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Camera, il presidente di turno Rampelli (FdI) sovranista anche con l’italiano: “Correggiamo ‘performance’ in ‘prestazioni'”

Pet, 19/10/2018 - 20:32

Niente più inglesismi a Montecitorio. È la singolare battaglia contro le parole straniere del vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, di Fratelli d’Italia. “Approfitto, visto che siamo nel Parlamento italiano e non nella Camera dei Lords, per correggere il testo degli uffici letto poco fa – ha detto Rampelli dal suo scranno – e sostituire la parola ‘performance’ in ‘prestazioni'”.
Successivamente alcuni consiglieri parlamentari – riferisce lo staff di Rampelli – gli hanno spiegato che quelli erano i termini usati dall’Inps e che non si possono alterare. “Gli ho risposto che devono alterare tutto ciò che arriva in Parlamento con parole straniere – ha scandito – e che non voglio più vedere vocaboli inglesi tra le carte della presidenza”.

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Leopolda, “contromanovra” di Renzi e Padoan. “Ma non c’era già quella Pd?”. Lui stizzito: “Questa non è sede del partito”

Pet, 19/10/2018 - 20:04

Per la nona edizione della Leopolda, l’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ora senatore dem, ha scelto di iniziare la kermesse fiorentina, insieme al deputato ed ex ministro dell”Economia, Pier Carlo Padoan, presentando una “contro-manovra” economica alternativa a quella dell’attuale esecutivo. Eppure, già il Pd, pochi giorni prima, aveva presentato le sue ricette alternative con Maurizio Martina che aveva lanciato su Twitter proprio l’hashtag #contromanovra. Nell’apparente competizione tra leggi di bilancio alternative, i democratici rischiano di apparire ancora divisi. Ma ai cronisti che lo fanno notare, Renzi risponde stizzito: “Questa non è una sede del partito“.

La nona edizione della Leopolda, la prima da anni con il Pd e Renzi all’opposizione, comincia in un’atmosfera un po’ nostalgica, anche se lo slogan è ‘Ritorno al futuro‘ e sul palco compare la DeLorean di “Doc” Brown. “Fermatevi finché siete in tempo!” è l’appello che Renzi lancia al governo giallo-verde, presentando le sei idee economiche “come servizio civile” al Paese. “Questa non è la manovra del Pd, che conosciamo e condividiamo – attacca subito l’ex premier dal palco della vecchia stazione di Firenze, accanto a Padoan, commentando la proposta di Martina – qui ci sono un ministro dell’Economia e un premier che per anni hanno cercato di rassicurare i mercati“. “Stiamo rischiando l’osso del collo“, sostiene Renzi, convinto che la sua contromanovra “dimezzerebbe lo spread” e “la fiducia dei mercati tornerebbe immediatamente più forte”.

Eppure, già il Pd, pochi giorni prima, aveva presentato le sue ricette alternative. Quando un cronista lo fa notare, Renzi replica: “È surreale, di fronte allo spread a 340, che, tanto per cambiare, si parli sempre delle dinamiche interne al Pd. Non è il partito il problema di questo Paese”. E ancora: “Questa è una proposta rivolta al Paese, noi conosciamo il programma Pd e lo condividiamo. Ma qui noi parliamo ai mercati e al governo. Se quest’ultimo non ci ascolterà, faremo battaglia in Parlamento”.

Tra il pubblico c’è l’ex ministro Valeria Fedeli, che crede che “il futuro tornerà, lo dobbiamo specialmente ai giovani”. “Mentre il Governo gioca con la tenuta dell’economia discuteremo di una contro-manovra per tutelare i risparmi degli italiani e il futuro dei giovani”, twitta invece Maria Elena Boschi. La prima serata è dedicata poi agli under 30. Ci sono Ettore Rosato e Ivan Scalfarotto, che coordinerà i Comitati civici di resistenza al governo. Renzi ne vuole costituire mille.

Intanto l’altro Pd con il segretario Martina attacca il governo: “Loro fanno il super condono per gli evasori. Noi proposte per giovani, famiglie, lotta alla povertà, casa investimenti”. Cinque le misure per 30 miliardi complessivi di contromanovra. “La nostra proposta è complementare”, sostiene Padoan, che già ha lavorato a quelle ‘ufficiali’ del partito, “introduce misure macroeconomiche, alcune sono le stesse, abbiamo provato a essere più precisi e specifici“. Sullo sfondo il congresso e la sfida per la leadership dem. Domani alla Leopolda è atteso Marco Minniti: i renziani vogliono candidarlo, ma lui non ha ancora detto sì.

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Mondiali volley, Francesca Piccinini a 16 anni dal suo mondiale: “Come noi, questa squadra ha fatto innamorare l’Italia”

Pet, 19/10/2018 - 19:53

“Un ultimo ostacolo da superare per entrare nella storia”. Di mondiale lei ne ha già vinto uno, ma l’attaccamento alla maglia azzurra è rimasto. Per vent’anni Francesca Piccinini, 40 anni a gennaio, schiacciatrice della Igor Gorgonzola Novara (in cui militano anche la capitana azzurra Cristina Chirichella e Paola Egonu), è stata una colonna della nazionale di pallavolo. Adesso, al primo mondiale senza di lei, da spettatrice rivive molte di quelle sensazioni vissute nel 2002 a Berlino, quando le azzurre di Marco Bonitta battendo gli Stati Uniti al quinto set e si aggiudicavano il primo mondiale dell’Italia femminile.

Piccinini, cosa prova guardando le ragazze di Davide Mazzanti?
Sicuramente provo orgoglio ed emozione. Quella maglia azzurra l’ho indossata per oltre vent’anni e comunque ti rimane sulla pelle. Sono davvero fiera di quanto stanno facendo le ragazze e del lavoro di Davide Mazzanti, sono stati ribaltati tutti i pronostici e l’Italia si è messa alle spalle formazioni assai più quotate come Cina, Usa, Russia, Brasile. Ora c’è un ultimo ostacolo da superare per entrare nella storia.

Riscopre qualche sensazione vissuta nel 2002 in Germania?
Il senso di rivalsa vissuto dalle ragazze simile a quello che accompagnò noi. Come noi sono partite in sordina, con le attenzioni rivolte altrove e poi una partita dopo l’altra, una vittoria dopo l’altra, sono riuscite nella doppia impresa di arrivare in finale e di far innamorare un’intera nazione. Chiedete a delle persone a caso se conoscono e apprezzano la nazionale femminile di volley e praticamente tutti vi diranno di sì. Appena un mese fa il risultato sarebbe stato molto diverso.

Quale nazionale era quella del 2002?
Era un gruppo unico, eccezionale, compatto e capace di trovare sempre delle risorse per venire fuori dalle difficoltà. Siamo riuscite a vincere i Mondiali ponendoci l’obiettivo di guardare un passo alla volta il nostro cammino e non il traguardo finale e credo che questo sia stato il segreto anche di questa nazionale. Quando sei una formazione “outsider” può essere un’arma importante: nessuno ti considera nei pronostici e tu per primo non ci pensi al risultato finale, ti concentri di volta in volta sul prossimo avversario mantenendo i piedi per terra.

Trova delle affinità o delle differenze tra voi e loro?
Difficile dirlo, per tanti motivi. Il gioco si è evoluto molto in questi 16 anni e le atlete che compongono questa nazionale sono sicuramente diverse da quelle del 2002, prese singolarmente, ma anche come collettivo. Non vivendo dall’interno la situazione non so come sia il gruppo ma se c’è una cosa che sicuramente abbiamo in comune, noi del 2002 e loro, è il carattere. Quello che mi auguro è che si possa avere in comune anche l’epilogo.

Come guarderai la finale?
Domenica mattina mi alleno con le compagne, a Novara, ma per fortuna a mezzogiorno finiamo. Giusto in tempo per metterci davanti alla Tv a fare il tifo. Magari la guarderemo tutte insieme negli spogliatoi, non abbiamo ancora deciso.

Che caratteristiche ha la Serbia?
È una formazione fortissima, non per niente considerata tra le favorite già alla vigilia del Mondiale da molti addetti ai lavori. Possono contare su un opposto eccezionale, come Boskovic, ma anche su un collettivo equilibrato in cui spiccano delle attaccanti molto forti sia in posto 4, come Mihaijlovic, sia al centro, come Rasic e Veljkovic che presto ritroverò come compagna qui a Novara. Sono fortissime ma credo che si possa riuscire nell’impresa di strappar loro la vittoria.

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Termini Imerese, i nodi vengono al pettine: la procura apre un’inchiesta su 21 milioni pubblici svaniti nel nulla

Pet, 19/10/2018 - 19:43

La Procura di Termini Imerese ha aperto un’inchiesta sulla Blutec, la società che ha rilevato l’ex stabilimento siciliano della Fiat. In fabbrica è arrivato il nucleo di polizia economico-finanziaria per sequestrare documenti e file utili alle indagini sull’azienda che fa capo a Roberto Ginatta, buon amico e socio in affari di Andrea Agnelli. Obiettivo del procuratore Ambrogio Cartosio è far luce sull’utilizzazione del finanziamento pubblico da circa 21 milioni di fondi regionali vincolati a precisi investimenti industriali mai realizzati come aveva raccontato a gennaio ilfattoquotidiano.it.

I fondi pubblici erano stati erogati nel 2016 attraverso Invitalia per rilanciare l’impianto che l’attuale Fca ha fermato nel dicembre 2011. Blutec se li era aggiudicati dopo che gli altri pretendenti alla successione di Fca erano caduti uno via l’altro in scia alle inchieste giudiziarie. E con l’impegno di riaprire l’impianto riassorbendo una parte del personale della fabbrica anche grazie alle commesse per produrre settemila motocicli elettrici di Poste Italiane e per elettrificare 7200 Doblò Fca in quattro anni. L’azienda aveva infatti presentato un piano di rilancio che prevedeva di reintegrare l’intera forza lavoro (694 persone) dell’impianto entro la fine di quest’anno, riportando in fabbrica 400 lavoratori già nel 2017.

In realtà poi le cose sono andate diversamente. Dopo aver incassato i soldi pubblici, Blutec ha fatto i conti con la realtà e si è progressivamente rimangiata buona parte delle promesse fatte mandando avanti a singhiozzo il piano per assumere il personale e rilanciare il sito industriale. Della questione era ben cosciente il ministero dello Sviluppo economico che, ai tempi dell’ex ministro Carlo Calenda che pure aveva ereditato lo spinoso caso dalle passate gestioni, aveva scelto di fare buon viso a cattivo gioco rimandando il caso Termini Imerese a dopo il voto e passando così la patata bollente al governo gialloverde. A metà luglio 2018, in un incontro al ministero dello Sviluppo economico, ormai sotto la guida del vicepremier, Luigi Di Maio, Blutec riferiva che i lavoratori occupati erano solo 135, cui si sarebbero aggiunte “con la commessa dei 6800 Doblò di FCA, altre 120 persone nei prossimi tre anni”, come si legge nel verbale della riunione ministeriale. “La piena occupazione verrà quindi assicurata solo nel momento in cui gli accordi commerciali citati avranno concreta realizzazione”, prosegue il documento. Intese che non sono ancora state formalizzate né da parte di Fca, né tanto meno di Poste che, già in passato, ha manifestato l’intenzione di procedere ad una gara per l’assegnazione della commessa sui motocicli elettrici.

Nonostante le proteste del sindaco di Termini Imerese, Francesco Giunta, e dei sindacati, preoccupati dall’imminente scadenza a dicembre degli ammortizzatori sociali il cui rinnovo è scomparso dal decreto fiscale, Invitalia si è mossa con estrema lentezza. I segnali c’erano tutti da mesi, eppure è stato soltanto nell’aprile scorso l’advisor del ministero ha inviato a Blutec una contestazione sulla rendicontazione chiedendo di far luce sull’uso del denaro pubblico. Non avendo ricevuto alcuna informativa, a quasi due anni dall’assegnazione dei fondi regionali, la società guidata da Domenico Arcuri aveva successivamente provveduto a chiedere la restituzione dei fondi. Ironia vuole che proprio nel giorno della notizia dell’inchiesta il manager pubblico, dal palco del Convegno dei Giovani di Confindustria lanci un appello a “portare tutti insieme il Paese fuori dalla tempesta, stando un po’ meno connessi, frequentando più i libri e creando lavoro vero“, sottolineando che “quando lo Stato si è impegnato ed ha fatto il suo dovere, ha raggiunto i risultati”.

Dal canto suo Blutec, interpellata in merito da ilfattoquotidiano.it fin da gennaio si era trincerata dietro il silenzio. Ma poi, nel verbale dell’incontro al ministero datato 18 luglio 2018, si legge che “i rappresentanti dell’azienda hanno comunicato che l’accordo tecnico-legale di restituzione del finanziamento ricevuto da Invitalia, verrà firmato entro luglio 2018”. L’accordo però non è arrivato. E, incredibilmente, nell’ultimo incontro al Mise, datato 4 ottobre, Invitalia ha spiegato “che è stata raggiunta una intesa con l’azienda per restituire la somma di 21 milioni di euro circa”, ma “si attende di completare l’iter autorizzativo del Ministero”. E ha poi aggiunto che “senza questa autorizzazione non è possibile completare l’iter già avviato per il nuovo contratto di sviluppo ed il finanziamento del nuovo Piano industriale”, come si legge nel verbale del ministero.

Nella stessa occasione, il sindacato aveva “lamentato che ad oggi non c’è coincidenza tra il piano di rioccupazione e la realtà”. Inoltre ha chiesto al governo di “verificare che siano stati rispettati gli impegni presi in precedenza con FCA” e di “identificare nuovi investitori industriali che possano realizzare il piano di rioccupazione di tutti i lavoratori Blutec. Del resto, come ha evidenziato, Giampietro Castano, responsabile dell’Unità di gestione vertenze del Mise, “il governo, avendo deciso dieci anni fa di assumere la responsabilità della reindustrializzazione del sito di Termini Imerese e della tutela dei lavoratori interessati, ha dirette responsabilità che non possono essere dimenticate”. Responsabilità politiche presenti e passate nel fallimento di un progetto adeguato per la riconversione di Termini Imerese di cui si discuterà al ministero in un nuovo incontro che si terrà entro fine novembre. Alla Procura toccherà intanto appurare che fine hanno fatto i soldi pubblici intascati da Blutec e di cui Invitalia ha tardivamente richiesto la restituzione.

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Parma, indagati per abuso d’ufficio l’assessore all’urbanistica e due tecnici del Comune nell’inchiesta sull’Urban district

Pet, 19/10/2018 - 19:24

L’assessore all’urbanistica e ai lavori pubblici della giunta di Federico Pizzarotti, Michele Alinovi, e due tecnici dello stesso comune di Parma sono indagati per abuso d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta che ha portato al sequestro cautelativo del cantiere del centro commerciale ‘Parma Urban Discrict‘. Le indagini nascono da un esposto presentato da parte di Legambiente: è emerso che l’opera in costruzione ricade pienamente in un’area che deve ritenersi sottoposta a vincolo aereoportuale. “Chi mi conosce sa quanto in questi anni abbia messo anima e corpo per Parma, lavorando con piena onestà e trasparenza e nel rispetto delle normative”, ha scritto su Facebook l’assessore Alinovi. Anche il sindaco ex M5s Pizzarotti lo difende: “Rinnovo la mia fiducia, la mia stima e la mia solidarietà”

Nella mattinata di oggi, venerdì 19 ottobre, la Guardia di Finanza ha eseguito il provvedimento del gip e sequestrato l’area di 300mila metri quadrati adiacente all’aeroporto Giuseppe Verdi. Contestualmente i tre esponenti del Comune guidato dall’ex M5s hanno ricevuto gli avvisi di garanzia. Una nota delle Fiamme gialle spiega che “al fine di minimizzare possibili rischi per la collettività in caso di incidenti aerei, in tale area non sarebbe stato possibile edificare strutture e edifici frequentati da un considerevole numero di fruitori come scuole e centri commerciali“.

Invece, “senza aggiornare il Piano di rischio aeroportuale in base all’ultima versione del regolamento che l’Enac ha emanato fin dal 2011 e, pur in presenza di tali limitazioni edificatorie, tra ottobre 2017 e gennaio 2018 l’ufficio preposto del comune di Parma ha rilasciato permessi di costruzione, in forza dei quali la società costruttrice ha avviato l’attività edificatoria”. “Al fine di impedire che il reato potesse essere portato ad ulteriori conseguenze“, la procura di Parma ha richiesto ed ottenuto dal gip  l’adozione di un provvedimento di sequestro preventivo del centro commerciale in costruzione.

“Purtroppo – scrive l’assessore Alinovi – l’amministratore pubblico, sindaco o assessore, cammina ogni santo giorno su cocci di bottiglia. Un mestiere complesso ma carico di soddisfazioni. Per chi non mi conoscesse ci tengo a farlo presente ora: in sei anni da assessore ho sempre agito con professionalità e responsabilità”. “Ho la serenità e l’onestà intellettuale dalla mia parte. Affronterò questa tegola personale con grande rispetto nei confronti della magistratura, ma con la tranquillità di chi ha sempre fatto seriamente il proprio dovere”, si legge nel suo post su Facebook.

L’assessore Alinovi “è una persona che con grande passione e impegno ha sempre lavorato al servizio dei suoi concittadini e di Parma, mattino, pomeriggio e sera. Grazie a lui e alla sua inossidabile tenacia Parma ha risolto tanti, tantissimi problemi”. Con questo messaggio sui social il sindaco Pizzarotti ha difeso il membro della propria giunta.”Stiamo parlando di un fatto procedurale che dovrà essere tutto verificato”, ha aggiunto il primo cittadino parmigiano. Sul progetto Pizzarotti ha poi concluso: “Il mall di Baganzola questa Giunta non l’ha mai voluto e mai lo ha nascosto, è una delle tante eredità che parte da un lontano 2006, e che oggi affrontiamo con pragmatismo”.

“Siamo onorati che la Procura della Repubblica abbia dato ascolto al nostro esposto del giugno scorso. L’inchiesta della magistratura accoglie in pieno tutti i dubbi che Legambiente aveva avanzato sulla legittimità del mall-mega centro commerciale di Baganzola”, ha commentato invece Legambiente, parlando di un sequestro che “fa cadere il velo di ipocrisia di cui si ammanta l’azione dell’amministrazione comunale in ambito ambientale”. L’associazione ricorda anche “che non saremmo giunti a questo punto se il Comune avesse agito in trasparenza e sospeso in autotutela il cantiere”.

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Febbre Rock: quasi quasi è più Bono il clone… Vibrante il verace duetto Saturnino/Noemi

Pet, 19/10/2018 - 19:18

“Ho un biglietto last minute per gli U2, lo vuoi? ”, mi fa Riccardo Monti, imprenditore dall’animo rock. Ci penso su e dico no grazie. Mi risponde: “Ma sei scema?”.  Grazie, ma lo ho già visto. In realtà 15 giorni fa ero invitata al Mimmo Rock party, una Woodstock napoletana,  e sul palco si è esibita proprio la cover band degli U2, gli Acthung Babies, una milionaria di followers spalmati sui social. Lui, il frontman, è il clone di Bono, stessa capigliatura, stessi occhiali, stessi salti ( con più slancio giovanile) e sopratutto stessi hits da Beautiful Day a I still haven’t found what I am looking for…  Stessa febbre rock per 1800 invitati, provenienti da ogni dove. Stessa muraglia umana di servizio d’ordine. Quasi, quasi è più “Bono” dell’originale. Senza doverci sorbire i suoi discorsetti ritriti di pace, amore e fratellanza. Ecco, nell’epoca della riproducibilità tutto è ricopiabile e ai tempi dei social tutto si moltiplica, le copie sono completamente sdoganate e si fanno strada a colpi di like. Siamo ben oltre quando Andy Warhol prendeva una scatola di zuppa Campbell’s e la riproduceva.

Secondo la rivista francese  “Officiel”  il Mimmo Rock 2.0 che prende il nome dal festeggiato, Mimmo Rocco, è tra le feste più ambite d’Italia, sicuramente quella con più tentativi di imbucarsi. Effetti pirotecnici fatti di laser, fumo e pioggia di coriandoli, griffati Artechfx. Per il resto la festa è un affare di famiglia: la moglie Annapaola si occupava degli inviti e del charity: niente regali ma un contributo  a un’associazione in Uganda a difesa dell’infanzia abbandonata. Al regista di casa, Salvo, che ha studiato a Los Angeles, setting e proiezione di graffiti  high tech (sembrava il Pacha d’Ibiza). Alla figlia Raffaella tutto il resto: dress code glitterato, gadgetistica in tema da distribuire mentre la chef Alessandra Iasiello sfornava burrito express e palle di riso. Dopo il clone di Bono si è messo alla consolle Marco Piccolo, in arte Little Mark, uno che insegna djing ai ragazzi dei quartieri più degradati, che ha sparato  un mashup di classici rock e house elettronica.

Si cambia scenario. Sembra quasi per pochi intimi il concerto di Noemi al Timberland Studio di Corso Como per il rilancio dell’iconico brand americano nato negli anni ’50, l’indistruttibile  scarponcino da lavoro, amato dai paninari degli anni ’80 e ora riproposto per la fashion influenze.  In duetto con un strepitoso Saturnino al basso, la più amata della scuderia di X Factory,  alterna  cover d’antan con i suoi pezzi di successo.

Mi piazzo con Ilaria Barbierato, armate di cellulari ( due sono meglio di uno) a una tale distanza che riprendiamo ogni nota, ogni lacrima di sudore. Noemi surriscalda la platea, con acuti e gorgheggi, fa caldo, si scusa: “Si, sudo anche io. Non sono photoshoppata, non ci sono filtri. Prendetemi come sono…” Un boato. E’ l’anti Lady Gagà, ma lei è entrata nel Guinness dei primati, l’altra no. Uno, due, tre, quattro bis, Noemi non risparmia fiato, la sua è una performance da grande concerto. Una serata simpatica, di nicchia, di musica autentica senza effetti speciali.
Dopo Londra, Berlino e Amsterdam il formato Timberland è sbarcato nella stilosa Milano per quattro giorni con un carnet smart di workshop: lo show cooking di Daniel Canzian, la session yoga di Giuseppe Panarello, il tattooing di Lucille (mi scuso per gli inglesismi, ma li chiamano così). Senza farci mancare la musica a palla di Saturnino, in veste dj, che firma anche la direzione artistica dell’evento. Il polistrumentista Saturnino suona da quando aveva cinque anni e da trentacinque con Jovanotti, è simpatico e non se la tira. E non è poco. Adesso come ci sorprenderà l’ex jena Victoria Cabello nei panni di una story teller canterina? La musica la fanno tutti, quella buona un po’ meno. Contano solo i like.

Instagram januaria piromallo

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Alessandro Battaglia, la prova è in una lettera: Papa Francesco sapeva degli abusi “Ora rimuova mons. Delpini che lo coprì”

Pet, 19/10/2018 - 19:04

Dopo 7 anni decide di metterci il nome, il cognome e il volto. Ma per Alessandro Battaglia, che fu abusato da un sacerdote quando era adolescente, non è stato semplice. La svolta non è arrivata dopo la sentenza di primo grado, che lo scorso 20 settembre ha condannato don Mauro Galli a 6 anni e 4 mesi di carcere, bensì dopo un viaggio in Germania. In un’intervista sul quotidiano La Verità, Alessandro racconta la scena che lo ha convinto a uscire allo scoperto, a mostrarsi in pubblico indossando una maglietta con la scritta “Abusato a 15 anni da don Mauro Galli“.

E’ a Berlino per partecipare al meeting internazionale delle vittime di abusi da parte del clero e si trova davanti una parete con una cinquantina di nomi: “Non capivo cosa significassero e ho chiesto: erano i ragazzi suicidati per colpa dei sacerdoti. Lì ho capito di non essere più una vittima, ma un sopravvissuto”. Celare la propria identità non ha più senso, Alessandro avverte l’urgenza di dire a tutti la stessa cosa: di fronte a una violenza, si deve denunciare e si devo farlo subito. E non si cura dei suoi ex amici, quei ragazzi dell’oratorio che oggi, quando lo incontrano per strada, “attraversano e vanno sull’altro marciapiedi”.

Lettera dal vaticano from ilfattoquotidiano.it

Ma la storia di Alessandro va oltre gli abusi e chiama in causa i vertici della Chiesa, accusati dalla famiglia Battaglia di omertà, bugie, insabbiamenti e depistaggi. Una vicenda raccontata nei minimi dettagli, tutto nero su bianco: decine di lettere, spedite alla Curia di Milano e al Vaticano, in modo che nessuno potesse dire di non sapere. Spunta persino un documento esclusivo, datato 11 maggio 2018, che certifica come persino Papa Francesco ne fosse a conoscenza: “Desidero informarLa – scrive il Nunzio apostolico Emil Paul Tscherrig, rispondendo alla madre di Alessandro – che sono giunte al Santo Padre le diverse istanze da Ella indirizzate”.

Parole che pesano come macigni, perché fu proprio Jorge Mario Bergoglio, nel febbraio 2016, a prendere una posizione netta contro le conferenze episcopali, quella italiana in primis, che nelle loro linee guida non prevedono l’obbligo di denuncia all’autorità giudiziaria. Al contrario, per il Pontefice, “denunciare gli abusi è un obbligo morale”. E ancora: “I crimini e i peccati degli abusi sessuali sui bambini non devono essere tenuti segreti mai più. Garantisco la zelante vigilanza della Chiesa per proteggere i bambini e la promessa della piena responsabilità per tutti”. Piena responsabilità anche per i vescovi che insabbiano un caso di presunta pedofilia. Tanto che il Papa istituì una nuova sezione giudiziaria, all’interno della Congregazione per la dottrina della fede, proprio per processare gli alti prelati che, pur sapendo, hanno preferito tacere e lavare i panni sporchi in famiglia.

Il difficile è passare dalle parole ai fatti, perché il caso di Alessandro chiama il Papa alla prova della responsabilità. Dalle carte processuali è infatti emerso che l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, fu informato dal parroco di Rozzano degli abusi di don Mauro Galli. All’epoca Delpini era il vicario episcopale e decise di non denunciare il giovane sacerdote, ma anzi di spostarlo a Legnano, in un altro oratorio e di nuovo a contatto con i minori. Circostanza che lo stesso Delpini ha ammesso nel corso di un interrogatorio di Polizia. Ecco perché la famiglia Battaglia, che continua a professarsi cattolica e praticante, vuole che adesso il Pontefice mantenga le promesse, rimuovendo l’arcivescovo di Milano e sottoponendolo a processo ecclesiastico.

Lettera aperta a papa Francesco from ilfattoquotidiano.it

L’appello al Santo Padre arriva con una lunga lettera aperta, nella quale la vicenda di Alessandro viene per l’ennesima volta ricostruita: “Caro Papa Francesco, in questi interminabili anni ti abbiamo scritto decine di volte, abbiamo scritto centinaia di pagine a tanti sacerdoti, vescovi, cardinali (…) Abbiamo denunciato con nomi e cognomi, come tu esortavi a fare, quando anni fa avevi delineato l’identikit del buon sacerdote, che sa e ha il coraggio di denunciare (…) Ci siamo fidati di te e abbiamo denunciato il comportamento dell’arcivescovo di Milano, monsignor Delpini. Probabilmente abbiamo sbagliato”.

La missiva non trascura niente, neppure il più piccolo particolare. E non smette di esortare il Pontefice: “Caro Papa Francesco, sicuramente non avrai difficoltà a farti consegnare le intercettazioni telefoniche e i verbali di Polizia a disposizione dello studio legale che assiste la Diocesi di Milano. Sincerati di persona del comportamento dell’arcivescovo da te nominato, se ti interessano le vittime e non vuoi di nuovo incorrere in altri fastidiosi errori (…) Basta ipocrisie! Non è più tempo di mentire. Tu stesso ci spiegavi: nessuno sconto per i preti e per chi li copre. E dunque?” Per ora, dalla Città del Vaticano, tutto tace. E al Sinodo sui giovani, che si è aperto in settembre a Roma, è proprio Delpini il rappresentante dei vescovi italiani.

Intanto Alessandro cerca faticosamente di ricominciare a vivere, scacciando i fantasmi che, spesso, tornano a bussare alla sua porta. Di giorno e di notte. Lui, di credere in Dio, non ha smesso. Ma trova vergognoso che l’arcivescovo di Milano sia ancora al suo posto e assicura: “I miei figli non vedranno mai l’interno di una chiesa”.

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Facebook, l’ex vicepremier britannico Nick Clegg è stato nominato nuovo direttore della comunicazione

Pet, 19/10/2018 - 18:25

L’ex vicepremier britannico Nick Clegg è il nuovo direttore degli affari globali e della comunicazione di Facebook. Una nomina che ha colto tutti di sorpresa e che arriva in un momento difficile per il social network di Mark Zuckerberg, che si trova ad affrontare un crescente numero di problemi sulla protezione dei dati, oltre alla minaccia di maggiori regole da parte dei governi. Classe 1967, Clegg non è stato solo ex vice primo ministro alla guida dei Liberal democratici nella coalizione con i conservatori di David Cameron tra il 2010 e il 2015, ma è anche ex negoziatore commerciale della Commissione europea e membro del Parlamento europeo. Il suo arrivo nella Silicon Valley è atteso per gennaio, quando prenderà il posto di Elliot Schrage. Secondo il Financial Times, Clegg ha accettato il lavoro dopo mesi di corteggiamento da parte di Zuckerberg, che gli ha assicurato un ruolo centrale nel definire la strategia della società.

Facebook “è impegnata in un viaggio che comporta nuove responsabilità non solo per gli utenti delle app di Facebook ma anche per la società. Mi auguro di essere in grado di giocare un ruolo di sostegno all’azienda durante questo viaggio”, ha scritto in un post sui social in cui annuncia la nomina. “Le sfide che abbiamo sono serie e chiare e ora più che mai abbiamo bisogno di nuove visioni per aiutarci in questo periodo di cambiamento”.

Non è la prima volta che un colosso hi tech assume un politico. Lo hanno già fatto Google e Uber. Google nel 2016 ha assunto Caroline Atkinson, ex consigliere economico del presidente Barack Obama. Nel 2015 Uber ha assunto Jill Hazelbaker, ex responsabile della comunicazione della campagna per la rielezione di Michael Bloomberg a sindaco di New York e ex della campagna presidenziale di John McCain.

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Pace fiscale, la ricostruzione di Palazzo Chigi: “La norma sul condono è arrivata durante il Cdm. Andava verificata”

Pet, 19/10/2018 - 18:24

La norma sul condono è arrivata mentre il Consiglio dei ministri era in corso. E la bozza è stata consegnata soltanto al premier Giuseppe Conte: andava verificata prima di essere inserita nella copia del decreto fiscale poi inviata informalmente al Quirinale. A 48 ore dallo scontro tutto interno al governo arriva una nota di Palazzo Chigi a ricostruire tutto quello che è successo durante il consiglio dei ministri di lunedì scorso. Quando nel dl fiscale è comparso – a sopresa – una norma che  introduce una sorta di scudo fiscale anche per i capitali all’estero e la non punibilità per la dichiarazione infedele, il riciclaggio e l’autoriciclaggio.

“La cosiddetta dichiarazione integrativa (condono: art.9) è stata oggetto di una discussione politica che si è protratta a lungo sino all’inizio dei lavori del Consiglio dei Ministri. Su di essa si è formato un accordo politico e sulla base di esso, riassunto dal Presidente Conte a beneficio dei presenti, si è entrati in consiglio dei ministri”, spiega adesso il comunicato di Palazzo Chigi. Dunque il Cdm comincia senza alcun testo scritto. “La bozza del decreto fiscale – continua il comunicato – che gli uffici hanno fatto trovare durante il Consiglio dei Ministri non conteneva la dichiarazione integrativa di cui all’art. 9: questa norma risultava in bianco proprio perché l’accordo politico è stato raggiunto poco prima e gli uffici non hanno fatto in tempo a tradurlo sul piano della formulazione tecnico-giuridica”. Lo avrebbero fatto mentre il Cdm era in corso.

“A Consiglio avviato è stato portato al presidente Conte un foglio contenente una prima traduzione tecnica dell’accordo politico: in pratica l’art. 9 sulla dichiarazione integrativa. Il foglio non è stato distribuito a tutti i Ministri presenti e il Presidente si è limitato a riassumere a beneficio di tutti i termini dell’accordo raggiunto sul punto, riservando a un momento successivo la verifica tecnica come è normale che sia per tutte le disposizioni giuridiche”, è la ricostruzione della presidenza del consiglio. Dunque a Conte viene fornito un foglio con la norma che prevede il condono ma il premier non la analizza nel dettaglio limitandosi in quel momento a riassumere l’oggetto dell’accordo politico raggiunto da M5s e Lega. “Non c’è stata quindi la verbalizzazione specifica del contenuto dell’art. 9, il cui testo, appena arrivato, andava comunque verificato successivamente nella sua formulazione corretta dagli Uffici della Presidenza”. Quella verifica successiva, però, non c’è stata: il testo dell’articolo 9 è stato infatti inserito nella bozza del decreto girato informalmente al Quirinale.

È per questo motivo che Luigi Di Maio, che non aveva alcuna copia della norma nonostante fosse lui a verbalizzare la riunnione del Cdm di lunedì, ha subito parlato di “manina” per giustificare l’alterazione del decreto. E in questo senso fila anche la ricostruzione di Matteo Salvini.“Uno leggeva il testo incriminato e uno scriveva uno lo leggeva. Chi erano? Uno era Conte, che ha tutta la mia stima ed è un galantuomo, e l’altro, Luigi Di Maio, che verbalizzava, un’altra persona corretta e coerente con cui lavoro bene e conto di lavorare bene per i prossimi 5 anni”, dice il leader della Lega, disposto – dopo ore di repliche e controrepliche – a sedersi nuovamente in Cdm per cancellare l’articolo 9. “Se i 5 stelle non vogliono quella roba lì non c’è: ma passare per l’amico dei condonisti, proprio no”, è la linea del ministro dell’Interno.

Il punto, infatti, adesso è un altro: non prendersi la responsabilità politica della modifica dell’articolo 9. Anche se si tratta probabilmente di un mero errore tecnico dovuto alla fretta visto che entro lunedì a mezzanotte l’esecutivo doveva mandare il Documento di programmazione a Bruxelles. “Il problema lo si risolve domani – dice Conte da Bruxelles – È sorto un dubbio sulla traduzione tecnica dell’accordo politico. Se ci fosse qualche incongruenza si può sempre intervenire. Con il Consiglio dei ministri do maggior agio ai ministri per rivedere con calma il tutto. È una questione tecnica, avendo ben contezza dell’accordo politico. Escludo al momento che ci sia una questione politica, ma se ci fosse una questione politica la affronteremo”. Il premier non smentisce la ricostruzione di Salvini. “Non dice qualcosa di falso. Nel corso del Consiglio dei ministri è arrivata una prima traduzione normativa” dell’accordo politico e una norma “è stata aggiunta all’ultimo”. “Il testo è arrivato nel corso del consiglio dei ministri – prosegue il presidente – Io l’ho riassunto in termini politici, sulla traduzione tecnica si può sempre intervenire”.

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Di Maio a Salvini: “Emendamenti al suo decreto? Non è colpa mia se è in campagna elettorale. Io sto qui”

Pet, 19/10/2018 - 18:24

“Non è colpa mia se io e Salvini non si siamo potuti confrontare sul dl sicurezza. È legittimo stare in campagna elettorale in Trentino, ma poi non ci si lamenti se non abbiamo sciolto i nodi”. A dirlo, il vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, che risponde all’omologo di governo, Matteo Salvini, secondo il quale non era possibile che il M5s presentasse 81 emendamenti al decreto legge sicurezza.

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Migranti, la carovana che spaventa Trump: in 4mila marciano verso gli Usa. E il Messico invia l’esercito al confine

Pet, 19/10/2018 - 18:20

Sono partiti in 160, ora sono almeno venti volte tanto. Vengono dall’Honduras, ma anche da Guatemala e El Salvador, risalgono il Centroamerica macinando 40 chilometri al giorno e stanno facendo infuriare Donald Trump. La carovana di migranti è partita venerdì 12 ottobre da una stazione degli autobus a San Pedro Sula, nel nord dell’Honduras: ha attraversato lunedì la frontiera con il Guatemala, e giovedì i primi caminantes sono giunti a Tecùn Umàn, cittadina guatemalteca al confine con il Messico. L’obiettivo, dichiarato, è entrare negli Stati Uniti. Si muovono perlopiù a piedi, ma sfruttano ogni passaggio: si ammassano a decine a bordo di camion, auto e furgoncini e salgono persino sui tetti degli autobus. Ci sono neonati allattati dalle mamme, donne incinte e bambini per mano ai genitori. Dormono in rifugi improvvisati o palestre messe a disposizione da associazioni locali, mangiando perlopiù il cibo che viene loro offerto da volontari lungo il cammino.

Il concentramento a Tecùn Umàn – Dopo 500 chilometri di cammino, la marcia ha raggiunto il confine tra Guatemala e Messico. È il primo vero banco di prova per i migranti: mentre dall’Honduras si può passare in Guatemala con un semplice documento d’identità, per entrare in Messico serve il passaporto. E ben pochi dei marciatori ne sono in possesso, riportava nei giorni scorsi l’Associated Press. Dopo aver attraversato il Guatemala passando per la capitale, i primi profughi hanno raggiunto giovedì la città di confine di Tecùn Umàn, nel dipartimento di San Marcos, attraversata dal rio Suchiate che segna il confine con il Messico. Il grosso della carovana, però, è arrivato nella giornata di venerdì 19: i migranti si stanno radunando nel parco centrale della città, da dove poi tenteranno tutti insieme di varcare il confine. Alcuni ci hanno già provato, imbarcandosi su natanti di fortuna per guadare il fiume.

Le autorità del Guatemala hanno messo a punto dieci rifugi provvisori per le persone radunate a Tecùn Umàn; volontari, organizzazioni e istituzioni distribuiscono cibo e generi di prima necessità. Alcuni migranti diretti verso la città a bordo di autobus sono stati fermati e fatti scendere dalla polizia lungo la strada. Trattenuti per il controllo dei documenti, hanno dovuto proseguire il viaggio camminando al bordo della carreggiata. Altri 200, invece, hanno deciso volontariamente di tornare in Honduras, ha comunicato la ministra honduregna per i diritti umani, Karla Cuevas. “Verrà loro assicurato un rientro assistito, le istituzioni li accoglieranno e faranno in modo che vengano riportati nelle loro città in condizioni degne, ha dichiarato”.

Il Messico schiera l’esercito al confine – Il governo messicano, intanto, si prepara a contenere il tentativo, con lo schieramento di centinaia di agenti di polizia al suo confine meridionale. Alla frontiera ci sono anche rappresentanti della Commissione nazionale per i diritti umani, incaricati di verificare il trattamento ricevuto dai migranti che cercheranno di entrare in Messico. Le forze dell’ordine non avranno compiti di “repressione” ma solo di “contenimento”, ha precisato il capo della polizia, Manelich Castilla, in una intervista a Foro TV.  Intervenendo al Parlamento, il ministro degli Interni messicano Alfonso Navarrete ha anticipato di voler spiegare “con tutta la chiarezza possibile” al governo americano “che respingiamo qualsiasi tentativo di pressioni per cambiare le nostri leggi perché non intendiamo farlo”. Il governo di Andrès Lòpez Obrador ha anche annunciato la sua intenzione di chiedere all’Unhcr aiuto per individuare una soluzione “di carattere umanitario” per i migranti in arrivo, precidando che non consentirà l’ingresso dei migranti nel suo paese senza i necessari documenti. Non tutte le persone in arrivo potranno presentare richiesta per lo status di rifugiato, ma il Paese centro americano cercherà di fornire al numero maggiore possibile di loro “protezione umanitaria e il rispetto dei loro diritti umani”, ha precisato Navarrete.

La fuga dei migranti – San Pedro Sula, la città da cui è partito il nucleo originario dei profughi, è la città più violenta dell’Honduras e una delle più pericolose al mondo: un rapporto pubblicato nel 2013 parlava di 169 omicidi ogni 100mila abitanti. Scappano dalla povertà, dal crimine di strada e dalla violenza del narcotraffico: alcuni marciano sventolando le bandiere bianche e blu dello stato centroamericano. È diffusa la rabbia verso il presidente nazionalista Juan Orlando Hernandez, considerato corrotto e incapace di contrastare in modo efficace il crimine organizzato. Hernandez, da parte sua, ha accusato i gruppi politici a lui rivali, e in particolare l’ex presidente Manuel Zelaya, di aver incoraggiato la carovana. “Ci sono settori della politica che vogliono destabilizzare il Paese, ma saremo decisi e non lo permetteremo“, ha dichiarato. Lunedì, a Esquipulas, 10 chilometri oltre il confine guatemalteco, le autorità del Paese hanno arrestato il portavoce del gruppo, il giornalista ed ex parlamentare honduregno Bartolo Fuentes, con l’accusa di non essersi registrato correttamente agli uffici d’immigrazione. La carovana è stata fatta fermare per un paio d’ore, ma alla fine ha potuto proseguire.

Trump: “Fermateli o ritiro gli aiuti” – La marcia, che è stimata coinvolgere 4mila persone, ha attirato giorno dopo giorno l’attenzione dei media di tutto il mondo. Martedì è intervenuto Donald Trump: il presidente Usa teme che la copertura mediatica incoraggi altri centroamericani ad unirsi al percorso, rendendo più difficile la gestione del loro arrivo quando e se raggiungeranno il confine con gli Usa. Inoltre, la minaccia ai confini rappresenta un ottimo argomento di propaganda in vista delle elezioni di medio termine, previste fra tre settimane. Trump ha dedicato alla questione un gran numero di tweet  nelle ultime ore, minacciando di cancellare gli aiuti umanitari ai governi di Guatemala, Honduras e El Salvador se non impediranno ai profughi di proseguire.

We have today informed the countries of Honduras, Guatemala and El Salvador that if they allow their citizens, or others, to journey through their borders and up to the United States, with the intention of entering our country illegally, all payments made to them will STOP (END)!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 17 ottobre 2018


“Oltre a interrompere tutti i pagamenti a questi Paesi, che sembrano non avere alcun controllo sulla propria popolazione, devo chiedere in modo deciso al Messico di fermare questo assalto“, ha twittato Trump. “Se non riusciranno a farlo, chiamerò l’esercito e sbarrerò i confini“. E se l’è presa con i democratici, colpevoli a suo dire di opporsi a leggi più severe sull’immigrazione: “È difficile credere che con migliaia di persone a Sud del confine che avanzano senza ostacoli verso il nostro Paese in grandi carovane, i Democratici non vogliano approvare leggi per la protezione delle frontiere. Sarà un importante argomento di campagna elettorale per i Repubblicani!”. Il vicepresidente Mike Pence ha fatto sapere di aver parlato con il presidente del Guatemala Jimmy Morales, incoraggiandolo a scoraggiare i propri connazionali dall’unirsi alla marcia.

Spoke with Guatemalan President @jimmymoralesgt about caravan heading for the US & made clear our borders & sovereignty must be maintained. We expect our partners to do all they can to assist & appreciate their support. Reiterated @POTUS‘ message: no more aid if it’s not stopped!

— Vice President Mike Pence (@VP) 16 ottobre 2018

Luis Navarreto, honduregno di 32 anni, intervistato dal Washington Post dice di aver saputo della furia di Trump verso la carovana di cui fa parte, ma di non essere spaventato. “Continueremo”, ha detto, “È Dio che decide qui, non Trump. Non abbiamo altra scelta se non di andare avanti”.

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Decreto fiscale, Di Maio vs Salvini: “Da bugiardo non voglio passare. Io distratto? Non ci sto: condono penale non c’era”

Pet, 19/10/2018 - 18:10

“Nel testo del decreto letto lunedì sera c’era la dichiarazione integrativa con dentro il condono penale e i capitali dall’estero? No, perché quello è stato oggetto di una riunione politica e Conte ha letto i termini generali dell’accordo in Cdm“. A dirlo, il vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, in una diretta Facebook. “Da bugiardo non voglio passare e anche per questo quando mi si dice che ero distratto io non ci sto“, aggiunge, replicando a quanto affermato in una precedente diretta Facebook da Matteo Salvini.

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Ela Weber, la “Sellerona” è scatenata: “Bonolis? Prende in giro le persone. Simona Ventura è deludente, la Venier insopportabile”

Pet, 19/10/2018 - 18:07

Ela Weber, la showgirl tedesca meglio nota come la “Sellerona“, è tornata in televisione ospite di Caterina Balivo a Vieni da me e si è tolta qualche sassolino dalle scarpe. Al momento dell’intervista delle emoticon, la soubrette tedesca è un fiume in piena e ne ha per tutti, soprattutto per Paolo Bonolis di cui contesta i modi di fare. “Mi ha fatto diventare la ‘Sellerona’ italiana – lamenta la Weber -. Non ero mai stata in telecamera, osservando lui ho capito come fare questo mestiere. Lui non insegnava, ma bastava osservarlo e rubavo tutto. Paolo è un gladiatore, lo studio è il suo campo di battaglia. Tutto il capitale umano che gira intorno a lui, sono le sue armi e lui le utilizza a suo piacere. Perciò, io a volte vorrei dire a lui: ‘Taci!‘. Lui è molto spiritoso, a volte prende in giro le persone un po’ troppo. Lui è il sole, i pianeti gli girano intorno e per risplendere di tua luce devi allontanarti da lui”.

Ma la showgirl non le manda a dire neanche a Simona Ventura, conosciuta nel 2008 quando sostituì Flavia Vento nel cast del reality L’Isola dei Famosi. “Simona Ventura è stata deludente. Perché quando ho fatto l’Isola non mi davano la possibilità di farmi depilazione o creme, senza privacy – attacca la Weber -. Deludente lo dico al contesto in cui mi sono trovata con lei alla conduzione. C’erano accordi che dovevano tutelarci: quando facevamo il bagno, ci lavavamo e ci depilavamo ci eravamo detti che nessuna telecamera avrebbe dovuto riprenderci. Invece mi hanno ripreso e fotografato, quando sono tornata ho trovato questo materiale dappertutto. Per questo, Deludente. Anche lei ha fatto l’Isola, ma guarda caso le uniche foto che ho visto in giro sono le mie, non le sue. Quando fai un gioco è normale essere ripresi, ma non è bello essere ripresi quando ti depili le parte intime“.

Parole taglienti anche nei confronti di Mara Venier, che definisce “insopportabile e divertente. È una persona molto particolare, ha un personaggio che all’80% è fatto di sole ma ha questo 20% di nero che non le manda a dire. Quando si arrabbia, ha dei modi di esprimersi focosi, lancia le cose. Quindi da un lato c’è questo sorriso, questo abbraccio materno, però quando si arrabbia è veramente insopportabile, ti fa piangere. Ho visto persone piangere“, ha detto facendo calare il gelo in studio e mettendo in difficoltà la stessa Caterina Balivo.

Poi conclude così: “Massimo Caputi è stato affascinante, non subisco in genere il fascino di chi è sposato. Io ho subito il suo fascino ed ho dovuto mantenere il controllo per non farlo vedere. Lui non lo sa, ma forse oggi lo sa. Rossano Rubicondi? Una merda. Uno che tratta così le donne, non merita. Christian De Sica? Elegante, simpatico, con lui c’è sempre qualcosa da dire ed è molto affascinante. Magalli? Lui è un cancro, a volte si arrabbia”.

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Fisco, la lite tra vicepremier non finisce più. Salvini: “In cdm Conte leggeva, Di Maio scriveva. Non passo per scemo”. Il capo del M5s: “E’ falso. E io non sono bugiardo né distratto”

Pet, 19/10/2018 - 18:01

La perturbazione sul governo Conte sembrava ormai lontana: i vicepresidenti Luigi Di Maio e Matteo Salvini – a mezzo Rete4 – avevano fatto la pace, il primo rinnovando la fiducia nei confronti dell’alleanza con la Lega, il secondo rendendosi disponibile a fare un altro consiglio dei ministri per correggere il decreto fiscale. E invece no, oggi si ricomincia daccapo. Perché la battaglia si infiamma di nuovo, questa volta via facebook. Da una parte il leader della Lega – dopo aver promesso di “volare a Roma per risolvere i problemi” e mettere fine ai “litigi” – avverte che “inizia ad arrabbiarsi” e che “la pazienza ha un limite” “perché in quel Consiglio dei ministri Conte leggeva e Di Maio scriveva”. In definitiva: “Non passo per scemo“. E dall’altra parte il capo politico del M5s replica direttamente: “Da bugiardo non voglio passare e anche per questo quando mi si dice che ero distratto, io non ci sto“. Anzi, quando si dice che ‘Conte leggeva e Di Maio scriveva’ si dice una cosa non vera”. In definitiva: “Non sono né bugiardo né distratto”. Il bugiardo, semmai, è dall’altra parte. Il sospetto – e quello che forse più ha peso – è che questo litigio durato 48 ore filate possa lasciare tossine nei rapporti interni alla maggioranza e che qualcosa nell’alleanza stretta intorno al contratto di governo si sia “rotto”.

Una prima prova sta nel fatto che la dialettica prosegue, a distanza, e accende altre micce sul percorso prossimo del governo. La prima riguarda la “caccia al colpevole“: se Salvini addita nell’ordine i “cambi di umore”, le “distrazioni”, i “litigi” e le “beghe” dei Cinquestelle, Di Maio sembra avvicinare il mirino nei confronti di chi non ha convocato un pre-consiglio e cioè il sottosegretario a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti (ma il vicepremier non lo nomina in modo esplicito). Il pre-consiglio avrebbe agevolato una discussione più approfondita; peraltro il governo lunedì – il giorno del cdm – si è ritrovato a precipitare sul traguardo della mezzanotte, orario entro il quale Palazzo Chigi aveva l’incombenza di inviare il documento programmatico di bilancio a Bruxelles.  jwplayer("jwp-ZGQRNM7e").setup({ playlist: [{"mediaid":"ZGQRNM7e","description":"","pubdate":1539965243,"tags":"di maio","image":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/thumbs\/ZGQRNM7e-720.jpg","title":"Decreto fiscale, Di Maio vs Salvini: \"Da bugiardo non voglio passare. Io distratto? Non ci sto: condono penale non c'era\"","variations":[],"sources":[{"type":"application\/vnd.apple.mpegurl","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/manifests\/ZGQRNM7e.m3u8"},{"width":320,"height":180,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/ZGQRNM7e-2kLOQlpN.mp4","label":"180p"},{"width":480,"height":270,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/ZGQRNM7e-mgX5kRUd.mp4","label":"270p"},{"width":720,"height":406,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/ZGQRNM7e-DGOVPaTh.mp4","label":"406p"},{"width":1280,"height":720,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/ZGQRNM7e-00rmffRE.mp4","label":"720p"},{"type":"audio\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/ZGQRNM7e-jz9FGUIN.m4a","label":"AAC Audio"}],"tracks":[{"kind":"thumbnails","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/strips\/ZGQRNM7e-120.vtt"}],"link":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/previews\/ZGQRNM7e","duration":194}] });

Ma entrambi promettono: “Il governo va avanti”
Così, un po’ a sorpresa, il consiglio dei ministri per correggere il decreto fiscale – epicentro degli scossoni all’esecutivo – si carica di ulteriore tensione. Eppure sembrava che tutto fosse finito, tutto fosse perdonato. In particolare dal’area dei Cinquestelle era partita una nutrita squadra di pompieri, tra i quali alcuni ministri di prima fila come Alfonso Bonafede e Danilo Toninelli. Il primo aveva rivendicato il fatto che il M5s tiene alta la soglia dei suoi valori fondamentali e che nel contratto di governo sono previste pene “gravissime” nei confronti degli evasori. Il secondo aveva dato la colpa ai giornali: “Salvini e Di Maio si vedranno nelle prossime ore, massimo domani, e sicuramente risolveremo tutto” aveva detto il ministro dei Trasporti. Invece la telefonata, al momento, ancora non ci è stata e anzi il tono si è alzato ancora di qualche decibel. Ciononostante sia Salvini sia Di Maio promettono lunga vita al governo: “Va avanti, ci mancherebbe altro”, assicura il vicepresidente leghista; “il governo deve andare avanti con il massimo della forza, più forte di prima”, “basta la correttezza e si va avanti“, sottolinea il vicepremier grillino.

Conte, il capo della mediazione
Chi farà da caposquadra per spegnere l’incendio sarà quindi, di nuovo, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte che oggi torna da Bruxelles dopo i complicati incontri con i capo di Stato e di governo dell’Ue. Conte riceve attestati di stima da entrambi i vicepremier (“E’ un galantuomo” dice Salvini) e che a sua volta prova con prudenza a non sconfessare nessuno dei suoi vice. La ricostruzione del capo del governo è la sintesi di ciò che dicono entrambi, Di Maio e Salvini: “Salvini non dice qualcosa di falso. Nel corso del Consiglio dei ministri è arrivata una prima traduzione normativa. Io l’ho riassunto in termini politici, sulla traduzione tecnica si può sempre intervenire”. E insomma: “Il problema lo si risolve domani – spiega  – E’ sorto un dubbio sulla traduzione tecnica dell’accordo politico. Se ci fosse qualche incongruenza si può sempre intervenire. Con il Consiglio dei ministri do maggior agio ai ministri per rivedere con calma il tutto. E’ una questione tecnica, avendo ben contezza dell’accordo politico. Escludo al momento che ci sia una questione politica, ma se ci fosse una questione politica la affronteremo”.  jwplayer("jwp-gAFFIfsr").setup({ playlist: [{"mediaid":"gAFFIfsr","description":"","pubdate":1539962267,"tags":"Conte","image":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/thumbs\/gAFFIfsr-720.jpg","title":"Manovra, Conte: \"Salvini al Cdm? Non prendo le presenze in anticipo\". Poi la rassicurazione: \"La maggioranza \u00e8 solida\"","variations":[],"sources":[{"type":"application\/vnd.apple.mpegurl","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/manifests\/gAFFIfsr.m3u8"},{"width":320,"height":180,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/gAFFIfsr-2kLOQlpN.mp4","label":"180p"},{"width":480,"height":270,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/gAFFIfsr-mgX5kRUd.mp4","label":"270p"},{"width":720,"height":404,"type":"video\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/gAFFIfsr-DGOVPaTh.mp4","label":"406p"},{"type":"audio\/mp4","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/videos\/gAFFIfsr-jz9FGUIN.m4a","label":"AAC Audio"}],"tracks":[{"kind":"thumbnails","file":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/strips\/gAFFIfsr-120.vtt"}],"link":"https:\/\/cdn.jwplayer.com\/previews\/gAFFIfsr","duration":84}] });

Salvini al M5s: “Su dl sicurezza 81 emendamenti come opposizione?”
La domanda, infatti, è quante e quali cicatrici lascerà lo scontro che si sta consumando da due giorni. Anche perché la sfida di Salvini al M5s è aperta e tocca diversi altri provvedimenti. Per esempio il decreto Sicurezza, in cui sono comprese anche le norme sui migranti: “La scadenza per la presentazione degli emendamenti è oggi: perché i 5Stelle hanno presentato 81 emendamenti come se fossero all’opposizione? Ragazzi, non è così che si lavora, non è cosi che si fa tra alleati. Io poi sono ben contento se c’è qualcosa è da migliorare”. E inevitabilmente si apre un altro fronte polemico. A rispondere è il ministro per i Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro: “Sul decreto Sicurezza c’è già un tavolo. Se ci sono 81 emendamenti, vuol dire che ci sono 81 buone idee per modificarlo. Le proposte stanno arrivando anche dal ministero dell’Interno e abbiamo sempre detto che le proposte del governo possono e devono essere migliorate in Parlamento”.

E la Lega vuole qualcosa in cambio su Ischia e Rc Auto
Ma non finisce qui. Lo stesso Salvini da 24 ore ripete che se al M5s non va bene lo scudo fiscale per il rientro dei capitali dall’estero, allora al Carroccio non vanno bene né il condono per gli abusi edilizi per Ischia (inserita nel decreto Genova) né la norma sulla Rc auto che potrebbe portare a rincari per gli automobilisti del Nord (e a un risparmio al Sud). Tanto che Di Maio – anche se in via non ufficiale – gli ha risposto che “non c’è nessun mercimonio su altri tavoli”.

Ma i temi sono ripresi dai capigruppo della Lega alla Camera e al Senato. A Montecitorio Riccardo Molinari annuncia che su Ischia verrà presentato un emendamento “che evita regali a migliaia di abusi edilizi commessi”. “Siamo sicuri che i gli amici dei 5Stelle lo appoggeranno”, aggiunge con toni apparentemente provocatori. A Palazzo Madama Massimiliano Romeo, insieme al sottosegretario allo Sviluppo Dario Galli, rimarca che “in nessuno dei provvedimenti del governo ci saranno aumenti delle assicurazioni auto nelle aree in cui oggi si paga meno”, ribadendo così quanto già detto dal viceministro Massimo Garavaglia. La norma non è stata “mai vista, né condivisa, quindi, il problema non esiste” aveva detto. Certo che è stata discussa, avevano risposto dal M5s, è stata inviata alla Lega martedì. L’ennesimo incidente di percorso in una settimana nera che il governo si augura finisca il prima possibile.

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Mondiali volley femminile, Davide Mazzanti e Serena Ortolani: un amore nato sotto rete

Pet, 19/10/2018 - 17:57

La loro è una coppia mondiale. È proprio il caso di dirlo dopo l’ultimo successo delle azzurre della pallavolo: la vittoria contro la Cina in Giappone. Sono Serena Ortolani, giocatrice con il ruolo di schiacciatrice, e Davide Mazzanti, commissario tecnico della Nazionale.  I “due cuori della pallavolo” tutti italiani si sono fidanzati nel 2012, coronando il loro amore nel 2014. Insieme hanno fatto una figlia, la piccola Gaia che ora ha 5 anni, e hanno sdoganato il tabù sugli amori nati sul campo da gioco.

Dopo essersi già conosciuti una volta in Nazionale nel 2006, i due si sono rincontrati nel 2008 quando lei è tornata a giocare nel Volley Bergamo, dove Mazzanti era secondo allenatore. “Lui è di Marotta (nelle Marche ndr.) io di Cervia (in Emilia Romagna ndr.) – ha raccontato Serena alla Gazzetta dello sport – nei viaggi insieme per i ritiri in Nazionale mi accorgevo che si stava bene insieme. Quando si è interessato, ho aperto gli occhi: mi sono innamorata subito“.

Così, risata dopo risata, i due hanno deciso di mettersi insieme nel gennaio 2012. Una coppia destinata a funzionare anche in partita, visto che nella stessa squadra, in panchina lui e in campo lei, hanno vinto ben tre scudetti: Bergamo nel 2011, Casalmaggiore nel 2015 e Conegliano nel 2016. Pochi mesi dopo il fidanzamento è arrivata la notizia: Serena era incinta. “Prima c’era solo la pallavolo, con Gaia c’è la famiglia e poi la pallavolo – ha spiegato Serena – Se una partita va male, torni a casa e c’è lei che ti abbraccia e non hai neanche il tempo di pensarci. Aiuta a vivere la professione con più serenità. Così come la pallavolo mi ha aiutato a staccare un po’ dagli impegni di mamma, quando lei era piccola”. Una vita a tre che i due ‘campioni’ raccontano in una loro pagina Facebook.

Il loro sogno d’amore si è coronato nel 2014, con le nozze e una proposta di matrimonio sui generis. “Era il suo compleanno, in allenamento l’ho fatta arrabbiare facendole dire dal preparatore che non si impegnava, non era vero. E davanti alla squadra le ho chiesto: ‘Cosa vuoi fare?’. E lei: ‘Vincere’. Io: ‘E basta?’. Gliel’ho chiesto ancora finché lei ha urlato: ‘Che cacchio vuoi da me?’. Io: ‘Non mi vuoi sposare?’. Mi avrebbe ucciso”, ha raccontato Mazzanti, sottolineando la scelta forse un po’ troppo “rustica”.

Nei loro sei anni insieme non sono mancati momenti difficili, soprattutto quando i due facevano parte dello stesso club. “Inevitabile avere gli occhi addosso – spiega il ct. – Difficile non dare adito a ipotesi di ‘favoritismo’ o di ‘eccessiva severità’. L’unico problema è quando c’è un dualismo e devo fare delle scelte”. Una situazione che, però, in Nazionale non si è mai presentata. Lì la titolare, senza nessun dubbio, è Paola Egonu.

Ora in programma c’è un fratellino per la piccola Gaia, ma non subito. “Faccio gli ultimi anni di carriera – ha specificato Serena Ortolani – poi mi dedicherò alla famiglia. Presto”.

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Prato, la segretaria della Lega non vuole migranti e piste ciclabili? Io dico benvenuti a tutti e due

Pet, 19/10/2018 - 17:48

Per curiosità (un tantino masochista) ho ascoltato l’intervista della segretaria della Lega di Prato, Patrizia Ovattoni. Vicino a me c’erano i miei figli, stralunati: “Mamma, ma perché dice che non si può andare in bici a scuola?”. Noi non abbiamo l’auto e in bici andiamo a scuola, anche con la pioggia, al lavoro, a fare la spesa, dal pediatra, a fare sport. E non siamo i soli, ma moltissime famiglie come noi.

Non siamo matti, non siamo eroi e neppure migranti (anche se quando sentiamo queste cialtronerie, ci piacerebbe tanto emigrare). Su un punto però concordiamo con la signora Ovattoni: gli immigrati vanno più in bici e a piedi di noi italiani, usano di più i mezzi pubblici. Meno male quindi, che ci sono gli immigrati, ben vengano, a dimostrarci dove si può arrivare con le gambe, con i pedali e con i mezzi condivisi. Meno male questa ventata di salute, cultura e progresso. L’Italia ha bisogno dei migranti e questo lo dimostra una volta di più. Noi famiglie senz’auto abbiamo dimostrato solidarietà ai migranti in varie occasioni, anche con una lettera aperta. Non potrebbe essere altrimenti, siamo solidali con i nostri quotidiani compagni di viaggio.

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La mobilità sostenibile va alla radice dei problemi che causano l’immigrazione e le ingiustizie sociali. Meno auto, meno petrolio, meno guerre e petroldittature in giro per il mondo. Il riscaldamento globale, provocato dall’aumeno di CO2, d’altra parte costringe tanta gente a scappare (profughi ambientali). Il settore dei trasporti è infatti quello che produce più CO2 e che mette più a rischio gli accordi internazionali sul clima (Transport and Environment 2017)

Secondo Childhood obesity surveillance initiative il nostro Paese si colloca ai primi posti (tra i Paesi europei) per l’utilizzo della macchina nel tragitto casa-scuola. Solo il 27% di bambini e bambine si recano a scuola a piedi o in bicicletta, mentre il 62% utilizza la macchina e il 10% lo scuolabus. Ma quando i genitori sono di cittadinanza mista la quota di bambini a piedi o in bici arriva al 32% e al 53% se entrambi sono stranieri.

Città come Bolzano si avvicinano alle percentuali europee con il 60% dei bambini che vanno a scuola in bici. Guarda caso però, le città e i paesi con alte percentuali di gente in bici, hanno investito moltissimo sulla ciclabilità urbana, hanno costruito piste ciclabili, zone 30, hanno ampi spazi pedonali e Ztl, hanno investito molto anche sul trasporto pubblico.

Non è cosa da poco, aumentare la gente che va al lavoro o a scuola in bici (o coi mezzi pubblici). I benefici per la salute sono enormi: riducendo il numero di veicoli circolanti, si riducono gli incidenti (ogni percentuale di aumento degli spostamenti in bici in ambito urbano, corrisponde una diminuzione del 2-5% degli incidenti fra tutti gli utenti della strada, Safety in numbers), si riduce anche l’emissione di polveri e CO2.

Ricordiamoci inoltre che dentro alle auto i nostri bambini (e noi stessi) respiriamo più smog. Ben Barratt, del King’s College di Londra, ha misurato l’esposizione di persone che viaggiano in auto, in autobus, in bicicletta e a piedi a Londra nel 2014: “L’automobilista è esposto al più alto livello di inquinamento. I fumi dei veicoli davanti e dietro entrano in macchina e rimangono intrappolati lì. Non è vero che puoi sfuggire all’inquinamento sedendo all’interno di un veicolo”.

Non fa male ricordare che muoversi in bicicletta o a piedi anziché utilizzare l’automobile, solo in Emilia-Romagna, ha evitato l’emissione di 319.600 tonnellate di CO2 all’anno e una riduzione stimata di mortalità di 559 decessi annui. Ma anche benefici economici: passare dall’auto alla bici significa risparmiare dal 16% al 20% del proprio stipendio. Non solo fa risparmiare ma crea anche posti di lavoro: ogni milione di euro investiti sulla mobilità ciclabile genera 10 posti di lavoro contro i 2,5 posti nel settore automobilistico.

I nostri governanti “lega stellati”, invece di sprecare tempo, soldi, energie, con disumane leggi anti immigrazione, dovrebbero impegnarsi di più sulla mobilità sostenibile per italiani, migranti, esseri umani di ogni colore e provenienza.

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Migranti, Garante dei detenuti: “Gravi criticità nei centri per il rimpatrio”. Il Viminale replica e dà la colpa agli ospiti

Pet, 19/10/2018 - 17:47

Nei quattro centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) visitati quest’anno sono stati riscontrati fattori di “gravi criticità“. La denuncia arriva dal rapporto del Garante nazionale per i diritti dei detenuti rivolto al Viminale. E il ministero dell’Interno risponde: “I nostri sforzi vengono spesso vanificato dai continui e violenti comportamenti degli ospiti”. Secondo il capo del Dipartimento Immigrazione, Gerarda Pantalone, se i Cpr sono in pessimo stato la colpa è degli stessi migranti.

Il Garante dei detenuti ha visitato i centri di Brindisi-Restinco, Palazzo San Gervasio (provincia di Potenza), Bari e Torino (nella foto). Nel rapporto si legge dell’assenza di locali in comune e di alcuni elementi di arredo che “pregiudicano pesantemente la qualità della vita” nelle strutture e determinano il “rischio di situazioni di degrado anche nell’esercizio dei più elementari diritti primari”.

Il Viminale è “costantemente impegnato” a migliorare i Cpr e mantenere standard di vivibilità, “nel pieno rispetto dei diritti della persona e della sua dignità”, replica Pantalone. “Ma – continua – ogni sforzo compiuto, con significativi oneri, viene spesso vanificato dai continui e violenti comportamenti degli ospiti in danno dei locali e degli arredi, con dirette negative conseguenze sulle loro stesse condizioni di vita”. Il Dipartimento, si legge nella risposta, “conferma che l’azione nella gestione del complesso fenomeno migratorio è sempre orientata al rispetto dei diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione e dalle leggi nazionali e internazionali” e “assicura la consueta attenzione alle sollecitazioni e indicazioni” del Garante.

IL RAPPORTO
Il Garante parla nello specifico di “scadenti condizioni materiali e igieniche delle strutture, assenza di attività, mancata apertura dei Centri alla società civile organizzata, scarsa trasparenza a partire dalla mancanza di un sistema di registrazione degli eventi critici e delle loro modalità di gestione, non considerazione delle differenti posizioni giuridiche delle persone trattenute e delle diverse esigenze e vulnerabilità individuali, difficoltà nell’accesso all’informazione, assenza di una procedura di reclamo per far valere violazioni dei diritti o rappresentare istanze”. E “sono solo alcuni dei nodi critici riscontrati che perdurano anche nell’attuale fisionomia dei Centri”.

Il presidente Mauro Palma evidenzia come i Cpr visitati siano accomunati da alcune criticità, come scarse condizioni igieniche, con pochi bagni e docce, dall’assenza di attività, dalla poca trasparenza, dalla non considerazione delle diverse vulnerabilità. In particolare, il rapporto lamenta l’assenza della sala mensa, ad eccezione del Centro di Torino e di uno spazio adibito a luogo di culto. Raccomanda che i bagni e docce siano presenti in numero adeguato ed accessibili autonomamente dagli ospiti senza necessità di accompagnamento da parte delle forze di polizia. Palma segnala inoltre che nelle stanze di pernottamento del Cpr di Palazzo San Gervasio le luci restano sempre accese anche durante la notte.

La vita nei Centri, osserva il Garante, è apparsa “assimilabile a quella di un ambiente carcerario“, con sbarre, talvolta alte cancellate metalliche e l’impossibilità per gli ospiti di muoversi tra i diversi moduli. Chi sta dentro i Cpr vive dunque in una condizione di “mero confino rispetto a una realtà statuale che prima ancora del rimpatrio fisico lo esclude dalla propria collettività, quasi considerandolo come ‘non persona‘”.

Nel Cpr di Torino il rapporto ha poi constatato la presenza di alcune “celle di sicurezza” che risultano “inaccettabili sotto il profilo della regolarità” e “della chiarezza circa un loro eventuale uso”. Durante la visita al Centro di Brindisi-Restinco, il Garante ha trovato appoggiato sul tavolo della sala dove si effettuano i colloqui (con gli avvocati, con le famiglie, con gli operatori) un manganello appartenente a uno degli agenti delle forze di Polizia in servizio nel Cpr. Un fatto stigmatizzato dall’Autorità, “ritenendo che il personale non possa introdurre nel Centro, salvo specifiche esigenze, qualsiasi oggetto che possa essere utilizzato – o percepito come utilizzabile – quale strumento di minaccia o violenza“.

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Rai, la Lega contro Fazio: “Non porti in tv Mimmo Lucano. Divulga modelli distorti”

Pet, 19/10/2018 - 17:41

Chiedono a Fabio Fazio di non ospitare in televisione Mimmo Lucano. Il motivo? È indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e dunque non dovrebbe comparire negli studi della televisione di Stato. Con una motivazione mai utilizzata in precedenza – come quando in Rai venivano ospitati condannati in via definitiva o imputati per reati gravi, da Silvio Berlusconi a Marcello Dell’Utri – i parlamentari della Lega vanno all’attacco del conduttore di Che tempio che fa.  E annunciano un’interrogazione alla commissione di vigilanza.

“Domenica 21 ottobre il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, sarà ospite di Fazio a Che tempo fa“. Nonostante la revoca agli arresti domiciliari è evidente come Lucano sia accusato di aver violato norme civili, amministrative e penali sull’accoglienza. Chiediamo quindi che Fazio non chiami il sindaco in trasmissione. La tv pubblica non può divulgare modelli distorti sull’onda di strumentalizzazioni ideologiche. Sulla questione prepareremo, inoltre un’interrogazione in commissione di vigilanza Rai”, è la nota diffusa da Paolo Tiramani, Massimiliano Capitanio, Simona Pergreffi, Dimitri Coin, Igor Iezzi, Giorgio Maria Bergesio e Umberto Fusco.

“Secondo i parlamentari della Lega Mimmo Lucano non dovrebbe essere invitato in trasmissione da Fazio perché comunicherebbe modelli distorti e lontani dalla legalità. Se questo è il criterio, chiederei alla Rai di far sparire dagli schermi Salvini ed i dirigenti Lega. #49milioni”, scrive su twitter Davide Faraone, senatore del Pd e componente della commissione Vigilanza Rai. Il riferimento è chiaramente alla vicenda dei rimborsi elettorali del Carroccio.

Due giorni fa il tribunale della Libertà di Reggio Calabria aveva revocato i domiciliari al sindaco di Riace, arrestato lo scorso 2 ottobre. I giudici del Riesame hanno accolto parzialmente il ricorso degli avvocati Antonio Mazzone e Andrea D’Aqua che avevano chiesto l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare disposta dal gip su richiesta della Procura di Locri nell’ambito dell’inchiesta “Xenia”. Per Lucano sono stati sostituiti i domiciliari con il divieto di dimora nel comune.

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Manovra, Conte: “Salvini al Cdm? Non prendo le presenze in anticipo”. Poi la rassicurazione: “La maggioranza è solida”

Pet, 19/10/2018 - 17:21

Salvini al Consiglio dei ministri? Le presenze non le prendo prima, le raccolgo quando inizia il Cdm“. Così il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a Bruxelles. “La maggioranza sta lavorando molto bene e non c’è alcun motivo di dubitare. C’è la piena consapevolezza che stiamo facendo delle importanti riforme per il Paese” ha aggiunto, riferendosi, evidentemente, alle tensioni che stanno minacciando in queste ore la solidità dell’esecutivo.

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Pace fiscale, Paragone: “Giorgetti? Se Salvini si fida va benissimo. Ma rappresenta l’establishment e il sistema”

Pet, 19/10/2018 - 17:06

“Se si fida Salvini per noi va benissimo, ma che Giorgetti sia establishment e sistema è innegabile“. L’unica replica al sottosegretario della Lega da parte del Movimento 5 stelle arriva da Gianluigi Paragone. “Il trascorso di Giorgetti lo conosciamo. Non è quello di Salvini, che non è colui che parla con i presidenti delle fondazioni bancarie“, ha detto il giornalista eletto in Senato del M5s. Secondo Paragone, infatti, Giorgetti “rappresenta benissimo il palazzo, il sistema. È stato due volte presidente della commissione Bilancio, fa le trattative, fa le nomine, tiene i rapporti col sistema economico, è più vicino all’establishment rispetto a noi”.

Proprio oggi, infatti, il numero due del Carroccio ha attaccato l’alleato pentastellato sulla caso del dl fiscale. “Non consento a nessuno di alludere a complotti e trame oscure, con dichiarazioni così scomposte. Se si continua ad attaccare chi prova a tenere in piedi la baracca, il governo non andrà molto lontano. Spero Luigi Di Maio ci vada davvero, in procura. Scoprirà che la famosa “manina” è in casa loro. Ma occhio, così loro si vanno a schiantare”, ha detto Giorgetti in un’intervista a Repubblica.

“Se la Lega rivendica quel testo dicendo: quel testo deve andare così come è, si apre un problema politico”, dice Paragone. Che sui rilievi fatti dall’Unione europea alla legge di bilancio italiana, ha aggiunto: “La nostra manovra economica è fatta con tutti i crismi. Se non piace all’Europa, se ne farà una ragione”. E ha insistito: “La manovra economica non si tocca. Se pensano che andiamo a rivedere al ribasso le cifre, si sbagliano di grosso”. Per il giornalista, poi, il commissario Ue Pierre Moscovici è “è un fanatico, Juncker è un fanatico. Qui abbiamo il presepe dei fanatici! Questi qui rappresentano la finanza, il fanatismo contabile, quello che ha prodotto la povertà”.

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