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Londra, tecnico del suono: “In Italia zero possibilità di crescita. Qui lavoro con i Jethro Tull e faccio tour mondiali”

Tor, 11/12/2018 - 08:53

“C’è un treno che parte, sali o non sali?”. L’avventura di Emanuele Giovagnoli è iniziata nel 2012 con questa domanda. Allora aveva 29 anni, e da Offagna, piccolo borgo nelle Marche, si era appena trasferito a Londra. Oggi di anni ne ha 35 ed è il sound engineer dei Jethro Tull, storico gruppo prog nato nel 1967. “In Italia facevo il backliner (l’accordatore di chitarre sul palco, ndr) e non vedevo possibilità di crescita. Qua lavoro per una band che quest’anno festeggia 50 anni di attività e con loro faccio tour in tutto il mondo – racconta Emanuele a ilfattoquotidiano.it –. Il mio successo è stato dettato da un mix di paraculismo e fortuna”.

Classe 1984, dopo sei anni con loro oggi Emanuele si sente parte del gruppo. L’inizio però non è stato facile. “Mi sono trasferito a dicembre 2010. Avevo 27 anni e ho ricominciato da capo. Scaricavo camion come facchino e facevo panini per 5 pound all’ora. Ogni giorno mi chiedevo se ne fosse valsa la pena visto che in Italia comunque lavoravo nel mondo della musica”. Poi, grazie a una mail fortunata, la svolta. “Scrivevo tutti i giorni ai manager dei gruppi, cercavo gli indirizzi su google. Mandavo anche centinaia di mail al giorno. Fino a quando, un giorno, James Anderson (il figlio di Ian, il fondatore della band) mi ha dato la possibilità di incontrarlo di persona”. La posizione aperta era quella di sound engineer, il tecnico che ad ogni concerto o esibizione si occupa del mixer, dei microfoni, e in generale di tutta la gestione dell’audio. Un lavoro che Emanuele non aveva mai fatto. “Era una possibilità che non sarebbe più ricapitata. Così quando mi hanno chiesto se sapessi usare il mixer, ho detto di sì. Prima della serata di prova ho studiato quello che avrei dovuto usare sui tutorial di You Tube ed è andata bene. Il resto l’ho imparato on the road e nei vari festival”.

Scrivevo tutti i giorni ai manager dei gruppi. Cercavo gli indirizzi su google. Fino a quando…

Quella di buttarsi alla cieca è stata una scelta che nel suo caso è stata azzeccata. “Non volevo trovarmi a 40 anni a chiedermi cosa sarebbe successo se ci avessi provato o meno”, dice ancora Emanuele che ha confessato solo molte trasferte e concerti dopo la “bugia” di quel primo incontro. “La band l’ha saputo solo cinque anni dopo. Per ‘punirmi’ mi hanno preso in giro nel libro del tour, dove hanno scritto che avevo fatto richiesta per lavorare nel catering”.

“Sognavo un tour mondiale, ne ho fatti sei. Sono stato due volte in Australia, tre in Sud America e 15 negli Stati Uniti“, prosegue. In Italia tutto questo sarebbe stato un miraggio. Solo con i big della nostra musica, infatti, si raggiungono risultati simili. Ma arrivarci è molto complicato. “In Italia abbiamo Zucchero, la Pausini, Jovanotti, ma è un circuito molto ristretto. Una volta che un artista trova il suo staff, il ricambio è difficile – spiega Emanuele –. Prima collaboravo con una grande società di eventi live. Senza nulla togliere agli artisti con cui ho lavorato, sentivo di non poter crescere qualitativamente. Così mi sono dato una scadenza: fare un tour mondiale prima dei 30 anni”.

La differenza tra i circuiti musicali italiani e quelli internazionali sta soprattutto nel riconoscimento dell’importanza della musica. “Solo tra i ‘big’ è davvero considerato un lavoro. Non c’è, per esempio, la cultura del ‘tour bus’. Fai parte della road crew, giri come un matto in estate. Macini chilometri, in autostrada, ma non è ritenuto importante come qui. Ho fatto dieci anni di feste in sud Italia, per esempio. Venivo pagato a serata. Dopo che fai Trento-Cosenza a Ferragosto, tutto di corsa e per 150 euro, ti chiedi se vuoi andare avanti così”. Il pop italiano comunque, nel quale Emanuele ha ‘militato’ da quando aveva 21 anni, è stato il suo trampolino. “Devo tutto a quell’esperienza”, dice. Se dovesse essere paragonato a qualche settore nel nostro paese, per Emanuele “il business della musica in Inghilterra è impostato come per noi un’azienda edile. È trattato come un settore che fattura – continua -. Anche il circuito underground degli artisti minori qui ha tanto movimento”.

Dopo che fai Trento-Cosenza a Ferragosto, tutto di corsa e per 150 euro, ti chiedi se vuoi andare avanti così

Ad avallare il diverso ‘peso’ della musica nella multiculturale città inglese sono le opportunità che ha avuto grazie ai suoi anni con la band rock. “Ho conosciuto e condiviso palchi con i fratelli Gallagher, membri dei Doors, i Prodigy. Il mio oggi è un biglietto da visita che apre molte porte – spiega –. Qui sono responsabile dell’installazione audio al nuovo quartier generale della Universal Music, ho una piccola sound company a Londra e sono fornitore di impianti per eventi in autonomia. In una città che vive giorno e notte come questa ti puoi permettere di fare tante cose e di costruirti tanta esperienza”.

La passione per la musica ha origini lontane, che partono da una chitarra acustica “eko” a 12 corde e arrivano all’elettrica Gibson Les Paul del ’72. “Ho aperto per caso una custodia di mio padre – racconta Emanuele – aveva un fascino tutto suo. Avevo 9 anni e me ne sono innamorato pur non sapendo cosa fosse”. E quell’amore per la musica non è mai passato. “È un mondo guidato dalla voglia di sognare e dall’emozione. Ancora oggi ho i crampi allo stomaco e la pelle d’oca quando sento gli applausi a inizio concerto”.

L’idea di tornare in Italia non è nei piani, nonostante la Brexit. “Dal referendum mi sono sentito pugnalato alle spalle. Sono cresciuto alle elementari con il libro Cittadini d’Europa. Così distruggono il sogno di una generazione a cui l’Unione europea era stata venduta come un’istituzione fatta di ‘pace e amore'”. Solo se riuscisse a lavorare con gli Oasis, forse, potrebbe considerarsi così soddisfatto da volere tornare, un giorno. “Conoscerli è stata già una soddisfazione. Se mi chiamassero andrei subito. Poi tornerei, consapevole però di sapere esattamente dove sto andando. Tra i tanti mi piacerebbe lavorare con Omar Pedrini, che ammiro molto”. Poi conclude: “In Italia siamo genuini. La stessa genuinità per la quale quando torno mi siedo ore al bar del paese. Siamo veri”.

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Mafia, blitz all’alba nel Trapanese: 25 perquisizioni e un fermo. Si stringe il cerchio attorno a Matteo Messina Denaro

Tor, 11/12/2018 - 08:39

Fiancheggiatori e favoreggiatori della latitanza di Matteo Messina Denaro. Contestando questa accusa i carabinieri del Ros e del comando provinciale di Trapani hanno bussato alle porte di 25 persone per effettuare perquisizioni nelle loro abitazioni. È stato anche fermato un esponente di spicco di Cosa Nostra a Mazara del Vallo, Matteo Tamburello, indagato per associazione mafiosa, trasferimento fraudolento di valori e violazione degli obblighi sulla sorveglianza speciale.  jwplayer("jwp-tWyv8TL9").setup({ playlist: [{"mediaid":"tWyv8TL9","description":"di Agenzia Vista","pubdate":1544515107,"title":"Mafia, blitz nel regno di Matteo Messina Denaro. Le immagini della perquisizioni","image":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/thumbs\/tWyv8TL9-720.jpg","variations":[],"sources":[{"type":"application\/vnd.apple.mpegurl","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/manifests\/tWyv8TL9.m3u8"},{"width":320,"height":180,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/tWyv8TL9-2kLOQlpN.mp4","label":"180p"},{"width":480,"height":270,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/tWyv8TL9-mgX5kRUd.mp4","label":"270p"},{"width":720,"height":406,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/tWyv8TL9-DGOVPaTh.mp4","label":"406p"},{"type":"audio\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/tWyv8TL9-jz9FGUIN.m4a","label":"AAC Audio"}],"tracks":[{"kind":"thumbnails","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/strips\/tWyv8TL9-120.vtt"}],"link":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/previews\/tWyv8TL9","duration":79}] });

L’operazione – nella quale sono stati impiegati 200 carabinieri – costituisce un’ulteriore fase delle indagini della procura Antimafia di Palermo, guidata da Francesco Lo Voi, per la cattura del superlatitante, ultimo custode delle stragi del 1992 e 1993, attraverso il progressivo depotenziamento dei circuiti di riferimento e il depauperamento delle risorse economiche del gruppo criminale che ne protegge la latitanza iniziata nel giugno di 25 anni fa. Le perquisizioni dei numerosi obiettivi individuati, come abitazioni, proprietà rurali ed esercizi commerciali, hanno già permesso di arrestare in flagranza di reato due degli indagati, trovati in possesso di pistole illegalmente detenute. Sono inoltre state sequestrate apparecchiature informatiche e per le telecomunicazioni e una copiosa documentazione, materiale questo che è già al vaglio dei tecnici e degli analisti del Ros e che, ritengono i carabinieri, potrà fornire spunti utili per il proseguo delle investigazioni.

I militari dell’Arma, su disposizione della Dda della procura di Palermo, hanno anche fermato Matteo Tamburello, esponente di spicco della famiglia di Cosa nostra di Mazara del Vallo. Al centro delle indagini ci sono i mandamenti mafiosi di Mazara del Vallo e di Castelvetrano nel cui alveo sono state documentate “qualificate interlocuzioni intrattenute da Tamburello con soggetti riconducibili al reggente del mandamento di Castelvetrano, Gaspare Como, cognato del latitante Matteo Messina Denaro”, arrestato sempre dal Ros lo scorso aprile. Le investigazioni sul clan mafioso mazarese hanno permesso di “individuare la fase riorganizzativa degli assetti di vertice, fornendo importanti elementi sulla sua collocazione baricentrica nelle relazioni criminali nella Sicilia occidentale”.

Le indagini, sostengono i carabinieri, hanno anche permesso di “appurare che Tamburello programmava di gestire, direttamente e grazie alla collaborazione di un imprenditore mazarese, anch’egli sottoposto a perquisizione dai militari del Ros nell’ambito dell’operazione, cospicui lavori nell’ambito dell’eolico per l’ampliamento di un impianto sito in territorio di Mazara del Vallo, attraverso la palificazione di nuovi aereo generatori“. Un’attività che per Tamburello rappresentava “l’occasione per poter ripartire” e “costituiva un vero e proprio programma di infiltrazione mafiosa in uno degli affari più importanti degli ultimi anni sul territorio siciliano ed in particolare trapanese”, spiegano gli inquirenti.

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Dl Sicurezza, Sprar: “Migliaia in strada, non sappiamo più cosa possiamo fare”. A giorni nuovo decreto del Viminale

Tor, 11/12/2018 - 08:28

Il primo indiscutibile effetto del decreto sicurezza appena entrato in vigore è aver reso più incerto sia per gli operatori sia per i migranti il sistema di accoglienza. “C’è una situazione di indefinitezza – spiega Daniela Di Capua, direttrice del Servizio centrale dello Sprar (Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati), cioè fino all’attuale governo il sistema d’accoglienza “ordinario”- è molto chiaro cosa non possiamo più fare, ma non altrettanto quello che possiamo fare. Dovrebbe esserci un nuovo decreto ministeriale, ma non si sa quando, né come sarà fatto”. Arriverà a giorni, spiegano dal Viminale.

Per vedere in effetti quanto Matteo Salvini con il suo decreto sia riuscito a smontare il modello precedente – con il dichiarato intento di ridurre il numero dei migranti titolari di forme di protezione per stare in Italia- serviranno ancora dei mesi. La revisione del sistema Sprar e l’abolizione della vecchia protezione umanitaria sono le variabili che avranno il ruolo maggiore. Per i critici del dl il timore è che, alla fine dei conti, l’effetto sia duplice: forte aumento degli irregolari e immediato aumento dei migranti costretti a vivere in strada.

Di questa seconda categoria fanno parte i migranti che stavano accolti nei Cas (Centri di accoglienza straordinaria) e che hanno ottenuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari prima del 5 ottobre, data di abrogazione di questa vecchia categoria. Oggi l’umanitario è sostituito da un permesso “speciale” concesso a vittime di tratta, persone che subiscono sfruttamento lavorativo, casi medici (la tipologia più vaga) e persone con meriti civili. “Sono casi che rientrano più nella sfera sociale che in quella del diritto d’asilo”, commenta Di Capua, che ancora non sa quindi che numeri deve aspettarsi per lo Sprar, dove andranno accolte queste persone.

Che cosa succede, intanto, a chi è stato giudicato dalle Commissioni territoriali – gli organi che concedono l’asilo – secondo le vecchie regole? Il Viminale spiega in una nota che il decreto sicurezza non è retroattivo, quindi chi è parte di un percorso di accoglienza, che sia Sprar o che sia Cas lo porterà fino al termine, cioè al momento in cui la Commissione territoriale si pronuncerà sul suo caso. Chi ha ottenuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari prima del 5 ottobre e stava in un Cas è finito in strada: le nuove regole dello Sprar, infatti, impediscono la presa in carico, che invece era prevista in passato (almeno fino all’esaurimento dei posti).

Quanti sono i migranti in questa situazione? “Migliaia”, stima Di Capua, mentre dal ministero non forniscono dati più precisi. L’assessore alle Politiche sociali di Milano Pierfrancesco Majorino sostiene che solo nel capoluogo lombardo sono 240, ossia (stime al ribasso) poco più del 10% circa dei migranti accolti in Sprar e Cas cittadini in un anno (stime Eupolis ad aprile 2018: 3128 migranti in città). Con una proiezione della stima su tutta Italia, l’ordine di grandezza che si ottiene è 12 mila persone. Una cifra plausibile, per quanto imprecisa.

La posizione del Viminale è che in realtà non tutti sarebbero stati accolti nello Sprar e che quindi l’effetto del decreto è solo quello di rendere più efficace la scelta di chi ha diritto di proseguire l’accoglienza. “Le verifiche all’interno del sistema di accoglienza vengono fatte periodicamente: è sempre stato così, visto che si tratta di un servizio pagato con soldi pubblici ed è doveroso controllare se il denaro viene speso correttamente (cioè per chi ne ha diritto)”, spiega il ministero in una nota.

Però al Servizio Centrale dello Sprar resta il problema di capire che cosa ne sarà dell’intero programma d’accoglienza così come immaginato fino ad oggi. Infatti è possibile in futuro che i posti previsti all’Interno dello Sprar si riducano rispetto ai circa 30mila di oggi. La graduatoria dei Comuni che volevano ampliare i loro progetti Sprar o entrare nel sistema attende da luglio di essere pubblicata. Il decreto ministeriale che prevedeva due “chiamate” all’anno – una a luglio e una a settembre – è stato abrogato con il nuovo decreto Salvini. Senza graduatorie non è nemmeno possibile sapere quanto sarà il budget stanziato per lo Sprar. La posizione del ministero dell’Interno è che ancora si sta valutando l’impatto della forte riduzione degli sbarchi, diminuiti dell’87% in un anno. Probabile, quindi, un effettiva riduzione dei posti.

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Rifiuti Roma, Regione pronta a prorogare i permessi ai tmb Salario e Rocca Cencia

Tor, 11/12/2018 - 08:24

La Regione Lazio è pronta a prorogare di un anno le autorizzazioni ai malandati impianti di trattamento dell’immondizia romana, in scadenza il 31 dicembre. Con buona pace delle decine di migliaia di residenti nei quadranti intorno ai tmb Salario e Rocca Cencia, da tempo in lotta contro i miasmi che stanno attanagliando le zone limitrofe di Roma nord e Roma est. Lo fa, dettando una lista di 15 prescrizioni “molto rigida” che Ama, la società capitolina che gestisce i rifiuti in città, dovrà impegnarsi a seguire pedissequamente. Pena, fra 12 mesi, la revoca dei permessi. “Fra 12 mesi”, appunto, non subito. Anche perché, ragionano fonti qualificate alla Pisana, “chiudere di punto in bianco quegli impianti, oggi, porterebbe Roma a un’emergenza ben peggiore di quella di Napoli 2007”. Una necessità oggettiva dunque, malgrado l’assessore regionale all’Ambiente, Massimiliano Valeriani, resti dell’idea che “così come operano oggi, gli impianti di trattamento meccanico biologico dei rifiuti del Salario e di Rocca Cencia sono incompatibili con il tessuto urbano circostante”.

LE PRESCRIZIONI – Il documento in possesso de IlFattoQuotidiano.it è molto tecnico ma si evince come il tenore delle prescrizioni sia piuttosto perentorio. In particolare, al punto 2 si impone l’Ama di “classificare i rifiuti prodotti a norma, tenuto conto del processo da cui questi sono generati”, codificazione che, come rilevato dall’Arpa, veniva fatta in maniera automatica senza verificare la “qualità” del prodotto lavorato. Al punto 3, invece, si chiede di “rispettare la frequenza di 15 giorni prevista per operare lo svuotamento dell’area ricezione dei rifiuti solidi urbani, al fine di effettuare le previste operazioni di sanificazione e pulizia”, ovvero svuotare e pulire le vasche di lavorazione”; al punto 4, quindi, si impone di “mantenere il valore di umidità del letto biofiltrante nel range percentuale previsto (40% – 60%) nella tabella ‘emissioni in aria’”, questione che interessa soprattutto il tema dei miasmi”.

In generale, come rilevato al punto 6, l’azienda è chiamata “a trasmettere tempestivamente, presso la competente Arpa Lazio, i relativi fascicoli di validazione, qualora s’intenda utilizzare metodi di campionamento alternativi a quelli previsti”. Infine, rilevante il punto 14, in cui si impone di “effettuare tutte le verifiche previste in relazione alla sezione ‘difesa suolo’ con particolare riferimento alle aree di stoccaggio”. La missiva è stata “trasmessa a Roma Capitale (nell’indirizzario anche la sindaca Virginia Raggi, ndr) nonché, con separata nota, presso la competente Procura della Repubblica di Roma”, con il pm Carlo Villani che ha già tre fascicoli aperti sull’argomento.

I RIFIUTI ROMANI NON DIMINUIRANNO – Il problema è che nel corso del 2019 i rifiuti “prodotti” dalla Capitale non diminuiranno come annunciato in un primo momento dall’amministrazione capitolina. Tutt’altro, come si evince nero su bianco dalla relazione del piano finanziario allegata al Bilancio previsionale 2019 del Campidoglio e dal report allegato al Bilancio consuntivo 2018. Rispetto alla cifra di 1.650.000 tonnellate di indifferenziato previste per il 2018, infatti, ne sono state contate realmente 1.739.000 – circa il 5% in più – e per il 2019 ne sono state previste 1.736.000, dunque in linea con i dati reali dell’anno quasi trascorso. Da questo deriva che, sempre come previsto dalla relazione allegata al previsionale 2019, l’impianto Salario – quello più contestato dai cittadini – dovrà lavorare al 78% della sua capacità autorizzativa: se nel 2018 la media è stata all’incirca di 400 tonnellate al giorno (con tutte le difficoltà raccontate dall’Arpa, nel 2019 si dovrà passare necessariamente a 650 tonnellate.

IL NUOVO PIANO INDUSTRIALE – Con l’annunciata “soluzione” – anche se si tratta di una postergazione – del contenzioso da 60 milioni in corso fra Campidoglio e Ama, dall’azienda presieduta da Lorenzo Bagnacani parlano da settimane del nuovo piano industriale che, come si anticipa nel piano finanziario 2019, prevederebbe un “progetto di sviluppo, attraverso la realizzazione di aree industriali attrezzate al ricevimento di rifiuti urbani provenienti dalla raccolta differenza e da quella indifferenziata, che consentono la completa riconversione dei materiali, ossia la trasformazione in ‘prodotto’ di tutti i rifiuti in ingresso”.

Tradotto: dei “tmb più moderni”, come amano spiegare in azienda. Il problema, come messo in luce anche da Valeria Baglio, consigliera del Pd in Campidoglio, lo stesso piano tariffario, alla voce investimenti, prevede “solo” 67 milioni di euro, di cui 42 milioni per acquistare nuovi autocarri e 30 per bidoni e bidoncini della raccolta differenziata. “E dove sono i soldi per i nuovi impianti sostitutivi?”, si chiedono i Dem. Al momento, l’unica “soluzione” – con tutto ciò che comporta – sarebbe rivolgersi all’altro impianto di Rocca Cencia, il tritovagliatore di proprietà del Colari di Manlio Cerroni e gestito dalla ditta Porcarelli, autorizzato per 411.000 tonnellate l’anno, a cui il “Supremo” potrebbe affiancare il vicino tmb di Guidonia.

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Carta d’identità elettronica: dopo 20 anni soltanto uno su dieci ce l’ha. E i comuni dicono: “Arriverà, più poi che prima”

Tor, 11/12/2018 - 08:15

In tasca ce l’ha un italiano su dieci, non di più. Per gli altri, serviranno altri sette anni. Con l’operazione “reddito di cittadinanza” si torna a parlare, non senza polemiche, di tessere e ​di ​chip, ​di tempi, procedure e costi di emissione. In tema di digitalizzazione dei servizi al cittadino l’Italia vanta un precedente più che ​ingombrante, da Guinness dei Primati: la carta di identità elettronica, questa semi sconosciuta da un quarto di secolo. Il progetto per la sostituzione del documento cartaceo risale, niente meno, alla Legge Bassanini. Era il 1997, l’anno della morte di Lady Diana, del successo delle Spice Girls, dell’Inter di Ronaldo, di Scalfaro Presidente e delle fibrillazioni del primo governo Prodi. Da allora, ne sono seguiti altri 20 di anni e ben 12 normative in materia di semplificazione e innovazione nei servizi della Pa. Nessuno saprebbe quantificare il costo di questa corsa all’innovazione azzoppata dall’evanescenza degli impegni politici, dalla cronica carenza delle competenze e​ risorse necessarie​: quanti gruppi di lavoro e commissioni? Qu​an​te strutture tecniche, gare e affidamenti per materiali e sistemi informatici? Certo, è invece un dato: soltanto un italiano su dieci ​oggi ​può esibire il documento col chip, e ​– ​di questo passo ​- ​serviranno sette anni per farlo avere a tutti gli altri.

I dati ufficiali del Viminale dicono che, dopo due lustri, solo un italiano su dieci ne ha in tasca una, per l’esattezza 6.473.762 di persone (10,58%). Vero è che la maggior parte si devono all’accelerazione impressa dal Poligrafico dello Stato grazie al supporto del team per la Trasformazione digitale che fa riferimento a Diego Piacentini, una delle intuizioni riuscite di Matteo Renzi. C’è un grafico che ben illustra l’andamento della diffu​s​ione, sia della t​ecnologia che dei rilasci. In pratica i comuni abilitati alle Cie e quelli che le emettono effettivamente. Il grafico mostra un’impennata a partire dal secondo quadrime​stre del 2017 che non si è più fermata e oggi – stando a dati ufficiali – sono ormai 7.504 le anagrafi attrezzate su 7.982 comuni. In pratica 478 non sono ancora “allacciati”, l’obiettivo dichiarato è di raggiungerli tutti entro il 31 dicembre 2018. Siamo dunque al 94%, ma il dato non deve ingannare.

Il grafico mostra infatti lo scollamento tra i valori di dotazione e quelli di emissione, a significare che molti comuni che risultano formalmente attrezzati e abilitati, in realtà non emettono i documenti, oppure hanno tempi medi molto lunghi rispetto alle previsioni. Se mediamente vengono emesse circa 120mila Cie a settimana, è il dato geografico a fare la differenza per il cittadino. Esiste infatti un tema di efficienza dei rilasci e di tempi di attesa che ha portato a stilare “classifiche” nazionali dai differenziali apparentemente incomprensibili, perché da una anagrafe all’altra lo stesso servizio può essere erogato in tempi molto diversi, secondo le criticità interne alla singola amm​i​nistrazione o anagrafe per far fronte alle richieste. Anello debole della filiera del rilascio è infatti l’appuntamento su prenotazione, che può effettivamente richiedere pochi giorni fino a diverse settimane e interi mesi. Siamo al federalismo digitale dei servizi al cittadino: il record negativo spetta a Roma Municipio VII, con 130 giorni medi di attesa contro i 30 di Milano, i 6-7 di Bergamo.

Suo sito www.forum.italia.it che è lo spazio di dialogo messo a disposizione dei cittadini per ​i progetti di e-gov ci sono diverse testimonianze come questa. Scrive Davide Casuccio da Capua: “Nonostante la conferma dell’attivazione del servizio CIE sul relativo sito il Comune di Capua rilascia ancora le vecchie carte d’identità cartacee. Alla domanda riguardo la CIE mi è stato risposto dai funzionari del comune che l’attiveranno “più poi che prima”, questo effettivamente risulta abbastanza strano visto che il servizio risulta attivo in praticamente tutti i comuni limitrofi tranne che nel già citato Comune di Capua”.

Non sono poi mancati recenti errori-orrori. Su una frontiera digitale dove sbagliare sembra quasi impossibile, dato il livello di automazione dei processi e delle procedure Cie, è capitato che 346mila chip consegnati tra ottobre 2017 e febbraio 2018 nelle mani di altrettanti cittadini fossero fallati. La data di scadenza riportata sulla tessere elettronica non era quella registrata nel microprocessore. Il Poligrafico ha riconosciuto l’errore spiegando però che non invalidava le funzionalità della carta, né sortiva effetti sulla possibilità di espatrio. E disponeva il ritiro delle partite fallate. Tuttavia quell’errore si è protratto per quattro mesi prima che qualcuno se ne accorgesse e la vicenda è diventata di pubblico dominio su segnalazione, a maggio, del presidente dell’Anci Antonio Decaro. Il costo riferito da fonti sindacali di 50 milioni di euro non ha avuto conferme né smentite. La domanda che corre è: quanto tempo ci vorrà ancora?

Nel 2018 quello medio di emissione è stato di 580mila tessere al mese, 140mila a settimana. Ecco perché, ai ritmi attuali, per dare una card ai restanti 53 milioni ancora sprovvisti potrebbero servire sette anni. Il motivo è strutturale, figlio di una precisa scelta del legislatore di subordinare l’innovazione al suo costo. “In Italia ogni anno si rifanno circa 6 milioni di carte d’identità tra quelle nuove dei 18enni, quelle scadute a 10 anni e le poche smarrite o danneggiate”, spiega Simone Piunno, Chief Technology Officer del team per la trasformazione digitale a Palazzo Chigi. “Il legislatore ha previsto l’emissione di quella elettronica solo in quei casi cioé ex novo, non in sostituzione di quelle ancora in corso di validità. Fino a che non cambierà la legge questo è il tempo necessario, accelerare avrebbe certo un effetto positivo in termini di diffusione del servizio e dell’innovazione ma dall’altra parte ha anche un costo che si è deciso di sostenere, ma solo gradualmente”.

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Sul Fatto dell’11 dicembre – Perquisiti a Bergamo i “contabili” della Lega

Tor, 11/12/2018 - 00:41
I 49 milioni Perquisiti a Bergamo i “contabili” della Lega

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Un padre ha ucciso il figlio disabile, probabilmente a bastonate. È successo ieri pomeriggio a Saluzzo. La vittima aveva 42 anni ed era affetta da una grave disabilità. Sull’accaduto sono in corso le indagini dei carabinieri che hanno fermato il padre e ora lo stanno interrogando. L’omicidio è avvenuto nell’appartamento in cui padre e figlio […]

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Il macabro rituale

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Centri per l’impiego, concedo per i papà, il catasto della frutta, il Numero unico europeo ma anche la succursale napoletana della Normale di Pisa e l’ecobonus per le auto non inquinanti. È lunga la serie di dubbi e richieste di chiarimenti che emergono dall’analisi sulla manovra condotta dai tecnici del Servizio di bilancio del Senato, […]

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Confusione – I commissari europei: “Il tempo è poco”. Salta la riunione sugli emendamenti al Bilancio

di l.d.c Italia contro “Studio su misura, poca famiglia: così il pensiero muore”

In questo modo si sancisce la totale separazione dell’istruzione dalle famiglie”: Francesco Bruni è un linguista, professore emerito di Storia della Lingua Italiana alla Ca’ Foscari di Venezia. Professor Bruni, il ministro diramerà una circolare per chiedere ai docenti di assegnare meno compiti a casa durante le vacanze di Natale. Che ne pensa? Che si […]

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“I periodi di vacanza devono servire per esperienze non legate alla didattica scolastica”: a dirlo è Raffaele Mantegazza, professore associato di Pedagogia interculturale all’Università Bicocca di Milano. Professore, troppi compiti a casa? La scuola sta occupando sempre più il tempo dei nostri ragazzi con una efficacia che non è proporzionale allo sforzo. La quantità e […]

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“Arriverà a breve una circolare per sensibilizzare le scuole e il corpo docente affinché vengano diminuiti i compiti per le vacanze di Natale”: ad annunciarlo, ieri, il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, intervenendo a un incontro del Garante dell’Infanzia. “Vorrei – ha aggiunto il ministro inserendosi con un punto fermo in un dibattito, quello sui compiti […]

di Virginia Della Sala Mondo L’Intervista “Perseguitati in Italia, non posso neppure registrare mia figlia”

Vita da gulenista”

di Lor. Bag. L’Inchiesta – Black Site Turkey La guantanamo per i nemici di Erdogan

Servizi segreti – C’è un buco nero in cui spariscono i membri del movimento di Fethullah Gülen accusato del tentato golpe del 2016: rapimenti all’estero, voli misteriosi da Pristina (Kosovo) e torture. Per la prima volta parlano due sopravvissuti e ci raccontano tutto

di Due giorni di visita Salvini in Israele: incontra Netanyahu ma non il presidente

Torna in Israele, Matteo Salvini. Lo fa due anni dopo la prima visita, questa volta da ministro dell’Interno e vicepremier. Oggi vedrà a Gerusalemme il premier Benjamin Netanyahu – ma non il presidente Reuven Rivlin – proprio mentre Israele è impegnato nell’operazione “Scudo del nord” per individuare e distruggere i tunnel di Hezbollah, miliziani sciti […]

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Che i Rolling Stones siano stati profondamente influenzati dal Blues è cosa risaputa, a partire dalla scelta del loro nome, ispirato da un brano di Muddy Waters: parafrasando Goethe che disse “Molto spesso eventi imminenti proiettano una loro ombra in avanti, prima che essi accadono”, è proprio quel che accadde a Mick Jagger quando lesse […]

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Bologna, ordigno esplode davanti a sede di Forza Nuova. “Risposta forte e decisa”

Pon, 10/12/2018 - 22:26

Era un contenitore in latta riempito di polvere pirica l’ordigno artigianale che è esploso la scorsa notte, qualche minuto prima delle 3.30, davanti alla serranda di un circolo in via Biancolelli, a Bologna, nel periferico quartiere di Borgo Panigale. Un locale senza insegna né altre indicazioni, ma che gli attentatori sapevano ospitare una sede del movimento di destra Forza Nuova, come conferma una sorta di rivendicazione di natura antifascista trovata dalla Polizia poco lontano.

Lo scoppio, avvertito da molti residenti, ha fatto danni: “La serranda è stata divelta e la vetrina è andata in frantumi”, ha spiegato il coordinatore provinciale di Fn Stefano Colato. “La nostra risposta sarà forte e decisa – ha aggiunto – nessuno potrà impedirci di fare politica e non sarà certo un gesto vigliacco fatto di notte a intimorirci”.

Sul posto è intervenuta la Polizia, con la Digos e la Scientifica che anche in mattinata ha svolto sopralluoghi in cerca di tracce utili alle indagini. Sotto il parabrezza di un’auto parcheggiata poco lontano e di proprietà di un residente sono stati trovati una decina di fogli A4, tutti con lo stesso messaggio, scritto in nero servendosi probabilmente di un righello: “In questo posto, che appare altro rispetto al tentativo dei fascisti di riorganizzarsi in città, si nasconde il covo bolognese di Forza Nuova. Contro tutti i fascisti“. Per gli investigatori non si tratta di una vera e propria rivendicazione, visto che il messaggio non contiene una firma, ma è comunque uno dei punti di partenza dell’indagine.

La sede di Forza Nuova non ha un sistema di videosorveglianza, ma la Polizia sta esaminando i filmati di altre telecamere nei dintorni. Accertamenti sono in corso anche sui resti del contenitore (andato in gran parte distrutto) utilizzato per creare l’ordigno. “Purtroppo il clima politico a Bologna sta diventando sempre più pesante” ha detto ancora il coordinatore locale di Fn, annunciando che a breve sarà organizzata un’iniziativa in risposta all’attentato.

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Primarie Pd, Renzi annuncia che non si candiderà: ‘Chi vince avrà il mio rispetto e non il logorio interno che ho ricevuto io’

Pon, 10/12/2018 - 22:17

Ad appena due giorni dalla clamorosa indiscrezione che dava Matteo Renzi tentato da una terza candidatura alle prossime primarie del Partito Democratico, arriva la smentita ufficiale da parte dell’ex premier. Tramite il proprio profilo di Facebook infatti il senatore di Rignano sull’Arno ha scritto: “Càndidati al congresso, mi hanno scritto in tanti. Grazie del pensiero, ma non lo farò. Ho vinto due volte le primarie con il 70% e dal giorno dopo mi hanno fatto la guerra dall’interno. Mi sentirei come Charlie Brown con Lucy che gli rimette il pallone davanti per toglierlo all’ultimo istante. Non mi ricandido per la terza volta per rifare lo stesso”. Renzi che poi continua il suo post sui social garantendo che chiunque vincerà lo scontro elettorale “avrà il mio rispetto e non il logorio interno che ho ricevuto io”. Appena sabato scorso infatti molti esponenti vicini a Matteo Renzi avevano lasciato trapelare che l’ex premier stesse pensando seriamente a una nuova discesa in campo. Alcune fonti non renziane all’interno del partito avevano riferito al fattoquotidiano.it che lo stesso Renzi aveva commissionato a Swg un sondaggio per tastare il terreno. Oggi è stato reso noto invece, dall’ufficio stampa di Zingaretti, che l’Istituto Noto ha effettuato delle rilevazioni ad hoc che hanno dato il seguente risultato: Zingaretti al 41%, Renzi al 31% e Martina al 28%.

Renzi ha parlato anche delle prossime elezioni europee: “Con che lista ci presenteremo alle Europee e alle politiche? Qualcuno vorrebbe liste superando il simbolo del Pd, altri chiedono un fronte repubblicano, altri di aprire a Leu, qualcuno a Più Europa, alla società civile, al movimento dei sindaci, ai Gilet Gialli. A me sinceramente sembra giusto che questa decisione sia presa da chi rappresenterà la nuova leadership del Pd. Altrimenti che facciamo a fare le primarie?”. L’ex sindaco di Firenze ha concluso lanciando frecciatine verso la maggioranza di governo e all’interno del suo partito: “Mettersi a litigare oggi noi sulle liste da fare mentre il governo Salvini-Di Maio distrugge la nostra economia, bloccando le infrastrutture, perdendo credibilità in Europa, mi sembra assurdo. Facciamo opposizione al governo anziché a noi stessi, o vogliamo continuare per tutto il 2019 ad attaccare il Matteo sbagliato?”.

L’ex premier, poi, ha sottolineato che il suo errore più grande “è stato non ribaltare il partito. Non entrarci con il lanciafiamme come ci eravamo detti”: “In alcuni casi il Pd ha funzionato – ha spiegato – in altre zone è rimasto un partito di correnti. Ritengo che le correnti siano il male del partito. A fine gennaio uscirà un mio libro, per Marsilio, e girerò tutto il Paese – ha annunciato – specie i piccoli borghi di provincia, per parlare e per ascoltare. Come ai vecchi tempi”. L’ex premier, poi, ha ripercorso le ultime tappe della sua esperienza alla guida del partito: “Dopo le elezioni, io sono l’unico che si è dimesso. Mi sono preso tutte le responsabilità. Una parte del gruppo dirigente continua a pensare che sia stata tutta colpa del mio carattere. Mi sembra leggermente riduttivo”. Sul futuro, invece, Renzi ha anticipato che “negli stessi giorni (dell’uscita del suo libro, ndr) partirà un progetto di Web TV al quale sto lavorando da mesi per rilanciare i nostri contenuti e non lasciare la rete in mano alle Fake News. Continuerò a incoraggiare i comitati civici e a riunire il meraviglioso popolo della Leopolda, simbolo di chi ci crede e si impegna”. “Io continuo a combattere – ha scritto ancora – Non corro per il congresso ma non vado in pensione, resto in campo, sorridente e tenace. Perché il tempo è galantuomo. E io ci credo davvero”.

Ora che Matteo Renzi ha ufficialmente smentito la sua candidatura alle primarie, il problema più grande si pone per i suoi fedelissimi, che dovranno fare una scelta importante: sostenere Maurizio Martina o proporre una candidatura autonoma, con lo spettro di un “liberi tutti” che potrebbe portare anche a una scissione. In tal senso, mercoledì 12 scade il termine per le candidature al congresso del Pd: l’area che fa capo a Renzi, dopo il ritiro di Minniti, non ha ancora deciso la propria linea. Luca Lotti e Lorenzo Guerini hanno convocato per martedì alle 13 una riunione alla Camera dei parlamentari Dem che avrebbero sostenuto la mozione Minniti. E l’ex segretario, che ha in cantiere un nuovo libro oltre al documentario, ha gelato le speranze di chi sperava in un ripensamento dell’ultima ora. Dunque, le due opzioni. La migliore, perché permetterebbe di tenere unita l’area renziana, è presentare un proprio candidato. E in questa chiave si fanno i nomi di Ettore Rosato e Lorenzo Guerini, che però non sarebbero disposti a correre. In alternativa tornano nomi “di bandiera” come quelli delle parlamentari Teresa Bellanova o Anna Ascani.

Ma a poche ore dal vertice decisivo, un nome forte non sembra spuntare, perciò cresce l’ipotesi di un sostegno alla mozione Martina. Fonti renziane hanno spiegato che la convergenza su Maurizio Martina sarebbe condizionata a una proposta “forte”: non un sostegno camuffato ma una presenza renziana visibile (circola l’ipotesi, smentita da più parti, di Maria Elena Boschi candidata alla presidenza del Pd). Ma dall’area Martina hanno fatto sapere di non essere interessati a “nessun risiko sui nomi” o a un “congresso a tavolino”. Perciò “la proposta Martina-Richetti va avanti nel territorio a raccogliere adesioni”. Tra i renziani più pessimisti (esclusa anche una convergenza d’area su Zingaretti) si fa così largo il terzo scenario: il “liberi tutti“, senza il sostegno a un candidato al congresso. In questo caso, però, crescerebbe il rischio di un’uscita dal Pd. Renzi in tal senso ha negato di essere al lavoro su una prospettiva del genere già in vista delle europee, ma i suoi continuano a chiedergli di non estraniarsi dalla partita. Anche alla luce del rimpianto che l’ex segretario confessa in serata via Enews ai suoi sostenitori: “Non aver ribaltato il partito, non aver usato il lanciafiamme”.

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“Tiziano Renzi diffida e le Iene non mandano in onda il servizio sui lavoratori in nero”: la denuncia del M5s

Pon, 10/12/2018 - 21:28

“Doveva andare in onda ieri sera, abbiamo chiesto alla redazione e abbiamo scoperto che Tiziano Renzi ha mandato una diffida“. È quanto scrive in un post su Facebook il Movimento 5 Stelle a proposito del servizio realizzato dalle Iene sui presunti strilloni in nero utilizzati in passato dalle società del padre dell’ex premier. Un video, quello del programma Mediaset, realizzato riprendendo un’inchiesta del quotidiano La Verità e dopo la serie di servizi sul padre di Luigi Di Maio e sugli operai senza contratto nella sua azienda.

“Ieri sera tanti hanno passato la serata a vedere le Iene. Sapevano che avrebbero dovuto fare il servizio sui lavoratori in nero di Tiziano Renzi – si legge sulla pagina Facebook del Movimento – Lo stesso Tiziano ha raccontato con dovizia di particolare la sua intervista con Filippo Roma in un post. Anche noi abbiamo aspettato e aspettato, ma voi lo avete visto il servizio?” si chiedono i grillini, che poi hanno spiegato di aver cercato spiegazioni sulla mancata messa in onda: “Eppure dalla redazione ci avevano detto che sarebbe andato in onda. Allora abbiamo chiesto informazioni e abbiamo scoperto che Tiziano Renzi ‘ha mandato una diffida’. Secondo quanto lascia intendere il post del Movimento, quindi, si è trattato di una sorta di autocensura delle Iene per non incappare in problemi giudiziari con Tiziano Renzi.

Successivamente, però, sulla questione è intervenuto anche il deputato livornese del M5s Francesco Berti: “C’è una non-notizia che viene sbattuta in prima pagina da settimane, quella delle carriole sequestrate nel giardino di casa del padre di Di Maio – ha scritto in una nota – E c’è una notizia che non viene raccontata: quella dei lavoratori in nero nell’azienda di Tiziano Renzi. Non so se si possa chiamare censura, ma certamente ci si avvicina molto”. Berti poi ha aggiunto: “Che un servizio già confezionato non venga mandato in onda a seguito di una banale diffida è semplicemente vergognoso. Dov’è la libertà di stampa di cui lo stesso Matteo Renzi si riempie la bocca? La stagione delle Iene finisce domani. Mi auguro che si faccia in tempo a rimediare”. Quest’ultima frase, quindi, ha spostato l’attenzione su quanto verrà mandato in onda martedì 10 dicembre, nell’ultima puntata della trasmissione di Davide Parenti. Di certo, come detto dal Movimento 5 Stelle, il protagonista del servizio ha in un certo senso spoilerato il lavoro delle Iene. Venerdì scorso, infatti, Tiziano Renzi ha pubblicato un lungo post sulla sua pagina Facebook per spiegare l’accaduto e per sottolineare che non tollererà nessun tipo di accostamento tra lui e le vicende del padre di Luigi Di Maio.

Sulla stessa linea d’onda di Berti le dichiarazioni di Luigi Carabetta, altro deputato grillino: “C’è solo una parola che fa capire cosa sia successo ieri sera nel programma Le Iene: censura. Hanno calato la pesante scure della censura dopo una semplice diffida da parte di Tiziano Renzi”. A sentire Carabetta “così si supera ogni limite di dignità professionale: dopo aver gettato fango su Di Maio che, diversamente da altri squallidi personaggi, ha reso pubbliche tutte le carte a sua disposizione sulla vicenda che coinvolgeva il padre, i servi de ‘Le Iene’ hanno oscurato la verità su Renzi. È gravissimo – ha accusato – Pretendiamo immediatamente una presa di posizione da parte di tutte le persone coinvolte. Questa non è informazione. Altro che editti bulgari: con l’episodio di ieri sera si è andati anche oltre”. Sulla vicenda è intervenuto anche Vito Crimi: “Sembra che bloccare le famose Iene sia più facile di quanto pensassimo, altro che libertà di stampa e paladini della verità” ha detto sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Editoria. “Ci aspettiamo – ha avvertito Crimi – che chi sbandiera tanto la libertà di stampa poi abbia il coraggio di metterla in atto. Ci aspettiamo che Mediaset mandi in onda il prima possibile il servizio su Tiziano Renzi”. Dopo la polemica via social, il diretto interessato non è rimasto a guardare: “Oggi alcuni parlamentari del M5s, tra cui il sottosegretario all’editoria Crimi, parlano in modo improprio di lavoro nero nella mia azienda – ha scritto su Facebook il padre dell’ex premier – Si tratta di un’accusa gravissima e falsa. Chiedo a tutti i parlamentari che stanno affermando queste falsità di rinunciare all’immunità parlamentare quando il mio avvocato chiederà loro i danni“.

Il servizio delle Iene, come detto, ha ripreso un’inchiesta di Giacomo Amadori de La Verità. Il quotidiano di Maurizio Belpietro ha raccolto la testimonianza di due ex distributori di quotidiani, che hanno sottolineato di aver lavorato per la famiglia dell’ex premier senza firmare contratti, venendo pagati cash. Il Movimento 5 stelle, dopo la vicenda dei lavoratori irregolari nella ditta del padre di Di Maio, ha parlato di “lezione di morale vergognosa” da parte dell’ex segretario del Pd. Il cui padre ha preannunciato che denuncerà il giornale. L’accusa nei confronti di Tiziano Renzi era stata ripetuta da uno dei lavoratori a Radio Capital: Contributi? Mai pagati. Non ho firmato nulla. Se ci paghi le tasse, dovrai far firmare qualcosa no?” ha detto Andrea Santoni.

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Gilet gialli, Macron: ‘Rabbia anche colpa mia. Salario minimo aumenta di 100 euro Straordinari detassati da gennaio 2019″

Pon, 10/12/2018 - 20:16

“C’è rabbia, c’è indignazione condivisa da molti francesi. Servono misure profonde“. Nel pieno delle proteste dei gilet gialli che nelle ultime tre settimane hanno infiammato il PaeseEmmanuel Macron si rivolge alla nazione con un appello “per lavorare tutti insieme alla costruzione di una nuova Francia“. In un messaggio di 13 minuti trasmesso alle 20 in punto dall’Eliseo, all’indomani di un altro week-end di proteste e devastazioni a Parigi e in altre città del Paese, il capo dello Stato ha prima condannato le violenze, assicurando massima intransigenza con i casseurs. Poi è arrivato al dunque, annunciando una serie di provvedimenti immediati e concreti per rispondere alle legittime rivendicazioni della stragrande maggioranza di casacche gialle pacifiche. L’obiettivo: il presidente della Repubblica vuol dare l’idea di voltare pagina.

“Non dimentico – ha detto nel videomessaggio a reti unificate – che c’è una collera, un’indignazione, che molti francesi possono condividere” e che “ritengo giusta per molti aspetti”. Quindi, dallo studio presidenziale con il tricolore e la bandiera Ue sullo sfondo, ha descritto alcuni casi precisi, come le difficoltà di una madre sola con figlio a carico di arrivare a fine mese – una celebre portavoce dei gilet-gialli che nel 2017 votò per Macron è proprio in questa situazione – i pensionati e i tanti lavoratori mobilitatisi in questi ultimi giorni per dire basta all’indifferenza di Parigi. Quindi, da parte del presidente, un parziale mea culpa.

Dalle proteste “emergono 40 anni di malessere” e “probabilmente da un anno e mezzo a questa parte non abbiamo portato risposte rapide e forti. Mi assumo una parte della responsabilità“, ha detto nell’atteso discorso in tv. Mettendo in discussione anche alcune delle sue recenti uscite: “Forse ho ferito qualcuno di voi con le mie idee”, ha detto in riferimenti ad alcuni episodi come quando disse che in Francia ci sono “quelli che hanno successo e quelli che non sono niente” o che per trovare un lavoro basta “attraversare” la strada. Ma “la mia legittimità non deriva da nessuna lobby, deriva da voi“, ha proseguito il presidente della Repubblica rivolgendosi ai francesi. “Ora voglio essere chiarissimo – ha proseguito – insieme troveremo il cammino per farcela. Dobbiamo creare nuove strade, per noi francesi”, in un Paese che si deve confrontare con “uno stato d’urgenza economico e sociale“.

“Prenderò misure già questa settimana” per far fronte a una “emergenza economica e sociale”, ha proseguito il capo dell’Eliseo, dato dagli ultimi sondaggi al 21% nel gradimento dei francesi. La prima: il salario minimo aumenterà di 100 euro al mese dal 2019 senza nessun aggravio a carico dei datori di lavoro. Questo aumento si aggiunge a quello dell’1,8% che doveva essere introdotto a partire da gennaio. La seconda: viene annullata la contribuzione sociale generalizzata (CSG) per i pensionati che guadagnano meno di 2.000 euro al mese, ha annunciato.  Attualmente sono esentati solo i pensionati che percepiscono meno di 1.200 euro.”Credo davvero che possiamo trovare una via d’uscita per farcela tutti insieme“, ha detto Macron parlando alla nazione e spiegato che, tra le misure, c’è anche la volontà di detassare gli straordinari in busta paga dal gennaio, misura già attuata sotto il quinquennato di presidenza di Nicolas Sarkozy. Provvedimenti che saranno presentate all’Assemblea nazionale mercoledì dal premier Edouard Philippe.

Macron si è detto, inoltre, orientato a chiedere alle aziende “che sono in grado di farlo” il versamento “di un bonus di fine anno ai dipendenti. Il bonus sarà esentasse”. Il presidente, inoltre, ha intenzione di sedersi ad un tavolo con le grandi imprese che “saranno chiamate a contribuire allo sforzo”. “Le riunirò e prenderò le decisioni la prossima settimana”, annuncia.

Ancora: i dirigenti di grandi imprese francesi dovranno versare le imposte in Francia e così pure i giganti che fanno profitti in Francia. Oltre alle misure economiche, Macron ha annunciato di volere una legge elettorale che tenga in considerazione le schede bianche e di volere intavolare una discussione sul ruolo dei sindaci, la decentralizzazione e l’organizzazione dello Stato. Bisognerà, ha detto ancora, “affrontare” la questione dell’immigrazione.

Il discorso di Macron non ha lasciato indifferente Bruxelles. La Commissione Ue sarà vigile circa il possibile impatto sul bilancio delle misure annunciate, ha dichiarato il vicepresidente dell’esecutivo europeo, Valdis Dombrovskis. “Stiamo osservando da vicino le possibili nuove misure, ma non possiamo commentare prima che siano state formalmente annunciate e dettagliate”, ha aggiunto.

Nel pomeriggio, prima del discorso, Le Monde scriveva che le misure che Macron avrebbe annunciato potrebbero ammontare a circa 10 miliardi di euro. Secondo il quotidiano, se fosse confermata questa somma comprometterebbe la traiettoria sui conti pubblici assunta da Parigi con l’Ue. Il deficit al 2,8% nel 2019 appare “fuori portata” e anche il tetto del 3% “non è più garantito”, afferma il giornale, citando fonti dell’esecutivo secondo cui “ripassare al di sopra del 3% non è più un tabù“.

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Carrara, Silvio Baldini è una furia. L’allenatore della Carrarese contro il sindaco: “Mi fanno un cazzo i grillini…”

Pon, 10/12/2018 - 19:36

Silvio Baldini, allenatore della Carrarese (squadra che milita, con successo, in LegaPro) se la prende con l’amministrazione comunale di Carrara (a trazione grillina). Motivo della contesa la parziale inagibilità dello Stadio dei marmi per via della mancata approvazione di un progetto di adeguamento, approvazione attesa dallo scorso 19 settembre. Il via libera del comune non arriva e il sanguigno allenatore se l’è presa con il sindaco Francesco De Pasquale (M5S), costringendo la squadra a giocare a porte chiuse.

(il video è stato tratto dalla pagina Facebook Social Football Club)

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Trapianti, due babbuini sopravvissuti sei mesi con un cuore suino. Test sull’uomo più vicino

Pon, 10/12/2018 - 19:25

Due babbuini sono riusciti a sopravvivere per 195 e 182 giorni – circa sei mesi – con un cuore di un suino. Il tempo record è stato raggiunto da due dei cinque esemplari sottoposti all’intervento. La ricerca è stata condotta tra febbraio 2015 e agosto 2018 e ha coinvolto 14 primati, a cui sono stati trapiantati cuori geneticamente modificati per esprimere un gene umano, Cd46, e una proteina chiamata trombomodulina. Lo studio, portato avanti da un team di scienziati di Germania, Svezia e Svizzera, è stato pubblicato sulla rivista Nature.

I babbuini sono stati suddivisi in tre gruppi. I primi due hanno avuto una sopravvivenza, rispettivamente, di 30 e 40 giorni. Il terzo gruppo invece ha ricevuto un trattamento antipertensivo (perché i suini hanno una pressione sistolica più bassa) e sono stati usati ulteriori farmaci per contrastare la crescita eccessiva del cuore. Dopo quattro settimane tutti e 5 i babbuini mostravano una buona funzione cardiaca. Due hanno vissuto in buona salute fino a 3 mesi dopo l’intervento mentre altri due sono stati capaci, appunto, di superare il traguardo dei sei mesi. Il precedente record di sopravvivenza di una scimmia con un cuore di maiale trapiantato era di 57 giorni. Per gli esperti si tratta di un passo in avanti importante che apre alla prospettiva di un trail anche nell’uomo. Un passaggio che – secondo il chirurgo della Ludwig Maximilian University di Monaco e co-autore dello studio Bruno Reichart – potrebbe avvenire nel giro di tre anni se dovessero arrivare ulteriori fondi. Finora, il lavoro del team è stato sostenuto dal governo tedesco.

Noto come xenotrapianto, il trapianto di organi da una specie all’altra è stato oggetto di ricerca per molti anni. Secondo molti scienziati potrebbe contribuire a superare la carenza di organi umani che limita il numero di trapianti possibili e allunga le liste di attesa di una donazione. Come sostengono gli esperti però sono molti gli ostacoli da superare: dal rischio infezioni al possibile rigetto, fino alle considerazioni etiche che accompagnano un intervento di questo tipo.

L’abstract su Nature

 

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Brexit, la mossa della May: puntare sull’ultimo Consiglio Ue per evitare il “no deal” e salvare il governo (e la faccia)

Pon, 10/12/2018 - 19:10

Theresa May tira il freno di emergenza della Brexit, annunciando che il voto del Parlamento di Londra, previsto per martedì, è rinviato. La decisione del primo ministro è figlia della probabile e pesante sconfitta a Westminster che avrebbe potuto compromettere la sopravvivenza dell’esecutivo. Ipotesi resa ancora più probabile dalla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea che dà la possibilità al Regno Unito di bloccare unilateralmente il processo di uscita dall’Ue prima di aver siglato un accordo definitivo. Il primo ministro ha capito che il voto alla House of Commons può portarla alla gloria, in caso di ok all’accordo, o alla forca politica e, in mancanza dei tempi tecnici per un nuovo negoziato con Bruxelles, ha deciso di giocarsi tutte le carte a disposizione al prossimo Consiglio europeo del 13 e 14 dicembre.

Nonostante da Downing Street si sia tentato in tutti i modi di non rinviare il voto, nelle ultime ore il governo ha capito che un nuovo confronto con i capi di Stato e di governo dell’Ue per ottenere ulteriori concessioni era necessario per sperare nell’appoggio Parlamento. Non a caso, mentre domenica sera il Segretario di Stato per la Brexit, Stephen Barclay, si presentava in tv a dire “si va avanti verso il voto”, Theresa May si attaccava al telefono per parlare con il primo ministro irlandese, Leo Varadkar, e con il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. Argomento delle telefonate, non è difficile immaginarlo, sono stati gli accordi riguardanti i confini tra Irlanda e Irlanda del Nord e lo spauracchio del backstop a oltranza, ossia la permanenza dell’Irlanda del Nord nel mercato unico con la Gran Bretagna inserita nell’unione doganale con controlli tra le due parti nel Mare d’Irlanda. Una soluzione che ha fatto alzare le barricate sia agli ultraconservatori britannici, impauriti per una possibile frammentazione del Regno, che agli unionisti nordirlandesi del Dup fondamentali per la tenuta dell’esecutivo, che si sentirebbero isolati dal resto del Regno. A confermarlo, nella giornata di lunedì, è arrivato anche un tweet del sottosegretario alla Famiglia, Nadhim Zahawi, in cui spiega che “Theresa May ha ascoltato i colleghi (di governo) e andrà a Bruxelles per respingere il backstop”.

Da giorni alcuni ministri e membri del governo May stavano cercando di convincere il primo ministro ad accettare uno spostamento del voto, almeno dopo il Consiglio europeo di giovedì, nel tentativo di evitare un no-deal. Lo spauracchio della hard Brexit è l’arma con la quale il primo ministro ha cercato di intimorire le opposizioni fin dall’inizio del suo mandato e arrivare a marzo 2019 senza un accordo sarebbe a maggior ragione una sconfitta politica che potrebbe comprometterne il futuro alla guida del Paese. L’alternativa circolata nelle ultime ore e che sembrava quella preferita da May era quella di andare al voto parlamentare senza spostamenti e, in caso di bocciatura, tornare a Bruxelles chiedendo maggiori concessioni per evitare un no-deal che, comunque, penalizzerebbe anche gli Stati membri. Ripresentarsi nei palazzi dell’Ue dopo una bocciatura così pesante, considerando anche i tempi tecnici ristrettissimi, avrebbe ulteriormente complicato le trattative e così una parte dell’esecutivo si è impegnata ed è riuscita a convincere il premier ad ammorbidire le sue posizioni.

La linea dura ostentata fino ad oggi dal governo May ignorava, inoltre, le proteste interne alla Gran Bretagna per un accordo che sembra soddisfare quasi nessuno a Westminster. I sostenitori della hard Brexit continueranno a portare avanti l’idea dello scontro duro con Bruxelles, più di un centinaio di parlamentari conservatori hanno preannunciato il loro “no” al testo presentato dal governo. A questi vanno aggiunte le possibili bocciature da parte dei parlamentari scozzesi in prima linea per il remain, degli unionisti nordirlandesi e dei labouristi che a fine settembre hanno aperto all’ipotesi di un secondo referendum sulla Brexit e che puntano a far cadere il governo, visto che il loro leader, Jeremy Corbyn, è oggi in vantaggio nei sondaggi.

Ad aggiungere imprevedibilità al voto della House of Commons è arrivata, nella mattinata di lunedì, anche la sentenza della Corte di Giustizia dell’Ue che ha stabilito la possibilità per il Regno Unito di bloccare unilateralmente, “rispettando i principi democratici e i parametri costituzionali del Paese”, il processo di uscita dall’Unione. Una vittoria per alcuni membri scozzesi al Parlamento di Edimburgo, di Westminster e di Bruxelles che avevano avviato una lunga battaglia legale per chiedere la verifica su una possibile revoca unilaterale da parte del Regno Unito. Dopo il parere diffuso una settimana fa, i portavoce della Commissione europea avevano risposto con un “no comment” quando è stato chiesto loro se erano al corrente di questa possibilità dopo aver sostenuto, insieme all’esecutivo britannico, che uno stop alla Brexit non fosse possibile.

Questa novità potrebbe rendere ancora più impervia la strada che porta all’accettazione del Parlamento britannico di un accordo con Bruxelles. Oggi, i sostenitori del remain, tra cui anche i labouristi, potrebbero decidere di far naufragare ogni possibile stretta di mano con l’Europa per inseguire il sogno di un nuovo referendum.

Twitter: @GianniRosini

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Manovra, Azzolina (M5s) vs Mulé (Fi): “Siete così bravi che non avete fatto certe misure prima”. “Sei al governo”

Pon, 10/12/2018 - 18:59

Bagarre a Tagadà (La7) tra la deputata del M5s, Lucia Azzolina, e il parlamentare di Forza Italia, Giorgio Mulé. Nodo del dibattito: la manovra e il reddito di cittadinanza.

L’ex direttore di Panorama accusa: “Ma non era più facile creare lavoro, dare alle imprese del Sud incentivi seri, stabilire delle politiche serie al Nord, per cui se trasferisci un lavoratore da Crotone a Parma gli paghi l’affitto? Non era più semplice pensare al lavoro, anziché raccontare la favoletta del reddito di cittadinanza, che non sarà data a tutti e pure in misura minore? E non solo: il reddito di cittadinanza provocherà il lavoro nero e un decremento dei posti di lavoro”.

Azzolina replica: “Nella nostra manovra c’è la misura “Resto al Sud”, che prevede tutti gli sgravi contributivi per le imprese meridionali che assumono. E’ interessante, però, apprendere da Mulè cosa si sarebbe potuto fare. Ma come siete stati bravi voi“.

Mulé insorge: “Ma siete al governo, oh! Datevi una svegliata. Non è che potete dire che a Roma i problemi sono colpa dell’imperatore Tiberio. Svegliati, sei al governo. Dovete governare. Gli sgravi per le imprese nel Sud li avete ereditati dal precedente governo”.

La polemica a stento è sedata dalla conduttrice, Tiziana Panella. Azzolina riprende la parola cita il ‘bonus eccellenze’ nella manovra e aggiunge: “Visto che continuate con questa retorica, ci spiega cosa c’era scritto nella pagina 5 al punto 4 del vostro programma? C’è il punto ‘azzeramento della povertà’. E voi state a criticare il nostro reddito di cittadinanza?”.
“Certo” – ribatte il deputato di Fi – “noi avremmo azzerato la povertà in maniera virtuosa, realizzando uno shock fiscale vero e non facendo questo ruttino sulla flat tax sui 65mila euro. Siete incapaci a creare lavoro. Copiate allora quel punto dal nostro programma, ma magari. E mettetelo in pratica”.

Azzolina chiosa: “Le misure ci sono nella nostra manovra, basta raccontarle ai cittadini. Il resto sono chiacchiere della peggior specie. E lo dico io, che vengo dalla Sicilia e ho visto come è stata ridotta la mia regione negli ultimi 20 anni”.

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Global Compact, tutti i dubbi dei Paesi che hanno detto no al documento Onu

Pon, 10/12/2018 - 18:53

Il Global Compact on Migration, il patto delle Nazioni unite sulle migrazioni, è stato adottato a Marrakesh, davanti ai leader di 164 Paesi. L’adozione è arrivata durante la conferenza Onu, nonostante le critiche di forze nazionaliste e contrarie alle migrazioni e dopo che vari Paesi si sono opposti o sfilati, tra cui gli Stati Uniti e l’Italia. Il Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration contiene 23 linee guida con cui “evitare sofferenze e caos” nelle migrazioni nel mondo.

Dopo 18 mesi di colloqui, l’accordo non vincolante era stato raggiunto a luglio dai Paesi Onu, fatta eccezione per gli Stati Uniti. In seguito varie altre nazioni si sono ritirate e hanno annunciato l’assenza alla conferenza, tra cui Australia, Austria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Cile. Si erano invece detti indecisi altri Paesi, tra cui l’Italia che ha fatto dietrofront sull’adesione, e Bulgaria, Estonia, Israele, Slovenia e Svizzera. Ecco i punti contestati dell’accordo.

IL TITOLO
“Il termine compact – scrive la Missione USA – non ha un significato condiviso nel diritto internazionale”. Perplessità in merito vengono espresse anche da esperti di vedute politiche opposte all’America di Trump come Elspeth Guild, docente di diritto presso il Queen Mary University di Londra e una carriera spesa a favore della libera circolazione dei migranti: “Le Nazioni Unite solitamente non usano la parola “global compact” per gli accordi e la novità di questo termine rende poco chiaro che tipo di documento sarà dal punto di vista legale”. Di fatto, il termine “compact” si riferisce ad un accordo che non è “binding”, cioè non vincolante dal punto di vista legale come ricordato dallo stesso Ministro degli Esteri Moavero Milanesi lo scorso 21 novembre rispondendo ad un’interrogazione di Fratelli d’Italia.

“NOT BINDING”
L’articolo 7 lo dice chiaramente (“This Global Compact presents a non-legally binding, cooperative framework that builds on the commitments agreed upon by Member States in the New York Declaration for Refugees and Migrants”): l’accordo non è vincolante. Ma questo è uno degli aspetti che ha creato più interrogativi perché se da un lato il documento non ha valore di legge e dunque non è impugnabile di fronte a convenzioni o in un’aula di tribunale, può però fungere da cornice di riferimento per nuovi trattati o ispirare sentenze. In pratica avere un effetto di “moral suasion” o fungere da “soft law”. Louise Arbour, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani fino al settembre 2008, l’ha paragonato ai Sustainable Development Goals previsti per il 2030, non sono vincolanti ma fungono da bussola tanto che il Global Compact è cruciale per realizzare il Goal della riduzione delle disparità economiche e sociali nel mondo.

Collocandosi però in un’area grigia dal punto di vista legale, secondo Matthias Herdegen, direttore dell’Institute of International Law dell’Università di Bonn ed ex candidato alla guida della Cdu di Angela Merkel, “il rischio è quello di rappresentare una falsa promessa nei confronti di chi ha intenzione di intraprendere un processo migratorio”. Sebbene le parole “commit” o “commitment” che in inglese implicano un preciso senso di responsabilità, ricorrano 86 volte, il documento potrebbe finire per creare “aspettative che per il momento non hanno riscontro nella realtà ma solo sulla carta”.

“DIRITTO A MIGRARE”
Una delle argomentazioni portate avanti dalle voci più critiche, da Nigel Farage a Giorgia Meloni, è che il Global Compact introduca una sorta di “diritto universale a migrare cancellando la distinzioni tra migranti e rifugiati”. Nel documento in realtà non vi è scritto nulla di simile. La distinzione è inoltre rimarcata dal fatto che in realtà, i Global Compact sono due, uno sui rifugiati e uno per la migrazione regolare. La distinzione viene ribadita anche dall’articolo 4 (art. 4 “migrants and refugees are distinct groups governed by separate legal frameworks. Only refugees are entitled to the specific international protection as defined by international refugee law. This Global Compact refers to migrants…”), secondo il quale “rifugiati e migranti sono due gruppi distinti governati da diverse cornici normative”.

Il perché di tanta paura potrebbe però rintracciarsi nel report Making migration work for all del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres da cui il Global Compact prende le mosse, in cui la migrazione viene affrontata come un fenomeno di massa necessario e continuativo “per ridurre le disparità economiche” e “anticipare i trend demografici futuri nonché future necessità di lavoratori”.

A suscitare ulteriori dubbi nei governi ostili all’immigrazione l’articolo 25, che impegna “ad assicurare che i migranti non siano perseguibili penalmente per il fatto di essere oggetto del traffico o per altre violazioni della legge nazionale” perché farebbe intravedere la possibilità di superare eventuali differenze dello status migratorio suggerendo un’estensione dei diritti ai migranti indipendentemente dalla condizione di legalità compreso l’accesso all’accoglienza. Concetto ribadito anche dall’articolo 31: “Ci impegniamo ad assicurare che tutti i migranti, qualsiasi sia il loro status migratorio, possano esercitare i loro diritti umani attraverso un accesso sicuro ai servizi di base”.

OBJECTIVE 4: Ensure that all migrants have proof of legal identity and adequate documentation
Dito puntato anche contro l’articolo 20 con cui si dà forma all’obiettivo 4, quello che “prevede che vengano forniti documenti di identità per dare una dignità legale a tutti i migranti” senza distinguere tra regolari e irregolari.

Il problema però discenderebbe dal fatto che mentre la definizione di “rifugiato” è sancita dalla Convenzione di Ginevra del 1951, quella di “irregolare” non ha una definizione internazionale. Non sarebbe dunque chiaro in che modo il Global Compact intenda promuovere la migrazione “regolare” a scapito di quella “irregolare” dato che la distinzione pertiene agli Stati la cui sovranità in materia peraltro resta riconosciuta dall’articolo 15: “Within their sovereign jurisdiction, States may distinguish between regular and irregular migration status, including as they determine their legislative and policy measures for the implementation of the Global Compact…”.

A trovare il documento non particolarmente chiaro in merito, era stato già a febbraio Joao Vale de Almeida, capo della delegazione UE presso le Nazioni Unite, che aveva chiesto che il documento indicasse più chiaramente la distinzione tra migranti regolari e irregolari evitando qualsiasi linguaggio che possa essere interpretato come una giustificazione o incentivo per l’immigrazione irregolare.

ASSISTENZA UMANITARIA IN ZONE SAR
L’articolo 24 recita: “We commit to cooperate internationally to save lives and prevent migrant deaths and injuries through individual or joint search and rescue operations, standardized collection and exchange of relevant information, assuming collective responsibility to preserve the lives of all migrants, in accordance with international law”.

Con questo articolo i Paesi si impegnano allo sviluppo di procedure finalizzate alla ricerca e al soccorso dei migranti fino alla necessità di aumentare le capacità di accoglienza e di assistenza assicurando che l’offerta di assistenza umanitaria non sia considerata illegale. Proprio questo punto potrebbe essere uno dei motivi per cui la Lega ha più volte espresso la propria contrarietà al documento data la decisione del Ministro dell’Interno Matteo Salvini di chiudere i porti alle navi delle ong e di rivedere il piano operativo della missione Sophia il cui mandato scade il 31 dicembre.

LIBERTA’ DI STAMPA
L’obiettivo 17 prevede che vengano eliminate tutte le forme di discriminazione promuovendo un discorso pubblico basato sui fatti che formi la percezione della migrazione. Nell’articolo 33 (“Promote independent, objective and quality reporting of media outlets…stopping allocation of public funding or material support to media outlets that systematically promote intolerance, xenophobia, racism and other forms of discrimination towards migrants, in full respect for the freedom of the media”) però si chiede il blocco dei fondi pubblici per quelle testate giornalistiche che promuovono intolleranza, xenophobia e altre forme di discriminazione nei confronti dei migranti.

Anche se l’articolo dice chiaramente di preservare la libertà di stampa, secondo l’Europarlamentare danese Marcel de Graaf del partito conservatore Gruppo Europa delle Nazioni e della Libertà, aderendo al Global Compact si finirebbe per criminalizzare chiunque abbia una visione critica dell’immigrazione attraverso il reato di hate speech. Paura condivisa anche da Iain Lees-Galloway, del partito laburista della Nuova Zelanda e dal leader dei conservatori canadesi Andrew Scheer.

L’IMPOSTAZIONE DELLA IOM
Il documento è privo di riferimenti numerici. Non ci sono previsioni di flussi migratori né una stima di eventuali costi di implementazione del progetto. A differenza della Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati del 1951 non sono previste responsabilità o doveri da parte del migrante. Non sono affrontate le problematiche relative a sicurezza e terrorismo e il fenomeno migratorio viene visto in termini essenzialmente positivi, scevri di sfide o complicazioni.

Secondo Giuseppe Masala di Cooperazione Italiana allo Sviluppo intervenuto ad una discussione alla Camera promossa dal Centro Machiavelli il perché di questa impostazione poco pragmatica è da rintracciarsi nell’origine del documento che per quanto scritto da un network di agenzie ONU e rappresentanti della società civile, di fatto è stato impostato dalla IOM in qualità di ispiratore e coordinatore dei lavori. La IOM, è un’agenzia che di fatto non appartiene all’ONU ma che è ad esso collegata dal 2016. Lo scopo della IOM (International Organization for Migration) lo dice la parola stessa, è facilitare i flussi migratori mentre quello delle Nazioni Unite riguarda in primo luogo il mantenimento della pace e della sicurezza globale.

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Industria, produzione riprende a crescere: a ottobre sale dell’1% su base annua

Pon, 10/12/2018 - 18:52

“Riprende a crescere la produzione industriale“, si legge nella nota dell’Istat che presenta i dati di ottobre. Rispetto al mese precedente sale dello 0,1% ed è in aumento, su base annua, dell’1% nei dati corretti per gli effetti di calendario. In quelli grezzi l’incremento è del 4,2%. “Risultano in crescita – continua il testo – su base sia congiunturale (+1,3%) sia annua (+2%) i beni di consumo“, mentre diminuiscono l’energia (-3% su mese, -1,5% su anno) e i beni intermedi (-0,3% per entrambi gli indici)”.

“La produzione industriale a ottobre ha recuperato quanto perso a settembre (risultando in pratica poco variata a cavallo tra estate e autunno)”, commenta Paolo Mameli, senior economist della direzione studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo. “Il dato è risultato migliore delle aspettative” della media delle stime “e in linea con la nostra”, sottolinea. Inoltre, secondo Mameli, nel trimestre ottobre-novembre-dicembre “è possibile un ritorno a una crescita moderata sia per la produzione industriale che per il Pil“. “Tuttavia – conclude – le indagini non segnalano una significativa accelerazione per il futuro. I rischi di un rallentamento del Pil l’anno prossimo sono consistenti”.

Nella media dei primi dieci mesi dell’anno, la produzione cresce dell’1,7% rispetto all’anno precedente. L’incremento tendenziale di ottobre è il secondo consecutivo dopo le flessioni di luglio e agosto ed è il risultato, in particolare, della crescita della produzione dei settori: fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+5,9%), industrie alimentari, bevande e tabacco (+3,8%) e altre industrie manifatturiere, riparazione e installazione di macchine ed apparecchiature (+3,7%).
L’Istat rileva maggiori flessioni, invece, nell’industria del legno, della carta e stampa (-5,4%), nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-4,8%) e nella produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (-3,6%).

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Stadio Roma, giudizio immediato per l’ex presidente Acea Luca Lanzalone

Pon, 10/12/2018 - 18:43

Il gip di Roma ha accolto a richiesta della Procura di giudizio immediato per Luca Lanzalone, coinvolto nell’inchiesta sul nuovo stadio, fissando il processo al prossimo 5 marzo. Nei suoi confronti la Procura contesta il reato di corruzione. Lanzalone, difeso dall’avvocato Giorgio Martellino, si trova dal giugno scorso agli arresti domiciliari. Nell’indagine sono coinvolte altre 19 persone, tra cui il costruttore Luca Parnasi, per i quali il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pm Barbara Zuin devono ancora formulare l’eventuale richiesta di rinvio a giudizio, che potrebbe arrivare in settimana, dopo la chiusura indagini avvenuta il 30 ottobre scorso. L’imprenditore era stato arrestato il 13 giugno scorso insieme ad altre otto persone.

Secondo l’accusa Parnasi aveva promesso a Lanzalone consulenze per il suo studio legale pari a circa 100mila euro e aveva garantito il suo aiuto nella ricerca di una casa e di uno studio a Roma. Prima dell’indicazione per il vertice della municipalizzata dell’energia (di cui il comune detiene il 51%) era stato il consulente di fiducia del M5s per portare avanti una mediazione con l’amministrazione comunale e lo stesso Parnasi. Erano i primi mesi del 2017 e la mediazione aveva fatto sbloccare il progetto. Per la Regione si occupò della questione Michele Civita, allora assessore all’urbanistica, al quale il gruppo Parnasi aveva promesso l’assunzione del figlio in una delle sue società. Alle trattative con l’imprenditore avrebbe partecipato anche Paolo Ferrara, indagato per corruzione e poi autosospesosi dal Movimento, al quale Parnasi avrebbe fornito utilità e in particolare un progetto per la riqualificazione del lungomare di Ostia.

Nelle intercettazioni Lanzalone veniva chiamato “Mr Wolf” da Parnasi. Questo perché, l’avvocato ‘problem solver’ classe 1969 caro a Davide Casaleggio, era arrivato da Livorno (consulente del sindaco Filippo Nogarin) a Roma dove era riuscito a sbloccare la vicenda dello stadio di Tor di Valle sulla quale si stava consumando una faida terribile.

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Lega, blitz Gdf a Bergamo nello studio di due commercialisti. “Tesoriere Centemero non indagato”

Pon, 10/12/2018 - 17:50

Le indagini sulla Lega si moltiplicano. Anche la procura di Bergamo indaga sul partito di Matteo Salvini: l’ipotesi secondo la Stampa è di finanziamento illecito. Il fascicolo è a modello 44, cioè senza indagati, ed è stato aperto l’estate scorsa in relazione alle dichiarazioni del costruttore Luca Parnasi, arrestato il 13 giugno scorso. L’imprenditore romano, considerato il gran elemosiniere di soldi e favori a tutti i partiti, ha raccontato qual era il sistema di finanziamento ed essendo a Bergamo la sede dell’associazione Più voci che, stando alle indagini, ha incassato 250mila euro, la procura lombarda ha aperto un fascicolo. Non è quindi iscritto, come riportava il quotidiano di Torino, il tesoriere della lega Giulio Centemero. Contemporaneamente gli inquirenti genovesi accelerano sull’ipotesi di riciclaggio su cui indagano da gennaio. E così oggi gli uomini della Guardia di Finanza – come riporta L’Espresso – sono arrivati nella città lombarda a prendere documenti. Nel mirino delle Fiamme Gialle lo studio di due commercialisti in via Angelo Maj 24.

I professionisti, Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, sono legati a doppio filo al tesoriere perché il primo è direttore amministrativo e il secondo revisore dei gruppi parlamentari. Ma tutti e tre sono fondatori dell’associazione Più voci. In via Maj hanno anche sede sette società (nate quasi tutte tra 2014 e 2016), tra queste la Growth and challenge di cui è amministratore unico Centemero; a 4 anni dalla costituzione risulta inattiva. La società guidata dal cassiere leghista, come le altre, è controllata attraverso fiduciarie italiane e holding lussemburghesi. Le azioni erano in mano a una società italiana, la Seven, a sua volta controllata dalla Sevenbitche come presidente del cda vede Lazzari. Quello della Arc Asset dove si è presentata la Finanza nei giorni scorsi in Lussemburgo. Dove gli inquirenti avevano già provato, a giugno, a cercare quei 49 milioni di euro che anche per i giudici d’appello di Genova vanno confiscati. Soldi, secondo l’accusa, accumulati grazie alla truffa sui rimborsi elettorali ottenuti grazie bilanci pieni di anomalie. L’ipotesi degli inquirenti è che l’associazione culturale leghista sarebbe usata come per acquisire donazioni senza farle passare di conti del partito e quindi sottrarli alla giustizia.

L’inchiesta di Genova per riciclaggio
La procura di Genova indaga sull’ipotesi di riciclaggio da mesi. In estate i pm hanno nominato gli ispettori della Uif, Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, consulenti per districarsi nel labirinto che dal Lussemburgo dove gli investigatori sono tornati nei giorni scorsi dopo aver cercato tra la documentazione e l’archivio informatico sequestrati durante le perquisizioni a giugno nella sede della banca Sparkasse. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, la Sparkasse aveva trasferito in Lussemburgo in un fondo fiduciario 10 milioni di euro, subito dopo le elezioni del 4 marzo, l’autorità lussemburghese ha bloccato per dieci giorni il trasferimento di tre milioni di euro dal Granducato all’Italia e informato i colleghi italiani sul sospetto dell’operazione che potrebbe essere riconducibile ai conti del partito leghista. Della movimentazione viene anche informata la magistratura genovese che già a gennaio aveva aperto l’inchiesta per riciclaggio dopo l’esposto di Aldovisi. La Sparkasse però sostiene che quei 10 milioni di euro sono solo dell’istituto bancario e che il trasferimento è legato a ordinarie operazioni di investimento. Il sospetto degli investigatori delle Fiamme gialle è che quello possa essere una parte del tesoro e contemporaneamente stanno esaminando l’intreccio di società, associazioni e fiduciarie che sono state create durante il processo a Bossi, Belsito e i revisori. Tra cui la Più voci.

L’inchiesta di Roma per finanziamento illecito
Centemero è invec indagato a Roma in concorso con il costruttore Luca Parnasi  considerato il grande elemosiniere di favori e soldi a tutti i partiti e arrestato il 13 giugno scorso nell’ambito dell’indagine sulla costruzione del nuovo stadio di Roma. Il filone riguardante il finanziamento illecito ai partiti era stato stralciato con la chiusura indagine ma l’indagine prosegue nella capitale. I pm romani avevano iscritto anche il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi e in questa tranche è indagato, per corruzione, l’ex capogruppo degli M5s in Campidoglio, Paolo Ferrara, autosospesosi dal Movimento, al quale Parnasi avrebbe fornito utilità e in particolare un progetto per la riqualificazione del lungomare di Ostia. Bonifazi è allo stesso tempo presidente della Fondazione Eyu e tesoriere del partito. Simmetricamente Giulio Centemero è tesoriere della Lega e presidente dell’associazione Più Voci. Il reato di corruzione contestato a Ferrara, punito con una pena più alta rispetto al finanziamento illecito, radica a Roma questo filone di inchiesta.

L’intercettazione tra Parnasi e il commercialista
A mettere nei guai gli amministratori dei due partiti la conversazione intercettata il 14 febbraio 2018 all’interno gli uffici di Parnasi tra il costruttore e il suo commercialista Gianluca Talone e riportata dai carabinieri in una informativa: “Parnasi incarica Talone di eseguire delle operazioni sui conti societari citando alcuni partiti politici quali destinatari dei movimenti bancari”. Effettivamente Parnasi parla di Lega non di Più Voci. I carabinieri trascrivono: “Luca dice che ‘Lega erano 100 e 100 (…) ne facciamo 100 su Pentapigna qua e 100 qua per quello possiamo utilizzare società nostre’. Gianluca Talone dice ‘allora considera che sono io ho capito quello che fanno per come la strutturiamo loro faranno eh una sul giornale e un’altra sul (incomprensibile) telefoniche’”. Il senso della conversazione è che Parnasi vuole dare 200mila euro alla Lega due settimane prima del voto ma poi “loro” li useranno per i media leghisti. Poi il dialogo prosegue sul medesimo tema per altre sigle politiche. Scrivono i carabinieri: “Luca chiede ‘con Forza Italia c’hai parlato?’ e Talone conferma, poi Luca dice ‘Fratelli d’Italia?’ e Gianluca ‘già fatto sì l’amministratore lo ho controllato’ e poi Luca dice ‘il Pd lo incontro io domani, e questo è fatto’”. La dazione a Più Voci nel 2018 non è stata fatta. Però un mese dopo, il 26 marzo 2018, un giornalista del settimanale L’Espresso chiama per chiedere conto a Parnasi di una precedente donazione del 2015, pari a 250 mila euro in due tranche da 125 mila, alla Onlus Più Voci che ha una particolarità: il suo presidente, Centemero, è il tesoriere della Lega. Quando il giornalista scopre la cosa e sta per scrivere l’articolo, il commercialista Talone propone a Parnasi la contromisura: “Cerchiamoci una giustificazione, perché è stata fatta l’erogazione liberale!”. E Parnasi: “Possiamo giustificare che abbiamo un progetto ex post! Se no bisognerebbe incontrarli domattina, capito? Dovremmo fare… se tanto firmo io basta fare un pezzo di carta” e poi aggiunge “posso chiamare Giulio Centemero, è il braccio destro!” poi ci ripensa “Andrea (Manzoni, commercialista anche lui membro del consiglio dell’associazione Più Voci come il suo collega di studio Centemero, Ndr) va benissimo! Chiama Andrea da un fisso ufficio, e dici ‘Senti, ci ha chiamato L’Espresso!”.

La legge sul contributo ai partiti e la registrazione nel bilancio
La legge impone di registrare nel bilancio delle società commerciali che donano al partito, anche indirettamente, anche tramite una sua articolazione, il contributo. Se il privato che dona e il partito che riceve non dichiarano la dazione nel bilancio e alla Camera, incorrono nel reato di illecito finanziamento. In questo caso la Procura sospetta che la Onlus del presidente Centemero possa essere usata per una dazione indiretta al partito del tesoriere Centemero. Al Fatto Quotidiano il deputato aveva dichiarato fa che nessuno gli chiese di fare una documentazione ex post retrodatata. E che sui 250 mila euro “non c’è nulla di illegale perché la ‘Più Voci’ utilizzava i fondi per la sua attività istituzionale. Non un centesimo è andato alla Lega Nord. Parnasi – ha detto – me l’ha presentato Giancarlo Giorgetti. L’ho visto qualche volta nell’arco di tre anni”. E i due contributi da 125 mila euro? “Ne ha parlato con me”. Ora c’è un nuovo filone di inchiesta ed è sempre una questione di denaro.

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Varese, aggrediscono autista di autobus: denunciati quattro 15enni ubriachi

Pon, 10/12/2018 - 17:49

Hanno aggredito il conducente di un autobus, intorno alla mezzanotte di sabato, alla fermata di via Monti a Busto Arsizio. Quattro minorenni, ubriachi e senza biglietto, sono stati denunciati per lesioni personali e interruzione di pubblico servizio. Uno di loro è stato denunciato anche per oltraggio a pubblico ufficiale, avendo rivolto pesanti insulti agli agenti. Sul suo cellulare aveva il video di ciò che era accaduto.

Come riporta VareseNews, secondo gli accertamenti degli agenti i quattro hanno insultato, strattonato e spintonato a terra l’autista dopo che questi li aveva invitati a utilizzare la vicina biglietteria automatica per il tagliando. Approfittando della situazione il gruppetto è quindi salito sul mezzo come se niente fosse. Dolorante a una gamba dopo l’accaduto, il conducente – prima di essere portato in ospedale per le cure del caso – ha avvertito la propria centrale di servizio e il 112, chiedendo l’intervento delle forze dell’ordine. I responsabili, indicati sia dalla vittima che da altri passeggeri, al momento dell’intervento dei poliziotti erano ancora seduti ai loro posti e in stato di ubriachezza.

Condotti in commissariato i ragazzi, tutti quindicenni e residenti a Busto, sono potuti tornare a casa solo dopo essere stati affidati ai rispettivi genitori.

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Formula1, Raikkonen sul palco della serata di gala ride e abbraccia tutti. Sui social: “Kimi, hai bevuto troppo?”

Pon, 10/12/2018 - 17:42

Kimi Raikkonen su di giri al galà di premiazione della FIA, a San Pietroburgo. L’ex pilota della Ferrari, ora passato all’Alfa Romeo Sauber, ha dato spettacolo sul palco, quando assieme a Vettel è salito per ritirare i premi per il secondo e terzo posto nel mondiale piloti. Lo testimonia un video postato su Twitter da un account di suoi fan.

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