestare la ridicola perizia calligrafica che è stata fatta sul mio conto”. Il ragazzo ama esoterismo, occultismo, giochi di ruolo e arti marziali: così che si presentava un paio di anni fa in Rete, sostenendo discussioni sull’ateismo e l’anticattolicesimo.

A Belluno il procuratore Paolo Luca si limita a dichiarare: “Sono indagati perché ci sono elementi indiziari a loro carico, ma non vuol dire che siano colpevoli o che siamo certi della loro responsabilità. Le indagini vengono fatte anche nel loro interesse, e per accertare le responsabilità, che potrebbero anche essere di altri”. Luca – magistrato che nel 2001 smascherò a Padova il serial killer Michele Profeta, che disseminava la città di cadaveri in un folle tentativo di estorsione – si rende conto che qui può nascere (se non è già nato) un piccolo mostro, con conseguenze anche gravi sulle persone e su una comunità.

È comunque chiaro che l’interesse è quello di bloccare un’escalation che sembra avere l’impronta del balordo di paese, ma che potrebbe preludere anche a qualcosa di più grave. E non hanno contribuito alla tranquillità le due lettere anonime arrivate in Procura che vogliono scagionare i due indagati: “State sbagliando: Erostrato sono io, non loro… Non state seguendo la pista giusta”. I testi sono scritti con un calligrafia che assomiglia molto a quella di Erostrato, ossia caratteri in stampatello e rune celtiche, ma secondo la Procura si tratterebbe di un mitomane.

L’autodifesa di Nemesio – che ha lavorato all’Agenzia delle dogane e studiato medicina e filosofia senza laurearsi – e Samuele continua: “Erostrato non siamo noi. Quella degli inquirenti è una caccia alle streghe, brancolavano nel buio. Noi ci siamo finiti in mezzo… Ma quando tutto sarà finito saremo noi a fare causa, a costo di trascinare lo Stato di fronte alla Corte europea. Sempre che non ci condannino: sarebbe un aborto della Giustizia”. E ancora: “Ci hanno sequestrato libri: il libro sulle sette sataniche è il trattato di uno studioso cattolico, c’è un testo di Ratzinger, il Corano e ‘Tre metri sopra il cielo’. Sembra la dittatura stalinista, quando bastava un libro per finire in carcere”. Nella biblioteca anche Mein Kampf di Hitler. “Si è hanno sequestrato anche il bicarbonato, comperato tre giorni prima per la gastrite… Per fortuna che in paese nessuno ci guarda male, ci conoscono, sanno che siamo innocenti”.

Ma che cosa ha fatto il misterioso Erostrato? Agli inizi di luglio 2017 erano apparse, prima sulle pareti dei magazzini comunali, sul muro di una chiesa e in cimitero, delle scritte inneggianti al nazismo, al fuoco purificatore, nonché minacce personali contro il sindaco Carlo Zanella di Cesio. In agosto una busta con polvere bianca indirizzata in Comune. Poi una minaccia contro i bambini dell’asilo di Cergnai, una frazione del Comune di Santa Giustina, con un sacchetto di caramelle gommose dove erano stati nascosti spilli, anche spezzati.

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Unicef: “Ogni anno un milione di neonati muore nel primo giorno di vita”

Tor, 20/02/2018 - 19:32

Ogni anno, 2,6 milioni di neonati nel mondo non sopravvivono al primo mese di vita. Si tratta di circa 7mila neonati ogni giorno. Un milione di loro muore lo stesso giorno in cui nasce. Secondo il rapporto dell’Unicef, Ogni bambino è vita, il tasso di mortalità neonatale a livello mondiale rimane allarmante, soprattutto nei Paesi più poveri. I bambini nati in Giappone, Islanda e Singapore hanno la probabilità di sopravvivenza più alta, mentre i neonati in Pakistan, Repubblica Centrafricana e Afghanistan la più bassa. Secondo il rapporto, nei Paesi a basso reddito, la media del tasso di mortalità neonatale è di 27 morti su mille nati. Nei Paesi ad alto reddito, il tasso scende a 3 su 1.000. I neonati dei luoghi a più alto rischio per la nascita hanno una probabilità oltre 50 volte maggiore di morire rispetto a quelli nati nei Paesi più sicuri.

Il rapporto sottolinea inoltre che 8 dei 10 luoghi più pericolosi per nascere si trovano in Africa Subsahariana, dove le donne in gravidanza hanno probabilità molto inferiori di ricevere assistenza durante il parto a causa di povertà, conflitti e istituzioni deboli. Se ogni paese portasse il suo tasso di mortalità neonatale alla media dei Paesi ad alto reddito entro il 2030, secondo l’agenzia delle Nazioni Unite, potrebbero essere salvate 16 milioni di vite. “Mentre, negli ultimi 25 anni – ha dichiarato Henrietta H. Fore, direttore generale dell’Unicef -, abbiamo più che dimezzato il numero di morti fra i bambini sotto i cinque anni, non abbiamo fatto progressi simili nel porre fine alla morte di bambini con meno di un mese di vita. Dato che la maggior parte di queste morti sono prevenibili, non abbiamo ancora raggiunto i risultati necessari per i bambini più poveri del mondo”.

Sempre secondo il rapporto, queste morti possono essere prevenute tramite l’accesso a personale ostetrico qualificato, insieme a soluzioni comprovate come acqua pulita, disinfettanti, allattamento nelle prime ore di vita, contatto pelle a pelle e buona nutrizione. Tuttavia, la mancanza di operatori sanitari e ostetrici qualificati, comporta che in migliaia non ricevono il supporto salvavita di cui avrebbero bisogno per sopravvivere. Per esempio, mentre in Norvegia ci sono 218 medici, infermieri e ostetrici per 10.000 persone, questo valore è di 1 per 10.000 in Somalia. I bambini che nascono in Giappone hanno le maggiori possibilità di sopravvivenza, con solo 1 bambino morto ogni 1.111 nati vivi durante i primi 28 giorni di vita. I bambini nati in Pakistan, hanno le minori possibilità: ogni 1.000 bambini nati vivi, 46 muoiono entro la fine del primo mese dalla nascita – circa 1 su 22. L’Italia, nella classifica dei paesi col tasso di mortalità neonatale più alto, si colloca al 169esimo posto su 184 paesi esaminati, con un tasso di mortalità neonatale di 2,0 – ovvero 1 neonato morto ogni 500 nati vivi.

Questo mese, l’Unicef lancia #EveryChildAliveuna campagna globale per chiedere e fornire soluzioni per i neonati di tutto il mondo. Attraverso la campagna, viene lanciato un appello a governi, fornitori di servizi sanitari, donatori, settore privato, famiglie e imprese per assicurare la sopravvivenza in vita ogni bambino. Ad esempio, assumendo, formando, mantenendo e gestendo un numero sufficiente di medici, infermieri e personale ostetrico con competenza nell’assistenza alla maternità e ai neonati. Garantendo strutture sanitarie pulite ed efficienti (fornite di acqua, sapone ed elettricità, alla portata di ogni mamma e bambino). Rendendo prioritario fornire a ogni mamma e bambino i farmaci salvavita e gli strumenti necessari per iniziare la vita in salute . “Sappiamo che possiamo salvare gran parte di questi bambini con soluzioni per un’assistenza sanitaria di qualità e a prezzi contenuti per tutte le madri e i neonati. Solo pochi piccoli passi da parte di ognuno di noi possono contribuire ad assicurare i primi piccoli passi a ognuna di queste giovani vite”, ha concluso il direttore generale dell’Unicef.

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Age of Empires: Definitive Edition, il remake in 4k del celebre strategico Microsoft disponibile da oggi sul Windows Store

Tor, 20/02/2018 - 19:27

A oltre 20anni dal lancio e dopo un accurato “restyling”, arriva oggi sul Windows Store  il tanto atteso “Age of Empires: Definitive Edition“.

La riedizione dello storico strategico di Microsoft da ai fan la possibilità di rivivere l’esperienza del titolo originale con alcune “modernizzazioni” offrendo oltre 40 ore di campagne aggiornate (incluse quelle dell’espansione Rise of Rome), grafiche ed animazioni rinnovate incluso il supporto al 4k, restando comunque fedele ai modelli originali, una colonna sonora rimasterizzata, e, per gli amanti delle sfide competitive, il multiplayer online permetterà di darsi battaglia con altri 7 giocatori sfruttando la piattaforma Xbox Live.

Con la Definitive Edition arrivano anche alcune migliorie legate al gameplay stesso rispetto al gioco originale, alcune introdotte nei seguiti, come l’aumento del limite massimo di unità per giocatore da 50 a 250, le code di produzione per le costruzioni (assente nel titolo originale) con la possibilità di distribuirla su tutte le costruzioni dello stesso tipo, la ricerca delle unità inattive (sia cittadini che militari) e la possibilità di ripiantare rapidamente una fattoria esausta.

Per tornare sui campi di battaglia di Age of Empires i requisiti minimi  sono tutt’altro che alti, infatti basterà un PC con Windows 10, CPU Dual Core a 1,8GHz, una GPU Intel HD4000 (integrata) o equivalente, 4GB di RAM e 20GB di spazio sul disco, mentre per quelli consigliati si sale ad una CPU QuadCore a 2,5GHz, 16GB di Ram e GPU Nvidia GTX650/AMD HD5850 o superiori. Contenuto anche il prezzo, Age of Empires Definitve Edition è acquistabile in versione digitale sul Windows Store al prezzo di 19,99€.

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Berlusconi cerca “Responsabili” anche tra i Cinquestelle: “Con noi indennità piena”. Di Maio: “E’ peggio della camorra”

Tor, 20/02/2018 - 19:25

Venghino, signori, venghino. Silvio Berlusconi spalanca le porte di Forza Italia ai parlamentari che sono già fuori dal Movimento Cinque Stelle, ma sono candidati e sono pure anche in una posizione favorevole per essere eletti. Se il 4 marzo il centrodestra riesce a fare il 40 per cento ma ha bisogno del soccorso di altri parlamentari per governare, è pronto ad accogliere il sostegno di deputati e senatori cosiddetti responsabili? “Non si dice mai di no a chi dice ‘sottoscrivo il vostro programma’ e poi si tratterebbe di ‘responsabili’ – dice aprendo un larghissimo sorriso al CorriereTv – Sì, perchè sono tutti così presi a casaccio. E poi saremmo molto convenienti per loro, perchè potrebbero incassare l’indennità parlamentare in tutta la loro integrità. Ma spero non avremmo bisogno di tutto questo, perchè il centrodestra avrà la maggioranza sia alla Camera che al Senato”, assicura l’ex premier. . “L’attrazione” di Berlusconi nei confronti di parlamentari di altre forze politiche – anche con linee politiche opposte – è un metodo di lunga data. Da lì sono nati e sbocciati personaggi come Antonio Razzi e Domenico Scilipoti Isgrò, ma ci sono poi i “Responsabili” che hanno tenuto in piedi il governo di centrodestra tra il 2010 e il 2011. E poi c’è anche il processo di compravendita dei senatori – con al centro un altro ex dell’Italia dei Valori Sergio De Gregorio – per il quale Berlusconi è stato condannato in primo grado e poi prescritto in appello. E quindi ad Alessandro Di Battista, M5s, viene facile la battuta: “Berlusconi è già a caccia. Siamo al mercato delle vacche preventivo. Preferisco perdere due parlamentari, ma mantenere la coerenza e la durezza perché questo Paese ce lo hanno lasciato marcio”. Più energico, invece, il candidato premier dei Cinquestelle Luigi Di Maio: “Non posso sentire oggi quei partiti che hanno sbandierato l’abolizione del vincolo di mandato – scrive Di Maio su facebook – dire che sono pronti a prendersi i fuoriusciti del M5s: siete dei traditori del vostro stesso mandato elettorale! Prima dicono che vogliono istituire il vincolo di mandato per evitare i cambi di casacca e poi sono pronti a prendersi quelli che cambiano casacca. Questo è un atteggiamento peggiore della camorra: perché poi gli atteggiamenti mafiosi si riversano in queste pratiche”.

Il confronto tra Cinquestelle e centrodestra si alza di un tono a meno di due settimane dalle elezioni, anche per via della corsa al voto utile che – secondo alcune proiezioni – andrebbe a concentrarsi sugli schieramenti considerati favoriti. “Il Partito democratico – ribadisce a più riprese Berlusconi, l’ultima oggi ad Assolombarda – si è tolto dalla sfida a due. Renzi, su cui tutti avevamo messo delle speranze e ha avuto il grande merito di aver tagliato il rapporto con l’ideologia comunista, non ha saputo tenere insieme la sinistra che si è divisa”. Dall’altra parte il Blog delle Stelle, l’organo del M5s, aveva contrattaccato dicendo che “il centrodestra non esiste, probabilmente non è mai esistito. Sono nella stessa scheda solo per loro convenienza, sfruttando l’infame legge elettorale che del resto si sono scritti loro in accordo col principale alleato di Berlusconi, Matteo Renzi. Stanno usando le elezioni politiche, pagate da tutti i cittadini con le tasse, per farsi le loro primarie e vedere chi primeggia, per poi andare ognuno per conto proprio il giorno dopo le elezioni.

Oggi di Berlusconi aveva parlato per esempio il garante del M5s Beppe Grillo: “Non riesco a togliermi dalla mente la riedizione del contratto con gli italiani che ha stipolato Berlusconi – scrive riferendosi al Porta a Porta della scorsa settimana – Da buon pubblicitario sa bene che i nostri cervelli sono stufi di aggiornare continuamente la sua immagine e le demenzialità che dice. Per un pelo non convince anche me: niente tasse, tutti felici con lui, è sufficiente che si presenti come Vanna Marchi e ripeta ad oltranza sempre le stesse cose truccato da giovane. Il nostro cervello non lo percepisce come un’illusione ma si è semplicemente abituato, non importa il vero o il falso perché, come tutti i pubblicitari, quello che conta è ‘stufare il cervello‘, fare in modo che rinunci ad essere critico abbandonandosi alla rassicurazione per quanto fatua ed in malafede”.

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Morbillo, Oms: ‘Nel 2017 in Europa 400% di casi in più rispetto ad anno precedente’

Tor, 20/02/2018 - 19:18

Nel 2017 in Europa il morbillo ha ucciso 35 persone e ne ha fatte ammalare 21.315, cioè il 400% in più rispetto al 2016, in cui invece era stato segnato un ‘record’ al ribasso con 5273 casi. I paesi più colpiti sono stati Romania, Italia e Ucraina. A fare il punto è l’ufficio europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), in occasione dell’incontro tra i ministri della Salute europei in Montenegro.

Dei 53 paesi della regione europea dell’Oms, 15 hanno avuto epidemie con più di 100 casi. I primi tre sono stati Romania (5562), Italia (5006) e Ucraina (4767). A facilitare la diffusione del morbillo c’è stata la somma di più fattori secondo l’Oms: il calo complessivo del tasso di copertura vaccinale, più consistente nelle fasce di popolazione più emarginate, le interruzioni nelle forniture vaccinali e sistemi di sorveglianza delle malattie che non hanno funzionato sempre in modo ottimale.

Gli altri paesi con vaste epidemie sono stati Grecia (967), Germania (927), Serbia (702), Tagikistan (649), Francia (520), Russia (408), Belgio (369), Regno Unito (282), Bulgaria (167), Spagna (152), Repubblica Ceca (146) e Svizzera (105). Dati che però non sconvolgono Gianni Rezza, epidemiologo dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), che rileva come il morbillo sia una malattia molto contagiosa che “va a ondate. Ci sono degli anni in cui fa più casi di quelli precedenti”. “Il calo delle coperture vaccinali che c’è stato fino al 2015-2016 può aver influito su quest’ultimo picco epidemico, aumentando la popolazione a rischio di ammalarsi”.

Difficile però fare una stima precisa di quanti siano. Oltre ai bambini non vaccinati, “che sono circa il 10-15% – continua – ci sono anche i giovani e gli adulti che non hanno fatto il morbillo da piccoli, e che da grandi difficilmente si vaccinano”. Per i bambini il decreto che ha reso obbligatori i vaccini sta contribuendo a migliorare la copertura, che “dal 90% era scesa all’85% nel 2015”, e che “ora è in risalita”, rileva Rezza. Per Zsuzsanna Jakab, direttore dell’Oms Europa, “più di 20mila casi e 35 vite perse per il morbillo sono una tragedia che semplicemente non possiamo accettare”. L’eliminazione di morbillo e rosolia “sono una priorità per tutti i paesi europei, e questa battuta d’arresto – conclude – non deve scoraggiarci dal lavorare per avere le future generazioni di bambini libere da queste malattie”.

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Ragusa, imprenditore (e consigliere comunale vicino al Pd) appende ad una trave e picchia un suo operaio: arrestato

Tor, 20/02/2018 - 19:02

Un romeno che lavora in un’azienda agricola di Vittoria, nel ragusano, si appropria di una bombola di gas per riscaldarsi e il titolare, dopo averlo colto sul fatto, lo malmena, lo chiude in un garage, gli lega mani e piedi, lo appende ad una trave e lo prende a bastonate procurandogli diverse fratture. È l’incubo vissuto da un operaio romeno per mano del suo datore di lavoro, il consigliere comunale vicino al Pd Rosario Dezio, che ora si trova agli arresti domiciliari e deve rispondere di lesioni gravi, sequestro di persona e porto d’armi. Il 40enne Dezio è stato definito un “soggetto pericoloso” dal dirigente della Squadra mobile di Ragusa, Antonino Ciavola, e la sua azienda agricola, era già stata oggetto di controlli per il contrasto al caporalato ed allo sfruttamento della manodopera. Anche due familiari di Dezio e un suo collaboratore sono stati denunciati per aver contribuito a vario titolo, alla commissione dei reati. 

A denunciare l’incredibile storia di violenza e sfruttamento è stata la stessa vittima, che lo scorso 15 febbraio si è recata in commissariato denunciando il pestaggio e raccontando che altri suoi connazionali erano stati picchiati e feriti anche loro da Dezio. Sono così scattate le indagini, che hanno permesso di scoprire dentro una delle abitazioni fatiscenti ricavate nell’azienda, nascosto sotto le coperte e dolorante, un giovane romeno terrorizzato e sotto choc. Lo stesso imprenditore, spiegano gli investigatori, “in modo spavaldo ha ammesso di aver picchiato i romeni sorpresi a rubare una bombola di gas, senza però aggiungere con quali modalità lo aveva fatto”. Gli accertamenti hanno permesso di appurare che i due operai a causa del forte freddo avevano rubato una bombola per riscaldarsi, ma erano sorpresi dall’imprenditore. Uno dei due era riuscito a nascondersi, mentre l’altro è stato brutalmente picchiato con il calcio di un fucile, pugni e colpi di bastone. Per impartire la “lezione”, Dezio aveva anche imbracciato il fucile, regolarmente detenuto, esplodendo alcuni colpi d’arma da fuoco per terrorizzarlo.

L’operaio, mentre Dezio ricaricava il fucile, però, era fuggito con il compagno lungo le serre. Dopo aver vagato per diverse ore, i due rumeni avevano trovato rifugio da un loro connazionale in un casolare abbandonato, dove l’indomani li aveva scovati l’imprenditore, che insieme a un suo collaboratore aveva seguito un connazionale delle vittime. Dentro il casolare è scattato il nuovo pestaggio. Dopo aver trascinato gli operai contro la loro volontà nell’azienda l’imprenditore aveva chiuso in un garage il ladro sorpreso a rubare la bombola, lo aveva legato mani e piedi e appeso a una trave. Una volta reso inerme, lo ha picchiato selvaggiamente con un bastone di legno, procurandogli lesioni e fratture in diverse parti del corpo giudicate guaribili in almeno 45 giorni. A liberare la vittima solo dopo un paio d’ore è stato un familiare dell’imprenditore, anche lui denunciato per aver preso parte al pestaggio in concorso morale.

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Guardando la scheda elettorale, ho capito che vincerà il Partito del Nulla

Tor, 20/02/2018 - 18:56

Il fac-simile della scheda elettorale lascia perplessi. Riflette la costante attitudine labirintica che, da quasi trent’anni, caratterizza ogni novità, legislativa o fiscale o accademica, giacché lo Stato italiano interpreta la complessità come complicazione. E, se non ricordo male, dopo la caduta del muro di Berlino non ci è mai capitato di votare con lo stesso format della tornata precedente. Stavolta, in testa a ogni slot dell’offerta politica c’è un “Nome & Cognome”. È il candidato nel collegio uninominale che, per legge, dovrebbe contribuire a comporre un terzo del Parlamento. Sotto ci sono i simboli dei partiti eventualmente coalizzati per quel nome, assieme a una serie di Nomi & Cognomi nel rigido ordine di preferenza stabilito dal partito, che lascia all’elettore l’alternativa tra minestra e finestra. Si possono apporre una o più croci in vari modi, ma alcuni esperti hanno stimato che una scheda ogni venti verrà annullata, in virtù di croci apposte in modo difforme dallo spirito del legislatore.

Guardando questa scheda, la ripartizione tra uninominale e proporzionale è del tutto teorica. In pratica, ciò che attrae l’elettore, soprattutto se distratto o poco informato come quasi metà dei potenziali protagonisti, è il primo Nome & Cognome di ogni slot, l’uninominale. Se si tratta di un bel Nome & Cognome, l’effetto di trascinamento potrebbe essere significativo. Il problema si complica quando il candidato uninominale non è un valore aggiunto, ma negativo, come può capitare per alcuni paracadutati, molti perfetti sconosciuti, vari inoccupati famelici e parecchi impresentabili a vario titolo. Soltanto se i due effetti si bilanceranno, lo spirito del legislatore verrà rispettato. Altrimenti, sarà esaltata la quota maggioritaria e ingrossato il partito del Nulla.

A complicare le cose c’è la scelta delle coalizioni, che moltiplicano i concorrenti. È un florilegio di simboli ad hoc, risultato di coalizioni impensabili anche solo pochi mesi fa: radicali con tabaccisti, socialisti con prodiani, il pot-purri di contorno alla signora Lorenzin, l’insieme di tutti gli appassionati di Fitto… Insomma, la botta di trascinamento dell’uninominale non è sempre lenita da quanto propone il resto del menù, se le pietanze sono mal assortite. E il peso delle schede nulle, assieme a quello dell’astensione, potrebbe non essere irrilevante in una siffatta confusione, giacché l’elettore diffidente schiva la scheda bianca, perché teme che qualche manina poco educata svolazzi nel seggio e dintorni.

«Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole» al Partito del Nulla, che un comico televisivo ha fondato da poco, con acuta preveggenza. Sembra un destino nazionale che, nel nuovo millennio, i comici abbiano una visione che manca del tutto alla politica militante. Il 4 marzo 2018 il Nulla potrebbe anche conquistare un buon 5%, superando in tromba lo sbarramento del 3%, ed entrare a pieno titolo nel prossimo Parlamento. Dove siederà il fantasma del Nulla.

Né l’astensione, né il Nulla preoccupano la politica, al di là di qualche appello di circostanza, perché contano zero nell’esito elettorale. Siamo sempre sicuri che votare sia ancora democratico? E davvero pensiamo che elezioni siffatte siano più democratiche del sorteggio?

Nota Bene. Nei video di Youtube© che trovate spesso nei link dei miei post, è possibile attivare i sottotitoli a traduzione automatica, quindi anche in italiano. Non è il massimo della qualità, ma per chi non conosce a fondo la lingua inglese sono meglio del Nulla.

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Rifiuti Napoli, Di Maio: ‘Sembra Gomorra Da Renzi, Gentiloni e Meloni solo silenzio’

Tor, 20/02/2018 - 18:51

“È allucinante. Sembra di vedere Gomorra, ma a differenza della serie qui devono vincere i buoni! Non devono passarla liscia!”. Sono le parole con cui Luigi Di Maio ha commentato su Facebook il terzo video dell’inchiesta di Fanpage, in cui l’ex boss e “agente provocatore” Nunzio Perrella incontra Biagio Iacolare, presidente del Cda di SMA Campania, e il suo mediatore, Mario “Rory” Oliviero, ex presidente del Consiglio comunale di Ercolano, al quale consegna una valigetta contenente le tangenti da pagare.

“É impossibile che il presidente De Luca fosse inconsapevole di questa storia, perché sono coinvolti i suoi figli e il suo vice. La giunta regionale campana deve andare a casa – ha detto il candidato premier del M5S  – qui ci stanno ammazzando, questi politici si comportano peggio dei camorristi, perché i camorristi fanno il loro lavoro mentre i politici lo ammazzano questo Paese”. “Gli uomini di Ciriaco De Mita e lui stesso sono quelli che fanno affari con i rifiuti in Campania – ha proseguito – e sono gli stessi senza i quali Vincenzo De Luca non avrebbe la maggioranza in consiglio regionale”, ha detto Di Maio, parlando del governatore della Campania. “Un’inchiesta del genere dovrebbe far cadere, non solo la giunta regionale campana, ma far interrogare tutti i partiti su che razza di gente stanno mettendo nelle istituzioni”.

“In questa inchiesta è coinvolto Passariello di FdI e Meloni non dice una parola” e “non ho sentito neppure Renzi o Gentiloni dire una parola: hanno solo detto che giornalisti devono dimostrare la loro innocenza”. “La frase più grave di questa inchiesta è che gli servono soldi per la campagna elettorale. Quindi le tangenti che fanno morti di tumore finanziano la campagna elettorale del Pd. Noi non ce ne possiamo stare con le mani in mano: il 4 marzo i cittadini devono scegliere da che parte stare. Non si può più stare a guardare” aggiunge.

L’offensiva del Movimento contro il plenipotenziario di Matteo Renzi in Campania non conosce sosta. Se a Circo Massimo su Radio Capital Roberto Fico ha confermato “la richiesta di dimissioni per Vincenzo De Luca” domandando “per quale motivo il figlio di De Luca può trattare ecoballe che è una questione regionale?”, il gruppo 5 Stelle in Consiglio regionale della Campania ha presentato una mozione di sfiducia, ma “a distanza di 24 ore nessun consigliere regionale ha firmato”, ha detto il capogruppo Gennaro Saiello.

Federazione nazionale della Stampa italiana, il Sindacato unitario giornalisti Campana e il Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti hanno chiesto al Pd di prendere le distanze dalle parole con cui De Luca lunedì ha attaccato Fanpage: “Le inchieste giornalistiche sono criticabili come qualsiasi altra attività intellettuale – si legge in una nota – le parole del presidente della Regione Campania vanno però oltre il limite di qualsiasi critica e rappresentano, queste sì, mero squadrismo verbale“.

“Bollare come ‘camorristiche‘ e ‘squadristiche’ le inchieste giornalistiche – prosegue la nota – è inaccettabile e non può essere consentito a nessuno, tantomeno a un rappresentante delle istituzioni. Sarebbe opportuno che anche il Pd facesse sentire la propria voce. Evidentemente la salvaguardia di pacchetti di voti viene considerata meritevole di tutela più della libertà di espressione e del diritto dei cittadini ad essere informati su una vicenda inquietante come quella del traffico di rifiuti in Campania”.

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Siria, Mezzaluna rossa Kurdistan lancia la raccolta fondi per Afrin. L’appello di Zerocalcare: “Ecco cosa possiamo fare”

Tor, 20/02/2018 - 18:33

L’onlus Mezzaluna Rossa Curda lancia una campagna di crowdfunding per aiutare la popolazione del distretto Afrin, sotto le bombe turche dal 20 gennaio. Tra i testimonial il fumettista Zerocalcare, che per promuovere la raccolta fondi ha girato un breve video: “Ci chiediamo spesso cosa possiamo fare per aiutare una situazione così lontana. Ecco una delle cose che si possono fare è partecipare a questa raccolta fondi”. Con i fondi la onlus spera di fornire ambulanze, medicine e ospedali da campo, acqua potabile, coperte, indumenti a alimenti.  “Lo Stato turco sta uccidendo civili, inclusi bambini e anziani, senza rispettare le normative internazionali sui conflitti armati; l’offensiva si abbatte via terra e con bombardamenti aerei. Il problema principale è tenere in piedi il sistema sanitario: ci sono sei ospedali in tutto il cantone, solo tre
funzionanti al momento.”

per partecipare alla raccolta fondi:
https://buonacausa.org/cause/aiutaafrin

 

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Ferrara, coniugi uccisi: il figlio delle vittime e il suo amico minorenni condannati a 18 anni

Tor, 20/02/2018 - 18:15

Furono massacrati con un’ascia e poi la loro testa fu infilata in un sacchetto di plastica. Così morirono nella notte tra il 9 e il 10 gennaio 2017 i coniugi Salvatore Vincelli, 59 anni, e Nunzia Di Gianni, 45, assassinati in camera da letto a Pontelangorino, in provincia di Ferrara. Oggi il figlio, all’epoca 16enne considerato il mandante, e l’amico di un anno più grande, l’esecutore materiale, sono stati condannati con rito abbreviato a 18 anni di carcere dal gup del tribunale per i minorenni di Bologna. La procura aveva chiesto 20 anni. Il figlio della coppia agli inquirenti aveva raccontato che i genitori, e in particolare la madre, lo sgridavano sempre: “Non passava giorno senza che mi dicessero che non valevo niente, che ero un buono a nulla, un fallito“. Il ragazzino, che aveva sentito urlare il suo nome dalla stanza in cui l’amico colpiva per tre volte il padre e sei volte la madre, aveva atteso impassibile: “Io ti aspetto qui. Tu li uccidi e quando hai fatto mi chiami”. L’altro aveva poi dichiarato di averlo fatto solo per amicizia, e non per soldi. I due, hanno raccontato i coetanei, erano spesso insieme, legati da un’amicizia profonda. Una settimana fa, la perizia psichiatrica disposta dal tribunale dei minorenni di Bologna aveva stabilito che i due i ragazzi, al momento del duplice omicidio, fossero in grado di intendere e di volere.

“La condanna ci sembra abbastanza severa, aspettiamo le motivazioni e poi faremo appello – commenta dopo la sentenza l’avvocato Lorenzo Alberti, legale dell’amico del figlio delle vittime, all’epoca dei fatti 17enne -. Ci è stata respinta la richiesta di messa alla prova, anche se per quello che è stato il vissuto del mio assistito sembrava la soluzione più adatta”. Alberti sperava che il Tribunale differenziasse le posizioni dei due adolescenti, riconoscendo al suo assistito di essere stato in qualche modo soggiogato dall’amico più giovane di un anno, figlio della coppia uccisa. “Ci pensavamo – ha aggiunto Alberti – anche perché non siamo noi a dirlo, gli atti depongono in questo senso, a nostro modo di vedere”.

Amareggiato anche l’avvocato Sandro De Marco, che insieme alla collega Gloria Bacca difende il figlio della coppia uccisa. “Siamo rimasti parzialmente insoddisfatti, il nostro ragionamento era un altro, ma credo che ci possa essere qualche margine lavorando sull’appello. Certo il fatto è quello che è. Paradossalmente – ha concluso – il mio assistito ha accolto la sentenza con una liberazione e poi il fatto che sia stata data una pena inferiore (il pm aveva chiesto 20 anni) quasi con felicità, questo per dirvi lo stato d’animo del ragazzo”.

L’anno in carcere dei due condannati – Dall’assassinio ad oggi sono rimasti in cella, lontani l’uno dall’altro. E dal giorno del delitto si sono incontrati solo una volta durante un’udienza del processo. Il figlio della coppia, riferiva a gennaio il suo difensore Gloria Bacca, “è stato abbandonato dal resto della famiglia, solo una zia gli è rimasta vicino e continua ad andarlo a trovare”. Il ragazzo in questi mesi è rimasto nei carceri minorili di Torino e, successivamente, Treviso. L’amico 17enne invece ha ripreso a studiare per diplomarsi alla scuola alberghiera e ogni settimana incontra i genitori: anche i nonni vanno a trovarlo spesso nel carcere bolognese del Pratello. È considerato un detenuto modello.

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Gerusalemme, Abu Mazen a Nazioni Unite “Riconoscere la Palestina come membro” Poi lascia aula senza sentire Usa e Israele

Tor, 20/02/2018 - 17:51

Il riconoscimento dello Stato di Palestina e la creazione di un meccanismo multilaterale di mediazione sulla questione israelo-palesinese, con conseguente ufficializzazione del disconoscimento degli Usa nel ruolo di mediatori. Sono le richieste avanzate da Abu Mazen alle Nazioni Unite.

Durante il Consiglio di Sicurezza sul Medio Oriente, il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese ha chiesto una conferenza internazionale nel 2018 come parte del piano di pace anche per determinare il riconoscimento dello stato di Palestina come stato membro regolare dell’Onu, assicurando che ciò “non danneggerà alcun negoziato futuro”. Quindi ha attaccato gli Usa, che a suo parere hanno violato la legge internazionale con il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele. Abu Mazen ha chiesto anche che venga creato un “meccanismo multilaterale internazionale” per risolvere la questione mediorientale, affermando che nessun Paese da solo può risolvere un problema regionale e rifiutando così il ruolo degli Usa come mediatore.

Appena terminato il suo discorso, il presidente dell’Anp ha lasciato la sala del Consiglio di Sicurezza dell’Onu senza ascoltare i delegati di Israele e Usa. E l’ambasciatore di Israele al Palazzo di Vetro, Danny Danon, ha commentato: “Corre via dal dialogo”, accusando il leader palestinese di aver rifiutato di incontrare il premier Benjamin Netanyahu, affermando che “con le sue parole e azioni ha dimostrato che non è più parte della soluzione, ma è il problema”.

“La soluzione dei due Stati rimane l’unica, non c’è alcun piano B”, ha detto il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, durante il Consiglio di Sicurezza ribadendo l’impegno suo e delle Nazioni Unite per la soluzione dei due Stati, “due Stati democratici che vivano in pace fianco a fianco”.

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Il freddo della Siberia, un palo altissimo e un uomo in mutande. Ovvio che qualcosa vada storto

Tor, 20/02/2018 - 17:50

Nella città di Anzhero-Sudhensk, in Siberia, durante il festival locale dedicato alla fine dell’inverno, un ragazzo sfida le temperature polari per arrampicarsi seminudo su un palo. Nella fase finale però il ventottenne, provetto scalatore, perde la presa e precipita da sette metri d’altezza. Trasportato d’urgenza in ospedale il ragazzo ha riportato fratture alle costole e ad una scapola e, pur non avendo traumi cerebrali, rimane sotto osservazione

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Gibson, perché la leggendaria manifattura di chitarre (e bassi) rischia la bancarotta?

Tor, 20/02/2018 - 17:44

Passino l’andamento del mercato e la società che cambia – e i gusti, gli orientamenti e le mode che cambiano con lei – ma un’icona non può tramontare. Eppure potrebbe succedere, e nemmeno tra molto tempo. La notizia è che la Gibson, leggendaria manifattura di chitarre (e bassi) che insieme alla concorrente Fender ha costruito mattone dopo mattone la storia della musica contemporanea – dal blues in poi, tanto per intenderci – potrebbe a breve dichiarare bancarotta. A benefico dei non musicisti e dei non appassionati, qualche cenno storico è doveroso: fondata da Orville Gibson nel 1902 a Kalamazoo, nel Michigan, poi trasferitasi a metà anni Ottanta a Nashville, cuore pulsante dell’industria musicale americana, la Gibson ha concepito, costruito e fornito gli strumenti sui quali leggende come B.B. King, Jimmy Page dei Led Zeppelin, Angus Young degli AC/DC e Slash hanno forgiato il moderno sound rock and roll. I suoi modelli – la Les Paul, la SG e la ES-335, sopra tutti – sono assurti a standard sonori in praticamente tutti i generi musicali, dal blues al rock più estremo, passando per il jazz e il pop. Legni pregiati, meccaniche di primissima qualità e finiture artigianali sono sempre stati i tratti distintivi del marchio: le orecchie, la testa e le dita di chi ne ha imbracciato i prodotti, negli anni, hanno assolto il compito di consegnare il mito alla storia. Eppure qualcosa è andato storto.

I più attenti ricorderanno lo scandalo che investì la Gibson alla fine del decennio scorso: una brutta storia di legni importati illegalmente dall’Africa portò l’azienda a difendersi in tribunale, uscendone non con le ossa rotte ma con un discreto danno d’immagine, oltre che con una multa da 350mila dollari da pagare. Niente, rispetto a quanto sarebbe successo dopo. Scandali, inchieste e processi non c’entrano. All’inizio del decennio in corso l’amministratore delegato della Gibson Henry Juszkiewicz decide di diversificare le attività dell’azienda: nel 2011 la società acquisisce lo Stanton Group, mossa che prelude all’apertura della Gibson Pro Audio, comparto dedicato alla produzione di cuffie, speaker e apparecchiature per Dj. Passa giusto un anno e Juszkiewicz mette le mani (e i capitali) sulla Onkyo Corporation, società specializzata in produzioni di sistemi di home theater. Il ritmo delle (costose) operazioni di diversificazione è impressionante: nel 2013 Gibson diventa azionista di riferimento della società di elettronica giapponese TEAC Corporation, e un anno dopo acquisisce la sezione di elettronica di consumo della Royal Philips.

E’ vero, i tempi cambiano: le vendite delle chitarre negli ultimi anni sono in flessione. La Fender, prima e unica concorrente della Gibson, già nel 2012 era stata costretta a rinunciare alla quotazione in borsa, e la Gibson stessa, nel 2016, aveva visto il proprio fatturato ridursi da 2,1 a 1,7 miliardi di dollari l’anno. Eppure Kevin Cassidy, analista finanziario di Moody’s, a Variety ha spiegato che il problema di Juszkiewicz non sono le chitarre: “Il core business di Gibson è stabile e sostenibile“, ha spiegato senza mezzi termini.

E allora? Le ragioni che hanno portato un marchio leggendario sull’orlo della bancarotta le ha spiegate lo stesso Juszkiewicz, quando la notizia della profonda crisi della Gibson è diventata di dominio pubblico, pochi giorni fa: “Stiamo cedendo asset come azioni, proprietà immobiliari e segmenti d’azienda che non hanno raggiunto i risultati che ci stavamo aspettando per ridurre il debito e generare fondi da destinare ai comparti più fiorenti, in modo da rifinanziare la nostra società”, ha detto l’ad senza scendere nei dettagli. A questo punto, le tecnicalità che potrebbero far precipitare la Gibson nell’abisso – la maturazione di obbligazioni per 375 milioni di dollari e l’imminente scadenza di altri 145 milioni in prestiti concessi dalle banche – diventano dettagli da registrare nelle cronache e nulla più. Le regole auree della diversificazione del business e dell’espansione a tutti i costi evidentemente questa volta ha fallito. Probabilmente perché quando ci si trova alla guida di una leggenda sono altre le regole da rispettare. Juszkiewicz, quasi sicuramente, le ha imparate: c’è solo da augurarsi che non sia troppo tardi.

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Prostituzione, la legge Merlin compie 60 anni: il 20 febbraio 1958 venne approvata l’abolizione delle case chiuse

Tor, 20/02/2018 - 17:42

Era il 20 febbraio 1958, sessant’anni fa, quando venne approvata definitivamente la legge Merlin che aboliva le case chiuse. Ci vollero esattamente sette mesi per dare corso alla legge: il 20 settembre 1958, vennero chiuse 560 case di tolleranza in cui venivano ospitate circa 2.700 prostitute.

Non fu un iter semplice per il testo voluto dalla senatrice socialista Lina Merlin, una delle 21 ‘madri costituenti’, che contestualmente introduceva i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. La legge non venne approvata subito, la parlamentare impiegò dieci anni per farla passare dopo lunghe discussioni in Parlamento. A votarla, alla fine, fu un fronte trasversale composto da Democrazia Cristiana, Partito comunista, socialisti e repubblicani. Votarono contro invece monarchici, Msi, Pli e socialdemocratici.

A 60 anni di distanza, il tema delle case di tolleranza fa ancora parte del dibattito politico. La Lega propose una raccolta firme per abolire la legge. E in questa campagna elettorale è stato proprio il Carroccio a parlarne di nuovo con l’avvocatessa Giulia Bongiorno, candidata da Matteo Salvini. Quattro anni fa è stato il Pd a presentare un disegno di legge per regolare il fenomeno della prostituzione in strada, ma la proposta si è arenata.

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Siria, forze filo-Assad puntano ad Afrin. La Turchia bombarda i convogli

Tor, 20/02/2018 - 17:21

L’ora del redde rationem è scattata. La Turchia ha bombardato le aree vicino al valico di Ziyara, a sud-est di Afrin, nel nordovest della Siria, dove è in transito il convoglio di “forze popolari” filo-siriane partite da Aleppo e dirette verso l’enclave curda teatro dal 20 gennaio di una campagna militare lanciata da Ankara e dai ribelli alleati dell’Esercito libero siriano. Anadolu, agenzia di stampa di Ankara, riferisce che dopo i colpi di artiglieri turca i miliziani filo-Assad si sono ritirati a 10 chilometri di distanza.

“I gruppi terroristici pro regime che si sforzano di avanzare verso Afrin hanno indietreggiato di circa 10 chilolmetri rispetto alla città a causa di spari di avvertimento”, afferma Anadolu. La Turchia aveva messo in guardia Damasco da qualsiasi forma di sostegno alla Ypg, milizia curda alleata degli Stati Uniti ma che Ankara considera organizzazione terroristica.

Secondo diverse fonti, le milizie alleate di Damasco avrebbero iniziato a convergere verso la regione: “Gruppi di forze popolari siriane cominciano a entrare nella regione di Afrin nel Rif settentrionale di Aleppo”, riferisce la tv al-Manar degli Hezbollah libanesi, alleati delle forze di Bashar al-Assad. Lunedì i media ufficiali siriani avevano annunciato “l’arrivo nelle prossime ore delle forze popolari ad Afrin per sostenere la tenacia degli abitanti contro l’operazione di repressione lanciata il mese scorso dal regime turco”.

La notizia dell’ingresso delle milizie alleate di Damasco nella zona di Afrin viene riportata anche dagli attivisti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, citati dall’agenzia di stampa Dpa. Immagini diffuse dalla tv libanese al-Mayadeen mostrano mezzi con le bandiere siriane, con miliziani a bordo e carichi di armi, mentre entrano nell’area di Afrin. Nelle immagini i combattenti fanno il segno della vittoria.

In precedenza, riporta Anadolu, l’esercito di Ankara e le milizie locali sue alleate avevano preso il controllo di un collegamento stradale strategico tra Afrin e l’area di Azaz, già sotto il controllo delle forze filo-Ankara, assumendo di fatto il controllo di una nuova fascia di territorio al confine e bloccando una via di accesso diretto dei curdi dell’Ypg alla provincia frontaliera turca di Kilis. Oltre al villaggio strategico di Dayr Sawwan, da cui passa il collegamento stradale, secondo Anadolu sono stati strappati oggi ai curdi altri 8 villaggi.

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Elezioni 2018, Grasso incontra Corbyn a Londra. Al centro Stato sociale e disuguaglianze

Tor, 20/02/2018 - 17:21

Pietro Grasso ha incontrato a Londra Jeremy Corbyn, il segretario del partito laburista inglese. Un incontro “davvero importante e stimolante” per il leader di Liberi e Uguali, durante il quale si è parlato di “diseguaglianze“, “emergenza abitativa” e minacce delle “peggiori destre” che si fanno spazio nella società, come ha sintetizzato su Facebook. Ad accompagnare il post una foto dei due politici vicini. Corbyn è stato il modello a cui si è ispirato Pietro Grasso in questa campagna elettorale, a cominciare dallo slogan scelto per il suo partito: “Per i tanti, non per i pochi” è una ripresa di quello laburista “For the many, not the few. Non solo, anche la proposta di abolire le tasse universitarie è stata mutuata della sinistra inglese. E a pochi giorni dal voto del 4 marzo, questo incontro vale come un endorsement di Corbyn nei confronti di Grasso.

Corbyn, afferma Grasso, “sta raccogliendo grandi consensi tra i giovani in Gran Bretagna, perché ricorda a tutti quale sia la grande questione dei nostri tempi: le disuguaglianze che, ormai intollerabili, mettono a rischio le fondamenta della democrazia e permettono alle peggiori destre di farsi spazio nella società. Con lui condividiamo le idee necessarie per combatterle: più case, lavoro, salute, istruzione. L’Europa si ricostruisce su queste cose, sul rilancio di un nuovo Stato sociale che sia in grado di rispondere ai bisogni della gente”.

“C’è poi un tema, tra quelli affrontati nel nostro incontro, di cui in Italia nessuno parla: la casa – ha scritto ancora il leader di LeU -. Sono 50mila le persone senza casa e 700mila quelle che non riescono più a sostenere un mutuo. Dobbiamo affrontare l’emergenza abitativa senza aumentare il consumo di suolo. Possiamo farlo: basta rendere meno conveniente tenere sfitti gli immobili; riconvertire a uso abitativo parte del patrimonio demaniale come le caserme; creare un fondo per affittare – fissando un prezzo massimo – gli immobili in pegno alle banche e restituire dignità alle aree interne che si stanno spopolando”. “Possiamo e dobbiamo farcela: perché ogni persona ha diritto a un tetto dignitoso sopra la testa e lo Stato deve occuparsene”, ha concluso il presidente del Senato. Nel pomeriggio, Pietro Grasso incontrerà esponenti della comunità italiana nella capitale britannica.

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Festival di Berlino 2018, i registi gemelli romani dall’alberghiero al concorso: “Il nostro cinema non sarà mai comodo”

Tor, 20/02/2018 - 17:12

Arrivano dall’alberghiero (“con esperienze nel giardinaggio”) i gemelli romani Damiano e Fabio D’Innocenzo ma si esprimono con una consapevolezza da laurea umanistica in tasca. E neppure il fatto di essere stati selezionati alla Berlinale (concorso della sezione Panorama) con il loro esordio, La Terra dell’Abbastanza, li ha destabilizzati più di tanto. “La storia del nostro film arriva da esperienze che ci hanno formato, ma abbiamo tentato di ridurla a tematiche archetipiche senza troppe sovrastrutture. Riteniamo il cinema sia una materia per tutti, e che chiunque anche dei 28enni come noi possano affrontare temi ultimi, fondativi insomma”. Damiano e Fabio parlano all’unisono e ugualmente scrivono (hanno già una breve carriera di sceneggiatori alle spalle) e dirigono. Il loro film racconta la vicenda di due ragazzi della periferia romana appena maggiorenni – Mirko e Manolo interpretati con grande bravura rispettivamente da Matteo Olivetti e Andrea Carpenzano (un veterano in confronto agli altri essendo stato, fra le varie cose, il protagonista di Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni) – che si trovano loro malgrado coinvolti nella “mala” metropolitana a causa di un incidente notturno in cui travolgono un passante malcapitato.

Una storia criminale e famigliare a tinte fosche, forte e drammatica, nutrita di un racconto secco, scomodo e intriso di colpi di scena: insomma, una piacevole sorpresa nel panorama spesso mediocre di certa italica produzione. E, come si diceva, i due fratelli hanno le idee molto chiare rispetto al cinema che sono intenzionati a realizzare: “Non sarà mai comodo perché abbiamo un grande rispetto per il pubblico”. Si capisce che la settima arte è il loro pane quotidiano da tempo, amano uno stuolo di registi e autori diversissimi fra loro (Pasolini, Lynch, Cassavetes, Castellitto, Kitano, Alice Rohrwacher…) e si definiscono dei “groopie” di Matteo Garrone. “Ieri abbiamo incontrato qui Jonas Carpignano (in giuria dell’opera prima per la Berlinale, ndr) e ci ha abbracciati dicendoci che abbiamo fatto un film bellissimo. Poiché lo troviamo straordinario ci ha lusingati in maniera inesprimibile!” esclamano con sguardo candido. Ma sono “dipendenti” anche dalle altre arti, dal teatro alla fotografia. Dal punto di vista della “divisione dei compiti”, i gemelli D’Innocenzo non sono programmatici, lavorando con (troppa?!) unione d’intenti quasi fossero animati da un pensiero totalmente sovrapposto: stessi gusti, stessi pensieri, stesse idee creative e realizzative. Saranno forse questi misteri del procedere “da gemelli” – non sono gli unici nel panorama italiano, con i torinesi Gianluca e Massimiliano De Serio a precederli – ma solo il tempo mostrerà di cosa saranno capaci questi determinatissimi ragazzi. Pur godendosi “il momento” alla Berlinale, con già diversi apprezzamenti dalla critica, Damiano e Fabio già pensano al futuro: “Abbiamo già scritto due film, un western e una fiaba dark. Dobbiamo capire in che ordine farli”.

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