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Milano, si è costituito l’assassino del senegalese a Corsico. Arrestata anche la fidanzata: aveva nascosto la pistola

14 ur 43 min ago

Un uomo, italiano, è stato fermato durante la notte per l’omicidio del senegalese Assan Diallo ucciso sabato sera a colpi di pistola a Corsico, nell’hinterland milanese. Fabrizio Butà, 47 anni, di origini calabresi ha confessato davanti al pm Christian Barilli.

Butà si è presentato spontaneamente ai carabinieri nella tarda serata di ieri e ha raccontato che, all’origine del delitto, vi sarebbero state ripetute molestie da parte del senegalese alla sua fidanzata. I due si sarebbero dati appuntamento sabato sera per risolvere la questione e, in un giardinetto di via delle Querce, a Corsico, Butà ha sparato almeno dieci colpi, dei quali sei in faccia all’immigrato. L’uomo ha precedenti anche per un omicidio del 1998.

La sua compagna, di 36 anni, è stata arrestata per favoreggiamento personale (non è escluso che fosse presente al momento dell’esecuzione del senegalese), detenzione di arma illegale e possesso di stupefacenti. È nel suo garage in via Curiel, infatti, a poca distanza dai giardini dove è avvenuto l’omicidio, che è stata trovata l’arma del delitto. Si tratta di una pistola calibro 9 per 21 con la matricola abrasa. La donna aveva in casa anche della droga.

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Scuola, i supplenti senza stipendio da febbraio. Cisl: “Intervenga il governo”

14 ur 54 min ago

Cinque mesi senza stipendio e ora non avranno diritto nemmeno a presentare la domanda per l’indennità di disoccupazione. È la via crucis di centinaia di docenti-supplenti che dal mese di febbraio non ricevono un centesimo di euro dallo Stato, in particolare gli insegnanti che durante l’anno sostituiscono i colleghi in malattia o hanno contratti a “termine” che durano settimane o mesi per i più fortunati. Per loro avere uno stipendio è diventato un calvario e ora oltre il danno arriva la beffa: terminata l’attività didattica avrebbero diritto a fare la domanda Naspi per avere la disoccupazione ma non avendo le buste paga non possono avviare la procedura dal momento che l’indennità spettante viene calcolata sulle ultime mensilità.

A denunciare la questione è la Cisl Scuola che in queste ore sta ricevendo numerose segnalazioni da maestri e professori: “Le scuole – spiega Rita Frigerio della segreteria nazionale – hanno fatto tutto quello che è di loro competenza rispetto all’inserimento dei contratti. Il sistema informatico di NoiPa dedicato ai cedolini degli insegnanti riporta la dicitura “contratto autorizzato dalla scuola” ma il “cervellone” informatico si ferma lì. Gli insegnanti chiamano gli uffici locali del ministero del Tesoro ma la risposta è sempre quella: dicono che si tratta di un problema informatico e non risulta disposto il pagamento”.

Inutile rivolgersi al ministero dell’Istruzione: “Anche negli uffici di viale Trastevere – spiega Frigerio – allargano le braccia. Nemmeno noi del sindacato riusciamo ad individuare un dirigente, un direttore di “NoiPa” con cui prendersela”. Una trappola burocratica che crea misteriose anomalie dal momento che in una scuola a fronte delle medesime procedure avviate dalle segreterie vi è chi è riuscito a percepire lo stipendio e chi è rimasto senza.

Si tratta di un problema che coinvolge centinaia di persone da Nord a Sud che ora rischiano di non ottenere nemmeno la disoccupazione: “È una macchina infernale: dal momento che non hanno un cedolino non possono andare dal giudice a chiedere un’ingiunzione di pagamento. In teoria il datore di lavoro più diretto del docente è il dirigente scolastico perciò dovremmo chiamare in causa lui che non ha colpe ma rischia di dover gestire un contenzioso. Non ci resta che appellarci al Governo: intervenga il premier Giuseppe Conte che si è definito l’avvocato del popolo”, dice la rappresentate della segreteria nazionale della Cisl.

Il sindacato è seriamente preoccupato per questa situazione: “Sappiamo di persone che non avendo ancora percepito un centesimo di euro sono in difficoltà nel pagare affitti o altro. Non è ammissibile che la mancata correzione di malfunzionamenti si scarichi in modo diretto e così pesante sulla vita delle persone. Né si può accettare che l’unica soluzione, per chi è danneggiato, sia rivolgersi ad un avvocato per far valere un proprio elementare diritto nei confronti di uno Stato che si dimostra un pessimo datore di lavoro”.

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Roma, nel Def approvato da Gentiloni 3,2 miliardi per far ripartire la città. Il Campidoglio vuole gestirli direttamente

14 ur 57 min ago

Roma vuole competenze, non soldi”. Così Virginia Raggi ripete da settimane. Anzi, da mesi, da quando al ministero dello Sviluppo Economico c’era Carlo Calenda, che non ha mai mancato di inviare frecciate velenose alla presunta “inesperienza” della prima cittadina capitolina. Roma vuole “competenze” anche perché i soldi per la Capitale, 3,2 miliardi di euro, a quanto pare ci sono già. Sono “nascosti nel Def”, il Documento di programmazione Economica e Finanziaria approvato il 26 aprile scorso dall’ultra prorogato governo Gentiloni. Lo riporta Il Sole 24 Ore, in un’inchiesta di prima pagina in cui si snocciolano le 18 voci di spesa previste per far ripartire la città di Roma – indipendentemente dall’ente che dovrà gestire il denaro – almeno dal punto di vista infrastrutturale. “Il prossimo governo prosegua il lavoro fatto”, esortava pubblicamente l’ex premier un minuto dopo il varo del suo Def “senza impegno”. Già, perché il percorso ora è tracciato, le coperture ci sono e il dossier di Virginia Raggi può cambiare nome da “Fabbrica Roma” a un più concreto “Facciamo le cose”. “La sindaca e il ministro si vedranno a breve. L’incontro non è in calendario ma i contatti sono costanti”, assicurano dal Campidoglio a ilfattoquotidiano.it.

DALL’AEROPORTO ALLA METRO C – La prima cosa che dovrà fare il nuovo governo – e il nuovo titolare del Mise, Luigi Di Maio – è capire se confermare le voci di spesa e in che modo. Anche perché l’esecutivo a trazione Pd ha puntato tantissimo sulle grandi opere. Fra le voci principali, scrive Il Sole, ci sono “la prosecuzione della metro C (792 milioni disponibili su 1.136), la terza pista di Fiumicino, interventi su Gra e Roma-Fiumicino (78 milioni su 170), il rilancio del nodo Fs di Tiburtina (323 milioni), i 45 chilometri di piste ciclabili del Grab (150 milioni), oltre un miliardo per materiale rotabile, upgrade tecnologico e potenziamento infrastrutturale del ‘ferro’ romano. Non sembra esserci traccia, invece, dei soldi “promessi” durante il tavolo con Calenda – interrotto bruscamente – per lo sportello unico grandi imprese, la videosorveglianza, il polo biomedico e il fondo centrale di garanzia dedicata alle iniziative imprenditoriali a Roma. Insomma, progetti forse meno altisonanti ma che stavano a cuore non poco alla sindaca.

IL TEMA DELLE COMPETENZE – Ma eccoci al vero punto. “Roma non è più ladrona”, ripeteva fino a qualche giorno fa Virginia Raggi, almeno finché la Procura non scoperchiasse lo scandalo tangenti (anzi, “utilità”) sullo Stadio di Tor di Valle. In fondo, nonostante il presunto doppio gioco di mr. Wolf Lanzalone, da Palazzo Senatorio ci tengono a dire che la Capitale non brucia più i soldi suoi e degli italiani e che nel 2017 ha diminuito di 200 milioni il debito chilometrico, inversione di tendenza minima ma “storica”. E allora, se quei fondi ci sono, la sindaca vuole che possano essere gestiti dalla Giunta stessa, senza attendere i pagamenti Cipe, i passaggi in Regione e le vicende burocratiche con tutti gli intoppi del caso. Esempio lampante la questione sui rifiuti, sulla quale Raggi e Zingaretti continuano ad azzuffarsi su chi spetti sbloccare il piano e indicare il sito per l’eventuale discarica o inceneritore. Per fare in modo che Roma arrivi ad autodeterminarsi, il nuovo governo dovrebbe approvare i decreti attuativi che renderebbero pienamente operativa la legge 42/2009 su Roma Capitale, facendo così diventare la Città Metropolitana capitolina qualcosa di molto vicino alla municipalità di Parigi – per i prossimi 12 anni la metropoli francese potrà gestire qualcosa come 108 miliardi nell’ambito del progetto per la ‘Grande Paris’ – La ciliegina sulla torta, a quel punto, sarebbe ottemperare alla richiesta formulata più volte da Virginia Raggi: nominare la sindaca commissario per il debito.

STRADE E TRASPORTI, LE GRANDI PARTITE DEL “CANTIERE ROMA” – Il cambio di vedute sulle grandi opere avvenuto in questi due anni è palpabile. Le dichiarazioni della sindaca non vanno nella direzione di interrompere la realizzazione di infrastrutture come metro C e anello ferroviario, tutt’altro. Ma l’obiettivo più grande è risolvere i problemi annosi di Roma, sui quali sono inciampate le ultime due amministrazioni: buche e Atac. In entrambi i casi, in passato ci sono stati episodi di corruzione e malaffare che hanno contaminato i servizi, come dimostrano i processi in corso. Ma se “oggi non si ruba più”, il Campidoglio pretende fiducia: fondi per rimettere a posto le strade di Roma – troppo pochi i 70 milioni l’anno messi dalle casse romane – e un rilancio della municipalizzata Atac, indipendentemente da come finirà la vicenda del concordato preventivo. E poi, come detto, l’emergenza rifiuti – c’è un bando in corso da 118 milioni per portare i rifiuti fuori dal territorio regionale – la riqualificazione urbana e la manutenzione del verde. Per non parlare dei campi rom. Un “cantiere Roma” che il “governo amico” può far finalmente ripartire. O almeno questo è l’auspicio di Virginia, che anche sulla vicenda stadio, chiamata in Procura da semplice testimone, “ha parlato in difesa della città”.

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Stadio Roma, il “sistema Parnasi”: soldi e favori leciti e illeciti a tutti i partiti. Che sarebbero rimasti ignoti senza l’indagine

14 ur 57 min ago

Probabilmente senza l’inchiesta della procura di Roma non se ne sarebbe saputo niente. E partiti e candidati si sarebbero potuti tenere i soldi ricevuti da Luca Parnasi senza renderne mai nota la provenienza. La normativa sulla privacy contenuta dalla legge sul finanziamento alla politica, sommata alla possibilità data a fondazioni e onlus di non rendere noti i propri finanziatori, consente infatti di omettere i nomi dei sostenitori che non hanno rilasciato il consenso alla pubblicazione dei dati personali. Un vulnus pericoloso, che viene implicitamente sottolineato dall’indagine del procuratore aggiunto Paolo Ielo.

Insieme alle manovre di Parnasi per sbloccare l’affare del nuovo stadio di Tor di Valle, infatti, nelle informative dei carabinieri sono finite anche le varie elargizioni dirette a politici di ogni colore. Favori, come il posto di lavoro promesso al figlio dell’ex assessore regionale del Pd, Michele Civita, o quello proposto al genero di Giovanni Malagò, numero uno del Coni.

Ma anche finanziamenti in piena regola come i quattrocentomila euro totali concessi alle fondazioni vicine al Pd e alla Lega. E poi i cinquantamila euro erogati tramite la madre alla campagna elettorale di Giuseppe Sala, i sessantamila euro che l’imprenditore sposta con una telefonata alla sua segretaria, quando alla vigilia delle elezioni elenca una vera e propria lista di politici di destra, sinistra e centro da finanziare.

Tutto denaro che – senza l’inchiesta della procura capitolina – sarebbe potuto rimanere di provenienza ignota. Nessuno avrebbe mai avuto contezza, per esempio, dei centomila euro di consulenze professionali elargiti da Parnasi a Luca Lanzalone, l’ormai ex presidente di Acea. Ma ci sono anche le fatture intestate alla società del vicepresidente del consiglio regionale del Lazio, Adriano Palozzi di Forza Italia. E quelle per i candidati non eletti dal M5s Mauro Vaglio e Daniele Piva. Solo per rimanere agli atti contenuto nell’inchiesta.  “Io spenderò qualche soldo sulle elezioni. È importante perché in questo momento noi ci giochiamo una fetta di credibilità per il futuro ed è un investimento che io devo fare… Molto moderato rispetto a quanto facevo in passato, quando ho speso cifre che manco te lo racconto”, diceva Parnasi alla vigilia delle elezioni politiche. Come dire che in passato per partiti e politica ha speso anche di più. Quanto, non è dato sapere. 

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In Edicola sul Fatto del 18 giugno – Il lato B della Spagna “buona”. Via chi non ha diritto all’asilo

22 ur 41 min ago
Accoglienza Il lato B della Spagna “buona”. Via chi non ha diritto all’asilo

Valencia – Ieri mattina sono approdate l’Aquarius e le altre due navi cariche di 630 persone. Ma i migranti economici non potranno restare

di Ma mi faccia il piacere di

Cecchinato e cecchino. “#Cecchinato impressionante. Un quarto set da urlo, un quarto di finale che ricorderemo al #RolandGarros2018” (Matteo Renzi, senatore Pd, Twitter, 5.6). Poteva farcela, poi sono arrivati i complimenti di Renzi. Povero Cecchinato, participio passato. Prof e profeta. “Dal prof.#Conte alla Camera un intervento ‘imbarazzante’ per pochezza, genericità, banalità. Assenza di visione e […]

Limbo Niger Benvenuti al capolinea dei migranti-fantasma

È nei centri di transito dell’Onu che finisce la fuga di chi non riesce a entrare in Libia. E i 500 militari italiani “allertati” un anno fa non sono mai arrivati

di Pierfrancesco Curzi Lavoro Ecco il piano Di Maio: diritti e contratto ai rider-schiavi

Il vertice – Oggi al ministero l’incontro con le aziende della gig economy Foodora minaccia: “Così andiamo via”. Il ministro: “Chiediamo tutele”

di L’inchiesta Bisignani, l’eterno Gattopardo dalla P2 a Parnasi e Mr.Wolf

Il faccendiere – Legato al costruttore, fa favori a Lanzalone e poi tenta di corrompere un aspirante candidato azzurro

di Fabrizio d’Esposito Commenti Scripta Manent La lunga lezione dei classici sull’accoglienza

L’Europa è drammaticamente divisa sulla questione migranti; sulla sorte di questa umanità dolente in fuga da guerre, miseria, fame, assenza di speranze in una vita migliore. Abbiamo assistito a uno stupefacente caso diplomatico, in realtà un atroce duello tra i governi di Italia e Francia sulla testa di centinaia di donne, uomini e bambini. Uno […]

di cosa resterà… Tank Man, l’ignoto rivoluzionario

L’estate si sta affacciando discreta in questo memorabile 1989. Credo che la storia segnerà questi tempi, nel cammino lento dei diritti e delle libertà. E io, presa dalle mie piccole e stupide storie personali, mi chiedo cosa possa fare, non dico per “fare la storia”, ma per dare una mano. Qualcuno ha dato tutto se […]

di Benedicta Boccoli Il ministro della vergogna. Per il mio collega Regeni anche l’insulto di Salvini

Gentile Selvaggia, mi permetto di scriverti per portare alla tua attenzione un fatto di triste cronaca di cui forse hai già scritto. La morte di Giulio Regeni e la lotta incredibile della sua famiglia per affermare la giustizia e la verità sono state seguite con particolare attenzione da chi, come me, di Giulio è stato […]

di Selvaggia Lucarelli Politica Goodbye Renzi Fotoricordo dei dem nell’Anno 1 d.C. (dopo Cambiamento)

In Parlamento parte l’esecutivo giallo-verde di Conte e nulla sarà più come prima: il grillo-leghismo potrà pure schiantarsi sulle sue contraddizioni ma il futuro è per tutti una misteriosa terra incognita. Di sicuro non apparterrà al giglio magico né a Forza Italia: è la Terza Repubblica

di Promettere tutto Più spesa pubblica per i poveri, ma anche meno Stato e tasse

“È ora di dire che i cittadini italiani hanno diritto a un salario minimo orario, affinché nessuno venga più sfruttato, hanno diritto a un reddito di cittadinanza e a un reinserimento al lavoro qualora si ritrovino disoccupati; hanno diritto a una pensione dignitosa; hanno diritto a pagare in maniera semplice tasse eque”. In queste parole […]

di Ste. Fel. La presa sulle istituzioni Le regole del gioco si rispettano, però non è detto accada sempre

Quando i populisti vanno al potere hanno due opzioni. La prima: accettano i limiti che le istituzioni e la democrazia liberale pongono al loro slancio di adottare subito politiche radicali e dai risultati immediati. La seconda: non accettano qui limiti, piegano le istituzioni alle loro esigenze, salvano la democrazia ma non il liberalismo. Come ha […]

di Cronaca Parchi: non è un Paese per gli ambientalisti

Questa è la storia di una di noi, anche se lei non è nata per caso in via Gluck si tratta di una ambientalista che più volte ha difeso il territorio da sfregi e speculazioni. E proprio per questo motivo sta pagando il prezzo di una carriera mortificata dai potenti. Franca Zanichelli, direttore ancora fino […]

di Porto di Napoli Auto schiaccia due persone: un morto e un ferito

Una persona è morta e un’altra è rimasta gravemente ferita. È questo il bilancio di un drammatico incidente avvenuto nella serata di ieri a bordo di un traghetto in partenza dallo scalo “Immacolatella”, nel porto di Napoli. Un’autovettura, precipitando da un ponte dell’imbarcazione, ha schiacciato due stranieri – si tratta di due cittadini indonesiani – […]

di Macedonia-Grecia Accordo “storico”. Ma la piazza protesta

Sono stati 14 i feriti negli scontri al confine con lo Stato ex-jugoslavo Ora tocca a parlamenti e cittadini

di Economia Sanitàko – Rinuncia alle cure mediche L’inganno dei numeri delle assicurazioni

Il piano della lobby delle assicurazioni oggi è più spudorato che mai. Le compagnie, nel tentativo di cannibalizzare il Ssn, vogliono gettarci nello scompiglio con l’inganno dei numeri. Sul fatto che la spesa sanitaria privata nel 2017 sia arrivata a circa 40 miliardi di euro e sia in aumento rispetto al passato non ci piove. […]

di Micro&Macro Argentina, quant’è faticoso rimediare ai disastri del populismo economico

Pronta la linea di credito da 50 miliardi del Fondo monetario internazionale. Macri alle prese con una cura dolorosa

di Tasse sulla casa, ultimo giorno per Imu e Tasi: come si paga

In attesa della riforma, 25 milioni di proprietari devono vedersela con una giungla di aliquote

di Mondo In carcere “Io, baby-soldato agli inferi per i soldi di Boko Haram”

Ibrahim è stato arrestato sette mesi fa dalla polizia a Diffa, l’ultima cittadina raggiunta da una strada asfaltata nel sud-est del Niger. Da allora è rinchiuso nella sezione minorile del carcere civile della capitale Niamey; ha 16 anni, indossa una maglia bucata del Borussia Dortmund, pantaloni neri strappati e non ha le scarpe. Ibrahim è […]

di Pfc Cultura L’intervista “Un live di Fossati e la vita mi è cambiata a 40 anni”

Pacifico – Cantautore, cinque album alle spalle e due Sanremo, si prepara a tornare sulle scene col nuovo disco. Intanto resta diviso tra i ruoli di autore e interprete

di “Così faccio la regista tra continui tentativi di delegittimazione”

Oltre i numeri “l’immaginario: madri coraggio, madri sexy e poi?”. Pluripremiata regista, il nuovo, atteso lungometraggio Sembra mio figlio pronto, Costanza Quatriglio non ci sta: la statistica non dice tutto, in un cinema dove “la storia di una donna ingegnere viene percepita come la storia di una donna che fa l’ingegnere, non di un’ingegnere donna. […]

di Parità di genere Maschi contro femmine: al cinema non c’è partita

La ricerca – Si lavora, recita, progetta e produce pensando agli uomini e relegando le donne a un ruolo secondario. Ma l’Italia fa ben sperare

di

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Macedonia, firmato lo storico accordo tra Atene e Skopje sul cambio del nome: violente proteste dei nazionalisti greci

Ned, 17/06/2018 - 20:43

Repubblica di Macedonia del Nord. È questo il compromesso raggiunto da Skopje e Atene sul nome che dovrà avere lo stato dell’ex Jugloslavia, divenuto indipendente nel 1991 con il nome di Macedonia. Una scelta, quella di utilizzare la denominazione di una storica regione della Grecia, che ha aperto una questione diplomatica risolta domenica, dopo anni di tensioni tra i due stati dei Balcani. Ma manca ancora l’ultimo tassello del percorso, la ratifica dei parlamenti nazionali e un referendum popolare in Macedonia, con il  presidente conservatore macedone Gjorgie Ivanov che ha già detto di non voler firmare l’accordo.

In una cerimonia sul versante greco del Lago di Prespa, diviso a metà tra i due stati, i due ministri degli esteri, il macedone Nikola Dimitrov e il greco Nikos Kotzias, hanno firmato il documento dell’accordo sul cambio di nome. Oltre a loro anche i premier Zoran Zaev e Alexis Tsipras, il mediatore Onu Matthew Nimetz, l’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini e il commissario europeo all’allargamento Johannes. Presenze non banali, dato che lo scontro con la Grecia sulla questione del nome era visto come un ostacolo all’ingresso della Macedonia nell’Unione Europea e nella Nato. Per poter far parte delle Nazioni Unite, nel 1993, la Macedonia dovette invece accettare la “denominazione provvisoria” di FyromFormer Yugoslav Republic of Macedonia.

“Questo è un giorno storico. Ricordo i primi passi del negoziato, molti erano scettici”, ha detto la Mogherini. “Grazie all’impegno, al coraggio e alla leadership, il processo negoziale è andato avanti e si è concluso positivamente”. Si tratta, secondo l’Alto rappresentante Ue, di una “soluzione win-win ottenuta col dialogo e la diplomazia”. Dal canto suo il primo ministro greco Alexis Tsipras ha detto che “è venuto il tempo di cantare di nuovo canzoni felici nei Balcani, e oggi si compie il primo, coraggioso passo in questa direzione. Il nostro obiettivo – ha aggiunto – è che questa canzone felice la cantino a lungo le future generazioni, nella nostra e nella vostra lingua, nella nostra e nella vostra terra, il nostro e il vostro popolo. Una canzone che celebra la pace“.

Se l’accordo consentirà di sbloccare i negoziati per l’accesso della Macedonia nell’Ue e nella Nato, la questione del nome divide ancora l’opinione pubblica dei due paesi. Proprio durante la firma dell’incontro, un gruppo di nazionalisti greci è arrivato nella località dove è stato siglato il documento d’intesa per protestare contro la soluzione del nuovo nome, con i manifestanti che hanno lanciato bottiglie e altri oggetti contro la polizia.

I nazionalisti greci accusano da sempre la Macedonia di essersi appropriata di una parte della cultura greca, ‘sfruttando’ la figura storica di Alessandro Magno, a cui è per esempio intitolato l’aeroporto di Skopje. L’accordo dovrà comunque essere ratificato da parlamenti dei due Paesi, Skopje dovrà procedere a emendamenti della propria costituzione e in autunno in Macedonia si terrà un referendum popolare sul nuovo nome.

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Vacanze: Gallipoli, l’Ibiza salentina tra storia, folklore, antichi fasti. E spiagge alla moda.

Ned, 17/06/2018 - 20:03

Verso sera, ma non c’è un’ora precisa perché dipende un po’ da com’è andata, i pescherecci tornano dal mare e se ti capita di trovarti lì sulla grande piazza intitolata ad Aldo Moro, che è uno degli attracchi di Gallipoli, puoi perfino comprare il pesce, i gamberi, o quel che questo mare ha regalato, direttamente dai pescatori. D’accordo, succede quasi dappertutto nei posti di mare, turisti e gente del posto attratti come gabbiani sui moli all’arrivo delle barche, i primi che sbirciano i locali per capire se si fanno differenze sul prezzo, i locali che vorrebbero solo loro avere questo privilegio, dall’altra parte pescatori un po’ scontrosi dopo le ore di fatica in mare. E si torna a casa con il pesce più fresco del mondo. Scene già viste. Ma qui è la scenografia che è particolare. E affascinante. 

I pescherecci sono attraccati all’inglese con le fiancate che scricchiolano sul bordo della banchina appena mossi dalle onde su questo piccolo specchio di mare, che si chiama Seno del Canneto ed è il vecchio porto della città. Un lato della piazza è occupato da una grande chiesa, il santuario di Santa Maria del Canneto chiesa barocca del Seicento. Su un altro lato della piazza i resti della Fontana Greca, che sembra sia la più antica fontana d’Italia costruita nel III secolo avanti. Poco più in là una micro chiesetta con micro campanile che potrebbe essere la chiesa più piccola del mondo, o un’opera pop, vista la sua drastica inutilità. Appena oltre la piazza si staglia un’imponente fortezza, che è il Castello Aragonese costruito nell’XI secolo su rovine romane. E poi a chiudere il quadro la striscia orizzontale della mura Urbiche che chiudono il perimetro della città vecchia. 

Ma c’è un altro “monumento”, moderno stavolta, il Bellavista, un enorme albergo della catena Caroli Hotels che forse non piace neppure all’architetto che l’ha costruito, un blocco di base e un blocco di vetro appoggiato sopra che, naturalmente, non hanno nulla a che fare con il contesto urbanistico. Così, dalla fontana greca fino al mostro del nostro secolo hai riassunta in pochi simboli gli estremi della storia di Gallipoli. Una cosa fa perdonare, parzialmente, l’ardita costruzione del Bellavista che non per nulla ha questo nome: dalle stanze ai piani alti, oltre il decimo, l’undicesimo, il dodicesimo il panorama è magnifico e ti sembra di volare insieme ai gabbiani, e dalla terrazza all’ultimo piano, una specie di belvedere ulteriore ancora più in alto staccato dal resto forse costruito proprio per questo (fatto il disastro urbanistico quantomeno sfruttiamolo al meglio) capisci in un solo colpo d’occhio questo luogo straordinario. Da qui riesci a vedere tutto, perfino l’isola di Sant’Andrea, quella con il faro. 

Non ci sono colline qui intorno, o ci voli sopra o non riesci a cogliere esattamente la bellezza del posto. Gallipoli nasce su una piccola isola, quasi uno scoglio. E la parte vecchia sta ancora sulla sua piccola isola. Stipata dentro le sue mura, in un creativo affascinante disordine, non casuale. Così esposta in mezzo al mare naturalmente doveva subire attacchi da tutte la parti. Dai Saraceni per esempio. O da chi si trovava a passare di lì. Così castello di difesa rivolto verso la terraferma, le spesse mura, i vicoli stretti e tortuosi per impedire i movimenti del nemico. Non ci sono piazze, sarebbe terreno sprecato, solo qualche piccolo slargo. I suv da queste parti non sono di moda. 

Quindi, prima operazione sali sulla terrazza del Bellavista che si trova sulla terraferma, seconda operazione ti infili dentro la città vecchia attraverso un bel ponte ad archi pietra costruito nel Seicento. Sfiori in castello e ti trovi in questo magnifico meandro di stradine da farti venire in mente la Medina di Fés. A fare il giro dell’isolotto lungo la cinta delle mura ci si mette una ventina di minuti a piedi, perlustrare l’interno è un lungo viaggio attraverso la storia. Ci vuole una guida. Come a Fés. O a New York, per dire due ambienti affascinanti e complessi. Da solo non te la cavi. Ti devono spiegare tutti gli angoli, i particolari nascosti. E scopri come il caso, la fortuna, la tenacia degli uomini siano riusciti a trasformare un insignificante isolotto in una preziosa minuscola metropoli.

In pochi chilometri quadrati puoi contare, nell’ordine: diciassette chiese importanti e una mezza dozzina di chiesette “secondarie”, più alcune che sono state sconsacrate e sono diventate, per esempio, la Biblioteca comunale; cinque conventi e un monastero (delle suore di clausura); una ventina di palazzi di famiglie nobili o semplicemente ricche in un misto di elementi classici e tratti del Barocco leccese, e così sul piccolo scoglio salentino gli stemmi araldici sulle facciate si sprecano; tre teatri e tre musei. Tutto dentro lì. Insomma, neanche a Roma. Nelle chiese ci si deve infilare ogni volta che ne compare una perché sono sempre una sorpresa. Decorate, affrescate, impreziosite con statue, ornamenti, in un preciso stile Barocco, quasi “in gara” tra di loro. E in fondo lo sono, in gara. Le chiese sono la sede delle Confraternite, cioè associazioni cristiane fondate con lo scopo di aggregare i fedeli, fare opere di bene, diffondere il culto. Hanno uno statuto, e perfino abiti, insomma costumi, propri. E nei secoli hanno impreziosito e abbellito le proprie chiese. E’ un retaggio antico ma ancora fortemente radicato sul piccolo scoglio salentino. Sono una dozzina e nel periodo della Settimana Santa si addobbano con gli abiti della tradizione e organizzano spettacolari processioni. L’amore per le tradizioni si esprime anche attraverso uno spettacolare Carnevale, fatto di carri e sfilate che neanche Viareggio, per dire.

Chiese perfino fastose, a cominciare dalla Cattedrale, altre volutamente sobrie come San Francesco di Paola, dimore principesche come palazzo Pirelli o palazzo Tafuri, un benessere antico con un’origine precisa, l’olio di oliva. Il “petrolio giallo” che per un paio di secoli, dal ‘600 all’800 illuminava mezza Europa e riempiva i forzieri gallipolesi, prima che Thomas Alva Edison inventassero la luce elettrica. Nella fattispecie l’olio lampante, usato per fare luce nelle case borghesi, mentre i poveri usavano candele di sego o poco altro, alimentava i candelabri di palazzi e regge fino alle sontuose chiese ortodosse di Mosca. 

E ci fu un tempo in cui le cisterne di Gallipoli colme del prezioso liquido erano valutate come il deposito di Paperone.  I sottoprodotti, come il sapone, finiva nei bagni dei palazzi parigini. I lunghi inverni del Nordeuropa erano rischiarati dall’olio lampante di Gallipoli che aveva caratteristiche uniche di limpidezza e il pregio di fare poco fumo. Il via vai di navi sulle banchine dello scoglio salentino è stato incessante per un lungo periodo, sui moli si parlavano tutte le lingue, si era formata una classe borghese resa raffinata dagli scambi con il resto dell’Europa. Le navi portavano via l’olio e lasciavano ogni tipo di merce, porcellane inglesi, vetri di Murano che andavano a impreziosire i palazzi borghesi, e poi vini, formaggi raffinati. 

Il segreto stava non solo nella qualità degli ulivi, ma soprattutto nella lavorazione e nella specificità delle pietre usate per la macine e la conservazione dell’olio. Oltre alla particolarità del microclima in cui si produceva. I frantoi erano sotterranei, quasi sempre ricavati nei sottosuolo dei palazzi. Per via del microclima che si creava. Perfetto per l’olio, micidiale per chi ci doveva lavorare. Nella sola città vecchia se ne contavano una trentina. Lavorare nei frantoi ipogei era ambito perché la paga era eccezionale, si dice che un anno di lavoro consentisse di mantenere una famiglia perfino vent’anni. Ma i rischi erano altissimi. Da ottobre a marzo chi lavorava nei frantoi non usciva mai. Uomini e animali, i ciuchi che muovevano le pietre dei frantoi, non uscivano mai, mangiavano e dormivano nei sotterranei, se un animale moriva lo si cucinava e mangiava. Uscire voleva ridire riabituarsi alla luce e poi al buio. L’ambiente era malsano, poco ossigeno, germi e batteri. Si lavorava a forza di muscoli. Nei frantoi si sono trovate pipe, si suppone che fosse l’unico svago e non si esclude l’uso di oppiacei per sopportare. Al tempi si arrivava ad avere 8000 persone impiegate sotto i palazzi. Molti non ne uscivano vivi, molti perdevano la ragione. Oggi una visita nei vecchi frantoi trasformati in musei è angosciante.

Poi è arrivata la luce elettrica, la vecchia Gallipoli ha lasciato il posto alla Gallipoli moderna, oggi uno dei centri più modaioli della nostra Penisola, capace di far concorrenza a Ibiza, per dire. Insomma non ha ancora smesso di essere internazionale piccolo scoglio. Si è sviluppata di qua dal ponte, verso l’interno della costa. Agglomerati moderni, alberghi, residence, discoteche. Ancora discoteche. Ogni anno, quando arriva la bella stagione si calcola che duecentomila persone arrivino da tutto il mondo a decuplicare una popolazione di ventimila abitanti. A godersi un po’ di storia, folklore, cucina raffinatissima (uno dei must di Gallipoli, la gastronomia: da provare le delizie dei ristoranti “Il Pescatore” e “Vinaigrette”) e spiagge. A cominciare dalla spiaggia dei gallipolesi la Purità, nella città vecchia, per spargersi su tutto il litorale. Il Lido San Giovanni, Rivabella, Baia Verde, Punta della Suina, la Baia di Punta Pizzo, strisce di sabbia e mare trasparente. Nuovi business, gente, discoteche, vita notturna, rumori, a far da contraltare alla silenziosa, ovattata città vecchia. Ma si possono godere tutti e due gli aspetti. Un piccolo albergo o un B&B nella città vecchia e poi via a vivere il mare, con tutti i suoi piaceri ed eccessi dell’Ibiza salentina, di giorno e di notte.

Info 

A Gallipoli esiste un efficiente ProLoco in grado di fornire tutte le informazioni turistiche necessarie. Mette a disposizione anche guide turistiche professionali e organizza tour e percorsi nei luoghi storici e artistici. Sito web: www.prolocogallipoli.it E mail: gallipoli.proloco@gmail.com Telefono 833 264283.

 

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Bonafede: “I corrotti devono andare in carcere. Solo con certezza della pena lo Stato sarà credibile”

Ned, 17/06/2018 - 20:02

“I corrotti devono andare in carcere”. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, tirato in ballo sul caso Stadio della Roma, rompe il silenzio con un post sulla corruzione pubblicato sul blog delle stelle: “I cittadini oggi si aspettano una risposta molto chiara e precisa. Il principio della certezza della pena va ribadito e va tenuto presente per dare una risposta di credibilità“, scrive Bonafede.

Nel suo intervento sul Blog delle Stelle, in cui comunque non fa mai riferimento all’inchiesta romana, il responsabile della Giustizia ricorda come “la prevenzione ed il contrasto alla corruzione è uno dei punti qualificanti del programma di governo. Intendo mettere in campo le misure più risolute per stroncare questo fenomeno”, scrive ancora Bonafede, secondo cui “nessuna lotta al malaffare potrà dirsi credibile se alla condanna per i reati contro la pubblica amministrazione dei cosiddetti colletti bianchi non seguirà un’adeguata o alcuna pena detentiva”.

Il Guardasigilli non è stato toccato direttamente dall’inchiesta ma è considerato l’uomo che ha favorito l’ingresso in Municipio dell’avvocato Lanzalone, come ricostruito dalla sindaca di Roma Virginia Raggi davanti al pm Paolo Ielo. Su questa vicenda Bonafede non ha rilasciato alcun commento, nonostante le pressioni del Partito democratico che – anche tramite Matteo Renzi – ha chiesto al ministro di chiarire la sua posizione davanti al Parlamento. Anche se davanti ai suoi il responsabile della Giustizia avrebbe mostrato “forte irritazione” di fronte ad alcuni titoli di giornali che parlano di “imposizione“, da parte sua, di Lanzalone al Comune di Roma.

Bonafede evita il caso dello Stadio ma sottolinea l’importanza della certezza della pena: “Voglio chiarire che non è incompatibile con la finalità rieducativa della pena stessa. Sono due principi che necessariamente e fisiologicamente convivono, ma il principio della certezza della pena va ribadito e va tenuto presente per dare una risposta di credibilità ai cittadini”, aggiunge il ministro. “Da quella risposta passa la fiducia che i cittadini hanno nei confronti dello Stato italiano nella sua capacità di dare una risposta di giustizia effettiva e sostanziale”.

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Mondiali Russia 2018, la Germania cade all’esordio: un ottimo Messico batte 1-0 i campioni in carica

Ned, 17/06/2018 - 19:19

È caduto il primo mostro sacro dei mondiali di Russia, ed è quello che fa più rumore. Se già il pareggio dell’Argentina con l’Islanda e le difficoltà della Francia con l’Australia avevano dati i primi segnali di una competizione imprevedibile, la sconfitta dei campioni in carica della Germania è la conferma di un inizio di torneo veramente a sorpresa. Muller e compagni cedono il passo a un ottimo Messico, che ha messo a segno il gol vittoria con Hirving Lozano al 35esimo del primo tempo, dopo una frazione giocata sempre alla pari dei tedeschi, se non sopra.

La reazione della Germania è stata veemente nel secondo tempo, con i tedeschi che in alcuni tratti di gara hanno chiuso nella propria metà campo i messicani. La squadra di Osorio però si è difesa sempre con grande ordine e non ha mai rinunciato a giocare, portando a casa con merito i primi tre punti del Mondiale, inaspettati alla vigilia. Per tedeschi si complica già il passaggio del turno in un girone tutto sommato facile, con la Corea del Sud e quella Svezia arrivata in Russia a spese dell’Italia.

La sconfitta all’esordio dei campioni in carica ricorda la batosta della Spagna nel 2014, reduce dal trionfo in Sudafrica. In quel caso l’avversario era di un livello decisamente superiore, l’Olanda di Robben, Huntelaar e Snejider: finì con un 5-1 pesantissimo a favore degli Orange. Fecero meglio, se così si può dire, gli azzurri campioni a Berlino nel 2006 nel primo match in Sudafrica, pareggiando 1 a 1 con la Slovacchia, anche se poi la competizione dell’Italia si fermò proprio ai gironi.

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Rider, Foodora: “Col decreto del governo costretti a lasciare Italia”. Di Maio: “Nessuno demonizza, ma no ai ricatti”

Ned, 17/06/2018 - 18:30

Il governo si prepara al confronto con le aziende che usano i rider. Sperando che non diventi uno scontro frontale, come invece ha fatto capire per esempio l’amministratore delegato di Foodora Italia, Gianluca Cocco, che al Corriere della Sera ha detto che se fossero vere le anticipazioni del cosiddetto decreto dignità, si dovrebbe concludere “che il nuovo governo ha un solo obiettivo: fare in modo che le piattaforme digitali lascino l’Italia“. La risposta nel giro di poche ore arriva dal ministro del Lavoro Luigi Di Maio che rassicura Foodora che “nessuno vuole demonizzare” quelle attività, ma avverte che “non si accettano ricatti: i nostri giovani prima di tutto” perché sente “il dovere di tutelare i ragazzi che lavorano in questo settore: i riders oggi sono il simbolo di una generazione abbandonata dallo Stato”. Lunedì pomeriggio Di Maio inconterà i rappresentanti delle aziende: Deliveroo, JustEat, Glovo, Domino’s e anche Foodora. Nel frattempo incassa l’appoggio incondizionato di Matteo Salvini: “Do il mio totale sostegno a Di Maio che ha detto alle multinazionali che devono smettere di trattare lavoratori e lavoratrici come numeri da consumare”. Le parole di di Maio sono accolte subito da Cocco: “La tutela dei rider è la nostra priorità da sempre, insieme a quella di far crescere l’azienda. Lo abbiamo dimostrato con i fatti dal 2015, garantendo le tutele più elevate del settore. Credo che la migliore tutela per questi ragazzi sia quella di offrire un mercato del lavoro attivo e vivace, pieno di opportunità e con le tutele massime possibili”.

Le dichiarazioni del mattino al Corriere della Sera, in realtà, avevano avuto tonalità del tutto diverse. Il dirigente di Foodora, una dei big del settore del food delivery finito nel mirino del ministro del Lavoro, prefigura uno scenario di fuga dal Paese con il piano ipotizzato da Di Maio per aumentare i diritti dei rider: “Quella che filtra – ha detto al Corriere – è una demonizzazione della tecnologia che ha dell’incredibile, quasi medievale e in contraddizione con lo spirito modernista del Movimento 5 Stelle“. Secondo Cocco, il piano lanciato dal governo “ingessa la flessibilità, parte dal riconoscimento dell’attività dei rider come lavoro subordinato. Così gli operatori saranno costretti ad assumere tutti i collaboratori, chiuderanno i battenti e trionferà il sommerso“. Il  dirigente di Foodora cita una ricerca condotta in collaborazione con l’Inps: “Solo il 10 per cento dei rider lo considera un lavoro stabile – ricorda – Il 50 per cento sono studenti, il 25 lo esercita come secondo lavoro e un altro 10 lo considera un’attività di transizione. La durata media è 4 mesi, non di più”.

Cocco sottolinea anche che “la consegna del cibo a domicilio vale oggi in Italia 450 milioni di euro, azzerarlo sarebbe un errore tragico. Ne soffrirebbero per primi i ristoranti“. Sul piano delle tutele, l’amministratore delegato sostiene che Foodora “non ha problemi a sostituire il pagamento a consegna con altre forme come il minimo garantito, la paga oraria oppure sistemi misti con base oraria più parte variabili”. E sulla possibilità di alzare la paga dice: “Oggi un nostro fattorino guadagna 5 euro per ciascuna consegna e in un’ora ne può fare anche tre. In busta paga gli entrano 3,60 euro, il resto è contribuzione Inps e Inail. Se ne può discutere rispettando però la sostenibilità del conto economico delle nostre aziende”.

Da qui la risposta di Di Maio che dice di voler “dichiarare guerra al precariato”. “Lo stato continuo di precarietà e incertezza dei giovani italiani – spiega su facebook – sta disgregando la nostra società. Sta facendo impennare il consumo di psicofarmaci. E facendo calare la crescita demografica. La mia intenzione è garantire da un lato le condizioni migliori per i lavoratori, dall’altro consentire alle aziende di operare con profitto per creare nuovo lavoro”.

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Noemi Carrozza, accertamenti sul luogo dell’incidente. La madre: “Morta per colpa della strada dissestata”

Ned, 17/06/2018 - 18:18

È morta per colpa delle radici. Un paio di testimoni l’hanno vista sbandare dopo aver preso le radici della Colombo”: parole della mamma di Noemi Carrozza, la 21enne stella del nuoto sincronizzato che ha perso la vita ieri in un incidente in motorino a Ostia. “Ha perso il controllo della moto ed è finita contro l’albero – ha detto ancora la madre al Messaggero Andava piano, mi hanno detto che non superava i 60 km/h“. La donna si riferisce all’asfalto che in alcuni tratti di via Cristoforo Colombo e rialzato per via delle radici degli alberi.  E si indaga per capire quali siano state le cause che hanno portato la giovane a finire fuori strada: le due ipotesi al vaglio degli inquirenti sono un malore o proprio il manto stradale dissestato.

 

 

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Aquarius, lo sbarco al porto di Valencia tra canti e balli. Le storie: “Nell’inferno della Libia ho sperato di morire”

Ned, 17/06/2018 - 18:00

“Mi chiedo perché l’Italia ci ha respinto. Ci deve essere una ragione. Qualsiasi cosa accada, c’è sempre una ragione. Ma Dio ha un piano migliore per noi. L’Italia ci ha respinto ma Dio non lo farà mai”. Nel pensiero di questo migrante c’è tutta l’odissea dei 629 soccorsi dalla Aquarius che domenica mattina hanno raggiunto il porto di Valencia, dopo aver passato nove giorni in mare. Una giornata iniziata con il sollievo a bordo della nave alla vista della costa spagnola e terminata con canti e balli sul molo, dopo lo sbarco delle tre imbarcazioni che hanno effettuato il viaggio, dalle acque al largo della Libia attraverso tutto il Mediterraneo.

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Milano, il cinema? Sui tetti della città: tra film cult e vista mozzafiato

Ned, 17/06/2018 - 17:52

 

Tutto inizia con un ascensore panoramico, nascosto dietro il portone di un antico cortile milanese. Poi uno stretto corridoio, dei ripidi scalini e infine il cielo. E tutta Milano. Il Cinema Bianchini è così, senza le code in biglietteria né i lunghi corridoi bui e neppure le poltrone rosse in sala. Al loro posto ci sono passerelle di metallo sospese sopra i tetti della Galleria Vittorio Emanuele, piccole palafitte con gli schermi dove proiettano i film e una vista mozzafiato sullo skyline cittadino. Le immagini sul grande schermo si mescolano con lo sfondo della città, Audry Hepburn in Vacanze Romane è al contempo al Colosseo e tra le guglie del Duomo, lei e Gregory Peck in Vespa volano sui tetti di Milano e fanno sognare ad occhi aperti il pubblico.

Un’esperienza a 360 gradi, in un mondo che non si immagina neanche, perfetto per evadere dalla routine nelle calde serate estive. Ci sono i grandi classici della storia del cinema, come A qualcuno piace caldo, Fino all’ultimo respiro, La notte, Colazione da Tiffany, Barbarella, Romanzo Popolare e quelli di oggi tra cui La grande bellezza, Youth-La giovinezza, Midnight in Paris e Perfetti Sconosciuti. E ci sono anche la cupola della Galleria, il Castello, il Duomo, Torre Velasca, i profili di City Life e lo skyline di Porta Nuova.

Cinque mesi di cinema, fino al 30 settembre, in una location speciale dove gli spettatori vanno sì per i film, ma anche per il luogo creando quello che Edoardo Filippo Scarpellini, amministratore delegato del Gruppo MilanoCard che organizza le proiezioni, chiama “cinema esperienziale” dove l’ambiente si mescola alla proiezione in una miscela di immagini e suggestioni. E dopo il film, c’è tutto il tempo per passeggiare lungo tutto il tetto della Galleria, sospesi tra il cielo stellato e le ombre dei passanti che si intravedono dalle vetrate della cupola. È lì che ci si chiede se sia tutto vero o se sia ancora la magia del grande schermo.

Il programma prevede anche eventi live ispirati ai film proposti, come degustazioni, incontri con l’autore, performance musicali e anche un focus dedicato alla città di Milano. Le due aree di visione accolgono in totale 50 persone e sono attrezzate con maxi-schermo e comode sedute immerse nel verde del vigneto realizzato sui tetti. Ci sono anche le copertine, perfette quando tramonta il sole e si alza un po’ di vento. La proiezione dei film include anche la visita lungo tutto il percorso sui tetti di Highline Galleria (costo 12€) e richiede la prenotazione. Qui la programmazione 2018 del cinema sui tetti della galleria Vittorio Emanuele II.

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Migranti, “hotspot Ue in Africa”: Moavero lancia la proposta italiana. Che ha molti sponsor in Europa

Ned, 17/06/2018 - 17:50

Hotspot gestiti dall’Europa nei Paesi di origine e di transito, quindi in Africa, con l’obiettivo di limitare il traffico di esseri umani. E’ questa la proposta forte che il governo italiano presenterà al vertice Ue di fine giugno. Lo ha detto il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e lo ha ribadito anche Matteo Salvini. L’idea è accolto tiepidamente a Bruxelles ma piace a molte cancellerie del Vecchio Continente: lo testimonia la sintonia registrata a Parigi tra Giuseppe Conte ed Emmanuel Macron, ma anche le parole del cancelliere austriaco Sebastian Kurz o del ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer.

La proposta italiana, spiega Moavero in un’intervista al Corriere della Sera, prevede “di agire quanto più possibile nei Paesi d’origine e di transito, nel rispetto dei diritti umani e per contrastare questo orribile traffico di persone. Significa, per i richiedenti asilo, poter fare tutte le verifiche prima che si mettano in viaggio”. “Non mi piace il termine hotspot – continua il ministro degli Esteri. li chiamerei centri di assistenza, informazione e protezione”, osserva. “Devono essere centri europei, con la bandiera blu a 12 stelle e personale di tutti gli Stati Ue”.

Poi Moavero entra anche nel dettaglio del progetto che ha in mente: “Nei casi chiari di diritto di asilo, la verifica va organizzata il più vicino possibile ai luoghi di origine”, dopo  “le persone vanno fatte viaggiare in condizioni degne“. I centri devono essere europei “per garantire una corresponsabilità di tutti. Se ogni europeo sa che ci sono anche propri connazionali, la fiducia nelle verifiche e nelle scelte sarà maggiore”. Ma non basta: “L’Ue deve investire per migliorare le condizioni di vita e lavoro nei Paesi da cui partono i migranti economici”, “ecco un tema prioritario per il prossimo bilancio dell’Unione, per un suo salto di qualità“.

Più diretta la prosa del ministro dell’Interno Salvini durante un incontro pubblico a Seregno, nella Brianza. “Il mio obiettivo non è il mal comune mezzo gaudio, ma difendere le frontiere italiane ed europee al di là del Mediterraneo, quindi non distribuire coloro che arrivano ma evitare che arrivino coloro che non hanno il diritto di arrivare”, ha detto il vicepremier leghista. Quindi, “punti di accoglienza, identificazione e protezione al di là del Mediterraneo sono obiettivo mio, del governo italiano, spero anche dei francesi, dei tedeschi e di tutta l’Unione europea”, ha aggiunto.

A Bruxelles ci sono perplessità di fronte alla proposta italiana. “Ci sono già molti campi profughi fuori dall’Ue, dove l’Unione sta operando attivamente per migliorare le condizioni e incanalare la migrazione legale attraverso i reinsediamenti in collaborazione con l’Unhcr”, spiegano all’Ansa alcune fonti Ue rispetto agli hotspot. “La cooperazione con i Paesi non Ue deve iniziare dal dialogo. A quanto ci risulti non c’è Paese in Europa, Africa o Asia che sia d’accordo“, aggiungono.

Ma nel resto d’Europa l’idea raccoglie consensi. Lo stesso Macron, lo scorso luglio, aveva parlato della creazione di hotspot in Libia, salvo poi fare retromarcia di fronte alle reazioni irritate di Bruxelles. Ma il clima politico, in Italia e nell’Unione, è mutato e la coalizione gialloverde è pronta a far arrivare il progetto al centro della riforma del regolamento di Dublino, sul tavolo dei leader al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno. L’austriaco Kurz – che da sempre insiste sugli hotspot – è al lavoro con un gruppo di colleghi, tra cui il liberale danese Lars Lokke Rasmussen, per “muovere il primo passo già quest’anno”, con un campo pilota da realizzare forse in Kosovo o in un’altro Paese balcanico. Un’idea sostenuta anche dal segretario di stato all’Asilo belga, il nazionalista fiammingo Theo Francken, che gli hotspot li vorrebbe in Tunisia, e dal premier ungherese Viktor Orban.

Poi c’è il fronte tedesco. Sulle posizioni espresse da Italia, Austria, Belgio e Danimarca converge anche il ministro dell’Interno, il bavarese Seehofer, in rotta di collisione con Angela Merkel sui respingimenti al confine tedesco. La cancelliera, pronta a incontrare lunedì il premier italiano Conte, potrebbe decidere di appoggiare la proposta italiana degli hotspot proprio per risolvere la crisi interna al suo governo.

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Insegnamento in carcere, per perdere il posto basta il tempo di una gita

Ned, 17/06/2018 - 17:44

Estate in arrivo, si chiudono i giochi. In una stessa giornata si può assaporare il meglio e il peggio dell’insegnamento in carcere. La mattina c’è la “gita di fine anno”; il pullman blu della polizia penitenziaria parte dalla Casa di reclusione di Rebibbia al gran completo, con la direzione, l’area educativa, il comandante e, a riempire le ultime file come da tradizione, gli studenti. Solo che questi non hanno chitarre per cantare vecchie canzoni: sono adulti, detenuti.

In programma i Mercati Traianei che, come scopriamo, erano il centro della vita amministrativa e giudiziaria dello Stato, altro che botteghe e mercati. In una sala dei piani alti con vista mozzafiato sui Fori imperiali, il Colosseo, il Campidoglio, la Colonna, cioè quanto di meglio l’umanità ha saputo costruire e lasciarci, i saluti di rito: il direttore Stefano Ricca, le autorità, il garante regionale dei diritti dei detenuti Stefano Anastasia, l’associazione Zètema del Comune di Roma che, con Monica de Martiis, organizza l’evento. Il clou è la visita guidata alla mostra Traiano – costruire l’impero, creare l’Europa (e di questi tempi, ogni riferimento non mi pare puramente casuale).

Rebibbia X° edizione Arte dentro

Tutti in fila come scolaretti, dalle massime autorità agli studenti dell’ultimo banco, senza più distinzione di sorta, ad ascoltare l’appassionata lezione della responsabile del museo Lucrezia Ungaro. È un momento magico, tra le sale piene di reperti e testimonianze con proiezioni di audio-visivi esplicativi, si è come risucchiati nel passato: i particolari dei bassorilievi, il retro delle statue, le acconciature delle donne ritratte, tutto concorre – attraverso le tecniche più innovative a disposizione della ricerca archeologica – alla riscrittura della storia dei tempi di Traiano.

Scopriamo le dinamiche delle battaglie, i rapporti tra i membri della dinastia regnante e il Senato, il trattamento delle provincie conquistate, la politica delle infrastrutture, in poche parole la creazione di quello che è stato uno dei più vasti imperi di sempre, esteso dall’Atlantico alle sponde dell’oceano Indiano. Un’immersione nella cultura, nel senso più alto del termine, che come per incanto accomuna tutti i partecipanti, con il pregiudicato che rimette il naso fuori per la prima volta dopo 11 anni e scambia serenamente le sue impressioni con l’agente di polizia. Per chiudere in bellezza, i detenuti lavoranti nelle cucine del carcere mostrano tutto il loro orgoglio donando cibo agli ospiti della chiesa di Sant’Eustachio. È il reinserimento sociale, il tentativo di abbattere la recidiva che tutti ci proponiamo.


Non si fa in tempo a riprendersi da tutto ciò che una telefonata mi fa ripiombare nella quotidianità più triste: la scuola da cui dipendo mi comunica che sono “soprannumerario”, cioè perdente posto e costretto a fare domanda di trasferimento entro 24 ore. Sulla trentina di insegnanti di Rebibbia, siamo in 17 a rincorrere per ore comunicati ufficiali e ufficiosi, ricostruzioni di carriera, allegati, dichiarazioni, graduatorie, codici di distretti, organici di fatto e di diritto, classi e cattedre, istanze, reclami, gare di solidarietà e un’infinita serie di telefonate ed email davvero sfiancanti.

Fino a prima di cena resta solo il Dsga, cioè il segretario, a gestire la situazione senza segreterie (anch’esse svuotate dai tagli degli scorsi anni) e tenere aperta la scuola senza Ata, cioè personale ausiliario. La mattina, alla consegna delle domande, va tutto in tilt: uffici chiusi, porte sbattute, grida di protesta, minacce di denunce, sindacati sul piede di guerra, organizzazione di sit-in.

Succede tutti gli anni, ormai: quando la stanchezza dell’anno in via di conclusione si fa sentire, il caldo dell’estate romana, particolarmente umido all’avvio, infierisce in un turbinio di zanzare-tigre che aggrediscono i polpacci tra relazioni finali, sintesi di competenze, scrutini agguerriti con sistemi digitali mal funzionanti e misconosciuti ai più, mentre si attende con trepidazione l’inizio degli esami di Stato sperando in commissioni esterne “normali”, arrivano puntuali i tagli delle classi e degli organici dei docenti di Rebibbia. Qualcuno, in preda alla disperazione che certamente altera le percezioni, azzarda un’ardita immedesimazione con i profughi della nave Aquarius, anche noi in cerca di un porto sicuro, chissà se c’è un buon carcere a Valencia?

Ed ecco che in un attimo torna il sereno: sullo schermo di un pc appaiono nuovi organici rimaneggiati, alcune classi sono ricomparse, si formano le cattedre-orario, ci sono i completamenti. Tornano i sorrisi ma purtroppo non per tutti: tra quelli che restano soprannumerari compare la situazione più paradossale, la collega che ha già fatto la festa per il pensionamento. Non avendo ancora una disposizione scritta è ancora tenuta a fare domanda di trasferimento. Per dove? Per un posto dove a settembre ovviamente non ci sarà. Tutti si chiederanno chi sia il titolare di cattedra: lei starà al mare, auspicabilmente, a godersi il suo tempo e il posto potrebbe restare scoperto in attesa che sia nominato un supplente; o forse, più probabilmente, i colleghi in attività dovranno farsi in quattro per sostituirla. Piccole incongruenze. Non possiamo che sperare che col nuovo governo questa “buona scuola” diventi migliore.

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Riso asiatico, grano canadese e accordo Ceta: il niet di Salvini. E senza il sì dell’Italia il trattato rischia di saltare

Ned, 17/06/2018 - 17:14

No all’arrivo in Italia delle imbarcazioni che portano il riso dall’Asia, Cambogia e Myanmar in primis. Azioni simili contro il grano che arriva dal Canada. Critiche all’accordo Ceta tra Unione Europea e Canada che, a questo punto, rischierebbe di saltare se l’Italia decidesse di non ratificarlo. È quanto dichiarato da Matteo Salvini in un’intervista al Corriere della Sera, dopo averlo anticipato due giorni fa al villaggio Coldiretti di Torino: “Non distinguo tra barcone e barcone: è giusto dire no al traffico di esseri umani e sono pronto anche a dire no a qualche nave che ci porta riso e cibo contraffatti”.

LA GUERRA AL RISO CAMBOGIANO – Si tratta di tre temi molto delicati, che si intersecano tra loro e che potrebbero avere degli sviluppi anche sul piano europeo. Partiamo dal riso asiatico. A marzo scorso la Commissione europea ha annunciato l’apertura di un’inchiesta su volumi e prezzi delle importazioni di riso da Cambogia e Myanmar. La decisione è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale Ue a un mese dalla presentazione da parte dell’Italia (governo Gentiloni), con il sostegno di altri sette Paesi, di una domanda per l’attivazione della clausola di salvaguardia a tutela dei risicoltori europei. “La liberalizzazione delle importazioni dai Paesi meno avanzati (Pma), avviata a settembre 2009 – denunciava a inizio 2018 Confagricoltura – ha provocato un graduale aumento delle importazioni, che hanno raggiunto il loro apice nella campagna 2015/2016 con 1,239 milioni di tonnellate di equivalente riso lavorato”. Dal 2012 al 2017 le quote di mercato di riso proveniente da Cambogia e Myanmar nell’Ue sono salite rispettivamente dal 13% al 21% e dallo 0% al 5%. La Cambogia è diventata il primo fornitore verso la Ue, con quasi metà di importazioni totali di riso Indica lavorato e semilavorato verso la Ue.

LA CRISI DEI PRODUTTORI – Effetto di queste importazioni è stato un calo consistente del prezzo del prodotto europeo. Una crisi che mette a rischio, in Europa, il primato nazionale dell’Italia, primo produttore con 1,50 milioni di tonnellate su un territorio coltivato da 4mila aziende su una superficie totale di 234.300 ettari, che copre circa il 50% dell’intera produzione dell’Unione europea. La Coldiretti ha definito l’apertura dell’inchiesta “un passo importante e urgente nei confronti dell’invasione di riso da Paesi come la Cambogia e la Myanmar, da dove nell’ultimo anno in Italia sono triplicate le importazioni arrivando a quota 22,5 milioni di chili”.  Il risultato è che un pacco di riso su quattro venduto in Italia contiene prodotto straniero con la produzione asiatica che rappresenta circa la metà del riso importato in Italia. Secondo la Coldiretti nell’ultimo anno la concorrenza a dazio zero dall’Asia, con prezzi al di sotto del costo di produzione del riso di origine europea, ha reso impossibile competere ad armi pari, facendo contrarre i prezzi riconosciuti agli agricoltori italiani del 58% nel caso dell’arborio, del 57% per il carnaroli, del 41 % per il Roma e del 37% per il vialone nano. La Commissione europea ha annunciato che l’inchiesta durerà un anno e dovrà verificare se le importazioni delle campagne di commercializzazione degli ultimi cinque anni, vale a dire il periodo dal 1 settembre 2012 al 31 agosto 2017, abbiano effettivamente causato “gravi difficoltà” ai produttori europei. Se ciò verrà accertato, allora potrà essere applicata la clausola di salvaguardia a tutela del settore, misura che può durare fino a tre anni, salvo proroghe.

LE CRITICHE AL CETA, CHE RISCHIA DI SALTARE – Ma il ministro Salvini se l’è presa anche con Ceta. “Legittima la contraffazione dei prodotti italiani, apre il mercato ai parmesan, alle mozzarille e al grano canadese, sulla cui qualità è legittimo qualche dubbio” ha detto. Anche il ministro delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio ha annunciato di non voler ratificare l’accordo commerciale tra Unione europea e Canada. Una decisione che, tra l’altro, sarebbe sostenuta da diversi schieramenti politici, tra cui il Movimento 5 Stelle. Le conseguenze sarebbero immediate. Il Ceta, infatti, è un accordo misto. Al momento è applicato in modo provvisorio solo per quelle parti a competenza Ue e non degli Stati membri. In pratica è in stand by solo la parte degli accordi che riguarda gli investimenti e che necessita della ratifica dei 28 Stati membri e poi dell’Unione (il Canada ha già firmato il 16 maggio 2017). I singoli Paesi, dunque, hanno una sorta di veto sulla piena attuazione dell’accordo. In caso di mancata ratifica dell’Italia, l’intesa salterebbe e ne verrebbe revocata anche l’applicazione provvisoria per quanto riguarda le misure di politica commerciale, tra cui l’azzeramento dei dazi, scattata il 21 settembre 2017. A confermarlo è stato, il 1 marzo 2017, lo stesso commissario europeo per il Commercio, Cecilia Malmström, rispondendo all’interrogazione di un eurodeputato. Tutto ciò potrebbe fermare, anche per il futuro, la nascita di accordi misti che, a causa dei lunghi tempi per arrivare alla ratifica di tutti gli Stati, rischiano di non vedere mai la luce.

IL GRANO CANADESE – Il Ceta, tra l’altro, prevede l’azzeramento strutturale dei dazi per l’importazione dal Canada del grano “dove – denuncia Coldiretti – viene fatto un uso intensivo di glifosato (vietato in Italia) nella fase di pre-raccolta”. In Italia sono diverse le manifestazioni degli agricoltori contro l’arrivo di tir stracolmi di grano duro estero. È la cosiddetta guerra del grano. Nel frattempo, però, qualcosa è avvenuto. I dati disponibili restituiscono la fotografia della situazione a pochi mesi dall’applicazione dell’accordo commerciale tra Ue e Canada. Secondo i dai pubblicati dall’Istat non si è registrata nessuna invasione di grano, mentre è volato l’export con un incremento del 9 per cento. “Tra ottobre e dicembre 2017 – segnala la Cia-Agricoltori italiani – l’approvvigionamento di grano canadese è diminuito del 35%, confermando la tendenza degli ultimi anni”. Secondo un’analisi di Coldiretti, sempre su dati Istat, sono risultate azzerate le importazioni di grano duro dal Canada nel gennaio 2018. Dopo molti anni, il Paese nordamericano ha drasticamente perso il ruolo di leader come esportatore di frumento in Italia. “Il cambiamento – secondo la Coldiretti – è stato determinato proprio dal fatto che in Canada il grano duro viene trattato con l’erbicida glifosato in preraccolta, secondo modalità vietate in Italia”. Dati alla mano, però, nel 2017 ne ha esportato ancora 720 milioni di chilogrammi a fronte di 4,3 miliardi di chili prodotti in Italia. Tradotto: un pacco di pasta su sei prodotto in Italia è stato ottenuto con grano canadese.

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Mondiali Russia 2018: Serbia-Costa Rica 1-0. Decide una punizione di Kolarov, brilla il talento di Milinkovic-Savic

Ned, 17/06/2018 - 17:03

È una pennellata su calcio di punizione di Aleksandar Kolarov a decidere il match tra Serbia e Costa Rica. In una partita in cui il tanto talento dei balcanici ha fatto fatica a concretizzare la quantità di gioco prodotta, il terzino della Roma ha trovato il gol vittoria al 56esimo, trasformando un calcio piazzato con un sinistro a giro su cui non è arrivato il numero uno del Real Madrid Keylor Navas.

Decisamente sottotono Adem Ljajic, mentre Sergej Milinkovic-Savic, al centro di trattative di mercato e in possibile partenza dalla Lazio, si conferma il faro della Serbia. Il centrocampista ha illuminato la manovra della sua nazionale e incantato i 45mila della Samara Arena con piroette, rovesciate e tocchi di pura classe. La Serbia supera così il primo ostacolo del suo percorso mondiale, rischiando qualcosa nel finale ma anche con tante occasioni sprecate nel corso dei 90 minuti, e ora attende il risultato di Brasile-Svizzera, le altre due squadre che compongono il gruppo E.

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Migranti, Renzi: “Salvini ha fatto il bullo con 629 rifugiati”. La replica: “Non rispondo, lo hanno già fatto gli italiani”

Ned, 17/06/2018 - 16:45

“Salvini ha fatto il bullo con 629 rifugiati, dei poveri disgraziati. Ma non cambia nulla, è una colossale operazione di successo dal punto di vista mediatico: tanto di cappello, Salvini è stato come un bravissimo regista che ha fatto uno spot”. A dirlo è l’ex presidente del Consiglio ed ex segretario del Pd Matteo Renzi in un’intervista a In Mezz’Ora, su Rai3. Secondo Renzi “in Unione Europea non cambia nulla e anzi l’Italia è più isolata. Si può essere d’accordo sull’aiutarli a casa loro, sull’investire in cooperazione internazionale ma non puoi farlo sulla pelle di 629 persone. Un milione di like non vale una vita“. Insomma “quello dell’Aquarius è solo uno spot. Se dobbiamo stare attenti ai numeri siamo sinceri: per 629 persone lasciate in mare, si tratta di un numero infinitesimo più basso di quelli che sono arrivati da noi”. Piuttosto, per l’ex presidente, “diciamo a Orban che se non accolgono i migranti smettono di avere i fondi europei. Ma Salvini non lo fa, perché è alleato con lui“.

LA REPLICA DI SALVINI: “RENZI? GLI HANNO RISPOSTO GLI ITALIANI” – Non si è fatta attendere la risposta del diretto interessato. “Oggi Renzi ha detto che sono un bullo? A Renzi non ho tempo per rispondere, hanno già risposto gli italiani, non mi interessa rispondere agli insulti, voglio lavorare” ha detto Matteo Salvini da Cinisello Balsamo (Milano), a un incontro con la cittadinanza. “Nelle prossime settimane lavoriamo anche per aumentare le espulsioni – ha aggiunto – non basta solo farne partire meno, ma bisogna allontanarne di più”. Per il ministro dell’Interno “quelli delle coooperative che accolgono i presunti profughi fanno i generosi, hanno il cuore d’oro a 35 euro al giorno – ha detto – Io voglio vedere se gli togliamo i 35 euro al giorno se continuano a farlo lo stesso”.

RENZI E IL NUOVO STADIO DELLA ROMA – Renzi parla anche dell’altro tema forte di questi giorni, l’inchiesta sul nuovo stadio di Roma, e si sofferma in particolare sui rapporti con i dirigenti M5s (in particolare il guardasigilli Alfonso Bonafede) con Luca Lanzalone, l’avvocato diventato principale consulente, “risolutore dei problemi” nelle amministrazioni guidate da giunte dei Cinquestelle e ora finito ai domiciliari. “Il M5s sceglie una persona che deve fare da tutor per la Raggi e lo premiano, come ha detto Di Maio, con la presidenza di un’azienda – dice rispondendo a Lucia Annunziata – Siccome Lanzalone è stato presentato da Bonafede, oggi ministro della Giustizia, io dico al ministro di venire in Aula a spiegare i suoi rapporti con Lanzalone”. Renzi precisa, come sempre, di essere garantista, “ma – sottolinea – noi non urliamo ‘onestà’, anche se dovremmo gridare ‘ma ‘ndo sta?‘, visto che è ancora coinvolto l’uomo forte del sindaco”. “Una vicenda impressionante per le ricadute politiche” aggiunge Renzi, ricordando che in due anni sono finiti agli arresti i due principali collaboratori della sindaca Virginia Raggi (prima di Lanzalone, era accaduto a Raffaele Marra. Tuttavia, precisa Renzi, su un’eventuale richiesta di dimissioni della sindaca “decide il Pd di Roma”. In realtà, secondo l’ex capo del governo, “Raggi è il grande alibi del M5s, ma Lanzalone gliel’hanno imposto, non è scelta sua”.

E tutto questo si tiene, poi, nei concetti di destra e sinistra, di cosa il Pd non è riuscito a fare, dove ha perso il suo consenso, che fine ha fatto buona parte del suo elettorato. Per Renzi ciò che succede sull’immigrazione spinge a dire che “parlare di sinistra dentro il M5s che sta in un governo che è supportato da Marine Le Pen non è possibile. Non c’è sinistra, sono tutti a rimorchio di Salvini, vediamo se qualcuno batte un colpo. Spero che il Pd e il centrosinistra si facciano sentire. La sinistra e i 5S sono due rette parallele che sono destinate a non incontrarsi”. Renzi vuole togliersi qualche sassolino: “Vorrei dare un abbraccio affettuoso a quel popolo di intellettuali, attori, cantanti, filosofi, che l’anno scorso dicevano che noi del Pd non eravamo di sinistra, che lo era il M5s. M5s ora complice di Salvini, è una corrente a rimorchio della Lega”. E il discorso riguarda anche lo stesso campo del centrosinistra: quando la Annunziana per un lapsus lo chiama Salvini lui ironizza ricordando che “è capitato anche alla sinistra del mio partito che per mesi ha attaccato il Matteo sbagliato…”.

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Migranti, Boldrini contro Salvini: “Si accanisce perché non è all’altezza della sfida. Promesse che non può mantenere”

Ned, 17/06/2018 - 16:37

“Questo accanimento di Salvini verso i migranti nasconde le promesse che non può realizzare. Per rimpatriare gli immigrati irregolari ci vogliono accordi con i Paesi d’origine, non si possono ri-mandare in un non luogo. Si tratta di un accanimento disumano. Salvini è non professionale, non all’altezza della sfida”, così Laura Boldrini ex presidente della Camera intervistata questo pomeriggio a Milano.

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Lucca, bocciati in 10 nella classe dei bulli all’Itc Carrara. Insultarono il prof di italiano e pubblicarono il video in rete

Ned, 17/06/2018 - 16:29

Solo 8 studenti promossi a giugno e 10 bocciati su 26 nella classe dell’Itc ‘Carrara’ di Lucca dove il prof di italiano fu fatto oggetto di offese riprese in video circolati sul web. Lo riporta oggi La Nazione dove si precisa che tre dei sei bulli indagati dalla procura minorile di Firenze se la sono cavata col 6 in condotta e con l’essere rimandati a settembre in varie materie. Gli altri tre indagati invece furono ‘bocciati’ direttamente quando la vicenda diventò di dominio pubblico, forse ripeteranno l’anno oppure lasceranno la scuola.

Lo scrutinio di fine anno scolastico ha messo in evidenza la criticità dell’intera classe, dove ci sono stati solo 8 promossi a giugno, 8 rimandati e ben 10 bocciati, fra cui, appunto, i tre bulli verso cui il consiglio d’istituto prese la sua decisione inappellabile.

Il preside Cesare Lazzari ora parla di “amarezza” e di peggioramento nel corso dell’anno scolastico di tutta la classe, e riconosce ai tre ‘bulli’ adesso rimandati – ma già sospesi dalla scuola per un periodo prima di essere riammessi in classe – di aver reagito alla punizione e di aver avuto una reazione positiva. Infine, il docente di italiano bersaglio degli strali dei suoi studenti ha fatto sapere alla scuola che non andrà in pensione e che alla ripresa delle lezioni sarà al suo posto in aula ad insegnare. Prosegue inoltre l’inchiesta della procura dei Minori di Firenze sui sei ‘bulli’ della classe, indagati per violenza privata e minacce.

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