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In questa storia dei diritti ai rider ci siamo dentro tutti

Pon, 13/08/2018 - 15:17

Stai cercando di difenderti dall’afa delibando le poche perle estive, tipo scoprire che Ernesto Galli della Loggia è arrivato a capire con precisione quello che alla sinistra soi-disant sfugge da almeno un decennio, ed ecco a tutta pagina sul sito de ilfattoquotidiano.it un titolo che spalanca un mondo. Quello sull’inchiesta di Ricca e Sarcinelli. “Pagheresti di più per dare diritti ai rider?”.

Premetto che mi sono fermato al titolo visto su un cellulare. Ma perché è davvero difficile in così poche parole trovare una sintesi perfetta del tempo. C’è tutto. La divisione genialmente creata tra consumatore e lavoratore. E la totale assenza del terzo incomodo. La vera parola con la P, quella che nessuno può più pronunciare. Il profitto. Vedete la scelta involontariamente come si riduce. Sta tutta in capo a noi, a voi.

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Che siate, nel momento specifico, consumatori, e quindi interessati ad acquistare merci al minor prezzo possibile e chi se ne importa come questo basso prezzo sia reso possibile, quale bambino vietnamita quale ragazza pakistana, quale operaio cinese o turco, quale clandestino nei campi o quale ragazzo italiano laureato stia percependo stipendi inadeguati. O che siate, nel momento presente, quel rider o quel programmista Rai di cui parla Antonio Padellaro, e che guadagna oggi meno di quello che guadagnavo io, facendo esattamente il suo stesso mestiere nei profondissimi anni Ottanta dello scorso secolo, oppure le decine di migliaia di italiani straformati che vanno all’estero alla ricerca, evidentemente, di occasioni migliori, o semplicemente occasioni, e che suscitano lo sconcerto di Boeri “la fuga all’estero di chi ha tra i 25 e i 44 anni non sembra essersi arrestata neanche con la fine della crisi”. Ragazzo mio, evidentemente perché la crisi, per loro non è finita, o no?

Ma insomma niente, non si scappa, tocca a voi. Paghereste di più per i diritti dei rider? Che gli imprenditori che hanno reinventato i risciò possano “guadagnare” meno sui polpacci dei loro non dipendenti, che lo Stato possa imporre livelli di salario minimo degno di questo nome, che la contrattazione sindacale nazionale possa imporre erga omnes quei diritti senza farvi pagare un centesimo in più sulla Margherita o sugli involtini primavera, in quel titolo non c’è possibilità, non c’è spazio.

Ripeto, mi fermo al titolo perché è la rappresentazione del mondo in cui viviamo, quello in cui l’unica variabile indipendente è il profitto. Da massimizzare indipendentemente da ogni altra parte dell’equazione lavoro produzione vendita. Profitti immensi e vorticosi che alimentano poi quei flussi immensi e vorticosi di denaro che, invece di irrigare con pazienza economie e innovazione, cadono poi come bombe d’acqua alimentando, come ci ha raccontato Krugman nell’ultimo editoriale sul New York Times, le crisi continue di questi decenni nei paesi coinvolti, dalle tigri asiatiche, all’Argentina, all’Islanda, alla Spagna e alla Grecia e in queste ore alla Turchia. E alla fine sì. Si paga di più, ma di solito per togliere altri diritti.

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Washington, a un anno dagli scontri di Charlottesville la marcia dell’ultradestra è un flop: si presentano solo in venti

Pon, 13/08/2018 - 15:17

 

Poche decine di militanti di estrema destra da una parte. Centinaia di contro-manifestanti antirazzisti dall’altra. A separarli, un enorme schieramento di polizia con tanto di barricate. A Washington è andato in scena l’atteso e temuto raduno dell’ultradestra a un anno dagli scontri di Charlottesville che costarono la vita a un’attivista antifascista. La polizia della capitale ha blindato la città e creato un cordone di sicurezza intorno alla Casa Bianca. Decine di poliziotti hanno presidiato l’area e le strade sono state chiuse al traffico per diversi isolati.

Le forze dell’ordine hanno allestito anche file di barricate metalliche destinate a separare i due gruppi. Ma solo una ventina di suprematisti bianchi è arrivata dalla vicina Vienna, Virginia – con una pesante scorta di polizia – alla stazione della metropolitana di Foggy Bottom. Un gruppo più numeroso di almeno 300 contro-manifestanti li attendeva, gridando “Vergogna!” e “Fuori dalla mia città!”. Gli attivisti antirazzisti si erano riuniti a Lafayette Square, di fronte alla residenza del presidente Usa, e in Freedom Plaza a pochi isolati a sud-est. I contro-manifestanti – alcuni con abiti neri, elmetti e sciarpe associate al movimento Antifa – si erano ritrovati al confine settentrionale del parco a mezzogiorno, tra balli e cori.

Il raduno ‘Unite the Right 2’ era stato annunciato come una “manifestazione bianca per i diritti civili” per protestare, tra le altre cose, contro la chiusura dei social media di alcune voci all’estrema destra. L’organizzatore della marcia Jason Kessler ha detto ai giornalisti di non essere un suprematista bianco, ma un “difensore dei diritti civili dei bianchi” intenzionato a “dire la verità su Charlottesville“. In un video pubblicato sul sito di Politico, Kessler ha affermato che molti simpatizzanti non si sono presentati perché erano “terrorizzati dal fatto che sarebbero stati attaccati” dai contro-manifestanti.

“Sarebbe un grave errore se permettessimo ai fascisti di entrare nella capitale della nazione senza opposizione”, ha detto Kei Pritsker, 22 anni, volontario della Response Coalition che ha organizzato la contro-protesta. Un anno fa scoppiò una feroce polemica dopo la manifestazione ‘Unite the Right’ a Charlottesville. Centinaia di simpatizzanti neonazisti, accompagnati da uomini armati con fucili, scandirono slogan nazionalisti portando torce accese, in scene che ricordavano le manifestazioni razziste prima del movimento per i diritti civili. Negli scontri successivi con i militanti del gruppo Antifa, una giovane rimase uccisa e 19 persone ferite. Nei giorni successivi aveva fatto scalpore il silenzio del presidente Donald Trump, riluttante a condannare la violenza degli estremisti di destra, molti dei quali erano stati suoi sostenitori alle elezioni. Quest’anno, invece, Trump ha anticipato i tempi condannando “ogni tipo di razzismo e gli atti di violenza” e chiedendo “pace a tutti gli americani” alla vigilia dell’anniversario.

 

 

 

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Fedez-Chiara Ferragni, da Paris Hilton a Bebe Vio e Bianca Balti: ecco tutti i vip invitati al matrimonio dell’anno

Pon, 13/08/2018 - 14:48

Mancano ormai solo tre settimane a quello che è stato definito il “royal wedding” d’Italia, ovvero le nozze tra il rapper Fedez e la fashion blogger Chiara Ferragni e a Noto, in Sicilia, fervono i preparativi. Saranno infatti molti i vip che arriveranno sull’isola il 1 settembre e, anche se non c’è una lista ufficiale, dai social iniziano ad emergere i nomi di alcune star che di sicuro assisteranno alla cerimonia. Come ad esempio Bebe Vio, che ha mostrato su Instagram la partecipazione pop-up ideata dalla coppia con l’hashtag ufficiale dell’evento #TheFerragnez, oppure Ilary Blasi e Francesco Totti, che avevano chiesto di essere invitati all’evento e sono stati accontentati tramite una story.

Tra gli invitati vip internazionali dovrebbero, poi, esserci la top model Bianca Balti, con la quale a maggio Chiara ha già trascorso il suo compleanno a Los Angeles, e l’ereditiera Paris Hilton. E poi l’immancabile J-Ax, collega di Fedez, e il giudici di XFactor Manuel Agnelli. Non mancherà neanche la Dark Polo Gang, ed  è probabile che vedremo anche lo youtuber Luis Sal. Grande assente invece, è Fabio Rovazzi, che in un’intervista ha confermato che non sarà presente alle nozze. Ci saranno poi sicuramente tutti i ragazzi visti all’addio al nubilato di Chiara: le sorelle Francesca e Valentina, che faranno da testimoni. Poi il make-up artist Manuele Mameli e gli amici/colleghi tra cui Fabio Maria Damato, Martina Maccherone, Pardis Zarei, Rachel Zeilic, Michela Gombacci, Alice Carli ma anche le colleghe influencer Chiara Capitani, Veronica Ferraro e Chiara Biasi.

Inviti per il matrimonio sobri ne abbiamo?

Lui ministro razzista, lei rifugiata: quando non è solo l’amore ma anche la logica a sconfiggere la xenofobia – L’istantanea

Pon, 13/08/2018 - 14:16

Succede in Norvegia. Lui, uomo bianco, panciuto, maturo, abbastanza ricco e molto razzista, si innamora di una giovane dalla pelle color ambra, molto bella, rifugiata per motivi politici. Lui, Per Sandberg, 58 anni, deputato da oltre venti, è anche ministro della Pesca e ha un curriculum xenofobo di tutto rispetto. Lei, Bahareh Letnes, 28 anni, iraniana, dagli occhi verde smeraldo, risponde all’amore imprevisto e improvviso con l’amore.

La coppia che si forma, secondo la considerazione più immediata e anche banale, è figlia del sentimento che vince contro ogni altra ragione.

Non è però l’amore che fa scavalcare le montagne, come a prima vista sembrerebbe, ma il destino dell’uomo. La sua migrazione da un luogo all’altro della terra ha costruito il mondo. Il viaggio è la sua condizione incoercibile, la misura irrinunciabile, il senso del dire e del pensiero. Senza la migrazione saremmo oggi ancora all’homo erectus. Perciò i razzisti non solo non hanno ragione, ma neppure hanno logica perché non sanno di essere figli di coloro che odiano e non sanno che coloro che odiano hanno costruito il mondo che loro dicono di voler difendere.

Gli usi e i costumi hanno in sé la cifra del divenire. Mutano i gusti, i vestiti, lo scrivere e l’abitare solo perché abbiamo potuto viaggiare, vedere, gustare, capire.

Se i razzisti sapessero, conoscessero, diventerebbero rossi come i pomodori che fanno raccogliere in casa nostra agli schiavi neri. I razzisti, gli schiavisti forse pensano che i pomodori siano il frutto eletto della Capitanata di Foggia. Mica sanno che gli aztechi ce li hanno fatti conoscere, e che se oggi li mangiamo è solo perché tanti e tanti anni fa siamo andati fin laggiù, nell’America centrale, a scoprire, guardare, conquistare. Cioè a migrare.

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Salerno, auto contro la folla davanti alla discoteca: arrestate 2 persone. “Vendetta perché cacciati dal locale”

Pon, 13/08/2018 - 13:59
L’accusa è pesantissima: a bordo di una Fiat Panda lanciata a folle velocità si sarebbero scagliati contro una decina di ragazzi che erano in fila all’ingresso di una discoteca di Salerno “con il chiaro intento di ucciderli”. Fortunatamente, in quel momento, una transenna si è incagliata sotto la vettura, rallentandone la corsa ed evitando conseguenze tragiche. Così la Polizia ipotizza il tentato omicidio aggravato e continuato per le due persone che lo scorso 6 maggio si erano lanciate volontariamente con l’autovettura contro l’ingresso del locale. Per entrambe è stata eseguita un’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari dagli agenti della Squadra Mobile e da quelli dell’ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico della Questura di Salerno. Gli indagati, entrambi provenienti dalla provincia di Napoli, avrebbero voluto vendicarsi per essere stati allontanati dal locale in quanto ritenuti molesti. I poliziotti, attraverso le immagini registrate dal sistema di videosorveglianza e grazie a informazioni assunte, sono riusciti a individuare gli autori del gesto. I due, secondo la ricostruzione della polizia, dopo aver fatto finta di allontanarsi, erano saliti a bordo dell’auto, urtando il cancello che separa il parcheggio dall’ingresso del locale per verificarne la resistenza. Successivamente – come si vede in un video diffuso dagli investigatori – hanno lanciato la vettura a velocità sostenuta, abbattendo il cancello e investendo i ragazzi che erano fermi all’entrata del locale. Fortunatamente, in quel momento, una transenna si è incagliata sotto la vettura, rallentandone la corsa ed evitando conseguenze tragiche

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Monsanto ha ascoltato solo la ‘scienza inquinata’ che sul glifosato rassicurava

Pon, 13/08/2018 - 13:45

We look forward to exposing how Monsanto hid the risk of cancer and polluted the science
The jury further found that Monsanto ‘acted with malice or oppression
(Michael Miller, difensore del ricorrente Dewayne Johnson’s)

A quanto pare, l’avvocato Michael Miller aveva ottime ragioni a non veder l’ora di svergognare Monsanto289 milioni di risarcimento danni, di cui 250 a titolo di “danni punitivi”: questo il verdetto della giuria del Tribunale di San Francisco che ha condannato la nota “multinazionale che ci voleva bene”, come la definì in suo celeberrimo libro la scrittrice francese Marie Monique Robin, a pagare quella somma a favore di Dewayne Johnson, il giardiniere di una scuola di una cittadina vicino San Francisco. L’uomo si è ammalato di un linfoma non-Hodgkin anche a causa (ora si può dire, fino all’eventuale riforma in appello di questa sentenza) dell’esposizione al Roundup, l’erbicida a base di glifosato che egli utilizzava regolarmente per diserbare il parco della sua scuola.

E’ un precedente storico, ma soprattutto è un seme da cui potrebbe germinare una massa di provvedimenti analoghi, dato che oggi, negli Usa, pendono all’incirca 4000 ricorsi avviati da altre persone malate.

La sentenza in questione è di natura sostanzialmente civile, anche se l’istituto del “risarcimento punitivo”, tipico dell’ordinamento statunitense, fa assumere a questi verdetti una valenza anche sanzionatoria (seppure con pene sempre e solo di natura pecuniaria). Ma non è affatto detto che queste vicende debbano restare appannaggio della giustizia a stelle e strisce.

Le Sezioni Unite della Cassazione italiana appena un anno fa hanno sancito un’epocale apertura al sistema dei danni punitivi anche nel nostro ordinamento. Ma soprattutto, indipendentemente dagli aspetti comparatistici, l’elemento più significativo è di sostanza: se in una Corte di un Paese come gli Usa si è giunti ad affermare il nesso causale (quantomeno nel senso della concausa) tra l’esposizione al glifosato e l’insorgenza di una patologia tumorale, e la conseguente responsabilità di un soggetto, seppur societario e con le peculiarità su accennate, non ci sono particolari ragioni perché queste acquisizioni scientifico-processuali debbano esser destinate a rimanere confinate nel recinto statunitense.

In Italia, una vicenda come quella di Dewayne Johnson non avrebbe potuto non avere una qualificante ricaduta anche di natura penale, e le regole di accertamento della responsabilità penale sono più rigorose di quelle relative alla responsabilità civile. Ma una strada è stata, per il momento, aperta. Dove possa portare non è prevedibile; questa, però, non è una buona ragione per cui nessuno, da questa parte dell’Atlantico, debba pensare di batterla.

In ogni caso, oggi, grazie alla tenacia di questo malato terminale e al suo collegio difensivo, abbiamo ulteriori conferme a qualcosa che già, per così dire, si era potuto intuire: Monsanto ha ripetutamente ignorato gli allarmi degli scienziati seri (quelli non a suo libro paga, nda) e ha “prestato ascolto” solo a quelli che assolvevano, comunque, il glifosato.

Ma ha fatto anche di peggio: si è scritta, con la collaborazione di prestanome bizzarramente qualificati come scienziati, “studi” ad hoc che “provassero” l’innocuità dei suoi prodotti, a partire dal tristemente famoso Roundup Ready. Ha “combattuto la scienza”, come ha detto l’avv. Miller. Dove, per scienza devono ovviamente intendersi i ricercatori indipendenti.

Questo è emerso da e-mail interne alla dirigenza Monsanto citate dai difensori dei ricorrenti ed evidentemente ritenute attendibili anche dalla giuria.

D’altronde, non è una novità una condotta di questo tipo ai vertici di una grande industria imputata di aver realizzato procedimenti produttivi e prodotti poi rivelatisi non propriamente benefici, per così dire, nei confronti di lavoratori e utenti; a tacer dell’ambiente. Per citarne solo una, è notissimo il “patto di segretezza” con cui le multinazionali della chimica, nel 1972, si impegnavano tra loro per occultare le scoperte sulla cancerogenicità di Cvm e Pvc; accordo scoperto grazie all’allora pm Casson nel processo di Venezia al petrolchimico di Marghera.

A questo punto, qualche domanda semplice semplice:

1) l’affaire dei Monsanto Papers, appena qualche mese fa, aveva già ingenerato dei “dubbi”; questa sentenza non può che alimentarli: quanto c’è di quella “scienza inquinata” e di quel “dolo” (malice) con cui Monsanto gestiva queste pratiche, a partire dai loro risvolti scientifici, a base della recente decisione della Commissione Europea, in concorso con il suo braccio scientifico di nome Efsa, di rinnovare per altri cinque anni l’autorizzazione all’uso nei Paesi Ue del glifosato, nonostante la classificazione Iarc di quest’ultimo come probabile cancerogeno?

2) se, come ha rivendicato Monsanto per autoassolversi, l’uso del glifosato è autorizzato in 130 paesi su più di 100 colture diverse, quanto ne ha “mangiato” finora ognuno di noi?

3) e se “i dubbi” di cancerogenicità di questa sostanza crescono e si moltiplicano, a che rischio ci siamo esposti o ci esponiamo ancora in maniera inconsapevole?

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Matteo Renzi, il 19 agosto prime riprese della serie su Firenze: inizia nel palazzo della Provincia e “occupa” piazza Duomo

Pon, 13/08/2018 - 13:41

Il 19 agosto la vita da “cicerone” partirà da dove era iniziata quella da politico, Palazzo Medici Riccardi. Dopo i primissimi ciak, le riprese della serie dedicata alla storia e alle bellezze di Firenze raccontate da Matteo Renzi saranno nel palazzo della Provincia, dove il senatore di Rignano era di casa agli albori della sua carriera. Due giorni, in interna prima di spostarsi in piazza Duomo, che è stata affittata e verrà in parte chiusa anche al passaggio dei pedoni per permettere all’ex presidente del Consiglio di raccontare davanti alla macchina da presa le gesta dei Medici. E sulla piazza si alzerà anche un drone, per effettuare le riprese aeree.

Poi, di settimana in settimana, sfruttando anche i 40 giorni di stop ai lavori parlamentari, Renzi continuerà a spiegare la storia di Firenze nella docuserie attraverso il Corridoio Vasariano, al momento chiuso al pubblico, Santa Croce e Santa Maria Novella. In totale, sono 8 le puntate che il produttore Lucio Presta dovrà cercare di piazzare in Italia e all’estero. Per quanto riguarda il mercato interno, il network maggiormente interessato al Renzi-cicerone è Mediaset. La trattativa prosegue da settimane e pare sia a un passo. La docuserie potrebbe andare in onda già durante il prossimo inverno.

Ma Presta si sta muovendo anche all’estero, alla caccia di tv e piattaforme interessate alla nuova veste dell’ex premier, quella di guida turistica, in un ritorno alla tv dopo l’apparizione come concorrente a La ruota della fortuna nel 1994. La serie, nelle intenzioni di Renzi, avrebbe non solo un fine economico ma anche, come riporta il Corriere della Sera, quello di “rafforzare la visibilità all’estero, dove, anche grazie alla rete costruite nei mille giorni a Palazzo Chigi, viene spesso chiamato a tenere conferenze“.

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Attacco speculativo dei mercati? Di Maio non condivide la previsione di Giorgetti: “Non vedo rischi e non siamo ricattabili”

Pon, 13/08/2018 - 13:32

Non è “l’estate del 2011” quando al governo c’era Silvio Berlusconi “che rinunciò per le sue aziende”. Luigi Di Maio non teme un possibile attacco speculativo nei confronti dell’Italia, ma dice: “Se qualcuno vuole usare i mercati contro il governo, sappia che non siamo ricattabili“. Così il vicepremier M5s, intervistato dal Corriere della Sera, respinge le prospettive di un attacco dei “fondi speculativi” paventate dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti. Poi rivendica la solidità dell’esecutivo gialloverde – “possiamo governare cinque anni” – e ribadisce la rotta del M5s, dai vaccini alle grandi opere, dal decreto Dignità alla legge di Bilancio, quella su cui si concentra l’attenzione dei mercati.

“Qualcuno vuole usare i mercati contro di noi? Non siamo ricattabili” – “Io non vedo il rischio concreto che questo governo sia attaccato”, risponde il vicepremier al Corriere, dopo che il leghista Giorgetti in un’intervista al quotidiano Libero ha detto di aspettarsi un “attacco speculativo” tra fine agosto e settembre. “La vecchia classe dirigente italiana ed europea vuol far abortire questo governo per non alimentare precedenti populisti“, è la teoria del sottosegretario. Le preoccupazioni di Giorgetti riguardano le agenzie di rating: prima Fitch il 31 agosto e poi Moody’s il 10 settembre renderanno noti i rating. Secondo i retroscena di molti quotidiani, il governo si sta preparando a eventuali valutazioni negative: il giudizio infatti potrebbe essere influenzato dall’andamento dello spread, in crescita da quando sul tavolo è arrivata la manovra. “Non credo che avremo un attacco speculativo”, è invece la posizione del vicepremier M5s. Che aggiunge: “Se qualcuno vuole usare i mercati contro il governo sappia che non siamo ricattabili. Non è l’estate del 2011 e a Palazzo Chigi non c’è Berlusconi, che rinunciò per le sue aziende”. Come Giorgetti, anche il leader M5s ribadisce che “con la Lega possiamo lavorare cinque anni in piena lealtà”, replicando alla prospettiva della fine del governo già dopo le Europee.

L’esecutivo, scrive La Stampa in un retroscena, ha intrecciato un fitto dialogo con il presidente della Bce Mario Draghi per studiare possibili contromosse a un attacco che – scrive il quotidiano di Torino – nei corridoi di Palazzo Chigi è stato ribattezzato “l’imponderabile“, ma che comunque viene considerato una possibilità remota. A incontrare Draghi è stato anche Paolo Savona. Un faccia a faccia “per tranquillizzare la Ue”, scrivono molti giornali. Di Maio conferma l’incontro ma non le ragioni: “No, è andato perché è giusto che il ministro degli Affari europei interloquisca con la Bce. Le nostre idee mirano a stabilizzare la situazione economica italiana”, continua Di Maio, spiegando che non ci sarà nessuno strappo con Bruxelles: “I provvedimenti fondamentali del contratto li faremo col massimo rispetto degli equilibri di bilancio, ma anche chiedendo all’Europa di farci fare le riforme che ci permetteranno di abbattere il debito pubblico“.

La legge di Bilancio – Di Maio è quindi ottimista in vista delle “sfide cruciali di settembre”, come le ha definite il premier Giuseppe Conte: “Il decreto Dignità aumenterà la produttività delle aziende. La Flat tax e il reddito di cittadinanza ci permetteranno di aumentare la domanda interna”. E al Corriere promette che non servirà chiedere flessibilità all’Europa per superare il tetto del 3% del deficit: “Non ci sarà bisogno di sforarlo. Con Conte e Tria convinceremo la Ue a farci fare riforme che porteranno all’abbassamento del debito e all’aumento della domanda interna. Inoltre, come abbiamo già fatto, porteremo avanti una lotta senza quartiere a tutti gli sprechi e tagliandoli troveremo risorse da poter utilizzare”.

La leva obbligaria: “Superarla una buona cosa” – Sulla legge di Bilancio per ora quindi l’intesa di governo è salda, stando a Di Maio. “Salvini e io ci capiamo al volo e medieremo tra di noi”, ripete infatti il vicepremier al Corriere. Stoppata invece la nuova provocazione lanciata dal vicepremier leghista: valutare il ritorno del servizio militare. Di Maio si schiera con la ministra della Difesa Elisabetta Trenta: “Pur ritenendo che la leva obbligatoria sia stata un’esperienza formativa, credo sia stata una buona cosa superarla“. Non è la prima volta che il vicepremier M5s deve mettere un’argine agli annunci del suo collega leghista, ma di fronte alle domanda del Corriere rifiuta l’idea di sentirsi in ombra rispetto allo strapotere mediatico del ministro dell’Interno.

“Dl per ricostituire la cassa integrazione” – Di Maio non rimpiange infatti il dicastero che ha scelto, Lavoro e Sviluppo economico, per “stare vicino alle persone che soffrono“. E dice: “Ho ascoltato le dichiarazioni di voto degli esponenti della Lega sul decreto dignità e le avrei fatte uguali io”. Sottolineature per ricucire le distanze, partendo dagli obiettivi comuni, come ” risolvere lo sfascio della sinistra, che ha distrutto i diritti sociali degli italiani”. Da qui Di Maio rilancia le prossime mosse da ministro del Lavoro. Innanzitutto “risolvere il problema dei ‘prenditori‘ che se ne vanno all’estero e, come ha fatto la Bekaert, lasciano 318 famiglie in strada”. E di conseguenza il nuovo provvedimento che ha in mente: “Un decreto legge per ricostituire la cassa integrazione per cessazione”.

Grandi opere: “Salvini e io abbiamo visioni differenti” – Detto della leva obbligatoria, il vero tema su cui le distanze con Salvini rimangono nette è sempre quello delle grandi opere. “La tav come è scritto nel contratto va ridiscussa”, è la posizione da cui non si schioda il ministro dello Sviluppo economico, dopo che venerdì a In Onda su La7 aveva definito l’Alta Velocità “un’opera di 30 anni fa in cui nessuno crede più“. Per quanto riguarda il tap invece, “sarà il presidente del Consiglio a trovare un’intesa entro fine anno“. Di Maio non nasconde dunque che “Salvini e io abbiamo visioni differenti“, ma aggiunge che “troveremo la soluzione anche qui”.

Vaccini: “M5s mai stato contro” – Oltre alle divisioni nel governo, il Corriere chiede conto anche delle divisioni interne al M5s sul tema vaccini. “Voglio mettere a tacere qualche idea malsana contro i vaccini“, replica di Maio, specificando che il M5s “non è mai stato contro“, però contesta l’idea di “legare l’obbligo alla frequenza scolastica“. “La mamma che si vanta di aver falsificato l’autocertificazione sappia che rischia fino a due anni di galera. La legge va applicata, perché non si gioca con la salute”, continua Di Maio commentando l’ultimo fatto di cronaca. Pochi giorni fa gli stessi Cinquestelle hanno dovuto prendere le distanze dal loro consigliere regionale del Lazio Davide Barillari dopo la frase: “La politica viene prima della scienza“. Il vicepremier parla allora della proposta dell’obbligo flessibile che rappresenta la posizione nero su bianco del M5s: “C’è un disegno di legge che sarà approvato nei tempi parlamentari – spiega – quel che noi non vediamo di buon occhio è legare l’obbligo alla frequenza scolastica, invece che introdurlo quando c’è il rischio di epidemie“.

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Salvini: tanti nemici, tanto orrore

Pon, 13/08/2018 - 13:19

“Se non sei indignato non stai prestando sufficiente attenzione”
(dal profilo Facebook di Heather Heyer, vittima di un suprematista bianco. Charlottesville, 12 agosto 2017)

Viviamo in un Paese in cui il ministro dell’Interno fomenta l’odio. E non è un’illazione: ne abbiamo le prove. Lo fa scientemente, infischiandosene di tutto e di tutti. Persino della Costituzione, che ha giurato di rispettare nell’adempiere al suo incarico. “Disciplina e onore” al momento non sono reperibili nel suo profilo Facebook, principale preoccupazione del ministro. Tra un piatto di agnolotti al sugo a mezzanotte e una fritturina di pesce, il ministro buongustaio Salvini utilizza i social network per seminare odio e istigare alla violenza. Lo sapevamo già, ma il livello si è alzato.

L’ennesimo caso emblematico, la sera del 10 agosto. Alle 20, il buon Salvini, o chi per lui ovviamente, piazza una bella bufala sui suoi profili per sfamare i suoi follower avidi di razzismo, non solo di pane e Nutella. La bufala in questione è un classico della propaganda razzista: richiedenti asilo che protestano per avere Sky. Una bufala conclamata e smentita, non solo dalla Questura, ma persino dallo stesso giornale postato da Salvini nel suo profilo. Ma lo stesso Salvini, o chi per lui, lo sa che è una bufala. Mica possiamo pensare che sia stupido. È pur sempre il Vice Presidente del Consiglio…

Eppure lui “se ne frega”. E in barba alla deontologia professionale (Salvini è giornalista professionista) e anche alla minima decenza, incita le sue truppe: “chi scappa dalla guerra non ha bisogno di Sky…” E giù commenti indicibili contro gli immigrati. Non sappiamo con certezza chi ci sia dietro questa strategia del terrore, se il social media manager Morisi o il figlio di Foa, non-presidente della Rai, assai sensibile al tema delle bufale. Quello che sappiamo è che i social network di Salvini sono una macchina dell’odio senza precedenti nella storia del nostro Paese.

Solo nell’ultima settimana i casi di linciaggio digitale partiti direttamente dalla pagina Facebook del ministro sono due. E le vittime sono italiani. Italiani perbene. Non delinquenti o spacciatori, o mafiosi, contro i quali sarebbe persino logico avere parole dure se si è ministro dell’Interno. No. Contro cittadini italiani che chiedono il rispetto della legge e della Costituzione. La prima vittima del ministro dell’Interno Salvini si chiama Raffaele Ariano. Un ricercatore cremonese che ha avuto l’ardire e il senso civico di denunciare una grave frase razzista di una dipendente di Trenord pronunciata attraverso gli altoparlanti del treno. Una frase talmente inaccettabile che potrebbe essere punita col licenziamento. E il ministro dell’Interno cosa fa? Anziché ringraziare il signor Ariano, che si è distinto per senso civico, prende le parti della capotreno e addirittura rilancia: “fosse per me dovrebbe essere premiata”.

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Il mondo alla rovescia. Il ministro prende le parti di chi commette un reato e si scaglia contro chi lo denuncia. Un vero e proprio rovesciamento dell’ordine, pericoloso e inaccettabile. Ovviamente le risorse salviniane doc si sono riversate in massa nella pagina del signor Ariano e lo hanno subissato di insulti. La pagina ufficiale della Lega – Salvini Premier fa di più, arrivando addirittura a mettere la foto di Ariano e il link al suo profilo. Una vera e propria gogna digitale dove flotte di account indignati da cotanto senso civico non perdono occasione per ubbidire agli ordini del loro “capitano”, linciando lo sfortunato di turno.

La seconda vittima del ministro dell’Interno Salvini si chiama Alievski Musli, un cittadino italiano di etnia rom che, stanco delle continue offese, ha denunciato il ministro dell’Interno Matteo Salvini per violazione della Costituzione (sempre quella che il ministro ha giurato di rispettare), del Testo unico sull’Immigrazione e delle norme contro le discriminazioni.

Una denuncia precisa e circostanziata contro le gravi affermazioni del ministro fatte in varie circostanze contro l’etnia rom. Un gesto coraggioso e importante a difesa della nostra Costituzione. Salvini, chiamato in causa, non perde occasione per puntare il suo dito, e la sua macchina infernale, contro Alievski. La sua denuncia? “Una medaglia” tuona su Facebook il “coraggioso” ministro che correda il suo post con una bella foto segnaletica di Alievski Musli. E così, ricevuto l’ordine del “capitano” si alzano in volo gli squadroni del web, per lo più formati da account con nomi inventati o con profili vicini all’estrema destra, a sganciare il loro carico di offese e odio razziale. Se a questo aggiungiamo una proliferazione anomala di account fake razzisti e pseudo nazionalisti che agiscono in modo organizzato, il tutto diventa inquietante.

Preoccupante che avvenga sotto l’egida di Facebook, con un algoritmo che a volte confonde vittima e carnefice, rimuovendo i post di chi denuncia, e lasciando invece commenti e minacce di morte. Sempre per quella storia del mondo alla rovescia… Ma questo è un altro discorso. La verità è che si è abbassata l’asticella della tolleranza nei confronti dell’intolleranza. Non riusciamo nemmeno più a indignarci davanti a soprusi così evidenti con l’aggravante che siano perpetrati da membri delle istituzioni. Proprio quelli che dovrebbero tutelarci. Un sonno collettivo pericoloso e colpevole. Ma si sa, il sonno della ragione genera mostri, o ministri del terrore, come nel nostro caso.

E fa male che tutto ciò avvenga nel silenzio generale dei cani da guardia della democrazia che hanno smesso non solo di mordere ma persino di abbaiare. Lasciando in letargo l’opposizione, troppo impegnata a guardarsi l’ombelico per accorgersi della gravità e del pericolo che la nostra democrazia sta correndo. Ma c’è chi dice NO e si ribella. La società civile ha gli anticorpi per reagire a cotanta tracotanza e barbarie. Raffaele Ariano e Alievski Musli ne sono due fulgidi esempi. Ma non sono gli unici. E saranno sempre più numerosi. Atti di ribellione, non alle leggi, ma al senso collettivo assopito, alla marea nera che sta insudiciando, di nuovo, la nostra storia.

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Milena Gabanelli contro la cucina stellata: “Non so cosa ho mangiato, è masochismo”. Il Gambero Rosso: “Come il peggior commentatore di TripAdvisor”

Pon, 13/08/2018 - 12:59

La giornalista Milena Gabanelli è andata a cena in un noto ristorante di Bologna, ha scattato una foto al piatto e l’ha pubblicata sui social commentandola. Una pratica molto comune, solo che la sua didascalia molto critica e il fatto che il ristorante dove si trovava fosse stellato hanno subito scatenato le polemiche. “NULLA DI PESANTE Questo è un antipasto. Non so cosa ho mangiato perché non sono riuscita a sentire il sapore (merluzzo mantecato c’era scritto). Ma questi chef…?!” ha scritto in un post sul profilo Facebook della sua rubrica Dataroom sul Corriere della Sera.

Il piatto da lei immortalato era però un “amuse bouche“, ovvero uno stuzzichino che gli chef offrono ai propri clienti a volte prima ancora che venga preso l’ordine. Una sorta di benvenuto, non l’antipasto vero e proprio. E questo è quello tipico del Marconi di Sasso Marconi, una stella Michelin per la cucina di Aurora Mazzucchelli, dove stava appunto cenando. Non solo, la giornalista ha poi ribadito il suo disappunto nei confronti di questo tipo di cucina rispondendo ai commenti di alcuni utenti, definendolo “masochismo culinario”: “Ero ospite. Comunque il ristorante è piuttosto caro ed i tavoli tutti occupati. Significa che le persone gradiscono questa lieve forma di masochismo…” si legge.

Insomma, il suo post ha scatenato un vero e proprio dibattito: in molti hanno dato ragione alla giornalista criticando l’alta cucina, ma c’è anche chi l’ha attaccata duramente, come il sito del Gambero Rosso che, con un lungo articolo dal titolo “L’assurdo post di Milena Gabanelli contro gli chef”, è arrivato a definire il post della giornalista connotato dallo “stile che ti aspetteresti non da una figura di alta autorevolezza bensì dal peggior commentatore di TripAdvisor“. Per porre fine alla questione, la Gabanelli è intervenuta con un altro commento, in cui ha spiegato che: “Non volevo andare a parare da nessuna parte… solo farmi due risate…(per una volta)”

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Populismo e ‘popolo dei fax’, se è la rabbia la chiave di lettura del successo giallo-verde

Pon, 13/08/2018 - 12:33

Le riflessioni di mezza estate dei commentatori che dalle pagine dei giornaloni non si rassegnano al risultato uscito dalle urne il 4 marzo e alle fin troppo note “vicissitudini”, da cui come unica soluzione praticabile è nato il governo giallo-verde, non vanno oltre la miopia e la partigianeria poco lungimirante a difesa di un sistema pluriventennale andato in frantumi.

L’ossessione per “lo spettro pupulista” che si aggirerebbe tra Stati Uniti ed Europa di cui Donald Trump e Beppe Grillo, posti incredibilmente sullo stesso piano, sarebbero i campioni più rappresentativi aveva già indotto “l’intellettuale a capo del think tank renziano” Giuliano da Empoli autore del pamphlet La rabbia e l’algoritmo, a individuare nel nostro Paese una “Silicon valley“, e cioè un allarmante avamposto e un diabolico laboratorio del populismo dilagante.

Poco importa che finora, stando al bilancio concreto dei primi due mesi di governo, ci sia stato il decreto dignità, a cui si poteva attribuire anche un nome meno altisonante, che ha ridotto i danni del Jobs Act; la rottamazione dell’Air Force Renzi, costoso e inutile frutto della megalomania dell’ex rottamatore; un alt al pericoloso pasticcio sulle intercettazioni. Niente di eclatante e probabilmente al di sotto delle aspettative di molti elettori del M5S ma ancor meno qualcosa di tanto allarmante da essere additato come il pernicioso mix di “paranoia antistatalista” e di “vetero anticapitalismo” alla base del virus populista di cui il M5S sarebbe il diffusore e il rappresentante più significativo.

Con lo sguardo tenacemente rivolto al passato in una coazione a ripetere senza fine i detrattori a prescindere del presunto populismo grillino, termine usato in modo altrettanto improprio e strumentale del “giustizialismo” coniato illo tempore da Giuliano Ferrara per denigrare chi non si arrendeva all’impunità per i potenti, si affannano a cercare genesi e collegamenti storici in grado di spiegare “il populismo italiano”. Christian Rocca qualche giorno fa in una colorita ricostruzione storico-sociologica sulla Stampa intitolataQuel ponte che unisce il populismo del 2018 alla rabbia del popolo dei fax, ai miei occhi sembra non avere dubbi sulle origini prime dell’allarmante fenomeno per cui i cittadini pretendono di vedere realizzato da quelli che hanno votato ciò per cui si sono impegnati in campagna elettorale e non l’esatto contrario. E nemmeno riguardo l’inaudita pretesa degli elettori, sempre più intossicati dal mito illusorio e fallace della democrazia diretta, di vedere  che i loro rappresentanti  in parlamento legiferino prioritariamente in funzione dell’interesse dei rappresentati e nel rispetto dei loro diritti, come si evince anche dalla Costituzione, piuttosto che per garantirsi e mantenere privilegi, alimentare sprechi e ruberie, accordarsi spesso in una permanente società fondata sul ricatto, sulla connivenza o nella migliore delle ipotesi su una malsana tolleranza.

L’inizio di questa perniciosa “deriva populista” andrebbe collocata sempre secondo l’autore, che continua a rappresentare nel modo più genuino l’avversione viscerale per la stagione di Mani Pulite del Foglio di cui è stato partecipe, ben prima di quella che definisce la “campagna pubblicistica” contro la Casta del 2006 e cioè nel 1993 “anno in cui i partiti politici, le tv generaliste e i grandi giornali iniziano ad invocare il fantomatico ‘popolo dei fax’ che protesta contro la classe politica, contro l’establishment e contro l’élite del paese”. Magari per chiarezza e completezza di informazione sarebbe il caso di ricordare che l’informazione si curava del “popolo dei fax” solo perché era temporaneamente libera dal condizionamento della partitocrazia autodissolta nel vortice della corruzione e che la voce via fax dei cittadini più che “il commentatore rancoroso dei social di allora” rappresentava una legittima richiesta, calpestata in totale continuità da prima e seconda repubblica, di trasparenza, legalità, difesa dell’indipendenza della magistratura, rifondazione della politica.

Se poi, come sostiene Rocca, “‘il popolo dei fax’ aveva la stessa composizione politica, sociale e popolare dell’attuale maggioranza di governo” e persino “le stesse istanze, lo stesso lessico, lo stesso risentimento” a doversi interrogare, per usare un eufemismo dovrebbero essere i due soggetti politici che da allora a oggi si sono impegnati a “sfruttare elettoralmente il fuoco populista e allo stesso tempo a cercare di domarlo”.

Quali meriti vadano attribuiti in tal senso a Pd e Forza Italia mi risulta difficile da comprendere: se esistesse davvero “un guaio tutto italiano” condensato nel combinato disposto Salvini-Di Maio, a cui stando ai sondaggi credono in pochi, gli artefici massimi condannati all’irrilevanza politica per eccesso di zelo nel raggirare gli elettori sono gli ex furbetti del Nazareno.

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Aretha Franklin è “gravemente malata, i suoi familiari sono pronti al peggio”

Pon, 13/08/2018 - 12:13

Aretha Franklin è in fin di vita. Questa la notizia esclusiva riportata dal sito Showbiz411, che in un articolo a firma dell’amico di famiglia Roger Friedman rivela che la cantante è “gravemente malata“, circondata nella sua casa di Detroit “dalla famiglia e dalle persone più vicine che si starebbero già preparando al peggio”. La Franklin ha compiuto 76 anni a marzo. La famiglia della “Regina del Soul”, spiega ancora Friedman, “chiede preghiere e privacy”. “Mancherà molto come madre, sorella, amica, cugina – scrive Friedman, lasciando così intendere l’estrema gravità della condizioni di salute dell’artista -. Ma la sua eredità è più grande della vita stessa”.

Nel 2010 alla leggendaria cantante era stato diagnosticato un cancro mentre l’ultima performance pubblica, ricorda Showbiz411, risale all’agosto dello scorso anno, con l’esibizione al Philadelphiàs Mann Center: “Uno show miracoloso – si legge – visto che Aretha stava già combattendo con la disidratazione e la mancanza di forze“. La cantante americana ha vinto 18 Grammy Awards ed è stata la prima donna a conquistare un posto nella Rock and Roll Hall of Fame.

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Legge 194, il senatore della Lega Pillon: “Via l’aborto, prima o poi in Italia faremo come in Argentina”

Pon, 13/08/2018 - 12:02

“Cambiare la legge 194 sull’aborto“,”come in Argentina” ma in assenza dei numeri in Parlamento per farlo, iniziare a perseguire la politica degli “aborti zero”: la Lega di Matteo Salvini torna a cavalcare il tema delle nascite e del controllo della maternità. E lo fa attraverso le parole del senatore del Carroccio Simone Pillon che in un’intervista a La Stampa annuncia la possibilità futura di modificare la norma sull’interruzione volontaria della gravidanza. Anche se il tema è estraneo al contratto di governo Lega -M5s e “purtroppo oggi non ci sono i numeri in Parlamento” il parlamentare promette: “ci arriveremo, come è successo in Argentina”. Il riferimento è alla legge respinta dal senato argentino pochi giorni fa, che ha così bloccato la proposta di legalizzare l’aborto nel paese. La normativa attuale in Argentina, che si rifà al codice penale del 1921, autorizza l’interruzione di gravidanza solo quando frutto di stupro o in caso di pericolo di vita.

A due mesi dalle dichiarazioni del ministro della Famiglia Lorenzo Fontana che vuole “restringere il diritto all’aborto”, oggi il senatore del Carroccio – che ha all’attivo l’organizzazione di tre Family Day ed è tra i fondatori del comitati – dice di sperare un domani di poter cancellare la legge italiana del 22 maggio 1978: “Oggi non ci sono le condizioni per cambiare la legge 194 sull’aborto. Ma anche noi ci arriveremo come l’Argentina” è la promessa. Al momento, per modificarla “purtroppo non ci sono i numeri in Parlamento” e non ci sono “le condizioni politiche“, ma – è l’annuncio che sa di battaglia – “ci sono le condizioni per applicare la prima parte della 194“, quella che affronta la tutela della maternità e le pratiche per disincentivare l’interruzione di gravidanza.

Dunque, il primo passo annunciato dal leghista è quello degli “aborti zero“.”Occorre aiutare le donne che vogliono abortire perché si trovano in difficoltà economiche e sociali“, dichiara Pillon. “Le politiche che il ministro Fontana intende fare, con importanti aiuti alle famiglie, vanno in questa direzione. Dobbiamo sostenere la maternità altrimenti nel 2050 ci estinguiamo come italiani”. Secondo Pillon, “la libertà di scelta ce l’hai prima di concepire una vita. Poi c’è il diritto di un innocente di venire al mondo”.

“Le risorse – prosegue il parlamentare – ci sono, ma occorre spostare i soldi che vanno alle lobby, alle banche”. Poi l’affondo politico: “Sa quante donne avrebbero potuto mettere al mondo dei figli con i soldi che il Pd ha regalato a Monte Paschi di Siena?”. “Capisco la Bonino che persegue scientificamente l’individualismo anti-umano, non a caso lei è finanziata da Soros. Altri magari sono in buona fede ma non si rendono conto delle conseguenze delle loro posizioni”. Tutt’altra visione quella del Carroccio, secondo Pillon. Le battaglie della Lega sono “in difesa della famiglia, dell’identità cristiana, a favore della libertà di educazione e contro la cultura gender.

Sulle coppie arcobaleno, al giornalista che gli chiede se ritiene che due omosessuali non siano in grado di crescere un bambino, Pillon risponde: “un ragazzo ha il diritto di avere una madre e un padre. Non farei prove di ingegneria sociale“. Dichiarazioni che si inseriscono nel solco leghista dell’annuncio di Matteo Salvini di voler togliere genitore 1 e genitore 2 dalle richieste di carte d’Identità. Quanto all’utero in affitto, per il politico appena sbarcato in Senato, “è roba da ricchi che fa parte di quella che io chiamo antropologia individualista”.  Il neosenatore leghista è noto alle cronache anche per aver pubblicamente dichiarato che nelle scuole della “sua” Brescia “sono arrivati a imporre la stregoneria”.

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Bianca Balti, la madre rivela: “Quando aveva 16 anni ebbe un brutto incidente in motorino sul ghiaccio”

Pon, 13/08/2018 - 11:58

È Mariabice Marzani, insegnante di economia politica e diritto e mamma di Bianca Balti, a rivelare alcuni particolari inediti sulla bellissima modella di Lodi. In un’intervista al Corriere della Sera, Mariabice racconta di quando Bianca era solo la sua secondogenita e non era ancora diventata famosa, anzi: “Sembrava una piccola squaw. Lunga lunga, magra magra e tutta rossa. Per niente bellissima, se non per la sua mamma! È fiorita intorno a un anno” dice. Ora invece sua figlia è una delle super top, icona di Dolce e Gabbana, testimonial dei brand più importanti, da Missoni a Rolex, da Intimissimi a Guerlain.

“Fino all’adolescenza sorrideva sempre da mattina a sera”, racconta ancora Mariabice. Poi a 16 anni, lo spavento più grande: “Stava andando a scuola in motorino, quand’è scivolata sul ghiaccio. L’ho raggiunta di corsa all’ospedale e aveva la bocca gonfia e gli incisivi rotti. Ebbi il sangue freddo di chiamare il nostro dentista di famiglia che qualche mese dopo le ha ricostruito il suo bel sorriso”. Da mamma, Mariabice rivela di aver dato un solo schiaffo a Bianca: “Aveva tredici anni e doveva tenere il fratellino, io avevo un impegno importante. Se ne dimenticò: quando si presentò con un’amica, ridendo e scherzando, le diedi uno schiaffo sulla guancia, l’unico: le lasciò un bel segno. Chissà se lo ricorda ancora…” dice al Corriere.

La carriera di modella è arrivata solo alla fine degli studi: “Prima doveva finire il liceo classico, poche storie. Tante volte chiamavano in casa sconosciuti che dicevano di essere scout di modelle. Una volta perfino dall’Inghilterra, dove era andata a fare una vacanza studio: si immagini il mio spavento…” spiega ancora. E da madre garantisce che la popolarità non ha affatto cambiato il carattere di Bianca: “Non si è montata la testa, è molto generosa. Dei tantissimi regali che mi fa, quelli che preferisco sono i biglietti aerei per Los Angeles: Face Time non mi basta…”

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Quando la musica ti porta all’esasperazione. Cosa fare contro rumori (e vicini) molesti

Pon, 13/08/2018 - 11:42

Quando creò l’uomo, Dio diede le palpebre agli occhi. Esse sono importanti non solo per la fisiologia, ma anche a salvaguardia del nostro senso estetico e morale. Se un’immagine ci turba, possiamo abbassarle e cancellare il fastidio della visione. Il Creatore non fece lo stesso con le orecchie. Le dotò di udito – un mezzo primordiale di sopravvivenza – ma non di palpebre. Così qualche volta succede che non possiamo difenderci da sonorità che detestiamo.

Questa differenza l’avranno ben colta gli abitanti di Štúrovo in Slovacchia. È fresca la notizia di una donna che in quella ridente città danubiana avrebbe propinato ai vicini, per sedici ore al giorno, e a tutto volume, il Brindisi della Traviata di Giuseppe Verdi, cantato da Angela Gheorghiu e Plácido Domingo. Sembra che costei volesse rivalersi dell’incessante abbaìo d’un cane dei dirimpettai, e a tal fine ha fatto ricorso all’opera lirica, da lei a quanto pare molto amata. Come dire: mi difendo da un’invasione sonora usando la stessa arma. In questo modo uno dei ‘numeri’ più affascinanti della Traviata si è metamorfizzato per gli altri in un incubo, in una vera disperazione. Peggio: pare che la signora abbia persistito nell’irrogare quel tormento musicale anche dopo il decesso del rumoroso quadrupede.

Che la musica, anche la più soave, possegga un certo tasso di aggressività non deve meravigliare. Lo diceva già Immanuel Kant. Nella Critica del giudizio il filosofo sostiene che la musica manca di “urbanità”, giacché gli strumenti musicali estendono la loro azione al di là di quel che si desidera: essa invade lo spazio circostante e “va a turbare quelli che non fanno parte del trattenimento musicale”. Nel caso della signora slovacca sono due i fattori che rendono altamente “inurbana” la meravigliosa composizione verdiana: gli ‘altri’ non la desideravano affatto; essa è stata reiterata in maniera ossessiva.

A casa mia conosciamo un po’ il fenomeno. Tanti anni fa uno dei nostri figli si appassionò quindicenne alla lirica, Rossini in testa. A un certo punto in casa ci siamo sorbiti Il barbiere di Siviglia tre volte in un pomeriggio, per alcuni pomeriggi di fila. Dopo le nostre rimostranze, il ragazzo cambiò autore ma non metodo: passò al Falstaff. Non abitiamo in condominio, dunque nessuno del vicinato fu coinvolto. Dopo un mese, non senza qualche ‘sonoro’ rimprovero, il fenomeno si placò e la pace acustica in famiglia fu riconquistata.

Non vorrei però che pensaste all’opera lirica come a un’arma micidiale. Anche il celestiale suono delle campane scatena litigi, che talvolta sfociano in denunce, e pure in aggressioni contro i preti. Cosa possiamo fare allora? Abolire suoni e musiche? Mettere a tacere chi si esercita al pianoforte per studio o per lavoro? Chi suona in un complessino rock? Far chiudere il bar sotto casa? Certo che no. Bisogna far crescere la consapevolezza: dobbiamo far sapere quanta aggressività e inurbanità può albergare nella musica da noi prodotta o ascoltata, e quanto danno possiamo arrecare, sia pur involontariamente, agli altri. E ciò non solo per via dei decibel elevati, che certo sono una grossa parte del problema, ma perché la musica impatta sulla sfera psichica, sul mondo emotivo: il che, se procura un vivo piacere a chi la desidera, può suscitare un altrettanto acuto fastidio in chi, in quel momento, ne farebbe volentieri a meno.

La legge giustamente si occupa di decibel, entità misurabile. Ma il riferimento alla “soglia della normale tollerabilità” aiuta poco, giacché, rivolto ai singoli individui, il concetto è ad alta variabilità. Si può fare perciò affidamento solo sul buon senso, la buona educazione, il rispetto vicendevole. Beninteso sono benvenute tutte le risorse della moderna tecnologia: insonorizzazione degli edifici, altoparlanti direzionali, barriere fonoassorbenti, eccetera.

Anche gli animali, non solo l’homo sapiens, possono reagire male alla musica. Anni fa (La Repubblica, 26 luglio 2001) fece notizia l’ecatombe dei tacchini di Baone, nel Padovano, uccisi dal frastuono di un rave party. Svegliati nel cuore della notte, 300 pennuti da cortile si ammassarono spaventatissimi contro una recinzione, calpestandosi l’un l’altro. Per loro la musica fu un killer. I giovani del rave party non pensavano certo di usarla come arma offensiva. Molti di loro saranno magari stati  vegetariani o vegani. E non credo neppure che sia stato il ritmo percussivo a danneggiare le bestie. Forse i tacchini sarebbero morti pure con la Nona di Beethoven o un concerto di Rachmaninov. Sono morti perché non avevano bisogno di musica, volevano dormire, godere del riposo che rinfranca tutti i viventi dalle ferite diurne. La musica, creatura apparentemente priva di spessore, è entrata nel loro recinto carica di inaudita violenza, e li ha privati dello spazio vitale.

Riflettiamo perciò un momento quando accendiamo lo stereo (e se abbiamo un cane rumoroso, mettiamoci almeno un po’ nei panni e nella testa dei vicini). Da parte mia ritornerò sull’argomento: è importante sollecitare l’attenzione dei cittadini.

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Spagna, cede passerella durante un concerto rap a Vigo: più di 300 feriti

Pon, 13/08/2018 - 11:39

Oltre 300 persone sono rimaste ferite, cinque in modo grave, quando un pontile in legno è crollato durante un concerto del Festival della musica e cultura urbana sul lungomare di Vigo, in Spagna. Il sindaco della città della Galizia, Abel Caballero, ha confermato che non vi sono morti. Mentre il responsabile per la Sanità del governo locale, Jesús Vázquez Almuiña, ha precisato che delle 312 persone ricorse alle cure mediche sono nove quelle che rimangono ricoverate.
Come mostrano i video pubblicati in Rete, l’incidente ha provocato caos e terrore, quando, dopo che ha ceduto il legno del sovraffollato pontile, molte persone sono cadute in mare e altre sono rimaste intrappolate nelle travi crollate.
Diverse squadre di emergenza hanno partecipato ai soccorsi, e i subacquei sono intervenuti per verificare che nessuno fosse intrappolato in acqua sotto la struttura collassata. La polizia ha confermato che non ci sono morti accertati. Secondo testimoni oculari, citati dal quotidiano, la piattaforma di legno è crollata durante la prima canzone del concerto, quando il rapper Rels B ha chiesto alla folla di saltare.

Video Twitter

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Neonato morto a Brescia per un batterio, indagata tutta l’equipe della terapia intensiva degli Spedali Civili

Pon, 13/08/2018 - 11:34

Tutta l’equipe medica del reparto di Terapia intensiva neonatale degli Spedali Civili di Brescia è indagata per la morte, avvenuta lo scorso martedì, del bambino nato prematuro deceduto a causa del batterio serratia marcescens, contratto in ospedale. L’accusa ipotizzata dalla procura bresciana, che ha definito l’iscrizione “un atto dovuto”, è quella di omicidio colposo. La formalizzazione dell’accusa a carico di medici e infermieri, 16 persone in tutto, è legata alla necessità che di nominare un proprio consulente che partecipi all’autopsia sul corpo del bambino che è stata eseguita già lunedì mattina, per accelerare i tempi di restituzione della salma alla famiglia.

Nel reparto in cui era ricoverato il bimbo sono stati diagnosticati 10 casi di contagio. I primi due, aveva spiegato l’ospedale in un comunicato, “sono andati progressivamente migliorando ed attualmente sono in via di risoluzione”. Il piccolo deceduto, invece, “ha sviluppato segni clinici da shock settico ed un quadro clinico che è progressivamente peggiorato e, nonostante la terapia antibiotica a largo spettro e tutte le cure intensive prestate, in data 6 agosto ha cessato di vivere”.

Dai tamponi di sorveglianza eseguiti a tutti i neonati degenti nel reparto a partire dal 20 luglio “sono stati successivamente identificati altri dieci casi (dal 20 luglio a 6 agosto) di positività per serratia marcescens, dei quali uno ha presentato quadro clinico di infezione delle vie urinarie dal medesimo germe”. Tre neonati colpiti dal batterio sono già stati dimessi, mentre altri sei sono ancora ricoverati. Tra questi, c’è anche il gemellino del bebè deceduto.

 

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Aquarius, Barcellona offre il suo porto Madrid frena: “Non è approdo più sicuro” Toninelli: “E’ un problema di Londra”

Pon, 13/08/2018 - 11:34

“La nave è ora in acque maltesi e batte bandiera Gibilterra. A questo punto il Regno Unito si assuma le sue responsabilità per la salvaguardia dei naufraghi”. Così Danilo Toninelli, su Twitter, detta la linea italiana sul caso Aquarius. La nave, con a bordo 141 persone salvate in due diverse operazioni il 10 agosto scorso, si trova adesso ferma tra Malta e l’Isola di Linosa in attesa di istruzioni. Al Fatto.it risulta che nessuna tra le autorità libiche, maltesi e italiane, contattate dalla nave, abbia riconosciuto la propria competenza, rimettendo la responsabilità ad altri Paesi.

E stando al ministro dei trasporti, questa responsabilità spetterebbe al Regno Unito. Nel merito è intervenuto anche il  ministro dell’Interno Salvini: “Stop trafficanti di esseri umani e complici” ha prontamente twittato. Con i soliti hashtag #portichiusi e #cuoriaperti, il leader della Lega sottolinea che la nave essendo di “proprietà tedesca, noleggiata da Ong francese, equipaggio straniero, in acque maltesi” e “battente bandiera di Gibilterra, può andare dove vuole, non in Italia!”.

L’appello lanciato dalla nave ai governi europei è di ieri, 12 agosto: SOS Mediterranèe ha messo in fila la successione delle comunicazioni avute con la Guardia Costiera libica e il Centro di coordinamento di Tripoli, che chiaramente indica di rivolgersi a un altro centro di coordinamento per lo sbarco. Posto che la Libia non può essere un “porto sicuro”: “Nessuna operazione europea e nessuna nave europea effettua sbarchi in Libia, perché non lo consideriamo un Paese sicuro”, aveva sottolineato a metà luglio la portavoce della Commissione Europea per le Migrazioni Natasha Bertaud. E sullo stesso sito della Farnesina, nella sezione viaggiaresicuri.it si invitano gli italiani a lasciare il paese il prima possibile – e a non recarvisi proprio – “in ragione della assai precaria situazione di sicurezza”.

La vice sindaca di Barcellona, Laia Ortiz, ha chiesto al governo spagnolo il permesso di accogliere la nave con a bordo i migranti. Permesso che non è stato concesso: tramite fonti ufficiali della Moncloa, Madrid ha posto un freno affermando che “la Spagna non è il porto più sicuro, perché non è il porto più vicino, secondo quanto stabilisce il diritto internazionale”. Il quotidiano spagnolo El Pais sottolinea però che la decisione del governo guidato dal socialista Pedro Sanchez ancora non è stata presa. Anche il sindaco di Napoli De Magistris fa sapere che la città è disponibile a ricevere l’Aquarius, accusando il governo italiano di un “cinismo istituzionale senza precedenti”. De Magistris invita poi l’Ong “ad avvicinarsi verso il nostro porto perché, qualora non li facessero sbarcare, saremmo noi stessi ad andarli a prendere in mezzo al mare”.

Sembra che si stia ripetendo la stessa storia di due mesi fa: la nave Aquarius è bloccata in mare, tra Linosa e Malta, con migranti a bordo che necessitano di assistenza, senza un porto sicuro in cui attraccare. Era il 12 giugno, infatti, quando la stessa nave cercò di attraccare in Italia con a bordo 630 migranti: trovò i porti chiusi, ma l’assistenza tecnica delle Marina Militare e della Guardia Costiera italiana. L’Aquarius venne scortata dalle navi italiane Orione e Dattilo fino al porto di Valencia: assistenza senza la quale non sarebbe riuscita a navigare in sicurezza. Ma adesso, alla nave della Ong l’Italia nega anche questo tipo supporto tecnico, non solamente l’approdo.

“Le politiche che mirano a impedire a tutti i costi alle persone di raggiungere l’Europa si traducono in maggiori sofferenze e anche in viaggi più rischiosi per persone che sono già molto vulnerabili” ha dichiarato Aloys Vimard, coordinatore di Medici senza frontiere. I primi commenti arrivano da Giuseppe Civati, fondatore di Possibile, secondo cui le affermazioni del ministro Toninelli sono “oltre il senso del ridicolo”. “Nell’inseguimento al salvinismo la situazione è sfuggita a qualsiasi principio di ragionevolezza, al di là di tutti i diritti umanitari calpestati” ha continuato Civati, sostenendo “che non è stata mai disposta alcuna chiusura, se non attraverso la diffusione di un hashtag fake”.

“Fanno gli splendidi in mare, caricano centinaia di profughi irregolari e poi li scaricano sulle coste siciliane o spagnole e se ne vanno per le nuove eroiche imprese mediatiche” scrive in una nota il senatore Fi Francesco Giro in riferimento alla situazione dell’Aquarius. “Vengono soccorsi in larga misura maschi sui 18/30 anni, in buona salute, provenienti da Etiopia e Eritrea dove la guerra è finita da un pezzo” sostiene il senatore, secondo cui  queste persone “una volta giunta in Italia sparisce per andare in Francia e Germania dopo aver combinato guai sul suolo italiano. Basta!”.

Intanto Tove Ernst, una portavoce dell’esecutivo comunitario, fa sapere che la Commissione Ue è pronta “a prestare il nostro pieno sostegno e peso diplomatico, per una rapida soluzione”, precisando di essere in contatto con alcuni Stati membri, senza però specificare quali. La Commissione aiuta nel coordinamento tra gli Stati, ma non ha nel concreto la competenza per l’individuazione del “porto sicuro” in cui la nave può sbarcare.

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Ecosessualità, “fare sesso con le piante per salvare il pianeta”: un’opera d’arte a Palermo riaccende il dibattito su questa pratica

Pon, 13/08/2018 - 11:29

Fare l’amore con le piante per salvare il pianeta. Si torna a parlare di “ecosessualità” e lo si torna a fare attraverso la contestata visione di un’opera d’arte. Casus belli l’installazione video Pteridophilia del videoartista cinese Zheng Bo in loop da due mesi nell’ambito della manifestazione d’arte contemporanea Manifesta a Palermo. L’opera si trova nell’Orto botanico e “mostra su alcuni monitor disposti tra gli alberi scene erotiche tra l’uomo e le piante”.

Sette i giovani protagonisti del video che durante una camminata in una foresta entrano volontariamente in contatto con delle felci. Uno dei ragazzi pratica sesso orale, o qualcosa del genere, ad una delle piante. “Stabiliscono relazioni emotive e fisiche con le piante, facendo affidamento sui loro corpi piuttosto che sulle parole”, spiega il catalogo online riferendosi all’opera dell’artista cinese. “Le felci sono piante molto diffuse a Taiwan e sono apprezzate dalle tribù locali, ma non sono considerate preziose dai coloni giapponesi”. Insomma, prima di arrivare ad un sottotesto apparentemente politico, la mera esibizione dell’atto sessuale uomo/pianta a Manifesta ha creato un certo fastidio a parecchi palermitani giunti in gran numero a seguire la kermesse di successo. Non è la prima volta che l’ecosessualità sbarca nel contesto della performance audiovisiva e teatrale contemporanea.

Nel 2017 al Festival di Santarcangelo di Romagna, con lo sconforto del consigliere comunale di Fratelli d’Italia, Matteo Montevecchi, andato su tutte le furie, era stato proposto Club Ecosex. L’opera del duo australiano Pony Express, ispirata al manifesto “ecosex” di Annie Sprinkle ed Elizabeth Stephens, proponeva una sorta di camera oscura screziata da un video a parete e diversi spazi/giardinetti con piante, fiori, terriccio, pagliuzze e radici dove ognuno poteva esercitare la sua “inclinazione” all’ecosessualità. “Per noi tutti sono un po’ ecosessuali”, spiegarono dal festival i due autori. “Chi fa parte di questo orientamento sessuale, considera l’ambiente naturale come un’amante”. Insomma, va bene la radicalizzazione estetizzante ed artistica, ma alla base dell’ecosessualità sembra esserci una miscela equivalente di ammaliante erotismo e puro ecologismo.

Basta dare un’occhiata all’ecomanifesto di Sprinkle e Stephens per capire di che parliamo. “Il pianeta Terra è il nostro amante”, è scritto al punto 1. “Noi ne siamo pazzamente, fieramente, appassionatamente innamorati, e siamo grati di questa relazione intima ogni giorno”. Punto 2: “Noi siamo acquofili, terrofili, aeorifili, ecc… Abbracciamo senza vergogna gli alberi, massaggiamo la terra con i nostri piedi e parliamo eroticamente alle piante (…) Facciamo l’amore con la Terra attraverso i nostri sensi”. Nulla di che scandalizzarsi, quindi. Anche se nel 2016 dopo un articolo di Vice qualche timore si era verificato a livello di possibili patologie. Tra gli intervistati la dottoressa Amanda Morgan, coinvolta essa stessa nel movimento ecosessuale aveva affermato che l’ecosessualità “potrebbe essere misurata in un senso non dissimile dalla scala Kinsey”: da un lato quelle persone che cercano di utilizzare prodotti ecosostenibili o che amano nuotare e camminare nudi. Dall’altro persone “che si rotolano per terra e ricoperti di terriccio provano ripetuti orgasmi, o gente che scopa gli alberi o si masturba sotto una cascata”.

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Concorsone Inps, sono un aspirante giornalista. Ma mi sono ritrovato a dimezzare i miei sogni

Pon, 13/08/2018 - 11:15

di Giulio Scarantino

Il mio sogno è diventare un giornalista o uno scrittore, eppure qualche giorno fa ero anch’io in fila per il concorsone dell’ Inps. Si perché noi siamo i giovani dei sogni a metà, quelli che tra un desiderio e l’altro, di mezzo, c’è la famigerata e maledetta concretezza.

Così ero anch’io sotto il caldo della Fiera di Roma ad attendere il mio destino insieme agli altri. Nessuna distinzione nel traghetto verso il piccolo e stretto mondo del lavoro, così piccolo da respingere indietro come un arbitro impassibile. Facendoci sentire, anche se in minima parte, un po’ come i martiri del Mediterraneo in alto mare mentre attendono un paese che possa accoglierli.
Ecco come in quella fila per un attimo siamo tutti fratelli e siamo solo numeri senza nessuna distinzione di sesso o età, accomunati da un lungo viaggio.

Persone che arrivano dopo ore di treno o con autobus, altri invece dopo aver pernottato in una desolata Fiumicino, per assicurarsi di arrivare in orario all’ingresso, dove gli schimazzi dal terrazzo e l’abbaiare dei cani diventano rumori profondi da non far dormire. Il concorso si è svolto in diversi giorni e in diversi orari, c’è chi ha patito il canto del gallo all’alba per arrivare in orario al primo turno , chi il calore soffocante dell’ora di pranzo.

Insomma, sacrifici che si sommano, come se non bastasse a quelli già versati per la preparazione al test. L’attesa è snervante prima di quell’ora che passa in un baleno, bruciando come brace ardente sacrifi e sudori. Il test però non finisce in quella sola ora, ma porta con sé come la risacca dopo un temporale, gli strascichi di rammarico per risposte non date e polemiche per lo svolgimento della prova.

Ancora una volta a dare adito alle polemiche e minacce di ricorsi è stato lo svolgimento della prova in più giorni, che avvantaggerebbe gli ultimi. Infatti fughe di notizie (spesso accompagnate da buone intenzioni) su quesiti e ragionamenti, che a volte si ripetono in maniera quasi identica nelle prove successive, diventano virali nei gruppi Facebook dedicati scatenando le reazioni di chi ha già svolto il test e le difese di chi deve ancora svolgerlo. È così che in quelle comunità virtuali si rivela una verità efferata: come un freddo foglio a crocette possa svuotare dentro, al punto da far venire fuori il peggio. Dal sarcasmo pungente , l’opportunismo nascosto all’accanimento disperato. Sintomi di un comune sentimento: la frustrazione. Tutti condannabili e tutti giustificabili sotto la stessa lente d’ingrandimento. È così che prende forma e viene a galla, prepotente, la condizione della nostra generazione.

Eppure il concorso ha anche qualcosa di buono, quello di sentirsi meno soli nel vorticoso mondo della ricerca di un posto di lavoro. Ad esempio ho conosciuto Luca, con lui ho condiviso l’attesa per il test e il rammarico per gli errori commessi. Poi mi ha dato uno strappo a Roma Tiburtina raccontandomi del terremoto in Abruzzo vissuto sulla sua pelle. Quando sono arrivato ho trovato rifugio dal caldo in un bar , dove ho incontrato Stefano (una conoscenza passata ma fugace) con cui ho in comune la passione per la scrittura ma questa volta abbiamo condiviso anche l’attesa verso il ritorno a casa. Anche lui ha provato il concorso, perché noi siamo i giovani dei sogni a metà: dove tra un desiderio e l’altro c’è anche la famigerata e maledetta “concretezza”. Per questo, prima di riprendere i nostri lunghi viaggi, un fugace saluto ci ha separato: “ci rivediamo al prossimo concorso“.

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