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Che tempo che fa, Malagò: “Mi auguro e penso che Tavecchio si dimetterà in consiglio federale”

Pon, 20/11/2017 - 09:01

Il presidente del Coni Giovanni Malagò ospite di Fabio FazioChe Tempo che fa (Rai 1) è intervenuto sulle dimissioni di Tavecchio dalla Figc dopo la disfatta della Nazionale: “Mi auguro e penso, sulla base delle informazioni che ho,  che domani Tavecchio si dimetterà in Consiglio Federale”

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Egitto, il fotoreporter Shawkan è ancora in carcere. Ma il giornalismo non è un crimine

Pon, 20/11/2017 - 08:58

Superati quattro anni e tre mesi di carcere, dopo quasi 40 rinvii, domani al Cairo si terrà l’ennesima udienza del processo contro il foto-giornalista egiziano Mahmoud Abu Zeid, detto Shakwan.

Shawkan, 30 anni compiuti pochi giorni fa, è stato arrestato il 14 agosto 2013 mentre si trovava, per conto dell’agenzia fotografica Demotix di Londra, in piazza Rabaa al-Adawiya, al Cairo, a documentare il violentissimo sgombero di un sit-in della Fratellanza musulmana. Fu un massacro, il primo dell’era al-Sisi, con centinaia e centinaia di morti in un solo giorno. Qui Mark Giglio, corrispondente per BuzzFeed, ricorda quelle ore.

Dalla prima volta che Shawkan è comparso di fronte a un giudice, il 14 maggio 2015, il processo viene purtroppo regolarmente aggiornato. Le sue condizioni di salute sono sempre più precarie. Qui, una lettera scritta dal carcere ormai un anno e mezzo fa.

Shawkan rischia una condanna all’ergastolo per questo lungo elenco di accuse: “adesione a un’organizzazione criminale”, “omicidio”, “tentato omicidio”, “partecipazione a un raduno a scopo di intimidazione, per creare terrore e mettere a rischio vite umane”, “ostacolo ai servizi pubblici”, “tentativo di rovesciare il governo attraverso l’uso della forza e della violenza, l’esibizione della forza e la minaccia della violenza”, “resistenza a pubblico ufficiale”, “ostacolo all’applicazione della legge” e “disturbo alla quiete pubblica”.

Il suo “reato” è solo quello di aver fatto il suo lavoro. Si chiama giornalismo.

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Sessismo, autocorrezione dei testi scolastici per la parità di genere: “Continuano a veicolare stereotipi”

Pon, 20/11/2017 - 08:39

Cosa pensereste a vedere una bambina di otto anni, mentre fa i compiti da sola, sottolineare sul libro di testo ogni professione declinata al maschile e accanto scrivere il mestiere al femminile? “Mi ha molto colpito sentirmi dire da mia figlia che non esistono solo ‘gli archeologi’ ma anche ‘le archeologhe‘”, racconta Maria Coletti, mamma del quartiere orientale romano di Torpignattara. Sua figlia è solo una dei piccoli partecipanti del laboratorio “A che genere giochiamo?”, un progetto di autocorrezione dei testi scolastici. “I libri di testo, strumento didattico fondamentale nelle scuole di ogni ordine, veicolano, in modo più o meno esplicito, contenuti sessisti o razzisti”, racconta Giusy Cicciò, operatrice di teatro sociale e socia di Dalia – Donne Autodeterminate e Libere in Azione. Partito nel 2013, in cinque anni il progetto ha coinvolto circa 250 alunni di una scuola primaria romana per un ciclo di laboratori che mira a educare i bambini al rispetto delle differenze, contrastando il radicarsi di pregiudizi e stereotipi. “Le donne spesso spariscono dai testi di letteratura e di storia, come da quelli di fisica e di biologia. Molto spesso nei problemi di aritmetica solo la mamma va a fare la spesa, mai il papà – precisa Roberta Marciano, educatrice e socia del progetto – Come docenti, educatrici e mamme ci siamo chieste, allora, come fare a correggerli e riscriverli insieme agli studenti e alle studentesse delle nostre classi, per fare in modo che questa pratica didattica risulti efficace a decostruire gli stereotipi che la scuola continua a veicolare”.

Alla base della violenza c’è squilibrio tra femmine e maschi

Anima e corpo di “A che genere giochiamo?”, il centro antiviolenza e l’associazione Dalia del quartiere Pigneto di Roma. “Lavorando allo sportello antiviolenza ci siamo rese conto che alla base della violenza c’è uno squilibrio tra i generi”, continua Roberta Marciano. “Secondo la nostra esperienza la violenza sulle donne non è imputabile a fattori sociali o di nazionalità ma è un problema culturale – continua l’educatrice –. Per prevenirla è fondamentale un intervento precoce, andando a parlare direttamente dai bambini della scuola primaria”. Ma come introdurre ai bambini e alle bambine delle elementari temi come il sessismo, il razzismo o la violenza di genere? Dalia ha scelto di farlo partendo dai linguaggi che sono a loro più vicini: i libri di testo e le favole.

Le volontarie dell’associazione leggono i manuali insieme ai bambini e spiegano loro che accanto all’uomo primitivo esisteva anche la donna primitiva, che non esistono solo gli scienziati ma anche le donne di scienza o interrogarsi sul perché, nelle illustrazioni, sono quasi sempre presenti uomini mentre le femmine sono relegate in trafiletti laterali. Partendo dal riflettere con i bimbi delle differenze di genere, il gruppo romano arriva poi a cercare di spogliare i più piccoli dagli stereotipi che ancora troppo spesso sono loro giustapposti dagli adulti. “Un femminile legato alla bellezza e un maschile legato alla forza, che deve reprimere le sue emozioni e non piangere mai – racconta Roberta Marciano -. Può sembrare datato, e invece abbiamo visto che sono ancora questi i modelli a cui i cartoni animati o i libri cercano di fare assimilare i bambini”.

Incredibile vedere quanto i bambini siano ricettivi e in grado di superare gli stereotipi e il loro punto di vista

Ecco quindi il terzo momento del laboratorio, quello in cui gli alunni sono colti dallo stupore. La sorpresa di vedere arrivare in classe un’archeologa donna, a differenza da come è declinata questa professione sui manuali di storia, o leggere una fiaba in cui a salvare la principessa è una ragazza, non un cavaliere, fino ad arrivare a decidere insieme che non esistono sport per maschi o per femmine. “Questo lavoro con i bimbi potrebbe esser capace di creare una società di pari opportunità e inclusiva delle donne, ed è incredibile vedere quanto i bambini siano ricettivi e in grado di superare gli stereotipi e il loro punto di vista”, racconta Giusy Cicciò. “Da decenni è ferma in Parlamento una proposta di legge per una riforma che faccia entrare nella scuola un percorso di educazione socio affettiva, e invece proprio questo tipo di prevenzione potrebbe essere la chiave per ridurre la violenza nella nostra società”.

Per portare questo progetto al di fuori delle classi di Torpignattara, Dalia – insieme ad altre sette realtà romane – questo autunno ha dato vita alla seconda edizione di Impunita, festival della cultura critica dell’infanzia. Un festival permanente visto che si sviluppa in incontri e riunioni lungo tutto l’anno. Al centro, proprio il mondo dell’infanzia. “I bambini e le bambine sono diversi: noi non vogliamo mettere in discussione questa diversità, il punto è che questa diversità non deve comportare una discrepanza dei diritti – continua Marika Marianello, insegnante di spagnolo alle superiori e parte del collettivo Cattive Maestre, tra le organizzatrici di Impunita -. Ricco-povero, bianco-nero, uomo-donna sono binomi che creano dei giochi di potere. I bambini, dal punto di vista pratico, vivono questi stereotipi”, ad esempio quando diciamo loro che esistono sport da maschio o giochi che le femmine non possono fare”.

Ricco-povero, bianco-nero, uomo-donna sono binomi che creano dei giochi di potere

Il problema, continua Marianello, “è che si pensa che il nostro sia un movimento che riguarda solo le donne, mentre la parità di genere è una visione alternativa rispetto alla realtà attuale che comprende soprattutto gli uomini. E invece, anche da adulti, si continua a fare maschi contro femmine”. Ed è proprio per ridurre questa conflittualità, che le maestre e le educatrici di Torpignattara cercano di spiegare ai bambini e alle bambine il reale rispetto verso l’altro. Fino a che, cliché dopo cliché, le bambine, non riescono più a stare al loro posto. Perché quando si spiega a una femminuccia che il rosa non è il solo colore che può indossare e anche anche lei, come i maschietti, ha il diritto di urlare, arrampicarsi e sporcarsi il vestito, è difficile che una bimba abbia intenzione di tornare indietro a indossare i panni della calma principessina. “Qualche tempo fa eravamo in montagna e, durante una sosta, un bambino più grande di mia figlia le ha detto che non era una bambina perché era vestita di azzurro – racconta Maria Coletti -. Sarà stato l’influsso del laboratorio di Dalia, ma la piccola di otto anni ha risposto che non solo le piace il colore azzurro, ma adora anche le tigri. E poi è tornata da sua mamma, che osservava la scena, quasi per rasserenarla: “Tranquilla, l’ho messo a posto io”.

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Charles Manson morto, il fondatore della setta che fece la strage di Bel Air era in carcere dal 1969

Pon, 20/11/2017 - 08:33

Charles Manson, uno dei criminali più feroci del ventesimo secolo, è morto in un ospedale della California. Aveva 83 anni. Nell’agosto del 1969 alcuni suoi seguaci – noti come la “Manson family” – commisero un massacro tra i più efferati della storia recente: entrarono nella residenza di Cielo Drive, a Los Angeles, e uccisero la 26enne Sharon Tate, moglie del regista Roman Polanski e incinta all’ottavo mese, gli amici Jay Sebring, Wojciech Frykowski e Abigail Folger e il venditore Steven Parent.

L’assassinio, passato alla storia come la strage di Bel Air, ebbe forte risonanza mediatica e la setta ne derivò un’enorme e macabra popolarità. Manson, nato il 12 novembre 1934 a Cincinnati in Ohio, era già entrato e uscito molte volte dal carcere, dopo un’infanzia difficile in cui era stato trascurato dai genitori ed era finito a vivere per strada. In seguito, ha raccontato di aver subito violenze e abusi sessuali. Di altrettanti è stato accusato. Dopo la metà degli anni ’60, mentre era libero, Manson cominciò ad attirare attorno a sé molti adepti, uomini e donne provenienti da vari gruppi sociali. Si presentò loro come una figura paterna, un punto di riferimento, un amante, un mentore: ne nacque la ‘Famiglia’, in cui si fusero anche le credenze in Scientology e in Satana e l’odio per i neri.

.meride-video-container{width:100%!important; height:0 !important; padding-top:56% !important;} .meride-video-container > video, .meride-video-container > object {position: absolute; top:0; left:0; width: 100% !important; height:100% !important} @media screen and (min-width: 641px){ .left-column .meride-video-container{width:675px!important; max-width:675px!important; padding-top:70% !important;} } In questo periodo nacque la sua ideologia ‘Helter Skelter’, derivata dall’interpretazione di Manson della canzone dei Beatles, in cui lesse l’avvicinarsi di una guerra tra ‘razze’. Dopo una serie di omicidi seriali commessi dai membri della sua setta, nell’agosto 1969 avvenne l’assassinio passato alla storia per la sua efferatezza: quello nella casa di Polanski. I suoi adepti erano armati di pistole, un revolver e una corda di nylon lunga 13 metri. Nessuno degli occupanti della casa fu risparmiato, non ci furono sopravvissuti. Polanski si salvò perché si trovava all’estero per lavoro. Il giorno successivo furono uccisi in un altro spietato crimine Leno e Rosemary LeBianca, sempre a Los Angeles.

Gli omicidi seriali proseguirono e voci sul coinvolgimento della setta, che in quel periodo viveva nello Spahn Ranch, cominciarono a circolare. Manson fu inizialmente arrestato per droga, poi incriminato anche per gli omicidi grazie alla delazione di alcuni ex adepti. Il processo contro Manson e le sue “ragazze” – complici e tra le esecutrici materiali dei suoi delitti, giovani che erano entrate a far parte del gruppo di ragazzi che lo seguiva perché attratto dal suo carisma e lo considerava un leader religioso oltre che morale – iniziò il 15 giugno del 1970 ed è stato uno dei più lunghi e costosi della storia criminale degli Stati Uniti. Nel 1971 Manson, considerato il mandante degli assassinii, fu condannato a morte (pena poi convertita in ergastolo perché la California abolì la pena capitale) per il suo ruolo in questi ultimi omicidi. Altre condanne analoghe furono inflitte a vari suoi seguaci. Manson si era presentato in tribunale con una X tatuata in fronte, che in seguitò trasformò in una svastica. Per più di 10 volte gli è stata negata la libertà sulla parola, mentre per oltre 45 anni è stato rinchiuso nella prigione statale di Corcoran, in California. E’ morto in ospedale a Bakersfield, in California, dove si trovava in fin di vita per un’emorragia intestinale.

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Islamofollia, Belpietro: “Ormai se attribuisci attentati all’Islam finisci in tribunale”

Pon, 20/11/2017 - 08:31

“Oggi è molto difficile parlare di Islam e soprattutto dei collegamenti che ci sono in tante vicende che sono accadute in questi anni. Ormai non si può più dire che alcuni attentati terroristici sono di matrice islamica altrimenti si viene trascinati in tribunale”. Lo ha detto Maurizio Belpietro a margine della presentazione del suo ultimo libro “Islamofollia” (edito da Sperling & Kupfer) scritto insieme a Francesco Borgonovo. Il direttore de “La verità” ha poi commentato la possibilità che il parlamento approvi lo ius soli: “Non penso sia la soluzione ai problemi d’integrazione di questo paese. Non c’è però un collegamento tra ius soli ed emergenza immigrazione. L’emergenza esiste solo perché c’è un governo che non è capace di governare l’immigrazione”

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Ostia, Di Pillo (M5s): “Effetto Raggi c’è ed è positivo”. Raggi: “Grande vittoria, i cittadini sono con noi”

Pon, 20/11/2017 - 08:15

“Ringrazio che sono andati al voto e ci hanno votato e che hanno capito che non avendo qui mai governato il M5s aveva bisogno di un’occasione e dunque da subito io mi metterò a lavoro, anche per ridare fiducia a quei cittadini che oggi sono disamorati della politica”. Queste le prime parole di Giuliana Di Pillo arrivando nella sala stampa del X Municipio ad Ostia, dopo aver vinto il ballottaggio contro Monica Picca, esponente del centrodestra.

“Ringrazio la sindaca Raggi, perché evidentemente l’effetto Raggi e M5s qua si è visto e si visto in senso positivo”. Poco dopo arriva anche la Sindaca di Roma, Virginia Raggi: “Bella vittoria dei cittadini. i cittadini sono con noi, stanno riconoscendo il grande lavoro che stiamo facendo – afferma la Raggi – noi ci siamo sempre sentito molto forti. Questa è la conferma che i cittadini sono con noi”.

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Rifiuti, il Tar dà torto a Nogarin: “Per Livorno azienda unica con le altre città”. Ora rischia anche il concordato di Aamps

Pon, 20/11/2017 - 08:13

Livorno non può avere un servizio di raccolta rifiuti separato dalle altre province della costa della Toscana e quindi Aamps non potrà avere l’affidamento dal Comune fino al 2030, come nei progetti del sindaco Filippo Nogarin, mettendo a rischio il buon esito del concordato preventivo. A deciderlo è stato il Tar di Firenze che ha così accolto il ricorso dell’Ato, l’ambito territoriale costituito dalla Regione. Non sono le uniche conseguenze della sentenza del Tar, che ha anche riacceso i malumori mai sopiti di altri sindaci entrati in Reti Ambiente e ha fatto emergere nuove spaccature tutte interne al Pd.

Lo scontro giudiziario tra Ato e M5s riflette quello politico: va avanti dal 2014, quando, contro gli impegni già presi dal predecessore Alessandro Cosimi (Pd), Nogarin decide di non far entrare la municipalizzata livornese dentro Reti Ambiente.

Reti Ambiente è la società creata nel 2011 in seno all’Ato Toscana Costa e destinata al servizio di igiene urbana in 101 comuni delle province di Pisa, Livorno, Massa Carrara e Lucca. E il piano dell’Ato è far entrare dentro quel contenitore tutte le aziende di nettezza urbana del territorio e offrire poi il 45 per cento a un socio privato tramite gara. Ma Nogarin non vuole né il socio privato né un’unica azienda centralizzata e, appunto, affida in via diretta il servizio ad Aamps fino al 2030. La società è agonizzante e il fallimento viene evitato in extremis tentando la carta del concordato preventivo. L’Ato però non ci sta: così, mentre la gara per individuare il soggetto privato va avanti tra rallentamenti e ritardi e viene alla fine annullata nel gennaio 2017, presenta due ricorsi al Tar. Che ora le dà ragione: continuare a far svolgere il servizio alla municipalizzata comunale con un affidamento diretto, per i giudici amministrativi rappresenta “una pretesa contraria alla legge e neppure giustificata dall’intervenuta ammissione di Aamps al concordato preventivo”.

Il punto, per il Tar di Firenze, è che “non è il fruttuoso avvio della gestione di ambito a dover dipendere dall’ammissione di Aamps al concordato, quanto, semmai, è quest’ultima a essere condizionata dalla residua durata dell’affidamento, la quale, per definizione, non può eccedere quella del periodo transitorio” per poi entrare in Reti Ambiente. “Adesso invito il sindaco Nogarin a rivedere la sua posizione di ostilità a prescindere, sposando il percorso avviato con Reti Ambiente, per la salvaguardia dei lavoratori, dei cittadini contribuenti e della qualità del servizio”, ha subito dichiarato l’assessore regionale all’Ambiente Federica Fratoni (Pd). “Ciò che il Tar per ora ha fatto è decretare la morte dell’autonomia dei Comuni per quanto riguarda la gestione del servizio di raccolta e smaltimento rifiuti”, ha replicato Nogarin via Facebook attaccando il Pd. “Il loro unico obiettivo – scrive – è privatizzare le aziende di raccolta e smaltimento rifiuti. Con buona pace degli interessi dei cittadini. E qui sta tutta la differenza tra noi e loro”.

Che succede adesso? Per il direttore dell’Ato Franco Borchi “nessuna deroga alla gestione unitaria è possibile al di fuori degli accordi con l’Autorità d’Ambito”. Nogarin può rimanere indipendente da Reti Ambiente per non più di qualche anno e solo se troverà un accordo con l’Ato: “Se Livorno vorrà proseguire a gestire il servizio sino al 2021, ovvero alla scadenza prevista dal piano concordatario, dovrà stipulare un apposito accordo con Ato e non potrà più rifiutarsi di realizzare le intese necessarie per garantire l’obiettivo della gestione unica stabilito dalla legge regionale”. Il sindaco, intanto, prende tempo: “E’ presto per dire come si comporterà l’amministrazione dopo la sentenza del Tar. Questo è il momento di studiarla a fondo e comprenderne le implicazioni sul medio e lungo periodo”. Ma assicura che la procedura di concordato va avanti: “I creditori continueranno ad essere pagati regolarmente e il percorso di risanamento dell’azienda procederà senza sosta”.

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Ostia, il centrodestra sconfitto: “Al Movimento 5 Stelle i voti degli Spada e di CasaPound”

Pon, 20/11/2017 - 08:12

Virginia Raggi ha perso. Altro che vinto. Ha perso. E Monica Di Pillo non pervenuta. Adesso dovrà pervenire in aula”. Monica Picca, candidata del centrodestra alla presidenza del Municipio di Ostia, commenta così il risultato del ballottaggio che l’ha vista sconfitta contro la rivale M5S, Giuliana Di Pillo.

“All’idroscalo, dove sono rappresentati i voti di CasaPound, noi abbiamo perso e loro hanno guadagnato circa mille voti”, dice Picca. “E il voto degli Spada è andato a Giuliana Di Pillo?”, chiede un cronista. “Sì. Penso proprio di si'”.

“Dovrebbero cominciare finalmente a lavorare. Non lo hanno fatto fino ad adesso e non l’hanno fatto in consiglio comunale”, risponde in nottata dal municipio il capogruppo grillino in Campidoglio, Paolo Ferrara. “Non è il giorno delle polemiche ma è il momento della vittoria per l’effetto positivo che porta la sindaca Raggi. I 5 Stelle hanno sempre combattuto la mafia e continueranno a farlo. Qualcun altro, invece, è rimasto in silenzio quando invece doveva parlare”.

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Elezioni Ostia, vince la Di Pillo del Movimento 5 Stelle: centrodestra battuto 60 a 40. Affluenza bassa al 33,6%

Pon, 20/11/2017 - 08:11

Finiscono fra sorrisi, abbracci e una coreografica “presa del municipio” in stile V per Vendetta le elezioni di Ostia, che hanno visto trionfare Giuliana Di Pillo e il Movimento 5 Stelle, con uno schiacciante 60 a 40 (o meglio 59,6% contro 40,4%) nel confronto con la coalizione di centrodestra, guidata per l’occasione da Monica Picca, in quota Fratelli d’Italia. Quest’ultima è arrivata a commentare a caldo che “CasaPound e gli Spada hanno votato per il M5S, come dimostrano i 1.000 voti in più guadagnati all’Idroscalo”, beccandosi a stretto giro il rimbrotto del capogruppo pentastellato in Campidoglio, Paolo Ferrara: “Illazioni, cominciassero a lavorare”. Parole che non hanno minimamente scalfito la festa del MoVimento. “I cittadini del Municipio X hanno riconosciuto il grande lavoro che stiamo facendo”, ha affermato la sindaca di Roma, Virginia Raggi, raggiungendo in tutta fretta la sala stampa dell’edificio municipale dell’ex Colonia Vittorio Emanuele, a quel punto già piena zeppa di militanti e neo-consiglieri. L’occasione giusta per la prima cittadina capitolina di rivendicare la propria influenza su un voto – in parte drogato dal forte astensionismo – che si è indirizzato in favore dei pentastellati sin dalle prime sezioni scrutinate, mostrando un’omogeneità nel consenso territoriale. Un messaggio evidente a chi aveva ipotizzato che, al contrario, un’eventuale sconfitta avesse potuto minare le certezze e la tenuta dell’inquilina del Campidoglio: “L’effetto Raggi esiste ed è positivo”, aveva commentato la neo minisindaca, insegnante di 55 anni, pochi minuti prima facendo il proprio ingresso in Municipio. Un concetto ribadito su Twitter anche dal candidato premier in pectore, Luigi Di Maio.

DI PILLO RECUPERA 16.000 CONSENSI – Il M5S si conferma così un osso duro ai ballottaggi. Ai pentastellati, tra l’altro, va riconosciuto il grande lavoro svolto negli ultimi 15 giorni. Se il 5 novembre l’affluenza alle urne era stata del 36,1%, al secondo turno la percentuale è scesa solo al 33,60%, un successo considerando l’assenza di altri candidati presidenti e degli aspiranti consiglieri. Numeri che hanno indubbiamente premiato i pentastellati, i quali in due settimane sono passati da 19.777 voti a 35.691 voti, guadagnandone la bellezza di 16.000, exploit imparagonabile a quello di Monica Picca, che non è arrivata a +7.000 (24.196 contro 17.468). Resta l’evidente gap con il 2016, quando nello stesso territorio i consensi per Virginia Raggi furono 69.869 (dall’altra parte c’era il Dem Roberto Giachetti), in pratica il doppio di quelli odierni. “Il Movimento 5 Stelle non ha mai governato qui – ha affermato a caldo Giuliana Di Pillo – e finalmente potrà farlo. Da domani inizierò a rimboccarmi le maniche per dare fiducia a tutti quei cittadini che ora sono disamorati”. Decisivi per il M5S potrebbero essere stati i voti arrivati da sinistra, come quelli dei 5.600 sostenitori di Don Franco De Donno o i 2.300 elettori di Eugenio Bellomo (vicino al Prc). Di sicuro, molti dei 3.600 elettori dell’autonomista Andrea Bozzi hanno messo la loro croce sulla candidata pentastellata – in caso contrario il giornalista non sarebbe entrato in consiglio – mentre è realmente difficile capire se nei 9.000 elettori del Pd e i 6.000 di Casapound abbia prevalso il risentimento nei confronti di M5S e centrodestra o il ragionamento del “male minore”.  .meride-video-container{width:100%!important; height:0 !important; padding-top:56% !important;} .meride-video-container > video, .meride-video-container > object {position: absolute; top:0; left:0; width: 100% !important; height:100% !important} @media screen and (min-width: 641px){ .left-column .meride-video-container{width:675px!important; max-width:675px!important; padding-top:70% !important;} } video di Angela Gennaro e Manolo Lanaro

PICCA E RAMPELLI: “CAMPAGNA VELENOSA COME FICTION” – Una sconfitta che i rappresentanti del centrodestra e, in particolare, di Fratelli d’Italia, non hanno voluto ammettere. “E’ stata una campagna elettorale con toni da fiction”, ha affermato senza mezzi termini la candidata meloniana, con evidente riferimento agli effetti mediatici dell’aggressione di Roberto Spada alla troupe Rai di Nemo, ma anche agli attacchi ricevuti dal M5S per una foto scattata da Picca e Meloni insieme a Silvano Spada e alcuni commenti di un candidato consigliere al profilo di “Robertino”. “Questo non ha fatto comprendere ai cittadini quali erano i giusti contenuti e i giusti programmi”, ha attaccato ancora Picca, ricordando come Di Pillo abbia rifiutato tutti gli inviti ai confronti pubblici proposti dall’avversaria. “Vi diranno che hanno vinto, in realtà ha perso la Raggi, mentre la Di Pillo non è pervenuta”, ha chiosato Picca fra gli applausi (e qualche lacrima) dei suoi sostenitori.

IL FUTURO DI OSTIA – Ora che l’attenzione mediatica sul litorale romano, gioco forza, calerà, cosa ne sarà di Ostia? I due anni di commissariamento hanno lasciato forti dubbi fra gli ostiensi, molti dei quali nonostante la forte partecipazione alle due manifestazioni antimafia organizzate nei giorni scorsi continuano a negare (o a sminuire) la presenza della mafia sul territorio. Un sentimento su cui soffia il fuoco di alcune televisioni locali, le quali anche la sera dello spoglio hanno tacciato i media nazionali di “complotto mediatico”. Tutto ciò nonostante le sentenze e le carte della magistratura certifichino la forte presenza della criminalità organizzata nel tessuto territoriale (gli Spada, ma anche i Fasciani e i Triassi). Questa mattina alle ore 11.00 ci sarà la prima conferenza stampa di Giuliana Picca, organizzata presso il Pontile. E’ attesa, fra i diversi temi, la presentazione del nuovo Piano Utilizzo Arenili (Pua), il lascito del prefetto Domenico Vulpiani, un documento che in linea teorica dovrebbe “resettare” la geografia degli stabilimenti balneari riportandola alle planimetrie originali. Una sfida su cui la neo amministrazioni municipale e’ chiamata a tenere la barra dritta in vista anche degli “attacchi” sferrati dai ricchi imprenditori del settore.

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Rifiuti Toscana, è guerra dentro al Pd: 17 sindaci cambiano verso. “Un’azienda unica sì, ma senza socio privato”

Pon, 20/11/2017 - 08:06

Non c’è solo Nogarin a fare la battaglia contro l’ingresso di un privato nella gestione dei rifiuti nei 101 Comuni della costa della Toscana attraverso la Reti Ambiente. Oggi è pubblica ma è destinata a essere privatizzata per il 45 per cento: un appalto di 20 anni per circa 5 miliardi di euro. La guerra scoppia anche dentro il Pd toscano con 17 sindaci democratici che, dopo essersi espressi anche a marzo scorso a favore della privatizzazione ora fanno marcia indietro, mentre altri cinque li recriminano e invocano il commissariamento, già minacciato dall’assessore regionale all’Ambiente Federica Fratoni. Sullo sfondo, un esposto alla procura su un affidamento diretto in Versilia sempre nella gestione dei rifiuti, che potrebbe portare i magistrati ad allargare l’attenzione anche sulle vicende di Ato Toscana Costa, l’ambito territoriale dei rifiuti di questa zona che comprende le province di Massa Carrara, Lucca, Pisa e Livorno.

La carica dei dissidenti
Il primo sindaco del centrosinistra a sollevare qualche dubbio è stato, giorni fa, il sindaco di Viareggio Giorgio Del Ghingaro, ex Pd e ora vicino alle posizioni di Mdp, ex primo cittadino di Capannori, considerata un esempio virtuoso nella gestione dei rifiuti. “Da tempo vado chiedendo una riflessione sul percorso a suo tempo intrapreso e cioè sulla effettiva necessità di procedere all’indizione di una gara per far entrare un socio privato nella società”, ha scritto anche su Facebook Del Ghingaro, chiedendo che Reti Ambiente, creata nel 2011 ma ancora inattiva, intanto inizi a operare nell’attuale assetto completamente pubblico. Seguono, a ruota, 17 sindaci Pd delle province di Massa Carrara e Lucca, in buona parte renziani, che il 14 novembre lasciano vuote altrettante poltrone nell’assemblea dell’Ato dove si dovevano approvare gli atti necessari al percorso di privatizzazione. Un iter cominciato nel 2014 ma ancora in corso, dopo la sospensione della prima gara per il socio privato a gennaio 2017, senza un nulla di fatto. “Il recente annullamento della gara impone di verificare se i presupposti che allora giustificarono la scelta della società mista sussistono ancora, anche in relazione alla necessità di avviare quanto prima la gestione d’ambito, l’unica dimensione dentro la quale è possibile sviluppare concretamente i principi della suddetta economia circolare”, scrivono i 17 dissidenti in un documento recapitato al direttore dell’Ato Franco Borchi. “Quando si decide di far entrare un privato deve esserci un motivo. Le società all’interno di Reti Ambiente sono solide e non ne hanno bisogno. Chiediamo intanto che il gestore inizi a operare”, precisa il sindaco di Capannori Luca Menesini, che con l’omologo di Camaiore Alessandro Del Dotto sta “guidando la protesta”.

Scusate, ci eravamo sbagliati
I sindaci però, dimenticano di aver messo la firma pochi mesi fa su un documento d’indirizzo che, se da una parte sollecitava l’inizio delle attività di Reti Ambiente, sulla privatizzazione diceva esattamente l’opposto di quanto dichiarato adesso: “La scelta di una società mista appare offrire comunque opportunità, guardando anche ad alcune esperienze positive che ci sono state in questa Regione” ed appare “utile e necessario consentire ad Ato di procedere (…) entro e non oltre il 30 giugno 2017 con la pubblicazione degli atti di gara”, si legge nell’atto approvato il 31 marzo 2017 nell’assemblea dell’Ato con i voti favorevoli di 38 Comuni, compresi Viareggio, Camaiore e Capannori, i cui sindaci ora si “ribellano”. “Mi domando perché gli stessi sindaci che fanno capo al Pd, e che oggi dicono di essere momentaneamente contrari al privato nei rifiuti, il 31 di marzo del 2017 hanno sottoscritto un documento che prevedeva la gara”, attacca Daniele Mazzoni, ex vicesindaco di Pietrasanta con l’amministrazione del forzista Massimo Mallegni.

Una mossa, quella dei 17, che non è piaciuta nemmeno in Regione, a partire dall’assessore all’Ambiente Federica Fratoni, che ha minacciato il commissariamento. “Come Regione – dice – ci troveremo costretti ad adempiere agli obblighi di legge comunicando nei prossimi giorni ai prefetti territorialmente competenti la mancata attuazione del cronoprogramma a suo tempo approvato”. E nemmeno ad altri sindaci Pd di peso. Sei amministratori delle province di Pisa e Livorno, capeggiati dal primo cittadino di Pisa Marco Filippeschi hanno infatti preso le distanze dai “disertori”, invocando anche loro il commissariamento. “Il settore dei rifiuti è delicato, e come ho detto e scritto in ogni sede i servizi pubblici essenziali devono restare pubblici. Non capisco perché i rifiuti hanno tutta questa attenzione del Pd tanto da minacciare un commissariamento”, dice ancora Mazzoni. E Del Ghingaro aggiunge: “Il Pd ha sempre voluto gestire da solo la partita, ma ora questa maggioranza si è sgretolata. Il partito è in deflagrazione”.

Giochi di poltrone?
E mentre il governatore toscano Enrico Rossi getta acqua sul fuoco e frena l’iniziativa del suo assessore – “Prima di procedere con la comunicazione ai prefetti, se i sindaci intendono rimettere in discussione la scelta effettuata nel 2011 sono invitati a riunirsi, in tempi brevi e certi” – rimane l’interrogativo su cosa ci sia dietro tanto movimento. “Hanno cambiato opinione o è una guerra di poltrone tutta toscana?”, si chiede Mazzoni, che insieme a Nogarin e altri quattro sindaci aveva votato contro il documento del 31 marzo pro-privatizzazione. Il sospetto è che, accanto a possibili ripensamenti con l’obiettivo di un percorso più ragionato verso l’eventuale ingresso del socio privato, ci siano anche manovre interne al partito in vista delle elezioni politiche. Giochi tutti interni ai renziani per arrivare ai vertici della segreteria regionale.

 

Gara in stallo ed esposto in Procura
Non è l’unico aspetto poco chiaro in tutta la vicenda. A destare perplessità sono anche le modalità con cui la gara per individuare il socio privato è stata annullata dall’Ato. Dopo la sua indizione nel 2011, tra ritardi, sospensioni e ricorsi si è arrivati al 2017 con un nulla di fatto. Il 9 gennaio di quest’anno il direttore dell’Ato Franco Borchi ha sospeso l’iter con l’obiettivo di riavviarne uno nuovo, ma questo ancora non è avvenuto. Ufficialmente, come ha messo a verbale anche a marzo lo stesso Borchi, la procedura è stata interrotta “perché il tempo trascorso dalla riapertura dei termini nel 2014 è risultato eccessivo e la semplice prosecuzione della gara poteva confliggere con i principi di celerità e concentrazione che debbono contraddistinguere tali procedure e con l’interesse pubblico a che sia assicurata la più ampia partecipazione dei concorrenti”. Ancora il 30 dicembre, però, in risposta a una lettera del vicesindaco di Pietrasanta in cui si evidenziava che la gara non rispettava la nuova normativa sugli appalti, il direttore dell’Ato rispondeva assicurando che non c’era “alcuna illegittimità”.

Nel frattempo Giacomo Giannarelli, ex candidato presidente del M5s e ora vicepresidente della commissione Ambiente del consiglio regionale, chiede di ascoltare i sindaci dissidenti e va all’attacco, insinuando che la gara abbia in realtà un esito già deciso in partenza in favore della società di gestione dei rifiuti della Toscana centrale: “Chiediamo al Pd un atto di trasparenza: dica ai cittadini della costa se ha già promesso ad Alia spa le quote private di Reti Ambiente, operazione anticamera per quel gestore unico regionale che è da sempre lo scopo ultimo del loro disegno politico su acqua e rifiuti”. E mentre all’interno del partito ancora volano gli stracci, sullo sfondo rimane l’esposto sull’affidamento diretto della gestione di un impianto di trattamento rifiuti a un’azienda privata, per opera dei Comuni della Versilia. Gli stessi Comuni fanno parte dell’Ato e l’impianto sarà poi al servizio di tutta l’area costiera. Mazzoni, che ha presentato la segnalazione, è stato sentito in Procura sulla gestione dei rifiuti nell’area. Il vicesindaco non aggiunge dettagli, ma è possibile che l’attenzione dei magistrati si allarghi a tutta l’Ato.

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In Edicola sul Fatto Quotidiano del 20 novembre: “Ora i candidati cercano i boss: ecco come aggirano l’Antimafia”

Pon, 20/11/2017 - 00:03
L’intervista “I candidati cercano le ‘ndrine per i voti: Antimafia inefficace”

Nicola Gratteri – Il magistrato nel suo libro racconta affari e relazioni della ‘ndrangheta

di Ma mi faccia il piacere di

Omertà! Omertà! “Neri Parenti: non farò recitare le attrici che accusano Brizzi” (la Repubblica, 14.11). Sta girando un film su Totò Riina? Faccio cose, sento gente. “Prodi incontra Renzi” (la Repubblica, 19.11). “Il Professore sente Renzi” (Corriere della sera, 19.11). “Prodi garante della coalizione. Telefonata di disgelo con Renzi” (La Stampa, 19.11). Ma incontra, sente […]

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Privi d’identità, vivono confinati nelle riserve, registrati in un’anagrafe separata con una “Status card”, non pagano tasse e sono sussidiati con 800 $ al mese

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di Il Chierico Vagante “La politica non usi Francesco”: la faccia tosta del cardinale Ruini

Il “campione” dell’ingerenza clericale nel potere italiano ora teme il peso del pontefice sul fine vita

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Affluenza ancora in calo – Due elettori su tre non si sono recati alle urne

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Il testo passato alla Camera prevede un taglio delle tasse per 1.500 miliardi di dollari. Coperture e Senato permettendo

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Il ministero della Salute sta rivedendo le tariffe dei ricoveri per la riabilitazione datati 15 anni fa. In ballo c’è l’aggiornamento del Drg codice 56, che raggruppa gli interventi riabilitativi a bassa complessità (costo per prestazione: 270 euro circa), e del Drg codice 75, per gli interventi ad alta complessità (470 euro). Alcune prestazioni in […]

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di Barbara Cataldi Mondo Zimbabwe Mugabe non si dimette: “No rancore, buonanotte”

Ennesimo colpo di scena dell’era Mugabe: al contrario di quanto fosse stato annunciato, il presidente dello Zimbabwe si è rivolto ieri sera alla nazione in un discorso televisivo e ha smentito l’ipotesi di dimissioni. Dal suo ufficio nella State House, circondato dai generali, ha detto: “Non possiamo essere guidati dal rancore” e ha annunciato che […]

di Cultura BookBooks Una vita nelle paludi dei diritti negati e delle persone umiliate

I 20 anni di lotta al proibizionismo di Marco Cappato

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Sampdoria-Juventus 3 a 2, Ferrero euforico: “La Juve s’è scansata. Ora voliamo basso e schiviamo il sasso”

Ned, 19/11/2017 - 23:30

Seconda sconfitta in campionato per la Juventus che, come in occasione della prima con la Lazio, va ko dopo la pausa per le Nazionali. I campioni d’Italia in carica sono sconfitti per 3-2 a ‘Marassi’ da una Sampdoria che si conferma la più bella sorpresa di questo campionato. Tutte nella ripresa le reti del match: prima il tris doriano con Zapata, Torreira e Ferrari; poi nel recupero si sveglia la Juve ma le reti di Higuain su rigore e Dybala servono solo a rendere meno netto il passivo.

I blucerchiati conquistano così la sesta vittoria casalinga su sei partite e salgono a quota 26 in classifica, con una partita da recuperare, consolidando la sesta posizione. I bianconeri restano invece fermi a 31 al secondo posto ma vedono allungare il Napoli a +4. Partenza veloce della Juventus che si rende pericolosa, dopo due minuti, con un destro rasoterra di Higuain sul quale è bravo Viviano a distendersi e a deviare in angolo. Poco dopo è Mandzukic che ci accentra dalla sinistra a va al tiro ma il portiere blucerchiato è ancora attento.

Con il passare dei minuti cala la pressione bianconera e crescono i padroni di casa: ci prova Quagliarella al volo ma non inquadra la porta. Poco dopo la mezz’ora Cuadrado spreca l’occasione più ghiotta della prima frazione calciando sul fondo solo davanti a Viviano e sprecando una bella apertura di Higuain. Prima dell’intervallo si fa vedere Khedira con un destro di controbalzo dal limite dell’area che termina alto.

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Ostia, disincanto e rabbia al seggio. Il ballottaggio è blindato: “Troppa pubblicità negativa”

Ned, 19/11/2017 - 22:16

Disincanto, rabbia ma anche speranza: c’è chi viene a votare con la febbre e chi, dopo aver votato, commenta “non serve a niente tanto”. È un misto di sentimenti e reazioni quello degli elettori nel giorno del voto a Ostia per il ballottaggio per la presidenza del X Municipio tra Giuliana Di Pillo (M5S) e Monica Picca (Fdi-Centrodestra). “Qualcosa è successo, non può essere che la percentuale di votanti sia così bassa”, dice un signore all’uscita dal seggio di Nuova Ostia, tra via dell’Idroscalo e via della Tortuga. “C’erano, al primo turno”, dice un altro signore. “Mi hanno sorriso. C’era anche il capo di CasaPound. Non facevano niente, magari cercavano qualche voto”. “Ma quale mafia”, dicono Anna e Rosina. “Mai avuto problemi”.

“Troppa pubblicità negativa”, dice un ragazzo. “Speriamo che cambi qualcosa”, dice una signora delle case popolari. “Stiamo morendo di freddo in casa. Spero che a Virginia Raggi arrivi questo messaggio”. Tanti i controlli ai seggi, con polizia e Carabinieri in ogni sede. I controlli sono a discrezione delle forze dell’ordine: nel seggio di Nuova Ostia, la polizia verifica il documento e la tessera elettorale all’ingresso

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Zimbabwe: chi è Robert Mugabe, da 37 anni al potere. Il ritratto: da eroe a padre-padrone

Ned, 19/11/2017 - 20:30

Robert Mugabe costretto alle dimissioni dopo il colpo di Stato dell’esercito rimane, a sorpresa rispetto a quanto annunciato, alla guida dello Zimbabwe. Da 37 anni al potere, prima come premier (dal 18 aprile 1980 al 31 dicembre 1987) poi come presidente (dal 31 dicembre ’87) alla soglia dei 94 anni è il capo di stato più anziano al mondo.

“Questa è la mia terra e ciò che è mio lo tengo fino a quando sarò in vita”, aveva detto tempo fa respingendo sempre ogni ipotesi di lasciare. Preferendo, in ultimo, pensare di trasferire il testimone alla seconda moglie Grace, la sua ex dattilografa di 42 anni più giovane, invisa al suo partito, ai militari e alla popolazione per vari motivi, in particolare per la sua passione per il lusso. E sono stati forse proprio lei e il progetto di promuoverla politicamente, la goccia che ha fatto traboccare il vaso.  Eroe della lotta contro il regime bianco segregazionista di Ian Smith succeduto al colonialismo britannico, Mugabe si è progressivamente trasformato in un tiranno che ha trascinato il suo Paese nel baratro di una catastrofica crisi economica e nell’isolamento internazionale. Stati Uniti ed Unione Europea lo considerano persona non grata.

La vita – Nato il 21 febbraio 1924, Mugabe è stato educato dai gesuiti, ha studiato in varie università africane ed ha insegnato in un liceo del Ghana, dove conobbe la prima moglie Sally Hafron. Nel 1960 ritornò in quella che allora era la Rhodesia coloniale, diventando uno dei protagonisti della lotta per l’indipendenza e i diritti della maggioranza nera. Condannato nel 1964 a dieci anni di carcere, fu poi rilasciato e riparò in Mozambico dove diventò il capo dell’ala paramilitare del partito Zanu (Unione del Popolo Africano dello Zimbabwe) e poi capo dell’intera formazione politica.

Nel 1980, Mugabe vinse le prime elezioni dopo la fine del regime bianco di Smith e diventò primo ministro. Da allora ha sempre guidato il paese, di cui è diventato presidente nel 1987. Fra i suoi successi vi è la creazione di un sistema d’istruzione che ha ridotto l’analfabetismo al 10%, ma il suo governo sempre più dittatoriale e corrotto ha progressivamente portato il paese, ricco di risorse minerarie, alla rovina economica. A distruggere l’economia hanno contributo il costoso intervento nella guerra civile nella Repubblica democratica del Congo (1998-2002) e la disastrosa riforma agraria varata nel 2000. Quell’anno, Mugabe fu sconfitto nel referendum sulla nuova costituzione da lui voluta, grazie all’azione di un nuovo partito d’opposizione guidato da Morgan Tsvangirai.

Il presidente dello Zimbabwe reagì intensificando la persecuzione degli avversari politici, tramite la sua milizia di veterani della guerra di liberazione, e perseguendo l’esproprio delle piantagioni dei 4mila farmer bianchi rimasti nel paese, che detenevano il 70% delle terre migliori. Ma l’esproprio non è andato a beneficio dei contadini poveri come promesso, quanto ai membri del partito Zanu, spesso incapaci di portare avanti una fattoria. E la produzione agricola che un tempo era la principale risorsa del paese è precipitata ai minimi storici, complici una serie di annate di siccità.

Fra il 2008 e il 2009, mentre la zecca continuava a stampare nuova moneta, il paese è precipitato in una spirale di iper inflazione con il pane che costava milioni di dollari dello Zimbabwe. La crisi è stata tamponata usando il dollaro americano come valuta. Ma il paese non si è mai risollevato e in tanti sono emigrati nei paesi vicini. Il tasso di disoccupazione è attorno al 90%, l’80% della popolazione vive sotto la soglia di povertà. La speranza di vita, a causa anche della diffusa piaga dell’Aids, è di 54 anni per gli uomini e 53 per le donne.

Isolato in Occidente, dove può recarsi solo in Vaticano e nelle sedi dell’Onu, Mugabe è stato tuttavia presidente dell’Unione Africana nel 2015. Di recente, l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) è stata costretta da una valanga di critiche e proteste a ritirare la sua nomina ad ambasciatore di buona volontà. Sempre più paranoico, Mugabe addebita la crisi ad un complotto dell’occidente e considera i suoi critici, all’interno come all’esterno del suo partito Zanu, come “sabotatori e traditori“. Negli ultimi anni le sue lussuose feste di compleanno, con migliaia di invitati e portate a base di animali in via di estinzione, dove non mancano trofei di leoni uccisi, hanno fatto scandalo in un paese al limite del sussistenza. E hanno contribuito ad alimentare l’antipatia per la seconda moglie Grace, di 41 anni più giovane, che Mugabe voleva come suo successore.

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Zimbabwe, “Mugabe ha accettato di dimettersi”. E invece c’è il colpo di scena: parla in tv ma non lascia l’incarico

Ned, 19/11/2017 - 20:30

Cinque giorni fa c’è stato l’arresto, poi la fuga della moglie Grace a Nairobi e la rimozione dalla leadership del suo partito, Zanu PF. E nel pomeriggio era arrivata la conferma dalla tv di Stato Zbc: Robert Mugabe dopo 37 anni al potere si dimette. C’era attesa per il suo discorso alla nazione in diretta tv. Ma il presidente dello Zimbabwe ha spiazzato tutti: ha parlato per una ventina di minuti ma non ha annunciato le dimissioni. Circondato dai generali, il 93enne Mugabe – cui il partito Zanu-PF ha dato tempo fino a domani mattina per lasciare la presidenza – ha ammesso che le questioni di questi giorni sono state sollevate “in uno spirito di onestà e con preoccupazione profonda e patriottica per la stabilità della nostra nazione ed il benessere del nostro popolo”.

Durante il discorso alla nazione, che ha letto con fatica, ha auspicato per il Paese “un ritorno alla normalità”, dicendo: “Non possiamo essere guidati dal rancore“. E ha annunciato che “presiederà il Congresso del partito” Zanu-PF, che si terrà a dicembre. Ma lui è stato estromesso proprio oggi dal partito, che gli ha dato l’ultimatum per le dimissioni entro domani alle 11, pena l’impeachment. “Vi ringrazio e buona notte”, ha concluso Mugabe, le cui parole sono seguite da un poco convinto applauso dei generali che gli stavano attorno. E a discorso concluso, Il presidente dell’associazione dei veterani di guerra in Zimbabwe, Chris Mutsvangwa, ha annunciato che la procedura per l’impeachment andrà avanti domani.

Intanto al vertice del partito, dal quale è stato rimosso, ha preso il suo posto il 75enne ex vice presidente Emmerson Mnangagwa. Un annuncio che è stato accolto dagli applausi dei 200 delegati dello Zanu-pf riuniti nel quartier generale di Harare per definire il destino del presidente 93enne, il cui sostegno si è sgretolato negli ultimi quattro giorni da quando l’esercito ha preso il potere. “Il presidente se ne è andato, viva il nuovo presidente”, ha dichiarato Chris Mutsvangwa, leader dei veterani della guerra di indipendenza che ha condotto una campagna di 18 mesi per rimuoverlo.

Mugabe è attualmente agli arresti domiciliari sotto il controllo dei militari, appoggiati dal partito e dalla popolazione, che hanno chiaramente espresso il loro dissenso di fronte all’ipotesi che il nuovo capo di stato dopo Mugabe potesse essere la moglie Grace. Mnangagwa, designato come prossimo presidente e candidato alle elezioni del 2018, è un grandissimo rivale della first lady Grace Mugabe. Per questo nelle settimane scorse era stato costretto a lasciare il Paese. Mnangagwa ha partecipato alla lotta di liberazione dello Zimbabwe ed ha sempre fatto parte del governo, guidando anche i dicasteri della Difesa e la Sicurezza di Stato, considerato per anni un fedelissimo di Mugabe. Soprannominato il “coccodrillo”, è considerato un politico spietato. Recentemente aveva accusato la first lady – con la quale era in lotta per la successione al 93enne presidente – di avergli offerto del gelato avvelenato ad una festa.

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Elezioni Ostia, ha votato il 33,6 per cento degli elettori. Vince la grillina Di Pillo

Ned, 19/11/2017 - 19:12

Urne chiuse, affluenza al 33,6%, 62mila elettori su 180mila, 2,5 punti percentuali in meno rispetto al primo turno. Giuliana Di Pillo vittoriosa. Il ballottaggio di Ostia conferma tutte le attese della vigilia: quasi 7 elettori su 10 hanno scelto di non scegliere tra la candidata grillina e Monica Picca (Fdi-Centrodestra). Gli altri hanno premiato la candidata del movimento che si avvia alla presidenza del municipio con una percentuale vicina al 60%.

La giornata elettorale, nata sotto i pessimi auspici delle testate ai giornalisti, con forze dell’ordine a presidiare i seggi, non ha registrato sorprese. In compenso, per quasi tutto il giorno è stato il deserto: alle 19 a Ostia l’affluenza era al 26,38% degli aventi diritto. Al primo turno alla stessa ora l’affluenza era stata del 28,67 per cento. Il calo è quindi di oltre due punti: 48.977 cittadini su 185.661. Alle 12 l’affluenza era dell’8,6 per cento, sempre due punti percentuali in meno rispetto al primo turno del 5 novembre, quando a mezzogiorno avevano votato 20.223 persone contro le odierne 15.968.

Gli elettori del Municipio X hanno avuto tempo fino alle 23 per scegliere tra la candidata grillina Giuliana Di Pillo (M5s) e Monica Picca (Fdi). Il municipio andava al voto dopo due anni di commissariamento per infiltrazioni mafiose. Le due candidate hanno votato in mattinata. Di Pillo si è presentata al seggio di via Delle Rande intorno alle 10, mentre Picca un’ora dopo, in via Telemaco Signorini ad Acilia.

Dopo le tensioni dei giorni scorsi e soprattutto dopo l’aggressione da parte di Roberto Spada ai danni del giornalista di Nemo (Rai2), c’era grande attenzione sul fronte della sicurezza. Il comandante Provinciale dei Carabinieri di Roma, generale Antonio De Vita, si è recato a Ostia questa mattina per un incontro operativo con il personale dell’Arma impegnato nel garantire la vigilanza ai seggi e le condizioni di voto per la consultazione elettorale.

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Valtellina: marito muore sul lavoro, la moglie scompare nel nulla. I dubbi degli inquirenti

Ned, 19/11/2017 - 19:01

Lui è morto e di lei si sono perse le tracce, nonostante un elicottero specializzato dei carabinieri stia cercando di rilevare anche segnali di telefonini a terra perlustrando una vasta area della Valtellina. Svetlana Balica, 44 anni, origini moldave, è scomparsa nel nulla il giorno stesso o quello precedente la morte del marito, Nicola Pontiggia, 55 anni, avvenuta il 2 novembre scorso. In un primo momento il decesso dell’uomo era stato registrato come un infortunio sul lavoro e la scomparsa della donna sembrava un allontanamento volontario. Ma alcuni elementi non convincono gli inquirenti, che hanno messo sotto sequestro prima l’abitazione dei coniugi e poi l’officina dove è avvenuto l’incidente e da giorni stanno perlustrando la zona alla ricerca di qualche indicazione.

Nicola Pontiggia, meccanico esperto, è morto schiacciato da un camion nell’officina sul piazzale posteriore dell’impresa “Castelli Costruzioni” di Morbegno, dove lavorava. Ed è proprio la dinamica dell’incidente a non convincere gli inquirenti. È sembrato, più che un infortunio mortale sul lavoro, un maldestro tentativo di farlo apparire tale: l’uomo non aveva neppure bloccato il mezzo pesante prima di venirne schiacciato sotto, al momento dell’intervento per il guasto meccanico.

Un comportamento da principiante, non da esperto come era Pontiggia. Ma anche sull’allontanamento volontario della vedova, che non era presente neppure al funerale del marito, cominciano ad esserci dei dubbi. Non risultano prelievi al suo bancomat e neppure telefonate al cellulare, da allora muto. I parenti in Moldavia non l’hanno più sentita. Nelle ultime ore una vasta area della Valtellina è stata sorvolata da un elicottero specializzato dei carabinieri, dotato di particolari strumentazioni a bordo in grado di rilevare anche segnali di telefonini a terra

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Brexit e Catalogna, il filo rosso che lega gli autonomisti è un impoverimento generale

Ned, 19/11/2017 - 18:28

Le tensioni autonomiste, che pulsano maggiormente nelle aree più lontane dagli affari, Italia inclusa, impoveriscono tutti: un recente studio ha stimato in 600 sterline la perdita di potere d’acquisto del cittadino medio britannico a causa del calo della valuta subito dopo il voto sulla Brexit. Nel Regno Unito post giugno 2016 la fuga delle imprese è un fatto ormai assodato, che i catalani stanno iniziando a conoscere: l’instabilità politica della regione iberica non trova ancora soluzione, ma ha già provocato la fuga di oltre 2.000 imprese.

Una dinamica che sta creando enormi difficoltà ai centri economici e sociali di riferimento, visto che la maggior parte delle aziende che hanno lasciato la Catalogna sono pesi massimi dell’economia della regione. Il vicepresidente Oriol Junqueras, quando i trasferimenti avevano toccato quota 1.000, aveva bollato questa cifra come “ridicola rispetto alle oltre 200.000 imprese che conta il Paese”. Tuttavia, a trovare una nuova sede nelle varie Valencia, Alicante, Palma, Saragozza o Madrid sono state aziende e banche dai volumi rilevanti, come La Caixa, Sabadell, Aguas de Barcelona, Allianz, Gas Natural Fenosa, Abertis, Colonial: tutte rappresentano più del 30% del Pil catalano, e nelle nuove comunità verseranno una parte delle imposte oltre a creare nuovi posti di lavoro e favorire l’indotto. Si tratta di società fino a oggi operanti nel centro più attrattivo della regione, ovvero Barcellona. Proprio laddove i risultati del referendum si sono dimostrati più freddi. Nella provincia della capitale si è registrata infatti una prevalenza del sì con l’87,9% su una base di votanti del 41,2 per cento. Partecipazione ancora più bassa nella provincia di Tarragona, ferma al 40,6 per cento. La consultazione ha invece raccolto grande partecipazione nelle province di Girona e Lleida, dove si è recato alle urne rispettivamente il 53,2 e il 52,8 per cento. La stessa dicotomia si era proposta nel referendum consultivo del 2014, quando solo il 27% della delle province di Barcellona e Tarragona aveva sposato l’opzione separatista, a differenza del 43% del resto della Catalogna. Alle elezioni regionali del 2015 nelle due aree costiere i voti a partiti indipendentisti sono stati del 42%, ben il 66% invece nel resto del territorio.

Gli indipendentisti si raccolgono quindi soprattutto nelle aree interne della Catalogna, le meno ricche e urbanizzate. In risposta a questa battaglia, tra il sarcasmo e la realtà, si sono allora imposti all’attenzione dell’opinione pubblica spagnola i sostenitori della cosiddetta Tabarnia, proprio quell’area costiera che coprirebbe le aree metropolitane di Barcellona e Tarragona, con 5,8 milioni di persone, l’80% del Pil catalano, che versa l’87% del totale delle entrate della Generalitat e ne riceve solo il 59 per cento. I promotori rivendicano una Catalogna “cosmopolita, orgogliosamente bilingue, urbanizzata, multiculturale e strettamente connessa con il resto della Spagna e dell’Europa”, lontana da un’altra Catalogna, di minor rilevanza economica e demografica, “più indipendentista, basata su un’economia locale, ossessionata con l’identità e ostile alla lingua castigliana”. L’Unione Europea vale il 65% delle esportazioni della Catalogna e il 70% degli investimenti esteri negli ultimi tre anni secondo Idescat, l’istituto statistico catalano. E l’accesso al mercato unico in caso di un’indipendenza formalizzata non sarebbe automatico, ma dovrebbe passare per l’approvazione di tutti gli Stati membri, compresa la Spagna.

La contrazione degli investimenti esteri è un fenomeno che il Regno Unito post Brexit sta già conoscendo. Secondo Fdi Markets, osservatorio del Financial Times, nei dieci mesi trascorsi tra il referendum e lo scorso aprile sono stati annunciati 728 nuovi progetti esteri in Uk per un valore complessivo di 28 miliardi di dollari, il 34% in valore in meno rispetto agli 862 nuovi progetti per 43 miliardi di dollari registrati nello stesso periodo nell’anno precedente. Un risultato che sarebbe stato ancor peggiore senza l’improvvisa ripresa del settore immobiliare, favorito dal calo della sterlina dopo il voto. Investitori americani, cinesi e anche europei hanno acquistato a forte sconto circa 10 miliardi di dollari di proprietà, due miliardi in più rispetto allo stesso periodo precedente, portando gli investimenti esteri in real estate al 35% del totale in Uk.

Nonostante giganti come Amazon e Ikea abbiano confermato i propri investimenti nell’Isola, sono molte le realtà che stanno operando una transizione verso le aree continentali, a partire dai nodi nevralgici del mondo finanziario e farmaceutico che vedevano Londra sede dell’Agenzia europea del farmaco e dell’Autorità bancaria europea. Sam Woods, direttore generale della Prudential Regulation Authority, autorità della BoE responsabile della supervisione di banche, assicurazioni e società di investimento, ha dichiarato pochi giorni fa alla commissione parlamentare della Camera dei Lord che nel giorno di attivazione della Brexit si perderanno 10.000 posti di lavoro nella City, e nel lungo periodo, in assenza di un accordo con Bruxelles, tale cifra potrebbe realisticamente toccare le 75.000 unità. La European Medicines Agency in un report di pochi mesi fa suggeriva alle società Uk del pharma di trasferire ruoli e funzioni in un Paese Ue in vista dell’ufficializzazione della Brexit, per preservare i propri diritti nel mercato unico. La stessa agenzia è in lista di sbarco e Milano è in prima fila con Amsterdam, Vienna e Copenaghen tra le pretendenti per aggiudicarsi la nuova sede, mentre Barcellona, seppur molto gradita dai funzionari sarebbe stata scartata per l’instabilità.

L’esperienza catalana si dimostra in linea con quanto accaduto nel referendum sulla Brexit, quando il voto londinese si era espresso contro il risultato complessivo. E a soffrire gli effetti dei nuovi confini, secondo un recente studio di alcuni ricercatori della London School of Economics, dal titolo Local economics effects of Brexit, saranno proprio le aree che per la maggior parte avevano preferito il remain, senza evidenziare alcun vantaggio complessivo per il Paese: per lo stesso studio, al netto dell’inflazione, il cittadino medio britannico ha già perso circa 600 sterline in potere di acquisto a causa del crollo della moneta post voto. Il governo, invece, per il momento si rifiuta di rendere pubblici i propri studi gli impatti regionali della Brexit, in quanto dati sensibili nelle sedi di negoziazione.

I referendum consultivi di Lombardia e Veneto non avevano nulla in comune con le espressioni del voto britannico e catalano, tranne la richiesta di una maggiore autonomia dalle istituzioni centrali. Un quesito referendario dai confini vaghi, che comunque, ricalcando i risultati delle altre due consultazioni, ha visto una partecipazione più compatta nelle province interne della Lombardia come Bergamo, Brescia e Lecco dove l’affluenza ha superato il 44%, e decisamente fredda nel motore di tutta la regione, ovvero la città metropolitana di Milano, dove è rimasta inchiodata al 31 per cento. Il Veneto, che presenta un sistema economico e sociale più decentrato rispetto alla Lombardia, senza un centro catalizzatore come Milano e con un benessere diffuso tra le province, ha registrato invece una partecipazione massiva al referendum soprattutto nei piccoli centri, mentre nei comuni con oltre 30.000 abitanti, dove si concentrano gli affari, le tensioni autonomiste non hanno sfondato, raccogliendo un’affluenza inferiore al 50 per cento.

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Agenzia europea del farmaco, perché Milano è la candidata ideale per la sede dell’Ema

Ned, 19/11/2017 - 18:16

Ci piace sempre dire che le cose in Italia non funzionano (e in parte è vero). Ma per una volta non sottovalutiamo le nostre potenzialità. Milano è la candidata ideale per accogliere la sede dell’Agenzia europea del farmaco (Ema), che per effetto della Brexit lascerà Londra. Per almeno due ragioni di merito. Innanzitutto la Lombardia, con 28mila addetti nel settore farmaceutico e 18mila addetti nell’indotto, è la prima regione farmaceutica in Italia e in Europa.

E in generale il nostro Paese è il secondo produttore di farmaci nell’Unione a 27, dopo la Germania. Nel comparto vantiamo un fatturato di circa 30 miliardi l’anno, soprattutto grazie all’export (che vale il 70 per cento). Contiamo più di 200 aziende e 130mila addetti ai lavori. Dal 2010 al 2016 è il primo settore per crescita nella nostra economia. Lo scorso anno le imprese del farmaco hanno investito 1,5 miliardi di euro in Ricerca e sviluppo, il sette per cento del totale nel Paese. Non dimentichiamoci poi, che siamo un esempio di buona sanità e benessere. Secondo il rapporto Ocse 2017, l’Italia è al quarto posto tra i paesi sviluppati per aspettativa di vita, con 82,6 anni nel 2015. E la nostra Agenzia del farmaco è tra quelle che riesce a strappare prezzi più bassi in Europa per i farmaci salvavita. 

Se l’Ema viene trasferita in Italia potrebbe essere anche un invito alla politica a fare meglio. Avere i riflettori puntati, magari suggerirebbe al governo di investire molto di più per la sanità in generale e per il fondo dei farmaci oncologici e innovativi, che fino adesso valeva 500 milioni di euro. Ma dall’anno prossimo peserà per 825 milioni e dovrà essere compreso nel Fondo nazionale, sottraendo risorse per i Livelli minimi di assistenza (Lea) e il resto. Nel pacchetto della manovra di Bilancio 2018, ora all’esame del Parlamento, per la Sanità si prevede infatti l’ennesimo piano lacrime e sangue.

È vero che il Fondo, stando alla bozza, aumenterà di un altro miliardo, passando dai 112,5 del 2017 a 113,4 (che sono anche tre miliardi in più rispetto al Fondo del 2015) ma questi soldi non sono abbastanza. La Conferenza delle regioni ha calcolato che manca più di un miliardo (1,3 miliardi) per il rinnovo dei contratti dei medici ospedalieri e di base. Figurarsi per le nuove assunzioni, urgentissime ma destinate a rimanere un miraggio

Milano è una delle 19 candidate per la sede dell’Ema, insieme a Barcellona, Amsterdam, Copenhagen, Vienna, Atene, Bonn, Bruxelles, Bucarest, Bratislava, Dublino, Helsinki, Lille, Malta, Oporto, Sofia, Stoccolma, Varsavia e Zagabria. Domani gli Stati membri andranno al voto. Vince la città che riuscirà a ottenere tre punti elettorali (su sei a disposizione di ciascuno Stato) da almeno 14 Stati su 27. Incrociamo le dita. 

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Sardegna, svegliamoci dall’incubo del lavoro gratuito

Ned, 19/11/2017 - 17:25

Per imparare a fare l’aiuto barman, da ora in poi, ci vorranno 12 mesi, a orario pieno, pagati 300 euro al mese. E’ sfruttamento? La definizione Treccani di tirocinio è chiara: “periodo di addestramento pratico all’esercizio di un mestiere, di una professione, di un’arte, di un’attività in genere, che viene compiuto da un principiante, da un allievo, o anche da persona già qualificata e fornita della necessaria preparazione teorica, o del prescritto titolo di studio, sotto la guida di persona esperta e nel luogo dove tale attività viene svolta regolarmente”.

Quanto dovrebbe durare un tirocinio? Se e quanto dovrebbe essere retribuito? La competenza è delle Regioni, ma lo Stato ha detto la sua. Il 25 maggio 2017 la Conferenza Stato-Regioni ha approvato le nuove “Linee guida in materia di tirocini formativi e di orientamento”. I contenuti delle nuove linee guida sono nettamente peggiorativi rispetto al passato. Vengono eliminate le differenti tipologie di tirocinio, modulate a seconda del destinatario, liberalizzando di fatto il tirocinio. Viene aumentata la durata massima del tirocinio, da sei a dodici mesi. Si lascia invariata l’indennità minima di partecipazione a 300 euro.

Applicando alla lettera le nuove linee guida un’azienda potrà far lavorare un tirocinante fino a otto ore al giorno per 12 mesi, pagandolo 300 euro al mese e senza nessun obbligo di futura assunzione. E’ accettabile? E’ degno? E’ lavoro o sfruttamento? Se vuoi diventare cameriere di sala, o governante di piano, hai bisogno di 12 mesi?

E’ lavoro o sfruttamento? Come argomentato da Marta Fana nel suo libro, la nuova frontiera che avvicina il lavoro alla schiavitù è il lavoro gratuito: alternanza scuola-lavoro, tirocini formativi, e i nostri tirocini extracurricolari.

A chi ha scritto e approvato auguro che i propri figli e parenti giovani conoscano l’incubo del lavoro gratuito, per “fare curriculum”. A chi legge, racconto che non c’è niente di estremistico nella richiesta che Caminera Noa ha chiesto per la Sardegna: si cambino le regole. Le Regioni hanno tempo fino al 25 novembre per adeguarsi al nuovo accordo, anche cambiandolo.

La regione Sardegna, avendo competenza esclusiva in materia di tirocini, può disattendere completamente le nuove linee guida e formulare delle linee guida regionali nettamente migliorative per i tirocinanti. Una indennità minima pari a 800 € lordi mensili per tirocinante, e la durata massima del tirocinio deve essere di 6 mesi. Vi sembra troppo? Chi lo dice, a partire dagli assessori regionali, provi a vivere un paio di anni con 800 euro al mese o meno.

E si studi cosa ha fatto la regione Lazio, a guida Pd, che ha modificato le regole: 800 euro al mese e una durata massima di 6 mesi. Avete cinque giorni di tempo: se ci fosse da salvare una banca ce la mettereste tutta, e ci riuscireste. Lo farete per giovani tirocinanti? Se volete ve la scriviamo noi la delibera, anche gratuitamente (ma solamente questo).

Nei giorni successivi poi vi aiuteremo ad attivare un canale ufficiale tra tirocinante e Regione dove sia possibile segnalare abusi e irregolarità del soggetto ospitante e il non rispetto di quanto stabilito nella convenzione e nel Piano Formativo Individuale. In questi anni, infatti, ne abbiamo viste e sentite di ogni colore. Come la storia di Annalisa.

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