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Referendum, M5s apre su modifiche chieste dalle opposizioni. Pd: “Nostro atteggiamento non più negativo”

Čet, 17/01/2019 - 19:26

La relatrice al ddl sul referendum propositivo, Fabiana Dadone (M5s) ha presentato sei emendamenti al Comitato dei nove, che cercano di venire incontro alle principali critiche delle opposizioni. Un gesto di apertura che il Partito democratico ha accolto con favore, dopo che nei giorni scorsi aveva minacciato battaglia in Aula e in commissione se non fossero fatte modifiche: “Sono stati tolti tre macigni”, ha detto il capogruppo Pd Graziano Delrio insieme ai deputati Gennaro Migliore, Stefano Ceccanti e Barbara Pollastrini, “e il nostro atteggiamento non è più totalmente negativo”, anche se il suo voto favorevole dipenderà dal fatto se verranno “tolti i sassi che rimangono”. “Non si erano mai registrate tante aperture nei confronti delle richieste delle minoranze in materie di riforme”, ha detto il ministro per le Riforme Riccardo Fraccaro, “ora ci aspettiamo che tutti collaborino per approvare una legge che valorizza la partecipazione popolare il ruolo del Parlamento, rafforzando le fondamenta della nostra democrazia”.

Queste le modifiche che sono state inserite. Il primo emendamento stabilisce che sulla scheda del referendum i cittadini non debbano optare tra il testo del Comitato promotore e quello approvato dalle Camere, ma solo sul primo. In tal modo si eviterebbe, secondo M5s, quello che il Pd e Fi hanno definito “un ballottaggio tra Parlamento e piazza”. L’emendamento stabilisce che nel caso in cui il Parlamento approvi una proposta di legge diversa rispetto a quella presentata dal Comitato promotore, essa non venga promulgata dal presidente della Repubblica e rimanga congelata, in attesa del referendum in cui i cittadini sarebbero chiamati a pronunciarsi solo sulla proposta del Comitato promotore e non anche su quella approvata dalle Camere. Le Camere potranno anche decidere di non esaminare la proposta di legge avanzata dal Comitato promotore, e anche in tal caso, il referendum riguarderebbe ovviamente solo questo testo.

Un altro emendamento affronta un secondo punto critico sollevato dal Pd, quello della valutazione del testo approvato dalle Camere differisca o meno da quello del Comitato promotore. Nella legge attuativa si chiarirà che sarà l’Ufficio di Cassazione a decidere e non il Comitato promotore, ma nel testo della riforma c’è un aggancio per permettere questa soluzione. Si afferma infatti che non c’è referendum se le due proposte di legge divergano solo “formalmente”.

Un terzo emendamento riformula i principi sull’ammissibilità delle proposte di legge che il Comitato promotore può presentare alle Camere. Mentre la precedente formulazione affermava che la proposta non era ammissibile se “non rispetta i principi e i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione nonché dal diritto europeo e internazionale”, con l’emendamento si afferma che la proposta è inammissibile se “non rispetta la Costituzione”.

Il vaglio di ammissibilità da parte della Corte costituzionale, che il testo prevede una volta raccolte 200.000 firme rispetto alle 500.000 finali, viene esteso anche ai referendum abrogativi previsti dall’articolo 75 della Costituzione. Una soluzione prevista anche dalla riforma Renzi-Boschi.

Infine viene inserito il principio di un limite alle proposte di legge di iniziativa popolare che possono essere presentate alle Camere, per evitare che esse debbano occuparsi solo di queste. La legge attuativa definirà i dettagli. “Abbiamo compiuto dei notevoli passi avanti – ha detto la relatrice Dadone – spero che queste aperture tranquillizzino sulla nostra non volontà di svilire il Parlamento. I colleghi del Pd in Comitato dei nove hanno espresso apprezzamento, e ora si riservano di valutare nel gruppo le novità”.

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Bohemian Rhapsody come non l’avete mai sentita, la versione napoletana delle EbbaneSis è tutta da sentire

Čet, 17/01/2019 - 19:16

Ha totalizzato mezzo milione di visualizzazioni su Facebook nel giro di pochi giorni, non è il solito tributo ai Queen. Il video di Viviana e Serena, in arte EbbaneSis, è diventato virale a buona ragione: la loro versione di Bohemian Rhapsody in napoletano è veramente unica

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M5s Europa: “Commissione Ue conferma stipendi record. Al presidente 27mila euro al mese”. Di Battista: “Osceni. Tagliarli”

Čet, 17/01/2019 - 19:11

Tagliare gli stipendi dei commissari europei. È quello che chiedono gli europarlamenti del Movimento 5 stelle. Una richiesta alla quale si associa Alessandro Di Battista, con un post su facebook: “Giorno dopo giorno stiamo individuando inaccettabili sprechi da parte delle Istituzioni europee, le stesse che, oltretutto, hanno sempre guardato gli italiani dall’alto verso il basso. É ora di finirla con queste oscenità!“, scrive l’ex parlamentare.

Ad attaccare gli stipendi di Jean-Claude Juncker e dei suoi commissari è una nota dei deputati eletti dal M5s a Bruxelles .”La commissione Ue – scrivono ha confermato l’entità degli stipendi record dei Commissari europei: 27.436 euro al mese per il Presidente, 24.852 per i Vice, 22.367 euro per tutti gli altri membri. Dall’alto di questi stipendi non si è credibili quando si parla di austerità”.

L’europarlamentare Ignazio Corrao attacca poi il portavoce della Commissione europea. Il motivo?  “Afferma che la retribuzione dei commissari viene decisa da Stati membri e Parlamento. Sbaglia. Il regolamento 2016/300 del Consiglio del 29 febbraio 2016, che definisce il trattamento economico dei titolari delle alte cariche dell’Ue, non è mai stato votato dal Parlamento europeo, ma dal Consiglio come specificato dal primo considerando del regolamento stesso”. Corrao si chiede poi  “perché lo stipendio dei semplici dipendenti delle Istituzioni europee viene deciso e votato dal Parlamento europeo, mentre quello delle alte cariche e cioè dei Commissari no?”, si chiedono gli europarlamentari.

A rilanciare la questione interviene anche Di Battista sui social network: “Quando i contribuenti italiani, tutti – siano essi sostenitori del M5S, della Lega, del Pe o degli altri partiti – contribuiscono, con le loro tasse, al funzionamento delle Istituzioni europee, oltre a pagare l’assurda sede del Parlamento di Strasburgo (una sede utilizzata 4 giorni al mese), pagano probabilmente gli stipendi ai politici più alti del mondo intero. Il Presidente della Commissione Junker, che un paio di giorni fa, dopo aver finalmente scoperto la gazzosa, ha dichiarato ‘l’Europa ha esagerato con l’austerity‘ ha preso 27.436 euro al mese per 5 anni. In totale circa 1 milione e 650.000 euro. ‘Chi l’ha vista’ Mogherini 24.852 al mese, totale 1 milione e 500.000 euro in 5 anni”, scrive su facebook.  “Moscovici – quello che ha fatto le pulci all’Italia sul reddito di cittadinanza – 22.367 euro al mese, oltre 1,3 milioni di euro in 5 anni – continua – In totale gli stipendi della sola Commissione Europea (il governo dell’Unione per intenderci) sono costati ai cittadini europei oltre 38 milioni di euro. Il Movimento 5 Stelle intende, oltre a chiudere la sede di Strasburgo per risparmiare 200 milioni di euro all’anno, intervenire drasticamente sugli stipendi dei commissari Ue”.

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Uso di stupefacenti e leggi per contrastarlo. Cosa succede in Europa e con che risultati

Čet, 17/01/2019 - 18:48

L’uso di stupefacenti e le leggi per contrastarlo, è uno di quei temi che spaccano talmente tanto l’opinione pubblica da essere facilmente silenziati. Scomodi per chi deve affrontarli, ma molto più scomodi – in realtà – che chi ne è protagonista o deve gestirli sul campo.Ogni legislatura fa registrare proposte e prese di posizione, in un senso o nell’altro. L’ultima firmata da un parlamentare del Movimento 5 stelle affronta la questione in una chiave oggettivamente inedita: una sostanziale legalizzazione della Cannabis, purché sottratta al sistema della vendita, clandestina o no.

Legalizzata solo se autoprodotta. L’intento è evidentemente triplo:

1. legalizzare ciò che è già oggettivamente alla portata di tutti;

2. sottrarlo però tanto al commercio privato;

3. quanto al guadagno pubblico.

Non è intenzione di chi scrive esprimere giudizi. Sicuramente non morali – da evitare accuratamente se si vuole affrontare utilmente il problema -, ma nemmeno tecnici, che sarebbe (come sempre) complesso. Proviamo invece a considerare quel che accade altrove e quali sono i risultati.

Innanzi tutto qualcosa di simile a quanto proposto dal parlamentare M5s già c’è, in Spagna. Qui da tempo le legge mantiene un forte rigore sulla detenzione di droghe, senza grandi distinzioni, ma consente la coltivazione in proprio di qualitativi limitati di piante di cannabis per uso personale. Forte è la repressione sui trafficanti, molto meno sui consumatori, come dimostra la diffusione a cielo aperto in note località turistiche. I primi quattro posti nella classifica dei cinque tipi di stupefacenti più sequestrati son infatti cosiddetti “ricreativi”, solo quinta l’eroina.

I dati sono quelli più aggiornati, raccolti dal Centro europeo di monitoraggio degli stupefacenti, tracciano anche un quadro delle conseguenze più macroscopiche della diffusione di droghe e dell’approccio legislativo, ad esempio il numero dei morti per overdose, in Spagna calati dal 2006 – anno di riferimento iniziale – al 2015, ma non in modo significativo. E proprio questo dato drammatico esprime contraddizioni decisamente sorprendenti.

Il Paese europeo con la legislazione più severa è l’evoluta e liberale Svezia: praticamente non viene fatta alcuna distinzione tra tipi di stupefacenti e sono minime le differenze tra detenzione a uso personale e per spaccio e le pene detentive previste arrivano fono ai dieci anni, ma le morti per overdose – quindi dovute all’abuso di droghe pesanti – son in costante aumento, più che raddoppiate in dieci anni.

Esattamente l’opposto – ad esempio – di quanto avviene in Portogallo, dove la droga ha seminato un terzo delle vittime rispetto all’anno iniziale di riferimento, con una tendenza in costante diminuzione, a parte qualche leggera oscillazione negli ultimi due anni, pur sempre sotto alla metà dell’inizio della rilevazione. Frutto di ancora maggior rigore legislativo? Affatto, anzi. Il Portogallo è di fatto il Paese più antiproibizionista d’Europa. Viene punito severamente il traffico, ma non la detenzione. Senza fare alcuna distinzione tra droghe leggere o pesanti, la legge portoghese consente la di detenere l’equivalente di una quantità di uso medio per dieci giorni. Interessante è notare che tutta le gestione pubblica del fenomeno è molto più orientata all’intervento sociale che a quello repressivo: ogni caso di detenzione viene preso in carico da una commissione per la dissuasione della tossicodipendenza, composta da tre membri. Solo uno è rappresentate della legge, mentre gli altri due possono essere medici, psicologi, sociologi o assistenti sociali.

Un altro caso interessante è quello francese. Come in Svezia anche qui la legislazione è molto severa, con però un correttivo affidato ai giudici che godono di una discrezionalità molto ampia e possono considerare anche le condizioni sociali, ambientali e familiari come fattori determinanti. Il risultato di questo approccio ibrido – però – non sembra molto efficace, visto che il consumo di cannabis tra i giovani è uno dei più alti d’Europa – il 21,5% – così come il numero di morti per overdose, addirittura in crescita negli anni..

Un riferimento va fatto all’Olanda, se non altro per la nomea leggendaria di Paese della libera droga. In effetti le maglie della legge sono abbastanza larghe: oltre al noto uso di cannabis nei coffee-shop, non è punita le detenzione a uso personale di alcun tipo di stupefacente. Il risultato – però – ha aspetti allarmanti. Le morti per abuso sono altissime e in costante crescita e quasi tripla rispetto alla media europea è la percentuale dei giovani che fanno uso di droghe sintetiche come l’ecstasy.

E noi? Due dati sono rilevanti. La costante diminuzione dei decessi per abuso di droga, ma contemporaneamente una percentuale record di giovani consumatori di droghe leggere: negli ultimi due anni sarebbe stato addirittura superato in dato della Francia, con quasi un ragazzo su quattro consumatore abituale. Delicato fare un bilancio e trarre linee possibili. I numeri suggeriscono una correlazione tra consumo più diffuso di cannabis e argine al ricorso a droghe pesanti, ma un ruolo fondamentale è probabilmente quello della qualità della spesa pubblica in politiche contro la droga. L’Olanda – la cui politica nel suo insieme appare fallimentare – spende molto, lo 0,5% del Pil ,ma quasi tutto in interventi di polizia. L’Italia spende lo 0,2% del Pil. Circa quattro miliardi. Ma l’industria dello spaccio ne fattura tre volte tanto, solo per marijuana e hascisc. Dodici miliardi all’anno nella tasche della criminalità organizzata.

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Aborto, la relazione del ministero della Salute in ritardo di 11 mesi. Bonino fa interrogazione: “Incidente anomalo”

Čet, 17/01/2019 - 18:34

Dati sull’aborto, un ritardo senza precedenti. Non è stata ancora depositata la relazione al Parlamento sullo stato di applicazione della legge 194 del 1978. Il dossier del 2018, relativo alle rilevazioni 2017, ha undici mesi di ritardo. Per questa ragione è stata depositata un’interrogazione parlamentare urgente, a prima firma Emma Bonino, alla ministra della Salute Giulia Grillo. Nell’atto si ricorda come, l’articolo 16 della stessa norma dispone che entro il mese di febbraio “il ministro della Sanità presenta al Parlamento una relazione sull’attuazione della legge stessa e sui suoi effetti, anche in riferimento al problema della prevenzione”. Le regioni sono tenute a fornire le informazioni necessarie entro il mese di gennaio di ciascun anno, sulla base di questionari predisposti dal Ministro. Questo significa che “tra un mese la ministra Grillo dovrebbe presentare il Rapporto del 2019” ricordano le ginecologhe Mirella Parachini, vice segretario dell’Associazione Luca Coscioni e Anna Pompili di Amica (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto) e Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Coscioni. La ministra Giulia Grillo è entrata in carica a giugno scorso, quindi il ritardo è da condividere con la sua predecessora Beatrice Lorenzin.

I DATI – Nell’interrogazione si fa anche il punto della situazione sugli aborti in Italia, tenendo conto dei dati finora disponibili. “Negli ultimi 40 anni le interruzioni di gravidanza, nel complesso, sono fortemente diminuite” si legge nel testo. Nel 1983 erano 233.976, mentre già 20 anni dopo, nel 2013, si erano più che dimezzate (102.760) e ora sono di poco inferiori agli 85mila casi all’anno. Nel 2016 il numero di interruzioni volontarie di gravidanza è stato di 84.926, con una riduzione del 3,1 per cento rispetto al 2015. “A influire su questo cambiamento sono intervenuti diversi fattori – ricorda il testo – tra i quali l’abolizione dell’obbligo di prescrizione medica dei contraccettivi di emergenza ormonali, quali la pillola del giorno dopo e la pillola dei cinque giorni dopo”.

UN PERCORSO A OSTACOLI – Secondo la relazione annuale al Parlamento trasmessa nel 2017 (con i dati del 2016) e così come documentato dall’inchiesta pubblicata sul numero di marzo 2018 da Fq Millennium, l’interruzione volontaria è sempre più un percorso a ostacoli. Oltre 7 medici ginecologi su 10 sono obiettori (71 per cento), confermando una tendenza in atto da diversi anni. Esistono, tuttavia, notevoli differenze a livello regionale, anche perché la regione ha autonomia organizzativa. In 8 regioni su 20 la percentuale di medici obiettori oscilla tra l’80 e il 90 per cento, come nel Lazio, in Basilicata, Campania, Sicilia e Molise, con punte superiori al 92 per cento in Trentino-Alto Adige. Si tratta di numeri molto lontani da quelli del Regno Unito (10 per cento), della Francia (7 per cento), dei Paesi scandinavi e della Svizzera, dove è pari a zero. Rispetto all’obiezione di coscienza si conferma il dato scandaloso della grande percentuale di strutture che non effettuano l’interruzione volontaria di gravidanza, in aperta violazione dell’articolo 9 della legge 194: solo il 59,4 per cento delle strutture con reparto di ostetricia, infatti, pratica l’Ivg.

L’IMPORTANZA DELLA RELAZIONE – “Oltre all’analisi completa sull’applicazione della norma – spiega l’Associazione Coscioni – la relazione dovrebbe essere uno strumento, fino ad oggi disatteso, per individuare le criticità ed approntare interventi concreti di miglioramento, al fine di assicurare il diritto alla salute alle cittadine italiane senza disparità e disuguaglianze. Secondo l’associazione questo ritardo di 11 mesi costituisce un “incidente anomalo, che ripropone con urgenza una serie di domande irrisolte”.

L’INTERROGAZIONE – Domande che Emma Bonino pone alla ministra, chiedendo non solo “per quale motivo non sia stata ancora depositata la relazione al Parlamento” e quando questo accadrà, ma anche quali provvedimenti intenda assumere per garantire una corretta applicazione della norma “che non crei pregiudizio alle donne che accedono all’interruzione volontaria di gravidanza”. Nel testo si parla anche di aborto farmacologico e si chiede se il ministro intenda facilitarne l’accesso “anche in regime ambulatoriale per le gravidanze fino a 7 settimane e allargare il limite a 9 settimane, come negli altri Paesi europei, in accordo con la correttezza della procedura del mutuo riconoscimento, disattesa nel nostro Paese che, peraltro, andrebbe incontro ai diritti delle donne e al bilancio dello Stato”. Un tema sul quale anche l’associazione Coscioni pone degli interrogativi: “Perché il metodo farmacologico è così poco applicato, a fronte dei dati ricavati dalle statistiche ufficiali di altri paesi? Perché la contraccezione non è gratuita nel nostro paese, mentre lo è l’interruzione della gravidanza?”. E chiede alla ministra Giulia Grillo un piano di interventi mirati: garantire la gratuità della contraccezione “unica vera prevenzione del ricorso all’aborto”, consentire anche alle ragazze minorenni l’accesso alla contraccezione di emergenza senza obbligo di prescrizione, migliorare l’accesso all’aborto farmacologico “permettendo il regime ambulatoriale e ‘at home’, come avviene nel resto del mondo o il regime di ‘day hospital’, eliminando finalmente la raccomandazione del regime di ricovero ordinario’ e sollecitare l’Agenzia italiana del farmaco ad ampliare l’ivg farmacologica del primo trimestre da 49 ad almeno 63 giorni (la Food and Drug Administration (Fda) americana prevede il regime “at home” fino a 70 giorni).

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Olio di palma tra diesel e deforestazione: petizione per eliminare i sussidi. Ma i big del settore minacciano ritorsioni

Čet, 17/01/2019 - 18:26

È una scelta difficile per l’Italia, dove il 95% del biodiesel è prodotto con olio di palma, ma l’Europa va in questa direzione: l’olio di palma dovrà scomparire dai biocarburanti entro il 2030. A dire il vero, la nuova legge sull’energia verde (direttiva 2018/844), approvata il 30 maggio 2018 dal Parlamento Europeo dopo due anni di complessi negoziati, impone alle compagnie petrolifere l’obbligo di dichiarare la presenza di olio di palma e fissa un limite massimo di sussidi ai biocarburanti prodotti dalle colture alimentari. L’accordo raggiunto tra Commissione, Consiglio europeo e Parlamento, nell’ambito del programma di incremento dell’uso di energia prodotta da fonti rinnovabili e dopo un lungo braccio di ferro, prevede l’eliminazione graduale delle colture ‘ad alto rischio’ di deforestazione (anche se il Parlamento aveva proposto lo stop entro il 2021). Un accordo che non piace per nulla ai Paesi del Sud-Est asiatico direttamente interessati, ossia Indonesia e Malesia (insieme producono oltre l′80 percento dell’olio di palma mondiale) e che avevano già minacciato ritorsioni. Reazioni a parte, l’ultima parola spetta alla Commissione Europea che deve emanare un regolamento d’attuazione entro il primo trimestre 2019, prima delle elezioni europee, per poi poter essere approvato entro la fine del 2019. Meno di tre mesi di tempo per mettere nero su bianco le misure che dovrebbero rendere concreto questo passaggio.

L’OMS SULLE LOBBY – Nel frattempo, però, il dibattito resta aperto. Nei giorni scorsi l’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato un’analisi condotta da un gruppo di scienziati nella quale si accusa l’industria dell’olio di palma di adottare pratiche simili a quelle messe in atto dalle lobby del tabacco e dell’alcool per influenzare la ricerca scientifica. L’obiettivo sarebbe quello di contestare regole più stringenti e confondere le acque su quelli che sono i rischi legati alla coltivazione e all’uso dell’olio di palma.

LA BATTAGLIA CONTRO LA DEFORESTAZIONE – Agli inizi di dicembre, un gruppo di attivisti di Greenpeace si è incatenato davanti allo stabilimento della multinazionale Mondelēz, che nella sede di Capriata d’Orba (Alessandria) produce snack contenenti olio di palma per il mercato italiano. Sempre a fine 2018, mentre attraccava nel porto di Rotterdam, una nave cisterna carica di prodotti di Wilmar, il più grande fornitore globale di olio di palma (che controlla il 40% circa del commercio globale), è stata oggetto di un’azione non violenta da parte di Greenpeace. Poche settimane dopo, in seguito ad anni di manifestazioni, pressioni, dossier, Wilmar International ha annunciato che entro la fine del 2019 mapperà tutti i terreni appartenenti ai propri fornitori per monitorare quanto accade nelle piantagioni, anche attraverso l’uso di satelliti ad alta risoluzione. Se un fornitore dovesse essere collegato a operazioni che danneggiano o distruggono la foresta, Wilmar sospenderà immediatamente le relazioni commerciali con questo operatore.

LA CAMPAGNA #SAVEPONGO – Ma se negli ultimi anni l’uso dell’olio di palma negli alimenti e nelle sostanze chimiche sta diminuendo, quello usato per il biodiesel è invece quadruplicato. L’Unione Europa prevede dei sussidi su questa pratica e definisce questi carburanti ‘green’. “I biodiesel a base di olio di palma – denuncia Legambiente – di sostenibile e verde hanno ben poco e contribuiscono, indirettamente, alla deforestazione e alla messa in pericolo della fauna selvatica”. Proprio per fare pressing sulla Commissione Europea è partita la campagna ‘#SavePongo’, lanciata da una coalizione di ong ambientaliste di tutta europa e promossa in Italia da Legambiente per chiedere la messa al bando dei carburanti prodotti con olio di palma “che provocano la distruzione delle foreste pluviali e – denunciano le associazioni – l’estinzione degli Orango. Questi primati non hanno più di che nutrirsi e, quando si avvicinano ai frutti delle palme, vengono uccisi”. Ogni giorno ne muoiono 25 a causa della deforestazione e dell’espansione delle piantagioni. Contestualmente alla campagna è partita anche la petizione #NotInMyTank su sumofus.org con l’invito a firmala entro il 21 gennaio, giorno in cui ci sarà la prima manifestazione europea organizzata dalle associazioni.

LA SITUAZIONE IN ITALIA – Se la Norvegia ha anticipato tutti e, a dicembre 2018, il Parlamento ha deciso di vietare in tutto il Paese l’utilizzo dell’olio di palma come biocarburante già a partire dal 2020 (si tratta del primo Paese al mondo che fa questo passo), per altre realtà non è così semplice. L’Italia è tra queste. Secondo i dati di Transport&Environment, nel nostro Paese il 95% del biodiesel è stato prodotto nel 2017 con olio di palma. Siamo, inoltre, il secondo maggiore produttore di biodiesel da olio di palma in tutta Europa: nel 2017, insieme a Spagna e Paesi Bassi, l’Italia ha raffinato l’83% di questo olio vegetale. Eppure, secondo un sondaggio Ipsos, l’87% degli italiani non sa di mettere questa materia prima nei propri serbatoi quando va a fare rifornimento. Legambiente ha lanciato un appello al ministro per l’Ambiente Sergio Costa e al ministro per lo Sviluppo Economico Luigi Di Maio, affinché prevedano una drastica riduzione delle importazioni di olio di palma per usi energetici nel prossimo Piano Nazionale Clima ed Energia. “Già oggi – ha sottolineato Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – si possono produrre biocarburanti avanzati che sostituiscono l’olio di palma, riciclando scarti in un’ottica di economia circolare, come l’olio di frittura che già costituisce una valida e competitiva alternativa”.

UN OLIO DI PALMA SOSTENIBILE – Da tempo si parla anche della possibilità di produrre olio di palma sostenibile attraverso una certificazione da ottenere seguendo criteri di conformità. Una strada che, secondo alcune ong, non risolverebbe il problema. C’è anche un’altra questione, messa in luce in un recente rapporto dell’International Union for the Conservation of Nature (Iucn), secondo il quale è vero che la distruzione della foresta pluviale per fare spazio alle piantagioni di olio di palma minaccia più di 190 specie in Indonesia e Malesia ma, allo stesso tempo, vietare questo tipo di produzione sostituendo le piantagioni con quelle di soia, mais e colza e ricavare così altri tipi di oli vegetali, porterebbe a un consumo di suolo nove volte superiore. Nel 2004 è nato il Rspo (Roundtable on Sustainable Palm Oil), che riunisce coltivatori, raffinatori, industria manifatturiera, distributori e banche. Dal 2013 è attiva anche la certificazione Palm oil innovation group (Poig), supportata tra gli altri dal Wwf, Greenpeace e altre grandi aziende già certificate dal Rspo. Gli obiettivi sono quelli di preservare determinate foreste, ma anche garantire la tracciabilità del prodotto lungo tutta la filiera.

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Beni comuni, perché dobbiamo sostenere il ddl Rodotà

Čet, 17/01/2019 - 18:19

In questi mesi, da dopo il 4 marzo, è diventato un moodla sinistra riparta da…“. Spesso, in questo, la satira ha superato l’analisi che dovremmo raccontarci. In un mio discorso al Nazareno, nei giorni successivi alle politiche, dissi che il Pd aveva abbandonato i temi dell’acqua pubblica, della democrazia dei beni comuni, della moralità, del pensare all’oggi nel segno delle “future generazioni “. Così recita la proposta di legge Rodotà. Se il mio partito negli anni ha commesso degli errori, abbandonando certe battaglie, non vedo il motivo per cui insieme a tanti, nel mio piccolo, debba rinunciarci.

Allora ho deciso di fare mia l’iniziativa del Comitato dei beni comuni, Sovrani e sociali “Stefano Rodotà”, che vuol ripartire dal lavoro della Commissione sui beni pubblici presieduta da Rodotà, con la quale si sottolineò l’urgenza di difendere i «beni comuni», quei beni che permettono l’esercizio dei diritti fondamentali nonché il libero sviluppo della persona e di chi verrà dopo. Si tratta di difendere beni come le acque, i parchi, la fauna, i beni immateriali e le reti (anche autostradali, su cui scrissi proprio qui dalla parte di chi avrebbe dovuto essere la sinistra) ma anche il paesaggio e i beni sociali come l’istruzione e il lavoro, per evitare che la privatizzazione selvaggia del patrimonio di tutti potesse privarci di questi beni fondamentali.

Sostenere il ddl Rodotà significa introdurre una disciplina garantistica per questi beni: si antepone il principio della salvaguardia intergenerazionale al diritto di proprietà di qualche casta di affari. Perché nel momento in cui si accumula ricchezza a svantaggio di tanti, aggredendo e saccheggiando diritti, è chi viene dopo ad andare in rovina ed a diventare insicuro e solo: lo si è già spogliato degli strumenti e delle protezioni per costruirsi un domani. Ed a questo si è arrivati!

Si è passati da una società fondata sulla liberazione politica, sulla giustizia sociale e sull’azione collettiva a una società fondata sul rischio e sulla proprietà in mano di pochi ed escludente, con la privatizzazione delle responsabilità pubbliche. In cui l’unico gesto rivoluzionario e neanche tanto libero è quello di accendere e spegnere uno smartphone all’inizio e alla fine di una giornata. Dovremmo arrabbiarci di fronte a questa acquiescenza, dissentire, resistere, disobbedire, insorgere di fronte al pensare economicistico. Ho imparato, grazie alle lezioni di diritto costituzionale del professor Alberto Lucarelli, che esiste un diritto militante, una Costituzione vivente che va alimentata continuamente attraverso il metodo democratico.

Questa battaglia di attuazione della Costituzione è radicale e lascia intravedere l’alternativa al pensiero neoliberista e alla dinamica autoritaria. Viviamo mesi in cui da nord a sud la rabbia, prodotta da anni di politiche neoliberiste, è accarezzata e alimentata da formazioni politiche che offrono cinema, nemici e barriere. Anche le istanze del Movimento 5 Stelle di ricerca, di partecipazione sono flebili. Allora è urgente un salto radicale, perché sì: siamo all’anno zero. È necessario un riscatto comune, che chiami i più coraggiosi, i più innamorati del futuro e i meno compromessi: con tanti altri lo stiamo facendo, a Napoli e nelle altre province campane.

Se dal basso c’è domanda di uguaglianza sostenibile, se reclamiamo che c’è un pezzo del nostro futuro su cui non è ammesso lucro selvaggio, se c’è un vulnus democratico che produce decisioni che penalizzano il Sud, non possiamo non agire di conseguenza. Per questi e tanti altri motivi che ci diremo lì, sabato sarò a Roma alla Casa Internazionale delle donne per la prima assemblea sui beni comuni.

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Ornella Muti, la foto del lato b a 63 anni per la #10yearschallange: ma per i fan “le ciabatte rovinano lo scatto”

Čet, 17/01/2019 - 17:59

A 63 anni, Ornella Muti è ancora in perfetta forma e lo dimostra uno scatto pubblicato sui social dalla figlia Naike. Rispondendo alla #10yearschallange, la ragazza ha voluto infatti mettere a confronto due foto della madre, mentre posa completamente nuda, per confrontare come è oggi rispetto a 10 anni fa. Nella foto di oggi, Ornella è di spalle, in piedi, con indosso solo un paio di ciabatte di spugna, al centro di una stanza molto sontuosa, probabilmente in un palazzo d’epoca, con un cagnolino che sta in piedi su due zampe di fronte a lei. La sua silhouette può fare invidia a molte donne più giovani ed è stata molto apprezzata dai fan: sono bastate infatti un paio d’ore per far raggiungere al post di Naike oltre 11mila like.

 

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Ornella Muti

Regionalismo differenziato, cos’è e quali sono i suoi rischi

Čet, 17/01/2019 - 17:59

di Sergio Marotta (Università Suor Orsola Benincasa)

Dalle Regioni al federalismo differenziato

Che le Regioni fossero troppo costose per il bilancio dello Stato italiano lo aveva già detto, in Assemblea costituente, Francesco Saverio Nitti che certo di conti pubblici se ne intendeva, essendo stato uno dei massimi studiosi di scienza delle finanze noto e apprezzato in tutta Europa. Eppure lo statista di Melfi non fu ascoltato, come non lo furono Benedetto Croce e Concetto Marchesi, Pietro Nenni e Palmiro Togliatti, Luigi Preti e Fausto Gullo, tutti uniti nell’opposizione all’ordinamento regionale.

Passò la linea del siciliano Gaspare Ambrosini che introduceva una forma di Stato organizzato in Regioni in cui si teneva insieme l’unità della Repubblica e l’autonomia degli enti locali. Alla fine la formula dell’articolo 5 dei Principi fondamentali risultò la seguente: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”.

Impiegati gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso per passare all’attuazione, con 20 anni di ritardo, degli ordinamenti regionali, si procedette, poi, a un quindicennio di riforme della pubblica amministrazione che iniziarono con la legge sull’ordinamento degli enti locali, la 142 del 1990, che prese il nome dell’allora potentissimo ministro dell’Interno, il democristiano Antonio Gava.

Venne, quindi, il turno delle varie leggi Bassanini dal nome del ministro della Funzione pubblica che le elaborò e, a più riprese, le portò all’approvazione del Parlamento. La prima fu la legge 59 del 1997 che doveva realizzare il federalismo a Costituzione invariata. Era il tempo in cui imperava il verbo della sussidiarietà come forma di avvicinamento del luogo della decisione pubblica al livello più prossimo alla collettività di riferimento. “Sussidiarietà” era la parola magica per realizzare un’azione amministrativa più efficiente, più efficace e più economica.

Alla fine degli anni Novanta si stabilirono anche i nuovi criteri di riparto dei fondi per la sanità che furono riassunti nel decreto legislativo 56 del 2000. Tale importante decreto, pur mantenendo ferma l’idea di un servizio sanitario nazionale, portò a una distribuzione differenziata – e sbilanciata a favore delle Regioni settentrionali – dei fondi per la sanità che costituivano, e costituiscono ancor oggi, la parte più cospicua dei bilanci regionali. Dopodiché la riforma del Titolo V della Costituzione, con la legge costituzionale numero 3 del 2001, approvata in Parlamento con soli quattro voti di maggioranza nell’ultima decisiva votazione e sottoposta a un referendum popolare al quale partecipò poco più del 34% degli aventi diritto, realizzò una nuova forma di regionalismo volta a trasferire alle Regioni poteri, funzioni e competenze paragonabili a quelle più proprie di Stati federali.

In effetti, il nuovo Titolo V della Costituzione, elaborato da una maggioranza di centrosinistra nel tentativo di inseguire gli elettori della Lega, introdusse nell’ordinamento italiano alcuni principi di cosiddetto federalismo fiscale e ribaltò il principio stabilito dai Costituenti secondo cui le competenze non espressamente attribuite ad altro ente dovessero rimanere in capo allo Stato nel suo esatto contrario: ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato doveva spettare alle Regioni e non più allo Stato. In particolare, mentre l’articolo 117 introdusse i livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, che dovevano essere uguali per tutti i cittadini, l’articolo 119 cancellava ogni riferimento al Mezzogiorno, introduceva la formula secondo cui gli enti locali compartecipano al gettito dei tributi erariali “riferibile al loro territorio” e istituiva, nel contempo, un fondo di perequazione per i territori con minore capacità fiscale. Insomma si cercava di salvare l’unità dello Stato affermando che, in teoria, i servizi devono essere uguali per tutti, ma si riconosceva che in alcune regioni virtuose – solo perché economicamente più forti – i servizi pubblici potevano essere anche migliori rispetto a quelli previsti dai semplici livelli essenziali.

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Europee, Berlusconi si candida: “Sono un vecchietto arzillo che sente forte la responsabilità verso il suo Paese”

Čet, 17/01/2019 - 17:43

Silvio Berlusconi annuncia la sua candidatura alle Europee del 26 maggio durante il suo tour elettorale in Sardegna: “Alla bella età che ho, ho deciso per senso di responsabilità di andare in Europa dove manca il pensiero profondo del mondo”.

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Foo fighters, Dave Grohl ne combina un’altra delle sue. Si scola una birra a bordo palco ma qualcosa va storto…

Čet, 17/01/2019 - 17:43

Dave Grohl si sta esibendo a Las Vegas, uno show tranquillo, davanti ad un pubblico di fan dei Foo fighters… ad un certo punto si avvicina pericolosamente a bordo palco per salutare il pubblico, gli passano una birra e lui se la scola… ma mentre torna a suonare perde l’equilibrio e finisce a terra

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10 years challenge, ecco perché il nuovo tormentone web può essere pericoloso

Čet, 17/01/2019 - 17:37

Facebook, Twitter e Instagram sono invasi in questi giorni da un gioco diventato virale: 10 years challenge. Un confronto degli utenti tra le foto di oggi e quelle scattate dieci anni fa. L’ennesima moda del momento, un innocuo passatempo. Non solo, perché come sottolineato dalla scrittrice Kate O’Niell su Twitter gli utenti dovrebbero chiedersi come saranno utilizzati i dati che vengono forniti e se saranno usati da algoritmi ad hoc.

“In poche parole grazie a questo meme oggi è possibile costruire un database molto ampio di fotografie, attentamente etichettate, che mostrano le persone com’erano dieci anni fa e come sono oggi”, ha detto la scrittrice che ha poi affrontato l’argomento su Wired Usa, per accendere una luce sulla profondità e l’ampiezza dei dati personali che condividiamo senza troppe riserve.  Andrebbe aggiunto che nella maggioranza dei casi gli scatti pubblicati sono già presenti, quindi disponibili, sui social ma i profili non sono per forza gestiti in ordine cronologico.

Il paragone rende il lavoro più semplice con l’aggiunta di dettagli sul dove e sul come è stata scattata una foto, informazioni aggiunte in genere nella didascalia. Un lavoro, hanno notato alcuni, che potrebbe essere complicato dalla presenza di immagini false e paragoni ironici. Secondo la O’Neill gli algoritmi sono abbastanza sofisticati e capaci di distinguere un volto umano. Facebook fa sapere che si tratta di un meme diventato virale in maniera autonoma e che gli utenti possono scegliere se attivare o meno il riconoscimento facciale.

Una tecnologia che può rivelarsi utile per ritrovare bambini scomparsi o delinquenti latitanti, dall’altra permette un controllo e una sorveglianza costante. In questo senso può essere citato il caso di Cambridge Analytica che grazie ad un’applicazione di Facebook, scaricata da 270 milioni di utenti ignari, è riuscita a ottenere dati su 70 milioni di profili con test, quiz e giochi. Qualcuno può trovare questo discorso paranoico ma la tecnologia solleva sempre più spesso problemi legati alla privacy: l’utente è davvero consapevole?

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Caltanissetta, due pm che indagavano sulla latitanza di Messina Denaro a processo per rivelazione di segreto

Čet, 17/01/2019 - 17:36

Due magistrati che hanno dato la caccia a Matteo Messina Denaro sono a processo per rivelazione di segreto d’ufficio. Si tratta di Maria Teresa Principato e Marcello Viola, all’epoca rispettivamente procuratore aggiunto della Dda di Palermo e procuratore capo di Trapani. La prima ha coordinato le indagini sulla cattura del latitante ricercato dal 1993, mentre il secondo è stato a capo dell’ufficio inquirente trapanese fino al settembre 2016. Entrambi sono sotto processo davanti al tribunale di Caltanissetta ma per Viola i pm avevano chiesto l’archiviazione, respinta dal gip. In entrambi i procedimenti è imputato anche un appuntato di polizia giudiziaria della Guardia di Finanza, all’epoca applicato alla segreteria della Principato. Viola adesso è procuratore generale a Firenze, la Principato è alla Direzione nazionale Antimafia.

Negli ultimi vent’anni molte operazioni antimafia hanno portato all’arresto di amici e parenti di Messina Denaro: la maggior parte erano  coordinate da Principato. Blitz e inchieste che hanno portato anche a sequestri di beni, restringendo sempre di più il cerchio attorno al latitante. I fatti che hanno coinvolto i due pm risalgono al 2015 e le indagini sono rimaste top secret per oltre un anno. La prima inchiesta nasce in seguito ad alcune perquisizioni nell’abitazione dell’appuntato della Guardia di Finanza in servizio presso la segreteria della Principato. Nell’ottobre 2016 le fiamme gialle, indagando sul collega, rilevarono un sms in cui si faceva riferimento alla consegna di una pen drive al magistrato Viola contenente “copia informatica di atti coperti da segreto investigativo” riguardante la cattura del latitante Messina Denaro. L’episodio risaliva all’ottobre 2015, un mese dopo che il finanziere era stato allontanato dagli uffici della Procura per altre ragioni. Nonostante la pen drive non sia mai stata trovata, per questo episodio Viola e il militare della Finanza sono a processo per rivelazione del segreto d’ufficio. La procura di Caltanissetta a maggio 2018 aveva chiesto l’archiviazione dei due per “insussistenza del reato” ma adesso il gip del Tribunale nisseno ha disposto l’imputazione coatta.

Nella richiesta di archiviazione i pm Pasquale Pacifico e Claudia Pasciuti avevano scritto che è “processualmente accertato un continuo rapporto di collaborazione e di scambio di atti tra le Autorità Giudiziarie di Trapani e Palermo” aggiungendo che, nel caso dell’appuntato in servizio alla sezione di pg, “l’allontanamento era intervenuto contro la volontà della Principato e i rapporti tra i due erano rimasti sostanzialmente identici”. I pm – in seguito alla decisione del gip – entro i primi di febbraio dovranno riformulare i capi di imputazione e chiedere il rinvio a giudizio dei due imputati.

Il fascicolo di indagine sul magistrato Maria Teresa Principato è stato aperto a seguito di un interrogatorio da lei reso ai pm di Caltanissetta nell’ambito delle accuse a Viola e al finanziere. Il 9 ottobre 2017 la Principato venne ascoltata come persona informata sui fatti dal pm Pasquale Pacifico e al termine dell’interrogatorio telefonò all’appuntato della Finanza che per anni era stato applicato alla sua segreteria. “Indebitamente – hanno scritto i pm nella richiesta di rinvio a giudizio – rivelava al finanziere indagato notizie coperte dal segreto. Segnatamente riferiva all’indagato l’oggetto del procedimento penale e in particolare che lo stesso era relativo al rinvenimento nei dispositivi informatici dell’ indagato di ‘dati sensibili’ concernenti l’attività lavorativa e la sfera privata della stessa”. Per questi fatti il pm Pacifico ha chiesto il rinvio a giudizio e il gup ha disposto il processo abbreviato condizionato all’interrogatorio di Maria Teresa Principato che ha chiesto la fonoregistrazione del suo esame.

Il procedimento per cui Viola e l’appuntato della Guardia di Finanza sono sotto processo è uno stralcio del fascicolo originario in cui i due erano accusati del medesimo reato con “l’aggravante di aver favorito Cosa nostra”. La competenza delle indagini antimafia è riservata alle Procure distrettuali antimafia e nel distretto della Sicilia occidentale è la procura di Palermo a coordinare le inchieste sul territorio trapanese. In base a questo la procura di Caltanissetta riteneva che “lo scambio illecito di atti coperti da segreto investigativo” potesse oltre che violare un protocollo di coordinamento anche danneggiare le indagini della Dda di Palermo per la cattura di Messina Denaro. All’epoca dei fatti però la procura di Trapani aveva aperto un fascicolo per il reato di “associazione segreta”, previsto dalla Legge Anselmi e alcuni verbali di stretta competenza della Dda comprendevano informazioni sulla massoneria trapanese. Anche per questo la procura di Caltanissetta aveva chiesto l’archiviazione per Viola.

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Tifoso morto, arrestato Nino Ciccarelli: è uno dei capi della curva dell’Inter

Čet, 17/01/2019 - 17:30

Dopo il leader dei Boys, quello dei Viking. È stato arrestato oggi Nino Ciccarelli, uno dei capi curva dell’Inter, per gli scontri di Santo Stefano. L’ordinanza emessa dal gip Guido Salvini riguarda, da quanto si è appreso, anche Alessandro Martinoli, ultrà del Varese. Per gli scontri di via Novara, prima della partita Inter-Napoli del 26 dicembre, sono stati arrestati nelle scorse settimane altri quattro ultras interisti, tra cui Marco Piovella detto ‘il Rosso’, ritenuto capo dei Boys della curva nord nerazzurra, e Luca Da Ros, che ha collaborato alle indagini e ha ottenuto i domiciliari. Ciccarelli, che risultava già tra gli oltre 30 indagati per rissa aggravata e omicidio volontario (quest’ultima ipotesi ‘tecnica’ è contestata a tutti i presenti agli scontri), è il capo ‘storico’ di un altro gruppo della curva interista, i Viking.

Come scritto da Davide Milosa sul Fatto Quotidiano del 2 gennaio, Ciccarelli è un volto noto della criminalità milanese. A suo carico 5 Daspo (misura ancora in corso) e 12 anni di galera, tatuati sul corpo con dodici foglie. Reati da stadio per lo più, detenzione di coltelli, pestaggi come quello che portò alla morte del tifoso ascolano Nazareno Filippini. Era il 1988. Per quei fatti Ciccarelli se la cavò con un’accusa poi caduta per rissa: venne prima arrestato ma poi assolto. A metà anni Novanta fu coinvolto in un’associazione a delinquere per spaccio in curva. Con lui anche Vittorio Boiocchi, altro volto storico della curva, storicamente legato ad ambienti calabresi. Entrambi furono assolti. Boiocchi, che allo stato non risulta indagato, invece ha subito condanne in altro processo.

Con Ciccarelli oggi è finito in carcere anche Alessandro Martinoli, ultras del Varese, la cui tifoseria è gemellata a quella interista e di cui faceva parte anche Daniele Belardinelli, morto in via Novara forse investito da due auto degli ultras napoletani. Gli investigatori della Digos, inoltre, stanno facendo verifiche da settimane sui circa 180 ultras (oltre un centinaio di interisti e ‘gemellati’ e un’ottantina di napoletani) che erano presenti agli scontri, visionando le immagini delle telecamere della zona e video di privati cittadini. Nell’ordinanza di arresto di Ciccarelli, inoltre, si legge che il “giorno di Natale” in casa di Daniele Belardinelli ci fu “un incontro che è stato certamente propedeutico all’organizzazione dei fatti del giorno seguente”. È quanto scrive il gip Guido Salvini. La stessa vedova di Belardinelli ha messo a verbale che a Natale col marito e Marco Piovella, arrestato, c’erano Martinoli e “altri ultrà dell’Inter”. Non solo. Ciccarelli è stato “riconosciuto” in una foto mostrata a Luca Da Ros, che lo ha indicato come presente al pub ‘Cartoons‘ dove si incontrarono gli ultras prima degli scontri di Santo Stefano. Nelle immagini acquisite si vede Ciccarelli “claudicante e nell’atto di toccarsi il corpo” per “tamponare” le ferite dopo gli scontri. Si evince dall’ordinanza d’arresto. Sempre nell’ordinanza d’arresto si legge che Nino Ciccarelli ha una “particolare pericolosità” e può “facilmente” condizionare “altri tifosi” dato che è “conosciuto in tutto l’ambiente ultras”. Secondo quanto scrive il gip Guido Salvini, inoltre, Alessandro Martinoli, ultrà del Varese arrestato, è “aderente al gruppo più estremista all’interno della destra radicale ‘Blood and Honor‘”. Il gip sottolinea ancora anche il rischio “rappresaglie” dopo i fatti di Milano.

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Iva Zanicchi, il racconto a luci rosse in prima serata: “Ho visto dei batacchi tanti, ero tutta eccitata”

Čet, 17/01/2019 - 17:28

In collegamento dal Teatro Ciak di Milano, Iva Zanicchi è intervenuta a #Cr4 e, punzecchiata da Piero Chiambretti, ha raccontato un aneddoto molto piccante sulla sua vita privata, risalente a qualche tempo fa, quando con suo marito Fausto la vita sessuale era “fiacca”. Per cercare di risollevare la situazione allora, lei e il marito hanno decido di vedere un film porno. “Non avevo voglia, poi ci siamo messi sul divano – ha raccontato Iva -, ho iniziato a guardare e gli ho detto ‘ma sei scemo?’, io non avevo mai visto un film così però poi, dopo un po’, a furia di guardarlo, ho fatto ‘ooohh…ehhhh, ho visto delle robe…sijor Chiambretti dei bastoni, dei batacchi tanti e dopo un po’ mi sono emozionata…che le devo dire…”.

Qui Chiambretti la interrompe: “Va beh, il vantaggio di quei film è che si sa come vanno a finire”. “In quel caso successe che io mi sentivo un po’ così, tutta eccitata e dissi ‘Pippi andiamo a letto…’. Lui mi rispose ‘vai avanti te che voglio vedere come va a finire’. Giuro è la verità, è la verità”, ha risposto lei concludendo il racconto.

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Boldrini, Camiciottoli condannato a risarcirla. Ma le offese alle donne ormai sono la prassi

Čet, 17/01/2019 - 17:26

“Potremmo dargli gli arresti a casa della Boldrini, magari le mette il sorriso, che ne pensate?” questo fu il commento che Matteo Camiciottoli, sindaco di Pontinvrea, fece poco tempo dopo il feroce stupro di una donna commesso da un gruppo di giovani immigrati. Il fatto avvenne a Rimini nel settembre del 2017 . Un’offesa rivolta a Laura Boldrini, che allora era la terza carica dello Stato e a tutte le donne. Dopo poco più di un anno è arrivata la condanna da parte del tribunale di Savona. Il sindaco dovrà pagare 20mila euro di multa, 20mila euro di risarcimento a Laura Boldrini e anche le spese processuali. Se la sentenza sarà confermata nei tre gradi di giudizio, Camiciottoli potrà usufruire della condizionale evitando di pagare ventimila euro allo Stato italiano ma dovrà comunque risarcire Laura Boldrini e anche le cinque associazioni che si sono costituite parte civile. D.i.Re donne in rete contro la violenza, Differenza Donna, l’Udi, il Centro per non subire violenza di Genova e Se non ora quando di Torino hanno ottenuto un risarcimento simbolico: 100 euro ciascuna. Laura Boldrini ha dedicato la sentenza alla figlia perché abbia fiducia nella giustizia e a tutte le figlie d’Italia perchè non abbassino mai la testa di fronte alla violenza.

Abbiamo vinto!

Dedico questa sentenza a mia figlia, perché abbia sempre fiducia nella giustizia.

La dedico a tutte le figlie d’Italia, perché non abbassino mai la testa di fronte alla violenza!https://t.co/JfVUEWLLnN

— laura boldrini (@lauraboldrini) 15 gennaio 2019

L’avvocata Nadia Calafata, consulente legale del Centro antiviolenza Mascherona di Genova, incaricata da D.i.Re di rappresentarla nel processo, parla di due importanti riconoscimenti: “Questo processo e questa sentenza hanno riconosciuto il disvalore del linguaggio violento che sui social ormai da anni, colpisce soprattutto le donne e accogliendo la costituzione di parte civile delle associazioni che tutelano i diritti delle donne ha riconosciuto il danno che le ingiurie sessiste causano agli interessi e ai valori sostenuti da quelle associazioni”. Matteo Camiciottoli che non si è mai scusato, in aula si è difeso con una maldestra esibizione di mirror climbing: “Nessun invito allo stupro, ma solo una contestazione politica. Non inciterei mai allo stupro, anzi ritengo che per gli stupratori occorra l’ergastolo. Volevo solo fare una critica politica: se lei è così favorevole a un’immigrazione incontrollata, che include anche i delinquenti, allora forse ospitarli le avrebbe fatto piacere”.

Quello di Camiciottoli è stato uno dei tanti esempi di hate speech che in Italia colpisce in misura superiore le donne. Il 63% dei tweet negativi sono destinati a donne, lo rilevò nel 2017 la relazione finale della Commissione Jo Cox sui fenomeni di odio, intolleranza, xenofovia e razzismo, presieduta proprio da Laura Boldrini, dimostrando “l’esistenza di una piramide dell’odio alla cui base si pongono stereotipi, rappresentazioni false o fuorvianti, insulti, linguaggio ostile normalizzato o banalizzato e, ai livelli superiori, le discriminazioni e quindi il linguaggio e i crimini di odio”. Dalle parole si passa ai fatti. Non sono esenti dall’hate speech nemmeno i luoghi istituzionali che si contraddistinguono per attacchi sessisti contro deputate, senatrici, assessore, consigliere. Un linguaggio violento che è adottato anche da donne nei confronti di altre donne.

Il rovescio della medaglia dell’inciviltà sessista che è sempre sessuofobica e misogina, è il vanto sull’onorabilità delle “proprie donne” di partito. Nel marzo del 2018 Beppe Grillo sentenziò che “le donne del M5s sono diverse da quelle di Berlusconi non la danno nemmeno ai mariti“. Grattando dietro la patina sottile della battuta comica si coglie la ruggine di chi pur ironizzando, si fa garante della sessualità delle donne del proprio partito refrattarie al sesso perfino con i mariti e quindi di comprovata onorabilità e nello stesso tempo getta discredito sulle donne altrui che sono sessualmente attive e quindi sporche e poco onorabili? Una onorabilità che si riflette sul partito perché nella cultura machista e sessista, la morale sessuale delle donne è sempre stata riflesso dell’onorabilità degli uomini. Ma c’è anche di più. L’insulto sessista mortifica, deumanizza le donne, aggredisce la loro autorevolezza e non c’è arma più efficace dell’insulto che definisce una donna come un oggetto sessuale (ancor peggio quando si da il via alla rappresentazione in vignette o post di stupri virtuali) per depotenziarla e cercare di silenziarne parole e pensieri. E’ noto che Laura Boldrini è tra le politiche più colpite dalle ingiurie sessiste per le sue posizioni riguardo l’immigrazione e soprattutto i diritti delle donne. Spesso i politici hanno dato il via alla canea sui social che hanno riversato sulle pagine virtuali, insulti di una volgarità e violenza inaudite.

Nel Rapporto delle associazioni di donne sull’attuazione della Convenzione di Istanbul in Italia, trasmesso lo scorso ottobre al Consiglio d’Europa, si legge che la violenza verbale viene rivolta a donne di qualunque schieramento politico: “Dai tempi dell’ascesa di Berlusconi, la donna è stata rappresentata anzitutto come oggetto di fantasie/desideri sessuali da comprare o da relegare al tipico ruolo di moglie mantenuta. Nulla è cambiato con l’ingresso di nuovi protagonisti e politici, anzi il sessismo e la visione stereotipata delle donne sono stati sdoganati al punto da diventare normale nella dialettica politica. L’insulto o le offese sessiste o a sfondo sessuale hanno raggiunto nuove vette: Massimo de Rose (M5s) “le donne del Pd sono arrivate qui soltanto perché sono capaci di fare pompini“, Angelo Garbini di Sel per “difendere” l’ex ministra Kyenge alla quale Dolores Valandro (Lega) aveva augurato di essere stuprata, dichiarò “mollatela in un recinto con una ventina di negri” e nel 2016 Grillo lanciò il tweet “Boschi dove sei in tangenziale con la Pina” facendo riferimento esplicito alla attività di prostituzione in strada. Spesso al linguaggio violento dei politici si affianca il linguaggio violento dei giornali, Virginia Raggi venne appellata “Patata bollente” sulle pagine di Libere insultata con epiteti sessisti in altre occasioni. E come non ricordare i senatori Lucio Barani e Vincenzo D’Anna per i gesti osceni fatti in aula nei confronti della senatrice Barbara Lezzi? jwplayer("jwp-QPvjDhYd").setup({ playlist: [{"mediaid":"QPvjDhYd","description":"www.ilfattoquotidiano.it di Manolo Lanaro","pubdate":1443815599,"tags":"m5s,pd,youtube,lega nord,maria elena boschi,senato,Lucio Barani,Riforme,verdini,ala,Ddl Boschi,Bagarre Senato,verdiniani,Barbara Lezzi,scontro Barani - M5S","meride_embed_id":"24299","image":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/thumbs\/QPvjDhYd-720.jpg","title":"Senato, Senatrici e M5S furiose contro Barani (ALA), Taverna: \"Ha fatto cos\u00ec\"","variations":[],"sources":[{"type":"application\/vnd.apple.mpegurl","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/manifests\/QPvjDhYd.m3u8"},{"width":320,"height":180,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/QPvjDhYd-2kLOQlpN.mp4","label":"180p"},{"width":480,"height":270,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/QPvjDhYd-mgX5kRUd.mp4","label":"270p"},{"type":"audio\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/QPvjDhYd-jz9FGUIN.m4a","label":"AAC Audio"}],"tracks":[{"kind":"thumbnails","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/strips\/QPvjDhYd-120.vtt"}],"link":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/previews\/QPvjDhYd","duration":365}] });

Lo scenario è avvilente ed è davvero terribile che un uomo, un sindaco che rappresenta un’intera comunità, auguri uno stupro per far tornare il sorriso ad una donna. Sindaco Camiciottoli, le donne sorridono per molti motivi ma mai per uno stupro, per esempio abbiamo sorriso in tante quando abbiamo letto la sentenza del tribunale di Savona che ha condannato la violenza delle sue parole e le auguriamo che finalmente maturi in lei l’idea di chiedere scusa a Laura Boldrini e a tutte le donne.

@nadiesdaa

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Pedofilia, in vista del summit voluto dal Papa, la Cei approva regolamento nazionale per la tutela dei minori

Čet, 17/01/2019 - 17:01

La Chiesa italiana si prepara al summit sulla pedofilia organizzato da Papa Francesco in Vaticano. In  vista di questo importante appuntamento che si svolgerà dal 21 al 24 febbraio 2019 e al quale parteciperanno tutti i presidenti delle conferenze episcopali del mondo, il Consiglio permanente della Cei ha approvato il regolamento del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa. Tra i suoi compiti: il consiglio e il supporto alla Cei e ai singoli vescovi; la promozione e l’accompagnamento delle attività dei servizi regionali e inter diocesani; lo studio e la proposta di contenuti informativi e formativi, oltre che di strumenti operativi per consolidare nelle comunità ecclesiali una cultura della tutela dei minori, per rafforzare la sicurezza dei luoghi ecclesiali frequentati dai minori, per formare tutti gli operatori pastorali e prevenire ogni forma di abuso.

Il Servizio nazionale lavorerà in collegamento con gli altri uffici della Segreteria generale della Cei e con la Pontificia Commissione per la tutela dei minori. A guidarlo sarà monsignor Lorenzo Ghizzoni, arcivescovo metropolita di Ravenna-Cervia. Ai vescovi sono state presentate anche le indicazioni per la costituzione dei Servizi regionali e inter diocesani. L’obiettivo è quello di contribuire a diffondere in modo concreto una cultura della prevenzione, fornire strumenti di formazione e informazione e protocolli procedurali aggiornati. Di non meno rilievo è il fatto che accanto a un livello nazionale e un livello inter diocesano, possa esserci sempre, a livello locale, un referente diocesano di supporto al vescovo.

In vista del summit sugli abusi, il Papa ha chiesto a tutte le conferenze episcopali del mondo di incontrare alcune vittime. È quello che farà anche la Cei, come ha spiegato il segretario generale, monsignor Stefano Russo. L’incontro con le vittime si terrà in due momenti: prima del summit a livello più ristretto, ovvero durante il Consiglio di presidenza, e dopo con l’intero Consiglio permanente. Sull’entità del fenomeno della pedofilia del clero in Italia monsignor Russo ha precisato che “il Servizio nazionale per la tutela dei minori ci permetterà di avere un’informazione più precisa, stiamo lavorando a un questionario per l’incontro di febbraio. Il Servizio ci permetterà di identificare gli insabbiamenti. Non è ancora possibile ora avere un dato, le denunce sono fatte alla Congregazione per la dottrina della fede e non passano dalla Cei. Ora si inizia un lavoro di rete”. Il direttore ad interim della Sala Stampa della Santa Sede, Alessandro Gisotti, ha spiegato che “l’incontro di febbraio sulla protezione dei minori ha uno scopo concreto: il fine è che tutti i vescovi abbiano assolutamente chiaro che cosa bisogna fare per prevenire e combattere il dramma mondiale degli abusi sui minori. Papa Francesco sa che un problema globale si può affrontare solo con una risposta globale. E vuole che l’incontro sia una riunione di pastori, non un convegno di studi. Un incontro di preghiera e discernimento, catechetico e operativo”.

“Per il Santo Padre, – ha aggiunto Gisotti – è fondamentale che tornando nei loro Paesi, nelle loro diocesi, i vescovi venuti a Roma siano consapevoli delle regole da applicare e compiano così i passi necessari per prevenire gli abusi, per tutelare le vittime, e per far sì che nessun caso venga coperto o insabbiato. Rispetto alle grandi aspettative che si sono create intorno all’incontro è bene sottolineare che la Chiesa non è al punto di partenza nella lotta agli abusi. L’incontro è la tappa di un cammino doloroso, ma senza battute d’arresto, che la Chiesa sta percorrendo con decisione da oltre quindici anni”.

Il summit di febbraio prevede sessioni plenarie, gruppi di lavoro, momenti di preghiera comuni con ascolto di testimonianze, una liturgia penitenziale e una celebrazione eucaristica finale. Il Papa sarà presente per l’intera durata del meeting e ha affidato al gesuita padre Federico Lombardi il compito di moderare le sessioni plenarie dell’incontro. Proprio l’ex direttore della Sala Stampa della Santa Sede ha spiegato che “parlare degli abusi sessuali da parte dei membri del clero è un tema doloroso e spiacevole. A volte, anche in ambienti di Chiesa si sente dire che è ora di cambiare argomento, che non è giusto dare troppo peso a questo tema, perché se ne resta oppressi e la questione viene ingigantita. Ma questa è una strada sbagliata. Se la questione non viene affrontata fino in fondo nei suoi diversi aspetti, la Chiesa continuerà a trovarsi davanti a una crisi dopo l’altra, la credibilità sua e di tutti i suoi sacerdoti ne resterà ferita gravemente, e soprattutto ne soffrirà la sostanza della sua missione di annuncio evangelico e di lavoro educativo per l’infanzia e per la gioventù, che è stato da secoli uno degli aspetti più belli e preziosi del suo servizio per l’umanità”.

Un’occasione epocale, dunque, per una svolta significativa nel contrasto alla pedofilia del clero. Soltanto recentemente sono emersi ulteriori e gravissimi scandali: dal Cile, dove si sono dovuti dimettere in massa tutti i vescovi accusati di aver coperto gli abusi dei loro preti, agli Stati Uniti. Per Francesco “è imprescindibile che come Chiesa possiamo riconoscere e condannare con dolore e vergogna le atrocità commesse da persone consacrate, chierici, e anche da tutti coloro che avevano la missione di vigilare e proteggere i più vulnerabili. Chiediamo perdono per i peccati propri e altrui”. I mea culpa però non bastano. Per Bergoglio, infatti, “la coscienza del peccato ci aiuta a riconoscere gli errori, i delitti e le ferite procurate nel passato e ci permette di aprirci e impegnarci maggiormente nel presente in un cammino di rinnovata conversione”. Parole che dovranno tradursi in indicazioni concrete nel summit mondiale sugli abusi.

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L’Antartide si scioglie sempre più velocemente. E le conseguenze sono già irreversibili

Čet, 17/01/2019 - 17:00

di Tosca Ballerini

Il 70% dell’acqua dolce della Terra si trova nella calotta polare antartica, una coltre di ghiaccio formatasi 34 milioni di anni fa che si estende per 14 milioni di chilometri quadrati e ricopre circa il 98% dell’Antartide. Nella calotta antartica sono contenuti tra i 25 e i 30 milioni di chilometri quadrati di ghiaccio, e se si sciogliesse tutta il livello medio del mare salirebbe di 57 metri.

Normalmente, l’accumulo di nevicate all’interno del continente antartico dovrebbe bilanciare le perdite di ghiaccio dovute ad erosione, fusione e distacco di iceberg. Il problema è che la calotta antartica non è più in uno stato di equilibrio e le perdite di ghiaccio sono superiori alla formazione di nuovo ghiaccio. Secondo uno studio pubblicato il 14 gennaio sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences, dal 1979 al 2017 le perdite annuali di ghiaccio sono aumentate di 6 volte, passando da 40 gigatonnellate (cioè 40 miliardi di tonnellate) all’anno nel periodo 1979-1990 a 252 gigatonnellate all’anno nel periodo 2009-2017 e causando un aumento del livello medio globale del mare di 1,4 cm durante il periodo di studio.

La ricerca, condotta da glaciologi dell’University of California a Irvine, del Nasa’s Jet Propulsion Laboratory e della Netherlands’ Utrecht University, ha preso in considerazione 176 bacini in 18 regioni dell’Antartide e ha considerato anche le isole circostanti. I ricercatori hanno scoperto che le maggiori perdite di ghiaccio sono state concentrate nelle zone vicine all’acqua profonda circumpolare, una massa d’acqua calda che in media ha una temperatura di 3,5°C sopra alla temperatura di congelamento dell’acqua di mare. Questo risultato è coerente con studi precedenti che hanno mostrato come a causa del riscaldamento terrestre ci sia stato un cambiamento nella direzione dei venti attorno all’Antartide, i quali soffiano adesso verso il continente spingendo l’acqua profonda circumpolare verso la piattaforma continentale. Qui questa massa d’acqua calda entra in contatto con i ghiacciai della calotta che arrivano in mare e ne determina lo scioglimento alla base.

Secondo Eric Rignot, autore principale dello studio, la perdita di massa della calotta e il contributo all’aumento del livello medio del mare misurati durante lo studio non sono altro che la punta dell’iceberg del problema. Infatti, a causa del riscaldamento terrestre, sempre maggiori quantità di calore saranno inviate verso l’Antartide, contribuendo allo scioglimento della calotta antartica e quindi, conclude il ricercatore, dobbiamo aspettarci un aumento di molti metri del livello del mare nei prossimi secoli.

Temperature dell’oceano più alte di sempre

Queste previsioni sono confermate da un rapporto redatto da un team di ricerca internazionale e pubblicato il 16 gennaio sulla rivista Advances in Atmospheric Research, che mostra come il 2018 sia stato l’anno più caldo mai registrato per l’oceano globale. L’aumento di calore nel 2018 rispetto al 2017 è stato di circa 388 volte superiore alla produzione totale di elettricità della Cina nel 2017 e circa 100 milioni di volte in più rispetto alla bomba di Hiroshima.

I ricercatori pronosticano chela quantità di calore oceanico continuerà a salire, determinando un aumento del livello del mare dovuto allo scioglimento dei ghiacciai e l’espansione termica dell’acqua. Questo determinerà a sua volta tutta una serie di conseguenze a cascata, come ad esempio la contaminazione di pozzi d’acqua dolce con acqua salata e impatti negativi sulle infrastrutture costiere, tempeste e più intense e la morte dei coralli. Il riscaldamento terrestre ha già causato delle conseguenze irreversibili, come la perdita di massa della calotta glaciale antartica, destinata ad accentuarsi nel futuro.

Per Lijing Cheng, autore principale del rapporto e ricercatore presso l’International Center for Climate and Environment Sciences dell’Accademia cinese delle scienze a Pechino, i nuovi dati pubblicati nel rapporto, insieme al ricco corpus di pubblicazioni scientifiche già esistenti, servono come ulteriore avvertimento sia ai governi che al pubblico in generale che stiamo vivendo un inevitabile riscaldamento globale. È necessario, dice il ricercatore, mettere in atto subito delle azioni di mitigazione per ridurre al minimo le future tendenze al riscaldamento.

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Colombia, autobomba all’Accademia di polizia di Bogotà: 9 morti, oltre 40 feriti

Čet, 17/01/2019 - 16:55

Un’autobomba è esplosa all’Accademia di polizia di Bogotà. Il ministero della Difesa parla di almeno nove morti, tutti agenti di polizia, e 41 feriti. Sta prendendo forza l’ipotesi che sia stato un kamikaze l’autore di quello che le autorità hanno già definito un “attentato“. L’auto infatti sarebbe entrata “all’improvviso” nel cortile della scuola, sfondando le barriere, dopo che un cane addestrato aveva fiutato la presenza di esplosivo a bordo. L’autista ha accelerato bruscamente, travolgendo un agente e schiantando il veicolo, che è esploso, contro l’ingresso di un edificio interno del compound. jwplayer("jwp-Z4Wjfd8e").setup({ playlist: [{"mediaid":"Z4Wjfd8e","description":"","pubdate":1547745997,"tags":"bomba,mondo,colombia,bogot\u00e0","image":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/thumbs\/Z4Wjfd8e-720.jpg","title":"Colombia, autobomba all\u2019Accademia di polizia di Bogot\u00e0: \u201c8 morti\u201d","variations":[],"sources":[{"type":"application\/vnd.apple.mpegurl","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/manifests\/Z4Wjfd8e.m3u8"},{"width":320,"height":180,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/Z4Wjfd8e-2kLOQlpN.mp4","label":"180p"},{"width":480,"height":270,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/Z4Wjfd8e-mgX5kRUd.mp4","label":"270p"},{"type":"audio\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/Z4Wjfd8e-jz9FGUIN.m4a","label":"AAC Audio"}],"tracks":[{"kind":"thumbnails","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/strips\/Z4Wjfd8e-120.vtt"}],"link":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/previews\/Z4Wjfd8e","duration":86}] });

La bomba è esplosa alla General Santander Police School nel sud della capitale. Le immagini sui social media mostrano i resti di un veicolo in fiamme nell’area di parcheggio della scuola di polizia, con a fianco i resti di un cadavere. L’esplosione ha innescato un incendio e mandato in frantumi le finestre degli edifici vicini. Sul posto sono giunti i vigili del fuoco e varie ambulanze, mentre le forze dell’ordine hanno isolato la zona. Fonti dell’intelligence colombiana hanno ipotizzato che l’attentatore si proponesse di parcheggiare il furgone e farlo poi esplodere con un comando a distanza. Ma, di fronte all’intervento dell’unità cinofila, ha dovuto modificare il suo piano. jwplayer("jwp-MxiwLbXp").setup({ playlist: [{"mediaid":"MxiwLbXp","description":"","pubdate":1547746131,"tags":"bomba,mondo,colombia,bogot\u00e0","image":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/thumbs\/MxiwLbXp-720.jpg","title":"Colombia, autobomba all\u2019Accademia di polizia di Bogot\u00e0","variations":[],"sources":[{"type":"application\/vnd.apple.mpegurl","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/manifests\/MxiwLbXp.m3u8"},{"width":320,"height":180,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/MxiwLbXp-2kLOQlpN.mp4","label":"180p"},{"width":480,"height":270,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/MxiwLbXp-mgX5kRUd.mp4","label":"270p"},{"width":720,"height":406,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/MxiwLbXp-DGOVPaTh.mp4","label":"406p"},{"width":1280,"height":720,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/MxiwLbXp-00rmffRE.mp4","label":"720p"},{"type":"audio\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/MxiwLbXp-jz9FGUIN.m4a","label":"AAC Audio"}],"tracks":[{"kind":"thumbnails","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/strips\/MxiwLbXp-120.vtt"}],"link":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/previews\/MxiwLbXp","duration":46}] });

Con un messaggio sul loro account Twitter ufficiale, le Forze armate colombiane “condannano l’attacco terroristico di cui è stata vittima la polizia colombiana. Esprimiamo solidarietà e mettiamo a disposizione tutte le nostre capacità per trovare i responsabili di questo atto atroce“. Intanto il presidente Iván Duque e il ministro della Difesa, Guillermo Botero, che si trovavano a Quibdó, nel dipartimento del Chocó, dove doveva tenersi un Consiglio di sicurezza che è stato cancellato, hanno fatto ritorno a Bogotà.  “La Colombia si rattrista ma non si piega davanti alla violenza”, ha scritto il capo dello Stato su Twitter.

Era dal 2006 che in Colombia non si assisteva a un episodio di questa gravità. Al momento, l’attacco non è stato rivendicato, né ci sono indicazioni sui possibili autori. Il precedente presidente, Juan Manuel Santos, nel 2016 ha firmato uno storico accordo di pace con i guerriglieri delle Farc, mentre rimane attivo L’Esercito di liberazione nazionale, altra organizzazione guerrigliera.

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Medico salva la vita a una bimba nata dopo 12 ore in sala parto, poi muore d’infarto

Čet, 17/01/2019 - 16:49

Ha fatto di tutto per cercare di rianimare quella bimba nata dopo un difficile travaglio durato 12 ore e ci è riuscito. Ma poi, proprio mentre la piccola emetteva i suoi primi vagiti, si è accasciato lui in terra, colpito da un infarto. È  successo martedì sera nell’ambulatorio di base di Patanda, nel distretto di Midnapore, in India. L’episodio, raccontato dal Times of India, ha suscitato grande emozione nel Paese dove il medico è stato salutato come un eroe.

Bibhas Khutia, questo il nome del ginecologo di 48 anni, lavorava da quindici anni nel centro di salute di base del distretto. Quel giorno, in mattinata gli si era presentata una donna con le doglie e il suo parto era stato più complicato del previsto: assistita dal medico e da una infermiera, la donna era riuscita a far nascere la sua bimba,  dopo oltre 12 ore di travaglio. La neonata, però, non dava segni di vita così lui ha fatto di tutto per salvarla ma il suo cuore non ha retto alla tensione. L’infermiera, che non disponeva di un defibrillatore, non è riuscita a quel punto a salvare anche lui: Bibhas è arrivato alla clinica della città più vicina già privo di vita.

Alcuni suoi conoscenti hanno raccontato ai giornali locali che soffriva da tempo di crisi coronariche, ma che, troppo preso dal lavoro, che per lui era quasi una missione, cui dedicava anche venti ore al giorno, per la mancanza di altri medici nella zona, non aveva trovato il tempo di allontanarsi per sottoporsi ad una angiografia.

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