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Stefano De Martino, l’ex di Belen Rodriguez ha una relazione con la ex di Gianluca Vacchi?

Čet, 16/11/2017 - 15:21

Belen Rodriguez e Gianluca Vacchi. Che cosa hanno a che i due? Direttamente niente, anche se va detto che un’accoppiata del genere rischierebbe di mandare in tilt Instagram. Ad avere a che fare sono i due rispettivi ex, Stefano De Martino e Giorgia Gabriele (quindi, per la teoria dei sei gradi di separazione, anche i primi due…). Stando a quanto riportato dal settimanale Chi nella rubrica Chicche di gossip, “Stefano De Martino, entrato nella scuderia di Lucio Presta e prossimo inviato dell’Isola dei famosi per Alessia Marcuzzi, è stato visto entrare coperto scrupolosamente con cappuccio in testa, barba lunga e occhiali da sole nella casa milanese dove abita Giorgia Gabriele, ex di Gianluca Vacchi. Gli “incontri ravvicinati” tra i due sarebbero numerosi…”. Insomma, gossip e nulla più. Per la gioia di chi legge consapevolmente giornali e pagine di spettacolo, che anche di questo si occupano.

I wish i was there ☀️ #me #GG #maldives

Un post condiviso da Giorgia Gabriele (@jogiorgiajo) in data: 24 Ott 2017 alle ore 07:16 PDT

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Fine vita, le parole di Papa Francesco sono rivoluzionarie solo in Italia

Čet, 16/11/2017 - 15:13

In realtà è già dagli anni 50 che la Chiesa aveva riconosciuto l’importanza di non obbligare ad accanirsi sui malati, ammettendo terapie anti-dolore anche quando avrebbero avuto l’effetto di accorciare la vita del paziente. Ciò non toglie che la presa di posizione di Papa Francesco sia comunque importante, anche semplicemente per il fatto di aver riconosciuto l’impatto che il tema sta acquisendo sempre di più grazie al progresso medico-scientifico, in grado di prolungare la vita dei malati oltre ogni ragionevolezza. Mettere al centro, come ha fatto il Papa, la volontà del paziente è dunque un segnale importante di apertura alla libertà di scelta del malato in materia di sospensione delle cure, anche quando tale sospensione conduca alla morte.

La presa di posizione, di per sé certo non rivoluzionaria, da parte del Pontefice lo diventa quasi in un Paese come il nostro, dove manca una legge che garantisca (come farebbe, se approvata, quella in discussione al senato) il diritto di ciascuno a vedere rispettate le proprie volontà sul biotestamento e sull’interruzione delle cure. Manca dunque una legge persino sulla questione di minimo rispetto dei diritti del malato (garantiti anche dalla Costituzione, ma sistematicamente violati) che ora è stata posta anche dal Pontefice. Chissà mai che i clericali “più papisti del Papa” in Parlamento riescano ad avere un attimo di ripensamento sul senso del loro ostruzionismo persino sul biotestamento (c’è da dubitarne).

Come Associazione Luca Coscioni, oltre a sostenere la necessità di rispettare la decisione di interrompere le terapie, riteniamo che non vi sia differenza morale tra consentire a un malato terminale di morire sospendendo terapie vitali oppure attraverso un intervento attivo che permetta di accorciare la propria agonia. L’unica persona che può decidere quale è il momento in cui le cure vanno abbandonata è il malato stesso – ovviamente sentito il medico e beneficiando del massimo di assistenza possibile – ed ha diritto a farlo nelle forme che garantiscano di ridurre al minimo la sofferenza. Ecco perché è necessario legalizzare sia il testamento biologico, che l’interruzione delle terapie che l’eutanasia in senso stretto.

L’approvazione della legge sul biotestamento ferma al Senato sarebbe comunque un primo indispensabile passo avanti dopo 32 anni di inerzia parlamentare. Il tempo per farlo in questa legislatura è quasi scaduto.

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Sicilia, arrivano i ricorsi dei non eletti alle regionali: “Nei moduli per le candidature non si citava la legge Severino”

Čet, 16/11/2017 - 15:11

Nei moduli per l’accettazione della candidatura non si citava la legge Severino. Ed è per questo motivo che adesso alcuni dei candidati non eletti alle elezioni regionali in Sicilia stanno prendendo carta e penna per fare ricorso. Il primo è stato Giacomo Scala, ex sindaco di Alcamo e candidato nel collegio di Trapani da Sicilia Futura, il partito dell’ex ministro Salvatore Cardinale. Poi è arrivato anche Enzo Vinciullo, non eletto nella lista Ap a Siracusa, che sta formando un comitato per presentare i ricorsi: altri candidati potrebbero aggregarsi nei prossimi giorni. L’obiettivo è fare estromettere dall’Assemblea regionale siciliana chi non ha rispettato la legge Severino nella presentazione della candidatura. La Regione Siciliana, infatti, ha fatto firmare dei moduli in cui si chiedeva, in tema di autocertificazione, di rispettare una legge del 1990 che non esiste più e che è stata superata dalla norma votata dal parlamento nel 2012. 

Solo alcuni candidati hanno indicato il riferimento alla nuova legge nelle autocertificazioni, mentre la maggior parte ha utilizzato soltanto i moduli della Regione. Dopo aver avuto accesso agli atti dei candidati eletti, dunque molti dei “trombati” intendono ricorrere. La vicenda era stata sollevata a ottobre da Massimo Costa, leader degli indipendentisti del movimento Siciliani liberi. “C’è un errore nei moduli di accettazione delle candidature predisposti dalla Regione – aveva detto – che sta creando il caos all’apertura degli uffici elettorali per il deposito delle liste”.  Secondo l’indipendentista nella vecchia norma, cioè quella citata nella modulistica, non erano previsti come causa di incandidabilità alcuni reati, contemplati invece nella legge Severino, che è più restrittiva.

Tra i reati che precludono la candidabilità nella Severino ci sono: istigazione alla corruzione, abuso d’ufficio, rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio, interruzione di un servizio pubblico da parte dei capi o promotori, sottrazione o danneggiamento di beni sottoposti a sequestro penale e traffico di influenze illecite. L’ufficio elettorale della Regione siciliana aveva ribattuto: “I moduli di accettazione dei candidati sono conformi alla legge regionale 29 del ’51, noi siamo in Sicilia e dunque applichiamo la nostra norma. Dunque i moduli sono quelli e non si toccano”. Secondo l’ufficio elettorale  “le disposizioni della legge Severino” sulle incandidabilità, “come recita l’art.14 si applicano anche alle Regioni a statuto speciale. I moduli non si presentano alla Regione ma nei Tribunali, saranno loro a decidere”. E infatti adesso dovranno decidere sui ricorsi.

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Guerra della mozzarella, il governo dà ragione alla Puglia. Paolo Russo (Fi): “Per la Campania è un tradimento”

Čet, 16/11/2017 - 14:55

Sulla guerra della mozzarella il governo dà ragione alla Puglia. Il ministero delle Politiche Agricole ha infatti risposto all’interrogazione parlamentare del deputato campano Paolo Russo (FI) sulla denominazione DOP al prodotto murgiano, sottolineando che il marchio ‘Mozzarella di Gioia del Colle’ proposto e pubblicato in Gazzetta Ufficiale lo scorso 28 agosto non induce in errore il consumatore. Proprio il contrario di ciò che afferma il deputato che, a settembre, aveva anche lanciato una petizione sulla piattaforma change.org per chiedere al ministro delle Politiche agricole di sospendere la procedura per il riconoscimento del marchio dop alla mozzarella di Gioia del Colle. La prima reazione è arrivata proprio da Russo: “Il Ministero delle Politiche agricole tradisce la mozzarella di bufala campana Dop ed i suoi territori di produzione – ha detto – consentendo l’attribuzione di un’altra denominazione d’origine protetta ad un prodotto che non é mozzarella ma treccia”.

LA POSIZIONE DEL MINISTERO – La risposta del ministero dell’Agricoltura è arrivata nel question time attraverso le parole del sottosegretario Giuseppe Castiglione secondo cui, fermo restando il periodo di presentazione delle opposizioni tuttora in corso, sono ritenuti finora sussistenti i requisiti indicati nella normativa vigente. “Mi riferisco in particolare – ha dichiarato il sottosegretario – all’uso del nome oggetto di richiesta di riconoscimento e al legame con la zona geografica, che non risultano tali da indurre in errore il consumatore, in ordine alla natura del prodotto, in linea con il disciplinare di produzione”. Ad oggi l’unica ‘mozzarella di bufala’ è quella campana Dop. Chiunque altro produca in Italia o nell’Unione europea una mozzarella con latte bufalino non Dop può farlo ma solamente utilizzando la formula del doppio genitivo “mozzarella di latte di bufala” alla quale non può essere associata in alcun modo una denominazione geografica. Russo, invece, richiamava il Governo a “ritenere più utile e rispondente alla natura del prodotto che la denominazione fosse attribuita non a ‘mozzarella’ in generale ma alla Treccia dei Trulli e di Barsento, senza creare duplicati dannosi per entrambe le filiere produttive”.

LE REAZIONI – Duro il commento del deputato campano. “La confusione – ha evidenziato il parlamentare – regnerà sovrana e ne farà le spese l’intera filiera, l’intero universo di agricoltori, allevatori e produttori che, con le loro famiglie, hanno costruito giorno dopo giorno un pezzo di economia che produce ricchezza e valore per l’Italia intera”. Secondo Russo “il ministero alimenta e si presta ad ogni confusione a danno del terzo prodotto a marchio italiano, della prima ed unica DOP del Mezzogiorno che varca i confini nazionali”. Ma il parlamentare se la prende anche con la Regione Campania, accusandola di non essersi attivata abbastanza. “A mala pena – ha detto Russo – ha presentato una, evidentemente inadeguata ed inascoltata, osservazione. Il presidente della Regione intervenga subito per rimediare alle proprie assenze e ai propri ritardi e si faccia sentire anche il sistema di rappresentanza delle imprese che costituiscono l’unico motore produttivo della nostra Campania”. Soddisfatto, invece, per la risposta di Castiglione il deputato pugliese Giuseppe L’Abbate, capogruppo M5S in Commissione Agricoltura alla Camera, secondo cui la risposta al question time “ribadisce quanto noto a tutti al di là di ogni strumentalizzazione campanilistica che vorrebbe instaurare una inutile e dannosa ‘guerra delle mozzarelle’, conflitto tutto italiano e meridionale con la contrapposizione tra due tipicità vanto del made in Italy”.

La speranza del deputato pugliese è che “la risposta del sottosegretario Castiglione ponga fine anche la querelle territoriale che ha visto confrontarsi, senza cognizione di causa, persino i presidenti di Regione Michele Emiliano e Vincenzo De Luca”. Una guerra tra la spinta propositiva della Puglia e i timori che arrivano sulla Campania e che riguarda un prodotto che è più di un simbolo, ma è la linfa vitale di un comparto che continua a dare frutti positivi. Recenti i dati sulla bufala campana, elaborati dal Consorzio di Tutela e l’analisi sulle esportazioni di Coldiretti, che premia la performance della mozzarella Dop, soprattutto in Francia. Dal 2006 al 2016 l’export della mozzarella di bufala campana Dop è cresciuto di oltre il 100%, passando dal 15,6% al 32,1%, mentre la produzione è aumentata del 31%. E il 2017 promette altrettanti risultati positivi.

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Al Bano dice addio alla musica: “Farò il vignaiolo”

Čet, 16/11/2017 - 14:47

Al Bano dice addio alla musica. Il cantante di Cellino San Marco ha scelto Porta a Porta per annunciare al suo pubblico che a fine 2018 farà il suo ultimo live: “Smetto di cantare il 31 dicembre del 2018. Spero di fare un grande concerto e poi farò il vignaiolo”. Insomma, dopo più di cinquant’anni di carriera, Al Bano sceglie di dedicarsi a quella che non è solo una passione: “Ormai vendo più bottiglie di vino che dischi – ha detto – un milione e 400 mila bottiglie all’anno. L’obiettivo è arrivare a 5 milioni”.

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Rai, Gabanelli: “Con la tv ho chiuso, mi interessano piazze virtuali. Addio all’azienda? Sono molto delusa”

Čet, 16/11/2017 - 14:40

La fine dei miei rapporti con la Rai? Sono molto delusa, ma non ho neanche intenzione di menarmela troppo. Penso di avere chiuso con la tv“. Così a 24 Mattino (Radio24) la giornalista Milena Gabanelli risponde a Luca Telese e a Oscar Giannino, all’indomani del suo addio alla Rai. “La tv” – continua – “è un mezzo che mi interessa un po’ meno. Sono più interessata a queste piazze virtuali nelle quali si formerà la classe dirigente di domani. E’ un luogo di minore visibilità, ma di maggiore attrattiva per me. Il linguaggio si è incancrenito un po’ sul modello televisivo. E io voglio esplorare le potenzialità del linguaggio della rete e mettere tutto il mio impegno in questo mezzo”. La storica ideatrice e conduttrice di Report cadenza il suo racconto con caustica ironia: “Qual è il vero motivo che mi ha spinto a un gesto così drastico? È un motivo banale, capisco che sia incomprensibile ai più. Dal punto di vista del direttore generale della Rai (Mario Orfeo, ndr), lui ha fatto qualsiasi cosa per trattenermi e io, siccome sono matta, rinuncio allo stipendio da condirettore e me ne vado. Io sono matta. Ho rotto le scatole al mondo intero, perché sono cresciuta con l’idea che per guadagnarmi uno stipendio devo produrre qualcosa. E invece sono stata messa nelle condizioni di non produrre nulla”. E aggiunge sarcasticamente: “Ho avuto grandissime manifestazioni di affetto dalla Rai, del tipo: ‘Gaba, sei una grande risorsa per noi’. Attenzione a quando cominciano a dirti troppo spesso che sei una risorsa. E infatti poi tutto si è tradotto in quella roba lì. La verità è che a me piace lavorare con le persone che mi piacciono. E anche se sono dei geni, ma non mi piacciono, ci salutiamo. Forse ci sono state incompatibilità, dei fastidi per il mio essere trasversale ed eccessivamente indipendente”. La giornalista continua: “Non so se in Rai volessero un profilo più istituzionale di quello che offrissi. So solo che la Rai di oggi non ha le caratteristiche e le competenze per guidare un’azienda di 12mila persone. Vedo delle carenze per affrontare i problemi di un’azienda importante. Io sono stata assunta per per realizzare la ricognizione di un portale unico di news, che la Rai è l’unica al mondo a non avere. Posso anche non essere io a guidare quel lavoro e mi va benissimo, ma almeno chiedetemi a che punto fosse il lavoro fatto finora e a quali utili stessimo rinunciando. Nessuno me lo ha chiesto, come si fa in tutte le aziende attente a come si spendono i soldi altrui. Ci hanno lavorato per 4 mesi 20 persone assunte in Rai. Sono costi buttati via”. Poi puntualizza: “Io in politica? No, perché non so nemmeno da dove si comincia. Abbiamo un’Italia messa così, perché sembra che tutti siano sempre capaci di fare tutto“. E Oscar Giannino aggiunge: “E invece i talenti di chi sa fare bene il suo dovrebbero essere messi nelle condizioni di fare ancora meglio. Sembra quasi un principio rivoluzionario”. “E’ vero” – replica Gabanelli – “sembra un concetto sovversivo in questo Paese. Il reclutamento dei soggetti a cui metti una sedia sotto il sedere deve valorizzare quella sedia. Altrimenti, se c’è anche uno bravo, viene stritolato. Il geometra messo a guidare una Asl pensa indubbiamente di far bene, ma non può capire molto di sanità”

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Roy Moore, nuove accuse all’ex giudice ultracattolico con la passione delle 16enni Gop spaccato, seggio in Alabama in bilico

Čet, 16/11/2017 - 14:32

Rischia di trasformarsi in una nuova débacle per i repubblicani, e per l’amministrazione Trump, il caso di Roy Moore. L’ex-giudice, candidato del G.O.P. al seggio senatoriale dell’Alabama, è infatti travolto da una serie di accuse a sfondo sessuale. Mitch McConnell e altri esponenti di primo piano del partito repubblicano gli chiedono di ritirarsi, ma Moore resiste. In gioco non c’è soltanto il seggio in Alabama, ma più in generale il controllo repubblicano del Senato; quindi, il futuro della stessa amministrazione Trump.

Roy Moore ha dato, sinora, parecchi problemi alla leadership repubblicana. Settant’anni, Moore fu eletto alla guida dell’Alabama Supreme Court nel 2001, ma rimosso due anni dopo, per essersi rifiutato di rimuovere un monumento ai Dieci Comandamenti dal cortile del tribunale. Rieletto alla Corte nel 2013, è stato ancora una volta sospeso dopo la mancata applicazione della sentenza che legalizza i matrimoni tra persone dello stesso sesso. L’esuberante Moore – che ha tra l’altro fondato la “Foundation for Moral Law”, un gruppo che ritiene Dio “fonte sovrana della nostra legge” – ha in questi anni trovato anche il modo di presentarsi per due volte alle elezioni per governatore dell’Alabama, dove ha chiarito come la pensa. Ferocemente anti-gay (ha paragonato l’omosessualità alla “bestialità“), anti-musulmano (ha chiesto che i musulmani non vengano fatti servire nell’esercito), nemico della teoria dell’evoluzione, sostenitore della teoria che soltanto i cristiani debbano godere della protezione del Primo Emendamento, Moore ha coltivato rapporti molto stretti con gruppi di suprematisti bianchi. La sua “Foundation for Moral Law” ha promosso una storia della Guerra Civile simpatetica con la causa confederata.

Non è dunque strano che Moore non abbia mai raccolto le simpatie dell’establishment repubblicano. Troppo radicalmente conservatore, troppo estraneo alle tradizioni più moderate del partito, l’Ayatollah dell’Alabama, come è stato definito, non ha ricevuto alcun incoraggiamento dalla leadership del G.O.P.; né lui, a dire il vero, l’ha mai cercato. E’ successo anche quest’anno, quando Roy Moore ha lanciato la sua candidatura alle elezioni per il seggio lasciato vacante al Senato da Jeff Sessions (nominato attorney general nell’amministrazione Trump). Il candidato ufficiale del partito repubblicano era Luther Strange. Con una campagna che ha riproposto gli accenti più duri, populistici, anche folkloristici di Donald Trump, Moore è però riuscito a battere Strange ed è diventato il nominato ufficiale del G.O.P. alle elezioni per il seggio di Sessions, che si terranno a dicembre (Trump, che in un primo tempo aveva appoggiato il moderato Strange, si è presto riposizionato, esaltando la “fibra morale e politica” di Moore).

Si pensava che lo scontro restasse in ambito politico e che i leader repubblicani di Washington dovessero ingoiare l’ennesimo boccone amaro – e assistere all’ascesa di un altro candidato che sino a qualche mese fa sarebbe stato confinato ai margini e che invece oggi, nell’epoca di Trump, occupa il centro della scena. Non è andata così. Il Washington Post, con un pezzo del 9 novembre, ha messo in prima pagina le accuse di una donna, Leigh Corfman, che afferma che Moore la molestò quando lei aveva 14 anni (e Moore 32). L’allora giovane uomo di legge avrebbe approcciato la ragazza fuori del tribunale e in due occasioni avrebbe tentato di baciarla e l’avrebbe toccata nelle parti più intime. “Volevo solo che la finisse e mi portasse a casa”, ha spiegato Corfman, la cui versione è stata confermata dalla madre. Un’altra donna, Beverly Young Nelson, è venuta allo scoperto qualche ora più tardi, accusando Moore di averla assalita sessualmente quando aveva 16 anni. Nelson accettò un passaggio in macchina da Moore, che le saltò addosso e cercò di spingerle il capo verso il suo pene. Di fronte alle resistenze di Beverly, Moore si fermò, ma le disse: “Sei solo una bambina, io sono il district attorney. Se cercherai di dirlo a qualcuno, nessuno ti crederà”.

Da allora, sono saltate fuori almeno altre quattro donne, oggi adulte, che accusano Moore di averle assalite sessualmente quando avevano tra i 16 e i 18 anni. E sono emerse diverse testimonianze di colleghi di lavoro, tra il 1982 e il 1985, che affermano di aver saputo della passione dell’allora giovane uomo di legge per le teenager. Moore avrebbe anche regolarmente frequentato il Gadsen Mall, un grande centro commerciale, alla ricerca delle sue vittime. Diversi residenti dicono che a Moore, dopo una serie di lamentele da parte delle famiglie delle ragazze, fu inibita l’entrata al Mall. Alle accuse, Moore ha replicato negando vigorosamente. In realtà, le cose si sono complicate ulteriormente. Il suo avvocato, Trenton Garmon, in una trasmissione televisiva di MSNBC, ha accennato al fatto che in “altre culture” non è poi così strano frequentare ragazze di 14 anni. Una parte consistente dei suoi elettori, con dichiarazioni e raccolte di firme, ha preso posizione a suo favore, così come ha fatto il partito repubblicano dell’Alabama. Lo state auditor dello Stato, il repubblicano Jim Ziegler, si è lanciato in un paragone piuttosto impegnativo, spiegando che “Maria era una teenager e Giuseppe un falegname adulto. Diventarono i genitori di Gesù”.

La polemica, ovviamente, si inserisce nell’ondata di rivelazioni e accuse seguite al caso di Harvey Weinstein; e rivela il fondo di esplicito e violento sessismo che domina ancora in certe zone del Sud. In questo caso, però, è in gioco qualcosa di diverso. Mitch McConnell, leader repubblicano del Senato, ha immediatamente chiesto a Moore di ritirarsi dalle elezioni che si terranno a dicembre per il seggio di Sessions. Lo stesso hanno fatto altri autorevoli esponenti del partito e personalità del mondo conservatore, come l’anchorman di Fox News Sean Hannity. Trump si è mantenuto più sul vago, affermando che Moore dovrebbe lasciare “se le accuse sono vere”.

L’ex-giudice, però, non ha alcuna intenzione di abbandonare. Continua a professare la sua innocenza, parla di un complotto di Washington Post e democratici contro di lui. Il suo futuro politico appare però incerto. Un sondaggio del National Republican Senatorial Committee lo mostra indietro di 12 punti rispetto al candidato democratico, Doug Jones. La sconfitta in un seggio un tempo sicuro per i repubblicani, come quello dell’Alabama, potrebbe essere il triste preludio alla perdita di altri seggi al Senato alle elezioni di midterm del novembre 2018. Senza più maggioranza al Senato, con forti perdite alla Camera, e con Donald Trump asserragliato alla Casa Bianca scossa da scandali e sconfitte, per i repubblicani potrebbe iniziare un periodo molto difficile. Roy Moore, per il G.O.P., potrebbe essere solo l’inizio.

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Decreto fiscale, via libera agli incentivi per chi fa inserzioni pubblicitarie sulla stampa

Čet, 16/11/2017 - 14:29

Assieme al regalo per gli operatori di rete delle tv, a pochi mesi dalle elezioni arriva anche un provvedimento che non potrà non piacere agli indiretti beneficiari, gli editori. Nell’ultima versione del decreto Fiscale, che il Senato ha approvato con la fiducia, è stata confermata la previsione di incentivi fiscali per chi investe in pubblicità su stampa quotidiana e periodica, informazione web, oltre che su emittenti televisive e radiofoniche locali. In totale l’esecutivo ha stanziato 62,5 milioni. Di questa cifra 20 milioni sono riservati subito al credito d’imposta relativo alla carta stampata quotidiana e periodica “anche online” come si legge all’articolo 4 del provvedimento.

A patto che gli investimenti siano stati effettuati tra il 24 giugno e il 31 dicembre 2017. Tv e radio dovranno invece attendere il 2018. Per sfruttare il vantaggio fiscale, l’inserzionista (impresa o lavoratore autonomo) dovrà anche aumentare la quota di investimenti in pubblicità: il decreto stabilisce infatti che il beneficio viene concesso “purché il valore superi almeno dell’1 per cento l’ammontare degli analoghi investimenti pubblicitari effettuati dai medesimi soggetti sugli stessi mezzi di informazione nel corrispondente periodo dell’anno 2016”.

Il provvedimento del governo Gentiloni, è insomma manna dal cielo per l’editoria italiana che ne beneficerà indiscriminatamente mentre sta affrontando pensati ristrutturazioni come quella di Rcs, editrice del Corriere della Sera, e gravi crisi come quella del Sole24Ore, il giornale di Confindustria su cui la Rai pubblicizza le sue fiction. Inoltre rappresenta anche una stampella importante per l’editoria locale che vive soprattutto di contributi statali e pubblicità elettorale.

I soldi stanziati dall’esecutivo non sono pochi. L’editoria del resto può contare sul Fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione finanziato in buona parte dalle maggiori entrate del canone Rai, finito lo scorso anno nelle bollette elettriche degli italiani. E’ da quel fondo che verranno i soldi grazie ai quali gli inserzionisti pubblicitari potranno beneficiare di un credito d’imposta, utilizzabile esclusivamente in compensazione, pari al 75% del valore aggiuntivo degli investimenti effettuati. Una quota che salirà fino al 90% nel caso di piccole e medie imprese, microimprese e start-up innovative.

Tuttavia se i fondi non dovessero bastare, allora le quote andranno probabilmente rimodulate proporzionalmente. L’ultima parola su modalità e i criteri di attuazione spetterà al responsabile del ministero dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che assieme al ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan, dovrà emettere un Dpcm entro 120 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto-legge. “Nel rispetto della normativa Ue sugli aiuti di Stato”, come precisa la scheda di lettura al provvedimento. Intanto concessionarie di grandi e piccole dimensioni potranno muoversi da subito grazie alle detrazioni concesse dal governo che il 7 novembre ha emanato anche un decreto per concedere i contributi pubblici 2018 alla stampa italiana diffusa all’estero.

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Silvio Berlusconi non pagherà più Veronica Lario. L’ex moglie dovrà restituire 60 milioni di euro

Čet, 16/11/2017 - 14:26

Veronica Lario dovrà restituire circa 60 milioni di euro a Silvio Berlusconi. E non riceverà più l’assegno mensile da 1,4 milioni di euro. La Corte d’Appello di Milano ha accolto l’istanza dell’ex premier di applicare la recente sentenza della Cassazione sull’assegno di divorzio in base alla quale conta il criterio dell’autosufficienza economica e non il tenore di vita goduto durante le nozze.

Berlusconi aveva sostenuto che la sua ex moglie è autosufficiente potendo contare su liquidità per 16 milioni, gioielli e società immobiliari. La restituzione decorre dalla data del divorzio che risale al marzo del 2014.

La revisione del processo è iniziata dopo che la Suprema Corte lo scorso 10 maggio aveva respinto il ricorso della moglie dell’ex ministro Vittorio Grilli che si era vista respingere la richiesta dell’assegno di divorzio dalla Corte di Appello di Milano nel 2014. Come spiegato nelle motivazioni della sentenza della Corte di Cassazione, l’assegno di divorzio va concesso solo se il coniuge non è autosufficiente. L’indipendenza economica viene valutata in base a 4 principi: 1) il possesso di redditi di qualsiasi specie; 2) il possesso di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri ‘lato sensu’ imposti e del costo della vita nel luogo di residenza, inteso come dimora abituale, della persona che richiede l’assegno; 3) le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, in relazione alla salute, all’età, al sesso ed al mercato del lavoro indipendente o autonomo; 4) la stabile disponibilità di una casa di abitazione. Secondo la Cassazione, sta all’ex coniuge che richiede l’assegno dimostrare “di non avere i mezzi adeguati e di non poterseli procurare per ragioni obiettive”.

Una settimana dopo la sentenza “Grilli-Lowenstein”, la stessa Corte di Cassazione aveva respinto il ricorso di Berlusconi che aveva chiesto un abbassamento del maxi-assegno mensile che spettava alla sua ex moglie. In quel caso, la sentenza sosteneva che la separazione “non elide la permanenza del vincolo coniugale”, e che quindi il coniuge più facoltoso “ha ancora il dovere di garantire al partner separato lo stesso tenore di vita del matrimonio”. Una situazione differente rispetto al divorzio, quando”cessano” i doveri di solidarietà coniugale.

L’ufficialità della separazione era arrivata nel 2012. A stabilirlo era stata una sentenza della nona sezione civile del tribunale di Milano. Inizialmente gli avvocati della Lario avevano richiesto un assegno di 43 milioni di euro l’anno. “Non più di 300mila euro all’anno”, la risposta degli avvocati dell’ex cavaliere. Alla fine, la sentenza fissò la cifra definitiva a 100mila euro al giorno, tre milioni al mese. La cifra venne poi abbassata dal tribunale di Monza a 1,4 milioni di euro. Ora, l’ultimo atto, con il completo annullamento dell’assegno. Anche se molto probabilmente, Veronica Lario presenterà ricorso in Cassazione per quella che dovrebbe essere l’ultima puntata.

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Italia fuori dai Mondiali: come cancellare un anno della nostra vita

Čet, 16/11/2017 - 14:23

C’è chi archivia la memoria della propria vita in base alle persone conosciute, chi per le città in cui ha vissuto, per le posizioni lavorative che ha cambiato o semplicemente per lo stato d’animo in cui si è trovato. Io per i Mondiali. O al limite per le grandi manifestazioni internazionali. Sembrerà l’esagerazione di un patito, e forse un po’ lo è. Ma va così: Usa ’94 e Francia ’98, Germania 2006 e Brasile 2014, mettiamoci pure Euro 2000 e 2012, tanto per completezza. Il rigore di Baggio e l’esultanza di Vieri, la notte di Berlino e il Maracanazo: a distanza di anni so esattamente dov’ero e chi ero, come mi sentivo. Ogni torneo dei ricordi indelebili, che non a caso si fanno sempre un po’ più offuscati e meno nitidi negli anni dispari senza mondiali.

Forse è per questo che a distanza di giorni non si riesce proprio a metabolizzare quella che in fondo potrebbe essere solo una partita di calcio persa. L’Italia fuori dalla Coppa del mondo, cosa sarà mai. E invece no. È questo che non ha capito Gian Piero Ventura, quando dopo l’eliminazione ha detto “sono cose che capitano”, scrollando le spalle, pensando solo ad incassare quegli 800mila euro di stipendio che gli restano. È questo ciò che non capisce Carlo Tavecchio, ora che si aggrappa alla poltrona, minimizzando il fallimento “perché i risultati politici sono altri”. Non è solo una sconfitta sportiva. Non è nemmeno il sogno collettivo distrutto da un allenatore e un dirigenti mediocri. È proprio come se ci avessero tolto un pezzo della nostra vita.

Nel ’94 le prime partite di calcio di cui ho memoria vera, la doppietta di Baggio contro la Nigeria nella vecchia casa dei nonni nella piazza più centrale di Bari, la finale sul divano di un residence al mare di Gallipoli, un senso di malessere diffuso che neanche riuscivo a spiegarmi, così piccolo. Nel ’98 le partite tutti insieme nella grande villa in campagna, l’amore per la bicicletta da cui non mi sarei più staccato, l’estate dei bambini che durava tre mesi, i Chumbawamba, le ore attaccato al più bel videogioco di calcio mai prodotto. Nel 2000 la ristrutturazione di casa, le notti sul divano della nonna, i giorni di luglio a leggere le pagine dei Demoni di Dostoevskij, a 12 anni interminabili come l’attesa della finale con la Francia. Nel 2002 la vacanza in Turchia, il sole della Cappadocia, l’inizio dell’adolescenza. Nel 2006 la notte prima degli esami e la notte di Berlino, la prima ragazza, la maturità del mio miglior amico il giorno dopo la coppa, il viaggio dei 18 anni che ci ha uniti per sempre. Nel 2010 l’università e l’amore vero, l’esame infinito di letteratura latina preparato al suono fastidioso delle vuvuzelas. Nel 2012 la trasferta a Poznan con gli amici e poi i due mesi a Londra da solo, l’anno sabbatico, i dubbi sul futuro, le Olimpiadi che hanno risposto ad ogni domanda. Nel 2014 il momento più difficile da cui solo il pallone ti tirava su il morale, i film di Solondz, il primo mondiale vissuto da giornalista anche se a distanza, al punto da coltivare la piccola speranza di poterci essere anche io in Russia.

E nel 2018 come stavi, cosa facevi? Non ricordo: ai Mondiali non ci qualificammo.

Twitter: @lVendemiale

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Smog, perché abbiamo messo la mascherina a Totti

Čet, 16/11/2017 - 14:22

di Andrea Boraschi *

Oggi Gregory Peck e Audrey Hepburn girerebbero la famosa scena di Vacanze Romane, a bordo di una Vespa intorno al Colosseo, indossando una mascherina per proteggersi dall’inquinamento atmosferico; e altrettanto farebbero Marcello Mastroianni e Anita Ekberg, insieme nell’acqua di una fontana celebre nel mondo, per La dolce vita.

Li abbiamo immaginati così, noi di Greenpeace insieme allo street artist Tvboy. E con loro abbiamo immaginato altre icone di questa città, personalità che hanno dato lustro a Roma o ne hanno interpretato il carattere, tutte intente a proteggersi i polmoni da un’aria satura di gas irrespirabili. Ne è nata una galleria di personaggi, realizzata appunto da Tvboy, a sostegno della campagna di Greenpeace contro l’inquinamento atmosferico generato dal traffico.

Le opere sono state affisse in diversi punti di Roma: oltre a Peck e la Hepburn, comparsi nei paraggi del Colosseo, e a Mastroianni ed Ekberg affissi in un vicolo in prossimità di Fontana di Trevi, Tvboy ha dipinto e “messo su muro” anche Fellini alle porte di Cinecittà, Totti a Porta Metronia, Pasolini nelle strade del Pigneto dove girò Accattone, Sofia Loren nei vicoli di Trastevere dove interpretò La ciociara, Papa Francesco a Borgo Pio, in prossimità del Vaticano. Da lì, da quei muri, quelle immagini sono rimbalzate sui social media, su molti media locali e nazionali, fino ai tg della sera. L’inquinamento atmosferico e una questione seria, bene che se ne parli sempre più.

Greenpeace ha lanciato da alcune settimane una campagna contro lo smog affrontando un aspetto specifico, quello della concentrazione di biossido di azoto nell’aria delle città italiane. Il biossido di azoto (NO2) è un gas cancerogeno specifico delle emissioni dei veicoli diesel, responsabile in Italia di oltre 17mila morti premature l’anno (record negativo in Europa). I suoi effetti patogeni sono principalmente a carico delle vie respiratorie, del sistema sanguigno, delle funzioni cardiache. È particolarmente nocivo sui bambini, causando infezioni alle vie respiratorie, asma, polmoniti, ritardo nello sviluppo del sistema nervoso e dei processi cognitivi.

Stiamo chiedendo ai sindaci delle città maggiormente colpite dall’inquinamento di NO2 – Torino, Milano, Palermo e Roma – di fare quello che molte altre città, in Europa e nel mondo (Atene, Madrid, Parigi, Francoforte, Copenaghen…), stanno già facendo: prevedere un percorso progressivo di restrizione alla circolazione dei veicoli diesel, fissando una data oltre la quale non potranno più circolare nei centri urbani.

Sulle strade europee – come dimostrato dallo scandalo Dieselgate – circolano oggi oltre trenta milioni di veicoli di fatto illegali: automobili i cui valori di emissione di biossido di azoto eccedono fino a oltre diciotto volte quelli dichiarati dalle aziende automobilistiche in fase di omologazione. Anche i veicoli diesel più recenti, gli Euro 6, non offrono alcuna garanzia in tal senso.

Nelle scorse settimane Greenpeace ha anche realizzato una campagna di monitoraggio dell’aria intorno a dieci scuole primarie e dell’infanzia della capitale, a “caccia” di NO2. La scelta di scuole frequentate da bambini piccoli o piccolissimi non è casuale. Il biossido di azoto colpisce soprattutto l’infanzia, accrescendo enormemente l’incidenza di patologie respiratorie, compromettendo lo sviluppo polmonare e cognitivo. In dieci scuole su dieci al mattino, all’ora della campanella di inizio delle lezioni, le concentrazioni di NO2 superavano i valori suggeriti dall’Oms per la protezione della salute umana. Insomma: un terribile “pieno” di veleni, per i bambini di Roma, ogni giorno prima di sedersi ai loro banchi, cinque giorni la settimana per nove mesi l’anno.

Nella capitale oltre tre quarti del biossido di azoto in atmosfera è emesso dai motori diesel. Per salvarci i polmoni, la soluzione è chiarissima… serve il coraggio di chi governa questa città; serve il coraggio di ogni sindaco lungimirante, di ogni primo cittadino di quei tanti centri urbani italiani dove le auto a gasolio rappresentano un’emergenza sanitaria, più che un’opzione di mobilità. Serve una rivoluzione nel sistema trasporti: i tempi sono maturi per città diverse, fatte di mobilità elettrica condivisa, trasporto pubblico locale, biciclette e… passeggiate.

* Responsabile campagna Energia e Clima, Greenpeace

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La Svezia ha eliminato l’Italia. Anche sul clima

Čet, 16/11/2017 - 14:22

di Stefano Caserini

Numerosi esperti del settore stanno cercando di capire il motivo dell’eliminazione dell’Italia ad opera della Svezia dai mondiali di calcio del 2018. Diverse ragioni sono state proposte ma, partecipando alla Cop23 di Bonn, Italian climate network ha trovato un motivo che nessuno finora ha considerato. La Svezia è la nazione più avanzata secondo il Climate change performance index 2018, mentre l’Italia è solo al sedicesimo posto.

Lo studio, realizzato da diversi istituti di ricerca e presentato da Germanwatch, Climate action network e New climate institute in una conferenza stampa mercoledì 15 novembre, ha confrontato le nazioni grazie a diversi indicatori: il valore assoluto e l’andamento delle emissioni di gas serra, l’uso totale di energia e la quota di energie rinnovabili, le politiche nazionali sul clima e il comportamento nel negoziato internazionale.

Nella classifica, la Svezia è la Nazione che più ha fatto e sta facendo per il clima, piazzandosi al quarto posto perché i primi tre posti non sono stati assegnati: nessun paese è stato giudicato in linea con gli obiettivi previsti dall’accordo di Parigi (mantenere l’aumento delle temperature globali ben al di sotto dei +2°C e fare sforzi per fermarsi a +1,5°C).

Il sedicesimo posto dell’Italia è dovuto ad una buona quota di energie rinnovabili e alla riduzione delle emissioni di gas serra avvenuta negli ultimi 10 anni, in parte dovuta anche alla crisi economica. Tuttavia la Svezia ha battuto l’Italia su quasi tutti gli indicatori (non sull’uso di energia, legato anche alle diverse condizioni climatiche della Svezia).

C’è chi dice che questa doppia vittoria della Svezia sull’Italia, in due campi così diversi, sia una coincidenza. In effetti i molti lavori che nella letteratura scientifica hanno mostrato i tanti co-benefici di un’efficace politica contro i cambiamenti climatici non avevano mai considerato questo aspetto.

Italian climate network propone di verificare questo legame lavorando per portare l’Italia in testa nella classifica del Climate change performance index. Mettendoci più impegno, una strategia più efficace, puntando di più sui giovani.

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Vlada Dzyuba, la giovane modella non è morta di esaurimento fisico: “Potrebbe essere stata avvelenata”

Čet, 16/11/2017 - 14:06

La storia di Vlada Dzyuba non si chiude con la notizia della sua tragica morte, avvenuta dopo aver sfilato per 13 ore in passerella. La modella 14enne soffriva di meningite cronica, era sottoposta a quello che viene definito un “contratto da schiava” e, secondo le notizie che avevano fatto il giro del mondo, a causarne la morte improvvisa era stata proprio la meningite aggravata da un grave esaurimento fisico. “Morta di stanchezza”, avevano titolato in molti.

Ma oggi, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, arrivano notizie sull’autopsia che andrebbero a smentire la prima ipotesi sulle cause del decesso. Sono state infatti rinvenute tracce di “veleno biologico” nel corpo della giovane modella e, secondo gli investigatori, la ragazza potrebbe essere stata avvelenata da una rivale. “Può essere che un insetto velenoso abbia morso la ragazza – hanno dichiarato gli inquirenti ai media russi – Oppure ha mangiato qualcosa di letale o è stata deliberatamente avvelenata”. Per saperne di può occorre aspettare di capire quale sia “l’esatto veleno organico” trovato nel corpo delle giovane. Il caso è seguito dal Comitato Investigativo Russo che per ora non ha rilasciato comunicazioni ufficiali.

 

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Carige, salta il consorzio per l’aumento di capitale. Analisti: “Non escludiamo la risoluzione e l’intervento dello Stato”

Čet, 16/11/2017 - 13:40

Non ha fine la crisi di banca Carige. Nella notte è saltata la costituzione del consorzio di garanzia per l’aumento di capitale da 560 milioni di euro, deliberato dal consiglio di amministrazione dell’istituto per mettere in sicurezza i conti nell’ambito del piano di risanamento dell’ad Paolo FiorentinoIl cda si è riunito di nuovo giovedì mattina per “informare consiglieri e sindaci della situazione e valutare i prossimi passi” e si aggiornerà in serata. Fiorentino “verificherà nelle prossime ore l’esistenza dei presupposti per il proseguimento del piano di risanamento della Banca e per una eventuale proroga dei termini dell’operazione”. La Bce ha dato tempo a Carige fino a fine 2017 per rafforzare il proprio capitale per la terza volta dopo le ricapitalizzazioni del 2014 e del 2015. L’ex presidente Giovanni Berneschi, arrestato nel 2014, è stato nel frattempo condannato a 8 anni e due mesi per truffa ai danni dell’istituto.

Secondo alcune fonti il cda ha fissato il prezzo dell’aumento a 1 centesimo ad azione contro gli 1,7 euro ad azione pagati nel 2015 dalla famiglia Malacalza per diventare primo socio dell’istituto. I vertici starebbero cercando di convincere Unipol a prendere parte alla ricapitalizzazione. Gli analisti di Banca Akros evocano invece nella loro nota mattutina la possibilità di un intervento dello Stato. Con l’avvio di una risoluzione, si legge nel report, “seguirebbe probabilmente una separazione delle attività buone dalle cattive, con la banca ponte che potrebbe essere ricapitalizzata con l’intervento dello Stato e fusa a un istituto più grande”. Lo stock di crediti deteriorati “sarebbe probabilmente trasferito a un investitore specializzato per il recupero futuro”. Un quadro simile a quello visto per Veneto Banca e Popolare di Vicenza, cedute a Intesa con una corposa dote di soldi pubblici. Un altro analista spiega a Reuters che in assenza di aumento o dell’intervento di un cavaliere bianco a pagare il conto saranno i contribuenti o il sistema bancario italiano. In attesa di un nuovo comunicato, il titolo è sospeso dalle contrattazioni di borsa. E a Piazza Affari gli altri titoli bancari sono in profondo rosso.

Il terzo aumento in pochi anni avrebbe dovuto partire lunedì prossimo e terminare entro i primi di dicembre coinvolgendo i primi due azionisti, Malacalza Investimenti e Gabriele Volpi, che oggi hanno rispettivamente il 17,6% e il 6% della banca. La banca genovese fa notare che il problema della mancata formazione del consorzio di garanzia si è creato “nonostante l‘ottenimento dell‘autorizzazione da parte delle autorità di vigilanza e i positivi riscontri ricevuti per l‘acquisizione formale di manifestazioni di interesse e di specifici obblighi di garanzia da parte di nuovi investitori istituzionali”. Nelle scorse settimane era stato reso noto che Barclays, Credit Suisse e Deutsche Bank avevano aderito a un pre-consorzio di garanzia subordinato a una serie di condizioni, tra cui un buon andamento del processo di cessione di asset e di sofferenze e la mancanza di incertezze sulla continuità aziendale.

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Bimbo di 5 anni trovato in ipotermia su un treno al Brennero, rintracciata la famiglia nel nord Europa

Čet, 16/11/2017 - 13:38

E’ stata rintracciata in un paese del Nord Europa la famiglia del bambino di 5 anni, trovato in ipotermia nascosto su un treno merci sul Brennero nei giorni scorsi. Anthony, originario della Sierra Leone, era stato individuato all’alba del 13 novembre nella zona della frontiera tra Austria e Italia dagli agenti della Polfer. Delle grida provenivano da sotto il pianale di un vagone per il trasporto di autovetture dove era nascosto il piccolo che con sé aveva solo uno zaino con indumenti femminili.  “Per un’ora Anthony ha solo tremato, nonostante fosse già al caldo. Secondo i medici, se l’avessimo trovato 10-15 minuti dopo sarebbe stato troppo tardi”, ha raccontato il comandante della stazione della Polfer Stefano Linossi.

Il bimbo ha raccontato a una mediatrice culturale di aver perso i suoi genitori e la sorellina durante un viaggio in treno. Nelle ore successive ha riconosciuto la sua famiglia su alcune foto segnalate dalle associazioni di volontariato che operano con i migranti. Il procuratore capo del tribunale dei minori Antonella Fava ha spiegato che ancora non è chiaro perché la famiglia si sia divisa: se a causa di una disgrazia o di una svista oppure per volontà dei parenti. La Questura di Bolzano ha già preso contatti con le forze dell’ordine del Paese del nord Europa, nel quale ora si trova la famiglia. Anthony, per il momento, sarà dato in affidamento a Bolzano, mentre il Tribunale dei minori valuterà se la sua famiglia di origine sarà idonea a prendersi ancora cura di lui.

Il governatore altoatesino Arno Kompatscher ha definito  questo un “fatto sconvolgente”  e ha annunciato di aver “subito attivato la task force per analizzare assieme alle forze dell’ordine la situazione lungo la linea del Brennero“. “Il numero di richiedenti asilo nelle ultime settimane è il leggero calo, dobbiamo comunque avere un quadro chiaro della situazione al Brennero”, ha aggiunto. Sul caso è intervenuto anche il ministro degli Interni austriaco Wolfgang Sobotka, che ha comunicato l’entrata in funzione di controlli trilaterali dei treni merci al Brennero. Solo dieci giorni fa infatti si era verificato un caso simile, sempre al valico italo-austriaco: a bordo di un treno merci erano stati trovati dieci migranti, tra loro un bebè di appena sei mesi.

 

 

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Isis, ordinanza di custodia cautelare per 5 studenti a Torino. Ma non è eseguibile fino alla conferma della Cassazione

Čet, 16/11/2017 - 13:27

Studenti tunisini iscritti alla facoltà di lingue straniere a Torino. Ma anche sostenitori dell’Isis e di amici di due foreign fighters morti in Siria: almeno per gli investigatori della procura piemontese che già sei mesi fa volevano arrestarli. Per il giudice, però, i post sui social dei ragazzi a favore dell’Isis non erano penalmente rilevanti. Per questo aveva negato la richiesta di custodia cautelare dei cinque giovani che la procura di Torino e il Ros dei carabinieri ritenevano affiliati allo Stato islamico. Una risposta insoddisfacente per gli inquirenti che hanno fatto ricorso e ottenuto dal tribunale del riesame un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Che però potrà essere eseguita soltanto dopo un’eventuale conferma della Cassazione, come previsto dalla legge.

Il collegio di giudici ha così deciso che Nafaa Afli (26 anni), Marwen Ben Saad (30), Bilel Chihaoui (27), Bilel Mejri (25) e Bilel Tebini (29) debbano essere “condotti in carcere in un istituto penitenziario, non appena divenuta definitiva la presente ordinanza”. Il loro avvocato, Sara Baldini, ha dieci giorni di tempo per ricorrere alla Suprema corte. Nel frattempo tre di loro sono già agli arresti per un’altra accusa – spaccio di stupefacenti – mentre – secondo l’agenzia Ansa – due sono liberi: uno è stato già espulso in Tunisia.

L’inchiesta “Taliban” del Ros di Torino, guidata dal colonnello Angelo Russo e dal tenente colonnello Massimo Corradetti, è cominciata due anni fa su sette giovani tunisini iscritti all’Università di Torino, alcuni dei quali poi si sono trasferiti a Pisa. Erano studenti di lingue straniere, ma non frequentavano i corsi e non svolgevano esami, anche se – per mantenere il permesso di soggiorno – certificavano falsamente di averli superati. Studenti e spacciatori, tanto che nel corso dell’indagine tre di loro – Afli, Ben Saad e Mejri – sono stati arrestati e hanno patteggiato a ottobre una pena di 3 anni e 7 mesi di carcere. L’inchiesta, però, ha portato a galla anche altri elementi: le conversazioni intercettate e le chat hanno permesso ai carabinieri del Ros di ricostruire i loro legami con alcuni foreign fighters andati in Siria, la loro ideologia salafista, l’odio per gli sciiti e i seguaci del sufismo. Una “doppia vita”, mascherata dalla quotidianità di universitari emersa scandagliando i loro account su Facebook: dalla condivisione di messaggi e dai saluti per la partenza di due componenti del gruppo, Wael Labidi e Khaled Zeddini, volati verso Istanbul il 21 febbraio 2015 per andare a combattere in Siria (come dimostrano le foto postate sul social network) dove erano morti.

Il 22 maggio scorso il sostituto procuratore Andrea Padalino aveva chiesto per la prima volta l’arresto per i cinque rimasti in Italia, indagati per associazione a delinquere con finalità di terrorismo perché avevano promosso e costituito una cellula dell’Isis. Due di loro, in Tunisia, avevano anche partecipato a un comizio di Abu Ayad, capo di Ansa al-Sharia, organizzazione egiziana aderente all’Isis. Un mese dopo il gip aveva respinto la richiesta: i loro post e i loro like su Facebook, le loro idee e i loro contatti dimostravano solo che erano ragazzi pericolosi e a rischio radicalizzazione, ma non avevano commesso reati. Il pm ha fatto ricorso, accolto dal tribunale del Riesame: il gruppo esiste e i cinque indagati ne fanno parte per l’adesione “ideologica all’Islam radicale e a quelli che sono i tratti caratterizzanti la militanza nell’Isis”. Gli elementi emersi dall’inchiesta del Ros “superano la soglia di gravità indiziaria” e in questo caso “gli indizi sono anche precisi” perché “forniscono specifiche indicazioni sullo stretto legame tra i due foreign fighters” e gli indagati. Per arrestarli, però, bisognerà aspettare.

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Addio a Luis Bacalov, il cuore puro di un melodista

Čet, 16/11/2017 - 12:51

Luis Bacalov era tra i più celebrati compositori di musica da film degli ultimi 40 anni, se ne è andato a 84 anni a Roma, sua città d’adozione, lui che era argentino di nascita. Per il grande pubblico era entrato nel mito con la colonna sonora del Postino di Massimo Troisi, che nel 1995 gli valse l’Oscar: a tutti era diventato familiare il tema del film, semplice e diretto, affidato eloquentemente ad uno strumento popolare come la fisarmonica, a voler rappresentare il cuore puro del protagonista a metà tra la riflessione politica e la personale emozione amorosa il tutto filtrato dalla poesia del grande Neruda.

Ma in realtà la carriera di Bacalov era stata assai variegata e lunga, già allora costellata di grandi partecipazioni. Basti pensare che a sua cura erano state le musiche di un capolavoro assoluto come Il vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini o Django di Sergio Corbucci, uno dei vertici del genere del western all’italiana, o di un film intenso e di denuncia come A ciascuno il suo di Elio Petri dal romanzo di Leonardo Sciascia.

Bacalov era nato a Buenos Aires nel 1933 da una famiglia ebraica di origini bulgare, dopo aver studiato prima in Argentina pianoforte, si trasferisce nei primi anni 50 in Europa, prima in Spagna e poi Parigi e infine in Italia, che diventerà la sua seconda patria. Compositore assai prolifico inizia la sua carriera come arrangiatore per canzoni per Nico Fidenco, Umberto Bindi, Sergio Endrigo. Contemporaneamente inizia a farsi un nome come autore di colonne sonore.

Il solido mestiere di compositore e la vena facile e fertile di melodista hanno fatto sì che i suoi motivi siano diventati iconici: basti pensare alla citazione di uno di questi in Kill Bill di Tarantino, regista che tanto ama il cinema italiano degli anni Sessanta specie nella sua variante popolare, come gli spaghetti western, le cui colonne sonore sono state ‘alimentari’ per così tanti compositori di razza come Bacalov e Morricone. Ma Bacalov era un compositore vero, di vaglia. Sapeva amministrare i suoi talenti e li volle anche trasmettere alle generazioni future: tenne infatti nella prestigiosa Accademia Chigiana la cattedra di composizione di musica da film. Tanti giovani si sono potuti abbeverare alla sua enorme competenza e al suo sterminato dominio della tradizione.

Artista poliedrico non aveva mai accettato di vivere la composizione come ascetico mestiere, il suo talento era quello di rimanere accanto al suo pubblico, come autore, come esecutore e come arrangiatore. E’ stato un autore popolare e con enorme orgoglio, con un immenso talento e che sicuramente nel panorama odierno (assai più accogliente rispetto a quello in cui si era formato) avrà il suo giusto posto.

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Fausto Brizzi, parla il legale: “Sta bene, è sereno. E’ solo sconcertato dalla modalità con cui questi avvenimenti vengono presentati”

Čet, 16/11/2017 - 12:51

Brizzi sta molto bene, è sereno, è solo sconcertato dalla modalità con cui tutti questi avvenimenti sono stati rappresentati non negli ambiti dove necessariamente devono essere trattati che sono gli ambiti istituzionali”: con queste parole il legale di Fausto Brizzi è intervenuto telefonicamente questa mattina durante la trasmissione Mattino Cinque. “Il mio assistito – ha aggiunto –  chiarirà quando le autorità necessarie a chiarire questi fatti lo convocheranno. Abbiamo chiarito la posizione del mio assistito fin dall’inizio: smentisce qualsiasi forma di abuso, violenza, prevaricazione e coartazione nei confronti di chicchessia. Questa è una posizione molto chiara, il comunicato parlava chiaro”.

E infine un cenno alla testimonianza riportata durante la trasmissione, quella di Vanya Stone, tatuatrice che ha raccontato al settimanale Grazia di un provino con Brizzi che si è trasformato in molestie sessuali e ha provato a denunciarlo (all’epoca dei fatti – spiega il settimanale – le risposero che non c’erano prove e quindi non si poteva agire).  “Rimaniamo sbalorditi dalla modalità attraverso cui viene propagata un’informazione – ha ribattuto il legale di Brizzi – Dovrebbe esserci un dovere di correttezza e obiettività, ma soprattutto di garantire il contraddittorio alle persone. Si è consentito, questa mattina, di veicolare una dichiarazione di una signora che non ha mai dato vita ad alcun atto ufficiale dinnanzi alle autorità e ha riportato il suo personalissimo pensiero assolutamente non riscontrato. Ritengo che si debba comunque garantire ad una persona, che si sta difendendo in alcuna sede ufficiale, perché ad oggi le confermo che non c’è nessuna denuncia o querela presentata ufficialmente da nessuno“.

 

 

 

 

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Italia-Svezia, un nome per il dopo Tavecchio: il terzino Mikael Lustig

Čet, 16/11/2017 - 12:46

Presi dalle polemiche per Gian Piero Ventura che se ne va con 800mila meritatissimi euro per non aver portato l’Italia ai Mondiali e concentrati su Carlo Tavecchio che pensa di sopravvivere asserragliato nel fortino facendosi scudo con la faccia di Carlo Ancelotti, abbiamo colpevolmente dimenticato di raccontare una storia collaterale che spiega assai bene quale abissale differenza corra tra noi e la Svezia, partecipazione a Russia 2018 a parte.

Mentre con una mano esultavano per aver fatto lo scalpo agli azzurri, con l’altra i quotidiani svedesi scrivevano che il signor Mikael Lustig non è proprio degno di vestire quella maglia gialla e di andare a Mosca con i compagni. La condanna del terzino è racchiusa in quattro parole: “Jävla fittor är dom”, un’espressione volgare e omofoba che il 31enne ha pronunciato alla fine dell’inno suonato a San Siro e fischiato da buona parte del pubblico italiano. Rompiamogli il c*** a questi. Una reazione all’incivile, nuova usanza italiana di ricoprire di buuuu il canto nazionale degli avversari. Secondo gli svedesi, Lustig è un esempio per migliaia di giovani e adulti perché veste la maglia della nazionale, quindi certe espressioni che solitamente vengono usate per denigrare la virilità degli uomini non può proprio pronunciarle. Hanno chiamato in causa anche la moglie, per chiederle se tra le mura domestiche il ragazzo è solito usare determinate modalità espressive.

Ora immaginate quanto spazio avrebbe avuto a parti invertite una situazione simile dopo un nostro trionfo nazionale. Avremmo proposto la “legittima difesa” oppure saremmo subito andati a cercare gli amici gay del nostro calciatore, ché sicuramente ne avrà, li frequenta ed è molto affezionato a loro. E poi basta con questo moralismo spicciolo: con l’adrenalina addosso se ne dicono tante, tantissime. Ancora: non ricordate quella volta che Lustig fece quella campagna contro l’omofobia?

Il buon Mikael, quindi, può stare tranquillo. Se a Stoccolma dovessero decidere che quelle quattro parole sono abbastanza perché non metta più piede in campo con la Svezia, qui siamo pronti ad accoglierlo a braccia aperte. Asilo politico. Qualora il prossimo commissario tecnico dovesse preferirgli Florenzi, sappia che può sempre puntare a diventare direttamente il presidente della Federcalcio. Sopravviverà a un linguaggio inappropriato e resterà in sella anche in caso di una mancata qualificazione ai mondiali.

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L’ultimo appello di Silvio

Čet, 16/11/2017 - 12:43

L’ultimo appello di Silvio – da Il Fatto Quotidiano #strasburgo #berlusconi #giustizia #ultimotangoaparigi #natangelo

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