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Arctic Monkeys, cosa gli è successo? Una risposta per tutti quelli che se lo sono chiesto

Tor, 22/05/2018 - 19:20

È un disco attorno al quale si è aperta un’ampia discussione, sui media e tra i fan, l’ultimo degli Arctic Monkeys intitolato Tranquillity Base Hotel & Casino. Distante mille miglia dal punk rock degli esordi e molto più vicino alle atmosfere dei Last Shadow Puppets, progetto parallelo del frontman Alex Turner, lo ascolti la prima volta e ti chiedi: ‘Ma che è successo, cos’hanno fatto?’. Lo ascolti la seconda e continui a non sapere cosa pensare. Quel che sai, però, è che non ti piace. Lo riascolti e cominci anche a stufarti. Lo ascolti quattro, cinque, sei, sette volte. Niente. Non va.

Ma la volontà di capire il perché non ti lascia, cos’è che li ha spinti a incidere un disco più vicino al sound di Serge Gainsbourg piuttosto che a quello degli Strokes (che come canta in apertura dell’album Alex Turner: “I just wanted to be one of The Strokes, now look at the mess you made me make…” ‘Volevo solo essere uno degli Strokes e invece adesso, guarda che casino che mi hai fatto fare…’)? D’accordo – pensi all’ennesimo ascolto – dopotutto, gli Arctic Monkeys sono noti per la loro tendenza a introdurre generi musicali diversi in ogni nuova pubblicazione. E finalmente, dopo innumerevoli ascolti, superato quell’ostacolo che poco prima ti appariva insormontabile, forse per il basso ritmo e l’agilità da bradipo che hanno praticamente tutte le tracce,  però a un certo punto cominci a vederci (e a sentirci) un po’ più chiaro. E a capire. Perché l’ultimo disco degli Arctic Monkeys richiede – appunto – tempo per capirlo. Non è un lavoro immediato, tutt’altro.

Strano destino per una band che ha ottenuto un successo supersonico non appena pubblicarono il primo disco peraltro da record… perché Tranquillity Base Hotel & Casino è un disco dal gusto retrò, con atmosfere soft, quasi jazz, con le chitarre quasi del tutto eliminate, in cui si è scelto di dare più importanza alle parole, e dunque al parlato, piuttosto che alle melodie e ai ritornelli. Quasi che la band volesse sfidare sul suo stesso campo i generi che vanno per la maggiore come il Rap o la Trap. Ma a modo loro, con sonorità che sono molto più vicine ai Last Shadow Puppets che ai Monkeys dei vecchi tempi. Turner si conferma paroliere geniale e musicista insaziabile, con quella capacità tipica solo dei grandi artisti, di sapersi reinventare di continuo. Il sound e le melodie, infatti, sono decisamente retrò, riportandoci indietro di quasi cinquant’anni con uno spassoso beat, in cui Turner sfoggia un cantato profondo e maledettamente intrigante, con una perfetta interpretazione da moderno crooner, a metà tra protagonismo poser e sfrontatezze da divo inarrivabile (Brani consigliati Four Out of Five, American Sports, The Ultracheese, Star Treatment).

Forse l’esperienza acquisita e l’apparente sicurezza che sfoggiano – oggi appaiono ben vestiti, con scarpe in pelle di serpente e soprabiti costosi,  da sembrare più personaggi di un film di Scorsese che dei rcoker consumati della periferia inglese, qualcosa che non avresti immaginato nel 2006 – è il motivo per cui gli Arctic Monkeys hanno optato per un approccio più vecchio stile. E forse anche il fatto che l’uscita di Tranquility Base Hotel & Casino non sia stata anticipata dal lancio di singoli rientra in quest’ottica. Un approccio particolarmente audace se si considera che i servizi di streaming, che danno la priorità a singole tracce e playlist, sono cresciuti enormemente negli ultimi anni. L’obiettivo sembra chiaro: non contenti di cercare di salvare il rock ’n’ roll – memorabile fu un discorso di Alex Turner ai Brit Awards al riguardo nel 2014 – gli Arctic Monkeys vogliono salvare l’album come oggetto fisico, costringendo i fan ad ascoltare i loro dischi come si faceva un tempo piuttosto che aver a che fare con una playlist di canzoni liquida ai tempi di Spotify.

 

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Varese, 2mila panetti di hashish al posto di elettrodomestici: fermato un camion carico di droga

Tor, 22/05/2018 - 19:16

Ufficialmente trasportava elettrodomestici, in realtà il camion era carico di droga. Non freezer né lavatrici, ma oltre 2mila panetti di hashish per un peso complessivo di 240 chilogrammi di sostanza stupefacente. Il sequestro record di droga è avvenuto questa mattina a Venegono Superiore, nel Varesotto. Il rumeno che si trovava alla guida del mezzo pesante è stato arrestato.

Sul “corriere” sono tuttora in corso una serie di accertamenti per verificare la destinazione e la provenienza del carico di hashish, che presumibilmente avrebbe dovuto inondare il mercato della zona. Il camion sospetto, che stava attraversando il Varesotto, è stato fermato dai carabinieri del Nucleo operativo e radiomobile di Saronno, coordinati dal capitano Pietro Laghezza, per un controllo. A bordo c’erano numerosi pallet imballati e perfettamente sigillati, il cui peso, però, non corrispondeva a quanto dichiarato. Durante l’ispezione sono spuntati i panetti di droga.

Dalla prima pedana ispezionata, nella parte inferiore racchiusa da una gabbia in legno, sono stati scovati cinque voluminosi involucri confezionati con una spessa membrana di nastro adesivo, che a loro volta contenevano innumerevoli panetti di hashish. Il rumeno al volante non ha fornito alcuna indicazione rispetto alla droga trasportata. Secondo una stima approssimativa il valore di mercato della sostanza sequestrata si aggira attorno a un milione e 200mila euro.

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Governo, Salvini: “Conte? Nessuna marcia indietro, avanti con lui. Savona? A me piace, garanzia per 60 milioni di italiani”

Tor, 22/05/2018 - 19:02

“Conte? Abbiamo accolto l’indicazione degli amici dei 5 Stelle e su questo continuiamo a lavorare”. Così Matteo Salvini, dopo il vertice con Luigi Di Maio, sul nome del professore Giuseppe Conte quale figura da indicare al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. “Di Maio non mi ha detto che da parte loro ci sono ripensamenti sul nome del premier “, aggiunge il leader del Carroccio. Conte premier è l’indicazione che abbiamo dato. Era nella squadra di governo ipotizzata dal M5S e sarebbe sostenuto da chi rappresenta più del 50% dei voti degli italiani”. Poi, sulla pausa di riflessione del Colle, Salvini non si scompone: “Ce lo aveva anticipato ieri Mattarella”. L’economista Paolo Savona possibile ministro dell’Economia? “A me piace molto, non indico niente a nessuno, non siamo noi a suggerire i ministri, ma la sua storia è una garanzia per 60 milioni di italiani”.

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Giuseppe Conte, Nyt: “Nel cv studi alla New York University che non risultano all’ateneo”. Accademici: “Visiting scholar non sono registrati”

Tor, 22/05/2018 - 18:46

Un paragrafo in un articolo del New York Times ha scatenato le polemiche della stampa italiana su Giuseppe Conte. Il professore scelto da Luigi Di Maio per guidare il governo Lega-M5s è stato accusato di avere inserito nel suo curriculum esperienze di studio mai sostenute alla New York University. Nel corso della giornata poi la Reuters e l’agenzia austriaca Apa hanno riferito che anche le università di Cambridge e l’Université Paris 1 PanthéonSorbonne non hanno trovato tracce, nei loro archivi, della frequentazione del professore. Diversi accademici confermano però quanto sostenuto dal docente di diritto privato. E spiegano che le posizioni di visiting scholar e visiting professor così si definiscono gli studiosi che svolgono attività di ricerca presso atenei di altri Paesi – prevedono solo l’accesso alla biblioteca dell’università e non sono formalizzate. E’ normale quindi che non vengano registrate nelle banche dati dell’istituzione.

Uno scambio di mail con un professore della Nyu e la testimonianza di un ricercatore che ha studiato con Conte confermano peraltro la sua presenza alla New York University nel 2009, 2012 e 2014. Nel pomeriggio Germano Dottori, docente di Studi strategici alla Luiss, ha twittato che il giornalista del Nyt autore del pezzo è “molto vicino al renziano Marco Carrai e al suo collaboratore Andrea Stroppa“, aggiungendo: “Ritengo sia stato imbeccato anche questa volta”. Carrai ha annunciato querela. Quanto ai dubbi sulla frequentazione nel 1993 di quello che nel cv veniva indicato come “International Kulturinstitute di Vienna“, in serata si è chiarito che c’era un errore nel nome dell’istituto – quello corretto è Internationales Kulturinstitut – e nell’anno, che è il 1990. Conte, come risulta in un documento ottenuto dall’Adnkronos, ha frequentato un corso di lingua di primo livello dal 6 agosto al 7 settembre 1990. Dal M5S precisano che il docente, “come ogni giurista del suo livello, ha frequentato corsi di tedesco per approfondire i suoi studi giuridici. Per questo, ha soggiornato a Vienna”.

Nyt: “Alla New York University non risulta” – Il presunto caso sul cv dell’uomo che potrebbe essere il prossimo inquilino di Palazzo Chigi è deflagrato dopo la pubblicazione di un lungo articolo dedicato alla politica italiana sulle pagine del New York Times. Nel suo pezzo, il corrispondente da Roma, Jason Horowitz, riassume le competenze vantate dal docente originario di Foggia, basandosi sul curriculum ufficiale depositato da Conte alla Camera dei deputati ai tempi in cui il Movimento 5 stelle lo aveva eletto componente del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa. Un documento lungo ventotto pagine in cui Conte scrive di aver soggiornato, “ogni estate e per periodi non inferiori a un mese, presso la New York University, per perfezionare e aggiornare i suoi studi, dal 2008 al 2012″. “Alla domanda sull’esperienza di Mr. Conte alla New York University, Michelle Tsai, una portavoce, ha detto lunedì: “Una persona con questo nome non compare nei nostri archivi come studente o membro di facoltà, aggiungendo che era possibile che ne avesse seguito uno o programmi di due giorni per i quali la scuola non tiene registri”, scrive il New York Times.

Ma c’è uno scambio mail con il docente Geistfeld – Una smentita che però non esclude la versione sostenuta da Conte nel suo curriculum. Secondo l’agenzia Adnkronos c’è uno scambio di mail che prova gli studi del professore alla New York University. Scambi che risalgono all’agosto 2014, perché anche in quell’anno il docente sarebbe partito alla volta di New York, pur omettendo l’informazione dal suo cv. Lo scambio di mail è con Mark Geistfeld, autorevole studioso della responsabilità civile della NYU School of Law. Durante il soggiorno del 2014, come si evince dalle mail, Conte incontrò e interagì con Geistfeld. E proprio da questo scambio è nato l’inserimento del docente statunitense nel comitato scientifico della storica rivista Giustizia civile, edita da Giuffrè, di cui Conte è direttore.

L’allievo di Conte: “Nel 2009 mi fece entrare nella biblioteca della Nyu” – Ettore Lombardi, ricercatore presso il dipartimento di Scienze politiche dell’università di Firenze ed ex allievo di Conte, racconta poi a ilfattoquotidiano.it che “nell’estate del 2009 e del 2012 incontrai il professore alla Nyu, dove lui stava facendo ricerca. Nel 2009 entrai in biblioteca grazie a lui, perché gli atenei anglosassoni su queste cose sono rigidi. Mi consentirono di accedere sono perché ero un suo allievo e stavamo lavorando insieme ad un progetto”.

Andenas: “Non necessariamente i docenti che vanno all’estero sono registrati come ‘staff’ o ‘student'” – Non solo. Su Twitter un docente di Oslo, Mads Andenas, studioso di diritto contrattuale europeo già direttore del londinese British Institute of International and Comparative Law, difende a spada tratta il curriculum del collega italiano in corsa per Palazzo Chigi. “I professori studiano in biblioteca per tali soggiorni durante le vacanze estive, e non sono ‘staff’ o ‘students'”, scrive Andenas commentando il pezzo del New York Times che tanta rilevanza sta avendo in Italia. E in effetti è la modalità d’impiego dei docenti in università estere che nel mondo accademico si definisce visiting professor.

I professori studiano in biblioteca per tali soggiorni durante le vacanze estive, e non sono “staff” o “students”. https://t.co/IshB5fuuww

— Mads Andenæs (@MadsAndenas) 22 maggio 2018

L’accusa di Dottori a Carrai – Germano Dottori, docente di Studi Strategici alla Luiss-Guido Carli e consigliere scientifico di Limes, ha scritto su twitter che Horowitz “è molto vicino” a Marco Carrai, amico e finanziatore di Matteo Renzi, “e al suo collaboratore Andrea Stroppa”. E ipotizza che “sia stato imbeccato”. “Ho dato mandato ai legali di querelare il prof Dottori che ha accostato il mio nome all’inchiesta sugli studi del professor Conte”, è la risposta di Carrai. “Il mio rispetto per le istituzioni è fuori di ogni dubbio e non posso tollerare accostamenti del mio nome a tentativi di infangarle”.

Jason Horowitz è molto vicino al renziano Marco Carrai e al suo collaboratore Andrea Stroppa. Ritengo sia stato imbeccato anche questa volta

— Germano Dottori (@GermanoDottori) 22 maggio 2018

La nota M5s: “Mai citati corsi o master presso la Nyu” – La notizia pubblicata dal giornale americano, e ripresa da tutte le principali testate italiane, raccoglie dunque la replica del Movimento 5 stelle. “Nel suo curriculum Giuseppe Conte ha scritto con chiarezza che alla New York University ha perfezionato e aggiornato i suoi studi. Non ha mai citato corsi o master frequentati presso quella università. Quindi la stampa internazionale e quella italiana si stanno scatenando su presunti titoli che Conte non ha mai vantato! Conte, come ogni studioso, ha soggiornato all’estero per studiare, arricchire le sue conoscenze, perfezionare il suo inglese giuridico. Per un professore del suo livello sarebbe stato strano il contrario. Lo ha fatto e lo ha giustamente scritto nel curriculum, ma paradossalmente questo ora non va bene e diventa addirittura una colpa. È l’ennesima conferma che hanno davvero tanta paura di questo governo del cambiamento”, è la nota diffusa dall’ufficio comunicazione del M5s.

I casi dell’International Kultur Institut e di Cambridge – Nel curriculum il professore dichiara anche che “nell’anno 1993 ha soggiornato a Vienna, studiando tre mesi presso l’International Kultur Institut”. Secondo l’agenzia austriaca Apa e il portale news Der Standard l’International Kultur Institut di Vienna “in realtà si chiama Internationales Kulturinstitut ed è esclusivamente una scuola di lingue che offre corsi di tedesco”. Ma Conte non specifica di avere svolto a Vienna studi giuridici. Almeno non nel curriculum depositato alla Camera. In quello depositato all’associazione dei civilisti italiani, invece, il professore elenca in maniera non cronologica tutti gli eventuali atenei dove ha svolto “perfezionamento studi giuridici”: tra questi anche Vienna. Dall’istituto in serata l’Adnkronos ha comunque avuto conferma che non nel 1993 ma nell’estate 1990 Conte ha frequentato un corso di tedesco presso l’istituto.

Per quanto riguarda Cambridge nel primo curriculum, quello prodotto a Montecitorio, il docente spiega che “nel settembre dell’anno 2001 ha studiato presso il Girton College, Cambridge University, ove ha svolto attività di ricerca scientifica”. Ma l’università di Cambridge, secondo la Reuters, a settembre è chiusa per le vacanze estive. L’agenzia di stampa cita poi una fonte dell’istituto, secondo la quale non c’è nessuna traccia della frequentazione di Conte ma il professore potrebbe aver seguito un corso tenuto a Cambridge da un terzo istituto, non risultando quindi nei registri dell’università.

A Pittsburgh solo ricerca. Malta: “Possibile che abbia partecipato a letture nel 1997” – Il Messaggero riporta che anche l’università di Malta e quella di Pittsburgh hanno fatto sapere che “non c’è traccia di Giuseppe Conte” tra i docenti. Per quanto riguarda Pittsburgh però il cv si limita a citare “attività di ricerca” – non registrate dagli atenei, come già chiarito – e l’università di Malta in cui Conte ha scritto di aver insegnato nell’estate 1997 ha spiegato che “non esclude che egli abbia potuto essere coinvolto in alcune letture organizzate nell’estate del 1997 dalla defunta Foundation for International Studies (FIS)”, una “entità separata” rispetto all’University of Malta, con cui era stata attivata una collaborazione.

Il manifesto del Social Justice group – Il professore sostiene poi di essere stato “designato” a far parte del Social Justice Group istituito presso l’Unione Europea. Secondo ilPost.it, però, l’Unione Europea non ha un organo con questo nome. Esisteva  però il Social justice in european private law, creato per pubblicare un Manifesto nel 2004. Il capo di quei docenti era Martijn Hesselink che sempre al post ha detto “Conte non è stato membro del Social Justice Group che ha scritto, firmato e pubblicato il manifesto”. Un volume universitario del 2009, però suggerisce un’altra ricostruzione: Conte potrebbe avere firmato il manifesto insieme ad altri docenti dopo la sua pubblicazione.

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Governo, Grillo (M5s): “Conte premier? State tranquilli, nessuna apocalisse. Sarà un presidente autonomo”

Tor, 22/05/2018 - 18:41

“Ho letto diversi tentativi diffamatori sul professor Conte. Mattarella temporeggia? Non c’entra nulla. Si deve prendere il suo tempo. Non è una pausa di riflessione, ma una pausa fisiologica che sapevamo ci sarebbe stata. Non vi sarà nessuna apocalisse. Il presidente del Consiglio sarà autonomo”. Così Giulia Grillo, capogruppo alla Camera del M5s, all’ingresso di Montecitorio. “Conte è espressione di un accordo politico” ha concluso rispondendo a chi ha avanzato il dubbio si tratti, in realtà, di un “tecnico”.

 

 

 

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Giuseppe Conte puntuale o pasticcione? Così su Facebook alcuni allievi parlavano del loro prof

Tor, 22/05/2018 - 18:24

La fama improvvisa, si sa, ha effetti collaterali curiosi, come dimostra plasticamente il caso del professor Giuseppe Conte, candidato alla presidenza del Consiglio nel governo M5s-Lega.
Entrato in un gigantesco tritacarne mediatico, che va da Volturara Appula, suo paese di origine, a Firenze fino a New York, il docente universitario è diventato anche un caso sui social, che sono ribolliti come una tonnara dopo una mia incursione in un gruppo Facebook di studenti universitari del polo Novali di Firenze.

Tutto nasce quando ieri pomeriggio su ilfattoquotidiano.it è stata pubblicata l’intervista ad alcuni allievi del docente universitario che ne elogiavano la meticolosità. Incuriosita, mi sono dedicata alla mia solita rabdomanzia serale tra i pertugi di Facebook, dove ho scovato alcuni post datati e risalenti all’anno di corso 2012-2013. In questo gruppo, alcuni studenti universitari lamentavano una certa disorganizzazione da parte di Conte nella gestione delle date di appello dell’esame e nella verbalizzazione della prova. “Le persona più disorganizzata e menefreghista di tutta l’università”, scriveva uno studente. “E’ l’uomo più mal organizzato della storia universitaria italiana”, sentenzia un altro allievo di Conte.

Assemblando quei giudizi severi con quelli positivi sulla figura del papabile premier, è inevitabile cedere al sorriso. La stessa reazione si ha nel leggere sui social le opinioni divisive intorno alla sua figura e alla travagliata questione del suo curriculum.

Insomma, il professore pugliese è puntuale o pasticcione? Ha aggiornato i suoi studi alla New York University sì o no? Fino ad ora, più che un presidente del Consiglio, Giuseppe Conte sembra, a tutti gli effetti, un Keyser Söze in salsa italica…

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Non è Narcos ma la realtà: scendono dall’auto incappucciati e armati seminano il panico. Ecco cosa succede nel quartiere

Tor, 22/05/2018 - 18:23
Lunedì pomeriggio, in un quartiere sensibile di Marsiglia, la Busserine, noto per il traffico di droga, c’è stata una sparatoria. Uomini incappucciati e armati di kalashnikov, a bordo di tre auto, hanno aperto il fuoco contro un gruppo di giovani, non lontano da un centro culturale. Nello scontro una persona è rimasta leggermente ferita. La polizia ha poi chiuso la zona con un cordone di sicurezza. Nel corso della fuga, ci sarebbe stato anche uno scambio di colpi d’arma da fuoco tra gli assalitori in fuga e i poliziotti all’uscita della banlieue. Il governo ha escluso che si sia trattato di terrorismo. L’indagine si sta focalizzando attorno alle bande di narcos attive in città. Oggi, durante le ricerche dei fuggitivi, le auto usate per l’agguato sono state ritrovate bruciate fuori da Marsiglia.

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Grande Fratello 15, Barbara Palombelli: “Ho detto no perché non avrei avuto tempo di fare una cosa bella, come volevo io”

Tor, 22/05/2018 - 18:10

Chissà come sarebbe stato il Grande Fratello 15 condotto da Barbara Palombelli. Non lo sapremo mai, dato che la giornalista e volto di Forum mesi or sono ha deciso di rifiutare la conduzione del reality di Canale 5 per dedicarsi ai suoi appuntamenti giornalieri con il tribunale televisivo (d’altronde, con 21 ore settimanali è la donna che sta più tempo in televisione). Al suo posto è arrivata Barbara d’Urso con tutto quello che abbiamo visto in questi primi 34 giorni di programma. “Nonostante Barbara d’Urso ora abbia anche il Grande Fratello, credo di essere sempre io la prima per numero di ore in onda”, ha detto in un’intervista rilasciata al settimana Tv Sorrisi e Canzoni.

La conduttrice ha poi spiegato le sue motivazioni circa il “no, grazie” dato al reality. “Me lo avevano proposto, ma ho rinunciato perché non avrei avuto il tempo di fare la bella cosa che avevo in mente io – ha detto – lo immaginavo come una sorta di collegio, di caserma. Avrei voluto dimostrare che il programma può anche insegnare la buona educazione. Con Barbara ci siamo abbracciate. Siamo ‘grandi sorelle'”. Barbara Palombelli non è stata la protagonista e, verrebbe da dire, non è stata protagonista neanche la buona educazione.

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Amazon, accordo con i sindacati sui turni nel polo di Piacenza. “Lavoro notturno volontario e con maggiorazione”

Tor, 22/05/2018 - 18:00

Superamento dei turni fissi pomeridiano e notturno e ridefinizione degli orari su tre fasce per un totale di 40 ore di lavoro su cinque giorni alla settimana. E’ il contenuto dell’accordo firmato da Amazon Italia con le rappresentanze sindacali aziendali del polo di Castel San Giovanni (Piacenza), dove lo scorso anno era stato proclamato sciopero in occasione del Black Friday. L’intesa, che andrà a beneficio solo dei dipendenti diretti del gruppo Usa ed è stata approvata con un referendum, sarà in vigore per 12 mesi dal prossimo 17 giugno.

Tutti i 1.656 dipendenti diretti ruoteranno ogni settimana su due turni dalle 7 alle 15 e dalle 15:30 alle 23:30 durante tutto l’anno. Il turno notturno – su base fissa dalle ore 20 alle 4 da gennaio ad agosto e dalle 23:30 alle 7:30 dal mese di settembre a metà novembre e da metà novembre a dicembre – sarà presidiato dai soli lavoratori volontari ai quali sarà riconosciuta una maggiorazione economica del 25%. Se non si raggiungesse il numero necessario per fare fronte alle esigenze aziendali verrà prevista una rotazione omogenea su tre turni. Nell’ambito di otto settimane, i lavoratori presteranno servizio durante un fine settimana lungo un sabato e una domenica e garantiranno due weekend di lavoro solo il sabato e uno di lavoro solo la domenica a fronte di quattro weekend consecutivi di riposo.

Per Fisascat Cisl Parma e Piacenza “quello di oggi è un risultato storico che recepisce le nostre istanze, raggiunto anche grazie all’impegno delle rappresentanze sindacali aziendali firmatarie dell’intesa, prevalentemente alla Fisascat Cisl, che hanno portato a buon fine negoziato anche connotato da momenti di forte tensione anche culminati con iniziative di mobilitazione e sciopero. Il nuovo modello turni garantisce nei vari reparti del sito di Castel San Giovanni la job rotation omogenea nelle mansioni e nei carichi di lavoro eliminando di fatto i turni imposti unilateralmente da Amazon che apre finalmente le porte alla volontarietà della prestazione notturna riconoscendo anche un ristoro economico per chi svolge i turni disagiati, con un importante incremento economico mensile, stimato da 70 euro a 97 euro a seconda del periodo lavorato”.

La Fist Cisl parla di “una svolta nel sistema di relazioni sindacali con Amazon che può essere il preludio allo sviluppo di un sistema contrattuale transnazionale anche negli altri stabilimenti in Europa e nel mondo. Questo accordo conferma l’Italia nel ruolo di protagonista del cambiamento in un segmento di avanguardia come quello delle piattaforme digitali”.

“Siamo soddisfatti di un risultato al momento unico in Europa – commenta Massimo Mensi, che per Filcams Cgil Nazionale segue le vertenze Amazon – che speriamo possa spianare la strada nell’apertura di tanti altri tavoli di confronto in tutti i paesi dove Amazon ha una propria sede”. “Siamo di fronte ad un accordo importantissimo – sottolinea Maria Grazia Gabrielli, segretaria generale Filcams Cgil Nazionale – anche alla luce degli scioperi e delle proteste dello scorso novembre, quando in occasione del Black Friday molti dipendenti hanno incrociato le braccia proprio per chiedere condizioni di lavoro meno pesanti e impattanti con la vita privata e famigliare. Un accordo che può ora aprire la strada verso nuove relazioni aziendali ed affrontare temi rilevanti come quello della salute e della sicurezza dei luoghi di lavoro”.

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Aborto, “Non una di meno” organizza a Milano “Molto più di 194”: una giornata su obiezione respinta e diritti negati

Tor, 22/05/2018 - 17:34

Sono passati 40 anni dall’approvazione della legge 194, che legalizza l’interruzione volontaria di gravidanza e, in occasione di questo anniversario, oggi (22 maggio) e sabato 26 maggio la rete femminista “Non una di meno” torna nelle piazze di tutta Italia per rimettere al centro del dibattito pubblico l’applicazione di quella legge. Il movimento rivendica la libertà e i diritti conquistati in decenni di lotte collettive, per dire che la sessualità delle donne non è finalizzata alla procreazione e che “la maternità non è un obbligo, ma una scelta”. L’appuntamento con #Moltopiùdi194’ è a Milano, al Parco della Guastalla, dalle 15.30 fino alla tarda serata (qui l’evento Facebook).

LA DENUNCIA – “Non Una Di Meno” denuncia la responsabilità di Stato e Regioni nella continua violazione del diritto alla salute riproduttiva. Oggi in Italia il numero di medici obiettori ha raggiunto una media del 70%, con punte del 90% in alcune regioni. Solo 390 strutture con reparti di ostetricia e ginecologia su 654 effettuano interruzioni di gravidanza. Il risultato? L’interruzione volontaria è sempre più un percorso a ostacoli. L’aborto farmacologico è somministrato da pochi ospedali e in modo limitato (leggi l’inchiesta di Fq Millennium). “Oltre il 20% delle donne – spiega il movimento – racconta di aver subito umiliazioni e pratiche violente durante il parto, mentre l’accesso gratuito agli esami diagnostici durante la gravidanza è compromesso dalla carenza di strutture pubbliche, con conseguenze gravi sulla salute e sul benessere delle donne”. A farne le spese sono soprattutto quelle più povere e precarie. Secondo le attiviste di “Non una di meno” è violenza quella che si esercita sulle donne con la complicità dello Stato e della comunità “quando l’obiezione di coscienza nelle strutture sanitarie ci mette in condizioni umilianti e ci impedisce di abortire in sicurezza, quando veniamo private della possibilità di ricorrere alle procedure più adatte ai nostri bisogni (come l’aborto farmacologico), quando il contesto ci spinge a vergognarci di avere abortito e non parlarne con nessuno e quando i nostri compagni ci espongono ad una gravidanza non desiderata perché rifiutano di mettersi un profilattico”.

L’EVENTO – Sabato 26 maggio, al Parco della Guastalla, ci saranno banchetti informativi, laboratori, cartelloni, dibattiti, musica. Alle 17 interverranno anche le giornaliste del Fatto Quotidiano per presentare l’inchiesta su aborto e obiezione in Italia. “Si parlerà di aborto, sessualità, prevenzione, consultori” spiega il movimento, ma anche di “piacere, corpi e desideri, libertà e responsabilità, di cosa vuol dire scegliere la vita”. Sarà anche un giorno di denuncia politica. Il movimento chiede, tra le altre cose, che siano gratuiti la contraccezione e l’accesso all’assistenza sanitaria per l’interruzione volontaria di gravidanza, la gravidanza e il parto indipendentemente dalla cittadinanza e dai documenti. “Siamo con le donne argentine – spiegano le attiviste – che hanno imposto al Parlamento di discutere la legalizzazione dell’aborto, con le irlandesi che a fine maggio voteranno in un referendum per decriminalizzare la procedura per l’aborto, con le polacche che per prime hanno scioperato per bloccare i tentativi del parlamento di proibirlo”.

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La lotta all’ultimo sangue tra due coccodrilli e lo gnu: quello che succede sott’acqua vi lascerà a bocca aperta

Tor, 22/05/2018 - 17:27

Parco nazionale Kruger, nord-est del Sudrafica. Un gruppo di turisti, durante un safari, si imbatte in una mandria di gnu, impegnata a trovare dell’acqua per abbeverarsi. All’improvviso, dal fiume, escono due coccodrilli, che attaccano uno gnu. L’intervento di un gruppo di ippopotami, però, capovolgerà la situazione.

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Ustica, Cassazione: “Ministero Difesa e Infrastrutture devono risarcire Itavia”

Tor, 22/05/2018 - 17:24

Un’altra condanna a risarcire per lo Stato. La Cassazione a sezioni Unite ha confermato la responsabilità dei ministeri di Difesa e delle Infrastrutture per l’abbattimento del  DC9 dell’Itavia su Ustica. E i giudici della III sezione civile tra qualche mese stabiliranno se 265 milioni di euro bastano o sono troppi per risarcire l’Itavia fallita dopo l’abbattimento dell’aereo caduto in mare il 27 giugno 1980 con portandosi via la vita di 81 persone. La suprema corte ha motivato la decisione perché i minsteri hanno omesso “attività di controllo e sorveglianza della complessa e pericolosa situazione venutasi a creare nei cieli di Ustica”.

A 38 anni dal disastro è uno dei primi punti fermi nell’odissea giudiziaria dei risarcimenti. Il volo I-Tigi partito da Bologna e diretto a Palermo fu colpito da un missile nei cieli italiani non adeguatamente protetti dai radar e dalla vigilanza del ministero della Difesa e da quello delle Infrastrutture. Era stata III sezione civile della Cassazione a chiedere alle Sezioni Unite di decidere se Itavia, in liquidazione da anni, avesse o meno il diritto di ricevere dai due ministeri – responsabili del disastro aereo – un ulteriore risarcimento per la perdita del Dc9 avendo già incassato a suo tempo, dall’assicurazione Assitalia, tre miliardi e ottocento milioni di vecchie lire. Ad avviso dei supremi giudici sciogliere questo controverso nodo di diritto della “compensatio lucri cum damno”, sul quale ci sono orientamenti contrastanti, era preliminare rispetto alla discussione sull’intero megarisarcimento da 265 milioni, cifra che in base a quanto deciso dalla Corte di Appello di Roma nel 2013, Difesa e Infrastrutture devono pagare all’Itavia con interessi che continuano a decorrere e che sono il ‘grosso’ della somma. Nell’ordinanza interlocutoria 15534 i supremi giudici ricordavano che la somma di 265 milioni, alla data del 2013, era composta da circa 27 milioni e mezzo di euro per risarcimento del danno, da circa 105 milioni di euro per rivalutazione e da circa 132 milioni di euro per interessi, oltre agli interessi legali sulla sentenza al saldo.

Il Dc-9 I-Tigi Itavia, in volo da Bologna a Palermo con il nominativo radio IH870, scomparve dagli schermi del radar del centro di controllo aereo di Roma alle 20.59 e 45 secondi del 27 giugno 1980. L’aereo era precipitato nel mar Tirreno, in acque internazionali, tra le isole di Ponza e Ustica. All’alba del 28 giugno vennero trovati i primi corpi delle 81 vittime (77 passeggeri, tra cui 11 bambini, e quattro membri dell’equipaggio). Il volo IH870 era partito dall’ aeroporto ‘Guglielmo Marconi’ di Borgo Panigale in ritardo, alle 20.08 anziché alle previste 18.30 di quel venerdi’ sera, ed era atteso allo scalo siciliano di Punta Raisi alle 21.13. Alle 20.56 il comandante Domenico Gatti aveva comunicato il suo prossimo arrivo parlando con “Roma Controllo”.

Il volo procedeva regolarmente a una quota di circa 7.500 metri senza irregolarità segnalate dal pilota. L’aereo, oltre che di Ciampino (Roma), era nel raggio d’azione di due radar della difesa aerea: Licola (vicino a Napoli) e Marsala. Alle 21.21 il centro di Marsala avvertì del mancato arrivo a Palermo dell’aereo il centro operazioni della Difesa aerea di Martina Franca (Taranto). Un minuto dopo il Rescue Coordination Centre di Martina Franca diede avvio alle operazioni di soccorso, allertando i vari centri dell’aeronautica, della Marina militare e delle forze Usa. Alle 21.55 decollarono i primi elicotteri per le ricerche. Furono anche dirottati, nella probabile zona di caduta, navi passeggeri e pescherecci. Alle 7.05 del 28 giugno vennero avvistati i resti del DC 9. Le operazioni di ricerca proseguirono fino al 30 giugno, vennero recuperati i corpi di 39 degli 81 passeggeri, il cono di coda dell’aereo, vari relitti e alcuni bagagli delle vittime. Una delle ultime sentenze risale al 29 giugno dell’anno scorso quando lo Stato fu condannato a risarcire 29 familiari: “L’aereo fu abbattuto da un missile. E dopo ci furono depistaggi”.

Le sezioni Unite civili hanno dichiarato “inammissibile il ricorso con il quale Difesa e Infrastrutture hanno contestato di essere responsabili della caduta del volo I-Tigi per “fatto illecito” costituito dall’omesso controllo dei cieli, così come stabilito dalla Corte di Appello di Roma con due distinti verdetti del 2012 e del 2013 nei quali i magistrati capitolini avevano dato il via libera alla richiesta risarcitoria portata avanti da Itavia in amministrazione straordinaria.

La compagnia aerea, costretta a chiudere i battenti da una campagna denigratoria, era stata fondata dall’imprenditore marchigiano Aldo Davanzali, morto nel 2005. Poi a prendere il testimone nella battaglia contro lo Stato italiano, difeso anche in Cassazione dall’Avvocatura erariale, erano state le figlie Luisa e Tiziana. Nonostante il governo Letta avesse deciso di non fare più ricorso contro il diritto dei familiari delle vittime di Ustica ad essere risarciti, dalla ‘pax’ era stata esclusa Itavia e infatti la contesa continua ed ora è arrivata alle battute finali.

“Finalmente anche la Cassazione ribadisce quello che era già stato rilevato in altre sedi. Resta il dramma di una verità negata il giorno dopo la strage e per lunghi anni ancora”. Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione Familiari delle Vittime della Strage di Ustica, sorella di una delle vittime, commenta con l’Adnkronos la sentenza della Cassazione. “Era compito dei due ministeri garantire la sicurezza del volo. A loro, ha detto in pratica la Cassazione, spettava l’onere di capire cosa stesse accadendo nei nostri cieli. Bastava avvisare il pilota e non è stato fatto. Il dramma è che tutto ciò è stato negato dal giorno dopo la strage. In tanti anni, tante menzogne e questo è sempre più palese. I nostri militari si sono lasciati incriminare per alto tradimento ma la verità dalla loro bocca non è mai venuta fuori. È dal 1999 che abbiamo la certezza dell’abbattimento dell’aereo ma l’Italia, cosa vergognosa, non riesce a farsi dire chi sono i responsabili”. Bonfietti pensa ad Aldo Davanzali, morto a 83 anni nel 2005, che poco prima della morte annunciò che stava per chiedere un risarcimento allo Stato per i danni patrimoniali e morali subiti dopo la strage di Ustica, che con l’abbattimento del DC-9 e la morte di 81 passeggeri segnò anche il tracollo della sua compagnia aerea e del suo impero economico. “Ha lottato tutta la vita per la verità- osserva Daria Bonfietti -. Solo i figli possono vedere che il loro padre aveva ragione. Questa sentenza possa in qualche modo rendergli onore”.

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Shyla mangia caviale, Lola fa yoga, Peppino cerca l’anima gemella: quando i cani (sì, i cani) vivono da super ricchi

Tor, 22/05/2018 - 17:17

Shyla mangia caviale e cozze neozelandesi. Lola fa yoga e si fa creare abiti su misura. Peppino ricorre ad un’agenzia matrimoniale per trovare l’anima gemella. Solo che Sheila, Lola, Peppino, ma anche Lou Lou e Asietta, sono bellissimi e coccolati cagnolini. Bestiole inconsapevoli e straordinarie protagoniste di  #Riccanza! Vita da cani, il docu-reality che racconta le vite dorate di cinque cani super glamour, in onda con una doppia puntata martedì 22 maggio 2018 su MTV. Un pinscher, un bulldog, un pechinese nano, una bassottina e una levrierina sono le vere star di un nuovo spin off del programma andato in onda per la prima volta nel 2016, per due stagioni, a seguito di giovani e ricchi rampolli dell’alta società italiana compresa quella Elettra Lamborghini che tanto continua a fare parlare di sé dalle colonne dei giornali di gossip. Basta quindi abbassare, anzi alzare, visto che i cani protagonisti stanno spesso in braccio ai loro padroni o a sedere a tavola con loro, la telecamera a quindici/venti centimetri di altezza per osservare il mondo canino fatto di cene eleganti, sarti e personal trainer, massaggi e shampoo nelle spa più esclusive. Assieme ai ricchi padroni, delle infinite possibilità materiali casalinghe ne godono in egual misura anche loro. “Fanno quello che facciamo noi”, spiega uno dei proprietari dei coccolati amici a quattro zampe. Un’ostentazione della propria posizione socio-economica da parte dei padroni che si fonde comunque con un amore sincero e viscerale per il proprio cane.

Asietta, pechinese nano dal pelo nero e lunghissimo, ha come passatempo preferito quello di fare l’assistente stylist per la sua padrona Valeria, fashion stylist e influencer milanese. Il bassotto milanese Lola è il kaninchen più fotografato della scena musicale più in voga del momento, dato che la sua padrona, Silvia, ha una società di eventi e comunicazione (Fabri Fibra ascoltato alla radio viene chiamato “zio”) e per questo frequentano i migliori party della città. Lou Lou è un piccolo levriero italiano, cane appartenente ad una razza molto antica che discende dai levrieri dell’antico Egitto, appassionata di cinema d’autore, dedita a frequentare party esclusivi in compagnia del suo padrone, Gualtiero Fornetti, storico del cinema, stilista di abiti sartoriali su misura che finiscono anche addosso a lei. Peppino, bulldog inglese di 16 mesi, ama dormire sulla sua poltrona Philip Stark. Il suo padrone è il fotografo Mario Gramegna, compagno dell’hairstylist personale di Belén Rodrìguez. Shyla, infine, forse la più “normale” di tutti, è un pinscher che con i suoi padroni Yari e Raja ama guidare niente meno che una Ferrari. La voce fuori campo che accompagna Riccanza Vita da cani è di Farid Shrivani. Produce DUEB.

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Spagna, Iglesias e la compagna deputata comprano villa da 600mila euro: iscritti Podemos votano se confermarli o no

Tor, 22/05/2018 - 17:10

Pablo Iglesias può rimanere leader di Podemos anche se si è comprato una villetta borghese con giardino e piscina da 600mila euro? Lo deciderà un referendum interno al partito di sinistra che porterà al voto 490mila iscritti. Le votazioni saranno possibili da oggi fino a domenica. I risultati saranno comunicati lunedì. Agli iscritti verrà chiesto se vogliono mantenere Iglesias come leader del partito “anti-sistema” e la compagna Irene Montero come capogruppo al Congresso dei deputati. La coppia, in attesa di due gemelli, ha appena acceso un mutuo trentennale per comprare la villetta che si trova poco fuori Madrid. L’acquisto ha sollevato proteste e ironie sul web, dato il passato stile pauperista di Iglesias. Ed è stato ricordato un suo polemico tweet di qualche anno fa in cui l’erede politico della protesta degli indignados si scagliava contro il ministro dell’economia Luis de Guindos per l’acquisto “di un attico di lusso” proprio dal prezzo di 600mila euro.

¿Entregarías la política económica del país a quien se gasta 600.000€ en un ático de lujo? http://t.co/4EhKia0d vía @el_plural

— Pablo Iglesias (@Pablo_Iglesias_) 20 agosto 2012

Davanti alle critiche, in questi giorni, Iglesias e Montero hanno spiegato di avere comprato la nuova casa “per portare avanti un progetto di vita, non per speculare”. Alla decisione ha contribuito anche il fatto che Montero sia incinta. I due politici hanno acceso un mutuo su 30 anni e pagano 1.600 euro al mese, il doppio di quanto guadagnino ogni mese molti elettori del partito “viola”. “Nella sua traiettoria politica – ha scritto il giornale online El Confidencial tracciando ironicamente un parallelo con la Santa Inquisizione – Iglesias ha dato infinite lezioni di etica pubblica e privata, ha attaccato molta gente, ha beneficiato dell’indignazione o della disperazione di chi vive male. Per sostenere l’autorità del sinistro tribunale come guardiani della fede e martello degli eretici dovevano privarsi dei beni di cui il resto dei mortali poteva godere senza scandalo”.

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Il contratto Lega-M5s benevolo con l’Europa. Forse c’è un patto

Tor, 22/05/2018 - 17:06

di Nicola Sorgi 

Nel tentativo fatto da Lega e MoVimento 5 stelle di far confluire i rispettivi punti forti dei programmi in un piano di governo comune, ciò che forse sorprende di più è il “rafforzamento del ruolo e dei poteri del parlamento europeo”, e in generale il pieno sostegno ai trattati di Maastricht e Lisbona. Vi è insomma un’inaspettata apertura all’Europa, contraria sia alla linea politica di sempre della Lega, che alle battaglie storiche del M5S (anche se qui l’inversione di rotta era nell’aria da un po’).

Ora, visto che come evidenziato un po’ da tutti le coperture finanziarie per flat tax + reddito di cittadinanza + superamento Fornero non ci sono, e visto che per ritornare protagonisti in Europa non si può certo rompere la linea di austerity sul rapporto deficit-Pil, come potrebbero conciliarsi tali aspetti nel prossimo futuro, se il governo gialloverde vedesse effettivamente la luce?

Penso che la combinazione dei due cavalli di battaglia della Lega, ossia misure securitarie xenofobe e flax tax, se attuata porterà in primis l’Italia a divenire in maniera ancora più decisa lo sbarramento della fortezza Europa (anziché il cancello); e questo farebbe sicuramente comodo all’Unione, che per un simile lavoro sporco già finanzia lautamente Erdogan e Orban.

L’attuazione della flat tax ci farà poi divenire un paradiso fiscale per le grandi multinazionali, che avranno dunque un appoggio alternativo all’Irlanda per stabilire le proprie sedi ed estendere il proprio dominio in Europa, contribuendo al rafforzamento dell’economia italiana (ma non a quello sociale). Anche questo è tutto sommato nei piani dell’Unione, che non ha mai seriamente tentato di difendere i mercati locali degli Stati membri dalle ingerenze di Amazon e simili.

Le pesanti revisioni della prima bozza del contratto, imputate alla mediazione di Sergio Mattarella, potrebbero indicarci una contrattazione con la Troika già conclusa: a Lega e Movimento più fondi e spazio di manovra fiscale per concretizzare le promesse elettorali, e all’Ue un nuovo muro a trazione destrorsa contro la cosiddetta invasione dei migranti, nonché la garanzia di rispettare la permanenza nell’Euro e la linea imposta dal Parlamento europeo.

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Instagram, consumatori contro Belen, Cecilia Rodriguez e altre influencer: “Attività promozionale non indicata”

Tor, 22/05/2018 - 17:01

Quante volte vi sarà capitato di imbattervi sulle pubblicità dei marchi Fitvia, l’azienda di tè, tisane e barrette che spopola sui social, Instagram in special modo, grazie alle foto brandizzate degli influencer più “pop”? Sicuramente tante. Codici sconto, foto in luoghi assurdi e messaggi promozionali hanno tenuto banco finora. Adesso, però, qualcosa potrebbe cambiare. Già, perché il presidente dell’Unione Nazionale Consumatori ha deciso di denunciare il marchio all’Autorità dell’Antitrust (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) e allo Iap (Istituto Autodisciplina Pubblicitaria): “Post dopo post per magnificare le proprietà dei prodotti Fitvia, ma nessuna indicazione che si tratta di pubblicità. Questa attività promozionale sui social network deve finire”, ha dichiarato Massimiliano Dona. Secondo le linee guida dell’Antistrust sull’influencer marketing la pubblicità deve essere sempre trasparente e palese, ma qualcuno continua a fare come meglio crede.

Le denunce sono molteplici e indirizzate al’azienda Fitvia, alle principali influencer (tra le altre anche Belen e Cecilia Rodriguez, l’ex gieffine Guendalina Tavassi e Serena Garitta, l’ex tronista Beatrice Valli) e allo stesso social network Instagram che non farebbe nulla per arginare il fenomeno. “Da mesi monitoriamo i profili instagram dei più noti influencer, personaggio più o meno noti al grande pubblico, che vantano migliaia di seguaci social e che con un solo post riescono ad influenzare i consumatori sui più svariati prodotti”, ha detto Dona.

Il problema è che in molti casi non si dichiara che il prodotto ‘consigliato’, è sponsorizzato dall’azienda, il che significa che quel personaggio è pagato per utilizzarlo. Quanto sta accadendo con Fitvia (tè, tisane, barrette, muesli) è davvero inquietante, sia per la portata del fenomeno con centinaia di post degli influencer (che offrono persino ai followers dei codici sconto per l’acquisto online dei prodotti così da tracciare il grado della rispettiva ‘influenza’ sui consumatori), sia per i contenuti divulgati da Fitvia sui quali infatti abbiamo chiesto di fare verifiche visto che hanno a che fare con l’alimentazione e quindi con la salute”. Questa denuncia rischia di scoperchiare un vaso di pandora. Cosa succederà ora?

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Vasco Rossi, il bassista Claudio “Gallo” Golinelli ricoverato in terapia intensiva: il messaggio del Blasco su Facebook

Tor, 22/05/2018 - 16:46

“Durante le prove del VascoNonStop a Lignano, il Gallo (Claudio Golinelli) è stato colpito da un improvviso malore e da ieri è ricoverato in terapia intensiva all’Ospedale di Udine“: con queste parole, l’entourage di Vasco dà una notizia che i fan non avrebbero mai voluto leggere.  “Il bassista, pertanto, non potrà sicuramente essere presente sul palco per le prime date del tour”, si legge ancora nella nota pubblicata su Facebook. E poi, il commento di Vasco:  “Il Gallo si è divertito talmente tanto durante le prove a Rimini che è finito all’ospedale… Mi auguro che si riprenda al più presto possibile”.

Claudio Golinelli è uno degli storici musicisti di Vasco: è con lui dal vivo dal 1984 e dopo l’interruzione nel 1988 con la Steve Rogers Band, è tornato sul palco con il Blasco dal 1993.

 

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Milano, 4 operai morti nell’incidente alla Lamina. La perizia: “Forno era difettoso e sistemi di sicurezza inadeguati”

Tor, 22/05/2018 - 16:46

“Gravi lacune” nelle procedure di sicurezza e nei sistemi di controllo, dovute a “difetti tecnici e organizzativi”. Di più, il forno in cui i lavoratori sono morti soffocati era difettoso: non erano perfettamente funzionanti la centralina e il condotto di erogazione del gas argon, secondo quanto stabilito dal perito. E gli operai intervenuti in soccorso dei colleghi non erano consapevoli del rischio che stavano correndo. Insomma, non c’erano la sicurezza non era adeguata nella fabbrica metalmeccanica Lamina di Milano, dove una fuoriuscita di gas argon ha portato alla morte di 4 operai. È quanto ha stabilito la consulenza disposta dalla procura di Milano – ed eseguita dal consulente Battista Magna – nell’inchiesta sull’incidente dello scorso 16 gennaioLa fuga di gas soffocò tre dipendenti, morti immediatamente e un quarto per il quale, dopo l’accertamento della morte cerebrale da parte dei medici, venne dichiarato il decesso.

L’indagine condotta dai pm Gaetano Ruta e Maria Letizia Mocciaro, coordinati all’aggiunto Tiziana Siciliano, ipotizza il reato di omicidio colposo plurimo e lesioni colpose per le morti di Marco SantamariaArrigo BarbieriGiuseppe Setzu e Giancarlo Barbieri mentre stavano eseguendo una manutenzione in un forno interrato dell’azienda, nel quartiere Greco. Assieme a loro, rimasero feriti anche i colleghi Alfonso Giocondo e Giampiero Costantino, tra i primi ad accorrere per prestare soccorsi.

La perizia ha evidenziato come alla Lamina mancassero le “procedure di sicurezza per i rischi connessi all’uso di gas argon per l’ingresso nell’ambiente confinato della fossa e durante il lavoro al suo interno” e non c’erano nemmeno “procedure di sicurezza sulla utilizzazione della centralina di allarme del livello di ossigeno, in particolare sulla gestione della funzione di tacitazione” dell’allarme stesso. Nel documento, tra le varie lacune in tema di sicurezza viene segnalata l’assenza dello “specifico documento di ‘Valutazione del rischio” e la mancanza della “identificazione formale dei rischi connessi all’uso di gas argon in fossa”.

Assente, si legge ancora, anche “un documento di gestione delle emergenze (e sulla definizione di cosa debba considerarsi un’emergenza) connesse all’uso di gas argon in fossa”.  Una “evidente emergenza”, scrive il consulente della procura, “è la presenza di persona priva di sensi entro la fossa”. In tale caso, “deve essere definito come operare” e “nel caso in esame non era disponibile una procedura per la gestione dell’emergenza”. E “mancando una definizione delle procedure da adottare in caso di emergenza è mancata anche la relativa formazione, va da sé anche l’addestramento, all’applicazione delle procedure”. Nella relazione viene chiarito, da quanto si è saputo, che almeno alcune delle quattro morti si sarebbero potuto evitare con sistemi di sicurezza adeguati e meccanismi di protezione.

Fin dalle prime battute dell’indagine sotto accusa, come anticipato da Il Fatto Quotidiano, c’è il sistema di allarme (staccato al mattino) e le valvole dell’impianto. Siamo in via Rho, periferia nord della città. Sono le 16.30, gli operai hanno finito il turno da mezz’ora ma sono ancora sull’impianto perché nella Lamina sono in corso dei lavori di manutenzione. “Stavamo facendo lo straordinario”, racconta uno di loro. Due operai scendono all’interno della vasca dove viene riscaldato l’alluminio, che poi deve essere lavorato e tagliato. Si tratta di un spazio interrato con un’area di circa 4 metri e profonda 2. Ad un certo punto però succede qualcosa.

L’allarme non suona ma si sentono delle grida, qualcuno chiede aiuto e ordina di mettere le maschere antigas. Il primo ad accorrere è Giancarlo Barbieri, fratello maggiore di Arrigo, che scende nel forno ma accusa subito anche lui un malore. Nel frattempo, tutti gli altri operai si accorgono della situazione e chiamano i soccorsi. Alle 16.50 arriva la chiamata al 118, otto minuti dopo le ambulanze sono sul posto: al loro arrivo i soccorritori trovano quattro persone in arresto cardiocircolatorio sul fondo del forno. Sono Santamaria, elettricista di 43 anni, che morirà pochi minuti dopo il ricovero all’ospedale Sacco, Arrigo Barbieri, responsabile di produzione di 58 anni, e Setzu, operaio di 49. Nei giorni successivi muore anche Giancarlo Barbieri, dopo aver lottato nel reparto di Terapia intensiva del San Raffaele.

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M5s-Lega, Di Maio: “Polemiche sul curriculum di Conte? Non sanno più cosa inventarsi”

Tor, 22/05/2018 - 16:38

Il nuovo vertice, durato oltre quattro ore, tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini si è svolto in un palazzo romano, proprietà extraterritoriale vaticana. Di Maio è uscito a bordo di un taxi sorridendo ai cronisti, mentre poco dopo il leader della Lega ha lasciato l’incontro segreto accompagnato dalla sua scorta. “Non sanno più cosa inventarsi”. Risponde così il leader del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio, ai cronisti che gli chiedono un commento sulle polemiche sul curriculum di Giuseppe Conte e sul suo coinvolgimento nel caso Stamina. Entrando alla Camera Di Maio smentisce un incontro con Conte, mentre su quello odierno con Salvini puntualizza: “Perché ci vediamo? Stiamo facendo un governo”.

 

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Giornata della biodiversità, Italia paese più green d’Europa ma dall’ulivo al pomodoro molte specie a rischio

Tor, 22/05/2018 - 16:32

Il patrimonio di biodiversità, composto da piante e animali diversi da cui dipende la vita del pianeta, si va impoverendo a un ritmo inquietante. Dietro c’è la mano dell’uomo, che continua a distruggere habitat per far posto a campi e allevamenti e privilegiando alla natura, caccia, pesca, bracconaggio e commercio illegale. Inquinamento, riscaldamento globale e l’introduzione di specie esotiche danno il loro contributo al disastro che si sta attuando ai danni degli ecosistemi. Quest’anno si celebrano i 25 anni della Convenzione sulla diversità biologica, entrata in vigore nel 1993 per difendere animali e piante da una serie di minacce che spesso derivano da attività umane. In primo luogo la distruzione degli habitat, a cominciare dalle foreste che, nel mondo, ospitano l’80% delle specie esistenti. E in occasione della Giornata mondiale della biodiversità proclamata dall’Onu, che ricorre il 22 maggio, è proprio il segretario della Convenzione, Cristiana Pasca Palmer, a mettere in guardia: “La biodiversità continua ad essere in declino in tutte le regioni del mondo a ritmi allarmanti”. Un allarme lanciato anche al World Economic Forum, che nel Rapporto sui rischi globali 2018 ha inserito nuovamente la perdita di biodiversità e il collasso di ecosistemi tra le minacce principali.

LE MINACCE ALLA BIODIVERSITÀ – Per molti biologi la sesta estinzione di massa è già iniziata. La perdita di mammiferi è dalle 20 alle 100 volte più veloce rispetto al passato. Nell’ultimo secolo 69 specie si sono estinte, insieme ad altri 400 vertebrati. Stando all’Unione internazionale per la conservazione della natura, rischiano di scomparire il 26% dei mammiferi, il 41% degli anfibi e il 13% degli uccelli. “In Italia il 31% degli animali vertebrati e la metà delle specie vegetali sono a rischio estinzione” spiega l’Ispra, mentre il Wwf ricorda che bracconaggio e traffici illeciti minacciano 7mila specie nel mondo. Solo nel 2016, stando ai calcoli dell’università del Maryland, la Terra ha perso 30 milioni di ettari di copertura arborea. Legambiente e Ispra, poi, puntano il dito contro le piante e gli animali esotici e invasivi, che possono causare l’estinzione delle specie autoctone. Gli ‘invasori’ causano danni economici e sociali per 12 miliardi di euro all’anno solo in Ue. In Italia si contano più di tremila specie aliene, di cui il 15% invasive. “Negli ultimi 30 anni – evidenziano ancora Ispra e Legambiente – il numero delle specie aliene nel nostro Paese è aumentato del 96%”. A porre l’accento sul problema a livello europeo è Life Asap, il progetto Ue di formazione e informazione sulle specie aliene invasive e i loro impatti sul territorio, di cui Ispra è capofila. Tra i mari del Vecchio Continente, il Mediterraneo è il più colpito: “Qui il numero di specie marine aliene è più che raddoppiato tra il 1970 e il 2015, e ora se ne contano 837, di cui 186 arrivate attraverso il canale di Suez. Nei mari italiani si contano 42 nuove specie ittiche”.

IL PIANO STRATEGICO SULLA DIVERSITÀ – Entro il 2020, secondo il Piano strategico sulla biodiversità, vanno centrati 20 obiettivi – dal dimezzamento della perdita di habitat alla gestione sostenibile di pesca e agricoltura, fino alla creazione di aree protette – che si suddividono in 56 indicatori. In base al Global Biodiversity Outlook dell’Onu, però, solo 5 dei 56 indicatori, sono sulla buona strada per essere raggiunti a fine decennio, mentre 33 segnalano qualche progresso ma a un tasso insoddisfacente per raggiungere l’obiettivo previsto, 10 non mostrano alcun progresso, 5 mostrano addirittura un peggioramento e 3 non sono stati valutati. “Così gli impegni di tutela su scala globale – conferma l’Ispra – si avviano a un misero fallimento”. Secondo della Convenzione bisogna sfruttare i prossimi due anni per raggiungere gli obiettivi internazionali del Piano strategico e “per fissare un nuovo accordo che crei le condizioni per cui gli esseri umani possano prosperare e svilupparsi armonia con la natura entro il 2050”.

IL RUOLO DELL’ITALIA – In questa battaglia l’Italia vive una situazione particolare, perché pur conoscendo le minacce alla biodiversità presenti sul nostro territorio come in tutto il mondo, è diventata il paese più green d’Europa con primati che vanno dal numero di certificazioni di prodotti a denominazione di origine Dop/Igp, alle 60mila imprese che coltivano biologico, dalla minor incidenza di prodotti agroalimentari con residui chimici fuori norma alla decisione di non coltivare organismi geneticamente modificati. Lo afferma la Coldiretti, ricordando che l’Italia vanta 5047 prodotti alimentari tradizionali censiti, 293 specialità Dop/Igp riconosciute a livello comunitario e 415 vini Doc/Docg. “Sul territorio nazionale – spiega Coldiretti – ci sono 504 varietà iscritte al registro viti contro le 278 dei cugini francesi e su 533 varietà di olive contro le 70 spagnole”. Ci sono, inoltre, 40mila aziende agricole impegnare nel custodire semi o piante a rischio di estinzione. E, in questa giornata, parla del ruolo dell’Italia anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. “Lo straordinario patrimonio italiano di diversità naturali, elemento chiave di connessione ecologica nel bacino del Mediterraneo – ha detto – va preservato e valorizzato attraverso l’attuazione della strategia nazionale per la biodiversità, in una crescente consapevolezza collettiva del suo valore non riproducibile e vitale”.

NON SOLO XYLELLA – Ma anche l’Italia deve difendere la propria biodiversità da alcuni nemici. Non solo la Xylella fastidiosa, che sta facendo strage di ulivi in Puglia, ma – come sottolina Coldiretti – anche la Popillia japonica, la Drosophila suzukii e l’Aetina tumida. Sono i parassiti alieni provenienti da altri continenti che, a causa dell’intensificarsi degli scambi commerciali, sono arrivati in Italia dove hanno trovato un habitat favorevole a causa dei cambiamenti climatici. Sotto attacco ci sono i simboli dell’agricoltura italiana, dall’ulivo al pomodoro, dagli agrumi al castagno, dalle ciliegie ai mirtilli, ma anche le piante ornamentali come le palme e perfino le api. 

L’ultima arrivata è la cimice marmorata asiaticà (Halyomorpha halys) che sta distruggendo i raccolti nei frutteti e le coltivazioni di soia e mais nel nord Italia, ma preoccupa anche la Popillia japonica che può attaccare 295 specie vegetali, come il mais, la vite, il pomodoro, i meli, i fiori. Se hanno invece già pagato un conto salatissimo le castagne per colpa del cinipide galligeno, il Dryocosmus kuriphilus proveniente dalla Cina, la Drosophila Suzukii il moscerino killer ha attaccato ciliegie, mirtilli e uva soprattutto in Veneto. A minacciare la produzione made in Italy di miele è invece il coleottero killer Aethina tumida che aveva già invaso il Nord America alla fine degli anni ’90, mentre gli agrumi della Sicilia sono stati attaccati dalla Tristeza (Citrus Tristeza Virus) i meli e i peri dal colpo di fuoco batterico (Erwinia amylovora). Ma c’è anche il punteruolo rosso Rhynchophorus ferrugineus originario dell’Asia che ha fatto strage di palme.

L'articolo Giornata della biodiversità, Italia paese più green d’Europa ma dall’ulivo al pomodoro molte specie a rischio proviene da Il Fatto Quotidiano.

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