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Sei motivi per cui il nuovo algoritmo di Facebook ci danneggerà (tutti)

Pon, 15/01/2018 - 09:17

La notizia è che Facebook ci vuole bene, ha a cuore il nostro benessere e ha deciso quindi improvvisamente di dare priorità alle interazioni significative, come quelle tra parenti e amici: lo ha annunciato Mark Zuckerberg in un post del 12 gennaio scorso sul suo profilo Facebook, spiegando al mondo che anche se la gente sarà forse meno connessa al social, lo farà però in maniera certamente più ricca e significativa. Grazie a un algoritmo nuovo di zecca studiato a tavolino con ricercatori e studiosi. Molto meno visibili saranno invece le pagine delle aziende e dei brand, pubblicità brutta e cattiva che sporcherebbe il News Feed, proprio come gli articoli e i video di approfondimento, fruiti troppo passivamente e dunque secondari, sempre secondo le parole di Zuckerberg.

C’è chi ha interpretato la nuova svolta in modo positivo, come un segno della volontà di Facebook di tornare all’antico, al vecchio buon social dove gli amici si scambiano opinioni e foto di compleanni. C’è chi ha scritto che le aziende si devono adeguare al nuovo regime, perché comunque Facebook resta uno strumento formidabile per lavorare e dunque bisogna fare buon viso a cattivo gioco, nonostante tutto. Guru del web come Marco Montemagno hanno scritto che cioè che conta è saper comunicare, non la piattaforma su cui si comunica, che può cambiare o evolversi in direzioni inaspettate. Ma Montemagno – portavoce della filosofia ottimistica secondo cui i freelance di talento non hanno mai nulla da temere – parla di eccezioni, appunto, o di aziende o personaggi pubblici da milioni di seguaci, che certo possono migrare dove credono. Ma non di milioni di persone normali e poco famose che comunque hanno una piccola attività su Facebook che stanno cercando di far crescere con fatica e che rappresenta magari una delle poche strade a disposizione in un’economia in crisi e bloccata

Io la vedo in maniera radicalmente diversa.

Per sei motivi:

1.“Dare più spazio agli amici” e ridurre la visibilità delle pagine aziendali significa soprattutto una cosa: alzare la posta per le aziende, che dovranno sborsare molti più soldi, investendo ancora più denaro in sponsorizzazioni furiose. Letta in questo modo, l’afflato buonista appare molto più ipocrita e sarebbe stato molto più corretto annunciarlo con questo titolo: “Facebook, d’ora in poi le aziende dovranno pagare di più”.  Il nuovo algoritmo danneggerà milioni di piccole aziende e associazioni che ormai su Facebook lavorano, molte delle quali magari non saranno in grado di reggere il calo di visibilità improvviso. Chi darà loro voce? Chi le difenderà? Nessuno, con certezza, perché non c’è margine di discussione.

2. Ma poi, perché dare la priorità ai post degli amici aumenterebbe il nostro benessere e quello delle nostre comunità? Siamo davvero sicuri che la qualità della nostra vita sia data dal condividere e commentare post su gatti, cani, bambini, parti, compleanni, malattie e dintorni? E che la ricchezza di un post siano solo interazioni, cioè commenti, anche se fatti di cuoricini, sorrisi e auguri, tutti uguali? Le emozioni veicolate su Facebook sono spesso fini a se stesse. Ci sentiamo meno soli, certo, ridiamo o piangiamo per una foto, ma la vita è fatta anche di riflessione, critica, discussione su temi che riguardano il vivere comune, la qualità della nostra democrazia, e molto altro. Altrimenti si tratta solo una continua celebrazione del privato, in una bolla autoreferenziale che alla lunga ci rende persino stupidi, “privati”, appunto di altre dimensioni fondamentali per una vita davvero ricca e piena.

3. La decisione di puntare tutto sui profili privati non è inoltre priva di altre conseguenze. Se il faro si accende su di noi, ciò significa che saremo ancora più visibili, studiati, profilati in maniera dettagliata. Facebook saprà probabilmente ancora più di noi, e questa profilazione, appunto, è strategica ai fini della pubblicità. Altro che, di nuovo, i buoni sentimenti (pensate solo a quante app Facebook vende i nostri dati, sia pure con il nostro formale assenso).

4. Il quarto punto guarda noi, giornalisti e giornali. A differenza di quanto aveva detto tempo fa, annunciando la volontà di fare un accordo con i giornali per la diffusione delle news di qualità, ora Facebook annuncia che le notizie e gli approfondimenti saranno meno visibili, danneggiando non solo editori e giornali ma soprattutto stabilendo, in maniera paradossale, che la lettura silenziosa di un articolo ha un valore minore di un commento, magari su una torta di compleanno o un nuovo completino. Per Zuckerberg la lettura è fruizione passiva, punto e basta, e pazienza se magari ha generato idee, o contribuito a far cambiare idea, a beneficio della verità.

5. Se facciamo due più due, ecco che l’intenzione passata di combattere le fake news sembra essere completamente archiviata. Se infatti ciò che conta sono soprattutto le opinioni e gli scambi tra parenti e amici, a scapito di contenuti di approfondimento,  la fake news avranno via libera, perché la questione della verità di un contenuto non si pone minimamente. Ciò che interessa Facebook è solo l’interazione tra persone, indipendentemente da ciò che viene detto e sostenuto, al di là del controllo ottuso di parole chiavi vietate, senza neanche controllare il contesto in cui sono inserite, con esiti spesso assurdi e paradossali. È il fallimento della verità, dell’oggettività, della chiarezza e di sicuro non è un bene per le nostre democrazie.

6. Ma la cosa più grave di tutti riguarda il potere che Facebook ha ormai sulla nostre vite private ma anche, e forse soprattutto, lavorative. Si tratta di un’azienda grazie alla quale milioni di persone sviluppano la loro attività. Ora, non si può sostenere che essendo in casa altrui bisogna ringraziare qualunque cosa la casa ci passi. Il problema è gigantesco ed è ora che anche i governi se ne comincino ad occupare: può infatti una delle aziende più grandi del mondo cambiare le regole del gioco senza che si rifletta prima sulle conseguenze di tali cambiamenti, che magari mandano aziende, sempre più ricattabili, sul lastrico?

Ci vorrebbe, davvero, un “sindacato” dei fruitori del social più grande del mondo, perché la nostra vita, e non è una battuta, ormai è ben più concretamente minacciata dalla decisione di Facebook di cambiare i suoi algoritmi che dalla minaccia di una guerra tra Trump e la Corea del Nord. Possiamo continuare a far finta di niente? Possiamo accettare acriticamente quella che sembra sempre di più come una “social-dittatura”?

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Bahrain, dove le baby Olimpiadi servono a nascondere la repressione

Pon, 15/01/2018 - 09:11

Da che mondo è mondo, i governi s’ingegnano in ogni modo per mostrare al mondo un’immagine positiva, per oscurare le notizie dannose, per distrarre opinioni pubbliche interne e internazionali. Ricorrere agli eventi sportivi è sempre una buona strategia.

Nel giugno 2015 l’Azerbaigian aveva inventato e ospitato i primi Giochi olimpici europei. Ma il Bahrain è andato oltre: ad aprile ospiterà le prime “baby Olimpiadi”. Non è uno scherzo, basta leggere il comunicato ufficiale del Comitato olimpico nazionale. Le discipline saranno cinque: atletica leggera, ginnastica, calcio, pallacanestro e sollevamento pesi. A cimentarsi saranno bambine e bambini dai due ai quattro anni.

Intanto si avvia alla conclusione uno dei tanti processi contro Nabeel Rajab, già presidente del Centro per i diritti umani del Bahrain: rischia 15 anni di carcere per “diffusione di notizie false in tempo di guerra”, “offesa a pubblico ufficiale (il ministro dell’Interno) e “offesa a un paese straniero” (l’Arabia Saudita), per aver postato su Twitter una serie di commenti sulla guerra in Yemen (il Bahrain fa parte della coalizione guidata dall’Arabia Saudita che da quasi tre anni sta distruggendo il paese) e sulle torture praticate nella prigione di Jaw.

A Jaw, peraltro, Rajab è detenuto dopo che il 22 novembre 2017 la Corte d’appello ha confermato la sua condanna a due anni di carcere per “aver diffuso notizie e voci false allo scopo di screditare lo Stato attraverso interviste televisive” risalenti al 2015 e al 2016.

Arrestato il 13 giugno 2016, Rajab ha trascorso nove mesi in isolamento. Da aprile a ottobre del 2017 è stato ricoverato in una struttura ospedaliera gestita dal ministero dell’Interno per delle complicazioni sorte a seguito di un intervento chirurgico. Nei confronti di Rajab sono in corso altri due procedimenti.

Uno riguarda due articoli usciti a sua firma sul New York Times e su Le Monde, rispettivamente il 4 settembre e il 19 dicembre 2016, che hanno dato luogo a due distinte accuse: “diffusione di notizie false, dichiarazioni e voci maliziose per minare il prestigio dello stato” e “diffusione di notizie false, dichiarazioni e voci maliziose per minare il prestigio dei paesi fratelli del Consiglio di cooperazione del Golfo e mettere a rischio le relazioni con loro”.

Rajab deve poi rispondere di “incitamento all’odio verso lo Stato”, “incitamento a non rispettare la legge” e “diffusione di notizie false” per aver protestato su Twitter contro la ripresa, nel gennaio 2017, delle esecuzioni capitali e per un’immagine apparsa sul suo profilo Instagram in cui accanto alla foto del re del Bahrain viene citato il Corano per porgli la provocatoria domanda “Davvero credi che nessuno abbia potere sopra di lui?”.

Rajab aveva già scontato due anni di carcere, sempre a Jaw, dal maggio 2012 al maggio 2014 per “raduno illegale”, “disturbo alla quiete pubblica” e “invito a prendere parte a manifestazioni non autorizzate”. Infine, nell’aprile 2015 era stato condannato a sei mesi di carcere per due tweet, postati nel settembre 2014, giudicati offensivi nei confronti dei ministri dell’Interno e della Difesa. Era stato graziato dopo tre mesi per motivi di salute.

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Usa, Donald Trump si difende dopo il caso dei ‘Paesi cesso’: “Non sono razzista”

Pon, 15/01/2018 - 09:05

Si difende, dice di essere “la persona meno razzista che voi avete mai intervistato”. Donald Trump risponde alle accuse mosse nei suoi confronti negli scorsi giorni, quando sui giornali erano trapelate le frasi volgari rivolte nei confronti degli immigrati da Haiti, El Salvador e alcuni Paesi africani. “No, non sono un razzista”, ha detto il presidente degli Stati Uniti. Anzi, di più: “Sono la persona meno razzista che voi avete mai intervistato, ve lo posso assicurare”.

Secondo il retroscena del Washington Post, l’inquilino della Casa Bianca, nel corso di alcuni colloqui nello Studio Ovale, avrebbe usato l’espressione shithole countries, letteralmente “buco di culo di Paese” nei confronti di alcuni Stati, spiegando che da lì dovrebbe arrivare meno gente negli Usa. E avrebbe poi aggiunto che è molto meglio chi arriva dalla Norvegia. L’espressione aveva fatto infuriare l’Onu, che lo aveva etichettato come “razzista”, oltre al governo di Haiti e a diversi ambasciatori africani. Anche il rappresentante del governo americano a Panama, poche ore dopo, aveva rassegnato le dimissioni spiegando di non poter più lavorare con l’amministrazione Trump.

La ricostruzione dei media statunitensi è stata nuovamente smentita dal presidente: “Avete visto cosa hanno detto vari senatori presenti a quell’incontro?”, ha domandato ai giornalisti, riferendosi a due senatori che a differenza di altri hanno affermato di non aver sentito Trump pronunciare espressioni razziste. Un dietrofront dopo che la Casa Bianca non aveva smentito in un primo momento e solo Trump in persona, nelle ore successive alla bufera, aveva specificato di aver usato “parole dure” ma non quell’espressione, shithole countries, che aveva creato imbarazzato perfino alle tv americane.

Sulle tensioni con la Corea del Nord, il presidente Usa ha spiegato che la situazione è in evoluzione: “Vedremo che succede, abbiamo grossi colloqui in corso. Le Olimpiadi di cui sapete. Molte cose possono accadere”. Trump ha poi ribadito di essere stato frainteso per quanto riguarda le sue affermazioni, durante un’intervista, di aver buoni rapporti con il leader nordcoreano Kim Jong-Un.

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“In Italia con una laurea in scienze della comunicazione avevo poche chance, ma a Barcellona metto in pratica i miei studi”

Pon, 15/01/2018 - 08:32

“Una laurea in Scienze della comunicazione? E cosa pensi di farci?”. Nel suo percorso universitario lungo cinque anni e che si è concluso con un 110 e lode, Isotta Pieraccini si è sentita ripetere più volte questo ritornello. Eppure lei, forte di una scelta fatta con il cuore e con la testa, non si è mai fatta influenzare. E il tempo le sta dando ragione. Nata a Vernio, paesino in provincia di Prato, 28 anni fa, ha studiato tra Bologna e Firenze, ma subito dopo la specialistica ha comprato un biglietto aereo di sola andata: “Anche se avevo fatto il liceo linguistico mi sono resa conto di non conoscere a sufficienza l’inglese, così ho deciso di colmare questa lacuna – racconta -. Ho fatto le valigie e sono partita per Londra”. A quel tempo non aveva ancora un piano preciso, il primo obiettivo da raggiungere era imparare la lingua: “Lavoravo come cameriera 35 ore alla settimana e il resto del tempo lo dedicavo allo studio – ricorda -, frequentavo corsi con persone di altre nazioni, leggevo Hemingway, guardavo film”.

Come per tanti connazionali, anche per lei la capitale inglese è stata una washing machine: “Ho incontrato moltissime persone, tra cui tre ragazzi spagnoli che sono diventati presto miei amici”, spiega. Nell’estate del 2015 la invitano a passare qualche giorno da loro a Barcellona: “È stato un vero e proprio colpo di fulmine – ricorda -, sono passati due anni da quel giorno e non me ne sono mai andata”. La città catalana è diventata ben presto la sua nuova casa:Londra mi aveva un po’ stancato – ammette -, mi mancavano il clima e l’atmosfera che si respirano nei Paesi latini”.

Londra mi aveva un po’ stancato, mi mancavano il clima e l’atmosfera che si respirano nei Paesi latini

A Barcellona, però, bisognava ricominciare da capo: “Non avevo mai studiato lo spagnolo in vita mia, ma in sei mesi sono riuscita a impararlo – ricorda -, e intanto per mantenermi lavoravo come web writer freelancer per alcuni siti”. Una volta superato l’ostacolo comincia a lavorare come cameriera: “Un mio amico aveva appena aperto un ristorante e ho deciso di aiutarlo nella fase delicata dell’avviamento dell’attività”, spiega. Ma il pallino della comunicazione era sempre lì: “Ho amato profondamente gli studi che ho fatto e ci ho sempre messo impegno e passione – ricorda -, per questo a un certo punto ho capito che era arrivato il momento di mettersi in gioco e costruire la mia strada”.

L’estate scorsa inizia a guardarsi intorno e a mandare curriculum e presto arriva una bella notizia: “Un posto da assistente di marketing e comunicazione per un’impresa catalana che opera a livello internazionale – racconta -, sono qui da qualche mese e non potrei essere più contenta”. Da part-time l’impiego si è poi trasformato in un full-time: “Lavoro otto ore al giorno, ma con orari flessibili e ho la fortuna di essere circondata da un ottimo gruppo di colleghi”, sottolinea. E finalmente può mettere in pratica quanto studiato: “La reputazione intorno alla mia laurea non è delle migliori – ammette -, ma la verità è che la gente e la nostra classe politica non conoscono affatto il settore della comunicazione e non si rendono conto che è alla base del successo di qualsiasi impresa o movimento”. A oggi Isotta non ha dubbi sul suo futuro: “A Barcellona sono felice, ho trovato tutto quello che stavo cercando, mentre la situazione in Italia mi sembra sempre troppo nebulosa – conclude -, ora come ora a tornare non ci penso proprio”.

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Funerale a coppia gay, don Leonardi: “Non si nega più. Oggi anche il caso di Welby non credo si ripeterebbe”

Pon, 15/01/2018 - 08:30

“Se non facciamo più i funerali ai conviventi, ai divorziati risposati, agli omosessuali finirà che non li faremo più a nessuno”. Ne è convinto don Mauro Leonardi, firma di punta del quotidiano della Cei Avvenire e volto noto televisivo, in merito al funerale dei due fidanzati 21enni, Alex Ferrari e Luca Bortolaso. I due ragazzi di Arzignano, in provincia di Vicenza, sono morti a Capodanno a causa delle esalazioni di monossido di carbonio mentre erano in vacanza a Ferrara di Monte Baldo, nel veronese. “Il loro – hanno raccontato gli amici – era un amore invidiabile, contagioso”. Il parroco, don Roberto Castegnaro, d’accordo con il vescovo di Vicenza, monsignor Beniamino Pizziol, non ha avuto dubbi nel celebrare in chiesa insieme i funerali dei due ragazzi.

“La cosa fondamentale – ci tiene subito a precisare don Mauro Leonardi a ilfattoquotidiano.it – è che oggi come oggi non succede mai che dei sacerdoti neghino i funerali. Qualche anno fa c’è stato il caso clamoroso di Piergiorgio Welby e non so se si ripeterebbe oggi. Con l’esortazione di Papa Francesco sulla famiglia, Amoris laetitia, si pone la questione della comunione ai divorziati risposati, ma non si pone la questione dei funerali. Che facciamo? Non facciamo più funerali ai conviventi, ai divorziati risposati, agli omosessuali?”.

Per don Leonardi “ha fatto benissimo il parroco, don Roberto Castegnaro, d’accordo con il suo vescovo, a celebrare i funerali in chiesa. Sono stati i famigliari cristiani dei due ragazzi a chiedere le esequie religiose e celebrarle è stato un gesto di carità. I famigliari delle persone omosessuali sono il primo livello di rispetto che la Chiesa deve avere. E certamente deve rispettare anche le persone omosessuali. Mi è sembrato soltanto un intervento polemico quello di chi ha perfino tirato fuori il Codice di diritto canonico per dire che i funerali non andavano celebrati. Ma non si è mai sentita questa cosa. La notizia sarebbe sicuramente finita subito se alcuni catholically correct non avessero gridato allo scandalo improvvisandosi giudici di qualcosa che non conoscono e che non è di loro competenza”.

Il sacerdote non ha dubbi: “Qualsiasi cristiano è convinto che quando un parroco in comunione con il proprio vescovo prende una certa decisione pastorale sa quello che fa. In concreto ha gli elementi migliori per decidere e giudicare se celebrare o no dei funerali perché è sul posto, vive e condivide la vita della gente cui dona il proprio tempo e le proprie fatiche. È fin troppo chiaro invece il disegno dei leoni della tastiera che sentenziano contro i legittimi pastori contando like, copie vendute, voti potenziali alle prossime elezioni e passate televisive”.

Per don Mauro Leonardi, infatti, chi attacca il parroco che ha celebrato i funerali dei due fidanzati “ha lo stesso comportamento del re Erode. Cosa dice Gesù nel Vangelo? ‘Venite e vedete’. Erode, invece, dice: ‘Andate e informatemi’. Fa esattamente come fanno spesso le persone che governano: convoca una riunione di esperti. Il primo livello è quello di rispettare le decisioni delle persone che stanno sul posto che hanno tutti gli elementi per valutare, quindi in questo caso il parroco e il vescovo. Mai permettersi di giudicare da lontano. Stare sul territorio è importantissimo. È il concetto di Chiesa periferica tanto caro a Papa Francesco. Chi centralizza, infatti, chiama gli esperti. Chi sta sul territorio vede le cose concrete, non le ideologie astratte”.

Twitter: @FrancescoGrana

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Vittorio Emanuele III, le comunità ebraiche scrivono a Franceschini e presidi: “Via nome del re da scuole e biblioteche”

Pon, 15/01/2018 - 08:27

“Via il nome di Vittorio Emanuele III dalle scuole e dalle biblioteche a lui intitolate”. A lanciare questo appello rivolto al ministero dei Beni Culturali e ai dirigenti scolastici è Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. Il re, come noto, nel 1938 controfirmò le leggi razziali approvate dal regime fascista. E’ un’operazione non facile per i presidi che – pur condividendo il principio delle Comunità Ebraiche – sanno quanto sarebbe complicato cambiare nome alla scuola dal punto di vista burocratico e non solo. Tuttavia l’invito a Franceschini è chiaro: “Con sgomento – scrive Di Segni – abbiamo potuto constatare, con semplici ricerche, che in Italia esiste purtroppo ancora oggi un lungo elenco di scuole e di biblioteche pubbliche dedicate dagli italiani al re che li abbandonò al loro destino”.

Il caso più noto evidenziato dall’Ucei è la Biblioteca nazionale di Napoli, terza per importanza in Italia, che ha sede nel Palazzo Reale in piazza del Plebiscito. L’elenco delle scuole dedicate al sovrano è invece molto più lungo. “Va posto rimedio – scrive ancora la presidente su Pagine Ebraiche 24 – a tale scempio della memoria, riportando questi luoghi pubblici deputati al sapere e alla formazione, alla loro giusta vocazione”. Una presa di posizione che sarà rilanciata anche giovedì all’Auditorium Parco della musica di Roma quando sarà messo in scena Il processo: l’imputato sarà proprio re Vittorio Emanuele III di Savoia.

L’invito di Noemi Di Segni non ha lasciato indifferenti i presidi di diverse scuole italiane. “Il nome è quello che ci portiamo appresso – spiega Giovanni Marchese, il dirigente dell’istituto palermitano intitolato al re – Nessuno quando ti siedi al tavolo per parlare con altri interlocutori si ricorda chi è stato Vittorio Emanuele III”. Ma il cambio di nome, dice, sarebbe deleterio: “Qui resta poco della memoria di Vittorio Emanuele III, persino l’effige non c’è più. La migliore risposta a questo scempio della memoria è l’impegno per l’affermazione della legalità e dei valori che si oppongono alle leggi razziali. Non è il nome che porti a fare la scuola”. Marchese ricorda anche le difficoltà oggettive cui si andrebbe incontro: “Cambiare il nome di un istituto esige una serie di passaggi burocratici che necessitano anche di tempo. Non è una decisione che può prendere il preside in assoluta libertà”.

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Tasse universitarie, l’Italia terza più cara d’Europa. Poche borse di studio e nessun aiuto per affitto e bollette

Pon, 15/01/2018 - 08:26

In Italia non solo le tasse universitarie sono tra le più alte d’Europa, ma il nostro Paese non è neppure fra quelli che sostengono maggiormente l’istruzione dei giovani. Tra gli Stati dove l’università è economicamente più accessibile ci sono sicuramente Germania, Danimarca, Finlandia, Svezia, Scozia e Norvegia. Le rette più alte sono quelle della Gran Bretagna, anche se nel Regno Unito gli studenti possono iniziare a pagare dopo la laurea. La recente proposta del presidente del Senato e leader di Liberi e Uguali Pietro Grasso di abolire le tasse è stata criticata in primis dal Pd, ma anche dall’ex ministro Vincenzo Visco, secondo il quale in Italia “sono così basse che non è che abolendole succeda molto” e dal ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda che l’ha definita una misura “trumpiana” che sarebbe un “supporto fondamentale alla parte più ricca del Paese”, perché “oggi sono già esentati gli studenti con reddito basso”. Ma è davvero così? “La misura – ha spiegato intanto Grasso – costa 1,6 miliardi: avere un’università gratuita, come avviene già in Germania e tanti altri Paesi europei significa credere davvero sui giovani, non a parole ma con fatti concreti”. Da LeU, a difendere la proposta di Grasso, sono stati Nicola Fratoianni e Roberto Speranza. Ma rispetto agli altri Paesi europei, in Italia si paga davvero di più per frequentare l’università? Cosa succede altrove? Per avere un’idea del sostegno che si dà (o non si dà) agli studenti italiani e ai loro genitori, anche in confronto ad altre realtà, bisogna tenere presenti diversi fattori. Non solo i costi di iscrizione all’Università, ma anche il sistema di esenzioni e le borse di studio.

Le tasse universitarie in Italia – Secondo l’Ocse negli ultimi dieci anni le tasse universitarie sono aumentate in Italia del 60%, facendo piazzare il Paese al terzo posto della classifica dei più cari d’Europa, dopo Olanda e Regno Unito. D’altro canto, a fine anno, l’Unione degli Universitari ha denunciato nel dossier Dieci anni sulle nostre spalle che mentre in Italia le borse di studio sono poche e insufficienti a sostenere i costi da affrontare, la tassazione media che pesa sugli studenti universitari è aumentata di 473,58 euro negli ultimi due lustri. Una prima grande differenza con diversi Paesi è che in Italia le rette le pagano sia gli studenti europei sia quelli extracomunitari. Nell’università pubblica le rette partono dai circa 500 euro per arrivare a superare i duemila euro, a seconda del reddito Isee della famiglia e dell’ateneo. Si segue quindi un sistema progressivo con il quale, già oggi, chi ha un reddito basso non paga, mentre la retta aumenta in modo proporzionale al reddito.

La tassazione media che pesa sugli studenti universitari in Italia è aumentata di 473,58 euro negli ultimi due lustri

Chi ha pagato, chi pagherà – Nel 2016 sono stati quasi un milione e 700mila gli studenti che si sono iscritti a corsi di laurea, dottorati, master e specializzazioni, oltre un milione e mezzo solo ai corsi di laurea. E di questo milione e mezzo quelli esonerati totalmente dal pagamento delle tasse sono stati 176mila, mentre in 134mila hanno ottenuto uno ‘sconto’. Nell’ultima legge di Stabilità, però, il governo Gentiloni ha inserito il cosiddetto Student Act che esonera dal pagamento delle tasse tutti gli studenti le cui famiglie hanno un Isee inferiore a 13mila euro. Diverse università hanno aumentato il limite stabilito dal governo, non facendo pagare le tasse agli studenti con Isee inferiore a 15mila euro. L’Istat stima che questa novità ridurrà il costo delle tasse del 39,3%. Secondo un’analisi del Sole 24 Ore la decontribuzione per il 2017/2018 porterà a quasi 600mila gli studenti che non pagheranno tasse e a 500mila quelli che beneficiano dell’esenzione parziale. Questo significa che oggi un terzo degli studenti non paga le tasse universitarie e un terzo paga importi agevolati. A chi gioverebbe quindi l’abolizione? In Italia sborsano la retta intera gli studenti con alle spalle famiglie che presentano un reddito Isee superiore a 30mila euro. Quindi se è vero che quelle meno abbienti sono già esonerate, è anche vero che quelli che pagano non sono necessariamente ‘figli dei ricchi’ che, tra l’altro, frequentano sempre più spesso università private, anche straniere. La differenza potrebbero invece sentirla le famiglie che hanno un reddito medio e sul cui budget le rette universitarie influiscono eccome.

Il confronto con i Paesi europei – Ma per fare un confronto con gli altri Paesi è necessario considerare tutta una serie di agevolazioni che fanno sistema altrove e che da noi sono ancora una chimera. Si parte sì dalle tasse, per arrivare a borse di studio, sostegno per gli studenti che vivono da soli e ad altri tipi di agevolazione. Basti pensare che in Italia solo il 9-10% degli universitari percepisce una borsa di studio a fronte del 25% in Germania, 30% in Spagna e del 40% in Francia. Secondo un rapporto Eurydice per la Commissione europea i Paesi europei dove non esistono, o quasi, tasse universitarie sono Danimarca, Finlandia, Svezia, Norvegia, Scozia, Grecia, Malta e Cipro. In Germania e Austria sono state prima introdotte e poi abolite. In Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia gli studi sono gratuiti solo per gli europei: in Austria la tassa annuale per gli studenti che non provengono da un Paese dell’Ue va dai 600 ai 1.500 euro, in Danimarca dai 6mila a 16mila euro, mentre in Finlandia è stata di recente introdotta una tassa di 1.500 euro, ma solo per i corsi di laurea in inglese. Decisamente più alte, invece, le tasse in Italia e in Paesi come Spagna, Irlanda, Olanda, Portogallo e Svizzera. In diverse realtà, poi, c’è un legame tra le tasse universitarie e il merito: accade, ad esempio, in Spagna come in Austria, in Polonia come in Slovacchia.

In Danimarca gli studenti che vivono da soli, invece, possono ricevere fino a 804 euro al mese

Danimarca, Finlandia, Scozia e Germania tra i più virtuosi – Come ricordato da FQ Millennium Danimarca, Germania, Finlandia e Norvegia sono quattro Paesi accomunati da due fattori: non ci sono tasse universitarie ed esiste un ottimo sistema di erogazione delle borse di studio. Gli studenti a tempo pieno residenti in Danimarca ricevono un aiuto economico a cadenza settimanale o mensile per l’intera durata della loro carriera accademica. Per gli universitari che vivono a casa dei genitori il valore delle borse di studio va dai 124 euro (se il reddito familiare supera i 76.900 euro) ai 346 euro (se il reddito è pari o inferiore ai 45mila euro). Gli studenti che vivono da soli, invece, possono ricevere fino a 804 euro al mese. Il 38% degli studenti danesi utilizza poi i prestiti al 4% d’interesse: possono arrivare a 411 euro al mese e può beneficiarne anche chi già ha ottenuto una borsa di studio. In Finlandia, invece, tra prestito statale (3.600 euro) e borsa di studio ogni studente ha a disposizione ogni anno la somma massima di 11.260 euro. Nel caso in cui abbia un reddito inferiore agli 11.850 euro, lo Stato garantisce allo studente un aiuto per la copertura di parte delle spese di affitto: 201 euro al mese per 9 mesi. E anche in Finlandia funziona molto bene il sistema dei prestiti da parte del governo: 400 euro al mese, che si iniziano a restituire generalmente entro due anni dalla laurea. In Scozia, l’agenzia governativa Student Awards Agency for Scotland paga agli studenti europei l’intera retta universitaria a patto che gli esami vengano superati nei tempi previsti.

In Germania e Norvegia si pagano (scontati) solo i servizi – In Germania il sistema non è neppure paragonabile al nostro. Non esiste alcuna tassa, né per gli studenti europei, né per quelli che arrivano da altri Paesi extra Ue. L’iscrizione all’università è legata solo al pagamento di un abbonamento ai mezzi pubblici: si tratta di una somma tra i 100 e i 200 euro a semestre che copre i costi di trasporto. Ma c’è di più. Il programma di sostegno BAföG garantisce agli universitari under 30 un sussidio individuale che può arrivare fino a 735 euro al mese per un anno composto per il 50% di una borsa di studio erogata in base al merito (la cui entità va dai 300 ai 1.035 euro, dipende dal reddito e dalla situazione familiare) e per l’altra metà di un prestito garantito dallo Stato, che riguarda i costi non coperti dal BAföG. Si tratta di 300 euro mensili per un massimo di 7.200 euro in 2 anni, che vanno restituiti a partire dal 4° anno dopo la concessione in rate da 120 euro. A questo c’è da aggiungere che lo Stato interviene per assicurare l’alloggio a tutti i cittadini europei residenti in Germania sotto una certa soglia di reddito, che siano studenti o no. Anche in Norvegia gli studenti sono tenuti a pagare solo una somma modesta (fra i 30 e i 60 euro a semestre) che copre i costi di carta, assistenza sanitaria, trasporti gratuiti e garantisce diversi sconti per attività ed eventi culturali.

In Germania il programma di sostegno BAföG garantisce agli universitari under 30 un sussidio individuale che può arrivare fino a 735 euro al mese per un anno

Gran Bretagna: tasse alte, ma si paga dopo la laurea – In Scozia la triennale è gratuita e per la magistrale si arriva a 5mila euro l’anno. Nel resto del Regno Unito, invece, gli studenti devono sborsare fino agli 11mila euro l’anno per il conseguimento della triennale, ancora di più se si tratta di cittadini non europei. Le tasse sono state aumentate nel 2012, con la revisione del sistema di istruzione. Le tasse, però, possono essere pagate dopo la laurea, a patto che si rispettino i tempi previsti. C’è da dire che già nel 2016 l’organizzazione no profit Sutton Trust aveva segnalato un debito medio record di 44.500 sterline per i laureati inglesi del 2015. Non è un caso se di recente Jo Johnson, ministro dell’Università e della ricerca, ha annunciato che agli studenti saranno offerti corsi universitari di due anni, ad un costo ridotto rispetto a quello triennale. Molto alte le tasse anche in Olanda: gli studenti europei arrivano a pagare anche più di 2mila euro, mentre i non europei sborsano fino a 12mila euro. Relativamente alte anche le tasse spagnole: le triennali costano dai 700 ai 2mila euro all’anno, mentre per la magistrale si può arrivare fino a 4mila euro l’anno.

Francia, tasse basse pagate da tutti – In Francia le tasse le pagano tutti, ma rispetto ad altri Paesi dell’Ue sono piuttosto basse. La laurea magistrale costa 181 euro all’anno, un master 250 euro e un dottorato 380 euro. Fanno eccezione le università di medicina e i politecnici. Nelle prime si può arrivare a pagare 450 euro all’anno, nei prestigiosi politecnici 596 euro. Per i redditi più bassi le tasse di abbassano di circa 30 euro. Anche in Francia, però, lo Stato aiuta gli studenti studente con l’alloggio: si possono ricevere dai 115 ai 200 euro al mese.

Negli Stati Uniti milioni di famiglie indebitate – Dando uno sguardo al di fuori dei confini europei, è significativo quanto accade negli Stati Uniti. Come in Gran Bretagna, anche negli Usa iscriversi all’università rischia sempre più di essere un lusso. Sono 44 milioni gli americani titolari di prestiti contratti proprio per accedere agli atenei. Si tratta del 13% della popolazione. Le rette delle università pubbliche per l’anno accademico 2016-2017 ammontavano in media a circa 20mila dollari, il 2,6% in più rispetto all’anno precedente.

Negli Usa un anno all’università pubblica costa 20mila dollari

Nuova Zelanda, il paradiso – In Nuova Zelanda non solo lo Stato paga le tasse universitarie, ma non chiede neppure il rimborso. A garantire questo tipo di sostegno è lo Student Allowance, il programma del ministero dello Sviluppo sociale che prevede un finanziamento statale di 380 dollari a settimana a fondo perduto. Può farne domanda chi studia full time dai 18 ai 65 anni, ma anche chi ha tra i 16 e i 17 anni con un figlio a carico e un partner. Ma il governo della Nuova Zelanda mette a disposizione fondi anche per i giovani con figli a carico che vivono con i genitori o che non abitano con loro e non ricevono nessun aiuto economico. E per affitto e bollette c’è lo Youth Service: 50 dollari a settimana.

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Detroit 2018, Ford omaggia Steve McQueen con una versione speciale della Mustang: la “Bullitt” – FOTO

Pon, 15/01/2018 - 06:01

Per festeggiare il cinquantennale dell’uscita del film Bullitt, Ford ha portato al salone dell’auto di Detroit una serie “commemorativa” dell’evento, omaggiando una delle pellicole più belle di tutta la filmografia di Steve McQueen. Non di tratta ovviamente di una Highland GT 390 fastback verde, ma di un allestimento della versione attuale, che comunqe fa un certo effetto a vederla dal vivo. Una variante che verrà realizzata con tiratura limitata, spinta da un 5.0 V8 da 475 cavalli.

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In Edicola sul Fatto Quotidiano del 15 gennaio: Silvio B. può, Orietta Berti no

Pon, 15/01/2018 - 03:02
Monologo in casa Mediaset. È Silvio, mica Orietta Berti

Berlusconi a Domenica Live attacca i 5 Stelle e promette la flat tax. Nessuna voce dal Pd: la par condicio vale solo quando si canta?

di Ma mi faccia il piacere di

Il colpevole era il detective. “Se qualcuno, chiunque sia o comunque si chiami, ha utilizzato informazioni riservate per far questo (insider trading sul decreto di riforma delle banche popolari, ndr), io stesso chiederò un’indagine rigorosa alla Consob e ad altri, così che pagherà fino all’ultimo centesimo e all’ultimo giorno” (Matteo Renzi, segretario Pd e presidente […]

Politica industriale? Ilva, il senso di Calenda per Arcelor e Marcegaglia

Fino alla nomina del ministro (Maggio 2016) il governo stava con Jindal e Cdp, che avevano il piano migliore anche per la relazione tecnica: nel 2017 la svolta

di Beni culturali Le fake news di Franceschini. Al Pantheon 2000 visite l’ora

Il ministro Franceschini spara numeri “strabilianti” sulle presenze dei musei. Ma non reggono

di Vittorio Emiliani The City Manatthan e pregiudizio. Te la do io New York

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di Francesco Marocco Commenti Il Marmidone Non solo Monica Bellucci: l’arte di essere “les italiens” in Francia

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di Pietrangelo Buttafuoco Dal Vietnam all’Iraq L’abitudine alla postverità

La parola – Per l’Oxford Dictionary dal 2016 siamo entrati nell’era del “post-truth”, la persuasione che a contare non siano più i fatti ma la loro narrazione. Ma questa tradizione risale a molto tempo fa

di Mario Capanna Giustamente L’antica dolcezza del calcio, il miglior compagno di viaggio

L’idea che fosse un bel tipo me l’ero fatta subito. Ma che avesse dedicato una vita allo sport è venuto fuori chilometro dopo chilometro. Perché il signor Lorenzo Tibolla era stato mandato a farmi da generoso autista da Milano verso Bolzano. Frasi gentili, brevi racconti di sé, come tra due persone che non si sono […]

di Politica Portfolio Peones & Peonias: ma cosa c’hanno da ridere i centristi?

Fisiognomica dc – La ministra già berlusconiana Lorenzin vira sul renzismo, presenta il suo simbolo petaloso e si diverte un sacco con Casini e Galletti. Cesa e Fitto riscoprono l’antico Scudocrociato e Lupi si scompiscia dalle risa. Persino il solingo Parisi energetico-italiano è felice e resuscita Franco De Lorenzo

di fd’e L’intervista “Gentiloni ha sbagliato, Boschi andava allontanata”

Vannino Chiti – “Il 40% alle Europee valeva comunque meno voti di quelli presi da Veltroni nel 2008, ma nessuno ha osato muovere appunti”

di Il sondaggio Lombardia, avanti Fontana su Gori (ma Fontana chi?)

Il candidato di centrosinistra è molto più conosciuto del suo sfidante della Lega Nord, ma per le Regionali di marzo l’ex sindaco di Varese sembra già in vantaggio. Staccato Dario Violi (M5S)

di Carlo Berruti* Cronaca L’intervista “Baby banditi non solo per soldi. Vince la cultura della violenza”

Nicola Quatrano – Il magistrato analizza l’impennata di rapine e accoltellamenti da parte di giovanissimi: “Ma Gomorra non c’entra”

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Mercedes Classe G, a Detroit si rifà la storia del fuoristrada – FOTO

Pon, 15/01/2018 - 03:00

La nuova Classe G? “Non è altro che una Casse G perfezionata” secondo il gran capo di Daimler AG Dieter Zetsche che l’ha svelata al mondo in una preview del salone di Detroit, a cui ha partecipato pure l’attore/politico Arnold Schwarzenegger. E a pensarci bene, non sbaglia. Perché se un’auto rimane fedele a se stessa nella vocazione e nei lineamenti per quasi quarant’anni, tra varianti di carrozzeria ed allestimenti memorabili, come ad esempio la Papa-mobile che ha accompagnato Giovanni Paolo II nei suoi viaggi per il mondo, significa che per compiere la sua “missione” deve restare così com’è.

E la sua missione è fondamentalmente, dal 1979 ad oggi, spianare la strada. Questo si chiede ad un’icona del fuoristrada come lei, oltretutto la più longeva tra le vetture della Stella. Che al salone di Detroit, simbolo di un’America motoristica sempre più votata ai “truck”, si presenta per la prima volta con una nuova generazione, che come detto nelle sembianze non cambia più di tanto, con quelle inconfondibili linee squadrate e spigolose, ma nella tecnologia si. Una tecnologia fatta apposta per alzare l’asticella delle prestazioni.

“Per quanto riguarda la carrozzeria, abbiamo dedicato particolare attenzione all’aumento della rigidità della vettura nonché ai collegamenti tra sospensioni e catena cinematica con il telaio a longheroni e traverse”, ha spiegato Gunnar Güthenke, responsabile dei mezzi off-road di Mercedes-Benz. Non bisogna infatti mai dimenticare, come testimoniano pure i tre differenziali autobloccanti, i rapporti low range, e tutti i numeri relativi alle caratteristiche (altezza da terra, angoli di attacco e uscita, etc.) che questo rimane principalmente e squisitamente un mezzo fuoristrada.

Nondimeno, lo sforzo degli ingegneri tedeschi è stato quello di donare alla nuova Classe G più agilità e dinamismo (la cura dimagrante che le ha fatto perdere 170 kg ne è una prova) anche sull’asfalto senza intaccare le doti offroad. Bisognerà aspettare un test su strada (e fuori, naturalmente) per certificare l’andata a buon fine di questo lavoro, ma se i dettagli e il primo colpo d’occhio non mentono, c’è più di un indizio che sia proprio così.

Per sfruttare al meglio le caratteristiche del poderoso 4.0 V8 biturbo a benzina da 422 cavalli e 610 Nm di coppia della G500 (con cambio automatico a 9 rapporti) in ogni condizione, c’è poi un selettore che prevede 5 programmi di marcia: Comfort, Sport, Eco, Individual e naturalmente “G”, ovvero il più estremo di tutti. Quello che ti fa superare anche gli ostacoli più severi.

Il tutto nel comfort di un abitacolo, quello si, completamente ridisegnato e provvisto di tutto lo stato dell’arte della tecnologia. Con più spazio per bagagli e passeggeri. Apprezzeranno, questi ultimi, la nuova plancia e il mix di elementi digitali e analogici per i comandi, nonché firme “storiche” come i bocchettoni per la ventilazione di forma tonda che riprende i fari, accanto a soluzioni a prova di futuro come il touchpad nella consolle centrale.

Di Classe G, finora, ne sono state costruite oltre 300 mila. Quella nuova, come ci hanno spiegato qui a Detroit, arriverà in Italia nel mese di giugno a prezzi che non sono ancora stati comunicati. Ma possiamo dirvi che in Germania il suo listino partirà da 107 mila euro.

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Migranti, Gratteri contro Minniti: “Non è da Stato civile far costruire gabbie in Libia per bloccare le partenze”

Ned, 14/01/2018 - 20:46

A Nicola Gratteri l’accordo stretto dall’Italia con il governo di Tripoli per fermare i flussi migratori lungo la rotta del Mediterraneo centrale non va giù. E non usa mezzi termini per dirlo: “La strategia di Minniti non mi è piaciuta – ha detto il Procuratore capo di Catanzaro intervistato su La7 – perché non è da Stato civile e occidentale far costruire delle gabbie sulle coste della Libia per impedire che gli immigrati partano. Quello è un tappo”.

“Bisognerebbe andare in centro Africa, mandare i servizi segreti per capire chi organizza queste traversate nel deserto, e poi andare lì e costruire aziende agricole, ospedali, scuole e rendere il territorio vivibile”. “Poi, è ovvio che bisogna creare dei flussi regolamentati per la libera circolazione di tutti gli uomini del mondo”, ha aggiunto Gratteri sottolineando che “ogni sera sentiamo ai Tg che gli sbarchi sono diminuiti del 3, del 15, del 20%, ma mentre noi parliamo so che ci sono delle donne che vengono violentate o bambini che vengono bastonati a sangue e non sto tranquillo perché ne arrivano 2mila in meno”.

Parlando di contrasto alla mafia, Gratteri ritiene che “l’agenzia dei beni confiscati così è insufficiente: la sede unica deve essere a Palazzo Chigi affinché si interfacci con tutti i ministeri. Perché se io sequestro una ditta che produce bulloni deve essere Finmeccanica a comprare i bulloni da quella ditta. Finiamola con questi campanili che la sede deve stare a Palermo o in Calabria”, e la Commissione Antimafia “non ha la forza sul piano normativo di essere propositiva, è un’organismo debole anche se rappresenta tutto l’arco costituzionale”.

Sulla sua mancata nomina a ministro della giustizia nel governo Renzi, dice Gratteri di aver appreso che “è stato il Presidente della Repubblica (Giorgio Napolitano, ndr) che non ha voluto“, “forse perché sono un uomo troppo caratterizzato, mi è stato detto, ma non conosco i suggeritori del Presidente della Repubblica”.

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Elezioni Lazio, l’annuncio di Piero Grasso: “Liberi e Uguali sosterrà la candidatura di Nicola Zingaretti a governatore”

Ned, 14/01/2018 - 19:05

L’accordo nel Lazio tra Pd e LeU è a un passo. Dopo l’apertura degli scorsi giorni, la conferma è arrivata dopo l’incontro tra il leader di Liberi e Uguali, Piero Grasso, e il candidato dem Nicola Zingaretti. Ma l’intesa non piace a Civica Popolare, che critica la stretta di mano e chiede un “segnale di chiarezza” al Pd e agita lo spettro di uno strappo a livello nazionale. Il via libera all’appoggio al governatore uscente è stato annunciato da Grasso: “Ho portato all’attenzione del presidente Zingaretti le richieste emerse dall’assemblea dei delegati sul profilo politico e sui punti programmatici in tema di sanità, mobilità, ambiente, gestione dei rifiuti, lavoro – annuncia – Ci sono tutte le condizioni per costruire un’alleanza di sinistra, pertanto Liberi e Uguali sosterrà la sua candidatura alle elezioni regionali”.

La decisione di LeU, che invece in Lombardia ha preferito correre da sola che appoggiare Giorgio Gori, è accolta con piacere dal governatore uscente: “Sono molto contento per la scelta di Liberi e Uguali. Un importante fatto politico che arricchisce il profilo del nuovo centrosinistra regionale che stiamo costruendo – dice Zingaretti – L’annuncio di Pietro Grasso rafforza la credibilità di vittoria per il 4 marzo. Su temi del programma, sulla sanità, sui rifiuti, sul lavoro, sull’ambiente e la mobilità abbiamo trovato punti di incontro e condivisione importanti che saranno utili a cambiare ed essere più forti. In questi anni abbiamo ottenuto grandi risultati ora prepariamoci a 5 anni di svolta”.

Chi storce il naso davanti all’accordo Pd-Leu, è Lorenzo Dellai, presidente di Democrazia Solidale e tra i promotori di Civica Popolare, la lista centrista guidata dal ministro Beatrice Lorenzin, pronta ad appoggiare il Partito Democratico alle politiche del 4 marzo. A quanto apprende l’Adnkronos da fonti di Civica Popolare, potrebbe essere a rischio l’alleanza nazionale proprio a causa della svolta a sinistra nel programma della coalizione guidata da Zingaretti e precisi paletti verso le forze moderate chiesti da Grasso. Già in mattinata Dellai aveva mostrato perplessità: “Ciò che si sta prefigurando per la coalizione del centro sinistra in Lazio appare paradossale. Un soggetto politico – Civica Popolare – che già ha espresso il suo orientamento a costruire un’alleanza con il Pd per le elezioni nazionali, contro la destra e il populismo grillino ed in coerenza con il sostegno al governo Gentiloni, pare sia oggetto dichiarato di veto politico da parte di Liberi e Uguali. E non risulta che fino ad ora il candidato presidente Zingaretti abbia sollevato obiezioni al riguardo”.

Quindi l”avvertimento: “Avevamo già aderito alla proposta di allargare la coalizione, con grande responsabilità. Ma, a questo punto, sorgono per noi pesanti ed insuperabili questioni politiche, non solo riferite alla dignità della nostra proposta – dice – Più che un problema nostro, così stando le cose, appare un problema del Pd, dal quale ci attendiamo, in queste ore, un segnale di chiarezza, solo dopo il quale sarà per noi possibile assumere le nostre decisioni politiche in Lazio e non solo“.

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Carcere, botte a musulmano: condannato l’agente. Ma vittima non può stare vicino alla famiglia: lì lavora chi lo ha picchiato

Ned, 14/01/2018 - 18:48

Prima le provocazioni contro la religione islamica. Poi le botte. A subirle in carcere, nel 2010, un italo-brasiliano, all’epoca 25enne, convertito all’Islam e detenuto nel penitenziario di Asti. Per questi fatti la Corte di Cassazione ha condannato a un anno di reclusione per lesioni aggravate un agente della polizia penitenziaria ora in pensione. La condanna nei confronti di un suo collega coinvolto nei fatti era invece già definitiva nel 2016 perché quest’ultimo non ha fatto ricorso dopo la sentenza della Corte d’appello di Torino. Ne dà notizia l’Associazione Antigone per la tutela dei diritti dei detenuti, che adesso denuncia un altro aspetto: la vittima – tornata in cella – non può ottenere il trasferimento nel carcere più vicino alla sua famiglia, quello di Alessandria, perché il secondo poliziotto lavora lì. “È molto importante ora che il ministero della Giustizia assicuri protezione al detenuto e che sempre più nei programmi di formazione dello staff si parli anche di libertà religiosa”, commenta Patrizio Gonnella, presidente di Antigone.

L’episodio è avvenuto nel carcere di Asti dove, intorno al 2004, secondo gli atti dell’inchiesta, una squadra di agenti seminava il terrore. L’unico processo nei confronti di alcuni di loro per le violenze ai danni di due detenuti era finito nel nulla e soltanto a ottobre la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia a risarcire le vittime di quelle violenze qualificate come torture. Il fatto denunciato adesso da Antigone, invece, è avvenuto il 27 maggio 2010: il giovane detenuto con problemi di droga, diventato musulmano poco prima di finire in cella nel 2008, doveva essere accompagnato in infermeria dal “secondino”, che nel percorso inizia a rivolgergli domande provocatorie sulla sua barba e sulla sua religione. “Allora il brigadiere tormentatore di musulmani mi fa: ‘Il vostro Profeta puzzava e ci puzzava anche quella cazzo di barba’ – scriveva il detenuto al suo avvocato Guido Cardello in una lettera inviata sotto falso nome per evitare le censure – A quel punto io ho tirato un calcio alla scrivania perché qualunque musulmano non sarebbe stato zitto e fermo”.

L’agente gli intima di rimettere a posto il tavolo, il 25enne si rifiuta, il poliziotto gli dà un pugno e, mentre chiede all’altro agente di prendere le forbici per tagliargli la barba, lo trattiene per il collo: “Guarda, hai pure il trattamento dei tuoi fratellini di Abu Graib”, è la frase pronunciata dal primo poliziotto e citata nella lettera in cui il detenuto ricorda l’affronto subito e i calci al collo. Nella lettera, però, non segnala l’ulteriore maltrattamento subìto a cui i giudici non hanno creduto perché raccontato troppo tardi. I due agenti denunciati e altri due non identificati lo avrebbero imbavagliato e, dopo aver alzato il volume della radio per non fare sentire i rumori, gli avrebbero tolto i vestiti e coperto la testa con un sacchetto. Dopo avrebbero legato caviglie e polsi alle sbarre della finestra dell’infermeria e lo avrebbero fatto salire su un letto per poi togliergli l’appoggio e farlo penzolare in aria.

Il 5 dicembre 2014 il gup Giulio Corato ha condannato due agenti a 2 anni e 8 mesi il primo e due anni e due mesi il secondo per lesioni aggravate, violenza privata, ingiuria e vilipendio alla religione, dando credito soltanto al primo episodio. In secondo grado la Corte d’appello di Torino ha ridotto le pene a un anno di reclusione perché, nel frattempo, il reato di ingiuria era stato abrogato e l’accusa di violenza privata era stata ritenuta insussistente. Soltanto un agente ha fatto ricorso in Cassazione, che però ha respinto, mentre il collega non ha impugnato la sentenza della Corte d’appello, che è diventata definitiva. I due hanno risarcito la loro vittima con cinquemila euro. La vicenda potrebbe ritenersi chiusa, ma a luglio l’italo-brasiliano è tornato in cella e, non potendo essere rinchiuso ad Asti (riservato a chi ha condanne definitive), né ad Alessandria, dove lavora il secondo agente, è stato mandato a Cuneo. “Il mio cliente ha scritto al Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria chiedendo un trasferimento – spiega l’avvocato Cardello – Potrebbe andare nel carcere di Vercelli, più vicino alla famiglia, ma non gli è stato concesso”.

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Turchia, aereo esce di pista durante l’atterraggio e scivola sulla scogliere. Le immagini dall’alto

Ned, 14/01/2018 - 18:19

Un aereo della compagnia a basso costo turca Pegasus con 162 passeggeri a bordo è uscito di pista questa mattina nello scalo di Trebisonda, nel nordest della Turchia, scivolando lungo una scogliera a pochi metri dalla riva del Mar Nero: tutte le persone a bordo, equipaggio e passeggeri, sono state tratte in salvo. Il velivolo, un Boeing 737-800, proveniva da Ankara. Non si conoscono ancora le cause della sciagura. Il governatore locale, Yucel Yavuz, ha reso noto che è stata avviata un’indagine, riporta Sky News. L’aeroporto di Trebisonda è rimasto chiuso per diverse ore ed è adesso di nuovo operativo.

Le immagini sono state pubblicate da @AmichaiStein1 su Twitter

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Elezioni, Verdini e Renzi verso l’accordo. In cambio del sostegno, seggi sicuri per Ala. Barani: “Ho arretrati da incassare”

Ned, 14/01/2018 - 18:06

Dopo aver sostenuto il governo Renzi tradendo il proprio padrino politico, Denis Verdini sta lavorando per costruire un’alleanza con il Pd in vista delle elezioni del prossimo 4 marzo. La notizia è stata anticipata sabato al Corriere Fiorentino e a quanto risulta al ilfattoquotidiano.it la prossima settimana sarà decisiva per stabilire modi e tempi dell’intesa. I dem non parlano, gli uomini di Beatrice Lorenzin aprono, mentre sono critici i promotori della Lista Insieme. Gli uomini di Ala, questo è certo, sembrano crederci davvero.

“Arretrati da incassare”
Lucio Barani
, uno dei più vicini a Verdini, lancia un messaggio chiaro: “La storia dirà che i governi Renzi e Gentiloni e le loro riforme sono esistite solo grazie a noi e io ne sono stato un giocatore protagonista, sono stato da Pallone d’Oro – dice il senatore a Ilfatto.it – La storia dirà che abbiamo avuto ragione noi e non i nostri avversari Bersani, Grasso, Salvini e i comici. Io sono socialista e riformista dal 1970, i comunisti Bersani e D’Alema se ne sono andati finalmente e Renzi è venuto nella mia casa. Adesso ho degli arretrati da incassare come affitto”.

Liste nel proporzionale e seggi sicuri
La strategia sarebbe questa: il gruppo parlamentare, fondato da Denis Verdini nell’estate 2015, vorrebbe presentare delle liste in quota proporzionale con il Pd così da portare alla coalizione di centrosinistra un cospicuo pacchetto di voti soprattutto in alcune regioni – come la Campania, la Puglia e la Toscana – dove gli esponenti di Ala sperano di raccogliere un po’ di preferenze. Secondo quanto previsto dal Rosatellum, infatti, anche in caso di mancato superamento della soglia di sbarramento fissata al 3% i voti delle liste che hanno raggiunto l’un per cento non andrebbero persi ma verrebbero travasati nella lista maggiore della coalizione. In cambio Ala chiederebbe al Pd alcuni seggi sicuri nelle regioni rosse come la Toscana e l’Emilia Romagna sul modello che vedrebbe Pier Ferdinando Casini candidato a Bologna, o addirittura con una candidatura all’estero. Barani racchiude le discussioni di questi giorni in una metafora: “Sono un radiologo ho fatto la radiografia al partito cambiandone il nome (in riferimento all’accordo Ala-Pri, nda), ora tocca al medico leggere la lastra e decidere cosa farne. Se questo matrimonio s’ha da fare o no va chiesto a Manzoni o a Don Abbondio”.

La contropartita: Mazzoni a Prato
L’alleanza riguarderebbe soprattutto la Toscana, terra di origine degli esponenti più in vista di Ala, in primis lo stesso Verdini. Poi Barani, originario di Aulla, il fiorentino Massimo Parisi e l’ex direttore del Giornale della Toscana Riccardo Mazzoni. E secondo il Corriere Fiorentino il più indicato per ottenere un seggio nel collegio della sua Prato è proprio Mazzoni che però ha preferito non commentare. Durante il week end, sono stati intensi gli scambi telefonici tra gli esponenti dei due gruppi e una fonte vicina ad entrambe le parti in causa conferma al ilfattoquotidiano.it che il “dialogo continuerà anche nei prossimi giorni”. Lunedì intanto si riunirà la direzione Pd e in settimana anche quella di Ala. Solo allora tutto sarà più chiaro.

Toccafondi: “Se son rose, fioriranno”
La notizia ha creato qualche malumore tra i dirigenti del Partito Democratico. Per adesso, però, la linea condivisa è quella di non commentare: “Non ne so niente”, dicono i dirigenti dem. Critici, invece, i promotori della Lista Insieme: “Quando ci verrà chiesta un’opinione declineremo l’invito ad allearci con liste che si presenterebbero alle elezioni attraverso l’uso mascherato di simboli di partito. C’è bisogno invece di una visione comune sul futuro dell’Italia – dicono Angelo Bonelli, Riccardo Nencini e Giulio Santagata – Solo così la coalizione di centrosinistra potrà fondare un’intesa politica seria e rassicurante. Siamo in campo per tenere aperta una prospettiva di riorganizzazione del centrosinistra che certamente non contempla apparentamenti innaturali esclusivamente elettorali”. Più possibilista è il sottosegretario all’Istruzione Gabriele Toccafondi che ha aderito a Civica Popolare di Beatrice Lorenzin: “Ricordo a tutti che i governi Letta e Renzi sono stati sostenuti da forze politiche molto distanti tra loro – spiega al Ilfatto.it – adesso bisogna capire se queste forze vogliono continuare a correre insieme per continuare le riforme che abbiamo fatto negli cinque anni. Apriamo un tavolo fra tutte le forze della coalizione, compresa Ala, e discutiamone”. Poi conclude: “La gente in campagna elettorale non ti chiede con chi stai, ma cosa vuoi fare. E tra il Pd e Ala, se son rose fioriranno”.

Dal Nazaremo al referendum
Verdini e Matteo Renzi hanno un rapporto decennale. Fu proprio l’ex sherpa berlusconiano a presentare il giovanissimo presidente della Provincia all’ex cavaliere nel marzo 2005. Verdini nel gennaio 2014 è stato anche il garante del Patto del Nazareno, rotto solo un anno dopo con l’elezione al Quirinale di Sergio Mattarella. Dopo pochi mesi proprio l’ex macellaio di Fivizzano, coinvolto in diversi processi e recentemente condannato a 9 anni per bancarotta e truffa nell’ambito del crac del Credito fiorentino, decise di rompere con il proprio padrino politico e formare un gruppo parlamentare che facesse da stampella al governo e sostenesse il “Sì” al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Si sa com’è andata a finire, ma Verdini non molla e continua a vedere in Renzi la figura che può risollevare le sorti dell’Italia. Il sostegno però arriverà ad una sola condizione: una comoda poltrona in Parlamento.

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Migranti, Berlusconi oltre Salvini: “In Italia criminalità di 476mila immigrati che per mangiare devono delinquere”

Ned, 14/01/2018 - 18:01

Silvio Berlusconi va oltre Matteo Salvini e la Lega. Consapevole che la campagna elettorale si giocherà in gran parte sul tema dell’immigrazione, intervistato a Domenica Live il leader di Forza Italia compie un’operazione di stampo fortemente razzista che neanche il leader della Lega aveva mai tentato prima, basata su dati di cui non spiega la provenienza e della cui origine la conduttrice Barbara D’Urso non gli chiede conto.

A innescare il Cavaliere sull’argomento è la padrona di casa: “So che c’è un tema che ti (la conduttrice dà del tu all’ex premier, suo editore, ndr) sta particolarmente a cuore, quello della sicurezza”. L’aumento dell’insicurezza in Italia, risponde Berlusconi, è dovuto al fatto che si “è aggiunta criminalità di 476mila immigrati che per mangiare devono delinquere. La prima cosa che svaligiano in una casa è il frigorifero e ciò è causato dal modo con cui il nostro Paese non ha saputo rispondere all’immigrazione”.

Da dove prende Berlusconi il numero dei presunti criminali? In una prima ipotesi potrebbe averlo tratto da un lancio dell’agenzia Ansa del 23 novembre 2016, che riportava “dati dell’Agenzia Frontex, aggiornati al periodo gennaio-agosto 2016” e riferiti durante un convegno a Palermo “da Corrado Bonifazi dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le Politiche sociali Cnrsecondo cui “nel periodo 1997-2015” in Italia sarebbero arrivati “circa 475 mila richiedenti” asilo. Secondo un’altra ipotesi, l’ex premier potrebbe aver detto “466mila” e potrebbe aver fatto riferimento al dato contenuto nel Dossier immigrazione Idos/Unar del 2015, secondo il quale “nel 2014 il numero di disoccupati stranieri è di circa 466mila unità. In entrambi i casi dati non aggiornati e piegati da Berlusconi ai propri fini politici.

Ancora: “Nel 2010 l’immigrazione era di 4.400 persone in un anno – prosegue il leader di Forza Italia – l’anno scorso è sbarcato lo stesso numero di persone in un solo weekend”. Vero, ma Berlusconi era al governo anche l’anno successivo, quando soprattutto a causa delle Primavere arabe scoppiate nei Paesi del Nord Africa 62mila persone sbarcarono sulle nostre coste.

E di chi è la responsabilità di questa situazione? “Della sinistra, che ha firmato un accordo che prevede che tutti i migranti che arrivano nel nostro Paese rimangano qui”, afferma il Cavaliere riferendosi al trattato di Dublino. Le cose non stanno esattamente così: la Convenzione di Dublino venne firmato da 12 Stati membri della Comunità europea il 15 giugno 1990 con l’obiettivo di armonizzare le politiche in materia di asilo. La Convenzione venne poi sostituita dal Trattato di Dublino II, sottoscritto dagli Stati dell’Ue nel 2003  – per l’Italia proprio dal governo Berlusconi – poi modificato nel 2013 e rinominato Dublino III, firmato per l’Italia dal governo Letta.

Giocando in casa e senza domande degne di questo nome da parte della conduttrice, Berlusconi parla a ruota libera. E mette nel mirino quelli che secondo i sondaggi sono gli avversari più pericolosi alle politiche del 4 marzo: “Sono ancora qui a combattere perché c’è bisogno di me – spiega, riferendosi al Movimento 5 Stelle – oggi si è verificato un caso che ricorda quello del 1994 da vicino. Oggi c’è in campo formazione populista, ribellista, pauperista, quasi più pericolosa dei post comunisti del 1994. E’ quasi una setta che prende ordini da un vecchio comico e dal figlio di uno sconosciuto di un socio defunto, cambiano parere da mattina a sera, capaci di seguire qualsiasi idea. Porterebbero Italia verso il vero disastro e al governo i peggiori rappresentanti della magistratura militante”.

Il padrone dell’azienda decide quindi di lasciare lo studio con una “frase shock“: “In questa situazione non andare a votare sia come suicidarsi”. “Questa volta – aggiunge – dall’altra parte c’è qualcuno di più pericoloso della sinistra. Ci sono questi signori che pensano di non andare a votare ma se a causa della loro assenza dalle urne vincessero” i 5s “si troverebbero tasse altissime. E’ nel loro preciso interesse, per non dare l’Italia non solo a chi non è preparato ma che porta invidia e odio verso chi è ricco”.

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Val Susa, No border in marcia sulla neve: “Migranti rischiano la vita qui sulle montagne, ospitalità è nostro dovere”

Ned, 14/01/2018 - 17:44

Attivisti no borders italiani e francesi insieme, circa mille persone domenica 14 gennaio hanno marciato sulla neve, attraversando il confine italo-francese di Claviere. Un corteo che ha percorso la stessa strada dei migranti, organizzato per protestare contro la militarizzazione delle frontiere. Quella alpina, nonostante il gelo e il rischio di morire assiderati, è una rotta sempre più battuta da coloro che cercano di arrivare in Francia, soprattutto dopo la chiusura dei confini a Ventimiglia. “I migranti continuano ad arrivare rischiando la loro vita sulle montagne – raccontano gli attivisti della rete solidale Briser la frontier – e questo è il risultato delle politiche di chiusura delle frontiere a Ventimiglia e negli altri confini”

 

 

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Oprah Winfrey candidata alla presidenza, il post critico di Seal in cui è ritratta con l’orco Weinstein

Ned, 14/01/2018 - 17:10

“Quando hai fatto parte del problema per decenni, ma all’improvviso tutti pensano che tu sia la soluzione”. Non ci ha pensato due volte il cantante Seal a criticare la quasi candidata alla presidenza Usa, Oprah Winfrey. È bastato un banalissimo meme, foto più frase ad effetto, a scatenare l’indignazione del musicista britannico. Due scatti in cui la Winfrey si fa baciare sulla guancia dal produttore orco Weinstein e un’altra dove gli sorride complice e tra loro siede una giovane attrice sono bastati per la pubblicazione del meme sul profilo Instagram dell’autore di Kiss from a Rose e Crazy. Meme a cui Seal, di suo pugno, aggiunge una sorta di commento/monologo sarcastico della Winfrey caduta dalle nuvole sul caso Weinstein (“è vero, avevo sentito delle voci ma non avevo idea”).

Infine, l’hashtag maligno sull’ipocrisia del bel mondo hollywoodiano: #SanctimoniousHollywood (Bigotta Hollywood, ndr). Insomma, Washington abbiamo un problema. Altro che candidato presidenziale (democratico) rivoluzionario. La Winfrey, fresca oratrice del discorso più acclamato della storia dei Golden Globe, è parte del problema scatenatosi oramai tre mesi fa contro il produttore/distributore della Miramax prima, e The Weinstein Company dopo, Harvey Weinstein.

Nonostante la pubblicazione social nero su bianco, qualche ora dopo Seal ha ritrattato almeno in parte il severo j’accuse, con un videomessaggio dal suo profilo Facebook. “Ciò che ho ripreso non è stato affatto un attacco a Oprah”, ha affermato Seal. “Lei era soltanto una persona in generale che appariva nella foto con il ‘maiale’. Quello che invece ho voluto riprendere era il commento che riguardava l’ipocrisia e la doppia natura del comportamento di Hollywood”.

Poi ha continuato usando il “noi” per spiegare che sostiene il movimento #MeToo, e dicendo che nonostante la pubblicità intorno al movimento #MeToo, sa di tante vittime di violenza sessuale che non hanno ancora ricevuto un adeguato sostegno e soprattutto giustizia: “Per quelli di noi che sostengono il movimento Me Too, sappiate solo questo: nessuna delle donne che sono state vittime di abusi sessuali, nessuna delle donne che si sono fatte avanti ha ricevuto alcuna vera giustizia”. Insomma, la classica toppa che sembra peggio del buco. Con una coda finale: secondo Seal è stata Fox News ad interpretare male il suo post su Instagram rendendolo antiOprah.

Oh I forgot, that’s right…..you’d heard the rumours but you had no idea he was actually serially assaulting young stary-eyed actresses who in turn had no idea what they were getting into. My bad. #SanctimoniousHollywood

Un post condiviso da SEAL (@seal) in data: Gen 10, 2018 at 2:05 PST

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Veneto Banca, il pm De Bortoli ha presentato richiesta di stato di insolvenza

Ned, 14/01/2018 - 17:08

Veneto Banca, uno dei due istituti veneti che hanno dilapidato i risparmi di decine di migliaia di persone, si avvia verso il fallimento. Il pubblico ministero Massimo De Bortoli ha infatti presentato la richiesta di stato di insolvenza, che dovrà ora essere esaminata dal Tribunale di Treviso. Si tratta di un passaggio importante di una vicenda che, sul piano giudiziario, è divisa tra Roma e il capoluogo della Marca, visto che la sede della banca era a Montebelluna. Con un eventuale fallimento si apre la prospettiva di un’inchiesta per bancarotta fraudolenta oltre a quella per truffa aggravata.

A decidere sullo stato di insolvenza sarà il Tribunale, dopo aver sentito anche il parere dei liquidatori della banca e i funzionari della Banca d’Italia. Secondo la Procura, la dimostrazione dell’insolvenza sarebbe costituita dall’incapacità di Veneto Banca di pagare il 21 giugno 2017 il bond relativo alle obbligazioni subordinate che era stato emesso nel 2007. Il rimborso, pari a 150 milioni di euro, fu infatti sospeso dal governo. Quattro giorni dopo, il 25 giugno, la banca veniva messa in liquidazione. Secondo la Procura l’insolvenza deve essere verificata proprio nel momento della messa in liquidazione. E a quella data Veneto Banca non aveva soldi per far fronte ai propri impegni nei confronti dei risparmiatori.

Al momento il fascicolo penale trevigiano fa riferimento alla truffa, mentre a Roma è in corso l’udienza preliminare contro i vertici dell’istituto di credito per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. Il pm De Bortoli lavora praticamente a tempo pieno al caso, visto che nella cancelleria sono state finora depositate 2.500 denunce per truffa. Fino a tre giorni fa erano 2.066, poi ne sono arrivate da Roma, contemporaneamente, altre 400. Ma il flusso non si arresta e numerose altre Procure italiane stanno provvedendo all’invio di analoghi atti. E’ quindi una cifra provvisoria. Nell’udienza di Roma, per esempio, le richieste di costituzione di parte civile sono state quattromila.

L’ipotesi di truffa aggravata è procedibile d’ufficio e quindi al momento non vi sono rischi di prescrizione. Si tratta di un’inchiesta molto complicata. Il danno è stato finora quantificato dalla Procura in oltre 200 milioni di euro. Non ci sono indagati a Treviso, visto che il fascicolo è al momento contro ignoti. Ogni denuncia indica, però, i funzionari o gli impiegati di banca con cui un cliente ha avuto rapporti e da cui sono venuti gli inviti ad investire acquistando i titoli, il cui valore è poi miseramente crollato allo zero.

L’inchiesta dovrà quindi ricostruire il ruolo che avevano, nella pianificazione delle offerte di titoli e soprattutto delle modalità di incentivazione, i vertici di Veneto Banca, i direttori, i capi area e i direttori di filiale. E’ in arrivo un maxi capo d’imputazione con decine di indagati? Il pm De Bortoli, intervistato dalla “Tribuna di Treviso”, ha invitato alla prudenza. “E’ difficile dimostrare che i dipendenti fossero a conoscenza delle reali condizioni finanziarie della banca, anche perché molti di loro hanno acquistato le azioni dell’istituto perdendo di conseguenza il denaro investito. La truffa, per essere contestata, presuppone che chi ha venduto le azioni fosse consapevole che il titolo aveva un valore effettivo inferiore”.

Le prime querele dei privati per truffa risalgono al 2015, ma l’inchiesta trevigiana è cominciata solo nel 2017 quando la Procura di Roma se ne è spogliata, tenendo per sé solo la parte che riguarda l’aggiotaggio e l’ostacolo alla vigilanza. A carico dei vertici bancari si profilano i reati di falso in bilancio, falso in prospetto e falso nelle relazioni delle società di revisione. I fascicoli sono tutti in carico al pm De Bortoli che si avvale della collaborazione di un pool di finanzieri e del Nucleo di polizia tributaria di Treviso.

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Genova, la denuncia degli antifascisti: “Aggrediti da una trentina di militanti di Casapound con coltelli e bottiglie”

Ned, 14/01/2018 - 16:49

Una trentina di militanti di Casapound hanno aggredito un gruppo di antifascisti a Genova con bottiglie, cinture e coltelli. Gli attivisti di sinistra, venerdì notte, stavano attaccando manifesti contro il movimento di estrema destra che da due giorni è impegnato a raccogliere le firme, in vista delle elezioni, nella sede di via Montevideo. La denuncia è arrivata dagli antifascisti in un comunicato stampa con una foto che mostra una ferita sulla schiena di un ragazzo del gruppo.

Secondo quanto appreso, mentre gli antifascisti attaccavano i manifesti, i militanti di Casapound sarebbero usciti dalla sede urlando e correndo: “Brandivano bottiglie, cinture e coltelli – si legge nella nota sulla pagina Genova antifascista – Nel breve scontro un compagno è stato circondato e colpito due volte: il coltello ha causato una ferita alla schiena”. Sull’episodio indaga la Digos, che al momento non conferma la ricostruzione degli antifascisti, ma sta analizzando le telecamere dell’area.

Nel frattempo solidarietà è stata espressa dell’Anpi di Genova: “Questo atto vigliacco accresce il livello di preoccupazione per una serie di episodi accaduti nella nostra città con protagonisti gruppi neofascisti”. L’Anpi esorta “le autorità competenti a vietare nelle competizioni elettorali la presentazione di liste direttamente o indirettamente legate a organizzazioni che si richiamino al fascismo o al nazismo“. La Cgil parla di “escalation di questi gruppi criminali” e spiega che “i casi in città cominciano a essere troppi e non possono più essere catalogati come episodi isolati”.

Sull’episodio sono intervenuti anche Pd e Mdp. Il gruppo consiliare in Comune e in Regione Liguria esprime “solidarietà all’antifascista ferito e profonda preoccupazione per l’episodio e ci auguriamo che venga fatta chiarezza quanto prima”. È evidente, aggiungono i consiglieri, “che è ormai radicata una sorta di licenza alla violenza e alla recrudescenza di atteggiamenti e manifestazioni ispirate al fascismo”.

Di “esclation di azioni” che “passa ora alle squadracce dei fascisti e alle coltellate” parla il coordinamento genovese di Articolo Uno-Mdp chiedendo “alle istituzioni locali in primo luogo, al governatore Toti e al sindaco Bucci, di uscire dall’ambiguità e di condannare senza appello i gruppi neofascisti” e l’approvazione martedì prossimo in Consiglio comunale della mozione che chiede che non vengano dati spazi pubblici a organizzazioni che si richiamino al fascismo, come avviene già in città come Torino e Milano.

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