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Ti racconto la mia, quando l’occasione di lavoro diventa un ricatto – Le storie delle dipendenti d’azienda

Čet, 23/11/2017 - 08:27

La vita in azienda è fatta di gerarchie e di condivisioni, quotidiane. Tra le storie arrivate alla casella del Fatto tiraccontolamia@ilfattoquotidiano.it ci sono anche quelle di dipendenti che si trovano lentamente a dover accettare le attenzioni di superiori. Che poi si trasformano in altro. Caterina non entra nei dettagli, perché lei ha deciso di denunciare e c’è un processo in corso. Ma ha un ricordo nitido e sono le mani sul seno e sul sedere. “Pensavo fosse colpa mia”, è la frase che fa più rumore. Poi la solitudine. Tanta e sempre più profonda. Come quella di chi accetta in azienda le battute, ogni volta più pesanti delle altre. “Ti piace scopare eh?“, dice il capo alla neo-assunta mentre pulisce la sala ricevimenti con la scopa. Oppure “ma che bella posizione, la mia preferita”, sussurrato alla segretaria che studia le pratiche chinata sulla scrivania. Fino a Lara che durante una riunione tra dirigenti si è sentita dire: “Vi abbiamo fatto dirigenti, ora almeno state zitte”. Carla ricorda invece di quando aveva 25 anni e in azienda era arrivata per le sue qualità professionali. Dalla stima del capo alle mani sulla coscia è passato poco e prima di trovare la forza di reagire, ha dovuto aspettare giorni che sono poi diventati mesi. Perché sapeva avrebbe perso tutto quello che le spettava.

“Ricordo le sue mani sul mio sedere e sui miei seni, mi ci sono ammalata” – Lo sfogo di Caterina è molto personale. Racconta le dinamiche delle violenza psicologica di un superiore da cui, grazie al sostegno di un fidanzato e della famiglia è riuscita a sfuggire. Non entra nei dettagli perché, dice, c’è un processo in corso, ma la sua lettera parla del buio in cui si trova risucchiata una vittima sul luogo di lavoro. “Vorrei rimanere anonima, sia perché c’è una causa in corso, sia perché ho paura che lui mi faccia del male”, scrive. “Per anni ho subito abusi psicologici e molestie all’interno dell’azienda per cui lavoravo. Poco a poco mi sono spenta, ho perso interesse per la vita e mi sono ammalata. Fino a quando non ho trovato il coraggio di parlarne a casa e con l’aiuto della mia famiglia e del mio compagno sono riuscita ad andare via da quella prigione. È stato un processo lungo e dolorosissimo. Io non volevo più vivere, mi sentivo annientata, pensavo fosse colpa mia, pensavo di non valere nulla. Grazie all’aiuto di una psicologa piano piano sto tornando a vivere. Ma non mi sono mai sentita così sola e indifesa. Lui ha pensato bene di diffamarmi per fare in modo che rimanessi isolata e senza lavoro. Ora lo incontro per strada e mi fissa con uno sguardo di sfida che mi fa gelare il cuore e mi chiude lo stomaco. I pregiudizi sull’argomento sono così radicati che sono io ad essere stata isolata e non lui. Io non parlo mai di quello che mi è successo, perché spesso viene usato contro di me. Non voglio essere tutta la vita una vittima. Voglio tornare ad essere una donna”. Caterina parla di violenze subite che in un primo momento si illuse fossero casuali. “Nel concreto, ricordo ancora le sue mani sul mio sedere e sui miei seni. Le prime volte come fosse una casualità, poi sempre più insistenti al punto che evitavo di restare in ufficio da sola con lui. Ricordo che in un momento di rabbia ha preso la mia collega per un braccio strattonandola e facendole male. E io non ho saputo difenderla. E poi ricordo una ad una le umiliazioni a cui sono stata sottoposta. La violenza psicologica è più subdola di quella fisica perché non la riconosci subito e piano piano fiacca la tua volontà e alle umiliazioni ti abitui come fossero una componente normale del lavoro”.

Ti piace scopare eh? – La mail di Sabrina è molto breve. Parla di due episodi in particolare che ha deciso di condividere dopo una lunga carriera: entrambi risalgono ai primi anni di lavoro, quando era anche più difficile per lei poter reagire ai superiori. “A 21 anni sul posto di lavoro il mio capo mi palpò il sedere in presenza di altre persone”, scrive. “Io rimasi pietrificata, non feci nulla. A 22 anni sul posto di lavoro spazzavo una sala ricevimenti e il mio capo conosciuto da poche ore, mi urlò ‘ti piace scopare eh?’. Per non menzionare tutte le piccole molestie quotidiane che si subiscono, tutte TUTTE sminuite dagli uomini in primis, ma anche da molte donne”.

Finché non è arrivata una mano sulla coscia – Carla racconta di un momento preciso in cui la situazione le è sfuggita di mano. Di quando si è sentita intrappolata da un capo che la faceva sentire succube, come se non avesse altra scelta che accettare attenzioni e pressioni che la mettevano sempre meno a suo agio. “Ancor più difficile”, esordisce, “è quando l’abuso nasce a seguito di un rapporto di stima e fiducia. A me è successo, con il mio ex-capo, che dopo un paio di anni di normali rapporti lavorativi, ha iniziato ad avere uno strano atteggiamento, più confidenziale. Scherzava, mi coinvolgeva sui progetti, proponeva pause pranzo insieme. Finché non è arrivata una mano sulla coscia, all’improvviso, mentre guidavo. Mi ha scioccata, irrigidita. Avevo 25 anni e non sapevo come reagire. Ho fatto finta di niente ma poi le cose sono peggiorate e la libertà di alcuni gesti fuori luogo ha preso il sopravvento e non la ho saputa arginare. Non ho saputo reagire e mi sono sottomessa a questa situazione. Per sopravvivere, a un certo punto, ho pensato fosse ‘normale’, che avesse ragione lui. Nonostante i suoi figli, nonostante sua moglie lavorasse con noi. Mi sono fatta andar bene questa follia e ho iniziato ad integrarla nella mia realtà. A lavoro hanno iniziato a farmi terra bruciata intorno altri capi e colleghi, mi hanno iniziata ad additare come l’ambigua e ho iniziato a stare molto male, nonostante risultati professionali eccellenti e una brillante carriera. Ci ho messo tre anni di terapia e il mio lavoro (che alla fine ho lasciato, un contratto a tempo indeterminato) a capire che ero diventata completamente dipendente dal mio ‘aguzzino’. Da una persona che si era approfittata della sua posizione (e di una notevole differenza di età) e della mia fiducia. Proprio come succede con la sindrome di Stoccolma. Io che sono indipendente, forte, sicura di me e mi ritengo una donna libera. Solo adesso, che ho avuto il coraggio e la forza di voltare pagina, so quanto fossi succube e dipendente. Per questo motivo, sostengo tutte le donne che hanno subito abusi: perché spesso, anche nella situazione più ovvia, non si ha la forza di reagire per tanti motivi. Uno di questi, e forse il più vigliacco perché il più difficile da identificare, è la dipendenza psicologica che ti consuma, mano a mano, come una droga”.

Vi abbiamo fatto direttrici, ma ora almeno state zitte – Lara parla invece della sua esperienza come quadro dirigente di un importante gruppo bancario: del clima di battute e insinuazioni, più o meno pesanti, da parte dei vertici, ma anche degli episodi spiacevoli dei clienti quando vengono a contatto con una donna con responsabilità lavorative importanti. “Ho subito molestie sessuali a casa e frasi sessiste al lavoro”, racconta Lara. “Non le ho mai denunciate. Dal 2005 ho incominciato a ricoprire incarichi come quadro direttivo in un importante gruppo bancario e la mia crescita personale è spesso stata abbinata alla mia avvenenza fisica. Meno di 2 anni fa durante una riunione di manager della nostra area commerciale il nostro capo area per interrompere un brusio in sala composta logicamente da uomini e donne ha detto: ‘Vi abbiamo fatto direttrici ma ora almeno state zitte‘, incolpando del chiacchiericcio la platea femminile”. Questo è solo uno degli esempi fatti da Lara. “Spesso”, continua, “ci diceva: ‘Io non vi capisco se fossi figa altro che lavorare mi sposerei uno con i soldi e farei la mantenuta’. Nessuna di noi si è mai opposta a questo tipo di linguaggio, temendo ripercussioni lavorative. Non meno di qualche mese fa un mio cliente anziano si è preso la libertà di provare ad alzarmi una gonna lunga dicendo che dovevo mostrare di più le gambe. Queste situazioni mi paralizzano, non riesco  a reagire ed in qualche modo sento di esserne responsabile. Vi ho scritto perché voglio fare un piccolo passo per iniziare a cambiare qualcosa in questa società e per ribellarmi a quello che mi è successo”.

Ma che bella posizione, la mia preferita – Giulia non si chiama Giulia, ma ha scelto questo nome per raccontare la sua storia di segretaria. Lo fa in terza persona e l’episodio risale a poche ore prima di decidere di scrivere la mail. Il vice dice una frase sconveniente e alla reazione della ragazza, risponde offendendosi. Cioè punendo il piglio di chi non è stato, secondo lui, al gioco. E la differenza sta proprio lì. “Giulia fa la segretaria, è capace, efficiente e preparata. Ama il proprio lavoro. Sta studiando una pratica, nella sua stanza, in piedi, con i gomiti appoggiati sul tavolo che è di fronte alla sua scrivania. Non vuole sbagliare, ci tiene, è una perfezionista che non si concede distrazioni. Giulia studia le carte chinata sul faldone. Chinata sul faldone. ‘Ma che bella posizione, la mia preferita!’. La voce del vice. Giulia diventa di ghiaccio. Tra molestie sessuali e semplici ‘complimenti’ spesso la linea di confine è sfumata, difficile da definire. Non in questo caso. ‘Ma che bella posizione, la mia preferita!’ è chiaramente una battuta a sfondo sessuale. Giulia di ghiaccio con la voce che si rompe si sorprende di sé. Riesce a ribattere. Parla a voce alta e con gli occhi asciutti. Il tono aumenta, è una scala che sale la risposta di Giulia: ‘Questa battuta se la poteva risparmiare. Povere. Noi donne tutte’. Lui semplifica, ridacchia, omnia munda mundis, poi fa l’offeso; l’offensore fa l’offeso. Degrado, umiliazione. Giulia va in bagno, l’affanno nel respiro, la testa inclinata in avanti, affoga il pianto nel fazzoletto di carta. Il suo è un pianto che viene da lontano. Racconta. Agli altri. Ma anche gli altri semplificano. Che sarà mai, sei esagerata, fatti una risata”. Giulia parla e non trova l’appoggio di nessuno. “Nessuna solidarietà. Situazioni normalizzate, date per scontate, ovvie anche per le donne stesse, addomesticate a situazioni scoraggianti e squallide. Il sessismo è un’abitudine, una consuetudine assimilata da uomini e donne, fa parte della mentalità comune. Giulia è spaventata. Che stia perdendo ogni capacità di analisi obiettiva della situazione? Dopotutto è un soggetto fragile. Sa di esserlo. Un soggetto fragile. Forse la soglia della sua percezione di offesa della dignità è piuttosto bassa”. Il vice ha vinto: l’ha convinta che non c’era niente di male.

Se devi denunciare meglio non dirlo troppo in giro – Sara scrive una lunga lettera per raccontare di alcuni episodi vissuti sul luogo di lavoro, dove si sente costretta ad andare ogni giorno nonostante la mancanza di tutele e di sicurezza. In particolare ricorda l’approccio di un collega che un giorno lei ha deciso di segnalare. “Era talmente sfacciato e sgradevole che l’ho riferito al suo responsabile. Allora lui venne da me a lamentarsi, dicendo che ero la prima che gli aveva fatto questo, che avrei dovuto dirlo a lui e che se non ci stavo non avrei dovuto accettare quello che mi aveva offerto. Una persona veramente ridicola. Se ne parli con i responsabili e non lo riferisci in giro è più facile che ti aiutino. Ci tengono che la loro azienda mantenga l’aureola di santità, soprattutto se è famosa”.

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Ti racconto la mia, quando l’occasione di lavoro diventa un ricatto – Le storie delle giornaliste

Čet, 23/11/2017 - 08:25

Il caporedattore che prende la mano di Marianna mentre parla del suo prossimo servizio per farle capire “quanto spazio potrà avere sul giornale”. Le storie arrivate alla casella mail tiraccontolamia@ilfattoquotidiano.it per denunciare molestie e abusi di potere sul posto di lavoro, riguardano anche e naturalmente il mondo del giornalismo. Che, come già emerso negli anni, rimane uno dei contesti dove certe dinamiche sono ben radicate e continuano sempre uguali da generazioni. Marianna ha iniziato a lavorare negli anni ’70 ed è una giornalista di successo: ad ogni risultato è combaciata l’accusa di essere andata a letto con il capo di turno, perché in molti casi c’era chi sapeva che sarebbe stata la scorciatoia. Rebecca dice di essere stata una cronista mediocre, e per questo di essere stata più facilmente vittima di offerte di carriera fulminante. Un cronista di una nota agenzia ad esempio gli ha offerto un colloquio, ma solo a patto che uscissero insieme. Oppure ci fu il conduttore di un programma che le promise grandi cose, ma al presunto incontro di lavoro si presentò con un mazzo di rose rosse. Rebecca ha rifiutato tutte le offerte ed ha rinunciato per sempre al lavoro di giornalista.

Il mazzo di rose rosse al colloquio – Rebecca per un attimo ha sognato di poter entrare nel mondo della stampa. La prima promessa è arrivata da un responsabile di una nota agenzia di stampa incontrato per caso durante un evento. “All’epoca cercavo di fare il salto da stagista precaria a professionista. Durante i due giorni di evento, il giornalista, si mostrato estremamente simpatico e disponibile, assicurandomi che mi avrebbe fatto ottenere un colloquio. Una volta tornati a casa, mi ha chiamato per invitarmi a cena dicendomi che se avessi voluto il suo aiuto sarei dovuta uscire con lui. Non sono mai uscita con lui e non ha mai avuto un colloquio”. Nonostante questo, Rebecca ha fatto un secondo tentativo: “Ho iniziato a lavorare su una rete privata con uno share inesistente. Dopo alcune puntate in cui mi occupavo di preparare i contenuti per il programma e assistere il conduttore durante la puntata il regista mi disse che ero molto brava e che avrebbe voluto darmi un programma tutto mio. Mi invitò a cena per discutere il programma, andai, si presentò con un mazzo di rose rosse. Lo respinsi e indovinate un po’? Il programma non si fece mai”. Rebecca non ha rimpianti, dice. Ma riconosce i tentativi di chi ha potere di fare pressione sui mediocri: “Non ero certo un astro nascente del giornalismo, ma avevo voglia e passione. Sono sicura che le ragazze con tanto tanto talento riescono a fare carriera senza alcun compromesso ma quando sei carina e mediocre alcuni ci provano. Provano ad esercitare il loro potere sperando di ottenere qualcosa”.

Il caporedattore mi mise la mano sulla sua patta mentre parlava dello spazio che mi avrebbe concesso  Marianna è diventata giornalista professionista negli anni ’70. Donna in un mondo di uomini, racconta le difficoltà di riuscire a essere prese sul serio e la credibilità che vacilla a ogni rifiuto di offerte che vanno oltre il lavoro. “Il primo abuso l’ho subito a quattro anni”, dice senza voler entrare nei dettagli. “E’ quello che mi ha dato il coraggio di dire no alle proposte indecenti. Ribelle e arrabbiata, ferita da questo sopruso, ho avuto la sfacciataggine e la forza di umiliare un direttore generale, un caporedattore, un conduttore, un direttore di giornale ed un presidente del Consiglio. Tralascio il disprezzo provato a tonnellate e l’oceano di lacrime versate (di nascosto, s’intende) causa i miei colleghi”. Quindi Marianna descrive il capitolo di ogni risultato che viene associato a una prestazione sessuale: “Non dimentico la vergogna di essere scrutata quotidianamente, nella mia femminilità, e trattata dai più come una da portare a letto, perché se ero arrivata lì, in quella redazione, ovvio che fossi stata l’amante del direttore e altrettanto ovvio che le interviste esclusive che ottenevo e che venivano pubblicate con molto risalto in prima ed in terza pagina, le avevo ottenuto con lo scambio di sesso. Se indossavo la gonna, dovevo per forza avere il ciclo, se indossavo i pantaloni allora avrei potuto essere preda”. Maria racconta di essersi opposta con violenza a chi la tratta come “scalpo di pube”: “Non mi sono limitata a dire no, ma ho reagito con una furia indomabile distillando la mia rabbia in un tentativo di dialogo, rintuzzando le profferte e rigirando il discorso fino a far sentire il sedicente padrone che esibiva il suo potere per dirigere alla gloria e al successo il mio destino di giornalista, trattando me come scalpo di pube da aggiungere alla sua collezione, un povero, pusillanime vigliacco”. La giornalista a chi chiedeva prestazioni sessuali rispondeva facendo domande: “A uno di questi ho chiesto se non si faceva un po’ schifo ad approfittare della sua posizione nel domandare una prestazione sessuale in cambio di eventuale avanzamento di carriera mio. E assicuro che messi al muro, si sono sentiti spiazzati e vigliacchi. Due di loro mi hanno raccontato la loro triste infanzia e si sono messi a piangere. Uno mi ha risposto che era consuetudine da che mondo e mondo, e che se donna usciva dalla cucina, il suo regno, avrebbe dovuto aspettarselo”. Ma non solo. “Un giorno un altro, ritornando da una manifestazione, mi aveva dato un passaggio in auto per tornare a Milano, e mi disse: ‘Ti devo chiedere scusa, mi hanno chiesto se ti ho portato a letto, è pur sapendo che non è vero, ho lasciato credere che fosse vero. Mica potevo fare brutta figura. Sono un uomo’”. Infine: “Un altro capo che avrebbe dovuto discutere con me i temi di una rubrica sul suo giornale, mi mise la mano sulla sua patta mentre mi magnificava lo spazio che mi avrebbe concesso”. Maria, ora che è arrivata in pensione, racconta di un mondo che non le sembra molto diverso da quel contesto professionale in cui è cresciuta lei: “Mi sono liberata da questo fango raggiunta l’età della pensione. Ho meno soldi, meno trofei, meno successi reboanti da esibire, ma ho una dignità cristallina che mi tiene compagnia”.

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Ti racconto la mia, quando l’occasione di lavoro diventa un ricatto – Le storie delle dipendenti pubbliche

Čet, 23/11/2017 - 08:23

Il posto fisso nel pubblico come garanzia e prigione al posto stesso. Quello agognato da Chiara tutta una vita, ma che poi diventa una gabbia. Perché da una parte c’è chi si sente protetto e intoccabile e dall’altra chi non vuole perdere tutto per colpa di un’ingiustizia. Tra le storie che sono arrivate alla casella di posta tiraccontolamia@ilfattoquotidiano.it sulle violenze e gli abusi di potere sul posto di lavoro, un capitolo a parte riguarda chi lavora per enti pubblici, ovvero posti dove la tutela dovrebbe essere massima e invece ci si trova incastrati in dinamiche di minacce e sottintesi. Hai poco più di 30 anni e ti ritrovi ad accettare in silenzio attenzioni e offerte più esplicite. Le respingi, ma non basta e vieni “punita”. Chi si mette contro i capi? E’ la domanda che fa Chiara, spiegando la dinamica di quando cominci a pensare che “forse sei tu”. E’ la logica del potere, dice. Per Tatiana è stato un gioco simile: arriva poco più che ventenne e le spiegano le regole. Il capo porta l’amante e lei deve stare zitta. E fin qui pazienza. Poi viene aggredita nel corridoio e al suo no riceve la frase lapidaria: “Farfallina con me potresti bruciarti le ali”.

Ho detto no, ma l’ho pagata cara – Chiara si è trovata a rimpiangere di aver vinto il concorso della vita nella pubblica amministrazione, quello che aveva desiderato per anni. Perché per tenerselo, ha deciso di accettare in silenzio molestie e pressioni. E quando ha scelto di opporsi alle richieste, è stata punita. “Avevo tanto desiderato un lavoro. Avevo 36 anni e ancora vivevo il dramma del precario e dei mancati pagamenti al lavoro fatto. Poi finalmente il concorso anche se per una categoria bassa, sebbene avessi la laurea e anche di più. Il posto fisso, l’assegnazione alla segreteria dei grandi capi dell’azienda. Poi con il tempo l’incubo. Gli sguardi, frasi ambigue, passaggio bloccato se passavo o reso piccolo. Il venirsi a sedere vicino a me per ‘fare la lettera’ da lui dettata insieme. L’interrogatorio sulla vita personale, i riferimenti ai vestiti, in alcuni casi troppo da ‘maestrina’ secondo lui. Sfuggire alle situazioni in cui rimani sola con lui, accorgerti che ti osserva e fare finta di nulla. Desiderare solo di scappare da quel posto così invidiato. Lui mi faceva promesse di carriera. Faceva sembrare tutto facile. Io ho detto no, ma l’ho pagata cara. Spedita a fare altro perché ho avuto il coraggio di scrivere in forma privata (solo a loro) quello che subivo”. Chiara, dice anche che non ha avuto “il coraggio di denunciare e andare avanti”: “Quando queste cose capitano a lavoro e tu desideri solo lavorare, hai paura di passare tu per quella che crea problemi. Ho tenuto nascosto tutto, mi sono presa la loro ‘punizione’, ma a distanza di quasi un anno questa ferita sanguina ancora. Molti parlano delle molestie e abusi sul luogo di lavoro. Ma dietro a queste cose c’è un mondo nascosto. Ci sono io, (e credo altre) che per tenermi il lavoro in una pubblica amministrazione ho detto no a certi atteggiamenti e l’ho pagata cara. Mi sono rivolta a specialisti del settore non per azioni giudiziarie (io sono la prima che per salvaguardare il mio lavoro e professionalità preferisco risolvere il tutto bonariamente), ma per farmi aiutare a superare quello che mi è successo. Per la legge penale la testimonianza della persona lesa potrebbe bastare se attendibile, ma per la legge civile no. Per il mobbing devono essere sei mesi dice la giurisprudenza e poi pretendono testimoni. Ma chi si mette contro i capi? Tutti ignorano che loro si fanno furbi. Sanno la legge e gli orientamenti ed evitano di sbilanciarsi apertamente. Fanno tutto in modo sommerso. Ma posso garantirvi che per farti male basta anche un mese in cui ti stanno addosso. Le molestie e abusi sul luogo di lavoro sono devastanti perché il lavoro per noi è importante specie se lo vuoi fare bene. Iniziano con piccole cose, battutine e poi piano piano si allargano. Tu nel frattempo inizi a pensare forse sono io che ho capito male, forse sono io a pensare male. Fino a quando poi con scuse banali cercano un avvicinamento. Certo lui non è riuscito nel suo intento, ma riuscire in questa impresa è stato emotivamente pesante e doloroso perché oltre a lavorare dovevo stare lì attenta a ogni sua mossa. È gente di potere e lo usa per i propri comodi”.

Farfallina, con me potresti bruciarti le ali – Tatiana è arrivata nell’ufficio dell’ente pubblico a 23 anni: era il lavoro della sicurezza, quello che avrebbe potuto metterla tranquilla per sempre e cominciare a farle costruire una vita. Ma le regole erano diverse: prima il collega che le chiede di non farsi vedere in determinate ore perché lui deve ricevere l’amante, poi l’aggressione del capo più anziano in corridoio. Lei lo respinge divincolandosi, lui le dice: “Farfallina con me potresti bruciarti le mani”. Scoprirà solo dopo, grazie ai racconti delle colleghe, che quel dirigente lo chiamavano il “chirurgo perché al pomeriggio riceveva le donne, visitandole come fosse un vero medico. “Pochi giorni dopo il mio arrivo”, racconta, “il collega anziano stabilisce chiaramente delle regole: ha una amante che ogni giorno viene a trovarlo in ufficio dalle 10 alle 12. E in quegli orari io devo uscire. La cosa non mi quadra e dopo un po’ mi accorgo che non solo devo sopportare questa assurda situazione, ma anche il fatto che lui esce con lei alle ore 13, l’accompagna a fare la spesa e quindi ritorna, poco prima della timbratura, prende tutto il lavoro da me svolto e se lo mette sulla sua scrivania. A fine mese dichiara di aver fatto ore di straordinario e a supporto adduce tutto il lavoro così trasbordato dalla mia alla sua postazione di lavoro. Io decido di andare a denunciare l’odioso collega e il suo comportamento scorretto al direttore. Rimango incredula, la risposta è lapidaria: ‘Devi capirlo è un uomo, la moglie lo trascura’. Capisco e con la coda fra le gambe cerco di assuefarmi a questa nuova condizione ponderando seriamente il licenziamento. Il giorno dopo, uscendo dal bagno, il direttore mi prende da dietro e mi trascina contro il muro cercando di baciarmi. Io avevo 23 anni, lui era prossimo alla pensione. Non resisto allo schifo, mi divincolo e sbatto lui contro il muro. La sua risposta è sconcertante: ‘Farfallina con me potresti bruciarti le ali’. Così, mi aspetto di essere licenziata da un momento all’altro, ma i mesi passano e nell’attesa della mannaia decido di confidarmi con un’altra giovane collega. E’ successo anche a lei. E cosi  a tutte le donne che sono entrate in quell’ente, tutte hanno subito lo stesso trattamento. Ho saputo in seguito che in ufficio teneva una cappa bianca da chirurgo. Al pomeriggio, durante gli straordinari, si denudava e indossava la famosa ‘cappa’ iniziando le ‘visite’ come un vero medico. Le donne che rimanevano erano avvertite. Nonostante ciò credo di essere stata l’unica a non aver partecipato alla sua festa di pensionamento né al regalo di rito. Il collega di stanza, beh quello l’ho denunciato per furto! Negli anni mi sono accorta che non esitava ad intascare i soldi degli utenti. Ovviamente né il nuovo direttore né il nuovo presidente volevano denunciare il fatto. Anche se ero piccola non era difficile intuire che prima o poi la colpa degli ammanchi sarebbe ricaduta su di me. Così mi impuntai e riportai tutto ai carabinieri. Il presidente (socialista) allora mi convocò nel suo ufficio con il direttore (democristiano) e mi fece un discorso veramente chiaro. Questo episodio non credere ti farà fare carriera. Dopo due anni il presidente fu arrestato in quanto coinvolto in una inchiesta per corruzione. Condannato. Il direttore fu invece arrestato più tardi, analoga accusa. Credo che il reato sia prescritto, ma qualche giorno di galera l’ha fatto. Io, dal canto mio non ho fatto una gran carriera. Ma ho grande stima di me“.

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Ti racconto la mia, quando l’occasione di lavoro diventa un ricatto – Le storie di chi è precario

Čet, 23/11/2017 - 08:22

Se sei carina con il capo ti compra la casa e non dovrai più pagare l’affitto. Se ti comporti bene, se fai compagnia al tuo dirigente, ti fa il contratto a tempo indeterminato. Se vai a letto con il responsabile d’area, il tuo periodo di prova sarà prorogato. La maggior parte dei racconti di ricatti e violenze sul posto di lavoro ricevute da ilfattoquotidiano.it (casella di posta tiraccontolamia@ilfattoquotidiano.it) le firmano donne precarie. Sono cronache di vita quotidiana di chi si gioca la sussistenza sua e della sua famiglia, ma soprattutto confessioni di chi ha fatto della resistenza la sua bandiera di dignità di fronte agli abusi di potere. “La mia condizione di mamma sola con tre figli e precaria ha fatto credere agli uomini di potermi molestare come volevano”, scrive Maria Laura. E come lei, Angela che fino all’ultimo ha sperato che il capo non le chiedesse di fare sesso in cambio del posto e quando ha rifiutato ha perso tutto. Oppure Carmen a cui hanno chiesto, come prerequisito per l’assunzione, se avesse il fidanzato e se fosse disposta a fare le ore piccole la sera. Quando ha rifiutato di andare a letto con il capo, l’hanno licenziata e poi riassunta con un contratto a tempo indeterminato: “L’ho accettato perché avevo il mutuo da pagare”. Carlotta ha seguito il suo capo per mesi: ha accettato le domande personali e la richiesta di fargli compagnia sperando che poi, il maledetto contratto arrivasse. Ha reagito e non è mai stata assunta. Stefania ha trascorso tutto il periodo di prova in un’importante agenzia pubblicitaria ad ascoltare le performance sessuali del vicedirettore. E non ha superato la prova. Nelle lunghe lettere le precarie si definiscono fortissime, perché hanno resistito fino a dove la dignità glielo ha consentito, ma hanno saputo, raccontano dire no e affrontare le perdite. Anche quando voleva dire non avere più uno stipendio e non sapere come arrivare alla fine del mese.

La sua lingua che cercava di entrare nella mia bocca serrata dal disgusto – Maria Laura dice che ne ha tante da raccontare e che lei ha reagito sempre. Ma dice anche che è stato difficile. Innanzitutto c’è stato il suo essere mamma sola, con tre figli e precaria. Come se quella debolezza, almeno sulla carta, fosse un segnale per chi aveva intorno che non avrebbe denunciato. “La mia vita è un patchwork di tanti episodi e i racconti sono tutti uguali”, racconta. “Il ricatto è sempre alla base di tutto. Ricordo quella mattina, che stavo svolgendo il mio lavoro, in ospedale, come ausiliaria precaria e il mio coordinatore mi chiese di seguirlo per fare delle fotocopie. In men che non si dica, mi sono ritrovata bloccata, fra la fotocopiatrice e il muro, con la lingua in bocca che cercava di farsi spazio, nella mia bocca serrata dal disgusto. In quel periodo la mia condizione di donna sola, con tre figli piccoli e con un lavoro precario, ha come regalato il lasciapassare a diversi ‘uomini’, di potermi molestare come e dove volevano. Nella stessa struttura mi sono rivolta ai caposala e ai dirigenti, che ho trovato per lo più complici delle persone che mi molestavano. Un infermiere mi chiuse in bagno e bloccando i miei polsi cercò di baciarmi sul collo e dappertutto. La mia resistenza ha per fortuna fatto il resto”. Maria Laura racconta anche di quando a 16 anni vinse un concorso di bellezza e venne convocata nella stanza di un “impresario”: “Entusiasta di quella vittoria, fui praticamente catapultata nella stanza di albergo di un sedicente impresario, che aveva bisogno di vedermi a tutti i costi nuda per potermi far intraprendere la carriera di modella. Anche questa volta fui lesta nella fuga”. Oppure della sua esperienza da cameriera, di quando ricevette richieste speciali per avere qualche spicciolo in più. “Mentre lavoravo come cameriera, un cliente mi ricattò dicendomi che non mi avrebbe dato la mancia, se non fossi andata in bagno, a togliermi le mutandine, che lui voleva servite sul vassoio insieme al caffè…..e poi e poi e poi”. Per Maria Laura è stata una lotta che ora l’ha resa “fortissima”: “Io ho reagito comunque sempre. Nel limite delle mie possibilità. Bisogna essere forti in questo mondo. Non solo per le molestie, ma per tutto. Oggi sono fortissima, sto crescendo quattro figli da sola, ho conquistato un lavoro che mi permette di non far mancare un piatto di pasta tutti i giorni ai miei figli e soprattutto so che cosa dire alle mie figlie quanto si trovano in dubbie circostanze. Grazie di avermi fatto mettere nero su bianco, quello che è sempre dovuto restare a vivere nelle stanze buie della mia coscienza”.

Il capo mi disse che se fossi stata carina mi avrebbe comprato una casa – Anche per Lorenza la vita è stata una lunga sequenza di lavoretti precari, posti senza tutele dove si è trovata a dover affrontare situazioni di disagio e non avere la possibilità di reagire. “Sì, sono d’accordo con voi: non sono cose normali che possono succedere. Ho 48 anni, quando ero giovane non immaginavo come sarei stata a questa età, pensavo che da grande alcuni problemi se ne sarebbero andati con la gioventù, invece eccomi qua a subire ancora molestie in ambiente di lavoro”. La prima brutta esperienza quando era ancora minorenne nel lavoretto per arrotondare: “Le prime molestie le ho subite a 14 anni dal titolare di una sala giochi dove andavo nel pomeriggio dopo la scuola con gli amici, volevo guadagnare qualche soldo; a casa c’erano problemi economici, mi propose di stare alla cassa dalle sei alle otto, ma quando mi recai nel locale verso le due del pomeriggio per farmi vedere il da farsi, mi chiuse in bagno e fu difficile divincolarmi ed aprire la porta”. Poi le esperienze dopo il diploma. “Lavorai per un po’ in lavanderia da mia madre per pagarmi l’università, ma non si andava d’accordo. Allora feci delle assistenze a persone con malattie gravi, pulizie in case benestanti (dove spesso il figlio mi chiedeva di lucidare alla perfezione le sue scarpe). Nel 1992 iniziai a fare la segretaria presso un’agenzia immobiliare. Quando la moglie del titolare, intorno ai sei mesi di gravidanza, se ne andò, il marito diventò una persecuzione. Mi stringeva ad ogni angolo dell’ufficio; un giorno mi portò a vedere un piccolo appartamento che era in vendita e mi disse che quello poteva essere mio se fossi stata carina. Come è andata a finire? Ancora pago l’affitto. Lasciai il lavoro”. Quindi il suo appello: “Spesso gli uomini (intesi come maschi) se sei sola, come me; si permettono di più e poi se sei l’ultimo anello della catena lavorativa, considerato che lavoro in un sistema gerarchico, pensano che non è cosi grave rivolgersi in toni sessisti. Spero che le donne abbiano sempre più coraggio e si uniscano a gran voce, siano solidali tra loro ed insegnino il rispetto ai loro figli maschi, perché come cantava Mia Martini gli uomini sono figli delle donne, ma non sono come noi”.
 
Non ricordavo che la mano sul sedere fosse prevista dal contratto – Elisa ricorda ancora il giorno in cui è stata molestata pubblicamente. Ha reagito davanti a tutti. Era precaria quando lo ha fatto e non ha pensato che avrebbe potuto perdere tutto. Per una volta non è successo: “Avevo 24 anni (ora vado per i 59), appena diplomata, ero in prova presso una grande azienda di elettronica come segretaria della divisione vendite estero. Un giorno, mentre mi trovavo dietro al bancone dell’ufficio viaggi per organizzare alcune trasferte dei capi area per cui lavoravo, mi sono ritrovata accanto il mega direttore finanziario, uomo sulla cinquantina e piuttosto tronfio. Ad un certo punto ho sentito un peso sul fondo schiena, allora con una mano ho preso la sua mano alzandola bene in vista dicendo tra lo stupore generale: ‘Non ricordo che questo fosse scritto nel contratto che ho firmato con l’azienda’. Tutti i presenti restarono ammutoliti, compreso il molestatore arrogante. Ammetto di non aver riflettuto prima di parlare, e anche di aver pensato poi che, se non avessi superato il periodo di prova a causa di questo episodio, sarei comunque potuta tornare a casa dai miei genitori senza gravi conseguenze. Invece non è successo assolutamente nulla. Ho mantenuto il posto e il molestatore stava ovviamente alla larga. Un piccolo consiglio che mi sento di dare alle giovani e meno giovani che subiscono prepotenze sui luoghi di lavoro: bloccare subito il malintenzionato/a con fermezza, senza temere conseguenze (che eventualmente ci sarebbero solo per lui/lei)”.

Non sono andata a letto con un dirigente e mi hanno licenziata. Ho accettato il reintegro perché avevo il mutuo da pagare- Carmen racconta delle battute a sfondo sessuale continue sul posto di lavoro, e di come ogni volta che si è ribellata si è sentita rispondere che era una “bigotta”. Poi di un colloquio di lavoro dove la domanda fondamentale fu se fosse “disposta a fare le ore piccole e le trasferte” e se fosse “fidanzata”. Ma soprattutto di quando ha rifiutato di avere un rapporto sessuale con un dirigente che avrebbe dovuto decidere del suo futuro lavorativo ed è stata licenziata. “Ho cominciato a lavorare ancora prima che finissi la scuola superiore durante l’estate all’incirca una trentina di anni fa, ho fatto l’operaia nella distribuzione editoriale. Le battute si sprecavano ma una cosa mi è rimasta impressa un uomo di 35 anni si strusciava su una mia collega che era più anziana di lui con battute a dir poco volgari, ne rimasi scioccata e quando ne parlai si minimizzo dicendo che erano scherzi: ‘Gli uomini scherzano così sul posto di lavoro’, mi dissero. Alcuni anni dopo toccò a me, ero più grande e il posto di lavoro fisso. Avevo un collega che parlava solo di sesso e faceva domande personali solo sul sesso, mi sono lamentata e l’unica cosa che ho ottenuto è che mi prendessero in giro dicendomi ‘bigotta’. Poi sono passata alle domande fuori normativa di legge e di qualunque buon senso durante i colloqui di lavoro: se sei fidanzata, se faresti le ore piccole o saresti disposta a trasferte (naturalmente non era inteso a livello lavorativo). E’ vero, io in quei momenti ho avuto la forza per carattere personale di alzarmi e andarmene rinunciando al lavoro e trattenendomi dal volerli appendere al muro. Siamo passati poi al mobbing, perché non l’ho data ad un dirigente, anni 24, mi hanno licenziato per poi riassumermi con un contratto a tempo determinato che sono stata obbligata ad accettare, perché avevo già firmato il mutuo e non potevo chiedere all’allora mio fidanzato (oggi mio marito) di pagare tutto lui. Tre mesi prima della scadenza del contratto ho cominciato a cercare lavoro, sapevo non mi avrebbero rinnovato. Tre anni dopo, ho subito di nuovo mobbing, questa volta perché ho avuto l’ardire di rimanere in stato interessante (figlio non cercato) durante un contratto di lavoro a tempo determinato, se non fossi rimasta incinta mi avrebbero assunto definitivamente alla scadenza, invece non mi hanno rinnovato il contratto di lavoro. Da allora ufficialmente faccio la casalinga, ufficiosamente lavoro gratis in informatica ed anche in questo campo le molestie sul lavoro non si sprecano”.

I ricatti sottintesi per 20 anni di lavoro – Dice Ludovica che per anni ha vissuto ricatti e minacce velate e che questo clima ha condizionato tutta la sua esperienza lavorativa. “Nei miei primi 22 anni di lavoro, prima di diventare una libera professionista nel 2000 (ora ho 56 anni), sono stata molestata (per fortuna solo verbalmente e/o con ricatti sottintesi in quasi tutti i posti di lavoro, tanto che ci avevo fatto l’abitudine. Caratterialmente sono stata sempre una persona forte e quando vedevo che la cosa cominciava a farsi pesante, mi licenziavo. C’è da dire che vivevamo in un momento storico dove non era difficile trovare lavoro. In una ditta di informatica sono stata assunta soprattutto perché ero cintura nera di karate, così potevo tener testa ad uno dei soci che era notoriamente un molestatore. Le precedenti impiegate dopo un po’ scappavano tutte a gambe levate. Questa è la mia storia”.

Al colloquio mi chiesero di simulare di raccogliere una monetina da terra – Carlotta parla degli inizi della sua vita lavorativa, di quando desiderava un contratto ed era costretta a lavorare in nero sopportando i corteggiamenti del titolare. Si stancò e perse il lavoro. Quindi la molestia durante il turno notturno in un call center e quella domanda al colloquio di lavoro: “Mi chiesero di simulare di raccogliere una monetina da terra“. Lei si rifiutò e non venne assunta. “Andai a lavorare come commessa in un negozio di tappeti persiani”, attacca. “Il titolare fu molto colpito da me e mise in secondo piano la commessa ‘storica’ che per questo non mi poteva vedere. In realtà io, nonostante questa preferenza, lavoravo a nero per pochi soldi. Iniziò con i complimenti, poi, venendo a conoscenza della mia poco felice situazione sentimentale con un ragazzo problematico, iniziò, con la scusa di aiutarmi, a entrare nella mia sfera privata. Mi chiedeva di accompagnarlo fuori con la scusa del lavoro, mi allettava con doni, ma di un vero contratto nemmeno l’ombra. C’era il ricatto velato che il mio benessere potesse dipendere dal farmi piacere quest’uomo tanto più grande di me. Alla fine non ho più retto e ho perso il lavoro perché non ho più accettato il suo corteggiamento e le sue richieste sempre più lontane dalla sfera lavorativa. In un’altro periodo lavoravo in un call center, facevo anche turni notturni, l’uomo che faceva le pulizie e veniva la mattina all’alba, mi colse mezza assonnata e mi mise le mani addosso. Sconvolta e spaventata perché ci sarebbe stata nuovamente occasione, decisi di raccontarlo al mio titolare. Nulla, me lo trovai ancora a lavorare lì e ancora a entrare in quegli orari balordi. Risolsi da sola la questione facendolo chiamare a casa dal mio fidanzato. Altro episodio che mi viene in mente e forse anche precedente agli altri: andai a fare un colloquio in un’industria piuttosto grande, ero molto preoccupata, volevo entrare nel mondo del lavoro disposta a qualsiasi occupazione, non conoscevo minimamente i meccanismi e mi sentivo piuttosto inadeguata. Nell’ufficio del capo del personale, un signore anziano mi fece alcune domande inerenti, poi mi trovai in imbarazzo e fui colta da un senso di confusione e umiliazione quando mi chiese di simulare che stavo raccogliendo una monetina. Lo feci, senza capire e senza alcuna malizia, mi sono sentita molto stupida dopo, ed anche molto arrabbiata. Ah, le porte della grande multinazionale per me non si sono aperte”.

Salii da lui per paura di offenderlo e non vedere rinnovato il contratto – Angela ha ceduto a metà. Quando c’è stato l’approccio ha cercato di dirsi fino in fondo che non sarebbe successo niente e che forse avrebbe potuto farcela comunque ad avere il rinnovo. Ma quel no al rapporto sessuale ha avuto le sue conseguenze. “Lavoravo per una nota azienda con un mandato di agenzia di un anno. Ero brava e i risultati arrivavano. Il capo agenzia ci provò con una scusa banale e mi fece salire da lui ed io per timore di offenderlo nel dire ‘no, non salgo‘, salii. Cercò di baciarmi ed io lo rifiutai ovviamente. Per paura di ritorsioni parlai con i miei colleghi ed il mio capo area per avere un parere. ‘Vai avanti, sei brava vedrai non succederà nulla’. Dopo 6 mesi il contratto mi scadeva e lui non lo rinnovò nonostante i brillanti risultati. Provai a dire quanto era successo ai massimi dirigenti ma nessuno mi credette”.

Cameriera per pagarmi gli studi, lo chef mi toccava il sedere in cucina – Catia parla dei lavoretti per pagarsi gli studi. E delle molestie subite nei campi come volontaria, quando nessuno credeva alle sue denunce. “Ho subito molestie al lavoro”, scrive, “lavoravo per pagarmi gli studi in un ristorante come lavapiatti, lo chef che amava trincare e un giorno mi diede una pacca sul sedere, mi rivolsi al direttore, minimizzò. Un’altra volta incazzato scagliò un aggeggio per fare la pasta alla chitarra, lo schivai per miracolo. Resistetti tre mesi e poi me ne andai. Anni prima, a 19 anni, ero ad un campo di protezione civile come volontaria in una grande organizzazione umanitaria, andai nella cucina da campo, di sera tardi, perché avevo sete, trovai un volontario che poteva essere quasi mio nonno, era ubriaco. Provò viscidamente a toccarmi il seno, quando mi rifiutai mi disse che tutti sparlavano di me e che ero considerata una facile, ma all’epoca ero vergine. Lo dissi al mio responsabile, lui minimizzò; settimane dopo ci provarono anche con sua nipote diffamandola perché non aveva accettato le avance. Il responsabile fece un casino tremendo. Ho imparato presto a guardarmi le spalle dai maiali, a non cedere ai ricatti a costo di anni di disoccupazione e lavori precari e da sfruttamento”.

Le giornate ad ascoltare i racconti delle performance sessuali di chi doveva valutare il mio lavoro – Stefania lo dice chiaramente che “non ha mai ceduto”. Ma al primo lavoro importante quasi trentenne ha sopportato in silenzio le battute pesanti e le allusioni, perché “quel lavoro mi serviva”. “Ho 65 anni”, scrive. “E ho deciso di raccontare la mia, anzi le mie esperienze non orribili, ma di cui comunque avrei fatto a meno e che certamente hanno segnato la mia vita, pur nella loro leggerezza e spesso mi hanno fatto guardare al mondo maschile come ad un ammasso informe di stupidità, incultura, fragilità, infantilismo e impotenza e non solo sessuale. Sono riuscita a difendermi, rispetto a tante altre donne, perché  ho avuto due genitori che mi hanno educata più con il loro esempio di vita che con le chiacchiere”. Le prime molestie Stefania le ha vissute in casa: “Ho 26 anni: uno zio, cugino di mio padre, che mi assale in cucina, mentre tutti, compresa la moglie e i miei parenti, sono seduti attorno al tavolo da pranzo e poi ci riprova nei mesi seguenti. Continuava a ripetere che gli facevo sangue. Poi un altro ‘parente’ – acquisito – , che mi aveva conosciuta bambina, una persona che doveva tutta la sua fortuna professionale a mio padre , non ha esitato ad infilarsi nel mio letto in piena notte – avevo 28 anni. E ne avevo 16 anni quando, ricoverata in ospedale a Gela per una appendicectomia, mi ritrovo nella stessa stanza dove era ricoverata anche mia nonna, già lì da 10 giorni per un infarto del miocardio; mi risveglio in piena notte con il medico di guardia – un quarantenne – che mi aveva già quasi spogliata, dopo aver somministrato alla nonna una dose da cavallo di sonnifero”. Poi a 27 anni la prima esperienza lavorativa: “Avevo superato un colloquio per una settimana di prova in un’agenzia pubblicitaria molto importante; mi affidano al vicedirettore per testare le mie capacità: dal lunedì al venerdì sono costretta ad ascoltare il racconto delle sue performance sessuali e l’invito continuo ad essere ‘malleabile’. Le mani addosso non le mette, non ha capito se ‘ci sono’ o ‘ci faccio’. Io glisso e continuo a fingere di non capire: quel lavoro mi serviva. Eccome se mi serviva! Il sabato mattina, il vice sentenzia che non sono adatta a fare quel lavoro. Telefono, in sua presenza, al direttore di zona, dicendo che non era possibile che avesse potuto appurare che non ero adatta, visto che in quei giorni avevo solo frequentato almeno una trentina di bar ed ero stata messa al corrente di tutte le donne con cui il vice aveva fatto sesso e con dovizia di particolari. Mi hanno dato un’altra settimana di prova e poi mi hanno assunta”. Stefania in privato o sul lavoro non ha mai ceduto e ora, quando ci ripensa, si dice che tante cose sarebbero state diverse. “Io non ho mai ceduto, né con i famigliari né con gli estranei. Ho taciuto e protetto i parenti e gli amici per il timore di una reazione sconsiderata di qualcuno accanto a me (timore senza fondamento) e con la convinzione, cinica ma realista, di essere tacciata come una spudorata bugiarda che seminava zizzania, ma contro gli estranei ho lottato e a volte anche perso, ma intanto li ho sputtanati e subito e senza paura delle conseguenze. Oggi vivo una condizione difficile, molto complicata, so che se avessi ceduto tante mie vicende personali avrebbero preso un’altra piega, che certamente non tutto , ma almeno una buona parte sarebbe stata più facile da gestire, più semplice, ma io so di aver fatto la cosa giusta per me. E’ incredibile che tutto quello che io, insieme a tante altre donne, abbiamo sperato negli anni ’70 non si sia avverato, ma è ancora più incredibile che ancora oggi tante donne continuano a credere a quello che io definisco il grande bluff maschilista”.
 
Certe volte vorrei ribellarmi, ma ho bisogno di lavorare – Grazia ha una storia di sfruttamento che prescinde dalle molestie sessuali. Ma che teniamo tra i racconti perché si vede il proprietario di un’azienda che sottopaga una delle sue dipendenti e che poi la penalizza per non aver mentito di fronte all’ispettore dell’Inps. “Lavoro per uno studio di amministrazioni di condomini nella provincia di un paese del Nord da circa 14 anni, gestito da marito e moglie, e di recente si è aggiunta nuora e il loro figlio minore. Dopo circa 4 anni in cui ho lavorato per loro tutti i pomeriggi, da lunedì a venerdì con uno stipendio mensile di circa 250 euro e pagata con ritenuta d’acconto una volta all’anno, sono praticamente stata obbligata ad aprire la partita Iva, perché o così o potevo anche andarmene, visto che non sono riuscita a trovare un altro lavoro ho accettato, con la solita promessa del ‘ti assumeremo’. Quel ti assumeremo è arrivato quando sono stati obbligati a farlo per la nuova legge, ma invece che considerare l’esperienza maturata presso di loro mi hanno assunto come apprendista. Ma anche qui non ho potuto dire niente e accettare. Un anno dopo si sono presentati in ufficio degli ispettori del lavoro, a sorpresa. Il capo era particolarmente nervoso e ha continuato a interrompere le domande che ci venivano fatte a me e alla mia collega (nonché nuora del capo). Alle domande dell’ispettrice io ho risposto con sincerità. Quando se ne sono andate, il mio capo ha cominciato a inveire, dicendo che non dovevo raccontare quelle cose, che dovevo dire che non mi ricordavo e che se usciva la multa me l’avrebbe fatta pagare. La multa non gli è arrivata, probabilmente perché ha amici un po’ ovunque e ha bloccato sul nascere il tutto, ma ha fatto più di un mese a farmi notare ogni errore. ‘Questo è un errore e sei già al secondo’. Ovviamente il primo era non aver mentito all’ispettrice. Certe volte vorrei ribellarmi, mandarlo al diavolo e andarmene… sfortunatamente ho bisogno di lavorare”.

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Molestie sul lavoro, “per il diritto conta il punto di vista della vittima”. Ecco a chi rivolgersi per denunciare

Čet, 23/11/2017 - 08:17

Non è questione di punti di vista. E’ vero che un complimento pesante può essere uno scherzo innocuo o un’offesa che umilia, a seconda del punto di vista. Per questo il tema delle molestie nei luoghi di lavoro, su cui dopo il caso Weinstein hanno alzato il velo le campagne social #quellavoltache e #metoo, è considerato scivoloso. Ma, in un Paese in cui secondo l’Istat 9 donne su 100 hanno subito molestie o ricatti sessuali nel corso della vita lavorativa, il diritto una strada l’ha scelta. Ed è chiarissima. “Il punto di vista che conta per valutare che cosa è molestia sessuale è quello della vittima“, spiega a ilfattoquotidiano.it Marzia Barbera, ordinario di Diritto antidiscriminatorio all’università ed ex consigliera nazionale di parità. “Le intenzioni di chi la mette in atto contano poco”. I codici di condotta delle grandi aziende si allineano a questa impostazione, pur non prevedendo quasi mai figure neutrali a cui rivolgersi per segnalare i comportamenti censurabili. Chi subisce molestie o violenze – e anche una mano sulla coscia, come vedremo, può configurare una violenza – ha comunque molte opzioni per chiedere giustizia. Può presentare denuncia penale, fare causa civile per il risarcimento del danno ma anche rivolgersi al sindacato o alla consigliera di parità della sua provincia o Regione. Che è titolata ad agire in giudizio davanti al giudice del lavoro per conto della vittima o in suo supporto.

Il Codice del 2006: non serve dolo perché sia molestia – “In passato i giudici tendevano a cercare un punto di vista oggettivo e il risultato era che il comportamento percepito come molestia veniva derubricato come inoffensivo, scherzoso”, ricorda la docente. “Poi due direttive europee, recepite nel Codice delle pari opportunità del 2006, hanno chiarito che la prospettiva doveva essere rovesciata. Perché il diritto deve servire a proteggere la vittima che non ha la forza o la possibilità di dire no”. Per questo il Codice sancisce che sono molestie sessuali e costituiscono una forma di discriminazione tutti “quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo”. Non occorre che ci sia dolo, dunque: basta “l’effetto”.

Causa civile o vertenza sindacale se ci sono prove – “Nei casi più gravi naturalmente si ricorre al diritto penale. Ma quello antidiscriminatorio è molto efficace se si tratta di chiedere la cessazione della molestia, l’allontanamento del responsabile e il risarcimento“, continua Barbera. La consigliera provinciale di parità (sono 106, nominate dal ministero del Lavoro) è un pubblico ufficiale e può rivolgersi su delega della vittima al giudice del lavoro o al Tar o intervenire in giudizio al suo fianco, “ad adiuvandum”. “Ma il ruolo delle consigliere oggi è depotenziato perché non hanno fondi. Stando alla nostra esperienza, il primo punto di riferimento è il sindacato”, dice Alessandra Menelao, responsabile nazionale dei centri di ascolto contro le violenze della Uil. “Su 1000 persone che si rivolgono ai nostri sportelli, 150 denunciano molestie sessuali sul luogo di lavoro. In due casi su tre affrontiamo il problema aprendo una vertenza sindacale con l’azienda. Però la vittima deve portarci delle prove (video, foto, messaggi Whatsapp…). Noi facciamo delle verifiche con legali e psicologi e attiviamo una procedura per arrivare al trasferimento o all’azione disciplinare contro il molestatore”. Un iter, spiega Menelao, che spesso le lavoratrici preferiscono perché molto più breve rispetto alla causa civile per il risarcimento del danno e a quella penale. Punti di ascolto simili a quello della Uil sono previsti da un accordo quadro del 2016 tra Confindustria e i sindacati confederali, a cui hanno fatto seguito intese a livello locale. “In Trentino, per esempio, Cgil, Cisl e Uil hanno aperto uno sportello unitario”.

Quando fare denuncia penale – Ma se le prove non ci sono, perché il molestatore si è ben guardato dal mettere per iscritto l’avance indesiderata o il ricatto sessuale, quella strada diventa impraticabile. Non solo: “Se si sceglie la via stragiudiziale a volte è la lavoratrice a dover andare via”, avverte Chiara Vannoni, avvocato giuslavorista e consigliera di parità della città metropolitana di Milano. “Si pensi alle piccole aziende in cui magari il molestatore è il datore di lavoro. E’ quasi inevitabile che sia la lavoratrice a rinunciare al posto, accettando un risarcimento“. In questi casi può essere preferibile la denuncia penale. “Non occorre portare prove, perché saranno il pm e la polizia giudiziaria a fare le indagini”, spiega Vannoni.

Querela entro sei mesi. Perché ci sia molestia non serve contatto fisico – Bisogna però tenere presente che il tempo a disposizione è poco: il diritto di querela va esercitato entro tre mesi dalla molestia ed entro sei mesi se si è trattato di violenza sessuale. Il perimetro del penale, poi, è più ristretto rispetto all’illecito civile. Ma, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, per denunciare non è necessario che ci sia stato un contatto fisico, tanto meno un vero e proprio stupro. In base alla giurisprudenza di Cassazione, quando il colpevole ha dolosamente usato “espressioni volgari a sfondo sessuale” o ha messo in atto un “corteggiamento invasivo ed insistito” si applica la pena prevista dal codice per le molestie semplici: fino a sei mesi di carcere.

Si configura invece la violenza sessuale, punita con un massimo di 10 anni di prigione, quando qualcuno viene costretto a un atto sessuale usando la violenza o minacce oppure abusando della propria autorità o della sua “inferiorità fisica o psichica”. Situazioni frequenti nei posti di lavoro, quando il colpevole è il capo o una persona di grado superiore alla vittima. Fondamentale tenere presente che un “atto sessuale” non è necessariamente un rapporto completo: ricade nella definizione anche il gesto di appoggiare una mano su una zona erogena – e secondo diverse sentenze lo sono anche la coscia o il ginocchio – o dare un bacio sulle labbra contro il volere di chi lo riceve.

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Omicidio Vassallo, il fratello Dario: “Finora politica assente. Nella prossima legislatura serve commissione d’inchiesta”

Čet, 23/11/2017 - 08:16

Sette anni senza giustizia sull’omicidio di Angelo Vassallo, il “sindaco pescatore” di Pollica, un piccolo comune del Cilento in Campania. Con la politica nazionale e locale da anni assente ingiustificata, a continuare a chiedere verità sono rimasti in pochi. Su tutti, il fratello Dario Vassallo, presidente della Fondazione “Angelo Vassallo sindaco Pescatore“. L’obiettivo di Dario Vassallo? Ottenere, a partire dalla prossima legislatura, l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta che possa fare luce sul caso: “Quando si uccide un sindaco si uccide lo Stato. Abbiamo capito che eravamo soli. La nostra barca, prima piena di amici, parenti e politici, si è svuotata completamente”, ha denunciato Dario Vassallo, nel corso di una conferenza organizzata a Roma.  Al momento, la verità è ancora lontana: “L’omicidio Vassallo rischia di diventare un caso irrisolto. C’è un indagato, per concorso in omicidio. Accusato anche di traffico di stupefacenti nella zona del Cilento, ma è in carcere per altri motivi. E ci sarebbero altri due indagati di cui non si conoscono i nomi. Queste posizioni potrebbero però presto essere archiviate, e con loro l’inchiesta nel suo complesso” ha ricordato il giornalista del Fatto, Vincenzo Iurillo, in merito alle indagini condotte dalla procura di Salerno. Anche la creazione di una commissione d’inchiesta sul caso Vassallo è però ancora lontana. Anzi, lo stesso Dario Vassallo – che la rivendica – sembra convinto che non verrà mai istituita: “A questo punto agiremo per vie legali a livello europeo”, ribadisce. Dalla politica, invece, si aspetta ormai poco o nulla: “Il ministro della Giustizia Andrea Orlando non mi ha mai ricevuto. Si è comportato come il sindaco attuale di Pollica che, nell’anniversario della morte di Angelo (il 5 settembre) nel 2014 e 2015 ha fatto una sagra del pesce“, ha accusato. Ma è tutto il Pd (il partito di cui faceva parte il fratello, ndr) ad essere sotto accusa: “Se mi aspettavo segnali diversi da Renzi e dai dem? No.  L’attuale segretario conosce tutto della vicenda da quando si è insediato. Ho già incontrato Lotti, ma ha fatto finta di non capire nulla. Penso di non potermi aspettare più nulla”.

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Seat e IED, insieme ai giovani per le auto di (dopo)domani – FOTO

Čet, 23/11/2017 - 07:46

Affidarsi ai giovani, seppur cosa non troppo frequente, è una scelta che spesso paga. Lo ha fatto Seat, chiedendo agli studenti dello IED (Istituto Europeo di Design) di Torino e Barcellona un affresco dei veicoli che produrrà e venderà tra quarant’anni. Il risultato è quello che vedete nella bozza qui sopra, ovvero un mezzo dotato di pannelli interattivi, sistemi di elettrocalamite e device studiati per dare all’utente un’esperienza di guida sensoriale tramite caschi dotati di realtà virtuale. E naturalmente elettrico. Gli studenti delle due sedi, che hanno lavorato in gruppi misti e hanno partecipato al briefing di un designer esperto come Tom Tjaarda (somparso lo scorso giugno), si sono attenuti scrupolosamente alle consegne del brand spagnolo, che gli chiedeva di immaginare un prototipo emozionale, che rispecchiasse la cultura mediterranea del brand. Due di loro, un italiano e uno spagnolo, alla fine sono stati scelti per un tirocinio di sei mesi presso SEAT Design. In bocca al lupo.

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In Edicola sul Fatto Quotidiano del 23 novembre: La nuova Repubblica di Berluscalfari. Il fondatore: “Tra B

Čet, 23/11/2017 - 00:03
Il font Eugenio Ora Scalfari vota Berlusconi: “Populista sì, ma di sostanza”

Conversioni – Il fondatore di “Repubblica” va in tv e si rimangia 20 anni di “guerra al puzzone”: “Preferisco lui a Di Maio”. È la scelta dell’establishment per il 2018

di Barbapapi di

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Respinto l’assalto del Coni A giugno l’Italia ad Ancelotti

Per ora a Malagò non riesce l’operazione di commissariamento. Ma per il nuovo ct l’idea “Carletto” non tramonta: dal Canada si rende disponibile per il futuro

di Carlo Tecce e Lorenzo Vendemiale Piacenza Black Friday, giorno di sciopero. Amazon lo aggira con il cottimo

Shopping day – Caccia all’affare e proteste sindacali

di Altro che sfiga Milano ha perso per un dossier da II media

Agenzia del farmaco – La brochure della candidatura Ema era ridicola, al confronto con Amsterdam

di Selvaggia Lucarelli Commenti Rimasugli La consulente di Padoan e il gatto liberista di Schrödinger

Ieri il Corsera non ci ha solo dato una notizia (e giornalisticamente “un buco”), ma ha illuminato un mondo. Ci si riferisce al fatto che una consigliera di diversi ministri del Tesoro, compreso Pier Carlo Padoan, sia accusata dai pm di Milano di essere stata pagata dalla multinazionale delle consulenze Ernst & Young (per cui […]

di Fatti di vita Di Battista, un papà tenero a cui non si vuole credere

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di Mladic-Assad, i destini opposti delle canaglie

Nella grande riffa della Storia può accadere che a criminali di statura simile tocchi nello stesso giorno un destino opposto. Mentre i giudici del Tribunale dell’Aia decidevano la condanna all’ergastolo del generale Ratko Mladic, Bashar al Assad festeggiava con Putin lo scampato pericolo: protetto dai vincitori della guerra di Siria, il presidente non rischia più […]

di Guido Rampoldi Politica Entro domani in Cdm Il rebus collegi è al Senato: il governo prepara il decreto

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Via dal Veneto – Ok della Camera al passaggio del Comune alla Regione a statuto speciale

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di Pietrangelo Buttafuoco Cronaca Per i familiari Riina, rimossi post di condoglianze: Facebook si scusa

Facebook ha chiesto scusa alla famiglia del “capo dei capi” Totò Riina per aver rimosso messaggi di condoglianze postate sul social dopo la morte del mafioso. Una portavoce di Facebook ha spiegato all’Associated Press che “i post erano stati eliminati per errore” e adesso sono stati ripubblicati. I post di condoglianze alla famiglia Riina sono […]

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Roma – La sindaca: “Duemila abusivi, uno ha 18 immobili”. Fino a 9 mila irregolari. Il sindacato: ma i ricchi sono pochi

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Black Friday – Invenzione statunitense, ma in Italia è un fenomeno soprattutto virtuale: offerte sui grandi siti internet d’acquisti

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Giornata volatile, ieri, a Piazza Affari per Banca Carige, nel primo giorno dell’aumento di capitale da 560 milioni di euro. Dopo una sospensione al rialzo a oltre +10%, il titolo dell’istituto ligure ha terminato in calo del 6,61% a 0,0113 euro. Dal prospetto è emerso che Carige è oggetto di “attività ispettive” della Bce sull’adozione […]

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Il ministero dell’Economia ha deciso di riconfermare Marco Morelli ad del Monte dei Paschi di Siena, di cui ora controlla quasi il 70%, insieme al presidente Alessandro Falciai. Ci sono i loro nomi nelle liste per il rinnovo del cda. Morelli è stato imposto da Renzi a settembre 2016 dopo che Jp Morgan aveva chiesto […]

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“Boschi e Boldrini ai funerali di Riina”. La sottosegretaria: “Fake news, passato il limite”. Il M5s prende le distanze

Sre, 22/11/2017 - 22:42

Maria Elena Boschi e Laura Boldrini al funerale di Totò Riina. La fake news da oltre 1000 condivisioni in poco più di ventiquattr’ore fa infuriare la sottosegretaria alla presidenza del Consiglio e buona parte del Pd. La bufala si diffonde dal profilo Facebook di Mario De Luise, che sceglie come foto principale una locandina che inneggia al M5s e questo scatena l’ira di diversi esponenti del Partito Democratico. Impossibile stabilire chi sia l’autore effettivo, né se sia legato ai Cinque Stelle, ma dalla bacheca di De Luise diventa virale. E il suo gesto manda su tutte le furie Boschi e altri rappresentanti dem, mentre i Cinque Stelle prendono subito le distanze e annunciano di aver segnalato l’account per uso improprio del simbolo.

“Guardate questo profilo, spero falso. Guardate che schifo. Sono mesi che subisco e subiamo di tutto, ma qui si passa il limite”, scrive la sottosegretaria sui social postando a sua volta quell’immagine che la ritrae con la presidente della Camera, all’eurodeputato David Sassoli e al senatore Francesco Verducci durante un funerale. Ovviamente non quello di Riina, visto che le esequie del capo dei capi non si sono neanche tenute.

A spiegare dove sia stata scattata la foto è proprio il senatore dem Verducci: “In rete gira questa foto. La posta un tale che ha nella sua immagine profilo il logo di una tristemente nota sigla politica. Io ricordo bene questa foto. Eravamo nel Duomo di Fermo, era domenica pomeriggio. Era il 10 luglio del 2016 – spiega il parlamentare del Pd – Partecipavamo alle esequie di Emmanuel, ragazzo nigeriano che, fuggito dalla guerra, ha trovato una morte ingiusta da noi in seguito ad una colluttazione nata da un epiteto razzista. Fu un momento di tributo e commozione, in nome della vita”.

Contro lo scatto postato sulla bacheca di De Luise anche Alessia Morani, Michele Anzaldi ed Ernesto Carbone. Tutti contro il M5s al quale si chiede di prendere le distanze. La replica del Movimento era in realtà già arrivata: “È inaccettabile attribuire al Movimento 5 Stelle una foto che circola su Facebook. Si tratta di una fake news che nulla ha a che vedere con noi: la riteniamo assolutamente offensiva e inappropriata – spiegano in una nota il gruppo parlamentare – Provvederemo, come sempre in casi del genere, a segnalare l’account per uso improprio del simbolo”.

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25 novembre, il Piano femminista di Non una di meno: aborto negli ambulatori, centri antiviolenza gratis, basta sessismo

Sre, 22/11/2017 - 21:24

“Abbiamo un piano per sconfiggere il patriarcato e il sessismo”. È stata un’assemblea molto partecipata quella che martedì 21 novembre ha accolto a Milano il lancio del Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne di Non una di meno, movimento politico che vuole contrastare la violenza di genere, presentato pochi giorni prima della manifestazione del 25 novembre. Cosa vogliono le donne di tutta Italia? Non dovere incontrare mai più un obiettore di coscienza, non dovere più leggere un articolo di giornale sessista, frequentare Centri Antiviolenza (CAV) gratuiti e laici. Queste sono solo alcune delle azioni più concrete che il movimento internazionale chiede siano portate avanti a breve termine.

Perché, mentre sulle migrazioni e sul welfare i discorsi del pamphlet sono più teorici, in ambito medico, educativo e mediatico le richieste del movimento si leggono forti e chiare. “Vogliamo finanziamenti appropriati per i CAV – racconta Carlotta Cossutta di NUDM – ma anche riportare l’educazione sessuale nelle scuole e permessi di soggiorno immediati per le donne che escono da situazioni di sfruttamento e violenza”. E sono proprio di Centri antiviolenza quelli su cui le donne del movimento fanno le richieste più precise, come “prolungare l’ospitalità da 3-6 mesi a 12 mesi” oppure “assegnare alle graduatorie per le case popolari massimi punteggi per le donne che hanno avviato un percorso di uscita dalla violenza”, si legge sul Piano femminista.

Tema caldo resta l’interruzione di gravidanza. “Lo stato dovrebbe garantire aborto, contraccezione e riproduzione – aggiunge Eleonora Cirant – eppure si ignora come in Italia, a differenze che in diversi stati europei, l’aborto farmacologico non è accessibile in tutte le strutture”. Pratiche e finanziamenti che lasciano poco intendere e puntano direttamente alle mancanze dei governi. Altrettanto chiara la posizione del movimento rispetto alla narrazione della violenza contro le donne, tanto da arrivare a produrre delle linee guida per narrazioni non sessiste e proporre sanzioni per i media che le trasgrediscono. “Giornali e televisioni rischiano di fare una seconda violenza alla vittima quando parlano di amore, raptus, donne fragili e uomini mostri – racconta Silvia Cardelli – Le redazioni sono parte del problema, noi chiediamo loro almeno di iniziare a smettere di usare un linguaggio sessista”.

Così, dopo un anno che ha visto al lavoro decine di assemblee cittadine, 5 assemblee nazionali e 9 tavoli tematici, il piano è arrivato e come da promessa è un piano femminista, perché “parte dall’assunto che la violenza non è un’emergenza ma un dato strutturale della nostra società che si manifesta ovunque: famiglie, tribunali, ospedali, politica”, continua Eleonora Cirant. Era poco meno di un anno fa, infatti, quando Non una di meno è entrata nella scena pubblica in maniera dirompente riuscendo a portare a Roma il 25 novembre 2016 centinaia di migliaia di persone. “Già da allora questo piano era stato annunciato e sentito come necessario – racconta Chiara Ronzani, giornalista di Radio Popolare chiamata a moderare la serata – perché se nel corso della sua vita una donna su tre ha subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale, allora sono i dati a dire che i piani dei governi contro la violenza sulle donne non funzionato”. Ecco quindi NUDM proporre il suo piano, e concedersi il prossimo anno per decidere quali punti sviluppare e come mettere in pratica le proposte.

“Abbiamo trovato una voce collettiva e non smetteremo di usarla. Abbiamo un piano, e noi siamo la forza per realizzarlo”, è la frase conclusiva del lavoro del movimento. In altre parole le femministe intendono “impegnarsi per diventare una voce politica e cercare di rendere questo piano imprescindibile”. A cominciare proprio dalla manifestazione che le vedrà a Roma il 25 novembre unirsi a una fiumana di attiviste da tutta Italia. Per sbandierare, nella giornata contro la violenza sulle donne, il loro piano femminista non come un punto di arrivo, ma come un punto di partenza.

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Articolo 18, Camera approva rinvio in commissione della proposta Mdp. Bersani: ‘Pietra tombale su dialogo col Pd’

Sre, 22/11/2017 - 21:09

Il rinvio in commissione della proposta della sinistra sull’articolo 18 è la pietra tombale sul dialogo tra Mdp e il Pd? “Sì, del resto anche l’incontro di oggi ha certificato questa cosa”. Parola di Pierluigi Bersani, che così commenta quanto successo nel pomeriggio in Parlamento. La dem Titti Di Salvo ha chiesto nell’aula della Camera il ritorno in commissione della proposta di legge di Mdp, Sinistra Italiana e Possibile che chiedeva la modifica dell’articolo 18 e che contiene altre disposizioni relative la tutela dei lavoratori dipendenti in caso di licenziamento illegittimo.

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Era in pratica un passo indietro rispetto al Jobs Act chiesto da Bersani e Massimo D’Alema a Matteo Renzi in vista di un’ipotetica alleanza elettorale alle prossime politiche. Non sono disposto a reinserire l’articolo 18 per fare l’accordo con loro. Se mi viene chiesto di scrivere una pagina bianca per il futuro, pensare a come rendere stabili i posti di lavoro io ci sto. Ma non chiedetemi di abiurare su articolo 18 e 80 euro”, aveva annunciato ieri sera il segretario del Pd a Porta a Porta. Dodici ore dopo ecco la richiesta di rinviare la proposta di legge in commissione.  “Il rinvio serve a sostituire a un confronto sulle distanze un confronto di merito che si può avere in commissione”, ha detto Di Salvo mentre i deputati di Mdp e Si componevano con grandi fogli posti sui loro banchi la scritta “Articolo 18”. Poco dopo ecco che la Camera ha approvato il rinvio con una maggioranza risicatissima: appena 26 voti di differenza. A votare contro il rinvio ovviamente i deputati di Si-Mdp-Possibile, più il centrodestra e Movimento 5 Stelle.

“L’atto compiuto dal Pd è il suggello a mesi di schiaffi. Nessuno di noi pensava che la nostra proposta non potesse essere modificata, emendata, arricchita. Ma il fatto che alla Camera è possibile parlare di tutto ma non dei problemi più seri che hanno gli italiani è una cosa fuori dal mondo. Riportare in commissione la proposta di legge significa affossarla“, dice dunque Bersani a margine di un convegno dei cattolici democratici.  “La nostra – continua l’ex segretario- non era una proposta provocatoria. Il Pd avrebbe potuto fare una sua controproposta, il nostro non era un prendere o lasciare”. “Il Pd getta la maschera e affossa la nostra proposta che riafferma le garanzie dell’articolo 18. #finteaperture“, twitta Roberto Speranza, mentre per Arturo Scotto i dem “parlano di coalizioni e chiudono sul merito, rinviando voto su reintroduzione dell’Articolo 18. Il Pd predica bene e razzola mare. Doppia morale“.

E se per i bersaniani il rinvio della proposta di legge sull’articolo 18 sè il de profundis di ogni possibile alleanza con i dem, per Ettore Rosato non è così .”Teniamo aperta la porta del dialogo anche con i nostri colleghi della sinistra – dice il capogruppo del Pd alla Camera – la teniamo faticosamente aperta perché ci interessano i lavoratori. Voi la chiudete e noi ci mettiamo la scarpa dentro per non chiuderla. Per questa ragione votiamo per rinviare la proposta sull’articolo 18 in commissione, per avere un foglio bianco in cui riscrivere questa proposta”.

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Figc, Malagò rinuncia al commissario: “Corro il rischio di un ricorso”. Ma senza presidente di Lega A, discorso riaperto

Sre, 22/11/2017 - 20:42

Niente commissario, solo un ultimatum. Che però rischia di cadere nel vuoto. Giovanni Malagò vorrebbe tanto mettere le mani sul calcio italiano, con un commissariamento “lungo e con poteri ampi”. Ma com’era ampiamente prevedibile, i suoi legali gli hanno detto che non può farlo: le regole, i “pezzi di carta” (come li chiama lui) non lo permettono. “Se noi avessimo portato la delibera saremmo stati oggetto di ricorso da parte di questi signori, e probabilmente lo avremmo perso”, ha detto stizzito al termine della giunta. Troppo pericoloso per il Coni, e pure per la sua poltrona che sarebbe stata esposta a un rischio non indifferente in caso di sconfitta in tribunale.

Malagò non ha cambiato idea. Con i suoi membri della giunta prima, e con i giornalisti poi, ha usato parole forti: “Questa vicenda coinvolge il sistema Paese, è un’onda che travolge tutti. Sarebbe da persone poco serie far finta che non è successo nulla”. La mancata qualificazione della nazionale ai Mondiali è un fallimento epocale per il sistema calcio, ed è pure un’occasione irripetibile per metterci le mani sopra. “Il calcio italiano va riformato, sotto tanti punti di vista. Secondo me non si può non passare da commissariamento lungo e con poteri ampi, perché il male è alle radici dello statuto, che impedisce qualsiasi cambiamento”, il parere pesante del numero uno dello sport italiano. Peccato che le regole dicano il contrario.

Le condizioni per il commissariamento – gravi irregolarità di bilancio o mancato funzionamento, problemi con la giustizia sportiva e blocco dei campionati – proprio non sussistono. Almeno per il momento. Per questo il Coni suo malgrado è stato costretto a concedere altri 20 giorni di tempo al mondo del pallone per tornare ad una parvenza di normalità. In questo arco temporale, le Lega di Serie B ma soprattutto quella di Serie A devono eleggere i propri presidenti, che mancano da mesi. E poi dev’essere convocata l’assemblea elettiva, per il prossimo gennaio. Se così sarà, il pallone potrà scegliersi da solo il suo prossimo presidente, che si tratti del numero uno dei Dilettanti, Cosimo Sibilia (il nome che al momento può contare su più voti) o di un “Papa straniero” ancora da trovare. In caso contrario, arriverà il commissario: non Malagò in prima persona ma una sua diretta emanazione, il segretario generale del Coni, Roberto Fabbricini.

Tutto dipende dalla Lega di Serie A, insomma. I litigiosissimi presidenti del nostro calcio, attenti solo ai diritti tv e ai loro interessi, non sono riusciti a mettersi d’accordo in sei mesi e dovrebbero farlo in pochi giorni. Pare difficile, e su questo punta Malagò: con l’ennesima elezione a vuoto, a quel punto scatterebbe davvero il requisito del mancato funzionamento della Federazione, e ci sarebbero tutti gli estremi per commissariare. C’è sempre una scappatoia, però, che forse al Foro Italico non hanno calcolato fino in fondo: anche in mancanza di un’intesa vera, le società potrebbero sempre eleggere in extremis un presidente pro tempore (magari un interno, come il direttore generale, Marco Brunelli). Così da sfuggire a Malagò, e ad ogni tentativo di rivoluzione esterna.

Twitter: @lVendemiale

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Lamezia Terme e altri quattro Comuni in Calabria sciolti per infiltrazioni mafiose

Sre, 22/11/2017 - 20:36

Lamezia Terme e altri 4 comuni in Calabria sciolti per infiltrazioni mafiose. Il Consiglio dei ministri ha deciso, in base all’articolo 143 del Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, per il commissariamento dei consigli comunali di Cassano allo Jonio, Isola Capo Rizzuto, Marina di Gioiosa Jonica e Petronà, nei quali, si legge nel comunicato del cdm, “nei quali sono stati accertati condizionamenti da parte della criminalità organizzata”. Una “ecatombe” che conferma la pesante influenza che la ‘ndrangheta esercita in molti Comuni calabresi per condizionarne l’attività ed accaparrarsi appalti e commesse.

La proposta del ministro dell’Interno Marco Minniti è stata fatta sulla base delle relazioni redatte delle Commissioni d’accesso nominate dai Prefetti delle tre province in cui ricadono i Comuni sciolti, Catanzaro (Lamezia e Petronà), Cosenza (Cassano allo Jonio), Crotone (Isola Capo Rizzuto) e Reggio Calabria (Marina di Gioiosa Jonica). Il lavoro delle Commissioni si era concluso nelle settimane scorse con la proposta di scioglimento rivolta ai Prefetti, che l’avevano poi trasmessa al Ministro dell’Interno.

Il Comune più importante tra quelli sciolti é quello di Lamezia Terme, che con i suoi oltre 70mila abitanti è la terza città per popolazione della Calabria dopo Reggio e Catanzaro. Per Lamezia, tra l’altro, si tratta del terzo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose dopo quelli del 1991 e del 2002. L’accesso antimafia nel Comune di Lamezia che ha portato allo scioglimento deciso stasera era stato disposto dal prefetto di Catanzaro, Luisa Latella, su delega del Viminale, il 9 giugno.

La decisione seguì solo di pochi giorni un’operazione contro la ‘ndrangheta, denominata “Crisalide“, condotta dai carabinieri e coordinata dalla Dda di Catanzaro contro la cosca Cerra-Torcasio-Gualtieri, che portò a decine di arresti. Nell’inchiesta vennero indagati in stato di libertà, tra gli altri, il vicepresidente del Consiglio comunale, Giuseppe Paladino, poi dimessosi dalla carica, e Pasqualino Ruberto.

Quest’ultimo, che fu candidato a sindaco in occasione delle amministrative del 2015, era stato sospeso dalla carica di consigliere comunale dal Prefetto di Catanzaro dopo essere stato arrestato nel febbraio scorso in un’altra operazione della Dda , denominata “Robin Hood“, riguardante il presunto utilizzo illecito dei fondi comunitari destinati alle famiglie bisognose. Fondi che, in realtà, sarebbero stati utilizzati, secondo l’accusa, per altri scopi, anche col contributo di presunti affiliati a cosche di ‘ndrangheta lametine. La Giunta comunale che è decaduta in seguito allo scioglimento deciso oggi era guidata da Paolo Mascaro, alla guida di una coalizione di centrodestra.

Anche per il Comune di Isola Capo Rizzuto lo scioglimento per infiltrazioni mafiose non rappresenta un fatto nuovo. Un analogo provvedimento, infatti, era stato adottato nel 2003. A Cassano allo Jonio, appena lunedì scorso, era stata consegnata al sindaco, Gianni Papasso, del centrosinistra, una villa confiscata nel 2010 ad un presunto boss della ‘ndrangheta, Vincenzo Forastefano. L’intenzione del sindaco era di realizzare nella villa un centro per il “Dopo di noi”, una struttura cioé in cui accogliere i ragazzi portatori di handicap dopo la morte dei genitori.

“Tutti sappiamo che il Comune sarà sciolto ma, al momento, non ne conosciamo le motivazioni”, aveva detto il 21 novembre il sindaco di Lamezia, Paolo Mascaro, parlando con i giornalisti dopo un incontro col prefetto Latella. Il prefetto ha incontrato il sindaco su delega del Ministro dell’Interno, al quale Mascaro si era rivolto chiedendo di essere sentito nell’ambito del procedimento.

“Avverto rabbia, amarezza e frustrazione – aveva aggiunto Mascaro, che il 20 novembre aveva iniziato lo sciopero della fame – insieme ad una sensazione di assenza dello Stato. Non riesco a capacitarmi del fatto che per tutto il periodo in cui é stato effettuato l’accesso antimafia in Comune, la Commissione incaricata degli accertamenti non abbia avuto il tempo di sentirmi nonostante io abbia chiesto ripetutamente di essere ascoltato. Ho l’impressione che c’è qualcuno che, ancor prima che venisse disposto l’accesso, aveva deciso che il Comune di Lamezia andava sciolto”.

Nel corso dell’incontro, il primo cittadino aveva fatto anche un riferimento a quanto dichiarato il giorno precedente dalla presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, secondo la quale esistevano gli elementi perché il Comune venisse sciolto. “Mi chiedo – ha detto Mascaro – come la Bindi abbia fatto a dare per certo lo scioglimento del nostro Comune. Nessuno può anticipare l’esito di un’istruttoria”.

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Sicilia, indagine a Catania su presunto voto di scambio alle regionali: “50 euro a voto”

Sre, 22/11/2017 - 20:26

Un’indagine per una presunta compravendita di voti. Non si fermano le bufere giudiziarie in Sicilia, dove il 5 novembre scorso si è votato per le elezioni regionali. L’ultima inchiesta l’ha aperta la polizia di Stato, coordinata dalla procura di Catania, che ha avviato indagini per redigere una informativa dopo il servizio andato in onda sulle Iene, popolare trasmissione Mediaset. Una donna ha raccontato di avere ricevuto prima delle elezioni regionali una offerta di 50 euro in cambio del voto per il candidato di Forza Italia, Antonio Castro, attualmente consigliere comunale di Acireale, non eletto all’Assemblea regionale siciliana.  La procura etnea inoltre chiederà a Mediaset l’acquisizione del filmato.

Sulla vicenda è intervenuto il legale di castro, l’avvocato Giampiero Torrisi, annunciando che il suo assistito “intende immediatamente e categoricamente escludere la sussistenza di qualsivoglia condotta direttamente o indirettamente riconducibile a voto di scambio. Pertanto quanto affermato nel citato servizio televisivo neppure minimamente risponde al vero“. Il legale ribadisce “con forza l’auspicio che la procuradi Catania, alla quale sino ad oggi ovviamente non ci siamo potuti rivolgere per mancanza di elementi concreti, acquisisca al più presto tutti gli elementi relativi a tale confusa vicenda, e li valuti con il massimo rigore. In tale ottica – continua il legale – Antonio Castro rimane a completa disposizione dell’autorità giudiziaria, nella quale ripone incondizionata fiducia. Torrisi poi accusa la trasmissione di Mediaset: “Si deve stigmatizzare un modello di informazione aggressivo e scandalistico. Valuteremo, quindi, nei prossimi giorni ogni azione finalizzata alla tutela dell’onorabilità di Antonio Castro”.

“Fate vedere questo video a tutti! Fatelo vedere a chi derideva me e Luigi Di Maio per aver chiesto l’intervento dell’Osce per monitorare le operazioni di voto in Sicilia: 50 euro a voto. Una vera e propria compravendita di voti”, è il testo di un post pubblicato sul blog di Beppe Grillo da Giancarlo Cancelleri, candidato governatore del Movimento 5 Stelle, sconfitto da Nello Musumeci. del centrodestra. “Mi auguro – continua Cancelleri -che le autorità competenti facciano al più presto chiarezza. E che chi ha goduto di questi reati si passi una mano sulla coscienza. Il risultato di queste elezioni è stato tristemente contaminato da simili pratiche. Chi crede nel voto libero non può accettare che il futuro del proprio paese sia ostaggio di queste schifezze. E questa, probabilmente, è solo la punta dell’iceberg”.

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Sicilia, fisico nucleare disabile fa sciopero della fame: “La Regione non dà un euro per la mia assistenza”

Sre, 22/11/2017 - 19:58

Uno sciopero della fame per protestare contro la Regione Siciliana. Il motivo? Non fornisce alcun contributo per la sua assistenza. E quindi ha deciso di fare sul serio. Fulvio Frisone, fisico nucleare catanese di fama internazionale, affetto da tetraparesi spastica dalla nascita da undici mesi è senza assistenza. Oggi ha annunciato che non toccherà più né cibo né acqua se questa situazione non dovesse cambiare. “Ancora la Regione Siciliana non mi ha dato un centesimo per la mia assistenza: insomma, posso anche morire per lungaggini burocratiche senza che nessuno si sieda ad un tavolo e risolva la mia questione”, dice lo scienziato.

Ma perché a Frisone non arrivano gli aiuti che gli dovrebbero spettare di diritto. “Il nodo – dice – che blocca tutto è chi debba assumere la competenza tra i vari Enti locali e cioè tra il comune di Acireale ed il Comune di Aci Catena per l’erogazione dei fondi assistenziali che mi toccano di diritto. Inoltre sarebbe giusta e civile una legge non annuale ma definitiva in modo tale che tutto questo non si debba ripetere ogni anno. Sono stanco di essere preso in giro, di essere sbattuto da un ufficio all’altro e sopratutto di uscire soldi che né io ne mia madre abbiamo. Mia madre vive di pensione“.

Frisone non è l’unico ad avere lanciato l’allarme. Dopo le elezioni regionali dello scorso 5 novembre, il comitato “Siamo handicappati non cretini” ha scritto al neo governatore Nello Musumeci per chiedere un incontro urgente. “Come da lei promesso – si legge nella lettera – il rispetto della dignità delle persone con disabilità e dei loro familiari, dovrà essere una priorità del suo governo (lo ha promesso sottoscrivendo il programma in diretta radiofonica). È arrivato il momento di incontrarci con la massima urgenza, con o senza assessore designato e le spieghiamo il perché”.

Il rischio è che si blocchino i fondi: “I decreti di stanziamento economico per l’assegno di cura per i già censiti – scrivono i disabili nella lettera a Musumeci – dovrebbero avere un limite al 31 dicembre, pertanto se non si provvede ad un nuovo decreto per il prossimo anno, dal 31 dicembre tutti i disabili gravissimi già censiti rischiano di vedersi bloccati i fondi (lei potrà immaginare cosa può volere dire per famiglie, molto spesso sotto la soglia di povertà, dovere aspettare mesi e mesi e dovere comunque pagare l’assistenza senza averne le possibilità). Il bando per i nuovi censiti è ad una situazione di stallo (peraltro prevedibile). Le Asp stanno completando a fatica il censimento dei richiedenti. Lei non ci crederà mai ma il numero dei censiti positivamente vi farà paura. Per le informazioni in nostro possesso, soltanto per il territorio catanese il numero dei gravissimi, supera le 2.000 unità. A Palermo dovrebbero superare tale cifra. Si immagini su tutto il territorio regionale il numero complessivo”.

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Libia, la Francia torna alla carica: “Chiesta convocazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sulle torture inflitte ai migranti”

Sre, 22/11/2017 - 19:51

La Francia torna alla carica sulla Libia. Parlando in Parlamento, il ministro degli esteri Jean-Yves Le Drian ha annunciato che Parigi ha chiesto la convocazione di una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu sul trattamento dei migranti nel Paese nordafricano e chiederà sanzioni se le autorità di Tripoli non adotteranno alcuna azione in merito. Le Drian ha specificato che vuole che l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) e l’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) pubblichino dettagli del traffico di migranti in Libia.

“Le autorità libiche, che sono state avvertite diverse volte, anche da me perché sono stato lì a settembre, hanno deciso di aprire un’indagine sui fatti”, ha dichiarato il capo della diplomazia francese. Emmanuel Macron ha parlato invece della vendita come schiavi di migranti documentata a Tripoli da un’inchiesta della Cnn definendola “un crimine contro l’umanità“. “La denuncia della Francia è senza appello”, ha detto il presidente della Repubblica francese al termine di un incontro con il presidente della Guinea e presidente dell’Unione Africana, Alpha Condé.

Una risposta indiretta è arrivata da Federica Mogherini: “Non possiamo ignorare il trattamento inumano riservato ai migranti in Libia”, ma è una situazione che “si protrae da anni e l’Unione Europea già da tempo è impegnata per salvare queste persone e smantellare questa rete di criminali”, ha detto l’Alto rappresentante per la Politica Estera dell’Unione Europea alla conferenza di alto livello Ue-Africa, a Bruxelles. “Il nostro obiettivo è chiudere i centri di detenzione ed è sempre stata la posizione della Ue”, ha detto ancora Lady Pesc.

Per la seconda volta in pochi giorni Parigi è tornata a far sentire la propria voce sull’accordo stretto dall’Italia con Tripoli per conto dell’Ue e definito “disumano” dalle Nazioni Unite perché tollera le torture cui vengono sottoposti i migranti nei centri di detenzione libici “pur di gestire il fenomeno migratorio ed evitare gli sbarchi”. Il 20 novembre il ministero degli Esteri di Parigi aveva diramato una nota nella quale condannava “con la più grande fermezza i trattamenti inumani e le violenze di cui sono vittime i migranti in Libia. Queste pratiche spregevoli suscitano l’indignazione della Francia e scioccano la coscienza mondiale“.

“Al di là della basilare umanità, ne va della credibilità del governo di intesa nazionale come dell’insieme degli attori libici”, insisteva Parigi nel comunicato, ribadendo la propria “determinazione a lottare insieme ai partner europei e africani contro il traffico di migranti in tutte le sue forme e smantellare il modello economico dei trafficanti”. Il Quai d’Orsay confermava, infine, le notizie di stampa secondo cui una missione dell’Ofpra, l’Ufficio francese per la protezione dei rifugiati, è stata avviata in Niger “con l’obiettivo di procedere all’audizione di richiedenti asilo evacuati dalla Libia dall’Alto commissariato Onu per i rifugiati”.

E’ il secondo affondo portato in pochi mesi da Macron alle modalità di gestione della partita libica scelte dall’Italia. La prima offensiva era partita il 26 luglio, poche settimane dopo l’insediamento all’Eliseo, quando il nuovo presidente aveva organizzato a Parigi un incontro tra il leader del governo di Tripoli Fayez Al Sarraj e il capo delle forze armate di Tobruk Khalifa Haftar, consegnando ai giornali una bozza di accordo mai firmata dai due in cui si annunciavano cessate il fuoco ed elezioni e facendosi fotografare con loro mentre si stringevano la mano. Per poi annunciare, il giorno seguente, che la Francia “costruirà hotspot in Libia per esaminare richieste d’asilo”. Parole cui non hanno mai fatto seguito atti concreti.

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Procura Milano, i pm Fabio De Pasquale, Alessandra Dolci, Tiziana Siciliano ed Eugenio Fusco nominati aggiunti

Sre, 22/11/2017 - 19:49

Sono tre toghe storiche della procura di Milano che hanno condotto importanti inchieste nel corso degli anni. Fabio De Pasquale, Alessandra Dolci e Tiziana Siciliano ed Eugenio Fusco salgono di grado: il Csm li ha nominati procuratori aggiunti. De Pasquale ha coordinato l’inchiesta sul caso dei diritti tv Mediaset che portò alla condanna di Silvio Berlusconi. Ma è stato anche il pm dei processi Mills e sul caso Eni-Nigeria e in passato giudice in importanti dibattimenti, come quello a carico di Salvatore Ligresti. Il pm lavora nella cittadella giudiziaria milanese da 26 anni come sostituto ed attualmente capo del Dipartimento sui reati economico-finanziari.

Tiziana Siciliano, attualmente coordinatore del pool Ambiente, salute e lavoro, ha sostenuto l’accusa nel processo ai medici della Chirurgia toracica della clinica Santa Rita di Milano, coordina l’inchiesta sul processo Ruby ter e, tra gli altri procedimenti, ha condotto l’indagine sulla morte di Dj Fabo. Alessandra Dolci ha sempre seguito procedimenti in materia di criminalità organizzata. Le nomine di De Pasquale e Dolci sono passate con 18 voti; quella di Siciliano all’unanimità. Nel corso della seduta pomeridiana il plenum del Csm ha nominato il quarto procuratore aggiunto, Eugenio Fusco, votato a maggioranza con 21 preferenze. Il magistrato è stato pm nei processi Parmalat, Antonveneta e Finmeccanica.

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Eni, “evasione da 10 milioni di euro su benzina e gasolio”. Sequestrati depositi e raffinerie, 14 dipendenti indagati

Sre, 22/11/2017 - 19:22

È iniziato tutto anni fa durante alcuni controlli di routine dei finanzieri nei confronti delle autobotti che trasportano benzina, gasolio e gpl. Prima un carico sballato: dichiarava meno litri di quanti effettivamente trasportati. Poi due, tre, quattro e così via. In un primo momento le Fiamme gialle hanno pensato a un giro di contrabbando di carburanti: l’autotrasportatore usciva dai depositi ufficiali con il numero di litri dichiarati e poi rabboccava altrove, sul mercato clandestino.

La sorpresa è arrivata quando è stata incrociata la provenienza dei carichi, sempre la stessa: depositi e raffinerie dell’Eni. Le autobotti si rifornivano a Taranto, Gela, Vado Ligure, Pavia e Piacenza, Livorno, Gaeta, Napoli, Palermo e giù fino a Pantelleria. Erano decine i punti di stoccaggio nelle 13 principali regioni, secondo i militari della Guardia di Finanza, che vendevano molta più benzina di quanta ne veniva contabilizzata, grazie a un trucchetto degli strumenti di misurazione. Gli investigatori si dicono certi di aver accertato “la sottrazione al pagamento delle accise gravanti su quasi 40 milioni di litri di prodotti, con conseguente evasione di circa 10 milioni di euro di tributi”.

Così oggi sono scattati i sigilli agli impianti su disposizione del gip del Tribunale di Roma su richiesta della procura della Capitale, che ha iscritto nel registro degli indagati 18 persone. Quattordici di queste sono dipendenti Eni, quasi tutti direttori e responsabili operativi di depositi e raffinerie. Al momento, non sono indagati i loro superiori. Gli altri quattro finiti sotto inchiesta sono dipendenti degli Uffici metrici di Roma, Pavia e Livorno. Il sequestro voluto dal giudice per le indagini preliminari è così imponente che Eni si è affrettata a dichiarare che l’operazione porta al “fermo totale delle attività di raffinazione e rifornimento di carburanti” e quindi “richiederà la possibilità di utilizzo dei misuratori” così da “ridurre per quanto possibile al minimo l’impatto verso i clienti“.

Di fatto, secondo la Guardia di finanza, il ‘sistema’ ideato era “inidoneo a garantire la necessaria affidabilità ai fini fiscali” e per questo agli indagati vengono contestati a vario titolo violazioni del testo unico delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulla produzione e sui consumi – sottrazione di prodotto al pagamento dell’imposta, alterazione di misuratori e sigilli – e del codice penale (uso di strumenti di misura alterati, predisposizione di falsi verbali e attestazioni, abuso d’ufficio).

“Le indagini del Nucleo di polizia tributaria di Roma – spiegano i finanzieri – che hanno valorizzato anche le parallele e convergenti attività investigative affidate dalle procure di Prato e Frosinone ai reparti di Firenze e Frosinone, hanno riguardato condotte illecite commesse, in particolare, nella delicata fase dell’estrazione dai depositi fiscali di Gpl, gasolio e benzina, momento in cui sorge il debito d’imposta“.

Anche attraverso l’esame di documenti e supporti informatici di Eni, oltre ai controlli sulle strade che hanno dato il via all’inchiesta, gli investigatori hanno scoperto che “la frode veniva realizzata mediante la manomissione degli strumenti di misurazione“, le cosiddette testate, “e dei sigilli apposti sugli stessi dall’amministrazione finanziaria a tutela della loro immodificabilità”, oltre una modifica “arbitraria delle variabili di volume, temperatura e densità dei carburanti e l’alterazione informatica delle ‘testate’, anche ‘da remoto'”.

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Fusani: “Scalfari su Berlusconi e Di Maio? Concordo con lui, M5s è naïf”. Scontro con Barbara Alberti su Renzi e Gramsci

Sre, 22/11/2017 - 19:14

Eugenio Scalfari su Berlusconi e Di Maio? Sono d’accordo con lui, anche io sceglierei Berlusconi“. È il commento pronunciato a Tagadà (La7) dalla giornalista di Tiscali News, Claudia Fusani, che spiega: “Berlusconi è comunque un signore che nella vita ha fatto parecchie cose. Poi possiamo discutere come. Berlusconi è stato condannato per frode fiscale e nessuno contesta questo. Ma Di Maio e i 5 Stelle, con tutto il rispetto, sono persone molto naïf. E io tra il naïf e quello esperto che ha sbagliato scelgo il secondo. Del resto, siamo in un Paese cattolico, c’è il pentimento e una seconda chance a Berlusconi può essere data“. E aggiunge: “Berlusconi è una persona indubbiamente intelligente e credo che abbia capito che se nei 17 anni in cui è stato al governo, anziché occuparsi delle leggi ad personam e dei suoi processi, si fosse occupato della rivoluzione liberale, con cui ha avuto i voti, la storia italiana sarebbe andata diversamente. Nel mio Paese ideale un condannato per frode fiscale dovrebbe ritirarsi, ma nel contesto attuale si può dare una chance”. “Quindi, al posto di Di Maio andrebbe bene chiunque?”, chiede la conduttrice Tiziana Panella. “No” – risponde Fusani – “Berlusconi non è chiunque“. Il deputato di Forza Italia, Francesco Sisto, è più duro sui 5 Stelle: “Sono tutt’altro che naïf. Io invece ho l’impressione che perseguano un disegno distruttivo, negativo, pieno di ombre e di equivoci. Un disegno che cerca di lucrare su un sentimento di anti-politica tout court. Il M5s non costruisce, ma scientificamente cerca di raggiungere un obiettivo, distruggendo l’altrui. Non sanno governare. Dalle parole di Scalfari, comunque, balena anche che Renzi non esiste“. Sul leader del Pd interviene anche la scrittrice Barbara Alberti: “La cosa ripugnante è che lui dica di essere di sinistra. Almeno Berlusconi non vuole essere di sinistra, è un vecchio pescecane e sappiamo chi è. Ma l’idea che Renzi pretenda di essere di sinistra è qualcosa di disgustoso. Io sogno che Gramsci esca da qualche foto e gli dia delle bastonate”. “Mi associo a questo auspicio”, commenta il filosofo Diego Fusaro. Ma Fusani non ci sta: “Questa citazione continua di Gramsci mi ha un po’ stancato. Io ho avuto l’onore di lavorare per 9 anni all’Unità. Quindi, so che cosa è Gramsci

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Roma, grossa voragine in strada. L’ironia dell’opposizione: “Idea Raggi per un nuovo sottopasso?”

Sre, 22/11/2017 - 18:46

Una maxi voragine si è aperta nella mattina di mercoledì 22 novembre a Roma, nel quartiere Montagnola. Una buca, di almeno quattro metri, all’incrocio tra via Attilio Ambrosini e via Accademia degli Agiati che fortunatamente non ha provocato feriti.  Tra i primi a immortalare sui social la foto della voragine l’esponente Pd Enzo Foschi. “Via Attilio Ambrosini (Montagnola) per fortuna in quel momento non passava nessuno – si legge in un post su Facebook – e nessuno si è fatto male…. Roma sprofonda il Municipio è senza governo e la Raggi dice che va tutto bene”. “Idea Raggi per nuovo sottopasso?” è stato invece il commento ironico del consigliere di Forza Italia Andriano Palozzi

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